Agosto – autori vari

AGOSTO, autori vari 

*

Mese di pendole immobili (in agosto è lesta
solo la mosca nella brocca secca).
Sui quadranti si incrociano le cifre
come fari antiaerei in cerca di un serafino.
Mese di tende abbassate, di sedie con le foderine,
del tuo doppio sudato che guarda dallo specchio,
di api che dimenticano l’ordine delle celle
e vanno al mare a spalmarsi di miele.
[Josif Brodskij]

*

Il cielo tra gli ibischi, ormai ci vedo poco ma pare un indaco, un colore non so che, corruttibile al viola, blasfemia buttata lì, con l’indecenza di un dopopranzo, contro il cielo d’agosto.
Agosto è arrivato anche quest’anno, il mese che se fosse ancora luglio, in reprise, sarebbe stato meglio. Che mese è agosto? Un mese sospeso, un mese per dire, un mese mancato, socchiuso, con una strana sorte, di fine stagione in piena stagione. È quel taglio sulla fettuccia dell’anno, il traguardo di una presa in giro, la frana di sabbia d’una duna caldissima, improvvisa, quell’imminenza di tragedia che colpirà tutti o solo me, che è uguale. Agosto è una disgrazia in festa, il mese glorioso delle genti esauste, fiere in ferie, luna leonessa nel solleone, felidi ed efelidi del cielo, perseidi nella notte, il mese dei desideri così lenti ad esprimersi, così in ritardo, così impossibili, su veloci destini segnati, cadenti e traccianti.
Agosto, inesorabile, senza un perché e un percome, un percoco. [Angelo Bruno]

*

Una notte di agosto, di quelle agitate da un vento tiepido e tempestoso, camminavamo sul marciapiede indugiando e scambiando rade parole. Il vento che ci faceva carezze improvvise, m’impresse su guance e labbra un’ondata odorosa, poi continuò i suoi mulinelli tra le foglie già secche del viale. Ora, non so se quel tepore sapesse di donna o di foglie estive, ma il cuore mi traboccò improvvisamente, tanto che mi fermai. [Cesare Pavese]

*

Un’incoerenza, un obbligo da assolvere, un recinto di sabbie mobili, che, se non fosse per qualche stella a cui teniamo e a cui ci teniamo, potrebbe sparire tra i grani di una clessidra o sparire e basta. Intrappolati in questo irreversibile agosto, stretto nella nullità di giorni senza segni particolari, stride un malcontento d’insaputa origine o, forse, di fin troppo nota inoperosa disposizione a non poter mutare nulla. L’incertezza s’addensa dall’uno al trentuno e il riposo è spina e nebbia nonostante la convenzione. Reduci degli inizi, si calpestano vicendevolmente mattini e pensieri, increduli e dimentichi d’altre realtà accartocciate in incompiuti rimandi, sospesi tra muri privi di tetti. La precisione d’uno sformato di verdure parla dell’attenzione che altrove sfugge. Di questo inferno rimarrà il solito superstite, che racconterà la solita versione. Agosto ha troppi specchi per non riflettere. [Angela Greco]

*

Ricordai agosto, quelle sere lunghe e attonite in cui ci lasciavamo morire sotto il peso dell’ora, con i vestiti appiccicati al corpo per il sudore, mentre sentivamo fuori il ronzio insistente e sordo dell’ora che mai trascorreva. [Gabriel Garcia Marquez]

*

Agosto,
controluce a tramonti
di pesca e zucchero
e il sole dentro la sera
come il nocciolo nel frutto.
La pannocchia serba intatto
il suo riso giallo e duro.
Agosto.
I bambini mangiano
pane scuro e saporita luna.
[Federico Garcia Lorca]

(in apertura,opera di Paul Klee – i testi, per i quali si ringrazia, sono tratti dal web.) 

*

Il sasso nello stagno di AnGre vi dà appuntamento al 17 agosto. Sereni giorni a tutti!!

Kurt Marti, una poesia da Orazioni funebri

03-Juan-Gris-La-fenêtre-ouverte-1921

Kurt Marti, da Orazioni funebri  (trad. di Annarosa Zweifel Azzone, Crocetti Editore)

che sollievo
poter anche dire almeno una volta:
no non era efficiente
e cambiava spesso lavoro
no non era diligente
e lavorava soltanto
se non aveva altra scelta

se no
preferiva leggere SPORT o PLAYBOY
si piazzava al cinema già al pomeriggio
(EDDIE CONSTANTINE era il suo preferito)
sorseggiava cognac nei caffè all’aperto
meditava sulla grazia delle donne
o sulle colombe sopra il campanile

in primavera vagava
nel verde tenero e sfacciato dei campi
l’estate la passava a pancia all’aria
bene oliato e comodo in piscina
poi in autunno se ne andava
lungo i boschi silenziosi
prima di cercarsi per l’inverno
un lavoro
e un’amica
perché non gli piaceva
passare le feste da solo

che sollievo
in un mondo
che si scardina
per troppa efficienza:
un uomo che ha saputo
godersi i giorni buoni
prima che dopo qualche giorno cattivo
ora
arrivasse per lui l’ultimo

(immagine: Juan Gris, La fenêtre ouverte, 1921)

*

5.0.2

Kurt Marti nasce a Berna il 31 gennaio 1921. Studia Teologia all’Università di Berna, e dal 1948 inizia la sua attività di pastore riformato. Negli anni successivi si fa animatore di iniziative di impronta pacifista e di solidarietà a favore dei Paesi del Terzo Mondo, e nel 1978 cominciano le battaglie sul fronte ecologico. Per la sua attività poetica e accademica è stato insignito di prestigiosi riconoscimenti (quali la laurea honoris causa in Teologia all’Università di Berna, il Grosser Literaturpreis della città di Berna e il Kurt-Tucholsky-Preis). Vive attualmente a Berna. (dal sito Crocetti Editore)

Rileggendo il 2019: Degli horti romani (poesie minori) di Natalia Stepanova – nota di Angela Greco

Degli horti romani (poesie minori) di Natalia Stepanova letto da Angela Greco

Degli horti romani (poesie minori) – Ensemble, Roma, luglio 2019; prefazione di Giancarlo Pontiggia – è la nuova silloge di Natalia Stepanova; una raccolta, che giunge dopo cinque anni dalla pubblicazione precedente (“Il sentimento barbaro”, La Vita Felice, 2014 – qui) e che  sin dal titolo rende manifesta la “natura”, mi verrebbe da dire, di questo libro, collocandone la genesi nella campagna romana, dove l’autrice vive ormai da qualche anno, lontana dalla città e a stretto contatto con il verde, in un luogo di produzione, raccoglimento e riflessione.

Riflessione, anzi, riflessioni, confluite nelle poesie che oggi presenta ai lettori, in quello che, di fatto, è un giardino-orto dalle molte essenze, dai molti frutti e dai molti colori e profumi; pagine, che sembrano redatte nell’atto di compiere una passeggiata, pensando ad alta voce e riportandone i frammenti sulla carta. Francamente sfugge il senso del sottotitolo riportato in copertina, poesie minori, poiché non si trova esplicitato il termine di comparazione. Forse un rimando ad una certa tradizione, un atto di modestia, un auto-giudizio dell’autrice, chissà; ma lasciamo serenamente alla Poesia anche i suoi aspetti insoluti, com’è giusto che sia.

Il primissimo verso – No, non oggi, moriremo domani. – posto quasi come un esergo, istruisce subito il lettore sull’argomento principale, che si svilupperà nei vari testi, sottolineato ancora meglio dai primi tre versi della prima poesia, così come pure Pontiggia nella prefazione mette in evidenza: A dirotto, autunno, piove. / In mezzo agli uliveti stanno / Le anime dimentiche dei morti ovvero una riflessione sul rapporto tra il vivente (rappresentato dal poeta) e i defunti, evocati in varie scene, come entità sempre e comunque presenti anche nel quotidiano e legate alla vita. La chiave, invece, dell’intero scritto, si inizia a leggere tra questi versi: «Ecco, il cuore è – dicono – / Anche per i non più vivi. / Ah, il cuore! – sospirano – / È la più importante cosa, / È il primo nome», dai quali si evince che di poesia d’amore si tratta, questa di Natalia Stepanova; una poesia che sottolinea la vita (Prima del nero assenso, / Le amorose tessere / Della vita – compongo –), nelle ricorrenti rose che pure si incontravano nella pubblicazione precedente, parlando del suo opposto.

Ha l’andamento di un’indagine svolta dal poeta, che spesso nei versi è morto anche lui, questo libro: un domandare e domandarsi sul tema dell’oltre vita, quasi un tentativo di convivenza con l’inevitabile e una lunga riflessione, che a tratti incupisce, ma che risulta utile momento di sosta nella frenesia quotidiana e utile spunto di riflessione, come nei versi che seguono (pag.26 e pag.44):

Abbiamo attraversato
Cieli e mari di morte,
Approdando alla terra.
La morte da sempre
Vi abita, senza rispettare
I desideri dei vivi.
C’è forse un altro modo
Per non temerla?
Oh, fosse dolce e quieto
Il suo volto come
Una promessa che viene
Alla sera estiva
E placa la sete.
C’è forse un altro modo?
.
——
.
Il muschio e la pietra,
La ruggine e il corallo –
L’albero del melograno
Chiama l’edera. 
Le rose e i terremoti 
Sotto il segno di Mercurio, 
La voce del corvo risponde,
Nella terra del confine –
Sola – Io canto
.

Simboli, significati, evocazioni e rimandi in versi brevi, che man mano evidenziano la figura del poeta, come essere che abita e vive il mondo, ma che fondamentalmente è solo con il suo grande fardello, quello di vedere quel che altri non vedono, di cui rende noto attraverso i propri scritti; vi è un senso panico nei versi di Natalia Stepanova, un coinvolgimento di tutti gli elementi naturali e sovrannaturali, una religiosità non indifferente e una ricerca di comprensione degli accadimenti, appellandosi a quel che è di più dell’essere umano, come si legge, ad esempio, a pag.53:

Negli occhi dei poeti i mondi morti
Rimangono vivi in eterno.
Non giratevi mai a guardare
Le fiamme di Sodoma e Gomorra –
Potreste vedervi pietrificati.
Le lanterne rosse fanno strada
Nei vicoli maleodoranti:
Il buio dei secoli non è mai andato via
E il tempo non ha corso in macchina,
Inseguendo il sogno di essere dèi –
E nemmeno un dio è fuggito
Con le proprie gambe lì, dove noi
Abbiamo fotografato Marte
E bevuto l’acqua che non ha mai
Cambiato il corso dei suoi fiumi,
La luna è sempre stata sola 
In cima alla torre di Babele –
Crocifissa, si schiude l’ultima rosa, 
Tace il giardino, dormono i suoi fiori –
E sulle rose furono dette menzogne
E sull’amore scrivemmo cose non vere.
.

A pag.54 la domanda, dopo tanto aver detto, emerge sincera e chiarissima: Si è mai pronti a morire? […] / Parole antiche: / «Non temere, / Morire è solo andarsene, / Distante da questi luoghi / E da troppe parole / Che non serviranno». Ma morire è comunque continuare ad amare e ad essere amati, con sincerità e lontani da qui meccanismi che avvelenano la vita, che la complicano e la rendono triste, sembra voler sottolineare il poeta, che, di tanto affanno terreno, salva l’atto, il gesto, il ricordo d’amore purificato dalle negatività e ormai assunto come ponte tra due mondi, svelandolo nell’Amore per eccellenza, quello di Dio (pag.59):

Mio Dio, non mi abbandonare
Su questa terra di fatica e morte,
Signore mio Dio, non allontanarmi
Dal Tuo volto, dal Tuo verbo d’essere.
La morte terrena ci è dovuta
Ma tra i vivi il Tuo nome,
In ogni istante e in tutte le creature,
Appare consolatorio e placa la furia
Dei senz’anima e dei senza corpi.
Signore, io sono qui, nel giardino
Di alberi e di fiori che hai voluto per me –
Io non credo nella eterna morte,
E nella notte l’anima mia è con Te.
.

Degli horti romani è un compendio di terra e cielo, difficoltà umane e speranze divine, una corda tesa tra due realtà solo apparentemente antitetiche; un canzoniere in cui esseri umani, culture, fiori, elementi naturali e paesaggistici, quotidianità e entità sovrannaturali convivono senza scontrarsi, lievi e liberi di dire ognuno la sua, a maggior comprensione del mistero più grande, più fitto, di cui non siamo che un momento, magnificamente e lucidamente riassunto nei versi di pag.82:

Non essere triste –
È solo poesia,
E ogni cosa passa –
Non puoi fermare il dolore,
Non puoi fermare la gioia
E non a tutti è dato di amare –
Non essere triste,
È solo vita, è solo morte.  

[Angela Greco]

(immagine d’apertura: Villa di Livia, affreschi di giardino, parete corta meridionale – dal web)

AA.VV. E…state in poesia!

Il sasso nello stagno di AnGre vi dà appuntamento a lunedì 19 agosto c.m.Un carissimo saluto a tutti e…state in poesia, mi raccomando! [Angela]

*

di Pablo Neruda (Cile, 1904 – 1973)

E’ oggi

E’ oggi: tutto l’ieri andò cadendo
entro dita di luce e occhi di sogno,
domani arriverà con passi verdi:
nessuno arresta il fiume dell’aurora.

Nessuno arresta il fiume delle tue mani,
gli occhi dei tuoi sogni, beneamata,
sei tremito del tempo che trascorre
tra luce verticale e sole cupo,

e il cielo chiude su te le sue ali
portandoti, traendoti alle mie braccia
con puntuale, misteriosa cortesia.

Per questo canto il giorno e la luna,
il mare, il tempo, tutti i pianeti,
la tua voce diurna e la tua pelle notturna.

*

Canti e a sole e cielo col tuo canto

Canti e a sole e cielo col tuo canto
la tua voce sgrana il cereale del giorno,
parlano i pini con la lor lingua verde:
gorgheggiano tutti Il uccelli dell’inverno.

Il mare empie le sue cantine di passi,
di campane, di catene e di gemiti,
tintinnano metalli e utensili,
suonano le ruote della carovana.

Ma solo la tua voce ascolto e sale
la tua voce con volo e precisione di freccia,
scende la tua voce con gravità di pioggia,

la tua voce sparge altissime spade,
torna la tua voce carica di viole
e quindi m’accompagna per il cielo.

di Guillaume Apollinaire (Francia, 1880 – 1918)

Crepuscolo

Sfiorata dalle ombre dei morti
Sull'erba dove muore il giorno
L'arlecchina s'è spogliata
E specchia il suo corpo nello stagno

Un ciarlatano crepuscolare
Vanta i prossimi giri
Il cielo incolore è costellato
Di astri pallidi come il latte

Sul palco il pallido arlecchino
Saluta subito gli spettatori
Stregoni venuti di Boemia
Qualche fata e gli incantatori

Staccata una stella
la maneggia con le braccia tese
Mentre coi piedi un impiccato
Suona i piatti cadenzando

La cieca culla un bel bambino
Passa la cerva con i suoi cerbiatti
Il nano guarda con un'aria triste
Ingigantire l'arlecchino trismegisto
.
*
.
Hotels
La camera è sola
Ognuno per sé
Presenza nuova
Si paga a mese

Il padrone dubita
Pagheranno
Giro per strada
Come una trottola

Il rumore delle carrozze
Il mio brutto vicino
Che fuma un acre
Tabacco inglese

O La Vallière
Che zoppica e ride
Delle mie preghiere
Tavolo da notte

E tutti insieme
In questo hotel
Sappiamo la lingua
Come a Babele

Serriamo le porte
A doppia mandata
Ognuno porta
Il suo solo amore
.

.di René Char (Francia, 1907 – 1988)
.
A occhi chiusi e nello sforzo di prendere sonno
A occhi chiusi e nello sforzo di prendere sonno,
vedo brillare, sul fondo delle mie palpebre,
una brace: è l’anima ostinata,
il relitto lampeggiante
del naufragio glorioso del mio giorno.
.
*
.
203
Oggi ho vissuto l’istante della potenza
e dell’invulnerabilità assolute.
Ero un alveare che migrava
verso le sorgenti del cielo
con tutto il suo miele e tutte le sue api. 
.

.di Ada Negri (Italia, 1870 – 1945)
.
Capriccio
Veronetta Longhèna, tu mi piaci.
Il tuo sorriso è quello delle zingare,
bianco e rosso, con linee
sinuose, con fremiti fugaci
di sarcasmo e d'orgoglio.—Tu mi piaci.—
 
Dove l'hai preso il tuo bel nome?... È un nome
di guerra, non è vero?... Qual capriccio
d'amante allegro e ironico
te l'appuntò, qual nastro fra le chiome?...
Veronetta, mi piace il tuo bel nome.
 
Raccontami la tua vita randagia.
Io m'accovaccio presso a te, sul morbido
tappetino di Persia,
frugando con le molle fra la bragia.—
Raccontami la tua vita randagia.
 
Dimmi i paesi che vedesti, i porti
donde salpasti, spensierata rondine,
e il tuo piacer di vivere
così, padrona delle varie sorti,
come lo sei de' tuoi capelli attorti.
 
Io t'assomiglio, se mi guardi bene.
Ma è come fossi chiusa dentro un fodero,
mentre snudata sfolgori
tu, fina lama che in sua punta tiene
il mondo, per gingillo.—Guarda bene.
 
Quando riparti?... e verso qual ventura?...
.... Io resterò a frugar dentro la cenere;
e mirerò lo specchio
per rivederti in me, nella tua dura
fronte d'enigma, o Donna di ventura.
.
*
.
Il segreto
Spirò stanotte, senza dir parola.
Chi su lei pianse la coprì di rose
bianche, e i capelli in fronte le compose,
poi la lasciò nel gran silenzio sola.
 
Già intorno agli occhi e a le mascelle forti
si decompone il glacïal pallore.
Odor d'ambra e di ceri: odor di fiore
sfatto—e la calma estatica dei morti.
 
Ma la bocca che tace è però chiusa
sinistramente, un po' contratta, come
pietrificata su un lamento, un nome
caro, un comando, una suprema accusa.
 
Chi sa?... Volea la moribonda, forse,
d'un pesante segreto finalmente
purificarsi l'anima, languente
da tanto tempo tra le ferree morse
 
del silenzio: volea per la sua pace
ultima, forse, chiedere perdono,
o dir, chiudendo gli occhi: «Io ti perdono....».
.... Ma in cor per sempre il suo mister le giace.
 
Sta fra i neri capelli il sigillato
volto sì dolce un giorno, e par che dorma,
e par che avvolga la marmorea forma
l'ombra del sogno che non fu svelato:
 
sta la parola che non fu mai detta
sulla bocca di spasimo e di pietra:
dura, solenne, appassionata, tetra,
tace in eterno, ed in eterno aspetta.
.

.di Anne Sexton (Massachusetts, 1928 - 1974)
.
Il bacio
.
La bocca mi fiorisce come taglio.
Maltrattata tutto l'anno in lunghe
notti fatte soltanto di gomiti callosi
e delicate scatole di Kleenex che dicono piangi,
piangi; stupida bambina!
Prima il mio corpo era inutile.
Ora si strappa ai quattro angoli.
Strappa via gli indumenti della vecchia Maria, nodo dopo nodo
e guarda - Ora è colpito in pieno da questi dardi elettrici.
Zac! Una resurrezione!
Una volta era una barca, piuttosto legnosa
e senza impegno, senza acqua salata
e bisognosa di qualche ritocco. Non era altro
che un mucchio di tavole. Ma tu l'hai attrezzata, l'hai issata.
Tu l'hai scelta.
I miei nervi sono tirati. Come strumenti musicali
li ascolto. Là dove era silenzio
i tamburi e gli archi senza tregua continuano a suonare.
  Il merito è tuo.
Genialità pura all'opera. Caro, il compositore è caduto
nel fuoco.
.
*
.
Magia nera
.
Una donna che scrive è troppo sensibile e sensuale,
quali estasi e portenti!
Come se mestrui bimbi ed isole
non fossero abbastanza, come se iettatori e pettegoli
e ortaggi non fossero abbastanza.
Crede di poter prevedere gli astri.
Nell'essenza una scrittrice è una spia.
Amore mio, così io son ragazza.
Un uomo che scrive è troppo colto e cerebrale,
quali fatture e feticci!
Come se erezioni congressi e merci
non fossero abbastanza; come se macchine galeoni
e guerre non fossero già abbastanza.
Come un mobile usato costruisce un albero.
Nell'essenza uno scrittore è un ladro.
Amore mio, tu maschio sei così.
Mai amando noi stessi,
odiando anche le nostre scarpe, i nostri cappelli,
ci amiamo preziosa, prezioso.
Le nostre mani sono azzurre e gentili,
gli occhi pieni di tremende confessioni.
Ma quando ci sposiamo
ci abbandoniamo ai figli, disgustati.
Il cibo è troppo e nessuno è restato
a mangiare l'estrosa abbondanza. 
.
(testi e immagini – dove non specificato – dal web)(

Degli horti romani (poesie minori) di Natalia Stepanova letto da Angela Greco

Degli horti romani (poesie minori) di Natalia Stepanova letto da Angela Greco

Degli horti romani (poesie minori) – Ensemble, Roma, luglio 2019; prefazione di Giancarlo Pontiggia – è la nuova silloge di Natalia Stepanova; una raccolta, che giunge dopo cinque anni dalla pubblicazione precedente (“Il sentimento barbaro”, La Vita Felice, 2014 – qui) e che  sin dal titolo rende manifesta la “natura”, mi verrebbe da dire, di questo libro, collocandone la genesi nella campagna romana, dove l’autrice vive ormai da qualche anno, lontana dalla città e a stretto contatto con il verde, in un luogo di produzione, raccoglimento e riflessione.

Riflessione, anzi, riflessioni, confluite nelle poesie che oggi presenta ai lettori, in quello che, di fatto, è un giardino-orto dalle molte essenze, dai molti frutti e dai molti colori e profumi; pagine, che sembrano redatte nell’atto di compiere una passeggiata, pensando ad alta voce e riportandone i frammenti sulla carta. Francamente sfugge il senso del sottotitolo riportato in copertina, poesie minori, poiché non si trova esplicitato il termine di comparazione. Forse un rimando ad una certa tradizione, un atto di modestia, un auto-giudizio dell’autrice, chissà; ma lasciamo serenamente alla Poesia anche i suoi aspetti insoluti, com’è giusto che sia.

Il primissimo verso – No, non oggi, moriremo domani. – posto quasi come un esergo, istruisce subito il lettore sull’argomento principale, che si svilupperà nei vari testi, sottolineato ancora meglio dai primi tre versi della prima poesia, così come pure Pontiggia nella prefazione mette in evidenza: A dirotto, autunno, piove. / In mezzo agli uliveti stanno / Le anime dimentiche dei morti ovvero una riflessione sul rapporto tra il vivente (rappresentato dal poeta) e i defunti, evocati in varie scene, come entità sempre e comunque presenti anche nel quotidiano e legate alla vita. La chiave, invece, dell’intero scritto, si inizia a leggere tra questi versi: «Ecco, il cuore è – dicono – / Anche per i non più vivi. / Ah, il cuore! – sospirano – / È la più importante cosa, / È il primo nome», dai quali si evince che di poesia d’amore si tratta, questa di Natalia Stepanova; una poesia che sottolinea la vita (Prima del nero assenso, / Le amorose tessere / Della vita – compongo –), nelle ricorrenti rose che pure si incontravano nella pubblicazione precedente, parlando del suo opposto.

Ha l’andamento di un’indagine svolta dal poeta, che spesso nei versi è morto anche lui, questo libro: un domandare e domandarsi sul tema dell’oltre vita, quasi un tentativo di convivenza con l’inevitabile e una lunga riflessione, che a tratti incupisce, ma che risulta utile momento di sosta nella frenesia quotidiana e utile spunto di riflessione, come nei versi che seguono (pag.26 e pag.44):

Abbiamo attraversato
Cieli e mari di morte,
Approdando alla terra.
La morte da sempre
Vi abita, senza rispettare
I desideri dei vivi.
C’è forse un altro modo
Per non temerla?
Oh, fosse dolce e quieto
Il suo volto come
Una promessa che viene
Alla sera estiva
E placa la sete.
C’è forse un altro modo?
.
——
.
Il muschio e la pietra,
La ruggine e il corallo –
L’albero del melograno
Chiama l’edera. 
Le rose e i terremoti 
Sotto il segno di Mercurio, 
La voce del corvo risponde,
Nella terra del confine –
Sola – Io canto
.

Simboli, significati, evocazioni e rimandi in versi brevi, che man mano evidenziano la figura del poeta, come essere che abita e vive il mondo, ma che fondamentalmente è solo con il suo grande fardello, quello di vedere quel che altri non vedono, di cui rende noto attraverso i propri scritti; vi è un senso panico nei versi di Natalia Stepanova, un coinvolgimento di tutti gli elementi naturali e sovrannaturali, una religiosità non indifferente e una ricerca di comprensione degli accadimenti, appellandosi a quel che è di più dell’essere umano, come si legge, ad esempio, a pag.53:

Negli occhi dei poeti i mondi morti
Rimangono vivi in eterno.
Non giratevi mai a guardare
Le fiamme di Sodoma e Gomorra –
Potreste vedervi pietrificati.
Le lanterne rosse fanno strada
Nei vicoli maleodoranti:
Il buio dei secoli non è mai andato via
E il tempo non ha corso in macchina,
Inseguendo il sogno di essere dèi –
E nemmeno un dio è fuggito
Con le proprie gambe lì, dove noi
Abbiamo fotografato Marte
E bevuto l’acqua che non ha mai
Cambiato il corso dei suoi fiumi,
La luna è sempre stata sola 
In cima alla torre di Babele –
Crocifissa, si schiude l’ultima rosa, 
Tace il giardino, dormono i suoi fiori –
E sulle rose furono dette menzogne
E sull’amore scrivemmo cose non vere.
.

A pag.54 la domanda, dopo tanto aver detto, emerge sincera e chiarissima: Si è mai pronti a morire? […] / Parole antiche: / «Non temere, / Morire è solo andarsene, / Distante da questi luoghi / E da troppe parole / Che non serviranno». Ma morire è comunque continuare ad amare e ad essere amati, con sincerità e lontani da qui meccanismi che avvelenano la vita, che la complicano e la rendono triste, sembra voler sottolineare il poeta, che, di tanto affanno terreno, salva l’atto, il gesto, il ricordo d’amore purificato dalle negatività e ormai assunto come ponte tra due mondi, svelandolo nell’Amore per eccellenza, quello di Dio (pag.59):

Mio Dio, non mi abbandonare
Su questa terra di fatica e morte,
Signore mio Dio, non allontanarmi
Dal Tuo volto, dal Tuo verbo d’essere.
La morte terrena ci è dovuta
Ma tra i vivi il Tuo nome,
In ogni istante e in tutte le creature,
Appare consolatorio e placa la furia
Dei senz’anima e dei senza corpi.
Signore, io sono qui, nel giardino
Di alberi e di fiori che hai voluto per me –
Io non credo nella eterna morte,
E nella notte l’anima mia è con Te.
.

Degli horti romani è un compendio di terra e cielo, difficoltà umane e speranze divine, una corda tesa tra due realtà solo apparentemente antitetiche; un canzoniere in cui esseri umani, culture, fiori, elementi naturali e paesaggistici, quotidianità e entità sovrannaturali convivono senza scontrarsi, lievi e liberi di dire ognuno la sua, a maggior comprensione del mistero più grande, più fitto, di cui non siamo che un momento, magnificamente e lucidamente riassunto nei versi di pag.82:

Non essere triste –
È solo poesia,
E ogni cosa passa –
Non puoi fermare il dolore,
Non puoi fermare la gioia
E non a tutti è dato di amare –
Non essere triste,
È solo vita, è solo morte.  

[Angela Greco]

(immagine d’apertura: Villa di Livia, affreschi di giardino, parete corta meridionale – dal web)

AA.VV. Estate in versi, breve antologia

Estate di Herman Hesse

Improvvisamente fu piena estate.
I campi verdi di grano, cresciuti e
riempiti nelle lunghe settimane di piogge,
cominciavano a imbiancarsi,
in ogni campo il papavero lampeggiava
col suo rosso smagliante.

La bianca e polverosa strada maestra era arroventata,
dai boschi diventati più scuri risuonava più spossato,
più greve e penetrante il richiamo del cuculo,
nei prati delle alture, sui loro flessibili steli,
si cullavano le margherite e le lupinelle,
la sabbia e le scabbiose, già tutte in pieno rigoglio
e nel febbrile, folle anelito della dissipazione
dell’approssimarsi della morte
perché a sera si sentiva qua e là nei villaggi il chiaro,
inesorabile avvertimento delle falci in azione.

*

Estate di Cesare Pavese

È riapparsa la donna dagli occhi socchiusi
e dal corpo raccolto, camminando per strada.
Ha guardato diritto tendendo la mano,
nell’immobile strada. Ogni cosa è riemersa.

Nell’immobile luce dei giorno lontano
s’è spezzato il ricordo. La donna ha rialzato
la sua semplice fronte, e lo sguardo d’allora
è riapparso. La mano si è tesa alla mano
e la stretta angosciosa era quella d’allora.
Ogni cosa ha ripreso i colori e la vita
allo sguardo raccolto, alla bocca socchiusa.

È tornata l’angoscia dei giorni lontani
quando tutta un’immobile estate improvvisa
di colori e tepori emergeva, agli sguardi
di quegli occhi sommessi. È tornata l’angoscia
che nessuna dolcezza di labbra dischiuse
può lenire. Un immobile cielo s’accoglie
freddamente, in quegli occhi.
Fra calmo il ricordo
alla luce sommessa dei tempo, era un docile
moribondo cui già la finestra s’annebbia e scompare.
Si è spezzato il ricordo. La stretta angosciosa
della mano leggera ha riacceso i colori
e l’estate e i tepori sotto il viviclo cielo.
Ma la bocca socchiusa e gli sguardi sommessi
non dan vita che a un duro inumano silenzio.

*

Sarà estate di Emily Dickinson

Sarà Estate – finalmente.
Signore – con ombrellini –
Signori a zonzo – con Bastoni da passeggio –
E Bambine – con Bambole –
Coloreranno il pallido paesaggio –
Come fossero uno splendente Mazzo di fiori –
Sebbene sommerso, nel Pario –
Il Villaggio giaccia – oggi –

I Lillà – curvati dai molti anni –
Si piegheranno sotto il purpureo peso –
Le Api – non disdegneranno la melodia –
Che i loro Antenati – ronzarono –

La Rosa Selvatica – diventerà rossa nella Terra palustre –
L’Aster – sulla Collina
Il suo perenne aspetto – fisserà –
E si Assicureranno le Genziane – collari di pizzo –

Finché l’Estate ripiegherà il suo miracolo –
Come le Donne – ripiegano – le loro Gonne –
O i Preti – ripongono i Simboli –
Quando il Sacramento – è terminato –

*

Estiva di Vincenzo Cardarelli

Distesa estate,
stagione dei densi climi
dei grandi mattini
dell’albe senza rumore –
ci si risveglia come in un acquario –
dei giorni identici, astrali,
stagione la meno dolente
d’oscuramenti e di crisi,
felicità degli spazi,
nessuna promessa terrena
può dare pace al mio cuore
quanto la certezza di sole
che dal tuo cielo trabocca,
stagione estrema, che cadi
prostrata in riposi enormi,
dai oro ai più vasti sogni,
stagione che porti la luce
a distendere il tempo
di là dai confini del giorno,
e sembri mettere a volte
nell’ordine che procede
qualche cadenza dell’indugio eterno.

*

Madrigale d’estate di Federico García Lorca

Unisci la rossa tua bocca alla mia,
o Estrella gitana!
Sotto l’ora solare del mezzogiorno
morderò la mela.

Fra i verdi ulivi della collina
c’è una torre moresca,
colore della tua carne campagnola
che sa di miele e d’aurora.

Mi offri nel tuo corpo ardente
il divino nutrimento
che dà fiori al ruscello quieto
e stelle al vento.

Come ti sei data a me, luce bruna?
perché mi desti pieni
d’amore il sesso di giglio
e i seni sonori?
Fu per la mia tristezza?
(Oh, miei goffi passi!)
Forse destò pietà in te
la mia vita spenta di canti?

Perché non hai preferito ai miei lamenti
le cosce sudate
di un San Cristoforo contadino
pesanti in amore e belle?

Danaide del piacere sei con me.
Femminile Silvano.
I tuoi baci odorano come il grano
secco dell’estate.

Oscurami la vista col tuo canto.
Sciogli la tua chioma
dispiegata e solenne come un manto
d’ombra sopra i prati.

Dipingimi con la bocca insanguinata
un cielo d’amore,
su un fondo di carne, la stella
violetta del dolore.

Prigioniero è il mio pegaso andaluso
dei tuoi occhi aperti,
e volerà desolato e assorto
quando li vedrà morti.

Anche se tu non m’amassi, t’amerei
per il tuo sguardo cupo
come l’allodola ama il giorno nuovo
per la rugiada.

Unisci la rossa tua bocca alla mia,
o Estrella gitana!
Lasciami sotto il giorno chiaro
consumare la mela.

*

Cielo di giugno di Ada Negri

Cielo di giugno, azzurra giovinezza
dell’anno; ed allegrezza
di rondini sfreccianti in folli giri
nell’aria. Ombre, ombre d’ali
vedo guizzar sul bianco arroventato
del muro in fronte: ombre a saetta, nere,
vive al mio sguardo più dell’ali vere.
Traggon dal nulla, scrivendo con nulla
parole d’un linguaggio
perduto; e le cancellano
ratte, fuggendo via fra raggio e raggio.

*

Conchiglie di Katherine Mansfield

Eternamente giace e splende piano
sotto l’enormi tempestose ondate
e sotto le minute onde beate
che il Greco antico un tempo ha nominato
crespe di risa.
Ascolta: la conchiglia iridescente
canta nel mare, al più profondo.
Eternamente giace e canta silenziosa.

*

Conchiglie di Margherita Guidacci

Non a te appartengo sebbene nel cavo della tua mano
ora riposi, viandante;
né alla sabbia da cui mi raccogliesti
e dove giacqui lungamente,
prima che al tuo sguardo
si offrisse la mia forma mirabile.
Io compagna d’agili pesci e d’alghe
ebbi la vita dal grembo delle libere onde.
E non odio né oblio ma l’amara tempesta me ne divise.
Perciò si duole in me l’antica patria e rimormora
assiduamente e ne sospira la mia anima marina,
mentre tu reggi il mio segreto sulla tua palma
e stupito vi pieghi il tuo orecchio straniero.

(fonti varie dal web)

Nel nome del padre, autori vari

Il padre, di Pablo Neruda 

Terra dalla superficie incolta e arida
terra senza corsi d’acqua né strade
la mia vita sotto il sole trema e si allunga.

Padre, i tuoi dolci occhi non possono nulla
come nulla poterono le stelle
che mi bruciano gli occhi e le tempie.
Il mal d’amore mi tolse la vista
e nella fonte dolce del mio sogno
una fonte tremante si rifletté.

Poi… chiedi a Dio perché mi dettero
ciò che mi dettero e perché poi
incontrai una solitudine di terra e di cielo.

Guarda, la mia giovinezza fu un candido germoglio
che non si aprì e perde
la sua dolcezza di sangue e vitalità.

Il sole che tramonta e tramonta in eterno
si stancò di baciarla… È l’autunno.
Padre, i tuoi dolci occhi non possono nulla.

Ascolterò nella notte le tue parole:
…figlio, figlio mio …
E nella notte immensa
resterò con le mie e con le tue piaghe.

*

Ricordo del padre, di Sibilla Aleramo

Sempre che un giardino m’accolga
io ti riveggo, Padre, fra aiuole,
lievi le mani su corolle e foglie,

vivo riveggo carezzare tralci,
allevi rose e labili campanule,
silenzioso ti smemorano i giacinti,

stai fra colori e caldi aromi, Padre,
solitario trovando, ivi soltanto,
pago e perfetto senso all’esser tuo.

*

Il pastrano, di Alda Merini

Un certo pastrano abitò lungo tempo in casa
era un pastrano di lana buona
un pettinato leggero
un pastrano di molte fatture
vissuto e rivoltato mille volte
era il disegno del nostro babbo
la sua sagoma ora assorta ed ora felice.
Appeso a un cappio o al portabiti
assumeva un’aria sconfitta:
traverso quell’antico pastrano
ho conosciuto i segreti di mio padre
vivendoli così, nell’ombra.

*

A mio padre, di Alfonso Gatto

Se mi tornassi questa sera accanto
lungo la via dove scende l’ombra
azzurra già che sembra primavera,
per dirti quanto è buio il mondo e come
ai nostri sogni libertà s’accenda
di speranze di poveri di cielo,
io troverei un pianto da bambino
e gli occhi aperti di sorriso, neri
neri come le rondini del mare.
Mi basterebbe che tu fossi vivo,
un uomo vivo col tuo cuore è un sogno.
Ora alla terra è un’ombra la memoria
della tua voce che diceva ai figli:
“Com’è bella la notte e com’è buona
ad amarci così con l’aria in piena
fin dentro al sonno”. Tu vedevi il mondo
nel plenilunio sporgente a quel cielo,
gli uomini incamminati verso l’alba.

*

[senza titolo] di Angela Greco

L’ombra è tarda. Bianca sul muro
oltrepassa la soglia. Che ore sono?
Antimeridiane troppo lunghe
reggono l’edificio dal 1987.
 .
Voce fuori campo visivo. Vetro rotto.
Il profilo della finestra riflesso
sulla carta che argina il vento.
Sottosopra la sfera dice che è inverno.
 .
Il raggio inclinato iugula il giorno. S’apre
l’angolo all’irriverenza di calore e luce.
S’intensifica la volontà di cancellare quest’ora,
eppure desisto. Eppure, ancora (ti) aspetto.
.
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due poesie di Göran Tunström

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due poesie di Göran Tunström (1937-2000) 

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DESIDERIO ULTIMO

Ciò che in fondo desidero
da una poesia
è
che possa essere letta
lentamente
che si possa invecchiare
tra una parola e l’altra;
che quella giallo farfalla, cinese
sugli enigmi mai risolti dello spazio
ascolti spensierata
sull’estremità del ramo lucente.

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PER TE CHE RICHIEDI UNA POESIA

Stanotte mi sono chinato sul tuo letto
Abbracciavi l’aria con le mani
E la vita volgeva occhi grandi verso te

Lo so: il nostro giorno era stato la scogliera
da cui sei uscita con violenza

Ma come l’acqua dalla scogliera
venisti verso la mia bocca,
e tutto fu luna e profumo d’acero
Proprio fra il sonno e la veglia
Ora lo sai: la poesia è possibile
per questa cosa che manca a metà.

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(per queste poesie si ringrazia L’Ombra delle Parole
immagine: illustrazione di Christian Schloe)

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tunstromGöran Tunström: scrittore svedese (Karlstad 1937 – Stoccolma, 2000) è considerato  uno degli scrittori più innovativi della letteratura del suo paese. Tema di fondo della sua poetica è quello della separazione e dell’unità, all’interno di realtà e suggestioni quanto mai differenziate. Tra le opere: De heliga geograferna (“I santi geografi”, 1973) e Juloratoriet (1983; trad. it. L’oratorio di Natale, 1988).Trascorse l’infanzia a Sunne, un villaggio della Svezia occidentale, dove il padre, un pastore protestante, esercitava il proprio ministero. La precoce perdita del padre così come il paesaggio e la gente di Sunne sono le esperienze da cui trasse alimento la sua opera, ammiratore di S. Lagerlöf, nativa come lui del Värmland, della quale seguì le orme, coltivando una scrittura in bilico tra fantasia e realtà, tra mondo epico e mondo reale. La giovinezza passata all’estero, i lunghi viaggi nelle regioni più diverse della terra, soprattutto in India (Indien – en vinterresa “India – un viaggio d’inverno”, 1984), acuirono la sua percezione del mondo, consentendogli di maturare ed elaborare il tema fondante della sua ispirazione. Esordì nella lirica (Inringning “Accerchiamento”,1958), genere che continuò con Svartsjukans sänger (“Canti della gelosia”, 1975) e Sandro Botticellis dikter (“Le poesie di Sandro Botticelli”, 1976), cui seguì Dikter till Lena (“Poesie per Lena”, 1978). Ma la sua affermazione avvenne nella narrativa con De heliga geograferna, romanzo ambientato a Sunne, come i successivi Guddöttrarna (“Le figliocce”, 1975) e Prästungen (“Il figlio del pastore”, 1976). Dopo Ökenbrevet (“La lettera del deserto”, 1978), narrazione in prima persona dell’adolescenza di Gesù, completò il ciclo dei romanzi di Sunne con Juloratoriet, che gli valse il premio del Consiglio Nordico (1984) e il successo internazionale. Successo non inferiore conobbe Tjuven (“Il ladro”, 1986), cui seguì un periodo di silenzio durante il quale maturarono i racconti di Det sanna livet (1991; trad. it. La vita vera, 1998). Fece ritorno al romanzo con Skimmer (1996; trad. it. Chiarori, 1999) e tratteggiò uno scherzoso autoritratto nel fantasioso e sofisticato En prosaist i New York (1996; trad. it. Un prosatore a New York, 2000). Nel successivo romanzo Bëromda män som varit i Sunne (1998; trad. it. Il libro degli ospiti di Sunne) ha celebrato ancora il luogo emblematico della sua ispirazione attraverso la figura di un astronauta che torna dallo spazio per riportare a Sunne le ceneri della madre. (da Enciclopedia Treccani)

Angela Greco, poesia tradotta in spagnolo

ferdinando scianna
fotografia di Ferdinando Scianna

 

Angela Greco, versi tratti da AA.VV. PASSION, only erotic poetry

antologia di autori contemporanei italiano/spagnolo a cura di Raffaella Amoruso per i tipi The Writer (ottobre 2014) con traduzione di Rafael Fernando De Ocaña, nota introduttiva di Fabio Amato e nota critica di Maurizio Setti.

Il volume è presente presso le Biblioteche dell’Istituto Italiano di Cultura a Buenos Aires e a Malta.

Angela Greco - Passion AA.VV - The Writer 2014

 

 

nota poesia Angela Greco - Passion AA.VV

VOCI DI CAMBIAMENTO, Autori Vari – Voices of change, poetry / e-book scaricabile gratuitamente

change
Take Change in Your Own Hands (dal web by flickr.com)

“Voci indipendenti dal giorno specifico in cui ci rendiamo pubbliche, abbiamo scelto di far parte di una a-temporalità che renda attenzione ad un forte bisogno collettivo qual è il cambiamento, che urla realizzazione nello spazio che siamo e che attraversiamo, consapevoli del prestito e non del possesso di quanto ci viene benignamente fornito dalla sorte. […] Ed è la parola, poetica e pittorica in questo caso, alla quale chiediamo e a cui affidiamo la nostra volontà di cambiamento, partecipando all’azione globale dei 100mila Poeti (100 Thousand Poets for Change) e artisti mobilitatisi a livello mondiale in questo 27 settembre 2014 per essere unica e forte voce contro tutto quello che sta portando alla deriva l’Uomo…”

SCARICA IL PDF QUI:

VOCI DI CAMBIAMENTO AA.VV – poesia & arte 27settembre’14 – Il sasso nello stagno di AnGre

Autori:

*Cataldo A. Amoruso  *Antonino Caponnetto  *Daniela Cattani Rusich

*Mirta De Riz  *Franco Floris  *Annamaria Giannini

*Angela Greco  *Pasquale L. Losavio   *Daìta Martinez

*Sebastiano A. Patanè-Ferro  *Romeo Raja  *Roberto Ranieri

*Augusto Salati  *Nunzio Tria  *Antonella Troisi  *Giorgio Chiantini

*Gianni Gianasso  *Kostia

Il sasso nello stagno di AnGre per 100 Thousand Poets for Change ...

Il nostro mondo di Florbela Espanca

img_Il-bacio-particolare_Gustav-KLIMT
Gustav Klimt, Il bacio (1907-1908), particolare

 

Il nostro mondo (di Florbela Espanca)

 

Bevo la vita, la vita, a sorsi lunghi

come un divino vino di Falerno,

posando in te il mio guardare eterno

come le foglie fanno sopra i laghi…

 

I miei sogni ora san più vaghi,

il tuo guardare in me oggi è più dolce…

E la vita adesso non è il rosso inferno

tutto di parvenze tristi e di presagi.

 

La vita, Amore mio, voglio viverla !

Nella stessa coppa, alzata nelle tue mani,

avremo bocche unite a berla.

 

Che importano il mondo e le illusioni defunte?

Che importano il mondo e i suoi orgogli vani?

Il mondo, amore?… Le nostre bocche giunte!

 

(Traduzione di Alberto Cappi)

*

da Poesia d’amore del Novecento, Crocetti Editore 2007

Antonia Pozzi, Commiato

tramonto fuoco

 

Commiato

Si levarono alate di tormenta
le crode
sul gran volo della slitta:

poi declinò
con l’ombra del cavallo
il sole rosso
su dorsi di abeti.
Allora
accordi tenui di chitarra,
cori sommessi infranti, oltre le creste
corsero col tramonto
sul deserto
tinnulo trotto.

A sera
l’ultima mano rosea –
una pietra –
alta accennava
salutando:
e pallida
nell’aria viola pregava le stelle.

Lentamente
i fiumi a notte
mi portavano via.


Misurina, 11 gennaio 1936

*

Antonia Pozzi

(si ringrazia la poetessa Cettina Lascia Cirinnà per il testo)