Iosif Brodskij, Farfalla

FARFALLA, di Iosif Aleksandrovič Brodskij (in russo Иосиф Александрович Бродский, Leningrado, 24 maggio 1940 – New York, 28 gennaio 1996;  Premio Nobel per la letteratura nel 1987)

I

Dirò: sei morta?
Con una vita di ventiquattr’ore!
Troppa amarezza
in questo scherzo del creatore.
Riesco con sforzo
a pronunciare «vita»
nell’unità di data
di nascita e di consunzione
fra le mie dita;
mi confonde sottrarre
una di quelle due grandezze
nello spazio di un giorno

II

Perché i giorni per noi
sono nulla. Un vuoto
zero, nulla. Non puoi
appuntarteli al muro e agli occhi
renderli commestibili:
sul bianco sfondo
non possedendo corpo
sono invisibili.
Come te sono i giorni,
e quale peso poi
rimpicciolito dieci volte
può avere un giorno?

III

Dirò: tu non esisti?
Ma cosa mai allora
di simile in te sente
la mia mano? e quei colori
d’inesistenza non son frutto.
E chi ha suggerito
quelle tue tinte?
Io non avrei la forza,
io, grumo borbottante
di parole al colore estranee,
di immaginare questa
tua tavolozza.

IV

Sulle tue ali piccole
pupille e ciglia
– o belle donne e uccelli –
o ritratto volante,
dimmi, di quali volti
questi sono frammenti?
E la tua nature morte
di quali particelle,
di quali briciole è fatta:
di cose, frutti?
o magari di pesci
un disteso trofeo?

V

Forse tu sei paesaggio;
attraverso una lente
scopro un gruppo di ninfe
e una danza e una spiaggia.
E fa chiaro laggiù come qui?
oppure è cupo come
di notte? e quale astro
percorre, di’,
quella volta celeste?
Quali figure
in quel paesaggio? e, dimmi, è copia
di quale vero?

VI

Penso che tu
sia questo e quello:
di volto, oggetto, stella
tu rechi i tratti.
Quell’orafo chi fu
che cesellò di fino
senza aggrottare i sopraccigli
sulle ali quel mondo
che ci stringe, che impazzire ci fa,
quel mondo dove tu
sei l’idea della cosa
e noi la cosa stessa?

VII

Dimmi, perché quel vago
ricamo ti fu dato in dono
soltanto per un giorno
nel paese dei laghi,
le cui specchianti superfici
conservano lo spazio? A te invece
questa breve esistenza
riduce la speranza
di finir dentro una retina
di tremolare in mano, di sedurre
al momento della cattura
l’occhio del cacciatore.

VIII

Non mi risponderai,
e non per timidezza
o per ostilità
nei miei confronti
e non perché sei morta.
Viva, morta… ma
a tutte le creature del Signore
in segno di affinità
per conversare, per cantare
la voce è data in dono:
per prolungare l’attimo,
ed il minuto, il giorno.

IX

E invece tu,
tu non hai questo pegno.
A rigore però
così è meglio:
meglio che con i cieli
essere in debito.
Non affliggerti, se
la tua vita, il tuo peso
son privi di parola:
è un fardello anche il suono.
Sei più incarnale
del tempo tu, più muta.

X

Tu non arrivi a vivere
fino a provare la paura.
Più lieve della polvere
vortichi su un’aiuola,
fuori dalla prigione
dove il passato e l’avvenire
ci chiudono e ci soffocano,
e per questa ragione
quando, in cerca di cibo, intorno
vai volando sul prato
anche l’aria d’un tratto
prende una forma.

XI

Così la penna va
sopra la carta liscia
di un quaderno, e non sa
come finisce
ogni sua riga,
dove si mescolano
saggezza ed idiozia
ma si fida dei moti della mano,
nelle cui dita batte la parola
del tutto muta,
senza togliere polline dai fiori,
ma facendo più lieve il cuore.

XII

Tanta bellezza
per così breve tempo,
spinge a una congettura
che fa storcer la bocca:
dire con più chiarezza
che il mondo per davvero
creato è senza scopo, o invece,
se scopo esiste mai,
non siamo noi.
Entomologo-amico, per la luce
non ci sono spilli
né per il buio.

XIII

Ti dirò “Addio”?
e addio al giorno che si compie?
a certi uomini la tigna dell’oblio
il senno corrompe;
ma bada, è tutta
colpa del fatto
che hanno dietro le spalle
non giorni a letto in due
non sonni fondi
o sogni folli,
non il passato, ma nubi
di tue sorelle!

XIV

Sei migliore del Nulla.
O meglio: sei più prossima,
sei più visibile.
Di dentro, ad esso
del tutto simile.
Nel volo tuo
il Nulla acquista carne;
nel quotidiano strepito
ecco perché
uno sguardo tu meriti:
sei la barriera lieve
fra il Nulla e me.

da Poesie 1972-1985 (Adelphi, 1986, traduz. di Giovanni Buttafava); immagine d’apertura: farfalla viola (collezione Dipintinmovimento)

a volte vorrei una collana di e (Fernanda Ferraresso)

come un attrezzo da ricamo per farci occhielli e
dentro metterci il bello del mondo che sta sempre insieme con il brutto e
guardarci come da un ciondolo le lune che mi guardano e
poi vorrei aprirlo per un tratto un poco soltanto quell’archetto arrotondato e
farci un impianto di mappe e abbondare vorrei  con lunghe file di gelsi e
poi aspettare che il miracolo si mostri. E’ una specie di favola scritta con la bocca  e
un poco per volta si fila e si forma. L’avete visto mai un baco? E’ un piccolo e
brutto mobile banco da lavoro ma si arrangia nel suo bozzolo e
mastica  e mastica con le minuscole mandibole una seta e
lieve sottile quasi impalpabile quella lingua intesse e
sputandola  in silenzio si veste  e
si addormenta sazio e
in una specie di letargo quasi una trance si sogna e
s’inventa di rinascere e
leggera una farfalla senza curarsi del tempo per cui vive spezza il suo bozzolo e
al sole si distende. Una sola cosa mi domando e
spesso ci penso: come mai noi così grandi e
anche più belli forse e
più forti e
più intelligenti di tutti quelli che chiamiamo inferiori ci serviamo di loro e
il loro oro utilizziamo e poi li svalutiamo pensando solo al peso di un denaro e
stampato a troppo caro prezzo lo innalziamo sull’altare di un valore che non ha e non è  e
tutto questo per il fallace gusto che dura un’epoca di storia che scade  e
da un’era all’altra è un filo di terra soltanto.

 

http://fernirosso.wordpress.com/2012/07/10/a-volte-vorrei-una-collana-di-e/