Francis Bacon: “Ho sempre pensato di dipingere il sorriso, ma non ci sono mai riuscito” [cit.]

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F.Bacon, Studio dal ritratto di Innocenzo X di Velazquez (1953)

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“Ma che cosa pretendevate? Che mi mettessi a dipingere rose rosse nel secolo degli orrori?” (F. Bacon)

Francis Bacon nasce in Irlanda, a Dublino nel 1909 e muore a Madrid nel 1992; a sedici anni va a vivere senza la famiglia a Berlino, dove vive di lavori saltuari e nel 1926 è a Parigi, dove conosce le opere di Picasso, dalle quali nascerà il forte desiderio di  iniziare la propria carriera artistica.

“Bacon prende i corpi, li intrappola, crea in loro una forte tensione emotiva al punto da farli urlare; uno dei soggetti preferiti da Bacon è il Papa, per lui metafora della condizione umana. L’opera di riferimento, che lo ossessionava per la sua perfezione, è il “Ritratto di Papa Innocenzo X” di Velazquez, che Bacon giudicava una delle più importanti opere della storia. Nel famoso “Studio” dal “Ritratto di Innocenzo X” di Velazquez (1953) Bacon dà un’immagine sconvolgente del Papa, chiuso in una struttura tubolare, con un’espressione torturata, gravata dalla presenza di schizzi di sangue. Lo sfondo del quadro è percorso da tratti verticali che annebbiano la figura urlante, che siede, impotente, con i pugni chiusi. Nei suoi dipinti Bacon mette in evidenza le profondità sgradevoli della mente umana, immergendole in un’atmosfera da incubo. bacon_excerpt

La pittura di Bacon ha come compito il risveglio dell’uomo dal suo sogno di centralità assoluta nell’ordine delle cose per precipitarlo nell’incubo di appartenere all’ordine “corrotto” e “corruttibile” della materia. E’ quindi tipica in Bacon la rappresentazione di una figura in toni cupi, dalla testa senza occhi, di un viso che non ha più forma umana. Le figure di Bacon non si collocano nella storia e non hanno storia. Sono ad un passo dalla condizione animale, perché, come ha scritto Deleuze (filosofo), Bacon è un pittore di teste che rivelano lo spirito animale dell’uomo e il suo destino. Esse mostrano una verità che l’uomo rifiuta di conoscere, ma che da sempre conosce.” (Rosa Roselli, tratto da Francis Bacon in Arte di Rosa Roselli, Starrylink Editrice)

Francis Bacon, 1972, study for self-portrait

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Nel 2010 ebbi modo di vedere a Roma alcune opere di Bacon esposte a Galleria Borghese insieme con opere di Caravaggio, in una mostra che audacemente – pensai – affiancava due artisti molto distanti tra loro. Dopo un iniziale e comprensibilissimo momento di titubanza, guardai e riguardai le opere, osservando da vicino i lavori e mi resi conto che in entrambi si avvertiva molto forte la “tensione del genio”, che da sola valeva l’associazione tra i due.

Le “distorsioni” fisiche di Bacon, che richiamano aspetti interiori del pianeta “Uomo”, generano istintivamente empatia e desiderio di fuga in chi le osserva, per quella drammaticità – specchio dei tempi moderni – di cui sono fortemente pervase, difficile addirittura da accettare. Per guardare Bacon – secondo me – occorre “guardare oltre” il gusto estetico dominante, inevitabilmente destinato ad allontanare il fruitore dal mondo affascinante, inquieto ed inquietante di questo artista moderno, per avvicinarsi al quale occorre abbracciare una concezione ed una visione “più ampia” della pittura, dell’arte e dell’esistenza stesse (Angela Greco).

Claude Monet, Ninfee rosa

Monet Ninfee rosa per Il sasso nello stagno di AnGre

Claude Monet, Ninfee rosa (1898)

olio su tela, cm 81,5 x 100 – Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma

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Il dipinto, conservato a Roma, è uno dei pochi esempi di Ninfee in Italia. La tonalità del quadro è concentrata sui rosa chiari. Le ninfee sono raffigurate molto da vicino e sembrano poggiare sulle acque da secoli. Monet nel suo giardino abbandona  il contatto con la contemporaneità. Da giovane era stato felice di dipingere vedute cittadine, ma ora sembra rifuggire dal chiasso e dal brulicare della metropoli. Ciò che dipinge ora è fermo.

Tuttavia egli coglie lo scorrere del tempo sui fiori inerti, rappresentandoli nel loro sfiorire e rifiorire. Questo senso di transitorietà è espresso nelle sue lettere: “Nell’aria ritrovo un colore che avevo scoperto ieri e abbozzo su una delle tele: immediatamente il dipinto mi viene dato, e io cerco di fissarlo più svelto possibile, in modo definitivo; ma di solito scompare quasi subito per lasciare il posto a un colore diverso, già registrato giorni prima in un’altra tela che mi viene messa davanti immediatamente. E si continua così per tutta la giornata”.

La solitudine in cui si chiude Monet negli anni tardi è seguita da un generale silenzio della critica sulla sua opera. Il pittore continua la sua ricerca, ma ormai la scena artistica parigina è costellata di nuove stelle che attirano l’attenzione dei critici militanti. Solo dopo la sua morte verranno espressi giudizi favorevoli sul ciclo delle Ninfee, ultima sua grande fatica.

[tratto da Monet, I Grandi Maestri dell’Arte, Skira 2007]

Per Di segni di vita di arte: Mark Rothko

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Mark Rothko, White Center (Yellow, Pink and Lavender on Rose), 1950

Mark Rothko (Markus Rotkowičs, Daugavpils (Lettonia) 1903 – New York, 1970) – Figlio di ebrei lettoni trasferito sin da piccolo a Portland in Oregon; il padre, a causa delle persecuzioni da parte dei cosacchi, grazie ai risparmi era riuscito a partire con la famiglia per l’America per sottrarre i figli a questa forma di miseria umana e, da sognatore qual era, era praticamente un farmacista colto che preferiva parlare di Dostojeskj e di Dickens piuttosto che fare conti. Pochi mesi dopo il trasferimento in America viene a mancare e i figli vengono cresciuti dalla madre: Markus studia nelle scuole ebraiche, legge ogni tipo di libro e suona il violino, ha un grande cuore e una bella parlantina; vince una borsa di studio per frequentare l’università di Yale, ma essendo ebreo gli venne richiesta la retta, scoprendo così che anche negli States la situazione non era diversa che nel vecchio continente. Abbandona così gli studi, seguendo la sua propensione per un’attività creativa, convinto del fatto che l’arte potesse cambiare il mondo.

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opera di Mark Rothko

Arriva a New York nel 1923; negli anni in cui imperversa il Jazz, crescono il mito di Hollyvood e la vita notturna, mentre lui amava Bach, Mozart e ricercava atmosfere opposte. Vagabonda, soffre la fame e per guadagnare un po’ di denaro insegna arte ai bambini della comunità ebraica, diffondendo l’idea che in arte non vi sono regole e che la pittura è una cosa naturale, come cantare. Lavora su grandi tele di canapa con pochi colori intensi e piccoli dettagli concentrando la sua espressione su emozioni di base: le sue forme planano sulla superficie, si espandono, acquistano intensità e poi muoiono quando rimangono da sole, quando nessuno le osserva, giungendo ad affermare che la pittura vive quando il pubblico la guarda.

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Rothko room – Washington DC_Metro Area (Group)

Le sue sono linee abbozzate con colori spessi, scuri, e le tonalità diventano attori in scena; ha sempre presente in sé la tragica nozione dell’immagine che non sa come tirare fuori. L’arte, per Rothko, deve rappresentare il mondo, la sensualità, la freddezza e il senso del sentimento della tragedia umana, esprimendone le più importanti sensazioni. Il pubblico deve provare sconforto, deve piangere, confermandogli di essere riuscito a comunicare queste sensazioni; ma con la crisi del ’29, i pittori non ebbero vita facile e con la stasi del mercato dell’arte, essi dovettero lottare per trovare spazi.

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Mark Rothko, Four season mural

Non attratto dai pittori suoi contemporanei, trova solo in Matisse qualcuno capace di dargli delle sensazioni, per la sua capacità di estrarre il colore dagli oggetti e questo lo conduce ad una crisi creativa e lo porta a rifugiarsi nei libri. In questo frangente scoppia la Seconda Guerra Mondiale e intuisce che il conflitto è un momento cruciale per l’arte: i fascisti imperversano in Europa e, dunque, tocca all’America agire non limitandosi solo ad accogliere gli artisti. Nell ’58 ottiene una commissione impossibile da rifiutare eppure, nonostante tutto, impiega molto tempo a confermarla per questioni ideologiche: il lavoro era richiesto dal più prestigioso ristorante di Manhattan (Il Four season) e la sua diventa, così, una sfida personale al consumismo, realizzando opere in contrasto con l’ambiente, aventi la forza e la potenza dei grandi Maestri del passato – che lui ammirava – in particolare Michelangelo, che lo impressionò alla vista della scalinata della biblioteca Medicea a Firenze.

Mark Rothko, Tate modern, Londra
Mark Rothko, Tate modern, Londra

Realizza grandi tele verticali con campiture orizzontali, che creano un’attrazione magnetica, intensa, che colpisce i sensi: le composizioni sembrano immobili, ma ad un’attenta osservazione, sembrano mettersi in movimento, espandersi, respirare, gonfiarsi come vele, lasciando immergere l’osservatore nell’opera ed emettendo una luce interiore, misteriosa e potente, destando sensazione di fatalità ed estasi. Tutti i Musei vogliono sue opere e viene considerato il più grande artista americano, accostato a Pollock e Kline ed è così costretto ad un periodo di riposo, dopo oltre un anno di lavoro, perché esausto. Le opere di Mark Rothko risulteranno tra le più belle dell’arte americana del Novecento e nel 1970, nove dipinti arrivano anche alla Tate di Londra.

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Rothko-Chapel

Distrutto da alcoolismo, fumo, problemi polmonari e cardiaci e con il secondo matrimonio in crisi, inizia un ciclo di opere cupe, dipingendo il nero e dei grigi lattiginosi, quasi a rappresentare pianeti illuminati dalla luna che divide la luce dalle tenebre. Viene ritrovato senza vita, nell’atto finale di un percorso in cui si è sentito ignorato come persona e fisicamente segnato dalla depressione. Si suicida nel suo studio di New York. A seguito della sua morte la determinazione della sua eredità divenne oggetto di un famoso caso giudiziario e successivamente, fortuna di critica e di pubblico, portano dopo il 2000 le sue opere ad essere vendute nelle maggiori aste mondiali a prezzi record, diventando uno degli artisti dalle opere più costose, con punte di oltre 70 milioni di dollari.

[C.Piazza & Angela Greco]

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Per Di segni di vita di arte: Fortunato Depero a cura di C.Piazza & A.Greco

Fortunato Depero, Iride nucleare - il gallo, 1953
Fortunato Depero, Iride nucleare – il gallo (1953)

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Fortunato Depero (Fondo – Val di Non 1892 – Rovereto 1960). Pittore, scultore, poeta, scenografo, pubblicista, illustratore, decoratore di oggetti, creatore di abiti di moda (celebri i suoi “panciotti”) e di altre realtà utilizzate successivamente – ancora oggi sfruttate commercialmente – non si sbaglia nell’affermare che sia stato in un certo senso il precursore concettuale del “Made in Italy”, che tanto lustro continua a conferire alla creatività italiana nelle arti applicate. Depero utilizzava materiali poveri (fili metallici, vetri, cartoni, carte veline), racchiudendo in sé il sogno di un’arte totale, capace di inglobare tutti i linguaggi della ricerca artistica e utilizzando meccanismi capaci di dar loro movimento, secondo i canoni del futurismo. Si immergeva nella pittura come nella scultura, nella musica come nella scenografia e, ad esempio, fu lui ad introdurre l’optical art nella moda, usando tessuti stampati dai colori sgargianti.

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Movimento d’uccello (1916)

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Nato e vissuto in due cittadine trentine (Fondo e Rovereto), allora territorio dell’Impero Austro-Ungarico, si dedica fin da giovanissimo al disegno e all’espressionismo grottesco; frequenta la Scuola Reale Elisabettiana con indirizzo arti applicate, ma viene respinto all’esame di ammissione all’Accademia di Belle Arti di Vienna ed inizia, così, a lavorare per un marmista dove si scopre attratto dall’ arte scultorea. Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, si arruola volontario, ma dopo pochi mesi viene esonerato dal servizio per problemi di salute; tornato a casa riprende i contatti con Balla, con cui aveva firmato il manifesto della ricostruzione futurista che teorizzava i complessi plastici, proponendo la fusione delle diverse arti e il maggiore coinvolgimento dell’arte nella vita, associando ciò particolarmente ai temi della violenza.

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Rotazione di ballerina e pappagalli (1918)

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Collabora poi alla scenografia di “Le chant du rossignol” di Stravinskij, messo in scena da Daighilev (scenografia e costumi plastici per due realizzazioni teatrali di cui solo una verrà rappresentata) e in questo periodo conosce il ballerino Massine, il pittore Picasso e i poeti Cocteau e Clavel al quale illustra il racconto “Un istituto per suicidi”, collaborando con lui anche in spettacoli teatrali, nei così detti balli plastici, dove attori e ballerini vengono sostituiti da marionette in legno accompagnate da musiche di Casella, Malipiero, Bartok e Tywhit. Si trasferisce a Roma, dove trova un clima decadente, ma le attive avanguardie futuriste di Marinetti e Balla lo coinvolgono e partecipa così all’esposizione libera futurista, anche se le sue opere si discostano dai moduli futuristi per certa impostazione e per un vivido cromatismo che ricorda Fernand Leger.

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Donna e rosario (1919-1921)

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Questo “primo futurismo” si proponeva di portare l’arte nella vita secondo un’ideologia anarchica- socialista, ma rimase solo relegato nei musei, mentre il cosiddetto “secondo futurismo” di Balla e Depero riuscì veramente ad entrare nella vita quotidiana della gente, attraverso la pubblicità, l’arredamento, gli allestimenti teatrali, la moda, l’architettura, l’arte postale e altre espressioni; subito dopo la guerra, Marinettti cercò di riunire e rilanciare il progetto futurista e Depero vi partecipò in varie mostre.

Fortunato Depero, Coleottero Veneziano, 1938
Coleottero Veneziano, 1938

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Nel 1919 lo stesso artista apre a Rovereto la “Casa d’arte Depero” dove vengono prodotti oggetti d’arte applicata, tarsie in panno e collage, decorazioni e arredamenti di interni e pitture murali per locali pubblici; mette in scena (nel ‘ 24) al teatro Trianon di Milano, il balletto meccanico “Anhiccam del 3000” (macchina al rovescio) riproposto poi in altre 20 città italiane e l’anno successivo è a Parigi insieme a Prampolini e Balla per rappresentare l’Italia all’esposizione internazionale di Art Decò. Realizza il libro imbullonato “Depero Dinamo Azari”, primo esempio di libro-oggetto, nel quale emerge al massimo quella sua fantasia grafica, che lo porterà ad occuparsi di grafica pubblicitaria (lavorando in particolare per la ditta Campari di cui creò la celebre bottiglietta ancora attuale) e realizza inoltre molti manifesti.

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Mandarino cinese, 1917-1947 ca.

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Si trasferisce a New York dove rimane due anni, occupandosi, appunto, di grafica pubblicitaria e scenografia teatrale. Al suo rientro in Italia fonda la rivista “Dinamo futurista”, pubblica le “liriche radiofoniche” e si dedica alla realizzazione di mobili, oggetti e pannelli decorativi con materiali innovativi, che però non trovano successo nella loro applicazione. Con l’avvento della Seconda Guerra Mondiale, si ritira in Folgaria, viene accusato di fascismo e nel 1948 decide di tornare in America, dove però trova un ambiente ostile alla sua arte dichiarata “fascista” e si ritira allora a lavorare in un paesino del Connecticut prima di ritornare in Italia. Ritornato a Rovereto nel ’56, decora la sala del Consiglio provinciale di Trento e in collaborazione con il comune di Rovereto realizza la galleria permanente e Museo Depero, un’istituzione che ancor oggi raccoglie oltre 3000 dipinti e circa 10.000 manoscritti, oltre ad una ricca biblioteca sul futurismo. Un anno prima della sua morte inaugura il primo museo futurista in Italia, anche se la sua opera viene valutata e compresa per il suo vero valore soltanto verso la fine degli anni settanta, allorché caddero i pregiudizi sulla sua arte filo-fascista e sul “secondo futurismo” di cui fu grande artefice e che ha dato tanti input artistici all’arte del Novecento e a quella dei nostri giorni.

[Costantino Piazza & Angela Greco]

Vasilij Kandinskij – seconda parte

Dominant Curve. 1936 year
Dominant Curve (1936)

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Trasferitosi a Monaco, frequenta l’Accademia di Belle Arti, stabilendosi nel quartiere di Schwaburg abitato da molti personaggi creativi, dove prende contatti con artisti, musicisti, scrittori ed anche rivoluzionari russi; qui conosce la compagna, anch’essa pittrice, Gabriela Munter e apre una scuola con l’obiettivo di introdurre le avanguardie francesi in quella città tanto tradizionalista. E’ del 1910 il suo primo acquerello astratto in cui predominano il rosso e l’azzurro, sulla base della legge dei contrasti: infatti, il rosso è un colore caldo, che tende ad espandersi, mentre l’azzurro, che è un colore freddo, tende a contrapporsi al primo, andando a costituire, però, due forze controllabili, le quali possono sottrarsi o sommarsi, esaltarsi o limitarsi a vicenda, a seconda dei casi. I suoi segni filiformi suggeriscono possibili movimenti e con essi, anche la direzione e il ritmo alle macchie che si espandono sulla carta, creando movimento nella composizione (analisi di C. Argan).

Wassily Kandinskij, Primo acquerello astratto, 1910
primo acquerello astratto (1910)

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Nei suoi lavori astratti, Kandinskij mette in relazione la pittura con la musica, creando “improvvisazioni”, “impressioni” e “composizioni”: da questo momento in poi l’artista, non ritornerà più alla pittura figurativa e nel 1911, insieme a Marc, porrà le basi per il movimento “Blaue Reuter” (Cavaliere Azzurro), pubblicando “lo Spirituale dell’Arte” in cui si parlerà del contributo che la pittura, attraverso le proprietà emozionali dei toni dei colori, sarà in grado di fornire insieme con la spiritualità, come risposte all’anima.

Blue. 1922 year
Blue (1922)

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Nel 1913 torna in Russia, lasciando per sempre la sua compagna Gabriela, che conserverà per tutta la vita la più grande raccolta di opere di Kandinskij che verranno, successivamente, donate alla città di Monaco di Baviera. Durante la Rivoluzione d’ottobre, tramite il Commissariato del Popolo per l’educazione, fonda vari musei e contribuisce alla riforma del sistema scolastico relativamente alle Scuole dell’Arte. Nel 1917 sposa Nina Andrewsky e nel 1921, con lei, si trasferisce a Berlino, dove lavora come insegnante al Bauhaus, a Weimar e a Dessau e durante la dittatura, accusato di bolscevismo, è costretto a trasferirsi in Francia, vicino Parigi. Nel 1937 a Monaco fa parte degli artisti che partecipano alla celebre mostra dell’Arte Degenerata, che Hitler condanna, insieme a tutte le nuove avanguardie artistiche e nel ’42 dipinge la sua ultima grande tela “Tension dèlicates” dopo la quale, realizza solo piccole opere su carta catramata e nel 1944 fino a spegnersi nella sua abitazione di Parigi.

Composition VIII. 1923 year
Composition VIII (1923)

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Lascia al mondo dell’Arte una grande eredità, riassunta nei suoi trattati in cui, partendo dal segno, arriva al colore attraverso affascinanti teorie che trovano riscontro reale nelle sue opere; esse hanno un effetto fisico, basato su sensazioni momentanee ed un effetto psichico, dovuto alla vibrazione spirituale e in questa sede, per quanto possibile, cercheremo di fornire una sintesi di queste sue teorie. Il punto è il nucleo compositivo e nasce nel momento in cui materialmente si tocca la tela ed esso è un elemento statico, che diventa dinamico nel momento in cui lascia una scia e dà vita alla linea; la linea a sua volta può essere spezzata, curva oppure mista, ma anche orizzontale, verticale o diagonale e il suo spessore può variare, dando una vibrazione sonora sulla superficie, che solitamente è una tela.

Swinging. 1925 year
Swinging (1925)

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Le composizioni di Kandinskij sono formate soprattutto dal colore che assume forma: l’accostamento del colore alla forma ha una grande importanza e in tal senso il giallo privilegia come forma il triangolo, il blue il cerchio e il rosso il quadrato; inoltre, i colori sono accostati ai suoni, che a loro volta toccano le corde dell’interiorità. I colori primari (giallo – blue – rosso) e i secondari (arancione – verde – viola) suscitano emozioni paragonabili a quelle date dagli strumenti musicali, tanto che il giallo potrebbe essere una tromba o una fanfara, l’azzurro un flauto, il blue chiaro un violoncello e scuro un organo, il rosso una tuba. L’arancione, più energico del giallo, potrebbe rappresentare una campana o un contralto; mentre il verde con i suoi toni caldi, un violino. Il viola a seconda dei toni, un corno inglese, una zampogna o un fagotto. Inoltre, alcuni colori vengono definiti statici e silenziosi, come il grigio, il marrone e il silenziosissimo nero; mentre Il bianco, invece, rappresenta la pausa tra una battuta e l’altra e, così, secondo le tonalità, le direzioni delle forme, l’acutezza del vertice nei triangoli, le composizioni risultano rispondere ad una necessità interiore ancor più che estetica.

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Composition IX (1936)

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Per ovvii motivi di spazio non è possibile scendere nei dettagli di una tale complessità di studi; coloro che fossero interessati ad un approfondimento, possono attingere alla lettura dei due trattati più importanti, già citati, sulla grafica e sulla spiritualità.

[Costantino Piazza]

Tre varianti – di Boris Pasternak

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Villa di Livia, affreschi di giardino

1.

Quando nelle minuzie più sottili

il giorno è innanzi a te sospeso,

solo un torrido schiocco di scoiattoli

non tace nella selva resinosa.

 

E intorpidendo e accumulando forze

dorme una schiera di svettanti pini,

e la selva si squama, ed a gocce

scorre un sudore lentigginoso.

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2.

I giardini hanno nausea della lunga bonaccia.

Lo stupore dei burroni corrucciati

sa mettere scompiglio, più tremendo

e più malefico degli uragani.

 

La tempesta è vicina. Il giardino

odora dalla bocca arsiccia

d’ortica, di tetto, di marcio e sgomento.

Sale in colonne il mugghio del bestiame.

*

3.

Sui cespugli aumentano gli squarci

delle nubi sfrondate. Il giardino

ha piena la bocca di umida ortica:

è l’odore delle tempeste e dei tesori.

 

La macchia è stanca di gemere. In cielo

s’accrescono le luci delle arcate.

L’azzurro scalzo ha l’andatura

dei trampolieri per la palude.

 

E brillano, brillano come le labbra

non asciugate dalla mano

rami di vétrici e foglie di quercia

e tracce accanto all’abbeveratorio.

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[Boris Pasternak, Poesie – Einaudi, a cura di Angelo Maria Ripellino]

dipinti d’autunno

(autunno – Lucien Levy Dhurmer)

 

“il mio giardino è innocente, di segreti il prato e le attese

reincarnate figlie di autunno”

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[Elina Miticocchio]

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(Autunno in Baviera – Kandinsky, 1908)

 

“di colore non passa la foglia

che non sia autunno che a primavera rimandi.

d’attesa si tinge il giorno che fioritura sarà”

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[Angela Greco]

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 la foresta in autunno – Gustave Courbet

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omaggio a Palermo – punti di vista

i colori  della Vucciria a Palermo

il benvenuto con i colori della Vucciria e della sua gente

due affiancati per Palermo,oggi...

due affiancati e uniti per Palermo, e per il Paese tutto, ancora oggi, in un cielo incredibilmente azzurro…(passeggiando tra le viuzze del suo cuore, ancora nella Vucciria)

Palermo, chiesa dei funerali di G.Falcone

S.Domenico, la chiesa dove vent’anni fa si celebrarono i funerali di Giovanni Falcone (alla fine di una delle strade che percorrono la Vucciria)

la Vucciria, Palermo

 di ritorno , ripercorrendo il cuore di Palermo…hanno cercato di togliere il colore a questa terra e per fortuna non ci sono ancora riusciti!

un grazie lungo venti anni…

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[Angela Greco]

fotografie di AnGre

Mendiga voz (Voce mendìca) por (di) Alejandra Pizarnik

 

 

Y aún me atrevo a amar

el sonido de la luz en una hora muerta,

el color del tiempo en un muro abandonado.

 

En mi mirada lo he perdido todo.

Es tan lejos pedir. Tan cerca saber que no hay.

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E ancora oso amare

il suono della luce in un’ora morta

il colore del tempo in un muro abbandonato.

 

Nel mio sguardo l’ho perso tutto.

E’ così lontano chiedere. Così vicino sapere che non c’è.

 

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