Marij Čuk, tre poesie

Marij Čuk, tre poesie a cura di di Jolka Milič per Fili d’aquilone n.51 che si ringrazia.

*

IL TÈ DEL SABATO POMERIGGIO

Quando ti inviterò a prendere un tè
non temere le erbe selvatiche
e le tigri e le iene e i serpenti
nel mio giardino, amico.
Entra tranquillo e in silenzio,
bussa leggermente,
ti aprirà un irsuto domestico.
Entrando non aver paura del buio
e delle orrende urla
e delle lingue bavose, amico.
La mia casa è accogliente e pulita,
una zanna d’elefante al sole,
resiste alla pioggia e alla neve,
alla tempesta e alla bora.
La mia casa è un tetto sicuro.
Non spaventarti del cane selvaggio
ai miei piedi –
sbrana la gente solo di domenica.

Su, bevi una tazzina di tè
per sentirti meglio.

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LA CASSAPANCA

In questa strana cassapanca di cose antiche
vaga I’ombra di alberi e di pietre scabre.
Cassapanca di calli e fuliggine,
di sole e di brutte notti fradice,
questa cassapanca cela al suo interno i ricordi
che sono come un fiore secco,
che sono come un volto avvilito e tormentato.
La cassapanca sa come si chiama l’erba.
La cassapanca sa che cosa vuol dire spargere il sangue.
Siedo su questa cassapanca,
su questo pezzo di legno inservibile,
che senza dubbio mi sarà utile d’inverno.

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VASTITÀ

Una donna pensierosa.
II sembiante di una morte facile.
Un corpo bagnato.
Nei giorni dei ricordi
non ci resta altro.
Mani larghe.
Una faccia scomposta.
Un’acerba primavera.
Nell’ampio deserto
si perde la mia orma.

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Marij Čuk, giornalista, poeta, scrittore, drammaturgo, commediografo, critico teatrale e letterario. Editorialista ricercato di varie riviste slovene e coordinatore di progetti interculturali alla RAI fino al pensionamento. Membro della Comunità slovena in Italia, nella regione Friuli-Venezia Giulia.
Nato nel 1952 a Trieste, dove vive e dove ha frequentato le magistrali, diplomandosi. Laureato in slavistica e romanistica all’Università di Ljubljana.
Raccolte di poesia: Pesniški list št. 13 (Foglio di poesia 13), 1973; Šumenje modrega mahu (Fruscio del muschio azzurro), 1974; Zakleta dežela (II paese incantato), 1975; Suho cvetje (Fiori secchi), 1982; Igra v matu (Scacco matto – in tandem con Ace Mermolja), 1984; Sledovi v pesku (Tracce nella sabbia), 1993; Ugrizi / Morsi (raccolta con testi a fronte), 2003; Zibelka neba in dna (Culla del cielo e del fondo), 2007 e Ko na jeziku kopni sneg (Quando sulla lingua si scioglie la neve), 2014.

Gérard Blua, selezione di poesie

Versi tratti da Gérard Blua, In corso d’opera. Memoria poetica (Libroitaliano World, Ragusa 2006, trad. di Bruno Rombi)

*

Il poeta maledetto
si recò
presso il Mercante di Notorietà
che gli offrì
una pistola
e due pallottole
una per abituarsi al rumore
l’altra
alla sua notte.

*

Smembrare la propria solitudine
a colpi di disperazione
Dissodare i propri abbandoni
nei roghi suicidi
Amputare l’isolamento
Evirare il silenzio
E nell’intimo del vivere
nel colore meravigliato
carezzare i tratti puri
d’un morto fragile
ancora da nascere

    *

Da quale cova gettata
nel vuoto galattico
polvere nel flusso
di polvere smarrita
azzardo premeditato
che nega tutti gli azzardi
morente infinitamente
ai cicli della vita
ci venne un giorno l’idea
dell’omicidio?

    *

Tuttavia
conservare una traccia del grido
della morsicatura
un passaggio della morsa

Ma d’un volto
non resta per sempre
che la sua invocazione
contro l’oblio.

    *

Ma cogliere le aurore
e fondere i loro baci
ai loro colori sprizzati
e poi racimolarli
con le unghie e i denti
non è affatto
infamia sublime
chiamata dai vostri petti
il diritto possibile?

    *

E il seme dimenticato
dai flutti gorgoglianti
tutto tiepido di schiuma
ancora
si gonfia a loro insaputa
della pioggia nutritiva
d’un sole diffuso
che germoglierà senza fine
nel ventre di un cadavere.

    *

E pertanto l’Uomo
atrofizzato da appetiti e carestie
di viscere contraddittorie
estende i suoi desideri
e bacia
le stelle
con una bocca mobile
ignorante
dei piedi
che scavano nella roccia
un passato più profondo
ancora
che il profondo passato.

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Gérard Blua è nato a Marsiglia nel 1945. Formazione: filosofia, lettere antiche e psicologia. La sua carriera letteraria comincia negli anni 70. Come editore, nel 1982 ha fondato Le Temps parallèle; nel 1990 Le colletif d’auteurs francophones e il gruppo editoriale Autres Temps, di cui è tutt’ora direttore generale (nel suo catalogo: Guillevic, Tahar Ben Jelloun, Michel Butor, Tristan Cabral, Jacques Gaucheron, Norge); nel 1998 la rivista poetica e letteraria Autre Sud; nel 2002, il trimestrale di cultura e tempo libero Pourtours magazine. È stato presidente dal 1993 al 1999 dell’Associazione degli Editori del Sud-Est della Francia. Ha prodotto e continua a produrre un’opera poetica varia che consta di circa quaranta libri, tra romanzi, commedie, racconti, saggistica, editoriali. Tradotto in molte lingue, ha rappresentato e rappresenta la Francia all’estero nei più importanti festival internazionali. Blua è anche polemista: memorabile il suo Pamphlet contro la riforma dell’ortografia. Le sue ultime pubblicazioni: Ivre Québec 2002, Ed. Ecrits des Forges-Canada; Mot à mot, Antologia poetica di tutta l’opera pubblicata dal 1974 al 2000, ACM éditions, 2001, collection Les Poètes du 21ème siècle. Da circa trent’anni organizza e presenta eventi che sono un punto di riferimento importante nella cultura francese e internazionale. Nel 1985 ha ricevuto il Prix de l’Académie de Marseille per l’insieme della sua opera.

[a cura di Viviane Ciampi per Fili d’aquilone n.4 del 2006, che si ringrazia]

Alfonso Brezmes, quattro poesie

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Per questi versi si ringrazia Mirta Amanda Barbonetti, che ha curato articolo originale e traduzione per Fili d’aquilone n.45 (qui)

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Alfonso Brezmes è nato nel 1966 a Madrid, dove vive. Ha pubblicato i libri di poesia: Postales desde el futuro (2010), La noche tatuada (2013) e Don de lenguas (2015).  Suoi testi sono stati pubblicati in antologie e riviste.

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STRUMENTI DI MISURA

Per misurare il tempo fu inventata l’assenza,
quella riga che divide il mondo in due,
in due i corpi, i giorni, le parole.

Per misurare l’assenza fu inventato il silenzio
quel linguaggio di spettri, quel dolore mansueto
con il gelido tocco delle cose vuote.

Per misurare il silenzio avete inventato me,
questo cane di nebbia che vaga nella notte
come un faro in cerca di un naufragio.

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AMORE E GEOMETRIA

Cercarti è un’ellisse.
Sognarti è una curva.
Decifrarti è una piramide.
Raggiungerti è un’iperbole.
Amarti è un cerchio.
Tenerti è un quadrilatero.
Perderti di nuovo
è una mera parabola
per tornare a cercarti.

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CRIMINE IMPERFETTO

Di tutti i crimini che ho commesso
solo di uno mi pento:
di non aver sopraffatto del tutto il desiderio,
questo avvoltoio abbietto e insaziabile
che mi fa credere
di essere ancora vivo.

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STATO SOGNANTE

Continuai a sognarla per tutta la notte.
Al risveglio era lì,
proprio come appariva nei miei sogni:
candida come un mondo
che lentamente si stiracchia prima di riprendere il suo moto.
Quando compresi che era vera
come la vita stessa, fuggii all’istante
dalla vecchia realtà e dai suoi travestimenti,
e richiusi dolcemente gli occhi
per poter tornare a sognarla.

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INSTRUMENTOS DE MEDIDA

Para medir el tiempo se inventó la ausencia, 
esa raya que separa en dos el mundo, 
en dos los cuerpos, los días, las palabras. 

Para medir la ausencia se inventó el silencio, 
esa lengua de espectros, ese dolor obediente 
con el frío tacto de las cosas huecas. 

Para medir el silencio me inventaste a mí, 
este perro de niebla que vaga en la noche 
como un faro en busca de un naufragio.

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AMOR Y GEOMETRÍA

Buscarte es una elipse. 
Soñarte es una curva. 
Descifrarte es una pirámide. 
Alcanzarte es una hipérbola. 
Amarte es un círculo. 
Tenerte es un cuadrilátero. 
Perderte de nuevo 
es una mera parábola 
para volver a buscarte.

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CRIMEN IMPERFECTO

De todos los crímenes que cometí 
sólo me arrepiento de uno: 
no haber matado del todo el deseo, 
ese buitre abyecto e insaciable 
que me hace creer 
que sigo estando vivo.

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ENSOÑACIÓN

Toda la noche la anduve imaginando. 
Al despertar, allí estaba, 
tal y como se manifestaba en mis sueños: 
con la pureza intacta de un mundo 
que se despereza antes de girar. 
Cuando comprendí que era cierta 
como la vida misma, huí como pude 
de la vieja realidad y sus disfraces, 
y cerré suavemente los ojos 
para poder volver a soñarla.

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Carlos Drummond de Andrade, tre poesie

Carlos Drummond de Andrade, versi da Reunião – 10 livros de poesia, Rio de Janeiro, J. Olympio, 1974, 6ª ed. tratti da Fili d’aquilone n.5, che si ringrazia.

POESIA A SETTE FACCE

Quando nacqui, un angelo storto
di quelli che vivono nell’ombra
disse: Vai, Carlos, e sii gauche nella vita.

Le case spiano gli uomini
che corrono dietro le donne.
Il pomeriggio sarebbe forse azzurro,
se non ci fossero tanti desideri.

Il tram passa pieno di gambe:
gambe bianche nere gialle.
Perché tante gambe, Dio mio, domanda il mio cuore.
Ma i miei occhi
non chiedono nulla.

L’uomo dietro ai baffi
è serio, semplice e forte.
Quasi non parla.
Ha pochi, rari amici
l’uomo dietro agli occhiali e ai baffi.

Dio mio, perché mi hai abbandonato
se sapevi che io non ero Dio
se sapevi che io ero debole.

Mondo mondo vasto mondo,
se io mi chiamassi Raimondo
sarebbe una rima, non sarebbe una soluzione.
Mondo mondo vasto mondo,
più vasto è il mio cuore.

Non dovrei dirtelo
ma questa luna
questo cognac
mi commuovono da morire.

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NON AMMAZZARTI

Carlos, calmati, l’amore
è questo che vedi:
oggi baci, domani non baci,
dopodomani è domenica
e lunedì nessuno sa
quel che sarà.

Inutile che resista
o che ti uccida.
Non ammazzarti, oh non ammazzarti,
riservati tutto per
le nozze che nessuno sa
quando verranno,
se verranno.

L’amore, Carlos, e tu tellurico,
la notte è passata su di te,
e le rimozioni che si sublimano,
là dentro un rumore ineffabile,
preghiere,
grammofoni,
santi che si segnano,
annunci del miglior sapone,
rumore che nessuno sa
di che, perché.

Intanto tu cammini
malinconico e verticale.
Tu sei la palma, tu sei il grido
che nessuno ha sentito al teatro
e le luci tutte si spengono.
L’amore nel buio, no, nel chiaro,
è sempre triste, figlio mio, Carlos.
ma non dirlo a nessuno
nessuno lo sa né saprà.

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MANI CONGIUNTE

Non sarò il poeta di un mondo caduco.
Non canterò neppure il mondo futuro.
Sono legato alla vita e guardo i miei compagni.
Sono taciturni ma nutrono grandi speranze.
In mezzo a loro, scruto l’enorme realtà.
Il presente è immenso, non allontaniamoci.
Non allontaniamoci troppo, teniamoci per mano.

Non sarò il cantore di una donna, di una storia,
non dirò i sospiri all’imbrunire, il paesaggio visto dalla finestra,
non distribuirò narcotici o lettere di suicida,
non fuggirò alle isole né sarò rapito dai serafini.
Il tempo è la mia materia, il tempo presente, gli uomini presenti,
la vita presente.

*

Traduzione e cura di Vera Lúcia de Oliveira

Carlos Drummond de Andrade (1902-1987), poeta, prosatore, cronista e critico, è considerato fra i maggiori scrittori del nostro secolo, pietra angolare della letteratura brasiliana, eppure in Italia egli è noto solo antologicamente, come poeta, mentre ne è quasi ignota l’opera di prosatore. Nato il 31 ottobre 1902 a Itabira, piccola città dello Stato di Minas Gerais (Brasile), regione conosciuta anche per i grossi giacimenti di ferro, è discende da una tradizionale famiglia di proprietari terrieri. (leggi qui l’articolo completo e le poesie in lingua originale)

immagine: Paul Klee, Temple Garden (1920)

Jana Putrle Srdić, cinque poesie

Poesie tratte dalla rivista Fili d’aquiloneNumero 38 aprile/giugno 2015

Jana Putrle Srdić, poesie

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LE PAROLE

le parole sono costrizione sono sollievo
intercettarle dolci dal vuoto viscoso
fermare l’assorbimento il contrabbando la sparizione
vomitare Senza nome
e ricomporre i pezzetti in
una assorta immagine
una immagine chiassosa
una dolente Supernova

*

Sei così strano
un marziano o un ramarro verde metallico in mezzo alla strada
ti osservo strabiliata
dimentico del tutto che probabilmente sei pericoloso
sarebbe meglio che mi scostassi?

*

Inciampando sono caduta in questo
enorme letto blu, dove neanche tu
mi raggiungi, vi rimasi supina in eterno,
a sgranocchiare bolle di sapone.

*

DI SERA TARDI

il vestito svuotato si accascia sulla sedia
tutto il giorno spostava i croissant, le pagnotte nere e
bianche, i filoncini alla ricotta dalla spianatoia di legno
nella teglia, con la teglia nel forno – adesso lascia alle cose
che giochino con lei. il lieve clic del tostapane, i passi felpati
del cane. cerca i fiammiferi, l’orlo ruvido della scatola
sfrigola, emana odore, brividi lungo il collo quando si china
sopra la fiamma, guarda la notte, qualcuno ha acceso la luce
nello scantinato di un edificio non ancora finito.

gira la chiave nella toppa, la biancheria resta nella lavatrice,
la casa si fa silenziosa, la gente come levitasse sopra i letti,
muta, immersa nel sonno. cambia le forcine per capelli con
un elastico, rivestito di cotone. scivola nella vasca da bagno,
spruzzando l’acqua con una pinna
come un pesce.

*

IL CANTIERE EDILE SI TRASFERISCE IN NOI

………………………………………………………….per M. e Z.

ai vicini diventa evidente che in questo
appartamento viviamo una strana
vita, voltati dall’interno
……………………………all’esterno,
di giorno dormiamo e le dita dei nostri piedi
………………………………………cercano di captare varie
frequenze in lingue incomprensibili, nel sonno
ci corrucciamo lasciando al mondo di lavare
……………………………………la spiaggia dei nostri costrutti,
di far crollare i sassolini, sempre in costruzione ognuno
di noi si sveglia a ore diverse di giorno e di notte,
quando stendiamo
………………..la biancheria,
dalle mani assonnate ci cadono le mollette
nei balconi sottostanti,
…………………………sui vicini, sull’erba,
spesso con occhi arrossati contempliamo la luna,
le nuvole, l’oscurità o semplicemente la corda
davanti a noi, le fresche riserve d’alcol svaporano
……………………………………………….nei nostri piedi scalzi,
le nostre dita sono antenne che accarezzano dolcemente
……………………………………………………………………….i tasti vellutati,
i nostri corpi si trasfondono in cristalli fluidi,
stiamo imparando l’immobilità dei camaleonti
e non ci separiamo più
………………………….dallo sfondo del desktop,
talvolta smarriti nei labirinti
……………………………..di qualche nuovo fabbricato c’incontriamo
a pranzo e con sollievo indoviniamo di vivere
………………………………………………………….ancora insieme.

***

Trad. dallo sloveno di Jolka Milič — immagine d’apertura: Francesca Buommino, Panni stesi

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Jana Putrle Srdić è nata nel 1975 a Ljubljana, dove attualmente vive. Ha studiato russo, letteratura e biblioteconomia alla Facoltà di filosofia della sua città. Ma già dopo aver conseguito a Kamnik la maturità scientifica, ha pubblicato insieme a Katja Paladin una raccolta di poesia intitolata Pesmi (Poesie). Nel 2003 è uscita la sua prima silloge: Kutine(Mele cotogne), nel 2007 Lahko se zgodi karkoli (Può succedere qualsiasi cosa) e l’anno passato, alla fine del 2014, è uscita la sua terza raccolta To noč bodo hrošči prilezli iz zemlje (Stanotte i maggiolini sbucheranno dalla terra). Scrive e pubblica regolarmente versi nelle riviste letterarie slovene. Si occupa anche di traduzione (Robert Hass, Ana Ristović). Conduce serate letterarie studentesche nel klub Daktari e scrive riflessioni critiche su film artistici in diverse riviste.

Ines Cergol, tre poesie tradotte dallo sloveno

Ines Cergol, tre poesie tradotte dallo sloveno da Jolka Milič per la rivista “Fili d’aquilone” che si ringrazia; clicca qui per altri testi in sloveno e italiano.

*

C’è acqua
quando è vuota la sorgente?

Favole di fondali,
voci di oscurità
generano inquietudine
e nascosta nel tempo
risvegliano la fonte
che cade, cade
attraverso la pace
nel buio delle profondità
e sogna, sogna
la propria origine
fino ai dolori della nascita.

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ANGELICO FREMITO

l’ultima spira
dell’incenso odoroso
promette la salvezza
posa in modo così seducente le labbra
sulle gelide pietre
da provocare dolore
dolore nel corpo
dolore negli angoli degli occhi
il bianco pulviscolo nevica oltre l’orizzonte
pizzica le mani vuote
cent’anni di solitudine
traversano veloci il mare
le rondini perdono il volo
le passiflore chiudono in sé le loro corolle
coprimi
coprimi davanti a questo bianco freddo
forse dio avrà pietà
avvertendo
l’angelico fremito

.

ESSERE IDENTICO

essere un altro
in te
estraneo a te e a sé
nella realtà di nessuno
con una metà
fissare assorto il deserto
correre verso il nulla
sul cordone ombelicare
oscillare nella morte
essere lo stesso
intero a metà
chiuso-aperto

.

La letterata slovena Ines Cergol è nata nel 1959 a Capodistria, dove vive e lavora. Scrive e pubblica poesia, saggi, critiche letterarie, articoli e trattati specializzati in quasi tutte le riviste nazionali e anche all’estero. In passato, per vari anni, si è dedicata al giornalismo e a lungo è stata redattrice esterna per la casa editrice Lipa di Capodistria, e per altre editrici slovene ha curato parecchi libri. Da più di vent’anni organizza nel Capodistriano, in Croazia e in Bosnia-Erzegovina incontri culturali. Si occupa anche di traduzione dal croato in sloveno. Insegna sloveno al ginnasio di Capodistria, però – oltre alla lingua slovena – si è laureata anche in serbo-croato all’università di Ljubljana. In quanto membro attivo dell’Associazione degli scrittori sloveni ha fatto parte del suo comitato esecutivo ed è stata presidente dell’affiliata Associazione dei letterati del litorale con sede sul Carso, quest’ultima purtroppo fortemente in crisi.
Ha pubblicato tre raccolte di poesia: Globoko zgoraj (Profondamente in alto), 1991; Vmes (In mezzo), 1998 e Svetlobnica (Lucernario), 2005 e due libri di traduzioni di illustri poeti croati, e cioè Antun Branko Šimić e Mile Pešorda. È presente in tre antologie con testi a fronte: Tja in nazaj – Andata e ritorno, 2000; Due mondi … un sentiero – Dva svetova … ena pot, 2002 e Cinque – Pet, 2003. Anche nell’almanacco sloveno-inglese del Premio internazionale Vilenica, 2009 e nel terzo volume dell’Antologia delle poetesse slovene, 2007. Sue poesie messe in musica sono state registrate da Mojca Maljevac su CD Tina Omerzo Trio – Intima 2005.
immagine d’apertura: Joan Miró, Costellazione amorosa

Adélia Prado, tre poesie

Versi da Bagagem (2003) e Coração disparado (2006), Editora Record, Rio de Janeiro.

ANNUNCIAZIONE AL POETA

Ave, avido.
Ave, fame instancabile e bocca enorme,
mangia.
Da parte dell’Altissimo ti concedo
che non ti riposerai e tutto ti ferirà mortalmente:
la spazzatura, la cattedrale e la forma delle mani.
Ave, pieno di dolore.

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IL SOGNO

L’ho riconosciuto nella frazione del mio nome,
mi ha chiamato come da vivo,
partendo dalla tonica:
“Délia, vieni qui.”
Mi sono aggrappata alle estremità del letto,
dove giaceva sano il suo volto malato,
e l’ho trascinato per corridoi pieni
di medici, siringhe e camici bianchi.
Poi tutto il giorno è stato il petto stretto,
la sua voce nel mio orecchio, i suoi occhi,
come solo quelli dei morti guardano
e la speranza, in puro sconforto
e l’ansia.

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DOLORI

Oggi mi sono sentita triste,
ho sofferto tre tipi di paura
accresciuti da un fatto irreversibile:
non sono più giovane.
Ho discusso di politica, di femminismo,
dell’opportunità della riforma penale,
ma alla fine dei discorsi
toglievo dalla tasca il mio pezzetto di specchio
e mi si riempivano gli occhi di lacrime:
non sono più giovane.
Le scienze non mi hanno soccorso,
né ho per definitivo conforto
il rispetto dei giovani.
Ho aperto il Libro Sacro
in cerca di perdono per la mia carne superba
e lì era scritto:
“Fu per fede che anche Sara, nonostante l’età avanzata,
è stata capace di avere una discendenza…”
Se qualcuno mi fissasse, ho insistito ancora,
in un quadro, in una poesia…
e fossero oggetto di bellezza i miei muscoli flosci…
Ma non voglio. Esigo il destino comune delle donne sulle tinozze,
di quelle che mai vedranno i loro nomi stampati e tuttavia
sorreggono i pilastri del mondo, perché anche se vedove degne
non rifiutano il matrimonio, anzi trovano il sesso gradevole,
condizione per la normale gioia di legare un nastro sui capelli
e pulire la casa al mattino.
Una tale speranza imploro a Dio.

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tratto da Fili d’aquilone num.9 – Adélia Prado, una delle voci più originali della poesia brasiliana contemporanea, è nata nel 1936 a Divinópolis, nello Stato di Minas Gerais, terra che ha dato grandi poeti come Carlos Drummond de Andrade e Murilo Mendes, solo per citarne due. Madre di cinque figli, già dalla prima raccolta, Bagagem, del 1976, pubblicata a quarant’anni, ha stupito e scosso il mondo letterario brasiliano per la singolarità della sua voce lirica. Da allora il suo percorso è stato un crescendo, con più di dieci libri di poesia e prosa pubblicati, con premi letterari importanti e traduzioni in molte lingue.

Nella poesia della Prado si fondono elementi di uno spiccato misticismo con una sensualità tutta femminile, di donna che rivendica orgogliosamente gli aneliti e le aspirazioni anche del corpo oltre che dell’anima. La sua è poesia di cose, persone e luoghi in cui lei recupera la propria storia familiare, il rapporto con i genitori e con tanti altri personaggi umili ed eroici delle piccole città, in una regione apparentemente al margine della storia, in un tempo rallentato rispetto a quello delle grandi città del centro-sud del paese: un tempo e un luogo in cui persone e cose hanno una sacralità intrinseca e naturale. Lei ripercorre, come per salvarli dalla dimenticanza e dalla cancellazione del tempo, gesta di vite meste, voci basse, corpi discreti, atti premurosi che nascondono, per umiltà, una grande commozione. È necessario vedere bene, leggere nelle piccole cose di ogni giorno, come fa lei, per estrarre le pietruzze di poesia che ci offre.

Predilige, e questo è uno dei segni della sua originalità, un linguaggio vitale, diretto e contundente, colloquiale e regionale allo stesso tempo, efficace nel narrare un mondo rurale arcaico che il Brasile moderno ha fretta di cancellare e dimenticare. Come Guimarães Rosa, lei intravede in questo paese dell’interno valori che altrove si sono persi, come l’amore e la dedizione filiale, la solidarietà e il rispetto dell’altro, la cordialità e l’ospitalità che da sempre caratterizzano tutta l’estesa regione del centro del paese.
Se da una parte è evidente nella sua opera il forte legame con autori come i già citati Drummond de Andrade e Guimarães Rosa, allo stesso tempo la sua poesia non assomiglia a nulla e a nessuno. Si sente nel suo linguaggio torrenziale l’influsso della Bibbia, che lei avvicina alla vita di tutti i giorni, demistificando l’aura di mistero che pare avvolgere da sempre cose e figure religiose della tradizione, avvicinando – con umore e ironia – Dio agli uomini e, soprattutto, Dio alle donne.

Senza appartenere a nessun gruppo o scuola, la scrittrice ha proposto – senza timore, anzi con un pizzico di orgoglio – in anni in cui la poesia avanguardista degli anni ’60-’80 dominava incontrastata le riviste e i giornali letterari dell’epoca, atmosfere, linguaggi e temi apparentemente desueti.

Afferma a tal proposito lo studioso e poeta Affonso Romano de Sant’Anna, uno dei primi a leggerla ancora inedita e a evidenziarne l’originalità: “Adélia è la prima poetessa brasiliana con marito e figli che cura la casa, spolvera i mobili, va a cogliere verdure nell’orto e ha allucinazioni erotiche.” (“Adélia: a mulher, o corpo e a poesia”, in Adélia Prado, O coração disparado, Rio de Janeiro, Nova Fronteira, 1978, p. 13). Il critico evidenzia così alcuni elementi importanti nella poetica della Prado, legati al fatto che lei trasforma in argomento poetico cose e atmosfere che nessun poeta prima aveva considerato degni di essere cantati in versi. Era necessaria una donna per farlo, e con la forza e l’intensità con cui Adélia Prado mescola tutto ciò ai grandi temi della condizione umana.

Articolo e traduzione dal portoghese di Vera Lúcia de Oliveira, che si ringrazia.

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Adélia Prado De Freitas – È nata nel 1935 in Brasile, a Divinópolis, nello stato di Minas Gerais. Sposata, madre di cinque figli, ha pubblicato il suo primo volume di poesie, Bagagem [Bagaglio], nel 1976. Nel 1978 pubblica la seconda raccolta, O coração disparado [Il cuore accelerato], con il quale vince il Premio Jabuti, uno dei più prestigiosi del Brasile. Nel 1979 esordisce in prosa con l’opera Solte os cachorros [Sciogli la lingua], seguita da Cacos para um vitral [Tessere per una vetrata] e, nel 1984, Os componentes da banda [I componenti della banda]. Nel 1987 pubblica la raccolta poetica O pellicano [Il pellicano], seguita, l’anno successivo, da A faca no peito [Il coltello nel petto]. Nel 1991 esce la prima edizione della sua Poesia reunida [Tutte le poesie]. Nel 1994, dopo un lungo silenzio poetico, pubblica O homen de mão seca [L’uomo con la mano secca]. Nel frattempo alcune sue opere vengono adattate e rappresentate con successo a teatro. Nel 1999 escono, contemporaneamente, i libri Manuscritos de Felipa [Manoscritti di Felipa], Oráculos de maio [Oracoli di maggio] e il volume della sua Prosa reunida [Tutta la prosa]. Nel 2002 esce il libro di racconti Filandras [Filandre]. Nel 2004 viene pubblicata la ventesima edizione del suo libro d’esordio, Bagagem. In Italia nel 2005 è uscito il volume: Adélia Prado, Poesie (Genova, Fratelli Frilli Editori, a cura di Goffredo Feretto).

immagine d’apertura: In the Style of Kairouan, 1914, Paul Klee