Piet Mondrian, Evoluzione – sassi d’arte

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Piet Mondrian, Evoluzione (1910 – 1911)

Tra il 1910 e il 1911 il pittore olandese Piet Mondrian (Pieter Cornelis Mondriaan Jr. 1872-1944) dipinse il trittico “Evoluzione” legato a stilemi simbolisti; dal 1908 (e fino al 1911, quando si trasferirà a Parigi) ebbe residenza a Domburg, assieme a Jan Toorop, e proprio l’incontro con l’artista e la lettura di testi teosofici lo convinceranno che è illuminato da Dio e intimamente unito a questi.

In questo dipinto, che rappresenta l’adesione di Mondrian alla dottrina mistico-filosofica della teosofia, è rappresentato il processo di evoluzione spirituale necessario all’uomo per accedere a quella “vera comprensione” teorizzato dalla teosofia stessa. La dottrina proclamata dalla Società teosofica fondata nel 1875 a New York affermava l’origine unica di tutte le religioni, l’eguaglianza di tutti gli uomini, la possibilità di arrivare alla conoscenza della verità, riservata a pochi adepti, non con la sola ragione ma per mezzo di rivelazioni, di esperienze mistiche e di un determinato modo di vivere, fu fortemente influenzata da elementi di derivazione indiana.

piet mondrian evoluzioneNel dipinto “Evoluzione” si possono rintracciare i rapporti di Mondrian con l’intero complesso delle dottrine teosofiche, secondo cui il mondo è concepito come un tutto unitario, retto da leggi e principi matematici in cui i poli opposti – principio maschile e femminile, oppure spirito e materia – tendono alla ricomposizione e all’armonia cosmica. 

Il trittico “Evoluzione” va letto partendo dalla figura di sinistra, per poi passare a quella di destra e, infine, a quella centrale; la stessa forma del trittico, diffusa nell’area simbolista, potrebbe essere stata suggerita da un passo del testo “Iside svelata” (1877) di Helena Blavatskij (fondatrice della teosofia), in cui si parla di tre spiriti che vivono nell’uomo: lo spirito terrestre, lo spirito delle stelle e lo spirito divino. piet mondrian evoluzione - Copia (2)Simbolici sono i passaggi di colore della figura della donna (dal verde al blu, il colore spirituale) in cui si attua la fusione di elemento maschile (spirituale) e femminile (materiale), cui allude Mondrian nei “Taccuini”. Simbolico è anche il passaggio dai due fiori posti ai lati del volto, alle figure geometriche ed anche dal colore rosso (corrispondente, per Steiner – filosofo, pedagogista, esoterista, artista e riformista sociale austriaco – all’amore divino, ma ancora espresso secondo una concezione terrena) al giallo e al bianco, quindi alla massima luminosità, espressione del divino.

piet mondrian evoluzione - CopiaLa donna a sinistra nel trittico, fiancheggiata da due amarillis rossi – simbolo di sensualità – è l’incarnazione dello spirito terrestre; ha il volto indietro e gli occhi chiusi, perché lo spirito terrestre da solo non permette la comprensione del mondo. A destra, è posta la donna con le stelle a sei punte (il doppio triangolo, simbolo della teosofia, emblema della perfezione), che rappresenta lo spirito stellare, il quale possiede un grado più alto di comprensione rispetto allo spirito terrestre; infine, al centro, la figura circondata dalla luce bianca, rappresenta lo spirito divino dagli occhi aperti e dalla maggiore intensità luminosa, che indicano la conquistata visione di una verità superiore. Quest’ultimo elemento, la figura centrale a occhi aperti di “Evoluzione”, è stato messo in rapporto con la concezione di Steiner secondo cui la visione spirituale avverrebbe in condizione di piena coscienza e non in stato di trance o di ipnosi. (by AnGre – fonti varie e immagini dal web)

Alfons Mucha: la bellezza eterna dei fiori e delle donne – sassi di arte

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A.Mucha, Le quattro stagioni
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Alfons Maria Mucha nasce a Ivančice, in Moravia (una regione dell’odierna Repubblica Ceca, allora facente parte dell’Impero austro-ungarico) e muore a Praga il 14 luglio 1939, dove verrà sepolto nel cimitero di Vysehrad. Pittore, grafico e designer di fama mondiale – che ha legato il suo nome e la sua attività essenzialmente a Parigi, dove ha vissuto per molti anni – celebre soprattutto nel campo dell’arte applicata (manifesti, etichette, libri, gioielli, mobili) è il principale rappresentante di quello stile decorativo denominato “lo stile Mucha” o “Art Nouveau” o “Liberty”, l’ultimo degli stili universali, che nel periodo a cavallo tra i secoli XIX e XX, ha dominato ovunque dall’architettura, alle confezioni di biscotti, passando per la moda e per il mobilio. Con Alfons Mucha l’Art Nouveau è diventata viva e di essa ne è stato il rappresentante più significativo, tanto che in America veniva accolto e onorato, come il più grande artista decorativo del mondo.
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Quello che lo ha portato alla ribalta non sono state tuttavia le tele grandiose da esporre nei saloni, bensì le immagini di strada: i manifesti. Il successo era arrivato praticamente da un giorno all’altro: Sarah Bernhardt, all’epoca eroina di massimo splendore del teatro francese, gli aveva commissionato nel 1894 il manifesto per lo spettacolo Gismonda, presentato nel celebre Théâtre de la Renaissance. Questa commissione era stata praticamente una rivelazione, qualcosa che non si era mai vista prima e Mucha aveva sfruttato in pieno le possibilità offerte dalla stampa litografica, una tecnologia significativamente perfezionata non molto tempo prima. Non aveva creato una mera comunicazione verbale più o meno completata da un’immagine, come era consuetudine fare allora, ma aveva unito la tipografia e le linee del disegno, creando un’immagine reale, un’opera visiva completa ed efficace.  La Bernhardt ne era entusiasta, il manifesto non sfuggiva all’attenzione di nessuno e la gente ne restava affascinata.
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La collaborazione con l’attrice era durata cinque lunghi anni e aveva fruttato a Mucha molte altre offerte, dando vita, negli anni successivi a innumerevoli manifesti, etichette, vignette, gioielli, calendari. Abbellendo la quotidianità con straordinari decori, Mucha aveva contribuito ad arricchire la storia dell’arte più degli autori di dipinti famosi sui quali si posa, nei musei, nelle gallerie e nei saloni, la polvere dell’oblio. Considerato uno dei fondatori-ideatori del manifesto quale veicolo pubblicitario, probabilmente aveva intuito che ciò che maggiormente attrae l’occhio del consumatore non è il prodotto in quanto tale, bensì le emozioni che ad esso si associano. E se queste erano raffigurate nel volto di una bella donna, allora l’effetto era ancora più potente.
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Il segreto dell’attrazione esercitata dalle sue opere era diventato il corpo di una bella fanciulla incastonato nei ricchi motivi ornamentali originali, capace di ichiamare immediatamente l’attenzione. Questa unicità, rispetto all’arte del tempo, assicurò all’autore una popolarità durata fino ai giorni nostri: Mucha era riuscito a cogliere non solo l’ideale di bellezza del tempo, ma anche il nuovo approccio alla pubblicità – usato ancora oggi, nel quale i prodotti vengono reclamizzati da modelle di fama mondiale – e, trattandosi di una stampa, aveva offerto il manifesto al pubblico, dando a quest’ultimo il modo di acquistarlo e di servirsene anche per decorare la propria casa, divenendo in questo forse precursore addirittura di quel movimento che successivamente con Warhol sarà identificato come “Pop Art”. Fu uno dei pochi artisti a godere di grandi riconoscimenti già da vivo e da decenni la sua popolarità non tende a diminuire. E non potrebbe essere altrimenti visto che la Bellezza delle donne e dei fiori è eterna. (a cura di Giorgio Chiantini – fonti varie dal web)
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La Dame aux Camélias, 1896

Il terzo dei sette manifesti della serie completa (a sinistra nell’immagine in basso) dedicata alle rappresentazioni teatrali di Sarah Bernhard si distingue per la diversa collocazione della scena e per il delicato gioco cromatico. Sullo sfondo di un cielo notturno punteggiato di stelle appare la signora delle camelie di Alexandre Dumas “avvolta nella sua veste bianca e profumata e perduta nell’estasi della sua passione”, come scrisse un critico del tempo. Sarah Bernhardt amava questo manifesto in modo particolare, tanto che lo utilizzò anche per la sua tournée americana del 1905/06 (a destra nell’immagine in basso)

Variante tournéè americana Signora delle Camelie

 

Donne di fiori: due poesie tratte dalla rivista bimestrale Qui Libri n.29

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Maria Luisa Spaziani,

Una rosa che sboccia

Ibernati, incoscienti, inesistenti,
proveniamo da infiniti deserti.
Fra poco altri infiniti ci apriranno
ali voraci per l’eternità.

Ma qui ora c’è l’oasi, catena
di delizie e tormenti. Le stagioni
colorate ci avvolgono, le mani
amate ci accarezzano.

Un punto infinitesimo nel vortice
che cieco ci avviluppa. C’è la musica
(altrove sconosciuta), c’è il miracolo
della r osa che sboccia, e c’è il mio cuore.

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Anna Achmatova,

Gigli

Ho colto gigli splendidi e profumati,
pudicamente chiusi,
come una schiera di fanciulle innocenti.
Dai tremuli petali, bagnati di rugiada,
ho bevuto profumo, felicità, pace.

Il cuore batteva e tremava, come per un dolore,
i pallidi fiori dondolavano la corolla
di nuovo sognavo quella lontana libertà,
quel paese dove sono stata con te…

*

tratte dalla rivista Qui Libri n.29 – maggio / giugno 2015

http://www.qui-libri.it/sommario-quilibri-29-maggiogiugno-2015/

Juana de Ibarbourou e Delmira Agustini tradotte da Cataldo Antonio Amoruso

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Juana de Ibarbourou (Melo, Uruguay, 8 marzo 1892 –  Montevideo, Uruguay, 15 luglio 1979) e Delmira Agustini (Montevideo, Uruguay, 24 ottobre 1886 – ivi, 6 luglio 1914): donne e poetesse sudamericane in due traduzioni ‘rigide’, che si attengono – per quanto possibile – al testo originale, cosa che le rende un po’ diverse, credo, dall’essere ‘letterali’.

§

La sed.

Tu beso fue en mis labios
de un dulzor refrescante.
Sensación de agua viva y moras negras
me dio tu boca amante.

Cansada me acosté sobre los pastos
con tu brazo tendido, por apoyo.
Y me calló tu beso entre mis labios,
como un fruto maduro de la selva
o un lavado guijarro del arroyo.

Tengo sed, otra vez, amado mío.
Dame tu beso fresco tal como una
piedrezuela del río.

La sete.

Il tuo bacio penetrò le mie labbra
con una dolcezza rinfrescante.
Una sensazione di acqua viva e nere more
mi diede la tua bocca amante.

Sfinita mi distesi sul prato
col tuo braccio disteso, per appoggio.
E mi tacque il tuo bacio tra le labbra mie
come un frutto di bosco maturo
o un ciottolo lavato dl torrente.

Ho sete, ancora, amor mio.
Dammi il tuo bacio fresco
come una pietruzza del fiume.

– Juana de Ibarbourou –

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El intruso.

Amor, la noche estaba trágica y sollozante
Cuando tu llave de oro cantó en mi cerradura;
Luego, la puerta abierta sobre la sombra helante,
Tu forma fue una mancha de luz y de blancura.

Todo aquí lo alumbraron tus ojos de diamante;
Bebieron en mi copa tus labios de frescura,
Y descansó en mi almohada tu cabeza fragante;
Me encantó tu descaro y adoré tu locura.

Y hoy río si tú ríes, y canto si tú cantas;
Y si tú duermes, duermo como un perro a tus plantas,
Hoy llevo hasta en mi sombra tu olor de primavera;

Y tiemblo si tu mano toca la cerradura;
¡Y bendigo la noche sollozante y oscura
Que floreció en mi vida tu boca tempranera!

L’intruso.

Amore, la notte era tragica e singhiozzante
quando la tua chiave d’oro cantò nella mia serratura;
poi, la porta aperta sull’ombra agghiacciante,
la tua forma fu una macchia di luce e di candore.

Tutto illuminarono i tuoi occhi di diamante;
bevvero dal mio calice le tue labbra di frescura,
e riposò sul mio cuscino il tuo capo fragrante;
mi incantò la tua insolenza e adorai la tua follia.

E oggi rido se tu ridi, e canto se tu canti;
e se dormi, dormo come un cane ai tuoi piedi,
oggi che anche nella mia ombra porto il tuo odore di primavera;

E tremo al tocco della tua mano sulla serratura;
E benedico la notte singhiozzante e oscura
che lasciò fiorire nlla mia vita la tua bocca mattiniera.

– Delmira Agustini –

§

[Traduzione di Cataldo Antonio Amoruso – http://krimisa.blogspot.it/]

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Delmira Agustini
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Juana de Ibarbourou

Omaggio alla Donna e all’Arte: Artemisia Gentileschi a cura di Giorgio Chiantini

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Artemisia Gentileschi, Autoritratto come allegoria della Pittura

“Oltraggiata appena giovinetta, nell’onore e nell’amore. Vittima svillaneggiata di un pubblico processo di stupro. Che tenne scuola di pittura a Napoli. Che s’azzardò, verso il 1638, nella eretica Inghilterra. Una delle prime donne che sostennero colle parole e colle opere il diritto al lavoro congeniale e a una parità di spirito tra i due sessi” – Anna Banti in Artemisia (Milano, 1947).

In un omaggio alla Donna e all’Arte, oggi ‘incontriamo’ Artemisia Gentileschi nell’ottica della grande pittura del suo tempo,  approfondendo – alla luce di documentazione edita ed inedita – le vicende della sua vita suddivisa cronologicamente nelle quattro fasi che l’hanno contraddistinta: gli inizi a Roma, giovanissima sotto l’influenza del padre Orazio; gli anni a Firenze, in cui il suo stile si sviluppa autonomamente, giungendo ad una codificazione inconfondibile; il ritorno a Roma agli inizi del primo ventennio del Seicento ed il successivo quasi quarto di secolo a Napoli, fino alla morte giunta nel 1653(?).

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Artemisia Gentileschi, Susanna e i vecchioni

Artemisia nacque nel 1593 a Roma, figlia di quell’Orazio Gentileschi, celebrato in tutta Europa, che fu capace di uguagliare in fama e nella pur diversamente orientata passione per la pittura. Roberto Longhi scrisse di lei nel 1916: «l’unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia pittura, e colore, e impasto, e simili essenzialità…»; tuttavia l’artista ha dovuto aspettare oltre tre secoli per vedere riconosciuto dai posteri il suo status di grande pittore.

Fino al secondo dopoguerra la Gentileschi è stata ricordata più per il processo per deflorazione intentato contro il collega del padre, Agostino Tassi – che segnerà dolorosamente la sua vita e carriera – che per i suoi evidenti meriti pittorici e dai primi anni Sessanta, le vicende della sua vita avventurosa e libera, come la forza espressiva e il linguaggio ricco e fantasioso della sua arte, furono oggetto di studi ed interpretazioni da parte della critica femminista, mentre la sua eccelsa pittura, ammirata sin dal Seicento e ricercata dai potenti di tutta Europa, veniva messa in secondo piano.

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affresco (ritratto di Artemisia), Agostino Tassi, Casino delle Muse Pallazzo Pallavicini-Rospigliosi

Artemisia Gentileschi seguì le orme del padre Orazio, appassionandosi alla pittura e facendo una scelta inusuale per una donna alla fine del sedicesimo secolo: il talento precocissimo, la portò a lavorare a soli diciassette anni col padre all’affresco del Casino delle Rose nel Palazzo Pallavicini-Rospigliosi a Roma dove incontra il pittore Agostino Tassi, maestro di prospettiva, molto più anziano, che abusa di lei fisicamente, ma con il quale poi la ragazza allaccerà una relazione clandestina. Venuto a conoscenza della relazione, il padre della ragazza chiede un matrimonio riparatore, scoprendo, però, che Agostino è già sposato. Il padre allora, per salvare l’onore della figlia, lo denuncia per violenza sessuale. Dando uno straordinario esempio di coraggio e femminismo, la ragazza si batté con tutte le sue forze in un processo particolarmente ostile nei suoi confronti dove addirittura arrivarono a torturarla pur di farle confessare la “loro” verità, decretando un episodio che cambierà la vita e la poetica pittorica dell’artista, profondamente segnate da quelle sofferenze. Sia nelle opere dipinte durante l’avvenimento (Susanna e i vecchioni del 1610, il periodo in cui lei, il padre ed il collega lavorarono insieme), che dopo (Giuditta che decapita Oloferne), si coglie l’atteggiamento psicologico particolare della donna e a sostenerne l’ipotesi, esistono numerose epistole e testimonianze del processo originale dell’epoca, consegnando all’arte e alla storia il fatto che Artemisia non dimenticò mai né la violenza, né l’umiliazione subite.

Nel 1620 portò a termine, su commissione di Cosimo II De Medici, il suo capolavoro Giuditta decapita Oloferne, esposto a Firenze alla Galleria degli Uffizi: il dipinto impressiona in maniera considerevole per la violenza della scena raffigurata, interpretata – in chiave psicanalitica – come desiderio di rivalsa per il terribile torto subito. Artemisia trasferisce sulla tela l’odio per l’oppressore: l’eroina biblica Giuditta, per tradizione esempio di virtù e castità, è rappresentata proprio nel momento della decapitazione di Oloferne, odiato nemico assiro che la donna aveva sedotto con l’inganno, tutelando però la propria purezza. Giuditta, che qui ha il volto di Artemisia, esprime odio e disprezzo nei confronti della persona verso cui sta realizzando il ferale gesto; persona che la pittrice considera un mostro meritevole solo di una morte atroce per quello che ha fatto. Da notare l’assoluta determinazione della donna e l’estremo realismo del gesto, enfatizzato dalla mano ferma che blocca la testa di Oloferne e dai rivoli di sangue che macchiano il letto.

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Artemisia Gentileschi, Giuditta che decapita Oloferne

Per la sua forte carica di violenza, l’opera fu relegata “in un angolo buio di Palazzo Pitti” e Artemisia dovette ricorrere alla mediazione di Galileo Galilei per ottenere, dopo la morte di Cosimo II, il compenso pattuito.

Artemisia Gentileschi, dunque, oltrepassando la retorica e i luoghi comuni attribuiti alla donna nel corso del tempo, seppe lottare contro i pregiudizi e le “follie” di un’epoca, usando come armi unicamente la sua forte personalità e le sue innegabili qualità artistiche.

[Giorgio Chiantini]

Omaggio alla Donna e alla Poesia: Isabella di Morra, a cura di Cataldo Antonio Amoruso

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Leonardo da Vinci, Testa di fanciulla (1508)

 

III.
D’un alto monte onde si scorge il mare
miro sovente io, tua figlia Isabella,
s’alcun legno spalmato in quello appare,
che di te, padre, a me doni novella.

Ma la mia adversa e dispietata stella
non vuol ch’alcun conforto possa entrare
nel tristo cor, ma, di pietà rubella,
la calda speme in pianto fa mutare.

Ch’io non veggo nel mar remo né vela
(così deserto è lo infelice lito)
che l’onde fenda o che la gonfi il vento.

Contra Fortuna alor spargo querela
ed ho in odio il denigrato sito,
come sola cagion del mio tormento.

§

VIII
Torbido Siri, del mio mal superbo,
or ch’io sento da presso il fin amaro,
fa’ tu noto il mio duolo al Padre caro,
se mai qui ’l torna il suo destino acerbo.

Dilli come, morendo, disacerbo
l’aspra Fortuna e lo mio fato avaro
e, con esempio miserando e raro,
nome infelice a le tue onde serbo.

Tosto ch’ei giunga a la sassosa riva
(a che pensar m’adduci, o fiera stella,
come d’ogni mio ben son cassa e priva!),

inqueta l’onde con crudel procella
e di’: – Me accreber sì, mentre fu viva,
non gli occhi no, ma i fiumi d’Isabella.

*

Isabella di Morra, dalle Rime

 Di Isabella di Morra (Favale San Cataldo, odierna Valsinni, 1520? – 1546) rimangono tredici componimenti – dieci sonetti e tre canzoni – rinvenuti peraltro durante una perquisizione nelle sale del castello avito dalle guardie che stavano indagando sulla atroce morte della giovane, perpetrata da tre dei suoi numerosi fratelli. Il ricordo di questa poetessa è stato preservato e rinvigorito, nel ‘900, dall’opera di Benedetto Croce. Di Isabella, assassinata per lavare l’onta del suo amore, inaccettabile dalla famiglia di provenienza, per il nobile spagnolo Diego Sandoval de Castro, residente nella vicina Bollita, odierna Nova Siri, si è anche parlato, nei secoli, a volte e a singhiozzi, per così dire. Qualche dramma, qualche saggio, qualche pellicola, qualche invenzione intellettualistica…Qualcuno, anche oltre Oceano, ha voluto leggere nella breve esistenza di Isabella un femminismo ante litteram… punti di vista, magari da non trascurare o dettati dalla passione per la materia romantica. E’ così da sempre, per tantissimi personaggi, anche molto meno degni di interesse.

 Isabella visse la sua esperienza soprattutto nell’isolamento del natio loco selvaggio, con un dirimpettaio d’amore, Diego, altrettanto isolato e lontano da quella Spagna della quale era originario. Sembrerebbe quasi un cliché, un copione da melodramma di periferia… e invece no, non è stato così, essendo stati Isabella e Diego uccisi entrambi per amore, un amore probabilmente impossibile e inammissibile per i loro tempi. Un terzo estinto fu il precettore di Isabella, che si era prestato a far da tramite per la corrispondenza amorosa dei due giovani; corrispondenza che Diego inviava all’amata, spacciando come mittente delle lettere stesse la signora Caracciolo, cioè la sua stessa moglie…cosa non si fa per amore! Ma niente da fare, i fratelli di Isabella non vollero sentire ragioni e lo uccisero nel bosco di Noepoli, nonostante Diego si fosse, nel frattempo, munito di una scorta. Fin qui, per grandi linee, la storia di quello che si sa della vita di Isabella, non tralasciando quel motivo che sembra essere alla base di tutte le disgrazie abbattutesi sulla famiglia Morra, cioè l’esilio in Francia del capofamiglia.

 Di Isabella di Morra dà prova di buona memoria Luigi Baldacci nel volume ‘Lirici del Cinquecento’, Longanesi 1975, trovando accoglienza per ben sei dei tredici componimenti della poetessa lucana.

 La poetica di Isabella, pur inscrivendosi, come quella di tutti o quasi i lirici del XVI secolo, nell’ambito della poetica petrarchesca, non manca di accenni di liricità autentica, intimistica e in qualche modo preludiante ad intensità leopardiane. Senza esagerare, sia chiaro, ma sembra di vedere, in qualche momento più alto dei suoi versi, una Isabella nobile, ma sfortunata anche per il suo stesso censo, isolata, perdutamente innamorata e impossibilitata a vivere quel suo amore per il quale le lacrime avrebbero gonfiato l’impetuoso Sinni, da quel luogo selvaggio dal quale ella spazia verso un infinito ostacolato da siepi irremovibili.

 Tredici poesie di esilio, d’amore, di disperazione, un po’ Petrarca, nella forma, molto Leopardi, nella sostanza. E soprattutto tanta Isabella, giovane donna d’amore e morte.

[Cataldo Antonio Amoruso per Il sasso nello stagno di AnGre]

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Castello Morra, Valsinni (MT) – foto dal web

Dalla “Lettera di Isabella” di Cataldo Antonio Amoruso

    Sono confusa, Diego, nascondo i segni che le catene hanno lasciato nei miei pensieri, nella mia voglia di ridere, questi segni si ostinano contro le mie forze, insistono con richiami che avverto fallaci, con subdoli avvisi, con prefigurazioni di paure che vorrebbero fare di me una donna infine sola… infinitamente sola.

Non cerco e non chiedo Diego, rivedo solo il tuo volto in questa sera di pienezza e di luna, oggi che il mio petto è quello di tutte le madri, e tu sai cosa voglio dirti con queste parole, mio uomo bambino, di quando posavi il capo e non cercavi altro che silenzio… aspettavi, e forse già mi dicevi qualcosa come io da qui non mi muovo, sapendo di perdermi.

Solo tu potrai capire, se ancora in te abita quello spirito puro, quell’amore di cui nessuna ragione è più forte… sei tu, Diego? Sei tu nel mio sogno? Sei tu quel vuoto che ho taciuto, piccolo o grande che fosse, ogni giorno? Era quello il momento in cui mi hai sentita lontana da te come non mai?

Dimmelo, se puoi, amore mio, e abbandona il tuo delirio, non lasciare che la solitudine vinca.

Sono tornata in quella casa e non so più dove finisce il sogno, né se e dove ricomincia la realtà… lì ho trovato un libro, e una tua lettera, posta come a segnare una pagina o un tempo, lì, nel punto esatto dove tu, tu eri, e sì, mi proteggevi…

eri da me
senza sosta
e ho sognato
parole che non immaginavo
le ho chiamate in tanto
poesia
e senza tema
ché mi sillabava il sonno

mi desto punta
di aguzze virgole
ritorte nella memoria
cacciavano con ami ed esche
immani, e i ricordi e il sogno

nel mio riposto
sono angolo
ed erba
di calcinata festa
dove, tu, eri.
                                                                                                                                                Isabella.

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[Castello Morra, Valsinni (MT) – Parco letterario, Sonetti – ph.AnGre 2015]

Gustav Klimt, Le tre età (per la rubrica Sassi di arte scelti da AnGre)

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Gustav Klimt, Le tre età (1905 circa)

olio su tela, cm 180 x 180 – Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma

Molto evocativo nelle immagini, il dipinto raffigura le tre età della donna, simboleggiate dai corpi di una bambina, una giovane donna ed una donna molto anziana. Su uno sfondo piatto, composto da motivi puramente ornamentali, si staglia la figura di una giovane madre, con gli occhi chiusi e il viso rivolto verso l’osservatore: ha carnagione chiara, lunghi capelli adornati con fiori ed è raffigurata con la testa inclinata, nell’atto di abbracciare la figlioletta, che dorme serena sul suo seno; una stoffa leggera avvolge i due giovani corpi esili ed eleganti, definiti da nitidi contorni.le_tre_eta_della_donna_klimt - Copia (2)

A questa immagine di tenerezza idealizzata si contrappone la rappresentazione cruda e realistica del corpo della donna anziana, posta di profilo. La figura, che nasconde il volto tra le mani, incarna la terza età ed in molti aspetti è in antitesi con la rappresentazione grafica delle altre due: i capelli di colore spento, il corpo flaccido, il ventre prominente e il seno cadente, le mani ossute e rugose rappresentano con impietoso naturalismo la vecchiaia, anche nel colore opaco e scuro della pelle, evidenziata con sottile ombreggiatura del corpo.

Il dipinto stabilisce un immediato confronto tra le due figure adulte e, mentre la visione di profilo della più anziana conferisce un particolare risalto alla sua silhouette e al modellato, per contrapposizione il corpo della donna giovane, frontale, si presenta come un’immagine sacra ed il suo corpo, pressoché privo di modellato, sembra sprigionare addirittura una luce radiosa, su uno sfondo in cui una netta separazione orizzontale tra il fondo nero superiore e la parte inferiore bruno-dorata, suggerirebbe quasi una divisione tra cielo e terra.

le_tre_eta_della_donna_klimt - CopiaOpera della piena maturità dell’artista, Le tre età fu presentata nel 1911 all’Esposizione Internazionale di Belle Arti di Roma, dove vinse la medaglia d’oro e fu acquistata dallo Stato Italiano. Attingendo alla cultura dell’Art Nouveau, Gustav Klimt (1862-1918) – il pittore viennese promotore del movimento artistico della Secessione – mostra di prediligere uno stile lineare e fortemente decorativo, all’interno di una pittura sensuale e ricercata dove tra i soggetti delle sue opere ricchi di valenze simboliche, quelli con notazioni realistiche non mancarono di scandalizzare i suoi contemporanei. I cicli della natura, la vita, l’invecchiamento, la morte e i suoi misteri furono i temi più cari all’artista, che non cessò mai di esplorarli nella sua pittura.

[testo tratto e adattato da Klimt, Le tre età – I Capolavori dell’Arte, Corriere della Sera per Sassi di arte scelti da AnGre]

Henri Matisse e la sensualità dei Nudi blu (per sassi di arte scelti da AnGre)

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Henri Émile Benoît Matisse (Le Cateau-Cambrésis, 31 dicembre 1869 – Nizza, 3 novembre 1954) è stato un pittore, incisore, illustratore e scultore francese, uno dei più noti artisti del ventesimo secolo, esponente di maggior spicco della corrente artistica dei Fauves. Il Fauvismo si basava sulla semplificazione delle forme, sull’abolizione della prospettiva e del chiaroscuro, sull’uso incisivo del colore puro, con tonalità vivaci e innaturali, spesso spremuto direttamente dal tubetto sulla tela, perimetrato da una netta e marcata linea di contorno: l’importante non era più, come nell’arte accademica, il significato dell’opera, ma la forma, il colore, l’immediatezza.matisse-nudo-blu-i

La musicalità e il significato del “vuoto” intorno ai corpi stanno portando Matisse a esiti rari nell’evoluzione del fauvismo: i grandi pannelli con La Musica e La Danza, terminati nel 1910, ripropongono la drastica riduzione del numero delle figure e dei colori, già iniziata nel 1907: il rosa, il verde e il blu dominano le grandi dimensioni delle due tele, dove un orizzonte si estende idealmente ad alludere ad un’armonia cosmica e un ritmo pacato e continuo si snoda, in particolare nella Danza, a disegnare una bellezza astratta. E’ la stessa concezione che, dopo il periodo di raffreddamento del cromatismo fauve e la successiva orgia decorativa di odalische e interni affollati di figure e di cose, riappare nella pratica del “papier découpé”, nelle straordinarie silhouette ritagliate che ritmano, con rinnovata essenzialità e potenzialità astrattiva, la sua produzione matura.

matisse-nudo-blu-iiL’artista, nell’ultimo periodo della sua vita, quando le sue condizioni di salute avevano limitato la sua mobilità, realizza con l’aiuto degli assistenti dei grandi collage, chiamati appunto papier découpés: la serie dei Nudi Blu è un esempio della sua tecnica denominata “dipingere con le forbici”: composizioni figurative a collage, a uno o più colori, dove l’intero disegno viene tracciato a matita sul foglio e poi, preparate le figure colorate, queste vengono incollate sopra, usando cartoncini leggeri sia per l’intero sfondo sia per il disegno; le figure appaiono semplificate e fra una e l’altra si creano piccoli margini bianchi.

Un gioioso, trionfale inno alla vita: questo sono i collage di Henri Matisse, creati dall’anziano artista usando le forbici al posto del pennello: invece di arrendersi al declino fisico, egli trovò ispirazione e rinnovata energia nella sua arte, creando opere dai colori brillanti e di grandi dimensioni. Un pensiero esuberante, sino in fondo, che torna a sfidare le ortodossie, come già aveva fatto col pennello decenni prima, perché il suo segreto è la trasformazione e i ritagli sono ciò che lui chiama semplicemente “la pittura con le forbici“. matisse-nudo-blu-iii

Per spiegare il suo dinamismo e la sua vitalità Matisse disse che un vero artista «non dovrebbe essere mai prigioniero di se stesso, della sua reputazione, del suo stile o del suo successo». E delle tante lezioni che il maestro ha impartito ai posteri, questa è la più struggente, come ebbe modo di spiegare in una lettera al figlio quando, non potendo più uscire, aveva deciso di «portare il giardino dentro casa», trasformando i muri del suo studio di Vence, nel sud della Francia, in un tripudio di forme, colori, fiori e piante.

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Nei suoi sensuali Nudi blu, le forbici di Matisse creano la sagoma esteriore della figura e allo stesso tempo scolpiscono contorni all’interno della figura stessa: in questa serie di opere si nota, come il pensiero artistico Fauvista venga applicato alla lettera, nelle forme semplificate, nell’assenza di prospettiva e chiaroscuro, nonché nell’uso incisivo del colore e, partendo dalla raffigurazione della realtà, egli la trasforma in forme semplificate attraverso l’accostamento di colori primari e secondari puri, accesi, luminosi, allontanandosi progressivamente dalla descrizione naturale.

[a cura di Giorgio Chiantini & Angela Greco]

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Martha Medeiros, Lentamente muore

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Lentamente muore 

(Ode alla vita)

Lentamente muore
chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente
chi fa della televisione il suo guru.
Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco
e i puntini sulle “i”
piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore
davanti all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore
chi non capovolge il tavolo
quando è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incertezza
per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita,
di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore
chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in sé stesso.

Muore lentamente
chi distrugge l’amor proprio,
chi non si lascia aiutare
chi passa i giorni a lamentarsi
della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore
chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce
o non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore
del semplice fatto di respirare.

Soltanto l’ardente pazienza
porterà al raggiungimento di una splendida felicità.

#
A Morte Devagar

Muere lentamente
quien se transforma en esclavo del hábito,
repitiendo todos los días los mismos trayectos,
quien no cambia de marca,
no arriesga vestir un color nuevo
y no le habla a quien no conoce.

Muere lentamente
quien hace de la televisión su gurú.
Muere lentamente quien evita una pasión,
quien prefiere el negro sobre blanco
y los puntos sobre las “íes”
a un remolino de emociones,
justamente las que rescatan el brillo de los ojos,
sonrisas de los bostezos,
corazones a los tropiezos
y sentimientos.

Muere lentamente
quien no voltea la mesa
cuando está infeliz en el trabajo,
quien no arriesga lo cierto por lo incierto
para ir detrás de un sueño,
quien no se permite por lo menos una vez en la vida,
huir de los consejos sensatos.

Muere lentamente
quien no viaja,
quien no lee, quien no oye música,
quien no encuentra gracia en sí mismo.

Muere lentamente
quien destruye su amor propio,
quien no se deja ayudar,
quien pasa los días quejándose
de su mala suerte o de la lluvia incesante.

Muere lentamente,
quien abandonando un proyecto antes de iniciarlo,
no preguntando de un asunto que desconoce
o no respondiendo cuando le indagan sobre algo que sabe.

Evitemos la muerte en suaves cuotas,
recordando siempre que estar vivo
exige un esfuerzo mucho mayor que
el simple hecho de respirar.

Solamente la ardiente paciencia
hará que conquistemos una espléndida felicidad.

*
di Martha Medeiros, giornalista, scrittrice e poetessa brasiliana nata a Porto Alegre nel 1961.

(dal web)

L’amoroso abbraccio di Frida

Frida Kahlo - L'amoroso abbraccio dell'universo

Frida Kahlo, L’amoroso abbraccio dell’universo, la terra (Messico), io, Diego e il signor Xólot (1949) – olio su tavola, cm 70 x 60,5

*

Questo quadro di Frida Kahlo ha una straordinaria ricchezza di simboli, legati soprattutto alla mitologia e alla cultura messicana. L’opera fu realizzata da nel 1949 ed il tema principale della pittura riguarda la maternità presentata in un contesto pieno di elementi e riferimenti riguardanti la mitologia azteca e del Messico: vita e morte, notte e giorno, sole e luna, uomo e donna, insieme con le dee creatrici della Terra e della Vita.

Frida, a causa dell’incidente che la coinvolse quand’era ancora adolescente, non poté mai avere figli; così, nel dipinto il suo ruolo di madre viene espresso tenendo in braccio Diego Rivera, pittore fra i più importanti del ‘900 messicano, e compagno di Frida Kahlo per tutta la vita.

 Simbolicamente Frida vuole esprimere la complessità del rapporto amoroso in cui la donna svolge anche il ruolo della madre nei confronti del suo compagno, alimentando la vita, mentre all’uomo è conferito il compito di portare sulla sua fronte il terzo occhio, quello della saggezza, come in questo caso si vede sulla fronte di Diego stesso. L’occhio permette l’unione e la continuità del rapporto fra i due. Dietro queste figure, che potremmo identificare come sposi, si staglia la dea Madre della terra azteca, Cihuacoatl, scolpita nella pietra e, ancora, dietro alla statua e ai due protagonisti, Frida ha dipinto la Madre Universale, che a sua volta li abbraccia tutti e li contiene.

 In primo piano, sulla sinistra, è ritratto il cane di Frida, Itzcuintli Señor Xolotl, che rappresenta Xólotl, il guardiano del mondo dei morti, che ha preso forma di cane per poter osservare il mondo terrestre e sul cui dorso i morti vengono trasportati di notte nel mondo degli inferi. Nel dipinto Xolotl ha anche il compito di vegliare sul rapporto amoroso di Frida e Diego.

 (testo adattato da cultura.biografieonline.it per Sassi d’arte scelti da AnGre))

Frida Kahlo - part. da L'amoroso abbraccio dell'universo
particolari dell’opera

*

(per gentile concessione di: The Jacques and Natasha Gelman Collection of 20th Century Mexican Art and The Vergel Foundation, Cuernavaca © Banco de México Diego Rivera & Frida Kahlo Museums Trust, Mexico)

dai Sonetti di Federico García Lorca

desiderio by G

 

La donna lontana
Sonetto sensuale

Le infinite fragranze dalla tua bocca effuse
sono nuvole profumate così dolci da uccidere.
Il mio corpo è come un’anfora d’oscura notte
che versa in te l’essenza, pazza divina!

I tuoi sguardi si perdono in dolci sentieri,
per te Notte ed Erebo tornano al Nulla,
dinnanzi a te Febe si placa, languida e umiliata,
e una brina di fiori scende sul capo di Eros.

In una notte blu e nel giardino silente,
mentre sogni di regioni brumose
e il piano placa il canto dell’oblio,

la stella del mio bacio si poserà sulla tua fronte,
la fonte della mia anima t’inonderà di rose
e vibrante di suoni il piano canterà.

*

Federico García Lorca, Sonetti
tratto da Le più belle poesie a cura di M.G.Simoni, BarberaEditore

Rainer Maria Rilke, due poesie da Der Neuen Gedichte anderer Teil

Rodin

 

due poesie da Der Neuen Gedichte anderer Teil

 A mon grand Ami Auguste Rodin

 

MARIA EGIZIACA

 

Quando, calda di letto e meretrice,

oltre Giordano fuggì e generosa

come una tomba offrì il suo schietto e forte

cuore all’ eternità, bevanda pura,

 

la sua precoce dedizione crebbe

senza posa a tal segno ch’ella infine,

emblema della eterna ludità di ogni essere,

quasi avorio ingiallito giacque avvolta

 

nel secco involucro dei suoi capelli.

Ed un leone andava errando, e un vecchio

lo chiamò a cenni per averne aiuto:

 

(e così in due scavarono).

 

E il vecchio la depose nella fossa.

Ed il leone, come un reggiscudo,

gli stava accanto e reggeva la lapide.

 

#

 

IL LIUTO

 

Io sono il liuto. Se il mio corpo vuoi

descrivere, le sue belle arcate strisce:

parla come parlassi d’un maturo

arcato fico. Esagera l’oscuro

 

che vedi in me. L’oscuro era di Tullia.

Non ce n’ era abbastanza nelle sue

vergogne, e i suoi capelli erano illuminati

come una chiara sala. Qualche volta

 

dalla mia superficie traeva un po’di suono

nel suo viso e cantava. Io mi tendevo

allora contro la sua debolezza,

e finalmente il mio interno era in lei.

 

*

R.M.Rilke, Vita, poetica, opere scelte – I grandi poeti, Il sole 24 ORE, 2008

opere di Auguste Rodin

 

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Scrivendo una poesia, un inedito di Antonino Caponnetto

over-the-town-1918_jpg!Blog
Marc Chagall, Over the town (1918)
oil on canvas, cm 45×56 – Tretyakov Gallery, Moscow, Russia

.

Vorrei che tu, mia donna, non fossi così sola.

Vorrei, per noi, per tutti, che la voce

dei popoli in tempesta

tramutarsi sapesse

nella voce d’un dio che non uccida.

Anche vorrei che sopra questa terra,

e tutt’intorno a te, qualunque orrore

un sogno fosse a cui doversi opporre.

 .

 [Antonino Caponnetto, 11 e 13 agosto 2013]