Czesław Miłosz, due poesie

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Due poesie di Czeslaw Milosz (1911-2004), scrittore, traduttore, critico e diplomatico polacco, Premio Nobel per la letteratura nel 1980.

***

Prefazione

Tu, che non ho potuto salvare,
ascoltami,
cerca di capire questo linguaggio semplice, mi vergognerei di un altro,

non possiedo, lo giuro, la magia della parola,
ti parlo tacendo, come una nuvola a un albero,

ciò che fortificava me, per te era mortale,
hai scambiato il congedo di un’epoca per l’inizio di una nuova,

l’afflato dell’odio per bellezza lirica,
la forza cieca per forma compiuta.

Ecco la valle dei bassi fiumi polacchi. E il ponte enorme
che avanza nella bianca nebbia. Ecco la città infranta
e il vento scaglia contro la tua tomba gli stridi dei gabbiani,
mentre parlo con te.

Cos’è la poesia che non salva
i popoli né le persone?
Una complicità di menzogne ufficiali,
una cantilena di ubriachi, a cui fra un attimo verrà tagliata la gola,
una lettura per signorinette.

Che volevo una buona poesia, senza esserne capace,
che ho capito, tardi, il suo fine salvifico,
questo, e solo questo, è la salvezza.

Spargevano sulle tombe miglio e semi di papavero
per nutrire i morti accorrenti in volo – gli uccelli,
depongo qui questo libro per te, o trascorso,
perché d’ora innanzi tu smetta di apparirci.

*

Frammento

Sorella, dammi dell’acqua e perdona se ho peccato,
La tua cornetta abbaglia come le Alpi all’alba,
E sulle sue falde si stendono ombrose vallate,
A destra la terra di Tur, a sinistra Ghilead.
Tu hai occhi ebrei, io sono Slavo, la rabbia
Del mondo caparbio ci ha colpito e sconfitto. Tendi
E con la mia fronte incontra le tue mani lievi,
Ancora dinanzi a me la musica si levi
Dei cani di campagna, dei tintinnanti armenti.
Chiudi la finestra, là fuori Giunoni germane
Saltano nel mio fiume turbando del fondo la quiete,
Ove prima era solo il pescatore e la sua rete
Nel volteggiare intorno di rondoni e capineri.
Neri, bellici carri le pasture hanno solcato,
Volano i vessilli fiammanti e balena arrossato
Il muro del letto, e vibran sul tavolo i bicchieri.
Non andartene, resta con me. Poiché m’è parso
Un giorno, che il cuore diventasse di sasso
E che tra le lenzuola ormai un altro giacesse,
Pur ferito gravemente, grande e bambinesco,
E una suora di carità con lo sguardo socchiuso
Filasse lunghi fili dalle nubi come da un fuso.

(1935, Parigi)

Czesław Miłosz, Caffè

 “Caffè ” di Czesław Miłosz (Šeteniai, 30 giugno 1911 – Cracovia, 14 agosto 2004)

Caffè

Di quel tavolino al caffè,
Dove nei pomeriggi d’inverno brillava un giardino di brina,
Sono rimasto io solo.
Potrei entrarci, se volessi,
E tamburellando con le dita nel freddo vuoto
Richiamare le ombre.

La nebbia invernale sui vetri è la stessa,
Ma non entra nessuno.
Un pugno di cenere,
Una macchia di putridume cosparsa di calce
Non si toglie il cappello, non dice allegramente:
Facciamoci una vodka.

Incredulo tocco il freddo marmo,
Incredulo tocco la mia mano:
Ciò – è e io sono nella storia in atto,
Mentre quelli sono ormai chiusi per tutti i secoli
Nella loro ultima parola, nel loro ultimo sguardo.
E lontani, come l’imperatore Valentiniano,
Come i condottieri dei Massageti, di cui non si sa nulla,
Benché sia trascorso appena un anno o due o tre.

Posso ancora fare il taglialegna nei boschi del lontano nord,
Tenere discorsi da una tribuna o girare un film
Con tecniche a loro sconosciute.
Posso provare il sapore di frutti di isole dell’oceano
E farmi fotografare in costume della seconda metà del secolo.
Mentre loro sono sempre ormai busti in jabot e frac
D’un Larousse mostruoso.

Talvolta però, quando il bagliore vespertino tinge i tetti d’una povera strada
E fisso il cielo – vedo lassù, tra le nubi,
Un tavolino vacillante. Il cameriere volteggia col vassoio,
E loro mi guardano scoppiando a ridere.
Perché ancora non so come si muore per crudele mano d’uomo.
Loro lo sanno, lo sanno bene.

*

da Poesie, a cura di Pietro Marchesani, Biblioteca Adelphi — Immagine: Caffè Greco di Renato Guttuso.

Czesław Miłosz, Sortilegio

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Sortilegio

Bello e invincibile è l’intelletto umano.
Né inferriata, né filo spinato, né libri al macero,
Né verdetto di bando possono niente contro di lui.
Egli stabilisce nella lingua le idee generali
E ci guida la mano, scriviamo quindi con la maiuscola
Verità e Giustizia, e con la minuscola menzogna e offesa.
Egli sopra ciò che è innalza ciò che dovrebbe essere.
Nemico della disperazione, amico della speranza.
Non conosce Ebreo né Greco, schiavo né signore,
Affidandoci in gestione il comune patrimonio del mondo
Dall’immondo strepito di parole slabbrate
Salva frasi austere e chiare.
Egli ci dice che tutto è sempre nuovo sotto il sole.
Apre la mano rappresa di ciò che è già stato.
Bella e giovane assai è Filo-Sofìa
E la poesia sua alleata al servizio del Bene.
Appena ieri la natura ha festeggiato la loro nascita.
Ai monti ne hanno dato notizia l’unicorno e l’eco.
Famosa sarà la loro amicizia, il tempo loro senza confini.
I loro nemici si sono condannati alla distruzione.

Berkeley, 1968

*

Da “Czesław Miłosz, Poesie”, a cura di P. Marchesani, Adelphi, 2013 – Immagine d’apertura: Konstantin Juon, La Nouvelle Planète 1921, © Moscou, galerie nationale Tretiakov / ADAGP

Czesław Miłosz, Sugli angeli

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Czesław Miłosz, Poesie, Biblioteca Adelphi

Vi hanno tolto le vesti bianche,
Le ali e perfino l’esistenza.
Tuttavia io vi credo, messaggeri.

Là dove il mondo è girato a rovescio,
Pesante stoffa ricamata di stelle e animali,
Passeggiate esaminando i punti veritieri della cucitura.

La vostra tappa qui è breve,
Forse nell’ora mattutina, se il cielo è limpido,
In una melodia ripetuta da un uccello,
O nel profumo delle mele verso sera
Quando la luce rende magici i frutteti.

Dicono che vi abbia inventato qualcuno
Ma non ne sono convinto.
Perché gli uomini hanno inventato anche se stessi.

La voce − senza dubbio questa è la prova,
Perché appartiene a esseri indubbiamente limpidi,
Leggeri, alati (perché no?),
Cinti dalla folgore.
Ho udito sovente questa voce in sogno
E, cosa ancor più strana, capivo pressappoco
il dettame o l’invito in lingua ultraterrena:

è presto giorno
ancora uno
fa’ ciò che puoi.

Czesław Miłosz,Trattato poetico (tavola rotonda sull’opera) – III parte

Czesław Miłosz,Trattato poetico 

Tavola rotonda: Alfonso Berardinelli, Valeria Rossella, Giovanna Tomassucci, 21 novembre 2012 – Vengono pubblicati – qui, su Il sasso nello stagno, divisi in tre parti – gli interventi di Alfonso Berardinelli, Valeria Rossella (poetessa e traduttrice del libro), Giovanna Tomassucci (docente di Letteratura Polacca, Università di Pisa) in occasione della presentazione del Trattato poetico di Czesław Miłosz (Milano, Adelphi, 2012), tenutasi presso la “Fondazione del Fiore” di Firenze il 16 ottobre 2012, con il coordinamento di Maria Giuseppina Caramella. [per questo articolo si ringrazia di cuore la rivista “L’ospite ingrato”]

*

Valeria Rossella: Quando noi leggiamo, dico nella nostra stessa lingua, compiamo sempre un’opera di traduzione, leggere non è mai un atto puro. La traduzione da un’altra lingua non è che l’aspetto macroscopico di questa contaminazione, pensiamo soltanto a come esista un unico originale, e tante traduzioni, in tempi e in lingue diverse. La traduzione, e soprattutto quella poetica, è dunque un sosia, ma non una copia: un gemello, che vive di vita propria. Quando si affronta un testo scritto in una lingua molto lontana dalla propria, aumenta esponenzialmente la responsabilità del traduttore che diviene, per il lettore, l’unica voce del poeta. In questo caso si tratta di affrontare con la splendida, ma anche ingombrante armatura della sintassi italiana, la duttile e sgusciante sinuosità di una lingua slava. Miłosz qui usa l’endecasillabo, tranne che in alcuni frammenti, io ho pensato di adottare una misura elastica, che si sviluppa modulandosi dal doppio settenario all’endecasillabo. Del resto anche il verso libero non è mai libero veramente, poiché mantiene dentro una sintassi aliena, che è il respiro della poesia.

Il Trattato poetico è un grande affresco epico-storico (siamo in un’altra dimensione rispetto ai cammei perfetti della Szymborska). È un saggio-racconto-poema con ampi e potenti squarci lirici in cui i singoli destini sono sbalzati ad altorilievo su questo magma che li produce.

La poesia di Miłosz è arditamente anti-novecentesca nel tono gnomico che spesso assume, nel suo rifiutare il narcisismo, l’astrazione formale, l’estetica del dolore. Più volte Miłosz dichiara di non amare la poesia confessionale, l’espressione esclusiva di stati d’animo, individuando anzi come caratteristica fondamentale della poesia polacca il suo essere in costante connubio con la storia. Da questa radice nasce la vocazione del letterato a essere voce corale e guida, come Mickiewicz, e a proporre il modello dantesco del poeta come testimone.

Nel Trattato troviamo il ruolo del poeta come testimone e rabdomante:

Saranno i poeti i tuoi bastioni,
segno che l’unica patria è nella lingua. (p. 24)
.
In Polonia il poeta è un barometro. (p. 29)
.
Il poeta sentinella nel buio (lo steso Miłosz)
.
In via Tamka il tacchettìo di una ragazza.
Cinguetta a mezza voce, camminano in due
su piazze erbose e la sentinella (tacendo invisibile
in una macchia d’ombra) presta orecchio
al loro fievole ridere nel lenzuolo del buio.
.
Non sa come reggere a tanta compassione.
Non sa come esprimere quel comune destino.
La piccola prostituta e l’operaio di Tamka.
Davanti a loro il terrore del sole che nasce.
.
E forse penserà più di una volta
cos’è stato di loro nei giorni e negli anni. (p. 33)
.
Non ama nemmeno, Miłosz, la poesia pura, mallarmeana per intenderci, tanto che spesso parla del «difetto dell’armonia» (skaza harmonii) come una gabbia a cui sfuggire. Già in Ars poetica?, un testo del ’68, inizia a formulare la teoria di una forma spuria:
.
Sempre ho desiderato una forma più capiente,
che non fosse né troppo poesia né troppo prosa.2
.

I libri successivi infatti saranno mobilissimi zibaldoni costituiti da testi poetici propri, brani di prosa, traduzioni, stralci di epistolario e così via.La poesia è del resto per Miłosz la ricostruzione di un ordine armonico in cui ogni esistenza trova la sua casa, al di là del tempo storico. Perché l’individuo è minacciato da una parte dallo Spirito della Storia che lo fa precipitare nell’obnubilamento della mente e in un sonno di pietra, dall’altra dalla Natura il cui unico interesse è il perpetuarsi della Specie.
La storia infatti è eraclitea, tutto scorre, ma la poesia è parmenidea: un eterno presente dove tutto è.

* * *

Di seguito si riporta la traduzione del frammento della III parte del Trattato poetico e di seguito il link di un video dello stesso Miłosz in una registrazione degli anni Settanta.

Lo spirito della Storia
.
La goffa lingua dei contadini slavi
a lungo rime fruscianti ha elaborato
per intonare alfine un canto anonimo
che si sente oggi ancora nell’aria tremolante,
là dove fra le palme sibilano spume bianche,
là dove l’aquila pescatrice tra le fredde
correnti del Labrador si tuffa, aratro
di splendore fra gli abeti del Maine.
Semplice era quel canto. Un madrigale, un tempo
cantato alle donzelle,
con l’accompagnamento di una viola,
suonava nella bella stagione
per la prima volta a ritroso. E questo è tutto.
.
L’inverno passerà
.

Ragazze ebree marciando esprimevano
l’unica gioia, la vendetta.
Sì, nottettempo le gru saran scacciate,
la neve secca non più ferirà la mano.
Sì, un ciottolo, roseo come labbra, scricchiolerà
sotto i piedi nel letto di un torrente.

Arriverà la primavera

Sì, gonfierà i tulipani un succo verde,
il maggiolino ronzando picchietterà sui vetri,
sì, il fidanzato intreccerà alla promessa sposa,
una corona di giovani foglie di quercia.

Su di noi la colpa

Su di noi. Perché adesso siam un corpo solo.
Non mie, ma nostre ossa e carne, nervi.
I nomi di Miriam, Sonia e Rachele
si spengono piano e gelano nell’aria.

Cresceva l’erba

Erba sconfitta dall’ironia del canto.

Cetrioli in salamoia nel barattolo
appannato con un gambo di aneto.
Sono eterni. E al mattino
schioccano nel focolare rami secchi.
Nella scodella zuppa e cucchiai di legno.
Zappe e canestri all’ingresso, sotto il muro,
là dove sta appollaiata la gallina.
E campi, ancora campi, interminabili.
Fino a Skierniewice distese piatte e nebbia.
E ancora nebbia e piatte distese giù fino agli Urali.
Su, non fermarti, lontano è il mezzogiorno.

Convoco infine in cerchio la gioventù alla moda
che indossa una stoffa di leggero nanchino
in abiti eleganti trascorriamo il mattino
e ci dilettiamo in conversazioni argute.

Sui campi di patate, sulla terra autunnale
scintilla, fiocco di neve, un aeroplano.
Volteggia, fa capriole in alto, sulle nubi.

Dite, parlate, su, cosa vi manca,
chi di voi ha fame, chi ha sete.

Non servono più grani amari di senape.
La poesia esige porcellane calde,
di una cerchia di Grazie affascinanti.
Un succo distillato da erbe greche e latine.
Fumando la pipa, vestendo stoffe di nanchino
lasciate che il poeta sogni ancora.
Casa di legno, ma con le fondamenta.

Là c’erano il Fedone, la Vita di Catone.
O se il venerdì in casa si accendevano
le candele sui candelabri che brillavano,
dai versetti di Daniele e di Isaia
il giovane per sempre serbava la lezione
su quando tacere o comporre versi.

Sulle alture di Nowogródek, un castello.

Servono acque chiara e colline boscose.
Un uomo qui mai dovrà difendersi.
Giacché circondato da un orizzonte vuoto
mai crederà di abitarne il centro. Sua sola
consigliera, l’ombra che con lui si muove.

Chi non è nato tra queste pianure
solcherà il mare, viaggerà via terra
sotto i meli lungo le rive del Weser
sotto i pini del Maine inseguendo il riflesso
dei fiumi neroverdi della patria,
come in una folla di visi stranieri
si insegue quell’unico volto, un tempo amato.

Mickiewicz è troppo difficile per noi,
Non è nostra la scienza dei signori o degli ebrei.
Abbiamo solo spinto un erpice o un aratro.
Era altra la musica ei giorni di festa.

O là là
i pastori per i campi
o là lì
i pastori sono qui
venite venite alla capanna
a vedere la Madonna
e Bartolo contadino
dirà un raccontino

I contrabbassi bussano, dal grosso ventre vibrano:

du du du
a maggio un omaggio
per il Signore Gesù
suoniamo orsù

Violini di tiglio pigolano flebili:

frin frin frin frin
suoniamo così
lallera lallera
da mane a sera

Il vecchio Bartolo soffia e comprime la zampogna:

Lirum la, lirum li,
per il piccino suoniamo così

A gara risponde il clarinetto:

dlin dlin dlin dle
per mamma e bebè

E dei contrabbassi l’accompagnamento:

Per Cristo Signore
a tutte le ore
suoniamo suoniamo

Sono passate tante cose, tante.
E se nessuna opera ci aiuta
verrà Czyżewski coi canti di Natale.
E i contrabbassi che han già vibrato, vibreranno.

Arrotolai il tabacco, leccando la cartina,
feci schermo al cerino col palmo della mano.
Perché non un’esca? Perché non l’acciarino?
Soffiava il vento. Sedevo a bordo campo,
pensando e ripensando. Accanto a me, patate. (pp. 45-49)

.
.
.

Tutte le citazioni, se non altrimenti indicato, sono tratte da Czesław Miłosz, Trattato poetico, Milano, Adelphi, 2012

*

Note:
1 C. Miłosz, Poesie, trad. it. di P. Marchesani, Milano, Adelphi, 1983, p. 118.
2 Ivi.

Czesław Miłosz,Trattato poetico (tavola rotonda sull’opera) – II parte

Czesław Miłosz,Trattato poetico 

Tavola rotonda: Alfonso Berardinelli, Valeria Rossella, Giovanna Tomassucci, 21 novembre 2012 – Vengono pubblicati – qui, su Il sasso nello stagno, divisi in tre parti – gli interventi di Alfonso Berardinelli, Valeria Rossella (poetessa e traduttrice del libro), Giovanna Tomassucci (docente di Letteratura Polacca, Università di Pisa) in occasione della presentazione del Trattato poetico di Czesław Miłosz (Milano, Adelphi, 2012), tenutasi presso la “Fondazione del Fiore” di Firenze il 16 ottobre 2012, con il coordinamento di Maria Giuseppina Caramella. [per questo articolo si ringrazia di cuore la rivista “L’ospite ingrato”]

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Giovanna Tomassucci: Czesław Miłosz ha scritto il suo Trattato poetico dall’esilio, tra il dicembre ’55 e la primavera ’56. Nella difficile condizione di poeta senza pubblico, transfuga in una Francia ostile, negli anni precedenti si era soprattutto dedicato alla prosa con il saggio La mente prigioniera (1953), ritratto di vecchi amici convertiti allo Stalinismo, e il romanzo autobiografico La valle dell’Issa (1955). In quello stesso periodo si accingeva a scrivere uno dei suoi più bei libri, Europa familiare (1959, tradotto in italiano da Adelphi con il titolo La mia Europa), atto di amore verso la sua terra natale, la Lituania, crogiuolo di lingue e culture, che per l’Occidente continuava (ma oggi è forse diverso?) a essere una «regione nebulosa» su cui si «danno poche notizie e se mai errate».

Dopo la sua richiesta di asilo politico del 1951, molti compagni di un tempo lo avevano duramente bollato di tradimento. In patria il suo nome sarebbe rimasto all’indice quasi fino al conferimento del Nobel (1980). Per raggiungere i propri connazionali, a parte certe equilibristiche apparizioni (La valle dell’Issa verrà immediatamente confiscata dalle autorità ancor prima di uscire in libreria), potrà solo contare sulle edizioni dell’emigrazione di Parigi e Londra e più tardi sulle quelle samizdat’.

Ben diversa era stata la diffusione prima dell’esilio di un altro suo trattato in versi, il politico Trattato morale (1947, nel 2002 ne scriverà un terzo, il Trattato teologico) che aveva avuto grande eco tra migliaia di lettori che se lo erano trascritto a macchina dalla rivista «Twórczość» e passato di mano in mano.

Nel 1955 la Polonia si trovava in un momento di transizione cruciale: con la destalinizzazione e il tramonto definitivo del Realismo Socialista si era aperta la nuova, breve stagione del Disgelo. In agosto la rivista varsaviana «Nowa Kultura» aveva coraggiosamente stampato il manifesto antistalinista di Adam Ważyk, Poema per adulti, andato subito a ruba e presto tradotto in Occidente (in Italia da Franco Fortini su «Ragionamenti» [Dicembre 1956-Gennaio 1957], in Francia dal sartriano «Les Temps Modernes» [Février-Mars 1957]).

Nel Trattato poetico Miłosz continua a fare i conti con la conversione allo stalinismo degli intellettuali polacchi: alcuni di loro (come il poeta Gałczyński, il Delta della Mente prigioniera, che lo aveva ferocemente attaccato per la sua richiesta di asilo politico) verranno effigiati nella II parte, La capitale. Per individuare le radici della fascinazione del comunismo arretra nel tempo, indagando il mito del Progresso, tanto diffuso non solo durante la Belle Époque e gli anni Venti, ma anche tra le generazioni che attraverso varie e opposte ideologie hanno creduto nel senso e nell’opera di riscatto della Storia. Così facendo il poeta (che in seguito diverrà professore di Letterature slave a Berkeley e pubblicherà una Storia della letteratura polacca) scopre una linea che accomuna i più diversi movimenti poetici: il Simbolismo, le avanguardie e i giovani poeti martiri della Resistenza.

Il poema è infatti anche un repertorio critico della poesia polacca della prima metà del Novecento e insieme un ambizioso progetto di rivisitazione dei generi della poesia per renderne elastici i confini. Per un poeta polacco un’operazione simile è in qualche modo più naturale, perché può fare riferimento a una ricca tradizione otto-novecentesca di drammi in versi e poemi dal carattere filosofico o narrativo.

Ma Miłosz è anche un grande estimatore della poesia anglosassone. Nell’abisso della Polonia occupata da nazisti e sovietici era stato il primo a tradurre la Waste Land, e proprio Eliot aveva costituito per lui una sorta antidoto alla retorica patriottica dei giovani poeti della Resistenza. Se il Trattato si ispira alla tradizione dei Didactic poems e in particolare all’Essay on rime di Karl Shapiro (che Miłosz aveva invano cercato di pubblicare in patria), vi si potrebbe anche cogliere un’impronta eliotiana: costituisce infatti un materiale composito, frammentario, ma intellettualmente compatto, dalle molteplici voci e dalla spiccata vena satirica. I suoi ritratti dei poeti polacchi del Novecento sono fulminanti, spesso crudeli, con il retrogusto dell’aforisma. L’Ars poetica si veste qui da pastiche, alterna leggende, fiabe e aneddoti, micronarrazioni, particolari autobiografici (la guerra, l’incontro con la natura selvaggia dell’America), digressioni filosofiche e poetiche, canzoni e citazioni poetiche. La registrazione degli anni ’70 che ascolteremo fra poco, in cui lo stesso Miłosz legge un frammento della III parte del Trattato, ce lo farà parzialmente intuire. Vi si avvicendano due motivi musicali, l’uno legato alla Shoah (il canto di un gruppo di ragazze ebree condotte sul luogo di esecuzione), l’altro al folklorismo di certa poesia polacca degli anni Venti (le scoppiettanti onomatopee di un’orchestrina ambulante della poesia di Tytus Czyżewski Canto di Natale, rivisitate da Miłosz in maniera bonariamente satirica). A essi si aggiungono le citazioni di versi del romantico Adam Mickiewicz.

In questa personale galleria omissioni e silenzi non sono meno importanti dei richiami. Lo stesso Miłosz – la cui opera aveva pur costituito una svolta importante fin dai primi anni Trenta – è qui presente non come poeta, ma come “sentinella” (II parte), testimone o anonimo osservatore della Storia (III parte, Lo spirito della Storia) e della Natura (IV parte, La natura). Nel Trattato è assente anche la poesia del secondo dopoguerra, quasi che l’avvento dello Stalinismo e del Realismo socialista, movimento antipoetico per eccellenza, abbia costituito un’insormontabile cesura. Manca lo stesso recentissimo Poema per adulti di A. Ważyk, che pur allora andava destando scalpore in Polonia e in Europa. Miłosz manifesta così il suo scetticismo nei confronti del Disgelo (Ważyk stesso era stato fino a poco prima uno dei più accaniti sostenitori dello stalinismo in Polonia) e dichiara necessaria una profonda riflessione critica.

Lo scopo del Trattato è infatti la ricerca di una nuova collocazione identitaria della poesia, non solo di quella polacca… E anche quella, più ardita, di nuove forme e generi poetici, che non siano «né troppo poesia né troppo prosa» – come scriverà anni dopo nella sua splendida poesia Ars poetica?

Con la fine dello stalinismo, dopo compromissioni ed evasioni – si chiede – la poesia può forse rivendicare un ruolo etico? Denunciare (o addirittura contrastare) i demoni della Storia?

La risposta non può che essere affermativa. Figlio di una cultura che da tempo aveva riservato ai poeti la guida spirituale della nazione, Miłosz delega la poesia a intrattenere un legame profondo (e ambivalente) con Storia e Natura, rappresentate nel Trattato come figure demoniache. Lo Spirito della Storia, che affascinerà Brodskij, viene qui raffigurato in maniera surrealisticamente orrifica: in frac, simbolo della sua appartenenza alla civiltà, ma con al collo una collana di teste rinsecchite, da idolo primitivo.

Legata strettamente ai demoni della Storia, la poesia si rivela così prossima allo spiritismo, all’esorcismo e alla magia, come verrà dichiarato qualche anno dopo nella già citata Ars poetica?:

Nell’essenza stessa della poesia c’è qualcosa di indecente:
sorge da noi qualcosa che non sapevamo ci fosse,
sbattiamo quindi gli occhi come se fosse sbalzata fuori una tigre,
ferma nella luce, sferzando la coda sui fianchi.
.
Perciò giustamente si dice che la poesia è dettata da un daimon,
benché sia esagerato sostenere che debba trattarsi di un angelo.
È difficile comprendere da dove venga quest’orgoglio dei poeti,
se sovente si vergognano che appaia la loro debolezza.
.
Quale uomo ragionevole vuole essere dominio dei demoni
che si comportano in lui come in casa propria, parlano molte lingue,
e quasi non contenti di rubargli le labbra e la mano
cercano per proprio comodo di cambiarne il destino?
.
[…]L’utilità della poesia sta nel ricordarci
quanto sia difficile rimanere la stessa persona,
perché la nostra casa è aperta, la porta senza chiave
e ospiti invisibili entrano ed escono.Ciò di cui parlo non è, d’accordo, poesia,
perché è lecito scrivere versi di rado e controvoglia,
spinti da una costrizione insopportabile e solo con la speranza
che spiriti buoni, non maligni, facciano di noi il loro strumento.1

.

Il rapporto della poesia, “dominio dei demoni”, con la demoniaca Storia non può quindi dirsi di tipo astratto o intellettuale. Tra le due si instaura un rapporto doloroso, ma produttivo. Nell’Ode finale esso si manifesta nella fantasmagorica «bufera che ha soffocato la strofe di Orazio» (p. 66), nella I e II parte invece sotto le forme di un incessante dialogo con i poeti del passato, in una sorta di rito di evocazione dei morti, simile a quello già messo in scena in due basilari drammi in versi polacchi: la IV parte degli Avi (1822) di Mickiewicz e Le nozze (1901) del simbolista Wyspiański, entrambi apertamente citati nel Trattato.Cercando di aprire vie nuove alla poesia, Miłosz dialoga con i suoi maestri, con gli amici e oppositori della giovinezza, lasciando aperta l’ancora incerta questione della poesia del proprio tempo…

Mi piace infine ricordare che in quello stesso 1957, anno in cui apparve il Trattato poetico, in Polonia usciranno le opere di due grandi protagonisti della poesia polacca: Ermes, il cane e la stella di Zbigniew Herbert e Appello allo Yeti di Wisława Szymborska.

*

Tutte le citazioni, se non altrimenti indicato, sono tratte da Czesław Miłosz, Trattato poetico, Milano, Adelphi, 2012

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Note:
1 C. Miłosz, Poesie, trad. it. di P. Marchesani, Milano, Adelphi, 1983, p. 118.
2 Ivi.

Czesław Miłosz,Trattato poetico (tavola rotonda sull’opera) – I parte

Czesław Miłosz,Trattato poetico 

Tavola rotonda: Alfonso Berardinelli, Valeria Rossella, Giovanna Tomassucci, 21 novembre 2012 – Vengono di seguito pubblicati – qui, su Il sasso nello stagno, in tre parti pubblicate in tre giorni consecutivi – gli interventi di Alfonso Berardinelli, Valeria Rossella (poetessa e traduttrice del libro), Giovanna Tomassucci (docente di Letteratura Polacca, Università di Pisa) in occasione della presentazione del Trattato poetico di Czesław Miłosz (Milano, Adelphi, 2012), tenutasi presso la “Fondazione del Fiore” di Firenze il 16 ottobre 2012, con il coordinamento di Maria Giuseppina Caramella. [per questo articolo si ringrazia di cuore la rivista “L’ospite ingrato”]

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Alfonso Berardinelli: È certo (e non sono io a decretarlo) che il Trattato poetico di Miłosz è uno dei poemi più potenti e labirintici del Novecento, un’opera audace e insolita che non sa ancora dire se ha segnato un’epoca della poesia europea o ne ha aperta una nuova. Probabilmente tutte e due le cose: il bilancio del Novecento che viene compiuto nelle sue pagine, una tappa dopo l’altra, una dimensione contro un’altra, ha spinto l’autore alla costruzione di un modello formale che poteva avere, e forse non ha ancora avuto, un’influenza sulla poesia successiva, non solo polacca. Per fare un solo esempio, citerei, restando nel cuore dell’Europa, almeno i due ‘poemi saggistici’ di Hans Magnus Enzensberger, più giovane di Miłosz di quasi vent’anni e che esordì esattamente nel 1957, l’anno di pubblicazione del Trattato poetico. Sia con Mausoleum che con La fine del Titanic, entrambi degli anni Settanta, Enzensberger uscì dai limiti della composizione breve e sperimentò il poema storico, fra narrazione e interpretazione. Contro una poetica che era sembrata dominante, ma che non esauriva certo le potenzialità dello stile moderno, Miłosz abolisce i confini tematici e linguistici della poesia; non solo perché le vicende e le tragedie storiche si impongono ai poeti, ma perché il linguaggio poetico, con la sua duttilità, varietà di registri e capacità di condensazione può essere uno strumento conoscitivo ed espressivo almeno altrettanto efficace della narrativa e della saggistica. Nella rappresentazione di un’intera epoca, Trattato poetico è un ossimoro, sovrappone e fonde due generi letterari distanti, disparati, facendo uscire la poesia dai suoi confini più convenzionali.

Mi sono inoltrato senza strumenti, armato solo della mia curiosità, nella lettura di quest’opera, per capire come sia possibile e come possa funzionare un poema epico scritto dopo la metà del secolo scorso. L’ho letto nella traduzione, che mi sembra ammirevole, di Valeria Rossella, che fa intuire (e questo è un pregio) difficoltà spesso insormontabili del testo originale. Una buona traduzione credo che debba saper alludere a quanto c’è di irraggiungibile nell’originale. Una traduzione che sa alludere, traduce l’intraducibile, indica una distanza incolmabile.

L’opera è di una complessità, energia e originalità che intimidiscono e travolgono il lettore non specialista di Miłosz, trascinandolo tuttavia in una specie di stato ipnotico. Fa parte dell’opera anche un apparato di note insolitamente esteso, redatto dall’autore stesso, che nella apparente modestia esplicativa integra i versi, estendendone l’effetto narrativo e intellettuale e potenziandone perfino l’impatto emotivo. Così lo stato ipnotico, indotto nel lettore dall’eccezionale potenza evocativa, simbolica, descrittiva e aforistica dei versi, si trasforma in qualcosa che oscilla tra il visionario, il cronistico e l’allegorico. Nella poesia di Miłosz quest’oscillazione è frequente, anzi è caratteristica. Fa parte della sua poetica non trascendere gli eventi, affrontare i fenomeni; senza per questo evitare quell’ampliamento speculativo che istituisce una terza dimensione: allegorica o mitica o contemplativa.

Si può avere l’impressione che l’autore proceda a volte per semplice linearità descrittiva o paratattica, a volte per libere associazioni oniriche e surreali. Ma poi ci si rende conto che al di là dell’accostamento e dall’urto di materiali e strati semantici eterogenei si stende un fitto tessuto di meditazioni e letture sul senso della Storia e sulle operazioni della Natura: fra cronache d’epoca, autobiografia, simbolismo esoterico, filosofia e storia del Novecento.

Miłosz ha letto sia Hegel che Linneo, sia il teosofo settecentesco Emanuel Swedenborg che Marx. È stato influenzato negli anni Trenta da Yeats, Eliot e forse da Auden; ma prima soprattutto dall’enigmatico profetismo di William Blake, a sua volta influenzato del neoplatonismo e dalla Bibbia.

Lo stile poetico di Miłosz si presenta perciò stratificato e dilatato in più direzioni e dimensioni che convivono in un insieme sconcertante di intarsi e impulsi dinamici, sia tragici che vitalistici. Gli orrori storici (le spartizioni e occupazioni tedesche e russe della Polonia, la Shoah) invadono la natura, la sconvolgono, la avvelenano. Ma le potenze metamorfiche della Natura non si fermano: continuano a estrarre caparbiamente dalla morte materia per una nuova vita.

È questa sfrenatezza eclettica e sincretistica, capace di mescolare, al di là di ogni coerenza, sistemi culturali eterogenei, ciò che permette a Miłosz di elaborare un linguaggio poetico, un pensiero, una percezione polimorfica della realtà che nessuno sgomento riesce a depauperare e paralizzare.

Il Trattato poetico è diviso cronologicamente e tematicamente in quattro parti. Nella prima (Bei tempi) torniamo nella Cracovia colta, sofisticata e frivola della Belle Époque, tra caffè affollati di artisti d’avanguardia, musica all’aperto e fuga di emigranti verso le città industriali del Nord America.

Nella seconda (La capitale) siamo a Varsavia tra il 1918 e il 1939, l’anno dell’invasione nazista. Con la terza e quarta sezione entrano in scena le due dimensioni manifestamente contrapposte e segretamente comunicanti: Lo Spirito della Storia (Varsavia 1939-1949, da Hitler a Stalin) e La Natura (Pennsylvania 1948-1949). Il tono della nota scritta da Miłosz per introdurre questa ultima parte è sdrammatizzante. Finalmente lontani dalle tragedie europee e polacche, l’America è un altro mondo e un’altra vita (tema non banale, che si ritrova in Nabokov e in Singer). Miłosz parla di sé in terza persona:

‘Il sole è qui. Chi, ‘Mentre nel capitolo precedente il narratore si confrontava con eventi storici e decisioni politiche, qui cerca di dimenticare per un attimo l’Europa stretta nella morsa di forze demoniache, e di ritrovare un certo equilibrio osservando la natura e l’eterno succedersi delle stagioni. (p 105)
.
Là è il nostro inizio. Inutile schermirsi,
inutile ricordare antiche Età dell’Oro.
È meglio accettare e riappropriarsi
del baffo impomatato insieme alla bombetta,
del tintinnio di catenelle in similoro.Riappropriarsi dei canti intonati
nei neri borghi industriali
reggendo il boccale della birra.
Alzarsi all’alba, dodici ore lavorare,
nel fumo creare progresso e ricchezza.Piangi, Europa, aspettando una carta d’imbarco.
Una sera, a dicembre, nel porto di Rotterdam
starà silenziosa la nave di emigranti.
Sotto pennoni diacci, come pini innevati,
sgorgano litanie in qualche idioma
contadino, sloveno o polacco.Colpita da un proiettile, prende a suona una pianola.
Nella taverna quadriglie per coppie scalmanate. (p. 16)

Là dove il vento porta il fumo del crematorio
e viene il suono dell’Angelus dai campi
lo Spirito della Storia si aggira sibilando.
Ama queste contrade lavate dal diluvio
informi da allora e da allora pronte.
Gli piace una gonna che brilla fra le siepi
Così in Polonia, come in Arabia o in India.

Allarga in cielo le sue spesse dita.
Sotto il palmo disteso in bici se ne va
chi organizza reti di sicurezza,
il delegato del partito militare a Londra.
Pioppi, minuti come segale in un baratro
conducono dal bosco al tetto di un castello,
là, in sala da pranzo seduti intorno a un tavolo
ragazzi stanchi con indosso gli stivali. Agli staffieri
dai cespugli cade la polvere sui baffi.

Già lo vide e riconobbe il poeta, è il nume
peggiore cui è soggetto il tempo, ed i destini
di effimeri reami la cui durata è un giorno.
Il suo viso è come dieci lune,
al collo una catena di teste ora spiccate.
Chi non lo riconosce, toccato da una verga,
inizia a balbettare perdendo la ragione.
Chi gli s’inchina sarà soltanto un servo,
il suo nuovo padrone lo disprezzerà.

O liuti e broli e corone d’alloro!
O dame, o principi mitrati, dove siete!
Vi si poteva compiacere con l’adulazione,
afferrando
la borsa di monete d’oro
con un abile guizzo. Lui vuole di più. Vuole
la carne e il sangue. (pp. 38-39)

La Natura:
.
Il sole è qui. Chi, bambino, ha creduto
basti comprendere lo schema dell’azione per infrangere
il replicarsi delle cose è umiliato,
marcisce nella pelle altrui, per i colori
di una farfalla ha muta ammirazione
priva di forma e all’arte ostile.Perché non cigolassero i remi negli scalmi
li avvolgevo in un fazzoletto. L’oscurità scendeva
dalle Rocky Mountains, dal Nebraska e Nevada,
radunando in sé i boschi di tutto il continente.
Le braci del cielo, una nuvola acre,
e i voli degli aironi, gli alberi della torbiera,
le frasche secche, illividite e nere. Dispersa dal canotto
l’aerea utopia delle zanzare ricomponeva
i propri castelli rutilanti. Frusciò l’ombra
della ninfea affondata dalla chiglia.È notte ormai, si fa cinerea l’acqua.
Suonate, musiche, ma impercettibili
come il ronzio dell’orologio, perché aspetto.
Il mio centro è la tana del castoro.
L’acqua del lago s’increspava, arata in cerchio
dalla nera luna di una bestia salita
dall’abisso, gorgogliante di metano.
Non sono immateriale né mai lo sarò.
Uno sguardo incorporeo, no, non m’appartiene. (pp. 54-55)
Alla fine è dunque l’energia vitale della natura indomabile, madre di tutti i simboli magici e metafisici, a vincere la sinistra superbia dello Spirito della Storia, invenzione umana. Il più deciso, efficace disprezzo che meritano le tragedie storiche è quello che viene dunque dalla contemplazione della Natura e della sua inesauribile varietà:
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Solo la rosa, simbolo sessuale
o di amore e bellezza ultraterrena,
apre un abisso che mai conosceremo a fondo. (p. 60)
.
Dunque:
.
Perché non scrivere un’ode all’antica
sul ciclo delle stagioni dettato dalle stelle,
seduti a un rozzo tavolo in campagna,
scacciando uno scarabeo con il pennino? (p. 61).
.
*
.
.Tutte le citazioni, se non altrimenti indicato, sono tratte da Czesław Miłosz, Trattato poetico, Milano, Adelphi, 2012

Ars poetica, Arte poetica

Paul Verlaine (Metz, 30 marzo 1844 – Parigi, 8 gennaio 1896) 

Arte poetica

La musica prima di ogni altra cosa,
E perciò preferisci il verso dispari
Più vago e più solubile nell’aria,
Senza nulla in esso che pesi o posi…
.
È anche necessario che tu non scelga
le tue parole senza qualche errore:
nulla è più caro della canzone grigia
in cui l’Incerto al Preciso si unisce.
.
Sono dei begli occhi dietro i veli,
è la forte luce tremolante del mezzogiorno,
è, in mezzo al cielo tiepido d’autunno,
l’azzurro brulichio di chiare stelle!
.
Perché noi vogliamo la Sfumatura ancora,
non il Colore ma soltanto sfumatura!
Oh! la sfumatura solamente accoppia
il sogno al sogno e il flauto al corno
.
Fuggi lontano dall’Arguzia assassina,
dallo Spirito crudele e dal Riso impuro,
che fanno piangere gli occhi dell’Azzurro,
e tutto quest’aglio di bassa cucina
.
Prendi l’eloquenza e torcile il collo!
E farai bene, in vena d’energia,
a moderare un poco la Rima.
Fin dove andrà, se non la sorvegli?
.
Oh, chi dirà i torti della Rima?
Quale fanciullo sordo o negro folle
ci ha forgiato questo gioiello da un soldo
che suona vuoto e falso sotto la lima?
.
Musica e sempre musica ancora!
Sia il tuo verso la cosa che dilegua
che si sente che fugge da un’anima che va
verso altri cieli ad altri amori.
.
Che il tuo verso sia la buona avventura
Sparsa al vento increspato del mattino
Che porta odori di menta e di timo…
E tutto il resto è letteratura.
(dal web)

*

Ezra Pound (Hailey, 30 ottobre 1885 – Venezia, 1 novembre 1972)

Ars Poetica (I-IV)

I
La poesia dev’essere scritta altrettanto bene quanto la prosa. La lingua dev’essere bella e in nessun modo allontanarsi dalla parola detta, se non per un’accresciuta intensità (cioè semplicità). Non devono esservi parole libresche, niente perifrasi, niente inversioni. Dev’essere semplice come la prosa di Maupassant e dura come quella di Stendhal.
Non sono ammesse le interiezioni, non le parole che volano via nel nulla. Ammesso che non si può ad ogni colpo far centro, si almeno questa l’intenzione. Il ritmo deve avere un significato. Non può essere una semplice partenza, senza presa, senza stretta sulle parole e il senso.
Niente clichés, niente frasi fatte, stereotipie giornalistiche. Il solo modo di sfuggire a questo è la precisione, che è il risultato di un’attenzione concentrata a ciò che si sta scrivendo. La prova di uno scrittore è la sua capacità di simile concentrazione e la sua facoltà di rimanere concentrato finché non sia arrivato alla fine del suo lavoro, siano due versi o duecento.
Oggettività e ancora oggettività ed espressione. Niente code al posto delle teste, niente aggettivi a cavalcioni (come “putridi muschi fradici”). Niente, niente che non si possa in qualche momento, nella stretta di qualche emozione, effettivamente dire. Ogni letterarismo, ogni parola libresca sgretola via un pezzetto della pazienza del lettore, un po’ del suo sentimento della vostra sincerità. Quando uno sente e pensa veramente, egli balbetta le parole più semplici.
La lingua è fatta di cose concrete. Espressioni generiche in termini non-concreti sono pigrizia; sono conversazione, non creazione.
Il solo aggettivo che valga la pena di usare è l’aggettivo essenziale al senso del passaggio. Mai l’aggettivo decorativo.

II
Concisione, ovvero stile, ovvero dire ciò che s’intende dire col minor numero di parole e le più chiare.
Effettiva necessità di creare o costruire qualcosa; di presentare una immagine o più immagini di oggetti concreti, disposti in modo da toccare il lettore. Al di là di questi oggetti concreti si possono fare semplici constatazioni del sentimento sui fatti; come “sono stanco” o “alla morte non può seguire peggiore male”, ecc.
Io credo vi debbano essere più, molti più oggetti che constatazioni e conclusioni, essendo queste ultime puramente ipotetiche (optional), non essenziali, spesso superflue e quindi pessime.
Ma bisogna che vi sia l’emozione, o la cadenza e il ritmo saranno rapidi e senza interesse.
Il compito del poeta è definire e ancora definire finché il particolare alla superficie sia in accordo con la radice nella giustizia.
In nessun caso la costipazione del pensiero, sia pure nel particolare, consentirà bella scrittura.
Lucidità…

III
Poesia è l’arte di caricare ogni parola del suo massimo significato.

IV
Buttate fuori tutti i critici che usano vaghi termini generici; non solo quelli che usano vaghi termini generici perché sono troppo ignoranti per dar loro un significato, ma quelli che usano vaghi termini per nascondere il significato; e tutti quei critici che usano i loro termini in modo così vago che il lettore può immaginare siano d’accordo con lui o gli diano ragione mentre non è così: col che intendo dire che i loro articoli possono sempre apparire in solide e rispettate riviste senza scatenare una zuffa o provocare le proteste degli abbonati. La prima credenziale che noi dobbiamo esigere da un critico è la sua ideografia del bello, di ciò che egli considera scrittura valida e di tutti, tutti i suoi termini generici. Allora sapremo a che punto si trova.
Non potrò mai ripetere troppo spesso o con troppa energia la mia diffidenza (caution) per i cosiddetti critici che parlano tutto intorno all’argomento e non definiscono i loro termini e non sanno dire francamente che certi autori sono una scocciatura maledetta. Fatevi dire da un uomo prima, e con tutti i particolari, quali sono per lui i buoni scrittori: solo dopo ne ascolterete le spiegazioni.

(da Cristina Campo, La tigre assenza (Adelphi) – trad. Cristina Campo)
*
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Vicente Huidobro (Santiago del Cile, 10 gennaio 1893 – Cartagena, 2 gennaio 1948)
.
Arte poetica
.
Che il verso sia come una chiave
che apre mille porte.
Come una foglia; qualcosa passa in volo;
Quando guardano gli occhi sia creato,
E l’anima di chi ascolta resti a tremare.
.
Inventa nuovi mondi e cura la parola;
L’aggettivo, quando non da vita, uccide.
.
Siamo nel ciclo dei nervi.
Il muscolo pende,
Come un ricordo, nei musei;
Ma non per questo abbiamo meno forza:
Il vero vigore
Risiede nella testa.
.
Perché cantate la rosa, o poeti!
Fatela fiorire nella poesia;
Solo per noi
Vivono tutte le cose sotto il Sole.
.
Il poeta è un piccolo Dio.
(da Antologia della poesia spagnola e ispanoamericana, trad. G. Morelli – La biblioteca di Repubblica – dal web)

*

Jorge Luis Borges (Buenos Aires, 24 agosto 1899 – Ginevra, 14 giugno 1986)

Arte poetica

Guardare il fiume fatto di tempo e acqua
e ricordare che il tempo è un altro fiume,
sapere che ci perdiamo come il fiume
e che i visi passano come l’acqua.

Sentire che la veglia è un altro sonno
che sogna di non sognare e che la morte
che teme la nostra carne è quella morte
di ogni notte, che si chiama sonno.

(da Poesie 1923-1976 (Rizzoli), trad. Livio B. Wilcock)

*

Czesław Miłosz (Šeteniai, 30 giugno 1911 – Cracovia, 14 agosto 2004)

Ars poetica

Ho sempre aspirato a una forma più capace,
che non fosse né troppo poesia né troppo prosa
e permettesse di comprendersi senza esporre nessuno,
né l’autore né il lettore, a sofferenze insigni.

Nell’essenza stessa della poesia c’è qualcosa di indecente:
sorge da noi qualcosa che non sapevamo ci fosse,
sbattiamo quindi gli occhi come se fosse sbalzata fuori una tigre,
ferma nella luce, sferzando la coda sui fianchi.

Perciò giustamente si dice che la poesia è dettata da un daimon,
benché sia esagerato sostenere che debba trattarsi di un angelo.
È difficile comprendere da dove venga quest’orgoglio dei poeti,
se sovente si vergognano che appaia la loro debolezza.

Quale uomo ragionevole vuole essere dominio dei demoni
che si comportano in lui come in casa propria, parlano molte lingue,
e quasi non contenti di rubargli le labbra e la mano
cercano per proprio comodo di cambiarne il destino?

Perché ciò che è morboso è oggi apprezzato,
qualcuno può pensare che io stia solo scherzando
o abbia trovato un altro modo ancora
per lodare l’Arte servendomi dell’ironia.

C’è stato un tempo in cui si leggevano solo libri saggi
che ci aiutavano a sopportare il dolore e l’infelicità.
Ciò tuttavia non è lo stesso che sfogliare mille
opere provenienti direttamente da una clinica psichiatrica.

Eppure il mondo è diverso da come ci sembra
e noi siamo diversi dal nostro farneticare.

La gente conserva quindi una silenziosa onestà,
conquistando così la stima di parenti e vicini.

L’utilità della poesia sta nel ricordarci
quanto sia difficile rimanere la stessa persona,
perché la nostra casa è aperta, la porta senza chiave
e ospiti invisibili entrano ed escono.

Ciò di cui parlo non è, d’accordo, poesia,
perché è lecito scrivere versi di rado e controvoglia,
spinti da una costrizione insopportabile e solo con la speranza
che spiriti buoni, non maligni, facciano di noi il loro strumento.

(da Poesie Adelphi, Milano, 1983, trad.Pietro Marchesani )
– in apertura, opera di Ishtvan-Oros –

Czesław Miłosz, Inno

Czesław Miłosz , Inno 

Non c’è nessuno fra te e me.
Né pianta che attinge i succhi dal profondo della terra,
né animale, né uomo,
né vento che cammina fra le nuvole.

I più bei corpi sono vetro trasparente.
Le fiamme più ardenti acqua che lava i piedi stanchi
dei viaggiatori.

Gli alberi più verdi piombo fiorito nel cuore della notte.
L’amore è sabbia inghiottita da labbra aride.
L’odio una brocca salata offerta all’assetato.
Scorrete, fiumi; alzate le vostre mani,
città! Io, fedele figlio della terra nera, farò ritorno
alla terra nera,
come se la mia vita non fosse stata,
come se canzoni e parole create le avesse
non il mio cuore, non il mio sangue,
non il mio esistere,
ma una voce sconosciuta, impersonale,
solo lo sciabordio delle onde, solo il coro dei venti,
solo il dondolio autunnale
dei grandi alberi.

Non c’è nessuno fra te e me,
e a me è data la forza.
Le montagne bianche pascolano sulle pianure della terra,
vanno verso il mare, alla loro abbeverata,
soli sempre nuovi si inchinano
sulla valle del piccolo e stretto fiume dove sono nato.
Non ho saggezza, né talento, né fede,
ma ho avuto la forza, essa lacera il mondo.
Onda pesante mi infrangerò sulle sue rive
e me ne andrò, farò ritorno nei territori delle acque eterne,
e un’onda nuova ricoprirà di schiuma le mie orme.
Oscurità!

Tinta dal primo chiarore dell’alba,
come il polmone strappato da una bestia squarciata
ti dondoli, ti immergi.
Quante volte ho navigato con te
trattenuto nel mezzo della notte,
sentendo una voce sulla tua chiesa agghiacciata,
il grido dell’urogallo, il fruscio dell’erica,
e due mele brillavano sulla tavola
o le forbici aperte rilucevano –
– e noi eravamo simili:
mele, forbici, oscurità e io –
sotto la stessa, immobile,
assira, egiziana e romana
luna.

Si alternano le stagioni, uomini e donne si accoppiano,
i bambini nel dormiveglia fanno correre le mani sui muri,
disegnando terre oscure col dito bagnato nella saliva,
si alternano le forme, crolla ciò che sembrava invincibile.

Ma fra gli Stati sorgenti dal fondo dei mai,
fra le vie scomparse, al cui posto
si innalzeranno monti costruiti con un pianeta caduto,
contro tutto ciò che è passato, tutto ciò che passa,
si difende la giovinezza, limpida come pulviscolo solare,
né del bel né del male invaghita,
inviata sotto i tuoi immensi piedi,
perché tu la schiacci, la calpesti,
perché tu col tuo alito faccia muovere la ruota
e l’esile struttura tremi al suo movimento,
perché a lei tu dia fame, e agli altri sale, pane e vino.

Ancora non risuona la voce del corno
che chiama gli sbandati, chi giace nelle valli.
La ruota dell’ultimo carro ancora non rimbomba
sul suolo gelato.

Fra te e me non c’è nessuno.

Parigi, 1935
da Tre inverni – tratta da Poesie, a cura di Pietro Marchesani, Adelphi

Czesław Miłosz, Šeteniai (Lituania),1911 – Cracovia, 2004, poeta e saggista polacco, è stato, secondo Josif Brodskij “uno dei più grandi poeti del nostro tempo e forse il più grande”. Nel 1980 gli è stato conferito il Premio Nobel per la letteratura, con la seguente motivazione: «Who with uncompromising clear-sightedness voices man’s exposed condition in a world of severe conflicts.» («A chi, con voce lungimirante e senza compromessi, ha esposto la condizione dell’uomo in un mondo di duri conflitti.»)

Jorge Luis Borges e Czesław Miłosz: Eraclito

Eraclito – di Czesław Miłosz 

Aveva pietà di loro, lui stesso degno di pietà.
Perché la cosa è al di là delle parole di qualunque lingua.
Perfino la sua sintassi, oscura, come gli veniva rimproverato,
Le parole disposte così da avere triplice senso,
Non afferreranno nulla. Quelle dita nel sandalo,
Il seno della ragazza così esile sotto la mano di Artemide,
Il sudore, l’olio sul viso dell’uomo dei bastimenti
Partecipano all’Universale, esistendo separatamente.
Nostri in sonno e ormai solo a noi dediti,
Amorosi all’odore del corpo caduco,
Del calore centrale sotto il pelo pubico,
Con le ginocchia sotto la barba, sappiamo che esiste il Tutto
E vi aspiriamo invano. Di noi stessi, quindi animali.
L’esistenza singola ci toglie la luce.
(La frase può essere rovesciata).
«Nessuno era fiero e sprezzante come lui».
Perché si torturava, non potendo perdonare
Che un attimo di consapevolezza non ci trasformi mai.
La pietà raggiunse la collera. Al punto che fuggì da Efeso.
Non voleva vedere viso umano. Abitava sui monti.
Si cibava di erbe e foglie, narra Laerzio.
Sotto la sponda scoscesa dell’Asia il mare inclinava le onde
(Dall’alto non si vedono le onde, ma solo il mare),
E là è l’eco che porta le scampanellate d’un tabernacolo?
O sono le vesti d’oro d’Orlando Furioso che scorrono?
O è il muso d’un pesce che toglie il liquido belletto dalle labbra
Della radiotelegrafista dei sommergibili?
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…………………………………………………….Montgeron, 1960
da Poesie (a cura di Pietro Marchesani, Biblioteca Adelphi)
+
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Eraclito – di Jorge Luis Borges
.
Il secondo crepuscolo.
La notte che penetra nel sonno.
La purificazione e l’oblio.
Il primo crepuscolo.
La mattina ch’è stata l’alba.
Il giorno che fu il mattino.
Il folto giorno che sarà la sera consunta.
Il secondo crepuscolo.
Quest’altra usanza del tempo, la notte.
La purificazione e l’oblio.
Il primo crepuscolo…
L’alba segreta e nell’alba
lo sgomento del greco.
Che trama è questa
del sarà, dell’è, del fu?
Che fiume questo
pel quale corre il Gange?
Che fiume, la cui fonte è inconcepibile?
Fiume, codesto, che
trascina mitologie e spade?
È inutile che dorma.
Corre nel sonno, nel deserto, in una cava.
Il fiume mi rapisce, io sono il fiume.
Di labile materia fui costrutto, di misterioso tempo.
È in me forse la fonte.
Forse la mia ombra
nascono i giorni fatali e illusori.
da Elogio dell’ombra (versione con testo a fronte di Francesco Tentori Montalto, Einaudi)

– immagine: opera di Johannes Moreelse, Eraclito (1630) –

Czesław Miłosz, Due a Roma (pdf scaricabile)

roma_santangelo

Questi versi ci accompagneranno per il fine settimana. Un caro saluto agli Amici e ai Lettori dalla mia breve vacanza!! Tranquilli, ci ritroviamo on line martedì 27 \ 6 \’17 (AnGre).

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Dua a Roma di Czesław Miłosz

Cala il buio su Castel Sant’Angelo
In un immobile punto del globo, dove il Tevere snoda il tempo.
La terra languente, toccata dal vento, respira nelle ceneri.
È percettibile il fruscio della lucertola,
Il calpestìo del topo e il pianto del mondo.
.
Finché il corpo umano è trapassato da calde correnti
E per amore dei corpi altrui risuscita forme tremanti
Si può vivere nell’estasi o nella disperazione.
Ma quando appare il vuoto astratto della terra
E sopraggiunge l’ora del commiato
Il profumo delle foglie, la forma delle nuvole è insignificante.
.
Il manto di porpora non colorirà le mie braccia smagrite.
Il polso del mio tempo batte lentamente.
Una è la lingua dei vivi e dei morti
Ora e per tutti gli infiniti giorni. […]

 

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Czesław Miłosz, Notizia

fiona watson (immagine a cura di Cartesensibili)

NOTIZIA

Della civiltà terrestre che diremo?

Che era un sistema di sfere colorate, di vetro affumicato,
Dove si avvolgeva e svolgeva il filo di liquidi luminescenti.

O un agglomerato di palazzi raggiformi
Svettanti da una cupola coi portali inchiavardati
Dietro cui camminava un orrore senza volto.

E che ogni giorno si gettavano i dadi, e a chi capitava un numero basso
Veniva condotto al sacrificio: vecchi, bambini, ragazzi e ragazze.

O forse diremo così: che abitavamo in un vello d’oro,
In una rete iridescente, nel bozzolo di una nuvoletta
Appeso al ramo d’un albero galattico.
E questa nostra rete era intessuta di segni:
Geroglifici per l’occhio e l’orecchio, anelli d’amore.
E risuonava al suo interno un suono, che ci scolpiva il tempo,
Il tremolio, il garrito, il cinguettio della nostra favella.

E con che cosa potevamo tessere il confine
Fra il dentro e il fuori, la luce e l’abisso,
Se non con noi stessi, il nostro caldo respiro,
Il rossetto, lo chiffon e la mussola,
Col battito, che quando tace muore il mondo?

O forse della civiltà terrestre non diremo nulla.
Perché cosa fosse non lo sa realmente nessuno.

Berkeley, 1973

Czesław Miłosz, da Da dove sorge e dove tramonta il sole – tratta da Poesie (a cura di Pietro Marchesani, Adelphi, 2013)

Czesław Miłosz, Ars poetica – con un commento di Giorgio Linguaglossa

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Maurits Cornelius Escher – Relativity (part.)

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Czesław Miłosz, Ars poetica

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Ho sempre aspirato a una forma più capace,
che non fosse né troppo poesia né troppo prosa
e permettesse di comprendersi senza esporre nessuno,
né l’autore né il lettore, a sofferenze insigni.

Nell’essenza stessa della poesia c’è qualcosa di indecente:
sorge da noi qualcosa che non sapevamo ci fosse,
sbattiamo quindi gli occhi come se fosse sbalzata fuori una tigre,
ferma nella luce, sferzando la coda sui fianchi.

Perciò giustamente si dice che la poesia è dettata da un daimon,
benché sia esagerato sostenere che debba trattarsi di un angelo.
È difficile comprendere da dove venga quest’orgoglio dei poeti,
se sovente si vergognano che appaia la loro debolezza.

Quale uomo ragionevole vuole essere dominio dei demoni
che si comportano in lui come in casa propria, parlano molte lingue,
e quasi non contenti di rubargli le labbra e la mano
cercano per proprio comodo di cambiarne il destino?

Perché ciò che è morboso è oggi apprezzato,
qualcuno può pensare che io stia solo scherzando
o abbia trovato un altro modo ancora
per lodare l’Arte servendomi dell’ironia.

C’è stato un tempo in cui si leggevano solo libri saggi
che ci aiutavano a sopportare il dolore e l’infelicità.
Ciò tuttavia non è lo stesso che sfogliare mille
opere provenienti direttamente da una clinica psichiatrica.

Eppure il mondo è diverso da come ci sembra
e noi siamo diversi dal nostro farneticare.

La gente conserva quindi una silenziosa onestà,
conquistando così la stima di parenti e vicini.

L’utilità della poesia sta nel ricordarci
quanto sia difficile rimanere la stessa persona,
perché la nostra casa è aperta, la porta senza chiave
e ospiti invisibili entrano ed escono.

Ciò di cui parlo non è, d’accordo, poesia,
perché è lecito scrivere versi di rado e controvoglia,
spinti da una costrizione insopportabile e solo con la speranza
che spiriti buoni, non maligni, facciano di noi il loro strumento.

 

 Czesław Miłosz, Poesie Adelphi, Milano, 1983, traduzione di Pietro Marchesani

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Commento di Giorgio Linguaglossa

Che cosa vuole dirci Miłosz nella poesia citata con l’espressione «una forma più capace»?

Proviamo a ragionare intorno a ciò che vuole dirci il poeta polacco nella poesia sopra citata:
Il momento espressivo-metaforico della forma-poesia è uno spazio espressivo integrale (che può essere colto in un sistema concettuale filosofico, che oggi non c’è per via della latitanza di pensiero estetico da parte dei filosofi). Il momento espressivo coincide con il linguaggio, e il linguaggio è condizionato dai linguaggi che l’hanno preceduto… se il momento espressivo si erige come un qualcosa di più di esso, degenera in non-forma (si badi non parlo qui di informale in pittura come in poesia!), degenera in mera visione del mondo, cioè in politica, in punto di vista condizionato dagli interessi di parte, in chiacchiera, in opinione, in varianti dell’opinione, in sfoghi personali, in personalismi etc. (cose legittime, s’intende ma che non appartengono alla poesia intesa come «forma» di un «evento»).

Il problema di fondo (filosofico, e quindi estetico) della poesia della seconda metà del Novecento (che si prolunga per ignavia di pensiero in questo post-Novecento che è il nuovo secolo), è il non pensare che il problema di una «forma» non può essere disgiunto dal problema di uno «spazio» e quest’ultimo non può essere disgiunto dal problema del «tempo» (tempus regit actum, dicevano i giuristi romani). Ora, il digiuno di filosofia di cui si nutrono molti auto poeti, dico il problema di pensare questi tre concetti in correlazione reciproca, ha determinato, in Italia, una poesia scontatamente lineare, cioè che procede in una sola dimensione: quella della linea, della superficie… ne è derivata una poesia superficiaria e unidimensionale. E, si badi: io dico e ripeto da sempre che il maggiore responsabile di questa situazione di imballo della poesia italiana è stato il maggior poeta del Novecento: Eugenio Montale con “Satura” (1971), seguito a ruota da Pasolini con “Trasumanar e organizzar” (1968). Ma queste cose io le ho già spiegate nel mio studio “Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana 1945-2010” edito da EiLet di Roma nel 2011.

In questa sede posso solo tracciare il punto di arrivo di questo lungo processo: il minimalismo e il post-minimalismo.
Con questa conclusione intendevo tracciare una linea di riflessione che attraversa la poesia del secondo Novecento, una linea di riflessione che diventa una linea di demarcazione.
Delle due l’una: o si accetta la poesia unidirezionale del post-minimalismo magrelliano (legittima s’intende), che prosegue la linea di una poesia superficiaria e unidirezionale che ha antichi antenati e antichi responsabili (parlo di responsabilità estetica) precisi; o si tenta una linea di inversione di tendenza da una poesia superficiaria a una poesia tridimensionale che accetta di misurarsi con una «forma più spaziosa», seguendo e traendo le conseguenze dalla impostazione che ha dato Milosz al problema della poesia dell’avvenire.
La poesia citata di Milosz è un vero e proprio manifesto per la poesia dell’avvenire, chi non comprende questo semplice nesso non potrà che continuare a fare poesia superficiaria (beninteso, legittimamente), ma un tipo di poesia di cui possiamo sinceramente farne a meno. (Giorgio Linguaglossa – dal blog L’Ombra delle Parole)

Czesław Miłosz, Sul libro

Lorenzo Perrone, J'accuse, libro vero, gres, vernice acrilica, matite, 2012
Lorenzo Perrone, J’accuse,
libro vero, gres, vernice acrilica, matite, 2012

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In tempi strani e ostili, meravigliosi, vivevamo,

sulle nostre teste i proiettili cantavano

e anni non meno minacciosi di shrapnel dirompenti

insegnavano grandezza a chi non aveva visto

la guerra. Nell’incendio di settimane senza fiamma ardenti

lavoravamo duro ed eravamo degni

del pane, dei miracoli sovrannaturali in terra apparsi

e spesso, insonni, d’un tratto mesti

guardavamo dalle finestre se sulle notti livide

non rifluissero gli zeppelin a stormi,

se non scoppiasse un nuovo segnale ai continenti

e controllavamo allo specchio se un marchio sulla fronte

cresciuto non ci fosse, in segno di condanna già avvenuta.

Erano tempi in cui non bastava lamentarsi con parole

pure sul pathos del mondo sempiterno,

era un’epoca di tempesta, il giorno dell’apocalisse,

gli Stati antichi distrutti, le città a fuso

si avvolgevano ubriache sotto il cielo schiumoso.

Dov’è il posto per te in questo secolo di turbamenti,

o libro saggio, tranquillo, lega di elementi

raccordati per secoli dallo sguardo dell’artista?

Mai più dalle tue pagine risplenderà alla nostra vista,

come nella prosa di Conrad, su acque quiete la nebbiosa sera,

né il cielo con faustiano coro inizierà a parlare

e la poesia di Hafiz dimenticata ormai non sfiorerà

la fronte con la sua frescura, non cullerà le teste,

né Norwid ci svelerà le severe leggi

della storia, che una rossa nube di polvere offusca.

Inquieti, ciechi e all’epoca fedeli,

andiamo verso un dove lontano, sul nostro capo l’ottobre

fa stormire le foglie, come l’altro sventolava le bandiere.

L’alloro è inaccessibile a noi, coscienti del castigo

che il tempo destina a quanti hanno amato

la temporalità, cui il frastuono dei metalli è annunzio.

Una fama ci è toccato quindi di creare – anonima,

come il grido di addio di chi si allontana – nel buio.

 

Vilna, 1934

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Czesław Miłosz, Poesie – a cura di Pietro Marchesani, Biblioteca Adelphi, 2013