Federico García Lorca, versi diversi

Notte alta dell’amore insonne (1935-1936)

Notte alta, noi due e la luna piena;
io che piangevo, mentre tu ridevi.
Un dio era il tuo scherno; i miei lamenti
attimi e colombe incatenate.

Notte bassa, noi due. Cristallo e pena,
piangevi tu in profonde lontananze.
La mia angoscia era un gruppo di agonie
sopra il tuo cuore debole di sabbia.

L’alba ci ricongiunse sopra il letto,
le bocche su quel gelido fluire
di un sangue che dilaga senza fine.

Penetrò il sole la veranda chiusa
e il corallo della vita aprì i suoi rami
sopra il mio cuore nel sudario avvolto.

§

Il poeta dice la verità (1935-1936)

Voglio piangere sopra la mia pena
e te lo dico perché tu mi pianga
e m’ami in un tramonto di usignoli
con un pugnale e con baci insieme a te.

Voglio uccidere il solo testimone
presente all’assassinio dei miei fiori
e mutare l’angoscia del mio pianto
in grano duro, in un covone eterno.

Quella matassa mai non si dipani
del t’amo m’ami, di tutto ardore sì!
con decrepito sole e vecchia luna.

Quello che non mi dai non te lo chiedo,
no, ma muoia e di sé non lasci traccia
nell’estremo sussulto della carne.

da Sonetti dell’amore oscuro (Newton Compton, trad.Claudio Rendina)

§

Madrigale appassionato (1919)

Vorrei stare sulle tua labbra
per spegnermi nella neve
dei tuoi denti.
Vorrei stare sul tuo petto
per disfarmi nel sangue.
Vorrei sognare per sempre
nella tua chioma d’oro.
Che il tuo cuore si facesse
tomba del mio dolente.
Che la tua carne fosse la mia carne
che la tua fronte fosse la mia fronte.
Vorrei che tutta la mia anima
entrasse nel tuo piccolo corpo
ed essere io il tuo pensiero
ed essere io la tua bianca veste.
Per far sì che t’innamori di me
con una passione così forte
da consumarti cercandomi
senza mai incontrarmi.
Perché tu vada gridando
il mio nome fino a ponente,
chiedendo di me all’acqua,
bevendo triste le amarezze
che prima il mio cuore
nel desiderarti lasciò sul sentiero.
E intanto io entrerò
nel tuo corpo dolce e debole,
io sarò donna, sarò te stessa,
restando in te per sempre,
mentre tu invano mi cerchi
da Oriente ad Occidente,
finché fine ci brucerà
la fiamma grigia della morte.

da Tutte le poesie e tutto il teatro (Newton Compton, trad.Claudio Rendina) — immagine d’apertura:opera di E. Munch, Il bacio

Federico García Lorca, versi da Il mio segreto

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62.
ALCUNI VERSI POVERI E DOLOROSI

In quale dolce sentiero si aprì la nostra poesia,
La tragica poesia del nostro cuore?
In una notte scura si aprì la mia rosa nera
Perché la mia rosa bianca chiuse i suoi petali.

L’innocenza che muore vedendo in lontananza
Le corna tenebrose del satiro carnale
Che desta in petto e nasconde la nostra anima
E ci lacera i veli dell’incanto verginale.

Il cuore esclama: Ti voglio e non ti voglio.
Sono tuo e non sono tuo. E il satiro: Sí, sí,
Sei mio, molto mio … e gl’infilza una freccia,
E il cuore singhiozza pieno di abbandono …

La morte arriva seria e dice: Quando vado?
Il mio parco di sogno sta aspettando il cuore.
E il cuore che dice: Ahi la mia rosa bianca!
Ahi la mia rosa bianca che presto appassí!

Dialogo infinito nell’anima che sente
Il peso della vita. La morte. Il cuore.
E le pene che vaghe e lente ci dominano
Ci dicono insonnolite nei momenti d’amore:
Dove ve ne andate smarriti con i vostri pensieri?
Perché non avete sommerso nel grigio la vostra passione?
E la morte: Fa lo stesso, il mio bacio le dà fine.
L’anima: L’infinito non ha soluzione.
L’uomo: I dolori distruggono le mie viscere.
Che ne sarà del mio povero e triste cuore?
E il cuore singhiozza: Ahi la mia rosa bianca!
Ahi la mia rosa bianca che presto appassí!

*
da Federico García Lorca, IL MIO SEGRETO – poesie inedite 1917 – 1919 in García Lorca, I classici della poesia (Mondadori, 2012).

Federico García Lorca, L’amore dorme sul petto del poeta

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L’amore dorme sul petto del poeta

Non capirai mai quanto ti amo
perché dormi su me e giaci addormentato.
In pianto ti nascondo, inseguito
da una voce di acciaio penetrante.
.
Norma che agita ugualmente carne e astro
trapassa ormai il mio cuore addolorato
e le fosche parole hanno morso
le ali del tuo spirito severo.
..
Mucchi di gente saltano nei giardini
aspettando il tuo corpo e la mia agonia
su cavalli di luce e verdi crini.
.
Ma tu continua a dormire, vita mia.
Senti il mio sangue rotto sui violini!
Guarda, ci stanno spiando ancora!

*

Federico García Lorca

Le più belle poesie, a cura di M.G.Simoni, Barbera Editore

AA.VV. paesaggio, paesaggi

Federico Garcia Lorca, Paesaggio (Paisaje).

Il campo
di ulivi
si apre e si chiude
come un ventaglio.
Sopra l’uliveto
c’è un cielo inabissato
e una pioggia scura
di stelle fredde.
Tremano giunco e penombra
sulla riva del fiume.
Si arriccia il vento grigio.
Gli ulivi
sono carichi
di grida.
Uno stormo
di uccelli prigionieri,
che muovono le loro lunghissime
code nell’ombra.

*

Umberto Saba, Città vecchia

Spesso, per ritornare alla mia casa
prendo un’oscura via di città vecchia.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
qualche fanale, e affollata è la strada.
.
Qui tra la gente che viene che va
dall’osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l’infinito
nell’umiltà.
.
Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita
d’amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;
s’agita in esse, come in me, il Signore.
.
Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via.

*

Giuseppe Ungaretti, Porto sepolto

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

È il mio cuore
il paese più straziato

*

Vittorio Sereni, La spiaggia

Sono andati via tutti –
blaterava la voce dentro il ricevitore.
E poi, saputa: – Non torneranno più -.

Ma oggi
su questo tratto di spiaggia mai prima visitato
quelle toppe solari… Segnali
di loro che partiti non erano affatto?
E zitti quelli al tuo voltarti, come niente fosse.

I morti non è quel che di giorno
in giorno va sprecato, ma quelle
toppe di inesistenza, calce o cenere
pronte a farsi movimento e luce.
Non
dubitare, – m’investe della sua forza il mare-
parleranno.

*

Vittorio Bodini, [Viviamo in un incantesimo]

Viviamo in un incantesimo,
tra palazzi di tufo,
in una grande pianura.
Sulle rive del nulla
mostriamo le caverne di noi stessi
– qualche palmizio, un santo
lordo di sangue nei tramonti, un libro
lento, di pochi fatti, che rileggiamo
più volte, nell’attesa che ci dia
tutte assieme la vita
le cose che crediamo di meritare.

(testi tratti dal web – immagine d’apertura: affresco della romana Villa di Livia)

AA.VV. Estate in versi, breve antologia

Estate di Herman Hesse

Improvvisamente fu piena estate.
I campi verdi di grano, cresciuti e
riempiti nelle lunghe settimane di piogge,
cominciavano a imbiancarsi,
in ogni campo il papavero lampeggiava
col suo rosso smagliante.

La bianca e polverosa strada maestra era arroventata,
dai boschi diventati più scuri risuonava più spossato,
più greve e penetrante il richiamo del cuculo,
nei prati delle alture, sui loro flessibili steli,
si cullavano le margherite e le lupinelle,
la sabbia e le scabbiose, già tutte in pieno rigoglio
e nel febbrile, folle anelito della dissipazione
dell’approssimarsi della morte
perché a sera si sentiva qua e là nei villaggi il chiaro,
inesorabile avvertimento delle falci in azione.

*

Estate di Cesare Pavese

È riapparsa la donna dagli occhi socchiusi
e dal corpo raccolto, camminando per strada.
Ha guardato diritto tendendo la mano,
nell’immobile strada. Ogni cosa è riemersa.

Nell’immobile luce dei giorno lontano
s’è spezzato il ricordo. La donna ha rialzato
la sua semplice fronte, e lo sguardo d’allora
è riapparso. La mano si è tesa alla mano
e la stretta angosciosa era quella d’allora.
Ogni cosa ha ripreso i colori e la vita
allo sguardo raccolto, alla bocca socchiusa.

È tornata l’angoscia dei giorni lontani
quando tutta un’immobile estate improvvisa
di colori e tepori emergeva, agli sguardi
di quegli occhi sommessi. È tornata l’angoscia
che nessuna dolcezza di labbra dischiuse
può lenire. Un immobile cielo s’accoglie
freddamente, in quegli occhi.
Fra calmo il ricordo
alla luce sommessa dei tempo, era un docile
moribondo cui già la finestra s’annebbia e scompare.
Si è spezzato il ricordo. La stretta angosciosa
della mano leggera ha riacceso i colori
e l’estate e i tepori sotto il viviclo cielo.
Ma la bocca socchiusa e gli sguardi sommessi
non dan vita che a un duro inumano silenzio.

*

Sarà estate di Emily Dickinson

Sarà Estate – finalmente.
Signore – con ombrellini –
Signori a zonzo – con Bastoni da passeggio –
E Bambine – con Bambole –
Coloreranno il pallido paesaggio –
Come fossero uno splendente Mazzo di fiori –
Sebbene sommerso, nel Pario –
Il Villaggio giaccia – oggi –

I Lillà – curvati dai molti anni –
Si piegheranno sotto il purpureo peso –
Le Api – non disdegneranno la melodia –
Che i loro Antenati – ronzarono –

La Rosa Selvatica – diventerà rossa nella Terra palustre –
L’Aster – sulla Collina
Il suo perenne aspetto – fisserà –
E si Assicureranno le Genziane – collari di pizzo –

Finché l’Estate ripiegherà il suo miracolo –
Come le Donne – ripiegano – le loro Gonne –
O i Preti – ripongono i Simboli –
Quando il Sacramento – è terminato –

*

Estiva di Vincenzo Cardarelli

Distesa estate,
stagione dei densi climi
dei grandi mattini
dell’albe senza rumore –
ci si risveglia come in un acquario –
dei giorni identici, astrali,
stagione la meno dolente
d’oscuramenti e di crisi,
felicità degli spazi,
nessuna promessa terrena
può dare pace al mio cuore
quanto la certezza di sole
che dal tuo cielo trabocca,
stagione estrema, che cadi
prostrata in riposi enormi,
dai oro ai più vasti sogni,
stagione che porti la luce
a distendere il tempo
di là dai confini del giorno,
e sembri mettere a volte
nell’ordine che procede
qualche cadenza dell’indugio eterno.

*

Madrigale d’estate di Federico García Lorca

Unisci la rossa tua bocca alla mia,
o Estrella gitana!
Sotto l’ora solare del mezzogiorno
morderò la mela.

Fra i verdi ulivi della collina
c’è una torre moresca,
colore della tua carne campagnola
che sa di miele e d’aurora.

Mi offri nel tuo corpo ardente
il divino nutrimento
che dà fiori al ruscello quieto
e stelle al vento.

Come ti sei data a me, luce bruna?
perché mi desti pieni
d’amore il sesso di giglio
e i seni sonori?
Fu per la mia tristezza?
(Oh, miei goffi passi!)
Forse destò pietà in te
la mia vita spenta di canti?

Perché non hai preferito ai miei lamenti
le cosce sudate
di un San Cristoforo contadino
pesanti in amore e belle?

Danaide del piacere sei con me.
Femminile Silvano.
I tuoi baci odorano come il grano
secco dell’estate.

Oscurami la vista col tuo canto.
Sciogli la tua chioma
dispiegata e solenne come un manto
d’ombra sopra i prati.

Dipingimi con la bocca insanguinata
un cielo d’amore,
su un fondo di carne, la stella
violetta del dolore.

Prigioniero è il mio pegaso andaluso
dei tuoi occhi aperti,
e volerà desolato e assorto
quando li vedrà morti.

Anche se tu non m’amassi, t’amerei
per il tuo sguardo cupo
come l’allodola ama il giorno nuovo
per la rugiada.

Unisci la rossa tua bocca alla mia,
o Estrella gitana!
Lasciami sotto il giorno chiaro
consumare la mela.

*

Cielo di giugno di Ada Negri

Cielo di giugno, azzurra giovinezza
dell’anno; ed allegrezza
di rondini sfreccianti in folli giri
nell’aria. Ombre, ombre d’ali
vedo guizzar sul bianco arroventato
del muro in fronte: ombre a saetta, nere,
vive al mio sguardo più dell’ali vere.
Traggon dal nulla, scrivendo con nulla
parole d’un linguaggio
perduto; e le cancellano
ratte, fuggendo via fra raggio e raggio.

*

Conchiglie di Katherine Mansfield

Eternamente giace e splende piano
sotto l’enormi tempestose ondate
e sotto le minute onde beate
che il Greco antico un tempo ha nominato
crespe di risa.
Ascolta: la conchiglia iridescente
canta nel mare, al più profondo.
Eternamente giace e canta silenziosa.

*

Conchiglie di Margherita Guidacci

Non a te appartengo sebbene nel cavo della tua mano
ora riposi, viandante;
né alla sabbia da cui mi raccogliesti
e dove giacqui lungamente,
prima che al tuo sguardo
si offrisse la mia forma mirabile.
Io compagna d’agili pesci e d’alghe
ebbi la vita dal grembo delle libere onde.
E non odio né oblio ma l’amara tempesta me ne divise.
Perciò si duole in me l’antica patria e rimormora
assiduamente e ne sospira la mia anima marina,
mentre tu reggi il mio segreto sulla tua palma
e stupito vi pieghi il tuo orecchio straniero.

(fonti varie dal web)

Federico García Lorca, Pioggia

Pioggia, di Federico García Lorca

La pioggia ha un vago segreto di tenerezza,
una vaga sonnolenza rassegnata e amabile,
si desta con lei un’umile musica
che rende vibrante lo spirito addormentato del paesaggio.

È un bacio azzurro che la Terra accoglie,
il mito primitivo che torna a realizzarsi.
Il contatto ormai freddo dei vecchi cielo e terra
con un clima mite di sere interminabili.

È l’aurora del frutto. Quella che ci dà i fiori
e ci unge del santo spirito dei mari.
Quella che diffonde vita sulle sementi
e nell’anima tristezza di qualcosa di vago.

La nostalgia terribile di una vita perduta,
il fatale sentimento di esser nati tardi,
o l’inquieta illusione di un impossibile domani
con l’inquietudine prossima del colore della carne.

L’amore si ridesta nel suo grigio ritmo,
il nostro cielo interiore ha un trionfo di sangue,
ma il nostro ottimismo si muta in tristezza
vedendo le gocce morte sopra i vetri.

Sono le gocce: occhi di infinito che guardano
il bianco infinito che fu per loro madre.

Ogni goccia di pioggia tremula sul vetro sporco
lascia divine ferite di diamante.
Sono poeti dell’acqua che hanno visto e meditano
ciò che la massa dei fiumi non sa.

Oh pioggia silenziosa, senza tormente né venti,
pioggia calma e serena di squilla e dolce luce,
pioggia buona e pacifica, tu sei quella vera
che scende amorosa e mesta sulle cose!

Oh pioggia francescana che porti con le gocce
anime di chiare fonti e umili sorgenti!
Quando scendi sui campi lentamente
apri coi tuoi suoni le rose del mio petto.

Il canto primitivo che sussurri al silenzio
e la storia sonora che racconti alle fronde
li commenta piangendo il mio cuore deserto
su un nero e profondo pentagramma senza chiave.

La mia anima è triste di pioggia serena,
rassegnata di tristezza di cose irrealizzabili,
e il mio cuore mi impedisce di ammirare
una stella che s’accende all’orizzonte.

Oh pioggia silenziosa che gli alberi amano
e sei per la pianura dolcezza di emozioni;
concedi all’anima le stesse nebbie e risonanze
che poni nello spirito del paesaggio addormentato!

*

da Poesie (Libro de poemas), Newton Compton, trad. di Claudio Rendina

Federico García Lorca: Salomè e la luna

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Federico García Lorca, da Poema del Cante Jondo (1931), Suites – Canzoni sotto la luna

Salomè e la luna

La luna è una sorella
di Salomè. (Signora
che in un’antica storia
morde una bocca morta.)
.
Salomè era il tramonto.
Un tramonto di occhi
e labbra.
.
La luna è il perpetuo
tramonto.
.
Sera
continua
e delirante.
 .
L’amore sconfinato
di Salomè per l’oro
non fu per le parole,
fu perché la sua testa,
medusa del deserto,
era una luna nera,
una luna impossibile
fosca e sonnolenta.
 .
Salomè è la crisalide
e la luna il bozzolo,
crisalide d’ombra
sotto un palazzo oscuro.
.
La luna trema sull’acqua,
Salomè trema sull’anima.
Oh sublime bellezza
voler fare di un bacio
una stella!
 .
A mezzogiorno
o nella notte buia,
se parlate di Salomè,
spunterà la luna.
.
tratto da: Federico García Lorca, Le più belle poesie ( a cura di Maria Giulia Simoni, Barbera Editore)
*
nota:  Il Cante hondo o cante jondo è uno stile vocale del flamenco, una forma non degradata di musica folclorica andalusa, il cui nome significa canzone profonda. Generalmente le comuni classificazioni tradizionali dividono il Flamenco in tre gruppi di cui le forme più profonde e serie sono conosciute come cante jondo.
García Lorca usò il titolo Poema del Cante Jondo in una raccolta di poesie del 1921, sebbene non le pubblicò se non dieci anni dopo. Nel 1931, García Lorca presentò una conferenza volta a conservare viva la ricca tradizione del Cante Jondo. Il brano seguente è tradotto dalla conferenza tenuta da Lorca:
Il “cante jondo” si accosta al ritmo degli uccelli, alla musica istintiva del nero pioppo e delle onde; è semplice nella sua forma e desuetudine. È anche un raro esempio di canzone primitiva, la più vecchia di tutta l’Europa, laddove i ruderi della storia, i suoi lirici frammenti sono divorati dalla sabbia, esso appare vivo come al primo mattino di sua vita. L’illustre Falla, che ha studiato la questione attentamente, afferma che la “siguiriya gitana è una canzone appartenente al gruppo del “cante jondo” dichiarando che essa è la sola canzone del continente europeo che si è conservata nella sua forma pura, perché nelle sue diverse composizioni, stili e qualità, essa ha in sé la musicalità primitiva della gente venuta dall’Oriente. (dal web)

dai Sonetti di Federico García Lorca

desiderio by G

 

La donna lontana
Sonetto sensuale

Le infinite fragranze dalla tua bocca effuse
sono nuvole profumate così dolci da uccidere.
Il mio corpo è come un’anfora d’oscura notte
che versa in te l’essenza, pazza divina!

I tuoi sguardi si perdono in dolci sentieri,
per te Notte ed Erebo tornano al Nulla,
dinnanzi a te Febe si placa, languida e umiliata,
e una brina di fiori scende sul capo di Eros.

In una notte blu e nel giardino silente,
mentre sogni di regioni brumose
e il piano placa il canto dell’oblio,

la stella del mio bacio si poserà sulla tua fronte,
la fonte della mia anima t’inonderà di rose
e vibrante di suoni il piano canterà.

*

Federico García Lorca, Sonetti
tratto da Le più belle poesie a cura di M.G.Simoni, BarberaEditore

Federico García Lorca, Sonetto del dolce lamento

Virgilio Guidi Lungo il Lemene 1981
Virgilio Guidi, Lungo il Lemene (1981) – olio su tela, cm 80×100

.

Mi turba perdere la meraviglia

dei tuoi occhi di statua e l’accento

che di notte mi lascia sulla guancia

la rosa solitaria del tuo respiro.

 

Che pena vedermi in questa sponda

tronco senza rami; ma quel che più mi affligge

è non avere fiore, polpa o argilla,

per il verme della mia sofferenza.

 

Se tu sei il tesoro mio segreto,

se sei la mia croce e il mio fradicio dolore,

se io sono il cane in tuo dominio,

 

fa’ che non perda quel che ho conquistato

e adorna le acque del tuo fiume

con foglie del mio autunno forsennato.

 

*

da Federico García Lorca, Le più belle poesie, a cura di Maria Giulia Simoni – Barbera Editore, 2007

Compianto per Ignacio Sánchez Mejías – di Federico García Lorca

Wifredo Lam

I

L’INCORNATA E LA MORTE

Alle cinque della sera.
Erano le cinque in punto della sera.
Un ragazzo portò il lenzuolo bianco
alle cinque della sera.
Una sporta di calce già pronta
alle cinque della sera.
Tutto il resto era morte e solo morte
alle cinque della sera.

Il vento portò via i cotoni
alle cinque della sera.
L’ossido seminò cristallo e nichel
alle cinque della sera.
Già lotta la colomba coll leopardo
alle cinque della sera.
E una coscia con un corno desolato
alle cinque della sera.
Cominciarono i suoni di bordone
alle cinque della sera.
Le campane di arsenico e il fumo
alle cinque della sera.
Negli angoli dei gruppi di silenzio
alle cinque della sera.
E il toro solo con il cuore in alto!
alle cinque della sera.
Quando comparve il sudore di neve
alle cinque della sera,
quando l’arena si coprì di iodio
alle cinque della sera,
la morte pose uova nella ferita
alle cinque della sera.
Alle cinque della sera.
Alle cinque in punto della sera.

È una bara con ruote il suo giaciglio
alle cinque della sera.
Ossa e flauti suonano all’orecchio
alle cinque della sera.
Il toro gli mugghiava dalla fronte
alle cinque della sera.
La stanza si iridava di agonia
alle cinque della sera.
Da lontano ora viene la cancrena
alle cinque della sera.
Tromba di iris nei suoi verdi inguini
alle cinque della sera.
Le ferite bruciavano come soli
alle cinque della sera.
e la folla rompeva le finestre
alle cinque della sera.
Alle cinque della sera.
Ah, che terribili cinque della sera!
Erano le cinque in tutti gli orologi!
Erano le cinque in ombra della sera!

 
II

IL SANGUE VERSATO

No, non voglio vederlo!

Di’ alla luna che venga,
non voglio vedere il sangue
di Ignazio sulla sabbia.

No, non voglio vederlo!

Una luna spalancata,
cavallo di quiete nubi,
e l’arena grigia del sogno
con salici in prima fila.

No, non voglio vederlo!
Il mio ricordo si brucia.
Avvisate i gelsomini
dalla bianchezza minuta!

No, non voglio vederlo!

La vacca del vecchio mondo
passava la triste lingua
sopra un muso di sangui
versati sulla sabbia,
e i tori di Guisando,
quasi morte e quasi pietra,
muggirono come due secoli
stanchi di pestare terra.

No.
No, non voglio vederlo!

Le tribune sale Ignazio,
tutta la sua morte addosso.
Cercava l’alba,
ma l’alba non era.
Cerca il suo fermo profilo,
e il sogno lo disorienta.
Cercava il suo bel corpo
e trovò il suo sangue aperto.
Non mi dite di vederlo!
Non voglio sentire il fiotto
farsi ogni volta più debole;
questo fiotto che rischiara
le tribune e si rovescia
sopra il velluto e il cuoio
di quella folla assetata.
Chi mi grida di affacciarmi?
Non mi dite di vederlo!

Non si chiusero i suoi occhi,
quando vide le corna vicino,
ma le madri terribili
alzarono la testa.
E spazzò gli allevamenti
vento di voci segrete,
che gridavano a tori celesti,
mandriani di pallida nebbia.
Non ci fu principe di Siviglia
che comparargli si possa,
né spada come la sua
né cuore così vero.
Come un fiume di leoni
la sua forza meravigliosa,
e come un busto di marmo
la sua armoniosa prudenza.
Aria di Roma andalusa
gli profumava la testa
dove il sorriso era un nardo
di sale e d’intelligenza.
Che gran torero nell’arena!
Che buon montanaro sulle montagne!
Così tenero con le spighe!
Così duro con gli speroni!
Così dolce con la rugiada!
Così abbagliante nella fiera!
Così tremendo con le ultime
banderillas di tenebra!

Ma adesso dorme per sempre.
Adesso i muschi e le erbe
aprono con dita sicure
il fiore del suo teschio.
E già viene cantando il suo sangue:
cantando per maremme e praterie,
sdrucciolando sulle corna intirizzite,
vacillando senz’anima nella nebbia,
inciampando in mille zoccoli
come una lunga, scura, triste lingua,
per formare una pozza d’agonia
vicino al Guadalquivir delle stelle.

Oh, bianco muro di Spagna!
Oh, nero toro di pena!
Oh, sangue forte d’Ignazio!
Oh, usignolo delle sue vene!

No.
No, non voglio vederlo!
Non c’è calice che lo contenga,
non c’è rondini che se lo bevano,
non c’è brina di luce che lo geli,
né canto né diluvio di gigli,
non c’è cristallo che lo copra d’argento.
No.
Io non voglio vederlo!!

 
III

CORPO PRESENTE

La pietra è una fronte dove i sogni gemono
senza avere acqua curva né cipressi ghiacciati.
La pietra è una schiena per portare il tempo
Con alberi di lacrime, con nastri e con pianeti.

Io ho visto piogge grigie correre verso il mare
alzando le tenere braccia crivellate,
per non esser prese dalla pietra distesa
che ne scioglie le membra senza assorbirne il sangue.

Perché la pietra coglie semi e cieli coperti,
e scheletri d’allodole e lupi di penombra;
ma non emette suoni, né cristalli, né fuoco,
ma arene e altre arene, arene senza mura.

Ormai sta sulla pietra Ignazio il ben nato.
Ormai è finita. Che accade? Osservate il suo aspetto!
la morte lo ha coperto di impalliditi zolfi
e gli ha messo una testa di oscuro minotauro.

Ormai è finita. La pioggia entra nella sua bocca.
Il vento come pazzo il suo petto ha scavato,
e l’Amore, inzuppato di lacrime di neve,
si riscalda sulla cima di pascoli taurini.

Cosa dicono? Un silenzio putrido riposa.
Siamo dinnanzi a un corpo presente che svanisce,
a una forma chiara che ebbe un tempo usignoli
e vediamo colmarsi di fori senza fondo.

Chi gualcisce il sudario? Non è vero quel che dice!
Qui nessuno canta, né piange nell’angolo,
né pianta gli speroni né spaventa il serpente:
qui non voglio altro che degli occhi rotondi
per veder quel corpo senza possibile riposo.

Voglio vedere gli uomini che hanno la voce dura.
Quelli che domano cavalli e dominano i fiumi:
gli uomini cui risuona lo scheletro e cantano
con una bocca piena di sole e di granito.

Io qui voglio vederli. Davanti a questa pietra.
Davanti a questo corpo con le redini spezzate.
Io voglio che mi mostrino dov’è la via d’uscita
per questo capitano legato dalla morte.

Io voglio che mi insegnino un pianto come un fiume
che abbia dolci le nebbie e profonde le rive,
per portar via il corpo di Ignazio e che si perda
senza ascoltare il duplice ansimare dei tori.

Si perda nell’arena rotonda della luna
che piccola si finge dolente bestia immobile;
si perda nella notte senza canto dei pesci
e nel roveto bianco del fumo congelato.

Non voglio che gli coprano la faccia con fazzoletti
perché possa abituarsi alla morte che porta.
Vattene: Non sentire, Ignazio, il caldo mugghio.
Dormi, vola, riposa. Anche il mare perisce!

 
IV

ANIMA ASSENTE

Non ti conosce il toro, non il fico,
né i cavalli né le formiche della casa.
Non ti conosce il bambino né la sera
perché tu sei morto per sempre.

Non ti conosce il dorso della pietra,
né il raso nero dove ti distruggi.
Non ti conosce il tuo ricordo muto
perché tu sei morto per sempre.

Verrà l’autunno con le conchiglie,
uva di nebbia e monti aggruppati,
ma nessuno vorrà guardare i tuoi occhi
perché tu sei morto per sempre.

Perché tu sei morto per sempre,
come qualsiasi morto della Terra,
come qualsiasi morto che si scorda
in un mucchio di cani spenti.

Nessuno ti conosce. No. Ma io ti canto.
Canto per futuro il tuo profilo e la tua grazia.
L’insigne maturità della tua conoscenza.
Il tuo appetito di morte, di gustarne la bocca.
La tristezza che ebbe la tua coraggiosa allegria.

Tarderà molto a nascere, se nasce,
un andaluso così illustre e ricco d’avventura.
Canto la sua eleganza con parole che gemono
e ricordo una brezza triste nell’oliveto.

(1935)