Dicembre in poesia

Pissarro Camille Boulevard Montmartre De Noche 1897

Dicembre a Porta Nuova di Leonardo Sinisgalli (Italia, 1908 – 1981)

Mi raccoglie nel suo gomito
Inerte la fredda sera d’autunno.
Scorre deserta sulle foglie
E mi ridesta a ogni tonfo
Dei castagni. Tutto il bene
Che mi resta forse è in quest’ora
Calma che si accerta,
A questa svolta che si gonfia
D’acque perché la ripa si fa stretta.
Poi rotta la dolcezza dell’indugio
Ogni cosa decade con più fretta
E non mi duole l’alito d’ombra
Che mi gela la fronte.
Sopra la spalletta curvo
Mi assale il vento dalla buca del ponte.

*

[Dicembre è sempre stato il mese] di Lars Gustafsson (Svezia, 1936 – 2016)

Dicembre è sempre stato il mese
in cui si smetteva di esistere.
Si diventava una parentesi nel buio, o poco più.
Si accendevano lanterne, lampade e candele.
Ma era evidente
che non bastavano
contro il fiume straripante delle tenebre.
È facile capire
un messaggio natalizio
più pagano, più primitivo:
A qualsiasi costo con torce e fiaccole
riavere una luce solare
il cui ritorno non era mai scontato.

*

Ciò che vorrei donarti per l’avvento di Christine Busta (Austria, 1915 – 1987)

Un suono d’organo antidoto al mattino cupo,
il mio respiro contro il vento gelido del giorno,
fiocchi di neve come promessa di stelle la sera
e una luce per la via di chi era dato per perso,
l’angelo, che nel cuore della notte
annuncia la rinascita dell’amore.

*

Mattino di dicembre di Fëdor Ivanovič Tjutčev (Russia, 1803 – 1873)

La luna in cielo, e imperturbata
l’ombra notturna è tuttavia:
regna tranquilla, senza darsi conto
che il giorno ormai già s’è scrollato,
che, sebben pigri e dubitosi,
l’uno s’aggiunge all’altro raggio
nel mentre il cielo del notturno
trionfo tutto ancora splende.
Ma non andranno due, tre istanti,
vaporerà la notte dalla terra,
e col fulgore delle apparizioni,
ci avrà afferrati il mondo diurno…
.
In apertura: Boulevard Montmartre di notte, dipinto a olio su tela di Camille Pissarro, databile al 1897 e conservato nella National Gallery di Londra.

Paul Cézanne, Il ponte di Maincy con una nota sull’artista – sassi d’arte

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Paul Cézanne (1839 – 1906), Il ponte di Maincy (1879 circa)

olio su tela, cm 58,5 x 72,5 – Parigi, Musée d’Orsay

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Questo dipinto, apparentemente, non sembra un’opera maggiore del grande pittore francese. Ma solo apparentemente: questo piccolo dipinto contiene già tutti i germi di ciò che un quarto di secolo dopo verrà chiamato cubismo. Se si guarda con attenzione (nell’immagine sottostante, le tre opere riportate nell’ordine) il dipinto domestico Il buffet, del 1873, tutta la pittura successiva di Cézanne vi è già dichiarata: il tratto delle pennellate forti posate in parallelo l’una all’altra, i fondi drammatici, il senso della realtà, al contempo percepita e trasfigurata con cinque frutti posati su una tovaglia che sembra già la montagna di Sainte-Victoire, quella che dipingerà in modo ossessivo, quando tornerà nel suo meridione. E il tutto che si staglia su uno sfondo che sembra il mondo boschivo dei suoi bagnanti. E pure già questo sfondo, che si fa intuitivo del cubismo, torna poco dopo nella stesura del paesaggio del Ponte di Maincy.

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Sarebbe del tutto errato confondere Cézanne con gli impressionisti, quelli che tali vengono definiti nella mostra del 1874 e con i quali effettivamente esporrà con totale insuccesso nella mostra successiva. Egli è autonomo sin dall’inizio del suo percorso, e lo è per un motivo quasi ideologico che lo lega ad Émile Zola, suo compagno di liceo ad Aix-en-Provence, provinciale quasi per definizione e del sud come lui. A Zola deve una fede, anch’essa quasi ideologica, nel verismo, quello di una generazione giovane che trova in Victor Hugo lo scrittore vate della realtà. Cézanne, come Zola, appartiene ad una generazione di ragazzi di provincia che a Parigi si fanno protagonisti dell’alternativa esistenziale prima ancora che  di quella artistica.

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Il tema del dipinto, Il ponte di Maincy, noto anche come Il ponticello, è strettamente legato al gusto dei pittori impressionisti nella scelta del soggetto: uno scorcio di paesaggio dipinto all’aria aperta. L’opera deve il suo titolo al ponticello raffigurato in secondo piano, costituito da una passerella di legno sorretta da arcate in pietra. Le acque del torrente che lambiscono il ponte riflettono la sua immagine. La tela è dominata dalle tonalità del verde; alberi esili si slanciano verso il cielo, lasciando filtrare una luce dorata. Il punto di osservazione adottato da Cézanne è posto sulla riva del torrente, come si intuisce dalla raffigurazione del ponte, inquadrato leggermente dal basso; il ponte è rappresentato di scorcio mediante una linea obliqua che attraversa la tela e questa prospettiva, evidenziata dalla differente profilatura delle arcate portanti, conferisce profondità al quadro.

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Sullo sfondo la verticalità degli alberi si contrappone all’andamento orizzontale del ponte; in primo piano si ergono due tronchi che attirano l’occhio dell’osservatore e lo invitano ad esplorare il dipinto nella successione dei suoi piani alti. Il pittore stende il colore attraverso pennellate dense e compatte che danno vita alle forme, offrendo in tal modo un nuovo approccio alla rappresentazione della natura e per suggerire il senso di movimento, egli cambia la direzione delle pennellate a seconda della forma dell’oggetto rappresentato.

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Ultimo e più importante precursore delle avanguardie artistiche del Novecento, Pul Cézanne cominciò la sua esperienza nel solco dell’esperienza impressionista. Tra i pittori del gruppo si avvicinò a Pissarro, che frequentò assiduamente tra il 1872 e il 1873 e del quale condivise subito la pittura più solida e strutturata. Grazie all’interessamento di Pissarro, che vinse la riluttanza di Degas e degli altri che ritenevano le sue opere troppo scandalose, Cézanne partecipò alla prima mostra degli impressionisti, organizzata nel 1874 presso lo studio del fotografo Nadar, e frequentò gli studi degli artisti pur prendendo subito le distanze da loro.

Rifiutò infatti il loro concetto di visione, incentrato sulla percezione e la fluttuazione della luce, e si concentrò invece su quello che chiamava “la forma meditata”, cioè l’organizzazione mentale e la conseguente elaborazione, da parte dell’artista, del soggetto tradotto nella percezione personale, che approfondisce l’essenza di ciò che ha visto. Da questo punto di vista, l’opera di Cézanne ebbe grande importanza per i successivi sviluppi della pittura moderna. I cubisti lo considerano un precursore del loro movimento, ma la sua influenza andò ben oltre il cubismo. Cézanne è stato infatti il primo ad assegnare una nuova funzione alla pittura: quella di costruire una realtà propria, retta da leggi indipendenti dal dato naturale o emotivo, principio che è alla base di tutti gli sviluppi dell’arte a noi contemporanea. (Tratto da Cèzanne, Il ponte di Maincy, con introduzione di Philippe Daverio, serie I Capolavori dell’arte, Corriere della Sera)

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Auguri in poesia! Breve antologia a tema / e-book scaricabile gratuitamente

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Il sasso nello stagno di AnGre,

insieme con i suoi Collaboratori ed i suoi Amici di lunga data,

augura a tutti sereni giorni di festa…in poesia!

Al link sotto riportato è possibile scaricare gratuitamente, cliccandovi sopra, una breve Antologia di Autori Vari sul tema della “casa”, intesa non solo, come le mura entro cui molti hanno la fortuna di vivere. La raccolta di poesie, che coralmente doniamo ai nostri lettori, abbraccia il Novecento e giunge fino a questo nuovo secolo ed ha per titolo una significativa massima di Plinio il Vecchio, “La casa è dove si trova il cuore”. Un titolo, a cui non abbiamo attribuito nessun significato retorico, ma che ha riunito in sé l’idea di Poesia, quale casa per tutti, e l’augurio che tutti possano avere un luogo che li accolga, sempre, ogni giorno, Natale compreso. Buona lettura!

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— AA.VV. LA CASA E’ DOVE SI TROVA IL CUORE (clicca qui) —  

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AA.VV. “La casa è dove si trova il cuore” – Autori & titoli

FLAVIO ALMERIGHI, Le chiavi di casa 

LEOPOLDO ATTOLICO,  Pied sot terre 

EMILIA BARBATO, Autunno

DORIS EMILIA BRAGAGNINI, L’albero e la mela

MARIELLA COLONNA, Da bambina non mi piacevano le bambole 

MIRELLA CRAPANZANO, La casa sul mare

MARIO M.GABRIELE, La casa risaliva agli anni 40 

ANGELA GRECO, IV stanza

MONICA GUERRA, due poesie brevi tratte da due libri dell’autrice

GIORGIO LINGUAGLOSSA, La grande casa immersa tra gli aranci

RITA PACILIO, Senza titolo – inedito

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All’interno dell’allegato, inoltre, sono inclusi anche alcuni autori storicizzati.

La fotografia di copertina, riportata anche in apertura, è di Giorgio Chiantini.

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— Un ringraziamento speciale gli Amici, che hanno aderito con entusiasmo a questa proposta, per la disponibilità, l’amicizia e soprattutto per la stima — 

(AnGre)

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Adonis, due poesie da Cento poesie d’amore

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2

La tua bocca è luce
nessun fulgore
è degno dei suoi orizzonti.
La tua bocca è luce
l’ombra è in un fiore

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8

La sua mano è nella mia
entrambi siamo stranieri
ed entrambi saremo morti domani
in un letto lontano.

Avvolgeteci con i nostri fantasmi
o leggende dei nostri giorni,
fatti straniero e avvicìnati
o oceano che barcolli su una scala di schiuma,
o corpo.

Adonis

da Cento poesie d’amore, Guanda, Parma, 2003, trad. di Fawzi Al Delmi – in apertura, Amore e Psiche stanti, dettaglio dell’opera di Antonio Canova.

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Nota sull’Autore (dal sito Casa della Poesia)
Poeta siriano-libanese, critico letterario, traduttore e redattore, una figura di grande influenza nella poesia e letteratura araba contemporanea. Nel suo lavoro Adonis fonde una profonda conoscenza della poesia classica araba ed espressione rivoluzionaria, moderna. Come gran parte di scrittori mediorentali, Adonis ha esplorato il dolore dell’esilio – “Scrivo in una lingua che mi esilia,” ha detto.
“Essere un poeta significa che ho già scritto ma che in realtà non ho scritto nulla. La poesia è un atto senza principio né fine. In realtà si tratta di una promessa di un inizio, un eterno inizio. (da Preface 1992)

Adonis nato ‘Ali Ahmad Sa’id ad Al Qassabin, presso la città di Latakia, in Siria. Suo padre era un contadino ed imam; morì nel 1952. Il maestro del villaggio gli insegnò a leggere e scrivere ma non frequentò la scuola, o vide un’automobile o sentito una radio fino all’età di dodici anni. Da suo padre, una figura che influenzò molto la sua vita, ricevette un’educazione tradizionale islamica. Nel 1944 Adonis entrò al French Lycée a Tartus, e si diplomò nel 1950. In quello stesso anno pubblicò la sua prima raccolta di versi, Dalila. Adonis studiò legge e filosofia all’Università Siriana di Damasco, e prestò servizio nell’esercito per due anni. Perseguitato per le sue idee politiche, Adonis trascorse parte del servizio militare in prigione. Dopo aver lasciato il suo paese natio nel 1956, Adonis si stabilì insieme alla moglie, il critico letterario Khalida Sa’id, in Libano, diventando cittadino libanese.
Insieme all’amico, Yusuf Al-Khal (1917-1987), fondò la rivista di poesia Shi’ir, che introdusse ideee moderniste nella poesia araba. Il primo numero fu vietato in numerosi paesi arabi. Quando cominciò a diffondersi la voce che Shi’r era infiltrata da elementi nazionalisti siriani, la rivista fu temporaneamente sospesa. Il gruppo intorno alla rivista si sciolse. Adonis ruppe il suo legame con Al-Khal, che avviò la rivista con un’altra redazione.

Aghani Mihyar al-Dimashqi (1961) è stata la prima opera importante di Adonis, in cui i riferimenti al passato diventano veicolo per concetti rivoluzionari. Nel 1964 Adonis curò una importante antologia della poesia araba, Diwan ash-shiar al-arabi. Con un’avanguardia di scrittori arabi nel 1968 diede vita a Mawakif, un periodico che come Shi’ir sosteneva il rinnovamento delle convenzioni letterarie arabe, ma in modo più radicale. Adonis adottò il suo pseudonimo agli inizi della sua carriera, definendo nel nome l’idea di rinnovamento spirituale. Adonis, nella mitologia greca, è un bel giovane, amante di Afrodite; la sua storia include anche il tema della risurrezione.
La prima raccolta di versi in inglese, The Blood of Adonis, fu pubblicata nel 1971. L’edizione fu rispampata con tre nuove poesie con il titolo “Transformations of the Lover” (1982). Intellettuale musulmano e scrittore di fama mondiale, Adonis ha costruito ponti fra le influenze occidentali e tradizione araba, greca e biblica. “L’occidente è un altro nome dell’oriente” ha scritto una volta.
Il materialismo occidentale, che egli rifiuta, è l’argomento di ‘A Grave for New York’. La poesia scritta dopo un suo soggiorno nella città. Adonis si rivolge a Walt Whitman, che diventa sua guida come Virgilio fu guida di Dante attraverso l’Inferno.
Molti anni dopo, nel 1998 Adonis confessò di sentirsi “più vicino a Nietzsche e Heidegger, a Rimbaud e Baudelaire, a Goethe e Rilke, che a molti scrittori, poeti ed intellettuali arabi.”
Nel 1970 Adonis fu nominato professore di letteratura araba all’Università Libanese. Tre anni dopo Adonis ottenne un dottorato dalla St Joseph University di Beirut. L’argomento della sua tesi fu “Permanenza e Cambiamento nel pensiero e letteratira arabi.” Nel 1975 in Libano scoppiò la guerra civile e negli anni ’80 ci fu una escalation – l’esercito israeliano entrò a Beirut e i siriani si trovarono in trincea. In questo periodo Adonis trascorse la maggior parte del tempo a Beirut. Nel 1980-81 fu docente in visita all’università Censier Paris III. Adonis ha insegnato anche al Collège de France, alla Georgetown University, e all’Università di Genova. Dopo aver lasciato lUniversità Libanese, nel 1986 Adonis si trasferì a Parigi. Nel 2001, Adonis fu insignito del Goethe Medal del Goethe-Gesellschaft. Il suo nome è stato spesso citato fra i candidati al Premio Nobel.

Benché Adonis abbia esaminato criticamente i problemi del Medio Oriente, come poeta è stato più interessato alla sperimentazione, linguaggio e a liberare la poesia dal formalismo tradizionale, che a commentare temi socio politici contemporanei. Secondo Adonis, il poeta arabo ha due facciate, l’Io e l’Altro, la persona Occidentale. L’esilio non è solo la definizione basilare dell’essere del poeta arabo; la lingua stessa è nata in esilio. Il poeta vive tra due esilii, quello interno e quello esterno. E ci sono “anche molte altre forme di esilio: censura, interdizione, espulsione, prigione ed assassinio.” Le idee di Adonis sulla stagnazione della cultura e letteratura arabe hanno suscitato molte controversie. Adonis ha risposto: “nulla mi rischiara come questa oscurità / O forse era: nulla mi oscura come questa chiarezza”. Dopo il bombardamento di Kana durante la guerra del LIbano del 2006, Adonis ha detto in una intervista che “Israele vede il mondo arabo solo con gli occhi del metallo incandescente, rabbioso, il metallo dei carri armati, dei proiettili o dei terroristi.”

“Vengo da una terra in cui la poesia è come un albero che veglia sull’uomo e in cui il poeta è uno che comprende il ritmo del mondo”.

Flavio Almerighi, Caleranno i vandali – nota di lettura di Angela Greco

Gianni Gianasso - studio per Breaking - Personale Eden poesie di Angela Greco - La Vita Felice 2015

La poesia di Flavio Almerighi, come ho scritto di recente in un commento, taglia, come un foglio preso nello stesso verso, quando nemmeno senti il lacerare della pelle e vedi direttamente il sangue. Ogni elemento della sua poesia ha un ruolo preciso, non casuale, e solo in apparenza versi così contratti potrebbero sembrare anche semplici da realizzare. Invece, più è asciutto il verso, maggiore è il peso dei suoi costituenti, senza dubbio.

Caleranno i Vandali, edito dalla Samuele Editore nel 2016 – con prefazione di Rosa Pierno ed una efficace copertina, che ritrae un uccello nero posato su un filo nel terzo inferiore di un cielo dalle tonalità temporalesche, opera di Gabriella Kuferzin – offre un’ampia scelta della produzione poetica del poeta romagnolo, nato a Faenza il 21 gennaio 1959.

Il volume è suddiviso in due sezioni, “Le parole cambiano” e “Le parole finiscono”, ed offre al lettore testi pieni di immagini, di sequenze, di personaggi e punti di vista dell’autore, disegnando un mondo preciso, razionale, tendente alle tinte scuramente realistiche, a volte liberi dagli obblighi della grammatica, in un verso libero e preciso – come detto in apertura – nella posizione dei costituenti, ricco di aggettivazioni che colpiscono il lettore (Anni impiccati; I bambini dormono / offesi perché nati; e il mare accigliato a destra; col chiasso orientato, solo per citarne alcuni).

Osip Mandel’stam e Arsenij Tarkovskij introducono le sezioni del libro, invitando il lettore alla poesia russa, una poesia, quindi decisamente distante da quella praticata e frequentata in Italia e nuova rispetto ad essa. Rimandi al sociale e alle figure che popolano la società sono elementi costituenti queste poesie di Flavio Almerighi; ed ecco che si incontra la bambina uccisa tratta dalla cronaca nazionale; la puttana di turno nei paesi e nelle città di ognuno; ma anche il panettiere, la vicina di casa, le città ed i paesaggi del suo reale, la squadra di calcio e l’episodio storico magari ascoltato tanto tempo prima, quando mai si sarebbe pensato, un giorno, di scrivere poesia. Flavio ha capacità cinematografica di inquadrare il dettaglio, l’attimo, e di raccontarlo, di attraversarlo, con la tecnica di chi sembra non essere parte di quel vissuto, con la distanza giusta per non scadere nella retorica o nel sentimentalismo.

Anche quando parla d’amore, Almerighi si riserva quella malinconia e quel malcontento di chi ha vissuto e a malincuore oggi vive altro dai suoi versi, dal giorno di luce che si intravede nel retroscena e che mai appare chiaro sulla scena. Apprezzabile, molto secondo me, nel procedere della lettura, il lascarsi andare, il non rimanere ammanettato ad una sorta di insicurezza, che nelle prime poesie emerge come una certa rigidità formale che un po’ mette distanza.

(Angela Greco)

*

poesie tratte da Caleranno i Vandali di Flavio Almerighi

IO SONO IL PROSSIMO

rincoglionito tra due cani dolci,
io sono il prossimo;
dentro un vestito
ampiamente vissuto,
io sono il prossimo;
rapito nel vento improvviso,
io sono il prossimo;
distratto e senza accorgermi
di cosa c’è ai miei piedi,
io sono il prossimo;
menù fisso 13€ bevande comprese
non li ho,
io sono il prossimo;
un telefono portatile
e per casa la soglia di un palazzo,
dopo un temporale
viene giù il sereno,
io sono il prossimo;
le città, anulari vuoti
dove ho perduto
anzitempo mio padre,
io sono il prossimo
.
.
DI TUTTI I RICORDI CHE TI HO DATO
.
Alla mia età si diventa orfani
dei figli, ma
di tutti i ricordi che ti ho dato
terrei per noi quell’eroe di guerra,
Onestini mi sembra si chiamasse,
morto di spagnola nel Ventuno,
la sua edicola dimenticata accesa
incubava tuorli di passero,
tu li vedevi vivi, curiosa salivi
a osservare i becchi aperti e muti
nel via vai infinito della fame
del bisogno di mettere piume
avere voce e diventare cattivi.
.
Al tuo ritorno erano ripartiti.
.
.
DUE INVERNI FA
.
ricordo tanta pioggia
due inverni fa
il cielo compatto
di grigia lontananza,
vastità mai profonda
che non contemplava
neppure un cinema.
.
Chiudi bene la porta,
chiudila a doppia mandata,
che nessuno venga a rubare
questo opificio di macerie.
.
Niente più vissuto
il destino ha denti aguzzi
nessuno sconto.
La vita cambia,
le squadre pareggiano
i bilanci no, forse
assomiglio a un uomo
.
.
PARADOSSO DELLA POESIA
.
esulta canta si deprime
non parla e dice,
.
dopo un po’
fa solo male agli occhi
.
.
UNA AGGIUNTA
.
Il cuoricino attecchisce e batte
come basilico in agosto.
Sia stata colpa la sconterà
poco importa,
ha attraversato dardanelli
colonne d’ercole, campi catalauni,
inseminato necrologi,
delle prossime vele farà fiamme.
Anna avrà un bambino
ha fatto la sua rivoluzione.
.
.
.

flavio-almerighi-cop_1024_x_768Flavio Almerighi
è nato a Faenza il 21 gennaio 1959. Sue le raccolte di poesia: Allegro Improvviso (Ibiskos, 1999); Vie di Fuga (Aletti, 2002); Amori al tempo del Nasdaq (Aletti, 2003); Coscienze di mulini a vento (Gabrieli, 2007); Durante il dopocristo (Tempo al libro, 2008); Qui è Lontano (Tempo al libro, 2010); Voce dei miei occhi (Fermenti Editrice, 2011); Procellaria (Fermenti Editrice, 2013); Sono le Tre (Lietocolle, 2013); Caleranno i Vandali (Samuele Editore, 2016). Di imminente uscita Storm Petrel, edizione americana di Procellaria, traduzione di Steven Grieco (Chelsea Edt. New York). Alcuni suoi lavori sono stati pubblicati da prestigiose riviste quali Tratti, Prospektiva, Il Foglio Clandestino.
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immagine d’apertura: Gianni Gianasso, Studio per Breaking, coll. privata

Freddie Mercury, una voce indimenticabile – sassi sonori

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Freddie Mercury, il leggendario cantante dei Queen (vero nome Frederick Bulsara), nasce il 5 settembre 1946 nell’esotica isola di Zanzibar, attualmente di proprietà della Tanzania. Figlio di un politico inglese sempre in viaggio per lavoro, Freddie si ritrova a svolgere gli studi elementari a Bombay, in India, per poi completarli in Inghilterra, terra di origine della famiglia – inizialmente il destino di Mercury non sembrava affatto la musica, dato che si era iscritto all’Istituto d’Arte Ealing, laureandosi in arte e design – e la formazione altamente internazionale permetterà al sensibile futuro cantante di costruirsi un bagaglio di esperienze non indifferente.

Ben presto mette in mostra le sue straordinarie doti di pianista e grande vocalist in gruppi come “Sour Milk Sea” e “Wreckage”; con questi comincerà a sviluppare le sue capacità artistiche e sceniche, ma è l’incontro con Brian May e Roger Taylor che gli cambierà la vita. I tre fonderanno quel gruppo ormai universalmente conosciuto col nome molto glamour di “Queen”, suggerito dallo stesso Mercury, che deciderà anche di cambiare il suo nome – Bulsara suona decisamente male – scegliendo, sempre con attenzione alla sua vena teatrale, quello di “Mercury” in omaggio al mitologico messaggero degli dei. L’esigenza di un bassista, quindi, porterà poi John Deacon a completare la formazione.

Sul palco, come nella vita dopotutto, Mercury si dimostra uno straordinario interprete pieno di drammatiche gestualità, un vero animale da palcoscenico, divenendo uno dei pochi performer in grado realmente di illuminare uno stadio con la sua sola presenza e catturare l’attenzione di migliaia di spettatori con un solo gesto. Tutti i concerti dei Queen (in tutto il ventennale della loro carriera se ne conteranno 707) furono infatti assolutamente spettacolari ed indimenticabili, proprio grazie alle doti sceniche di Mercury, cantante, che si dimostrerà sempre molto coraggioso anche nel vivere la sua identità, dichiarando più volte senza imbarazzi la sua omosessualità, fino alla malattia, l’Aids (contratta forse nel 1986), che lo porterà ad una scomparsa prematura il 24 novembre 1991 per polmonite. (da fonti varie dal web – a cura di Giorgio Chiantini & Angela Greco)

Di seguito proponiamo il video ed il testo con traduzione di “How Can I Go On”, una superba interpretazione di Freddie Mercury in coppia con la cantante lirica spagnola Monserrat Caballè, tratta dall’album “Barcelona” del 1988, di cui riportiamo anche un articolo a cura della Community QuennItalia, in pdf scaricabile al seguente link (clicca qui).

How Can I Go On
How can I go on
When all the salt is taken from the sea
I stand dethroned
I’m naked and I bleed
But when your finger points so savegely
Is anybody there to believe in me
To hear my plea and take care of me?
 
How can I go on
From day to day
Who can make me strong in every way
Where can I be safe
Where can I belong
In this great big world of sadness
How can I forget
Those beautiful dreams that we shared
They’re lost and they’re nowhere to be found
How can I go on?
 
Sometimes I start to tremble in the dark
I cannot see
When people frighten me
I try to hide myself so far from the crowd
Is anybody there to comfort me
Precious Lord hear my plea – yeah
Lord … take care of me
 
How can I go on (how can I go on)
From day to day (from day to day)
Who can make me strong (who can make me strong)
In every way (in every way)
Where can I be safe (where can I be safe)
Where can I belong (where can I beelong)
In this great big world (in this great big world of sadness)
How can I forget (how can I forget)
Those beautiful dreams that we shared (those beautiful dreams that we shared)
They’re lost and nowhere to be found
How can I go on?
 
How can I go on
How can I go on go on go on go on…

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Come posso andare avanti
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Come posso andare avanti
Quando tutto il sale è tolto al mare
Sono detronizzato
Sono indifeso e sanguino
Ma quando il tuo dito mi punta così selvaggiamente
C’è qui qualcuno che mi creda?
Che ascolti la mia supplica e si prenda cura di me?
Come posso andare avanti
Giorno dopo giorno
Chi può rendermi forte in ogni modo
Dove posso sentirmi al sicuro
A cosa appartengo
In questo grande mondo di tristezza
Come posso dimenticare
Quei magnifici sogni che dividevamo
Sono perduti e impossibili da ritrovare
Come posso andare avanti?
A volte inizio a tremare nel buio
Non riesco a vedere
Quando le persone mi spaventano
Provo a nascondermi così lontano dalla folla
C’è qualcuno che mi conforti?
Dio ascolta la mia supplica… – yeah
Dio… prenditi cura di me
Come posso andare avanti(come posso andare avanti)
Giorno dopo giorno(giorno dopo giorno)
Chi può rendermi forte in ogni modo(chi può rendermi forte in ogni modo)
Dove posso sentirmi al sicuro(dove posso sentirmi al sicuro)
A cosa appartengo(a cosa appartengo)
In questo grande mondo di tristezza(in questo grande mondo di tristezza)
Come posso dimenticare(come posso dimenticare)
Quei magnifici sogni che dividevamo(quei magnifici sogni che dividevamo)
Sono perduti e impossibili da ritrovare(sono perduti e impossibili da ritrovare)
Come posso andare avanti?(come posso andare avanti…)
Come posso andare avanti
Come posso andare avanti avanti avanti avanti…
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Quattro sassi con…autori contemporanei in 4 poesie: Roberto Bertoldo

Quattro sassi con - Il sasso nello stagno di AnGre

Quattro sassi con…autori contemporanei in 4 poesie: Roberto Bertoldo

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Sera a Sarajevo (da Il calvario delle gru)
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E a volte le sere hanno questo spettro di silenzi,
a festone di beccafichi, sulle canape, a nastro.
E qualche farfalla, rara, e le rondini, a macchie,
sui fili. Ad ascoltare tenui affetti,
come un funerale che ascolta i morti,
a grappolo, il loro canto ebbro tra le cicale
e i caprimulgi. A volte le sere stanano
ingiurie, non altro che ingiurie, di morti,
la gruma del vino, l’ultima melodia. Di questo
è il vento che tace.
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La comunione (da L’archivio delle bestemmie)
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Rendimi le tue labbra che il mio bacio
ha voluto districare dalle nubi,
inventa un altro proposito per le tue campagne,
l’amore è quel cirro che la vetta del pino
ingoia come un’ostia.
Sorprendi la tua rendita
con la veste di donna che neghi
e rincuora questo mio cervello affranto
che dileggia l’anima.
Noi viviamo d’ansia e di giustizia affascinata
in queste camicie di forza
che spezzerò come il corpo di cristo,
io ribelle che ho la ventura
con la mia bocca pazza e bastarda
di consegnarti l’eucarestia.
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Butterete ostie… (da Pergamena dei ribelli)
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Butterete ostie sui carri allegorici
e le mani dei vecchi si perderanno
dove il buio è fugace, rosa nera,
in camice di nuvole, falsate dal vento.
Il polline della vergogna si posa
sulle pietre e i quadrifogli,
la luna, stipata, cancella la corteccia
degli amori infilzati dalle parole.
Voglio portare altri felici al regno del mondo,
gesù cristo era un bambino down
e sorprendeva i raggi del sole
con il suo sorriso d’ocra.
Disprezzerete anche questa pergamena
che snocciolo con la protervia
delle mie mani piantate sui muri
con contorni di sangue sanscrita.
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Dove c’è la palude (da Il popolo che sono)
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Quest’oggi parlerò ai torcicolli che invadono la palude
dov’è immerso il nostro ontano nodoso
in queste ragadi di fango che mi declina
con tutte le lacrime che ricamano l’invaso
intanto la strada è finita
non c’è rimborso
assumo l’aria solita di circostanza
in fondo non è niente
e domani gli uomini si alzeranno presto
prenderanno le loro armi di sudditanza
e andranno a votare mentre il sole spargerà
la sua malattia cronica
nelle cabine si compirà lo spergiuro
basta una matita a spezzare la volontà degli uomini
ma io non ho tempo per questa politica
ho amato senza averne la misura
e, in ginocchio, davanti a te che balbettavi
ho giurato il futuro.
.

*

i-sensi-della-poesia-la-scritturaRoberto Bertoldo ha scritto libri di poesia, di filosofia e di narrativa. Tra le sue pubblicazioni, i romanzi Il Lucifero di Wittenberg – Anschluss, Asefi, Milano 1998; Anche gli ebrei sono cattivi, Marsilio, Venezia 2002; Ladyboy, Mimesis, Milano 2009; L’infame. Storia segreta del caso Calas, La Vita Felice edizioni, Milano 2010; Satio. La vera leggenda della fine del mondo, Achille e la tartaruga edizioni, Torino 2015; i saggi Nullismo e letteratura, Interlinea, Novara 1998 (2° ed. accr. Mimesis, Milano 2011), Principi di fenomenognomica, Guerini, Milano 2003, Sui fondamenti dell’amore, Guerini, Milano 2006, Anarchismo senza anarchia, Mimesis, Milano 2009, Chimica dell’insurrezione, Mimesis, Milano 2011, Istinto e logica della mente. Una prospettiva oltre la fenomenologia, Mimesis, Milano 2013, La profondità della letteratura. Saggio di estetica sociologica, Mimesis, Milano 2013; le poesie Il calvario delle gru, Bordighera press, New York 2000, L’archivio delle bestemmie, Mimesis, Milano 2006, Pergamena dei ribelli, Joker, Novi ligure 2011; Il popolo che sono, Mimesis, Milano 2015.

Franco Fortini, due poesie da I destini generali e L’ospite ingrato

cityscape

Franco Fortini, due poesie

da Poesia e errore (I destini generali)

Complicità

Per ognuno di noi che dimentica
c’è un operaio della Ruhr che cancella
lentamente se stesso e le cifre
che gli incisero sul braccio
i suoi signori e nostri.

Per ognuno di noi che rinuncia
un minatore delle Asturie dovrà cedere
a una sete di viola e d’argento
e una donna d’Algeri sognerà
d’essere vile e felice.

Per ognuno di noi che acconsente
vive un ragazzo triste che ancora non sa
quanto odierà di esistere.

(1955)

§

da L’ospite ingrato

Autostrada del sole

Tutto era così semplice, averlo saputo.
Che l’accurato labirinto delicato
la patria immaginaria
in questo vento dovevano sparire
e noi scagliati sulla luce
dei rettilinei…
Ora a noi tardi liberi
in quest’aria di nulla
pianure monti umiliati
altri spazi e doveri
dilatano e già veri
da morirne. E di vista
si perde il cuore
come dopo il sorpasso
l’altro nel retrovisore.

(1960)

*

Franco Fortini, Versi Scelti (1939-1989), Einaudi – immagine: dipinto di Giorgio de Chirico.

Per un approfondimento sull’autore cerca in rete questo link: http://www.giorgiolinguaglossa.com/index.php/giorgio-linguaglossa-critica30

due poesie di Antonio Sagredo: “Requiem per Carmelo Bene” e “regressione salentina”

carmelo
Carmelo Bene

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due poesie di Antonio Sagredo

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REQUIEM PER CARMELO BENE

(a C.B., in punto di morte,
ore 21,09 del 16 marzo 2002)

 

Mi nutrirono di lacrime i nitriti dopo il crepuscolo
quando l’Immortalità si fermò alla stazione del Nulla,
nella notte che una maschera e la gloria uscirono di senno
si mutò in rantolo di carne, come il Verbo, il tuo sguardo.
 .
Fu l’abbecedario di una malattia moresca
a tradurre la lucciola libertina in notte eretica,
i nerastri cantici dei tuoi occhi in raccapricci di cera,
il pianto equino di un bambino nella cripta.
 .
Smoccola il cielo, ossa!
 .
Ti sei bardato della Grazia del vischio,
come pelle di Magenta è la tua Voce.
La gorgiera del tempo si sfarina…
Nei padiglioni il tuo furore tracima cenere,
come se la morte fosse altrove…
dove i dèmoni hanno smarrito l’anima!
dove gli dei hanno ceduto il corpo!
.

Vermicino,  19 marzo 2002

67
Vittorio Bodini

 

con un gelato di corvi in mano
a vittorio, a carmelo e a me stesso

 

REGRESSIONE SALENTINA

Con un gelato  di corvi in mano
torchiavo con le dita il grumo dolciastro di un mosto,
sul capo mi ronzava una corona di gerani spennacchiati.
Crollavano lacrime di cartapesta dai balconi-cipolle,
giù, come vischiosi incensi.
.
Squamata da luci antelucane l’ombra asfittica
piombata come una bara, scantonava
per la città falsa e cortese su  un carro funebre.
 .
Nella calura la nera lingua colava gelida pece!
 .
Schioccavano i nastri viola un grecoro di squillanti:  EHI! EHI!
come un applauso spagnolo!
 .
Ma dai padiglioni tracimava il tuo pus epatico, bavoso…
risonava un  verde rossastro strisciante di ramarro,
le bende, come banderuole scosse dal favonio, tra quei letti infetti…
 .
e brillava… l’afa!
 .
Scampanava al capezzale delle mie Legioni
quel  verbo cristiano e scellerato che in esilio,
invano, affossò – il Canto!
 .
Ma noi brindavamo –  io, tu e l’attore – con un  nero primitivo,
i calici svuotati come dopo ogni risurrezione,
perché la morte fosse onorata dal suo delirio!
.

 Vermicino,   11 marzo – 4 aprile  2008

.

* * * 

Notizia ed altri versi del medesimo Autore:

su Il sasso nello stagno di AnGre, QUI 

in Critica di Giorgio Linguaglossa, QUI.

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Sagredo-1971
Antonio Sagredo in una foto del 1971

 

Wallace Stevens, da Mattino domenicale (Sunday Morning)

opera3

Wallace Stevens (1879-1955), Mattino domenicale (“Sunday Morning”, 1924) I strofa – da « Harmonium », traduzione di Massimo Bacigalupo

I.

Compiacenze dell’accappatoio, caffè e arance,
a tarda mattina su una sedia al sole,
e la libertà verde di un cacatua
sul tappeto si coniugano per dissipare
la sospensione religiosa del sacrificio antico.
Lei sogna un poco, sente l’oscuro
peso dell’antica catastrofe, quasi
una bonaccia che oscura luci d’acqua.
Le arance pungenti e le ali luminose, verdi,
paiono oggetti in una processione di morti,
che s’inoltra su acque ampie, senza suono.
Il giorno è un’acqua ampia, senza suono,
calmata perché lei vada coi piedi sognanti
sopra i mari verso la silenziosa Palestina,
dominio del sangue e del sepolcro.
.
I.

Complacencies of the peignoir, and late
Coffee and oranges in a sunny chair,
And the green freedom of a cockatoo
Upon a rug mingle to dissipate
The holy hush of ancient sacrifice.
She dreams a little, and she feels the dark
Encroachment of that old catastrophe,
As a calm darkens among water-lights.
The pungent oranges and bright, green wings
Seem things in some procession of the dead,
Winding across wide water, without sound.
The day is like wide water, without sound.
Stilled for the passing of her dreaming feet
Over the seas, to silent Palestine,
Dominion of the blood and sepulchre.
.

 

clicca QUI per leggere tutta Sunday Morning (Mattino domenicale) a cura di G.Linguaglossa

immagine: Mario Schifano, La chimera, 1985 – da Opere scelte, Archivio Mario Schifano (marioschifano.it)

Paul Eluard, Alla finestra – da Les dessous d’une vie ou la pyramide humaine (1926)

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Paul Eluard (pseudonimo di Eugène Émile Paul Grindel, Saint-Denis, 1895 – Charenton-le-Pont, 1952), ALLA FINESTRA

Non sempre ho avuto questa sicurezza, questo pessimismo che rassicura i migliori fra noi. Vi fu un tempo in cui gli amici ridevano di me. Non ero padrone delle parole. Una certa indifferenza. Non ho sempre ben saputo che cosa volessi dire; ma era, quasi sempre, perché non avevo nulla da dire. La necessità di parlare e il desiderio di non essere inteso. E la vita appesa a un filo.

Ci fu un tempo in cui pareva non capissi nulla. Le mie catene ondulavano sull’acqua.

Tutti i desideri mi son nati dai sogni. E ho provato con parole il mio amore. Qual è dunque la creatura fantastica cui mi son confidato, in quale mondo doloroso e squisito m’ha imprigionato l’immaginazione? Son certo d’esser stato amato nel regno più misterioso, il mio. Il linguaggio del mio amore non fa parte dei linguaggi umani, questo corpo umano non sfiora la carne del mio amore. Ho sempre avuta una immaginazione amorosa tanto costante ed alta che nessuno può tentare di dimo­strarmi in errore.

.

da Les dessous d’une vie ou la pyramide humaine (1926) in Paul Eluard, Poesie (introduzione e traduzione di F.Fortini – Einaudi, 1966)

immagine: Juan Gris, La fenêtre ouverte, 1921

Giorgia Stecher, due poesie da Altre foto per album

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Istantanea

Qui sullo sfondo abbiamo il cupolone
e procediamo a passo sostenuto
una madre e i due figli adolescenti:
Noi sorridenti prestati a un obiettivo
occasionale che non sa d’altri figli
non vede quali timori quali pianti.

*

A Parigi

No, le foto di Parigi meglio nasconderle.
Non era per la Concorde che si andava
né per la Senna o le Folie Berger
nemmeno per il Louvre ed è tutto dire.
Là piovvero grandinate a tutto spiano
lo sappiamo io e te, non altri può saperlo.
.
Anche se proprio a due passi c’era Versailles
che a visitarlo ci sembrava un eden.

*

*
tratte da Giorgia Stecher (1941-1996), Altre foto per album (Edizioni Scettro del Re, 1996)

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sulla stessa Autrice leggi qui

(immagine d’apertura: ph.AlexCarata, dal web)

Odisseas Elitis, Incenso al migliore, IX e IV

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Odisseas Elitis, Incenso al migliore, da Il piccolo marinaio (1985) in E’ presto ancora (a cura di P.M.Minucci, Donzelli Poesia,2011)

IX

«Ieri ho affondato la mano nella sabbia e ho preso la sua. Tutto il pomeriggio poi i gerani mi guardavano dai cortili in modo signifi­cativo. Le barche, tirate a secco sulla riva, hanno preso un’aria no­ta, familiare. E la sera tardi, quando le tolsi gli orecchini per baciarla come voglio io, con le spalle appoggiate sul muretto della chiesa, tuonò il mare e i Santi uscirono tenendo in mano ceri per farmi luce».

Senza dubbio c’è per ognuno di noi una sensazione distinta, insostituibile che, se non la trovi e non la isoli per tempo e non vivi più tardi con lei così da riempirla di azioni visibili, sei perduto.

*

Odysseas Elytīs (in greco Οδυσσέας Ελύτης) traslitterato anche Odysseus Elytis), pseudonimo di Odysseas Alepoudellīs (in greco Οδυσσέας Αλεπουδέλλης; Candia, 2 novembre 1911 – Atene, 18 marzo 1996)

Odisseas Elitis Incenso al migliore da Il piccolo marinaio -Il sasso nello stagno di AnGre

Riccardo Cocciante, Margherita – sassi sonori a cura di Giorgio Chiantini

Concerto per margherita

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Riccardo Cocciante & Margherita

Non sempre le belle canzoni d’amore hanno bisogno di un soggetto fisico per essere scritte ed alcune di esse possono anche essere considerate poesia, come nel caso odierno. Racconteremo oggi la storia di come nacque l’album di cui “Margherita” e’ la canzone più famosa. Come le opere più significative di vera intensità dell’animo umano fu scritta di getto, a quattro mani da Riccardo Cocciante e Marco Luberti, nel 1976 e pubblicata nell’album “Concerto per Margherita”. Rappresenta un classico della discografia dell’artista vietnamita di nascita (Saigon 20 febbraio 1946) ed è sicuramente tra i brani d’amore della musica italiana più belli di sempre. “Concerto per Margherita” nacque come una sfida, perché sebbene Cocciante avesse già ottenuto dei successi – come “Bella senz’anima”, “Quando finisce un amore”, “Poesia”,”L’alba” – ed avesse, quindi, già un nome conosciuto nel mondo della musica, quelle canzoni, in qualche modo avevano costruito un cliché del cantante nel quale lui, artista comunque di notevole spessore, si sentiva maledettamente stretto: Cocciante l’arrabbiato, Cocciante quello che urla, quello che fa canzoni tutte uguali che partono piano piano e finiscono forte forte…

Tutto ciò era in parte vero, se pensiamo alle caratteristiche dei suoi brani da classifica, ma certamente non rappresentava tutto quello che Cocciante sentiva di essere (come avrebbe abbondantemente dimostrato nei decenni a venire). Per uscire da questa gabbia, che rischiava di imprigionarlo definitivamente, il cantautore, ricorse ad un’operazione che, sulla carta, gli avrebbe permesso di esprimersi compiutamente.

Negli anni ‘70, gli album concept – così si chiamavano i lavori in cui tutte le canzoni ruotavano attorno a un unico tema o sviluppavano complessivamente una storia – erano abbastanza usuali. Soprattutto i gruppi di rock progressivo, che sentivano di non potersi esprimere compiutamente nei 4 minuti canonici di una singola canzone, adottavano quasi solo questa soluzione. Cocciante, quindi, si tuffa in questo progetto e ciò che ne risulta sarà una delle opere più apprezzate della sua storia musicale. All’epoca il lavoro fu tacciato di commercialità (ovvio: vendette tantissimo!) la qual cosa non aveva una valenza precisamente positiva. Certo, il lavoro era lontano dall’impegno politico e sociale dei cantautori, quanto dalla violenza del punk, che in quei tempi stava prendendo le mosse, ma la storia ha reso giustizia alla scelta fatta, se è vero che Margherita è rimasta nell’immaginario collettivo, merito che di tanti altri lavori del periodo certo non si può dire, venendo addirittura “premiata” anche dal tempo essendo, ancora oggi, tra i capolavori assoluti della nostra musica. Una dichiarazione d’amore assoluto che entra di diritto tra le pagine più belle della nostra storia musicale e Cocciante dimostrerà anche in futuro la sua voglia di espandere i propri confini artistici abbandonando quasi del tutto la musica pop per calarsi totalmente nelle composizioni per il teatro dell’opera.

«Margherita? Non è mai esistita» svelerà il suo autore e interprete alla presentazione della sua raccolta Sulle labbra e nel pensiero, 4 cd usciti il 28 maggio 2013 per Sony Music. «Non esiste nemmeno Bella senz’anima – racconta Cocciante – perché le mie canzoni sono allegoriche, rappresentano momenti di vita, stati d’animo. Io mi considero un impressionista: per me è difficilissimo scrivere una canzone per qualcuno. Forse l’ho fatto solo con Vivi la tua vita, la canzone che ho dedicato a mio figlio».

[fonti varie, a cura di Giorgio Chiantini]

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Margherita (testo)

Io non posso stare fermo con le mani nelle mani

tante cose devo fare prima che venga domani

e se lei già sta dormendo io non posso riposare

farò in modo che al risveglio non mi possa più scordare

Perché questa lunga notte, non sia nera più del nero

fatti grande dolce luna e riempi il cielo intero

e perché quel suo sorriso possa ritornare ancora

splendi sole domattina come non hai fatto ancora

 .

E per poi farle cantare, le canzoni che ha imparato

io le costruirò un silenzio che nessuno ha mai sentito

sveglierò tutti gli amanti, parlerò per ore ed ore

abbracciamoci più forte, perché lei vuole l’amore.

 .

Poi corriamo per le strade e mettiamoci a ballare

perché lei vuole la gioia, perché lei odia il rancore,

e poi coi secchi di vernice coloriamo tutti i muri,

case, vicoli e palazzi, perché lei ama i colori

raccogliamo tutti i fiori, che può darci primavera

costruiamole una culla, per amarci quando è sera

poi saliamo su nel cielo, e prendiamole una stella,

perché Margherita è buona, perché Margherita è bella.

 .

Perché Margherita è dolce, perché Margherita è vera

perché Margherita ama, e lo fa una notte intera

perché Margherita è un sogno, perché Margherita è il sale

perché Margherita è il vento e non sa che può far male

perché Margherita è tutto, ed è lei la mia pazzia

Margherita, Margherita…Margherita…adesso è mia…

.

*