Lorenzo Calogero, versi da Come in dittici

mimmo-rotella-retro-daffiche-Senza Titolo, 1953

due poesie di Lorenzo Calogero (Melicuccà, RC, 28 maggio 1910 – 25 marzo 1961)

Perché mestizia…

Perché mestizia levata in alto
ora albeggi com’è intirizzita
la materia, non serve più una sera.
Inerte bruma diafana leggera
è quest’ombra opaca che ti calpesta.
S’allarga una nuvola nella mano.
Di fiori in confuso è un oscuro.
Verticalmente in due si apre
piccolo villaggio. So di non esserti
accanto. E’ una festa appena affiori.
La vita dei sogni.
Ora potrebbe essere, ma accade
di là dal pensiero e, per quanto vivo
e non sogno, ora ricordo
cosa potrebbe essere. Si sfilaccia
apertamente cedua l’orma
da una pianta, una piccola
particella di una vita
che non seguo.
Pure, purché tu sia,
trabocca da queste parti
ferme al vero una forma
che non vuoi. Miriadi d’uccelli
nella densità sonora delle onde
delle lucciole che si accendono
e spengono nella sera sono delle deserte
schiume una forma, nella mano ferma
tua prossimo un pensiero.
.

*

Non lacrima più una luna

Non lacrima più una luna
o va via col vento.
Una sfinge fugge cieca
e forse non è più un caso
lontanando nei brevi aliti
dei colli, sugli alberi,
nuda una linea
in continua mesta discesa
dentro un’idea.
.

[da Poeti italiani del secondo Novecento – Oscar Mondadori]

*

Immagine d’apertura: Senza Titolo del 1953, opera di Mimmo Rotella – artista e pittore italiano (Catanzaro, 7 ottobre 1918 – Milano, 8 gennaio 2006) –  della serie di 30 opere retro-décollage, realizzata dai primi anni ’50 agli inizi degli anni ’60,  con carte lacerate da manifesti strappati dai muri, incollate sulla tela ed elaborate fino ad ottenere nuove composizioni con equilibri cromatici e ma

I Pinakes di Locri Epizefiri – sassi d’arte

a sinistra, pinax in terracotta, Locri V sec. a.C., Demetra e Ade in trono; a destra, Hermes e Aphrodite – Reggio Calabria,Museo Archeologico Nazionale

.

I Pinakes, al singolare Pinax (in greco Πίνακες), sono dei quadretti votivi in terracotta, legno dipinto, marmo o bronzo tipici dell’antica Grecia. In Magna Grecia furono prodotti tra il 490 e il 450 a.C. principalmente nelle poleis di Rhegion e Locri Epizefirii ed è presso il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria che si trova oggi la vastissima collezione di questi reperti, rinvenuti sui luoghi del centro coloniale magno-greco di Locri Epizefirii.

I pinakes sono i più caratteristici ex-voto rinvenuti a Locri e costituiscono un complesso unico nel mondo greco per quantità, varietà e qualità e la gran quantità di pezzi ritrovata ha permesso di individuare più di 170 scene. Si tratta di tavolette in terracotta realizzate in serie grazie all’uso di matrici e arricchite di una vivace policromia, le quali recano scene a bassorilievo connesse al mito di Persefone e ai rituali del culto tributato alla dea nel santuario della Mannella. Donati alla dea dalle fanciulle di Locri in procinto di sposarsi, con l’intento di ingraziarsi la protezione divina in questo momento di transizione e di assicurarsi un’unione feconda, venivano probabilmente appesi, grazie ai fori di sospensione, alle pareti dei piccoli edifici di culto e forse anche agli alberi del recinto sacro. Quando il santuario subì una ristrutturazione, furono spezzati ritualmente, in modo da evitarne un sacrilego reimpiego, e scaricati in una stipe votiva.

Pinax_rapimento_persefone
pinax: rapimento di Persefone

.

Nei pinakes è innanzitutto rievocata la vicenda di Kore-Persefone, dal rapimento da parte di Hades al matrimonio con costui. Un nucleo consistente di scene ha come oggetto momenti del culto, in particolar modo l’atto rituale consistente nell’offerta: di animali, di fiori e di frutta, di un abito (il cosiddetto “peplo nuziale”) portato in processione, dei giochi infantili. Altre scene alludono ai preparativi delle nozze, come l’acconciatura e la vestizione della sposa, nonché la preparazione del letto nuziale. Un gruppo di pinakes, che prevede la riproduzione di un bambino entro una cesta, allude alla maternità, fine primario del matrimonio, mentre alla sfera della sessualità necessaria a tale scopo rimanda quel gruppo di scene che vede protagonista Afrodite.

Le raffigurazioni dei pinakes tuttavia non sono univoche, in quanto prevedono la comprsenza di tre livelli di lettura difficilmente distinguibili tra loro: si richiamano, infatti, le nozze sacre di Persefone e Hades; si allude alle cerimonie con cui nel santuario della Mannella queste erano rievocate; si fa riferimento ai complessi riti di iniziazione che accompagnavano le nozze dei locresi, vissute non come un fatto privato, ma come un momento fondamentale per l’intera comunità.

[testo tratto e adattato da R.Schenal Pileggi, I pinakes di Locri Epizefiri – Laruffa Editore]

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uno dei pinakes di Locri-Epizefiri

Ab ovo, tempo di poeti & poesia…e ricordi, di Cataldo Antonio Amoruso

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Vincenzo Foppa, Cicerone bambino che legge, 1462–1464 circa, Londra, The Wallace Collection

Ab ovo

di Cataldo Antonio Amoruso

Ab ovo, dall’inizio e tanto per darmi un tono, cosa che ho sempre rifuggito. I poeti non fanno la poesia, tantomeno la poesia fa i poeti. E’ un rapporto che trovo inevaso, inconcluso, questo dare ed avere tra la forma e il sentire. Certo è possibile saper scrivere poesia, farne critica ed esegesi, anche senza troppo spendersi e con qualche guadagno in termini di visibilità e apprezzabilità; interpretare poesia è altro, e questo non paga, quasi mai. Se la poesia ti cerca, prima o poi ti trova. Se la cerchi, allora cercala nelle parole di altri che ci sono passati, forse ti sarà più facile incontrarla, certo sarà stato un altro a saperla proporre – magari un letterato, un mestierante, nella peggiore delle ipotesi – ma cosa importa… a questa fiera non si vince nulla, al massimo un altro giro di giostra. Come mai se vi aggirate per blog ed editoria varia non trovate mai qualcuno che vi spieghi cosa volesse dire con quelle parole spezzate prima che finisca il rigo? Nella peggiore delle ipotesi si tratta del guadagno che chi scrive può ricavare dall’essere sopravvalutato dal lettore… che poi questi ruoli, ovvero chi è colui che scrive, chi è colui che legge, sono assolutamente arbitrari, casuali, dipendenti da scelte personali… Bisogna avere quell’onestà di dichiarare cosa si voleva dire con i cosiddetti versi e meravigliarsi di cosa il lettore abbia capito, che, spesso ma non sempre, va oltre le intenzioni del ‘poeta’, e magari rendergliene merito… a chi legge, dirgli ‘ah, non l’avevo capito!’ e ringraziarlo.

Qui sotto, sono scritte cose molto personali (!!!) che parlano di timori e paure dell’infanzia, di ammonimenti e insegnamenti popolareschi, rudimenti accolti senza filtri di alcun genere… e poi spero che ci sia quello che l’eventuale lettore potrà capire meglio del sottoscritto: a lui sono riconoscente e dico: Ah, l’ho scritto ma non l’avevo capito!… Grazie.

Le mani pronte
a ripetere
chirieleisò, chirieleisò
– dillo con me, non so cosa sia –
lo dico, non aver paura
forse è il treno delle notti tutte
o il tuono, lo hai sentito? Hai visto il lampo?
Poteva risucchiarti, se solo sull’uscio…
entrare e con te in braccio vederlo volare

no, nessuno è tornato
ci hanno lasciato solo le mani, sudate
dammi un bacio, piccolissimo
tra le cortine
ora,
sembrano quasi barricate, sì
ridiamo… tienimi la storia:
ti ripeto le cinque giornate
già…

ma capire quel tempo
abitarne l’intercapedine
saggiarne lo stacco
c’era uno così, sai? Nell’altra stanza
tra il carapace e la materia
molle

il piccolo vuol sapere tutto

ma non so come finisce, l’ho scordato
forse
sognavamo
e ripetevo
con te christeleisò, christeleisò
tutta la notte ho baciato il santino
ma non t’ho svegliata, non io
forse era la paura chi veniva a toccarti
a sfiorarti sugli òmeri sommandosi
a quanti eravamo, a capo e a piedi nello stesso letto
a una distanza che non muta
quale non so…
forse questa cesura dal giorno
o dalle paure
o dai ricordi dai precetti dagli insegnamenti
dalle piccole note spacciate per comandamenti
dai non guardate le mani di chi ha, dai non chiedete nulla
o dai meglio una febbre che vi porti
per quanto vi ami
piuttosto che ladri
o infami

chirieleisò, christeleisò
guarda le mani, guarda le mani
e i cocci del rosario
il primo morto della nostra vista
e quasi con gli occhi
si muovono ancora e le dita e le nari.

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Lorenzo Loli (?) (1612-1691), incisore – Monza (MB), Civica Raccolta di Incisioni Serrone Villa Reale

Legami di terra: A Bonura di Cataldo Antonio Amoruso

agro di Cirò Marina -fotografia di Cataldo Antonio Amoruso
agro di Cirò Marina con lo Jonio sullo sfondo (ph.Cataldo Antonio Amoruso)

 

A Bonura 

mi chiama ancora
il freddo variegato delle argille
come fine a se stesso si sente nell’aria
il richiamo dei caprai, echeggia
nel vuoto di fiumara, gli oleandri
solitari si offrono alle anse
ché grama la vita non scuote più i fondali
e le sabbie non dànno sul limitare
più che rifugi miseri agli armenti

risalgo negli sguardi perduti sui crinali
li infestano ai pendìi assidue le festuche
le stoppie crepitanti, le pagliuche
color dell’oro prima che a sera brucino

anche le strade si sono fermate
per tempo han rinunciato a questa quota di Bonura

che tu solo, padre, con rabbia carezzavi

ne rimane l’incanto
di quello sprazzo a mare
un labbro gonfio tra due seni verdi
di desiderio d’infanzia e afrori

mi alberga sempre un greto di ricordi e di pensieri
dove inseguo per labirinti le mie formiche a vela.

Nel medio evo, anni ’50 del ‘900- so di parlare di un’altra era- ai latifondisti vennero confiscati, nel Sud d’Italia, molti terreni, che vennero distribuiti, quotizzati, ai contadini… (vedere legge Gullo e Opera Valorizzazione Sila, o Ente Sila, per quel che riguarda la Calabria); ovviamente i rapporti di potere nella società non cambiarono, credo di poter dire, ma ormai questi sono argomenti che non fanno testo, in un paese dove la storia si può scrivere quasi sempre con la ‘esse’ minuscola. A mio padre toccò in sorte (nel vero senso della parola: fu sorteggiata) una ‘quota’ di terreno che sarebbe risultata difficile da raggiungere anche alle capre… e certamente non avrebbe mai dato di che sfamare una famiglia. Non a caso quel sito si chiama ‘Bonura’, la buon’ora… almeno un po’ di ironia!

[Cataldo Antonio Amoruso]

Casa sparsa, di Cataldo Antonio Amoruso

casello 98 - Cirò Marina
Casello 98, Cirò Marina (KR)

 

Casa sparsa*

Sì, io sono la più anziana del gruppo.
Sono la casa verso la collina, quella a mezza costa, che si raggiunge per ultima, forse a fatica; forse dico, perché io non conosco la fatica del cammino: posso solo offrire rifugio a chi giunge dal fondovalle.
Sono la più anziana, dicevo.
Quella sorta quasi per scommessa e quella che per prima si è svuotata, quella forse che negli ultimi tempi ha udito le voci e i nomi più strani.
Ogni giorno che passa divento sempre più una casa isolata.
Da sparsa che ero.
Questo è anche meno.

Leggo negli occhi di chi si ferma a guardarmi una controversa voglia di possesso, un dimesso far di conto, l’eterno raffronto, i costi, i ricavi, i benefici…
Una casa è sempre una casa, una casa si può sempre riattare, qualcosa si può sempre recuperare, e poi agevolazioni, detrazioni, e i sempre che cedono il posto ad altri sempre che non finiscono mai…
E intanto quegli occhi poi tirano avanti, passano oltre, giù verso le case che lungo la strada digradano verso il mare, servite dai mezzi, ogni anno rivalutate, con cartelli fioriti, ore pasti e inviti.
E mai una parola gentile, un pensiero un po’ fuori dalle righe, mai un’idea che sfiori i pensieri di quelli che mi inchiodano il fardello “vendesi” e di quelli che si fermano a leggerlo.
Gente sempre diversa, affittuari di ventura, passeggeri…

ulivi in bianco e nero a cirò marina (KT)
Ulivi a Cirò Marina (ph.AnGre)

E’ molto cambiata la gente del posto, in questi quarant’anni.
Anche se, in fondo, a pensarci bene, questo posto non ha più una sua gente.
Sui nostri tetti sono rimaste le antenne.
E anche le antenne, là in basso, da tempo hanno cambiato forma.
Quarant’anni fa non era così.
Quell’apparecchio, quello scatolone era veramente qualcosa di sacro.
Ed io ho faticato e fatico ad abituarmi a tutte quelle voci che si alzavano e abbassavano a piacere, senza un motivo che fosse nell’ordine delle cose…e quel variare continuo di immagini, e questa antenna, questa croce da sostenere sul mio tetto, come un simulacro o una visione che indica la via verso l’etere…

Me li ricordo, il primo giorno che lo scatolone si accese, sarà stato il ’64, lì nella stanza dove per tanti anni avevo assistito alla lentezza delle serate passate intorno ad un braciere, a raccontare, immaginare, sognare, trattenere paure…e l’eccitazione del figlio più piccolo, la tensione palpabile sul volto del padre, il figlio più grande, serissimo, col dito pronto sulla levetta dello stabilizzatore, e le bambine e la moglie, incredule di fronte a tanta spesa, a tante cambiali.
E poi la prima immagine, un film di Ivanhoe, qui, nella mia stanza da pranzo, cavalli imbizzarriti, spade, accozzaglie di fanti e briganti, proprio lì dove ora si affaccia un rampicante.
E il braciere allontanato, “compriamo anche una stufa elettrica…, ci sarà più posto!”
Già, perché allora non avevo ancora i riscaldamenti appiccicati ai fianchi come un cilicio e quella grande ruota di legno con il braciere al centro era troppo ingombrante, anche se nei loro ricordi – sciocco a dirsi, o patetico -, la cinigia fa ancora faville.

Lo so, i miei sono i ricordi di una vecchia casa in quiescenza, una casa che non chiede più nulla, che non ha più voglia di rifacimenti e di riparazioni al risparmio.
Mi basterebbe forse solo un po’ di cielo, ecco, un po’ di cielo e qualche ricordo.
Forse me li lasceranno, ricordi e cielo, attraverso queste tegole che il vento ha discosto, i volti di rapina di questi miei abitanti venuti da di là dal mare, per i quali sono pur sempre una casa, seppur di fortuna, abusiva, ma viva, almeno fino a quando un reticolo di mattoni non verrà a chiudermi gli occhi e la bocca.

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Casello FS Km 203+108,della linea Taranto-Reggio di Calabria (ph.Cataldo Antonio Amoruso)

Rumori, non è il solito treno che fa vibrare i miei vetri sottili, che interseca le radici dei pini allungate fin sotto i binari, e non è ora di fantasmi o acquirenti, chi mi abitava è sgattaiolato fuori, nella sua ombra clandestina, dovrei avvertire solo deserto, sconnessioni di maioliche e mattonelle, ragni, lavorio di formiche, invece qualcosa ho sentito, non possono essere passi, non può essere che passi…

Passi che hanno scelto il buio incipiente, occhi che mi guardano quasi con timore, che sembrano sfiorarmi, di là dal muretto riquadrato con al centro la effe e la esse, avvitate, lo stemma delle ferrovie, oltre la cisterna, dove i ragazzi si contendevano fragole e sguardi di volpe, nel posto dove venivano a ricamare le ragazze del quartiere, ‘da ruva’*, rilasciando, a volte, sorrisi, quasi sempre incanti.
Oggi i miei occhi sono stanchi, e forse solo credo di vedere, ma qualcosa mi parla di un’ora che è giunta, di un ragazzo che è tornato, un cercatore di braci.

Vorrei staccare il mio cartello più bello, il “vendesi” più allettante, cui ho saputo resistere, dirgli sono io, la tua unica, ultima casa, da sempre, ricordargli il solletico bambino di quando coi gessetti sottolineava le mie crepe, già allora avevo crepe lunghissime, un mio vezzo, come ciglia, come gambe, e le sue mani le coloravano, indolenti, poi scappava via inseguito da strilli o pensieri.
Forse mi sto illudendo per l’ultima volta, è un lusso un po’ eccessivo che voglio concedermi, prima che arrivino le ruspe, prima che sia la mia ora.

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Torre Vecchia, Madonna di Mare (Cirò Marina)

Eccolo, non posso più sbagliarmi, il cancello stride come sempre, come quando i ragazzi lo sentivano cigolare e correvano incontro al padre, per richiudere e aggiungere la sicurezza di una palizzata a questa specie di fortino per famiglia sola.
Si avvicina, scosta erbacce, si guarda intorno, cerca di ricordare, sì, ricorda, come non potrebbe, sul muro del magazzino dei ferrovieri c’è ancora il disegno col carboncino del soldato con cui giocava alla guerra, forse un tedesco, con in mano una granata…l’ha visto, son sicura, e mi ha vista, è qui per me, non può essere diversamente.
Ho resistito con tutte le mie forze, ho cercato di conservare quanto più ho potuto, poi l’abbandono, gli anni, i vandalismi, queste persone che hanno violato le mie stanze più segrete, con bottiglie rotte, con aghi, materassi disfatti, mi hanno ridotta così, quasi un ammasso di pareti, e crepe, null’altro.

Lui invece se n’è andato anzitempo, non ha voluto esserci per il trasloco, e non è più tornato, prima d’ora, e chissà poi cosa è venuto a cercare, se quello che sta facendo può avere ancora un senso.
Altre case mi han parlato di lui, come parliamo noi case, coi nostri messaggeri invisibili di gioie e di paure, quei portatori di ansie e rumori che lui chiamava ‘spirdi’*, quando serrava tra le dita l’immaginetta dell’angelo custode sotto il cuscino, per prendere sonno, ché aveva sempre paura dei miei muri, allora, e non bastava la madre sempre presente, voleva sempre e solo luce, come di giorno fatto.

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Tramonto da Madonna di Mare, Cirò Marina (ph.AnGre)

Quante avrei da dirtene, ragazzo, se solo potessi, ma dovrai essere tu a ricordare, a capire…io lo so che sei passato più volte qui davanti e non ti sei mai fermato, e ai tuoi figli hai ripetuto sempre la stessa solfa…guardate, quello è il casello delle ferrovie dove ho sempre vissuto, e poi, per farli ridere, ma sono nato in un’altra casa che prima di essere abbattuta -ci passiamo spesso quando andiamo al mare- era diventata una stalla, e per poco non ho avuto anch’io un bue e un asinello…che sciocchezze!, ma questo almeno sai dirtelo da solo… e scusami, se a volte anch’io recrimino.

Ma ora sei qui, e non mi importa, vorrei solo staccarmi di dosso qualche ragnatela più perniciosa, come fanno le madri che si asciugano le mani col grembiule prima di gettarle al collo del figlio che torna, ma questo a noi case non è dato, noi per queste cose dobbiamo aspettare il vento: ti parlerà, per me, come un silenzio grande, di voci spente, di suoni riposti e imposte preda della tormenta, di versi paurosi d’animali, di racconti incredibili di morti spaventose, di catene agitate nella notte, di bocche nere, e braccia levate dal sottosuolo… credevi a tutto, piccola volpe paurosa, piccolo chisciotte senza sosta, credevi agli amori, e forse questo ti ha perso, chissà cosa immaginavi… proprio qui nel mio grembo, dove ti ho sentito crescere, diventare un giovane uomo, poi ti sei fatto sempre più serio, più cupo, hai preso a tacere, e mi mancavano i tuoi gomiti sul davanzale, la corsa, quando sentivi un treno arrivare, per salutare viaggiatori senza un sorriso, solo una mano alzata al finestrino, ogni tanto, di rimando, per educazione.

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Cirò Marina, ferrovia

Si è fermato, lo sapevo, indugia, io so cosa cerca, ha nascosto tesori, scava nella memoria di piccoli forzieri lontani, non sa, li hanno portati via in silenzio, coi materiali di risulta degli ultimi scavi, lontano dalle viscere di questo orto che si ostinavano a chiamare giardino, si rassegnerà, penserà di essersi sbagliato, meglio così, meglio che si accontenti di soli ricordi, del dito che spinge sulla scorza del pino superstite, ripassando a mente i disegni scavati che il tempo ha cancellato quasi interamente, con altre scorze più dure e colate di resine.

Il pino è enorme, una chioma che è un mare verde scheggiato di piccole isole scure, i nidi di passeri e rondini, piccole case che il freddo straziava con rovinose cadute di implumi al suolo e la sua lotta col tempo e coi gatti lesti ad afferrarli e portarli via, li rincorreva anche a piedi nudi, se era il caso, sul tappeto pungente degli aghi caduti.
Era così la tua casa, con l’altro pino, anche lui gigantesco, quello che se n’è andato da tempo, un giorno di novembre che decisero che le sue radici avrebbero potuto sollevare i binari…come dicevano?…ah, che poteva essere un pericolo, che era troppo vicino alla sede ferroviaria, sì, così mi pare.
E ora sei qui e forse non sai bene cosa cerchi, o non riesci a dirlo chiaramente: si chiama capire, ed io, da vecchia casa, io che da te mi sono lasciata abitare, posso dirtelo, ragazzo, questo che vorresti fare tu, si chiama capire.

Ora, se vorrai, potrai anche parlare.

[Cataldo Antonio Amoruso, testo ridotto per Il sasso nello stagno – foto dal web laddove non specificati gli autori]

§

* “Casa sparsa” credo sia un termine specifico, anche nella toponomastica delle abitazioni rurali, almeno così l’ho inteso leggendo un saggio della professoressa Maria Luisa Gentileschi sullo sviluppo delle marine sul litorale ionico della Calabria;

* I “spirdi” sono gli spiriti, i fantasmi, la pronuncia prevede una specie di s come in sc: scpird.

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Cirò Marina (KR)

Lorenzo Calogero, Rimane fra me e te

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Rimane fra me e te

Rimane fra me e te questa sera
un dialogo come questo angelo
a volte bruno in dormiveglia
sul fianco. Non ti domando
né questo o quello, né come
da materne lacrime si risveglia
di notte il tuo pianto.
Se i tormenti sono tristi,
l’edera non è mattina o si colora.
Si vela o duole una viola
e dondola nube odorosa
su l’orizzonte lucido di brina.
Ecco quanto di tanta vana speranza resta
o fugge rapido o semplicemente,
silentemente accade.
I carnosi veli, i velli di bruma,
le origini stellate assalgono l’aria,
le tumide vene delle vie le ore.
Non l’eco rimbalza
due volte sulle rocce, su questo
prato, ove sono rosse, e, di rosso
in rosso, è vano il pallido velluto
ora rosa ora smosso.

*

Lorenzo Calogero, da Come in dittici 

*  *  *

versi tratti da Sedimenti, il blog di Cataldo Antonio Amoruso – al quale va il mio grazie per questo contributo – , che ha curato ulteriori approfondimenti sul poeta di Melicuccà rintracciabili ai sottostanti link:

http://krimisa.blogspot.it/2015/01/g-tedeschi-prefazione-alle-opere.html

https://sites.google.com/site/appartenenze/lorenzo-calogero-premessa-alle-opere-di-g-tedeschi

*  *  *

scriviamo al Presidente della Repubblica contro le armi chimiche in Calabria!!

map_italia_calabria

Circa l’arrivo della nave carica di armi chimiche in Calabria

Gentilissimo Presidente di questa Repubblica che è anche mia,

le chiedo di perdonare in primis il tono forse poco consono che potrebbe rilevare nei suoi riguardi, non essendo avvezza ad interloquire con le istituzioni, ma soprattutto le chiedo di ascoltare il metalinguaggio nascosto nelle mie parole, che parlano di un affetto sincero per un Paese, l’Italia intera, che ha bisogno di cure come un bimbo necessita della sua mamma e del suo papà. Ecco, mi rivolgo a Lei come mi insegnò mio padre nel dirmi che il Presidente era padre del mio Paese.

Abito in provincia di Taranto, a pochi chilometri dalla tragica realtà siderurgica e nel pieno dei suoi effetti dannosi; pochi chilometri anche dalla meravigliosa terra di Calabria, terra che ha fatto insieme con la mia di Puglia e con le altre povere regioni limitrofe, la storia di questo Sud troppe volte usato a pretesto per cause poco nobili, ma che, mi creda, da solo ha una forza che nessuna parola potrebbe mai rendere in maniera adeguata. Ecco, le chiedo senza mezzi termini, di rivolgere il suo sguardo pubblico e la sua autorevole voce alla situazione che vedrà giungere presso il porto di Gioia Tauro la nave dal carico di armi chimiche, di cui non importa la provenienza o gli intrecci/interessi socio-economici-politici che trascina con sé, ma preme la paura che il territorio in presenza di un accidentale o provocato (perché abbiamo il dovere di pensarlo, visto i tempi che viviamo) incidente non sia in grado di porre rimedio, consegnando per sempre alla rovina e agli interessi di pochi, Storia, Persone e Futuro, ed aprendo un precedente pericolosissimo per me, per Lei e per i nostri figli e nipoti.

Non abbiamo atri mezzi, se non la parola, noi comuni cittadini figli di nessuno e parenti di nessun altro; però abbiamo un DNA diretto discendente di quella Magna Grecia culla di Bellezza e Civiltà che ancora tanto avrebbe da insegnare a questa società illusoriamente capitalista, che non ha più anima. La Calabria ed i suoi problemi sono terra e situazioni che chiamano in causa ciascuno di noi, di rilevanza nazionale al pari di tutta la nostra penisola, anche quando tace o la fanno tacere e anche quando da sola in mezzo al mare combatte le sue battaglie.

La ringrazio di cuore anche solo se leggerà questa mia e le rimarranno nella mente e nel cuore poche parole di quelle affidate a questo foglio: la Calabria è Italia.

con osservanza e rispetto,

Angela Greco

inviato in data 24/1/14 presso https://servizi.quirinale.it/webmail/

senza titolo* di Angela Greco

Nicodemo Misiti- Alba al Lago Cecita Parco Nazionale della Sila - Celico (CS) - Calabria - Italy
fotografia di Nicodemo Misiti
Alba al Lago Cecita Parco Nazionale della Sila – Celico (CS) – Calabria – Italy

 

*

è un giro di sguardi la tua riva

lago profondo d’abbandono a quiete

densa di mattino azzurrosolenascente

lontano e improvviso un ramo schiocca

bacio

muto dire a rifiorire di foglia in voglia

lo spettacolo che nessuno può zittire

affacciato ad una breccia di cielo

curva tra le tue dita e la mia bocca.

 

*

(10/1/14 Angela Greco)

“Te perduta” di Lorenzo Calogero (Melicuccà (RC), 28maggio 1910 – 25marzo 1961)

 

Te perduta, non sento gioia più viva
che quella di starti seduto accanto
come un ricordo. Così, come ombra, ho murato
una vigna in quel poco spazio che ode
l’alito verde cupo del biondo corpo lento che spiga.
Riesumata da una legge oggi domando
quale sia la vicissitudine. È quieta
questa composta su un ramo da una vana
effìge per noia. La carne è chiara
titubanza che chiede o una donna. Si squarcia
lontano l’azzurro lembo viola
nel vento venuto su,
quand’ella, accorta, seduta accanto
al suo fazzoletto, secondo l’età,
grigia, è già uomo. Sopra i campanili
odo l’alito stretto, denso l’intrico
dell’ora. Una vaga sembianza
appare fra i sassi.
I passeri sono sui frassini. Lontane
verdi le immagini (non si sa mai quante!)
sfiorano la statuaria quiete
della sete del sonno che io più non comprendo
se non per ricordo.
.
.

*

Buon compleanno, Poeta vero!

Oggi volevo solo augurare buon compleanno ad una Persona, in primis, che ne sarebbe stata certamente felice, per quell’attimo di risalto datogli gratuitamente per interposto affetto.
Tratta da “Come in dittici” quella riportata è solo una delle innumerevoli poesie di questo Poeta – mai più che in questo caso occorre la maiuscola- proveniente da un paesino del Sud (che in alcuni campi è già un ostacolo naturale, come i riottosi corsi d’acqua, che pure sono indispensabili) sconosciuto ai più solo per quelle sempresistenti questioni di esserci o no tra quelli “che contano” al momento giusto e nel posto giusto o, più verosimilmente, letteralmente snobbato dalla contemporaneità ancora attuale, perché ‘troppo vero’ nel suo carattere, nella sua vita dedicata totalmente alla poesia e  nella sua strenua ricerca di considerazione in questo campo (la Poesia) che cela, indorandola, la sua arte discriminatoria.

Resta comunque saldo il fatto che competenti reali – anche avulsi dall’aspetto meramente economico, che in poesia non è argomento astruso – esistano in ogni campo e che, come i Maestri, accade talvolta d’incontrarli lungo il proprio percorso\cammino, ma sono quasi sempre figure silenziose di cui dobbiamo ringraziare il Caso.

Ma tornando a Lorenzo Calogero, ho notato che oggi è ‘in’ annoverare questo figlio della Calabria tra le proprie conoscenze; ma dopo averne letto la biografia e alcuni versi sono semplicemente approdata alla consapevolezza che per comprenderlo, anche in minima parte, occorre avere la medesima radice ed essere scevri da qualsiasi presunzione…

 

p.s. ringrazio Cataldo Antonio Amoruso per la possibilità che mi ha dato di questa conoscenza -continuando ad avvalorare la mia idea che nulla accade per caso – e per la lealtà di aver lasciato al Sasso questa poesia. (A.G.)