Isole di Flavio Almerighi letto da Angela Greco

“A me porta un abbraccio.” Con questo verso si chiude la silloge Isole di Flavio Almerighi, edita da Ensemble (Roma, 2018); divisa in tre sezioni, ognuna denominata con il nome di un’isola, rispettivamente con la peculiarità di essere la più piccola isola del mondo divisa tra due stati, l’isola più piccola del mondo e l’isola con la minor densità di popolazione per chilometro quadrato (si legge al termine dell’indice), ed un titolo-riassunto della sezione stessa: Södra Boksjön – secolo breve; Bishop Rock – Nomi e Persone; Ellesmere Island – Qualcuno c’è. Una struttura, quella di questo libro di Almerighi, articolata, come forse mai accaduto nei precedenti editi dello stesso autore, che vuole identificare nettamente le tematiche trattate e che si chiude con il verso che ho posto in incipit, una chiave di lettura precisa messa a conclusione di una ascesa \ discesa snocciolata partendo da lontano per arrivare al vicino, anzi al vicinissimo, con l’ultima sezione nella quale l’autore dissemina elementi personali (fatti e persone) senza più il distacco che, ad esempio, caratterizza la prime sezioni e le sue poesie di soggetto storico.

Il titolo, Isole, potrebbe far pensare ad elementi singoli e separati dal resto, ad una individualità com’è spesso nella metafora del termine; invece, la silloge è un arcipelago, un insieme di unità legate da un elemento comune che è l’osservazione e l’annotazione del vissuto, caratteristici di questo autore; il ‘mare’, in cui trovano posto queste poesie-isole è il quotidiano, anche quando si tratta di accadimenti retrodatati, Almerighi non concede spazio alla retorica, né al sentimentalismo, pur lasciando nitido il sentimento e il battito del suo cuore. Il consolidato e riconoscibile taglio asciutto, come il suo verso breve e d’impatto, collocano questi versi nella poesia di questo tempo, contratta ed immediata, subito fruibile anche nei passaggi più articolati (pochi in questo libro), che sono propri della produzione ultima (inedita, ma riscontrabile sul suo blog on line) e che stanno emergendo nella maturità.

Isole ha il pregio di catturare senza difficoltà l’attenzione del lettore e di commuoverlo, per una sorta di sincerità ormai rara e riscontrabile soltanto in alcuni libri, i quali sembrano svelare, quasi per mistero allo stesso autore, quello che per pudore o per condizionamento si ammaestra a non far venire fuori. In alcuni versi Flavio Almerighi allenta la morsa della difesa (e anche dell’attacco a situazioni, fatti e accadimenti) e si fa addirittura volere bene, anche da chi non lo consce, tanto da indurre il lettore a rispondere positivamente a quel suo ultimo verso: “A me porta un abbraccio.” (Angela Greco)

*

Tre poesie da ISOLE di Flavio Almerighi (Ensemble, 2018)

ISOLE (pag.76)

Fughe appassionate
dalla calura estiva
isole
le braccia aperte galleggiano
sulla luce pomeridiana.

Saranno pazienti e in attesa
segreti murati nell’armadio
le onde vorrebbero lambirle.

Ho voglia di andare via
fuggendo oltre
gli sminuzzi di cattivo tempo
rimasti sul parabrezza
o ancora fermi in gola.

Quale destino d’artista
per chi saprà tirare somme
ma non stridere i denti
aprire glicini e arance,
nemmeno disegnare?

I numeri non hanno futuro,
infinito soltanto lo zero,
lasciali ostinare
nell’ozio della logica
a me porta un abbraccio.

§

MALVINAS (pag.33)

Alternanza di schiarite
il cielo è sempre secco,
madre denutrita di iene
che non ne può più dei figli,
vorrebbe ripudiarli tutti
se non fossero così poveri,
coscritti di tutte le guerre.

Nei mercatini di Gomorra
eretici in saldo senza impostura
più o meno vinti.
Oggi è il loro turno
bastardi irriconoscibili
oltre i finestrini fumé.

Voglia il cielo non si sappia
di Raqqa, liberata più volte
nessuno riconosce fucili
un tempo argentini
e le loro vecchie ruggini.

§

LUOGHI IN OMBRA (pag.20)

luoghi in ombra, silenzi,
lampi, nient’altro,
il cuore esce dal petto
va a viversi in pace
su bocche di pesca
trova riparo, distrazione
.
il desiderio più che tiepido
ondeggia in mare
non a caso a Sud,
dove il mondo si apre
in due come una melagrana
e la luna è dello stesso colore

.

Oltre la rete, la poesia italiana che si incontra oggi: Flavio Almerighi

Il sasso nello stagno di AnGre è lietissimo di presentare Oltre la rete: la poesia italiana che si incontra oggi, uno spazio che ospiterà i versi – tre testi scelti personalmente da ogni autore (salvo rarissime eccezioni) unitamente ad una breve nota bio-bibliografica – che oggi si scrivono e oggi si leggono, materialmente redatti da chi potremmo incontrare senza difficoltà in ogni momento della nostra giornata e in ogni luogo, persone amiche con cui prendere un caffè o discutere anche del più e del meno. Uno spazio, questo, che vuole offrire un’ampia panoramica sulla scrittura poetica attuale, utile sicuramente agli addetti ai lavori, ma soprattutto pensato per tutti coloro che hanno voglia di “leggere” un altro aspetto del quotidiano messo sempre più in ombra dal momento storico, politico e sociale, che stiamo vivendo. Perché la Poesia non si è mai allontanata dall’Essere Umano – né si è rifugiata in luoghi irraggiungibili – e, perché, ribadiamo, di Poesia si ha ancora bisogno. Grazie di cuore a chi ha accettato con il mio stesso entusiasmo l’invito a condividere i propri versi qui e speriamo che tanti altri possano aggiungersi nel tempo. [AnGre]

*

OLTRE LA RETE: Flavio Almerighi

S = k. log W
.
Si è dissolta dignitosa,
da signora di una certa età.
Voce dolce, lontanissima,
ogni istante murato
al proprio chiodo, definito
nella propria identità.
.
A ogni solido esposto alla luce
corrisponde un’ombra.
Averla cucita ai piedi comporta
lo sforzo di raggiungerla,
ma non parla,
non si fa toccare.
.
La cassa, unico arredo:
è illuminata, prosciuga liquidità,
secca le mani al benzinaio.
Lasciate seppelliscano
compagne e compagni
di un’ora, non è peccato, ma
degna sepoltura senza nome.
.
Voi, indocili strumenti,
siate arguti.
Abbiate memoria,
affondate ogni cosa,
non smettete di sognare.
.
(inedita, 2018)
.
.

Nel lago di Heviz

Non credo ai gargarismi di Rondoni.
Nemmeno penso facciano bene
certe scampagnate d’autore
accompagnate da cibi grassi
e vino rosso coi chiodi.

Non credo ai rapparoli tatuati
veri parolai finto alternativi,
facciano cassa sulla pelle
degli sciocchi, e in loro nome.
Nemmeno penso facciano bene
certi professorini dissanguati,
semisoffocati dagli incensi
sparsi sugli altari
dove s’immolano chierichetti.

Non credo alle penelopi
un po’ sfatte, consacrate
ai loro imeni perenni,
sempre pronte a sventolarli
in nome della poesia femminile,
alle loro piazze inviolate
ma ben frequentate.
Nemmeno penso facciano bene
le tende tirate per separare
le sacre scritture dagli avventori
di bar chiusi all’aperto,
dove si consumano superalcolici
e molte più nefandezze.

Non credo a chi dice bravo
senza mani e a occhi chiusi,
non credo ai riflussi gastrici
di chi si ammanta di luce riflessa
dai migliori poeti,
citando luogo, data, ora e meteo
del giorno in cui li conobbero,
il grande poeta non se ne accorse.
Nemmeno penso facciano bene
i critici capiclasse,
i loro editori parassiti,
le scuole a memoria,
le scuole di scrittura,
i puri di cuore, gli illusi.

Facciamo un bel fagotto ermetico,
vi siano anche molte pietre,
tutto da gettare senza esitazioni
nel Lago di Heviz.

(inedita, 2018)

.
.
Hart Island
.
L’uomo ha conquistato la terra.
Invaghito della luna
risoluto l’ha sottomessa.
Gli amori, lontanissimi nell’aria,
sono appannati da un lampo.
.
Troppo tardi per ripartire
il prossimo vapore è domattina.
.
Avrei preferito trovare sereno
tutti in sonno e ben vestiti.
Nessuna pietà invece,
malgrado il gioco di pazienza
delle mani unite.
.
Fra tanta sterpaglia e veloci sussurri
chissà, forse,
fuggirà la voglia di essere terra.
.
Una a una vedo braccia
e foglie autunnali fermarsi,
colare a picco quest’isola
.
.
.
.
Flavio Almerighi È nato a Faenza (1959). Ha pubblicato le raccolte di poesia Allegro Improvviso (1999), Vie di Fuga (2002), Amori al tempo del Nasdaq (2003), Coscienze di mulini a vento (2007), Durante il dopocristo (2008), Qui è Lontano (2010), Voce dei miei occhi (2011), Procellaria (2013, tradotta in America col titolo Storm Petrel nel 2017), Caleranno i Vandali (2016), Cerentari (antologia editi e inediti 1998/2017, edizione fuori commercio), Ignoti (2018, Collana Lotta di Classico, e-book gratuiti a cura di Massimo Sannelli). Suo il blog Almerighi | amArgine, rintracciabile all’indirizzo https://almerighi.wordpress.com/

Flavio Almerighi, tre inediti

Flavio Almerighi, tre inediti

noia di vivere

con dita consumate di guerra
sogni ingrassati a lume di candela
insetti, carta straccia per ripulire
canne ostruite dagli spari, la violenza
gonfia le pance ai trafficanti
prominenti, eminenti
da non vedersi più le parti intime
sporgenti, ma tagliano le gambe
a ogni singola voce di chi
anziché sputare, ha piantato la vita
per una vaga idea di purezza e pulizia
in canna di fucile.
Ovunque siano, i Balcani insegnano:
le poche case sembrano disabitate,
i cani non si spostano dalla strada
per osservare i pochi di passaggio,
nemmeno il comunismo
liberò quelle campagne in terra rossa
dall’idea (noia di vivere)
di sentirsi ognuna il popolo eletto
specie a Serajevo, che in un istante solo
rientrò nella storia a colpi di cannone;
quant’è distante quell’amore
che sa accarezzare l’altra mano
con dita consumate di guerra
.

*

Via Montecuccoli

Pina è molto glam, cade però
troppo presto rispetto ai colpi di mauser.
La scena è da ripetere o rimontare
di interpretazioni coatte
con vino cattivo e rose acciaccate:
le più belle, bianche, appassite,
stanno in un cestino
tra cialde morte di caffè,
eppure fieramente in piedi:
di tutta Pina si intravedono le giarrettiere
morte con lei.
.
Ricordano un po’ Daniela, la sua stanza
piena di scarpe vecchie,
le foto del matrimonio
chiuse là dentro per dimenticarne
la data di scadenza.
Sembra tutto normale.
.
Un bimbo vestito da chierichetto
guarda partire autocarri pieni di italiani
in assenza di barconi.
L’unico modo per sentirsi in agio
è fare lo spettatore,
ma Don Pietro stende la mano pietosa
sugli occhi di ogni chierichetto:
da sempre è tutto cinema.
.
Sullo sfondo la salma di Cinecittà
in omaggio a questi tempi morti,
Maria Michi bagnata di penombra
sussurra dentro un telefono non più bianco
.

*

Vagabondi Istriani

non che la chiglia tagli,
la barca ondeggi in nome nostro
verso un futuro prossimo e diviso
e non trattarsi di due parentesi
al fronte, divise dal ricordo
terra di nessuno

l’orizzonte equidistante marca
l’acqua verde azzurra, turchese
quando più profonda: ancora mare
ma con la voglia di mollare
e risalire da Vagabondi Istriani
disposti alla preda,
al vino e all’olio
a un abbraccio della Dominante

sia ghiaccia la notte,
bruciante il giorno,
quando pesa il passo
tutto sembra fatto per amore
in nome di Chi
chiunque Esso sia

ognuna rosa è un giorno,
il colore non implica la scelta,
muovono bianco e nero:
qualcuno mangia
altri attendono i resti del pasto
inutilmente, e a un tempo migrano
nella speranza di ritrovarsi
dentro un paese nuovo

e giusto sia far dispetto ai potenti,
alle loro barche lustre
di belle donne tanto scalze
quanto inutili ma tutto.

Sotto, una profondità silenziosa,
libera di ogni pensiero umano,
pronta ad assalire i pescatori.
Disposta al nulla

***

Flavio Almerighi è – come ama definirsi lui stesso – prima di tutto un sano lettore di provincia. Considerevole voce poetica contemporanea molto apprezzata per schiettezza e onestà,  in rete i suoi lavori sono rintracciabili sul suo blog almerighi.wordpress.com, dove usa ospitare altri poeti, accostandoli all’impegno di non lasciare all’oblio altri Autori spesso dimenticati. È nato a Faenza (1959). Ha pubblicato le raccolte di poesia Allegro Improvviso (1999), Vie di Fuga (2002), Amori al tempo del Nasdaq (2003), Coscienze di mulini a vento (2007), Durante il dopocristo (2008), Qui è Lontano (2010), Voce dei miei occhi(2011), Procellaria (2013, tradotta in America col titolo Storm Petrel nel 2017), Caleranno i Vandali (2016), Cerentari (antologia editi e inediti 1998/2017, edizione fuori commercio). Nel 2018, per i tipi Ensemble Edizioni di Roma, è uscita la silloge Isole.

letture amArgine: Interno n. 42 di Angela Greco

 dal blog di Flavio Almerighi che ringrazio

Bisogna dirlo senza perifrasi, quando la poesia c’è si riconosce senza nessuno sforzo.
E’ il caso di Angela Greco qui proposta con Interno n. 42, un ottimo inedito. Angela (tra l’altro) sa raccontare attraverso la poesia, sa non perdersi in sciocche banalità di serie, sa cos’è la poesia. La struttura e l’articolazione di questo inedito, come se ce ne fosse bisogno, lo dimostrano ancora una volta.
Ultimamente amArgine si occupa con particolare interesse del fermento che gira intorno alla nuova poesia pugliese, la Greco ne è una delle punte di diamante. Lasciamoci quindi attraversare dalla lettura di questo brano, dalla sua ricchezza di chiari e scuri, dal suo pizzico di surrealismo.
L’eleganza e l’ampia leggibilità dei versi completerà una lettura alquanto soddisfacente fino al dono del rosso di murgia.
(Flavio Almerighi)

*

La sfera dorata dondola al polso;
sei la mia anamorfosi fatta persona.
«Appena ho sentito muovere il letto,
mi sono chiesto, cosa ci facessi qui».
S’allunga il giorno quasi a toccarti;
nella luce un altro cielo sbaraglia
nuvole al suono d’un pomeriggio
di quiete solo apparente. È sabato
e tu sei nella tempesta in agguato.

«Sei una conchiglia mancata – dici –
in grazie e volute, nei vuoti e nei pieni
del vivere, della scrittura, della grafia,
il piacere avvolge, s’avvolge e si cerca,
sonaglio e mantra che ammalia, stupisce,
trance per un mondo mancato per poco,
giusto per resistenza di sopravvivenza.
Merletto veli lo sguardo, acqua ti muovi
attorno alla pietra». «Tu, lasciati attraversare».

In questa distrazione di dio dammi tu la mela;
fatti mordere al risveglio.
Dell’invenzione della luce ci occuperemo
più tardi, appena prima della luna;
dell’amore e di altri demoni non avere cura,
ma accendi la candela e danziamo con la fiamma
al suono feroce dello scorrere di acque.
Alle 12 lascia i rintocchi al petto, non ad altri.
Siamo palindromi fin dal mattino.

Di Venezia conosco pagine ingiallite
e strade liquide; una sola volta basta
alla tachicardia. Poi è soltanto ritorno.
Così il paese, le mura e l’incontro, luci
e riflessioni sulla superficie, trattenendo
profondità per un solonostro a posteriori.
Sale la via verso te all’ora senz’ombra
ed ogni casa guarda dall’angolo
il rosso di murgia che porto addosso.

Angela Greco è nata il primo maggio del ‘76 a Massafra (TA), dove vive con la famiglia. Ha pubblicato in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, 2008) e in poesia: A sensi congiunti (2012); Arabeschi incisi dal sole (2013); Personale Eden (2015); Attraversandomi (2015); Anamòrfosi (2017); Correnti contrarie (2017); Ora nuda, antologia 2010-2017 (formato elettronico, Quaderni di RebStein LXVII. Settembre 2017). È ideatrice e curatrice de Il sasso nello stagno di AnGre. Commenti e note critiche all’indirizzo https://angelagreco76.wordpress.com/.

 

immagine d’apertura: opera di István Orosz, Atlantis anamorphosis

 

Flavio Almerighi, Ormai è andata – con una risposta in versi di Angela Greco

almerighi

Ormai è andata, intendo partita
verso una giornata arrampicata
dove non ci sono muli solo fatica
di dividere il pane, riporre le unghie
senza una terra, una pietra
per divagare all’ora sesta,
quando i bambini non trovano pace
nemmeno le notizie sono buone.

Giornata di referti e preghiere
piove su vittime di poeti e cantastorie.
Fuori il mare bussa per entrare
nell’istante dei fratelli,
ognuno chiuso dentro cuori
a doppia mandata, auto inflitti
cambiati per cambiare, ombrelli
strozzati e logori volati via.

L’unico pensiero terminare,
ritrovare è l’altro e riprovare
il successivo, intanto è già buio.
All’origine il protagonista
partì come comprimario,
la sera stessa, sera di tutti,
non è da meno. Ciao come stai?
Non trovo le chiavi.

***

L’unico pensiero iniziare,
continuare, non fermarsi.
E’ di nuovo giorno
e non importa essere protagonista.
Basterebbe essere e basta.

Le chiavi sono nella gran confusione
che le borse e i…

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Flavio Almerighi, 27 gennaio

Ventisette Gennaio 1945,

una sopra l’altra, anime ossute protese verso un dio qualsiasi, siamo più innocenti del latte nell’effimera planimetria del cielo. Fotografie da un’interminata tregua. Liquidata la buna, i camini non fumano più. La sirena suonava alle cinque, finito il lavoro c’incontravamo ai cancelli. Dalla mia cuccia vedo strati di cenere grassa addosso ai volti di un tempo, e sugli amori consumati dietro un portone. Vedo la notte scendere su ogni possibile presente. Il campo evacua come i miei visceri. O le silfidi in menopausa alla divisione della gioia. Fosse ancora ieri mi mangerei le labbra, i denti, per sedare un po’ di male. Mangerei le strisce del mio carcere che indosso insieme al sangue secco, ma non la fame. Rimane poco di me oltre la febbre, orgoglioso souvenir di chi ero. Visto dalla tua parte del foglio, sono poco più di carta sporca, ma senza odore né prurito. Sid Vicious rifarà My way, i cinesi rifaranno Sid Vicious. Non ho più dolore adesso. Sono l’altare gonfio di luce a cui non chiedere memoria.

(da “durante il dopocristo” Tempo al libro Faenza, 2007)

§

Non prendete prigionieri (inedito)
.
Non prendete prigionieri
il mondo è già completo,
pieno di stazioni vuote
e gente chiusa dentro
sempre pronta a preferire
chi è lontano.
.
Binari fioriti di noncuranza,
cosa sono Piacenza, Ancona,
estremità cui legare
l’elastico della fionda
puntato contro quei gattini
venuti al mondo in fretta ciechi
.
I prigionieri vengono vagliati
consegnati all’oblio
Divisione del Lavoro
Divisione della Gioia.
Capolinea si riparte.
.
.

Flavio Almerighi è nato a Faenza il 21 gennaio 1959. Sue le raccolte di poesia Allegro Improvviso (Ibiskos, 1999), Vie di Fuga (Aletti, 2002), Amori al tempo del Nasdaq (Aletti, 2003), Coscienze di mulini a vento (Gabrieli, 2007), durante il dopocristo (Tempo al Libro, 2008), qui è Lontano (Tempo al Libro, 2010),Voce dei miei occhi (Fermenti, 2011) Procellaria (Fermenti, 2013), Caleranno i Vandali (Samuele, 2016). Storm Petrel (edizione bilingue di Procellaria, Xenos Books Los Angeles, 2017), Cerentari (antologia fuori commercio Tempo al Libro, 2017), Isole (Ensemble, 2018).

 In apertura, opera di Lucio Fontana

su La dimora del tempo sospeso: Isole di Flavio Almerighi e Correnti contrarie di Angela Greco

Grazie di cuore a Francesco Marotta e a tutta la Dimora per la condivisione!

https://rebstein.wordpress.com/

 

Angela Greco

E se poi il sacro
non fosse solo un’invenzione
ma fosse connesso
con la sintesi delle tue labbra?

Un salmo da sciogliere
a rima dischiusa sul percorso
dalla bocca ai tuoi lombi e così sia
nella congiunzione di mani salde
su pianure scolpite dal vento d’oriente
con il fruscio dei tuoi riccioli sul viso,
coro angelico?

Acquisterei una mansarda in centro
e sulla piazza proietterei
le nostre ombre profane.

https://rebstein.wordpress.com/2018/01/21/correnti-contrarie/

.

 

Flavio Almerighi   

Hart Island

L’uomo ha conquistato la terra.
Invaghito della luna
risoluto l’ha sottomessa.
Gli amori, lontanissimi nell’aria,
sono appannati da un lampo.

Troppo tardi per ripartire
il prossimo vapore è domattina.

Avrei preferito trovare sereno
tutti in sonno e ben vestiti.
Nessuna pietà invece,
malgrado il gioco di pazienza
delle mani unite.

Fra tanta sterpaglia e veloci sussurri
chissà, forse,
fuggirà la voglia di essere terra.

Una a una vedo braccia
e foglie autunnali fermarsi,
colare a picco quest’isola

https://rebstein.wordpress.com/2018/01/21/isole/ 

 

Flavio Almerighi, Logorrea di segnali acustici

Logorrea di segnali acustici.

La mitezza contusa è cielo, e non può più telefonare. Basterebbe un piccolo aliante per afferrarle la coda e voltar pagina. Gocce di varia origine, dimensione e suono, restano aggrappate al vento per -comporre un fortunale, casca il sole, casca la terra, tutte giù per terra. Cugine di magnolie resistono miracolosamente al palo, non mi cadono tra le braccia né sui tergicristalli. Freddo. Danzano fogli di giornale e carte da parati fra compunte aiuole il cui stile riporta ai primi lavori dell’acconciatore d’Anna Bolena.
Buio pesto e logorrea di segnali acustici, fulmini, altoparlanti che annunciano ritardi e partenze. Tutto confonde bambina mia, fogliolina nell’aceto, che non sai dei flussi estetici o di quanto l’immaginazione sia portata al caos. E’ più fredda la smagliatura in una calza. Osservarla è prassi consolidata. Fuori un tripudio di argenti e talenti mollati in strada. Il mondo, la mia faccia. Tempi minimi vengono concessi ai ladri che vogliano portarsi via il servizio buono, un violino di Isaac Stern, La possibilità di un’isola, segue l’allarme. Ferma il traffico, copre le conversazioni, il temporale è a un punto morto, ma il contante circola. Freddo. Nei piccoli paesi non c’è niente. Forestieri e nubi di passaggio trovano ostelli per la notte dove aspettare il primo treno del mattino dopo. Spiovono tutti. Alle volte, anche qui, qualcuno fa l’amore e ride. Annuncio ritardo. Ottanta decibel il limite di sicurezza. L’equilibrio precario di un piccione sulla persiana chiusa è illusione ottica o tema d’esame? Ricordo, gli fracassai la testa colpendolo al volo con un manico di scopa.
Cadde stupidamente ai miei piedi e lo gettai nel cortile dirimpetto. Rovinò pancia all’aria che, inutilmente bianca, risaltò a lungo fra muschi e sporcizia come un rimorso, fino al sopraggiungere quieto e diligente del disfacimento. Non sono stato io. Signora Giudice mi scagioni, apra il vestito prego, e m’allatti. Il tempo è vero crimine, non io! Perfetto capro espiatorio nel continuo scorrere dell’acqua e su rotaia, col ghiaccio sopra teste ancora nere e volubilmente sole. Il teste mente Vostro Onore! Qualcun altro, quando ama, si lascia apostrofare con termini che normalmente riterrebbe oltraggiosi. (SGT. Pepper had a wooden leg) Ma l’esaltazione e l’instabilità dei corpi in divenire, sregolati, sgretolati ingredienti e ricicli per nuovi corpi producono e spacciano nutrimenti. Esiste una vera coscienza di classe nel cacciatore o è soltanto elettricità statica al contatto? Suoni ovunque, non intendo andare fuori tema. Troppi per appunti del Venerdì Santo in tema di segregazione, non é la cacofonia frontale cui feci cenno in una mia vecchia composizione ad annullarne il senso. In tema d’abbandono, il temporale che s’abbatté sul Calvario attorno alle Quindici, lascia ancora sconvolti i fedeli per l’inaudita violenza. Estrazione di un dente, aborto, amputazione, perdita definitiva. Tutto questo è storia, ma non intendo far cenno alla Storia, voglio raccontare il mio temporale violento e aguzzo. Au contraire, la lettura assume forma grave d’epitaffio su granito.
Non ¬esiste stele formato A4.

L’apparenza tua dell’uomo
può provare a stupire ogni giorno,
ogni attimo anche in sua assenza,
forse c’è?
O soltanto un solco d’estraneità,
la frattura sismica che fa pensare
– nient’altro al mondo più ¬
potrà colpirmi, se non
un’altra malattia. –
Emozioni senza emozione,
scrivere è distrarre l’altro più
di quanto in realtà sa divenire,
felicità sfuggita agli occhi
che d’espressione esagera le labbra
e tende a dilatare.
La multi sala in attesa,
il passato informe in tre persone
e tre coniugazioni di cui
rimane più nemmeno una.
Vivi per me cugina
delego te magnolia in fiore,
trattami la vita
come fosse stata mia.
Estremamente più semplice e diretto coniugare Hank e Sweet Home Alabama, ma fu durante il viaggio d’un angolo giro. Gesù spirò, senza questionare troppo se la sua fosse o meno una pulp fiction religiosa. Sono le Quindici Zero Zero, il Temporale dovrebbe brandire la più oscura e minacciosa delle asce in repertorio e dare sgomento. Sconfessare è mero istinto di conservazione. Conversazione di due punti divergenti che convergono proporzionalmente con l’aggravarsi delle condizioni meteo, sono collegati con server/host remoto mediante utilizzo della porta 23. Hoeullebecq ha costruito ben più di un romanzo, io no. Mi scarnificano sensi d’invidia e mancanza. Rifare palpebre, tette, addomi, non cambia gli osservatori. Violaine, per amore, si lasciò tagliare i capelli e li vendette al parrucchiere ricavandone una somma. Non aveva mai posseduto danaro. Era così povera da non avere altro da rivendere se non i capelli, ma non dette mai prestazioni in cambio di salario. Acquistò una catena da orologio. Il suo adorato, unico bene terreno, possedeva un vecchio orologio ricordo del padre. Lo vendette a un orologiaio per acquistare un pettinino prezioso per le belle chiome di Lei. E il successivo temporale fu spaventoso a un punto tale da coprire il sottofondo musicale dei grandi magazzini, quel giorno l’offerta del mese andò invenduta. Le grida, il pianto, lo stridore di denti svegliarono per un attimo mia madre. Sono certo sia stata sepolta per errore. Steve, mio cugino, mi prese per un braccio giusto in tempo a evitarmi di cadere nella fossa. Voglio vivere con lei. Un frammento di carta da parati mi corre incontro fradicio di pioggia, ma non sembra eccitato. Logorrea e cacofonia non sono la stessa cosa. Logorrea non è semplice mescolanza di suoni. George Martin, ma fu per caso, produsse per i Beatles ottimi frammenti eufonici. Fece tagliare un nastro inciso a strisce è lo gettò per aria (assomiglia molto al piccione che dicono io abbia assassinato) poi lo ricompose mettendo i pezzi a caso. Scrisse partiture in crescendo diverse per ogni strumento e ognuna andò per i fatti suoi.
L’altoparlante continua incessantemente a distillare ritardi, partenze, promesse, qualche arrivo.
Leone è uno dei gatti della vecchia. Quando lei è in ospedale, o troppo stanca per averne cura, il gatto si mette sul davanzale al pian terreno a sperare carezze, altrimenti sale sull’albero ma quasi mai sa scendere. Si sente solo, Leone si sente. Utilizza toni quasi sempre gravi nei suoi versi. Freddo. Minaccia pioggia, minaccia altro, l’imprevedibile non ha connotati. Salta la corda Palla Farfalla, Bruco Quadrato, Mosca Frittella, ci sono i guerrieri dalle teste ammaccate che portano spade arrugginite. Salta gonnella, sei sempre più bella. (Scrivere divinamente è nulla, se poi chi legge è un protozoo) La scacchiera di Marostica è metafora particolarmente riuscita del Fato. La diagonale è per l’Alfiere, tutti passano, muoiono, ricordano. Ognuno ha il proprio passo e un personale senso del ridicolo, monocoltura di binari. Il treno rallenta in prossimità dei grandi nodi, perché non sa quale via tentare. Nemmeno io. Capita spesso di risvegliare la carogna insepolta nel cuore. Ometto il punto di domanda, è un’affermazione. I motivi sono risaputi. Il luogo, un po’ di terra consacrata per l’inumazione, ancora no. La questione riguarda viaggi che terminano e ricominciano sempre allo stesso punto e dicono, dicono, dicono senza che il potere seduttivo della parola possa in realtà attenuarne il lezzo. Freddo. Un tempo non lo erano, ma capita già da due settimane che i Venerdì siano particolarmente limpidi, soprattutto il Venerdì Santo. Prendo diligentemente appunti e alzo il finestrino. La ferrovia è il vero miracolo che misura e taglia i campi piatti delle bonifiche ferraresi, li trasforma in potenziali enormi zuccheriere. Meglio il miele, pensavo, contemplando acutamente un favo bellissimo. Altre celle disseminate al Cimitero del capoluogo, come nei film di John Carpenter, sono sindrome d’accerchiamento. Teppisti soprannaturali assediano umani, demoni che assediano umani, vampiri che assediano umani. Superato San Pietro in Casale il convoglio ne è così stipato che anche i posti in piedi scarseggiano. Nei fortini assediati è già infiltrato il seme malato, la concausa della furia tribale degli assedianti. La bonaccia susseguente è avvertire in ogni singola fibra la forza di gravità. Scinde il corpo in miliardi di stelle, ognuna va in direzione diversa e divergente dalle altre senza più condividerne il Destino. E’ allora (traccia 10) che la capotreno dai lineamenti ungheresi stacca uno di quei leggendari assegni color amarena e sembra volermelo dedicare. Scrivere è piacere d’evacuare, disse un tedesco, sgombrare spazi per occuparne altri. Posso chiudere gli occhi per distinguere ogni singolo suono. Logorrea infinita di una scolaresca al ritorno dalla gita. Scindo ogni singola voce, ogni singolo suono, riconosco ogni parola. Ogni vibrazione mi si espande dentro, ogni singolo fastidio. Non avevo idea di quanto fosse capace la mia cassa toracica. Indolente musica alla Frau Kristin, solitudine indesiderata, violenta che mi esce dalla biro. Rivedo quei fortini assediati dove s’è infiltrato il seme malato. Il caldo è brutale come le novità. Alida Valli non c’è più. Tino Biancini non c’è più. Ho la sensazione che tutto vada al di là di ogni ragionevole dubbio. Accarezzami il cuore adorata. Lasciamo fermare il tempo e aspettiamo sottovento. Insieme al giusto ozono, il temporale porterà i secreti spauriti delle future vittime. Eccitante attesa, lontananza a termine, aroma serale di primavera, Ottone avvita una vite, tratta di un corso di stenografia per memorie corte, Sistema Meschini. Ermetismo è desiderare ardentemente l’assassinio del proprio io. Liquoreria di messaggi apparentemente senza senso, giungono soltanto a chi sa per chi siano stati scritti. Cosa accade nella vulva di quella cantante che sente particolarmente il pezzo? I notturni intanto riportano la temperatura a livello accettabile. Le previsioni indicano l’impossibilità di brevi rovesci nell’arco del pomeriggio seguente. In genere da conforto e ispirazione lo scorrimento dell’aria mentre i segnali moltiplicano. Vuol dire che presto farà ancora caldo e le pareti saranno costrizioni. L’affinità fra la scacchiera di Marostica e il rivestimento in piastrelle su certi interni rende il destino sempre più edile. Papà fu uno di quei muratori che non costruì la sua casa. Afferro la scheggia per la collottola e agito, fino a procurarmi lesioni interne al cuore. Fossimo tetti, punte d’alberi o cugine di magnolia, saremmo già morti. Non ricordo nomi ma date soltanto e ho una certezza, il temporale. Unico luogo ancora concesso ai fumatori è un loggiato in metallo che sporge apparentemente dal container. L ‘area esterna al mercato è un De Chirico falso con sottofondo perpetuo di traffico a $ 89,00 il barile. Grate in pietra perfettamente equilatere rendono al contesto architettonico la consistenza di un Big Mac. La sigaretta non finisce, la nausea non sfinisce, ma una nota di colore può venire dall’orologio umido disteso ad asciugare. Un temporale non ha compassione d’impermeabilizzazioni fittizie, campi secchi e profumi evocativi. Sono italiano, adoro colli di donna che profumano di mamma: salta gonnella, sei sempre più bella! Teatro d’odio è confidenza, elude la bocca impossibile da trattenere amaro pentimento; patetica esortazione a tenere il segreto.
Pulcinella e Seamus Heaney spiegano perfettamente, ognuno per propria parte il sodalizio, paragonandolo alla vasca delle aragoste al ristorante, pronte per l’acqua bollente previa ordinazione del cliente. Il silenzio successivo cala come bava da labbra amiche. Pulcinella, per quanto lo riguarda, continua a mantenere il segreto. D’altra parte un pasto in buona salute non può contenere tossine. L’animale vada in cottura pensando di essere ancora vivo. Mestamente un ‘ anguilla solitaria, l’unica risparmiata al pranzo di oggi, non può neanche ringraziare gli dei della proroga, la vaschetta in plastica trasparente non le concede sufficiente privacy. La parola è fluido che narra, commuove, uccide. La scrittura è per introversi celibi e amanti dei gatti. Quelli che girano il foglio per nasconderlo a sguardi indiscreti. Il calcolo è per tutti quelli che scommettono sul progresso e credono nel futuro. La lunga speculazione sui fratelli Klement conduce al campo minato del dire di noi. Leone si è stancato, ha pensato di sparire per un po’, casa vuota, luci spente. Soprattutto silenzio. Freddo. Lo stesso incanto del cimitero di Forlì appena dopo il tramonto del Ventitre Aprile. L ‘orizzonte è il Reparto Nuovi Arrivi dell’anima, le nubi espedienti. Poi, sull’aspro infinito, dopo che avrò terminato di piovere, passerà in ritardo un treno. Cominciai pensando una Poesia, su Essa ho continuato a riflettere durante tutta la traversata, ora discetto fra me sul modo migliore per leggerla. Siamo tornati qui, Lei e io.
Grazie.

(Flavio Almerighi)

immagini: opere di Wassily Kandinsky

Tutto il paese vuole far sapere che vive ancora

Un bisbigliare fitto, di mille voci,
s’ode lontano dai vicini cortili:
tutto il paese vuole far sapere
che vive ancora

(Vittorio Bodini)

Grazie per la sensibilità. Dovere delle Arti è anche quello di salvare la Terra e l’Uomo. Informatevi e per cortesia condividete. Tanti, troppi cittadini italiani NON sanno cosa sta succedendo in quella che per altri motivi rivendicano come casa propria…Qui nel Salento lo Stato ha autorizzato una multinazionale a rubare terra e libertà. Nessuno è escluso. Salento siamo tutti quelli che credono in qualcosa di più per il proprio domani e per il domani dei propri figli. Informatevi! Girare la testa non salverà nessuno.

Portiamo subito all’attenzione il fatto più inquietante e che da solo basterebbe a fare indignare e quindi reagire chiunque abbia una memoria storica e, magari, anche quel qualcos’altro ormai del tutto assente in una umanità che è stata addomesticata al male, abituata-avvelenata a piccole dose continue e, così sedata, resa schiava, tanto da reputare ormai normale quello che normale non è: 2 KM DI MURO E FILO SPINATO, IN ITALIA, PUGLIA, SALENTO, NON ALTROVE, “in questa fetta del territorio salentino sottratta alla sovranità popolare, finanche al libero esercizio del diritto di cronaca dei giornalisti, e trasformata in territorio dell’ Azerbaigian, sotto protettorato svizzero, vigilato dalle Forze dell’ Ordine dello Stato italiano.” (http://www.leccecronaca.it/index.php/2017/11/20/il-muro-di-melendugno-una-vergogna-mondiale/)

Poi, per evitare di urlare davanti a ciò, raccolgo la razionalità e traggo solo qualche rigo dal web: tra giugno, luglio e agosto 2017 gli stabilimenti balneari hanno registrato una crescita del 16% rispetto al 2016 (fonte: CNA Balneatori), un incremento dei turisti stranieri del 5% sullo stesso periodo dell’anno scorso e un aumento generalizzato in tutte le regioni costiere, con il primato all’Emilia Romagna (+25%) seguita da Puglia (+23%) e Sicilia (+22%). Come dire che all’Italia NON conviene per nessuna ragione deturpare il proprio patrimonio ambientale. E, invece, IN PUGLIA che succede?

Angela Greco AnGre – #noTAP 

*

dall’editoriale di Bill McKibben: Gli europei, giustamente, prendono in giro il Presidente Trump, perché nega il cambiamento climatico. E tuttavia si stanno attivando per costruire uno dei più grandi gasdotti nel mondo – le somme di denaro che vogliono investire in questo progetto sarebbero giustificate solo se TAP fosse operativo per interi decenni. Fondamentalmente, l’Europa e i governi nazionali che sono coinvolti stanno dicendo che “nel 2017 ci aspettiamo che l’Europa sia ancora dipendente dai combustibili fossili.”

Stanno dicendo questo proprio nel momento in cui sta diventando chiaro quanto terribili possono essere gli effetti del cambiamento climatico. Siamo alla fine dei tre anni più caldi mai registrati sul nostro pianeta, e l’Europa stessa ne ha visto gli effetti: incendi boschivi di vasta portata sono ormai un avvenimento regolare, e sono causati dagli stessi episodi di siccità che hanno trasformato alcune delle valli più fertili del pianeta in deserti temporanei. Poi, quando il clima si ribella, lo fa nel peggiore dei modi.

Nel frattempo, TAP arriva proprio nel momento in cui il costo delle energie rinnovabili sta crollando. Qualunque prospetto giustificasse la costruzione del gasdotto qualche anno fa oggi è sicuramente datato: ogni tre mesi il costo dell’energia solare ed eolica si abbassa. E tra cinquant’anni? L’Europa starà ancora pagando un gasdotto che non servirà a nulla, se non come reperto museale di una tecnologia arcaica. Questo era lo scopo preciso della Conferenza di Parigi sul clima: dovevamo smettere di costruire nuove infrastrutture per i combustibili fossili, e abbandonare progressivamente la dipendenza dal gas e dal petrolio che avevamo già estratto.

(http://www.recommon.org/ferma-gasdotto-tap-bill-mckibben/)

Il Prefetto limita la libertà di circolazione a San Foca (Lecce) e assegna le aree adiacenti il cantiere “nella disponibilità delle forze di polizia”, mentre TAP distribuisce brioches e cappuccini al centro commerciale e diffonde un filmato in cui si vede la sede melendugnese fatta oggetto di scritte e lanci di uova. Ma tutto questo sembra non bastare a convincere la popolazione a desistere e rinunciare alla battaglia contro il gasdotto. Anzi, il fronte locale del NO appare ancora più determinato e compatto e riceve sponda anche dal resto dell’Europa.

“Non ci piegheremo davanti alla repressione messa in atto dallo Stato. Continueremo la nostra lotta, sempre più determinati, forti, convinti!”, scrive il movimento No TAP sulla sua pagina facebook.

(http://www.tagpress.it/ambiente/scatta-la-disobbedienza-no-tap-proteste-anche-in-europa-20171115)

in Salento barriere antisfondamento al posto dei muretti a secco – LECCE, Campagne di Melendugno blindate attorno al cantiere del gasdotto Tap, con barriere antisfondamento, recinzioni e cancelli tirati su in poche ore nelle proprietà private. Prende forma così la zona rossa attorno al gasdotto transadriatico proveniente dall’Azerbaijan, con 24 particelle di terreno (fuori dal tracciato del gasdotto) requisite. Al loro interno accesso e transito sono inibiti a chiunque (tranne i proprietari di case e terreni muniti di appositi permessi) e i giornalisti sono stati accompagnati sul cantiere dalla polizia per pochi minuti. Nell’area cuscinetto, voluta dal prefetto di Lecce Claudio Palomba, nessuno potrà entrare, almeno per un mese, al fine di evitare manifestazioni di protesta, presidi e contestazioni […] Diversi contadini hanno dovuto rinunciare alla raccolta delle olive, poiché l’ordinanza prevede che l’ingresso in area rossa avvenga solo singolarmente e dietro riconoscimento. Esclusi a priori i No Tap, che dopo otto mesi hanno dovuto abbandonare il presidio, compreso nella parte interdetta, ma cercano nuove forme per manifestare – insieme all’amministrazione comunale di Melendugno – la contrarietà all’opera. Per il sindaco Marco Potì, l’ordinanza del prefetto è “sovradimensionata” rispetto alle necessità di tutela del cantiere e “troppo oppressiva” delle libertà dei cittadini.

(http://bari.repubblica.it/cronaca/2017/11/15/news/gasdotto_tap_in_salento_barriere_antisfondamento_al_posto_dei_muretti_a_secco_il_cantiere_e_una_trincea-181144814/)

Il maxi-progetto Tap, presentato ai cittadini italiani come una grande opera strategica per liberare l’Europa dalla dipendenza dal metano russo, rischia invece di passare alla storia come il gasdotto dei tre regimi. L’ESPRESSO documenta decine di connessioni societarie (aziende con gli stessi amministratori o azionisti) fra tre blocchi di potere politico-economico, che portano al presidente turco Erdogan, al dittatore azero Aliyev e agli oligarchi russi legati a Putin.

(http://espresso.repubblica.it/inchieste/2017/04/14/news/tap-il-gasdotto-dei-tre-regimi-erdogan-aliyev-amp-putin-spa-1.299622)

Tap, gli affari sporchi degli uomini del gasdotto – Il manager finito in mezzo a un caso di riciclaggio mafioso, l’azero con la società offshore svelata dai Panama papers, l’uomo d’affari scelto perché ha buoni agganci con la politica e il condannato per furto di libri antichi. Ritratto dei nomi più importanti legati alla maxi opera. Un intreccio di vicende pubbliche e segreti privati che rilancia quel groviglio di interrogativi che fanno da detonatore delle proteste esplose in Puglia: chi ha deciso l’attuale tracciato? È davvero necessario far passare miliardi di metri cubi di gas tra spiagge meravigliose e oliveti secolari, anziché dirottare i maxi-tubi in zone già industrializzate, che si potrebbero disinquinare con una minima parte dei fondi del Tap? Come mai i finanziamenti pubblici europei sono stati incamerati da una società-veicolo con azionisti svizzeri? Se è vero che il gasdotto è strategico per molti Stati sovrani, perché sono le aziende private a progettare dove, come e con chi costruire una grande opera tanto costosa e controversa?

*

Vittorio Bodini, versi da La luna dei Borboni e altre poesie (1945 – ’61) 

Cade a pezzi a quest’ora sulle terre del Sud
un tramonto da bestia macellata.
L’aria è piena di sangue,
e gli ulivi, e le foglie del tabacco,
e ancora non s’accende un lume.

Un bisbigliare fitto, di mille voci,
s’ode lontano dai vicini cortili:
tutto il paese vuole far sapere
che vive ancora
nell’ombra in cui rientra decapitato
un carrettiere dalle cave. Il buio,
com’è lungo nel Sud! Tardi s’accendono
le luci delle case e dei fanali.

Le bambine negli orti
ad ogni grido aggiungono una foglia
alla luna e al basilico

.

Flavio Almerighi, Luoghi in ombra

luoghi in ombra, sensazioni,
il cuore esce dal petto
va a viversi in pace
un’autobiografia languida
bocche di pesca dove fuggire,
restare indolente
fino alla morte solitaria del cacciatore

il desiderio più che tiepido
ondeggia tranquillo in mare,
dov’è libertà dov’è il caso
non a caso a Sud,
dove il mondo si apre
in due come una melagrana
e la luna è dello stesso colore

.

*

I cosiddetti “social”, la nuova società dalla quale nessuno vuole sentirsi escluso, non accetta di sporcarsi le mani con notizie come queste (verificatelo ad esempio mettendo in bacheca le condivisioni #noTAP: in pochi leggeranno, ancor meno condivideranno); le piattaforme devono essere il luogo del bello, del sorriso forzato e corretto, del buonismo, così da essere accettati in una cerchia e non sentirsi esclusi. INVECE RIAPPROPRIATEVI DEL SENSO CRITICO, APRITE GLI OCCHI, INFORMATEVI, SEMPRE!!

Vogliamo terminare questo articolo con un segno, la foto d’apertura: Leuca, Faro di Punta Palascia (dal web), il punto più a est d’Italia, il punto della prima alba di ogni nostro giorno…che sia di buon auspicio per una Nuova Alba del genere umano. Abbiamo volutamente omesso giudizi politici, ipocrisie buoniste, moralismi e questioni di etica, perché i fatti parlano da soli ed abbiamo evitato anche fotografie a forte impatto emotivo, perché non vogliamo sensazionalismi, ma condivisioni, conoscenza e presa di coscienza.

(by Il sasso nello stagno di AnGre)

Criminal World, proposta d’ascolto by Flavio Almerighi

“Criminal World” è una canzone scritta da Duncan Browne, Peter Godwin e Sean Lyons dei Metro, uscita come singolo nel 1976 e poi inserita nel loro album di debutto nel 1977. David Bowie ne ha tratto una cover nel 1982 per l’album Let’s Dance; versione, quest’ultima, inserita come B-side del singolo “Without you” nel novembre 1983. Quando uscì, “Criminal World” venne bandita dalla play list di BBC Radio per il suo contenuto “scandaloso” e si dice che i militari statunitensi l’abbiano utilizzata come mezzo di dissuasione sonoro durante l’invasione di Panama del 1989. (by Flavio Almerighi)

CRIMINAL WORLD \  MONDO CRIMINALE

Non mi hai mai parlato degli altri tuoi volti
Eri la vedova di un tipo scatenato
Ed ora so dei tuoi baci speciali
E so che tu sai dove c’è movimento
Credo di riconoscere chi frequentavi
Penso di poter vedere oltre il tuo trucco
Ciò che vuoi è una specie di separazione
Questo non è normale
Che mondo criminale
I ragazzi sembrano bambine
Che ragazza criminale
Ti mostrerà dove spararle addosso
Che tipico figlio di mamma
L’unica cosa che lei apprezza
E’ un mondo criminale
Dove le ragazze sembrano bambini
.
Hai una bruttissima reputazione
Ma nessuno conosce la tua vita segreta
Conosco un modo per definire una situazione
Ed essere al pari della tua maschera da alta società
Mi hai beccato in ginocchio
davanti alla porta di tua sorella
Quello non era un comune corteggiamento
Sono consapevole
di quello che stai cercando
Io non sono normale
Che mondo criminale
Che tipico figlio di mamma
L’unica cosa che apprezza
E’ un mondo criminale
Dove le ragazze sembrano bambini
.
.
You never told me of your other faces
You were the widow of a wild cat
And now I know about your special kisses
And I know you know where that’s at
I guess I recognize your destination
I think I see beneath your make-up
What you want is sort of separation
This is no ordinary
This is no ordinary
(ah, ah, ah)
What a criminal world
The boys are like baby-faced girls
What a criminal girl
She’ll show you where to shoot your gun
What a typical mother’s son
The only thing that she enjoys
Is a criminal world
Where the girls are like baby-faced boys
.
You’ve got a very heavy reputation
But no one knows about your low-life
I know a way to find a situation
And hold a candle to your high life disguise
You caught me kneeling
at your sister’s door
That was no ordinary stick-up
I’m well aware just
what you’re looking for
I am no ordinary
I am no ordinary
(ah, ah, ah)
What a criminal world
The boys are like baby-faced girls
What a criminal girl
She’ll show you where to shoot your gun
What a typical mother’s son
The only thing that she enjoys
Is a criminal world
Where the girls are like baby-faced boys
.

Flavio Almerighi, due poesie: Posizioni del nulla e Oggi non è un altro giorno

versi di Flavio Almerighi tratti da https://almerighi.wordpress.com/ 

posizioni del nulla

c’è tanto silenzio
ma il suono del silenzio è spiccioli
in resto su milioni di bocche
dimenticate ancora aperte

quando l’ultima chiesa sarà chiusa
e l’Altro, dirimpettaio del nulla
l’acqua sarà di bollicine
inclini a fermarsi, e non più

dolore di deportati e madri orfane
ricordi sui centrini di una sala in disuso.
Polvere. Poi le campane,
scrosci di cascate, cadenza

niente più parole, nemmeno un ti amo,
a essere precisi da domani, non da stasera.

Ora dormo

*

 “a essere precisi da domani”
Mi inquieta la lucidità di questa bellissima poesia, non per essa stessa, ma per com’è espresso il contenuto, che cavalca magistralmente e soprattutto senza retorica gratuita un intero periodo, il post bellico, di cui ancora viviamo “ricordi sui centrini di una sala in disuso” che, partendo dal silenzio del primo verso, arriva all’apice in quella precisione del domani, che mostra tutta la fatica umana della non accettazione di quanto accaduto…Per non soffrire, si rimanda tutto a domani, si mettono in disuso le stanze e si venerano ricordi, sperando che quel tempo non arrivi mai, senza vedere che quella polvere che si sposta è solo l’esito finale dello stesso uomo, che potrebbe, a condizione di accettare la propria finitudine, essere il primo mattone della ricostruzione di qualcosa di nuovo…
In questi versi ritrovo la grande capacità di Flavio Almerighi di saper evidenziare bellezza e rovina e, al contempo, fornire un quid a cui appellarsi per ripartire. (A.Greco)
.
*
.
Oggi non è un altro giorno
.

C’è un listino per ogni uniforme,
i dispersi non ricevono onori
potrebbero essere ancora vivi
spassarsela da qualche parte.
Il caldo maledetto è finito,
liberi tutti di tornare agli acciacchi
a imprecazioni e bestemmie
da incidere con le unghie
sul fango ancora vivo.

Oggi non è un altro giorno,
presentimenti e preghiere
sempre in agguato, circostanze
imprevisti ancora in allenamento,
un’indossatrice truccata da capotreno
il seno minuto ma non troppo.
La rivoluzione non scoppierà,
a sessant’anni si gioca a carte.
Le grida assenti, qualche tonfo
la cui origine non è certa.

Credo a volte di sognare
volti buoni in ripiegamento
poi nel pieno del sole che piove
non vedo più,
 dice il coreano
o è possibile che adori il bowling, 
prosegue
ho sentito dire che mentre ti tuffi
Dio sta giocando a bowling.
E sa giocare, lo so.

La rabbia dentro va compressa
diretta nella giusta direzione.
Quando cambierà,
cambierà davvero.

*

“ho sentito dire che mentre ti tuffi \ Dio sta giocando a bowling. \ E sa giocare, lo so.” Micidiale e precisissima, l’ironia incide ogni possibile superficie del lettore – e prendo solo questi, di versi, ad esempio – ustionando il benpensante e rivoluzionando persino l’avvezzo ai fuoripista. Stra-ordinaria la capacità di sorprendere ad ogni componimento, pur nella fedeltà allo stile inconfondibile, ‘Oggi non è un altro giorno’ muta il punto di vista sul quotidiano, fin dal titolo, dove, viene ribaltata una consuetudine di pensiero,che vorrebbe domani è un altro giorno, per giungere verso dopo verso, all’esito finale trascritto come augurio o speranza, evitando di fatto la chiusura del testo, ma immettendo il lettore in un’altra possibilità, capacità che non tutte le poesie e non tutti gli autori possiedono.
A dissetarsi dall’inesauribile vena poetica di questo Autore viene forte la voglia di continuare a credere nel meglio che la Poesia può ancora offrire, liberi da tutto quanto Poesia non è. (A.Greco)

in apertura: opera di Anna Madia, Chimera 2013 – Olio su lino, cm55x33 collezione privata (per gentile concessione dell’artista, tratta da un articolo di questo blog)

Sulla poesia: contributi di Claudio Borghi e Flavio Almerighi e due testi di Nanni Cagnone e Marina Pizzi

      Non crediate
l’opera d’un poeta
esaudita promessa
lieto fine – non è
che l’ultima rivalsa
d’una lingua,
la derisoria vacanza
di chi, perduto il lavoro,
con certezza del vuoto
riguarda vanamente
si torce le mani.
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Nanni Cagnone,
da Penombra della lingua, La Camera Verde – Roma, 2012.
.
.
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Controcorrente, una riflessione di Claudio Borghi

Tutto è nel moto, nel farsi senza quiete, nel moltiplicarsi necessario in cui le creature si innescano l’un l’altra e la mente, onda nel mare, non può trovare il punto da cui la pluralità nascendo si innesca.
Cosa ci resta, giunti all’estremo del frastagliarsi molteplice? Poesia, musica, frammenti, colori, il rifrangersi dell’essenza in miriadi di dettagli, senza più coglierne il centro o la legge che ne esprima la sintesi: quanto più la mente plana sul creato tanto più ne perde l’origine, il battito emozionato che il cuore innumerevole dei viventi irrora.
Il tormento si scandisce nell’arte e nella scienza, sospese tra la varietà inafferrabile agli occhi della mente, che cerca di classificarla raccogliendola in sterminati archivi, e l’unità che a quel molteplice soggiace e la mente ispira ed alimenta intera.
Se l’io è un raggio tra tanti in cui un solo cuore di luce si rifrange, e lo straniamento della scrittura nasce dal contemplare sé e il mondo come una danza che sulla scena dell’essere accade, il movimento contrario, la corrente che risale la colata a valle dell’emanazione, è l’accensione volontaria potente della coscienza, che repentina restituisce a quel danzare inquieto la possibilità del ritorno all’origine.
Le visioni poetiche, pittoriche, sinfoniche, nascono da questa necessità, la cui radice è inevitabilmente dolore, in quanto la creatura è un nulla nella dinamica della creazione, non esiste in sé, e la poesia si dona solo quando si apre la possibilità dell’altrove. Non si tratta di scoprire l’essere altro, ma di lasciar diffondere il mondo dopo aver rotto l’argine dell’io: il pensiero e l’estensione si rifondono nell’unica sostanza e la corrente si agita turbata, e nella disintegrazione della coscienza, piccola candela con un nome, si impone la visione anonima, in cui il poeta si priva dell’identità e della presunzione di essere creatore di quello che scrive o dipinge o armonizza sul pentagramma delle idee.
La frammentazione è dinamica interna ad ogni moto di pensiero rivolto al fenomeno, ad ogni sistema ideale che si costruisce intorno a un principio unificante, nasce da un movimento da sempre presente nella storia del pensiero: la riverberazione, la dissoluzione, il pullulare agitato delle forme che pulsano vibrano scodinzolano in traiettorie casuali nell’oceano dell’essere. Le epifanie del molteplice, animato in strutture polifoniche o in polittici affrescati in cui corpi e azioni e fluttuazioni timbricamente colorano il quadro, sono sempre sinfonie, per quanto volontariamente si compongano di disarmonie galleggianti nell’aria. Dicono la pluralità dal punto di vista dell’eterno, non della coscienza disintegrata, e in quanto tali contengono la possibilità dell’inversione della corrente, dell’epifania che da un momento all’altro può donarsi. Si isolano nell’assenza del dolore, privano l’arte della sua radice, diventano molteplicità disarmonica scissa dall’emozione, si liberano dal dramma dell’io e del respiro e della fuga spaventata registrando l’accadimento plurale, il movimento interno alla sfera, la domanda che risuona ellittica o insensata.
La coscienza contempla i corpi, atomi di un nucleo originario, l’io si sottrae alla lotta e al dolore e ne descrive l’accadere, si illude di poter rappresentare poeticamente la lacerazione, laddove la può solo malamente astrattamente replicare.
Quel che scatta e genera forma è, nel dramma individuale, la reazione della volontà, che prende il sopravvento sulla luce atonale della coscienza e tenta un movimento controcorrente, dal molteplice scisso impaurito cerca la strada tremenda della luce dell’Uno.
L’ascesi, come nei mistici, è tremore e tragedia, mai beatitudine. Ogni visione, incluse le madonne rinascimentali scolpite o dipinte nella pace empirea, è impregnata della fatica del ritorno, del volere Dio quando l’evidenza dice che lui sempre si nega, mai si dona al singolo, lontanamente trama e genera all’oscuro della coscienza che nel tempo, vivendo, si dispera. (24 gennaio 2017)

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Questioni di Io, una riflessione di Flavio Almerighi

L’io è talmente infatuato di sé che non si accorge nemmeno di essere parte di qualche miliardo di altri Io, molto spesso nemmeno nella parte centrale della galassia. In fin dei conti colora di bianco una parte infinitesimale di un pezzettino di galassia periferica, tanto e solo da far pensare a qualche astronomo/sciamano che da quelle parti al garzone del latte è scivolata una bottiglia di mano.
Se è vero che “tutta la vita è lasciare tracce” è altrettanto vero che più è potente l’Io e più cercherà di lasciarne, in forma d’arte, in forma di ideologia sanguinaria, in forma di qualsiasi altra cosa, a un punto tale che, dopo tempo, si ricorda la traccia e non più chi l’ha lasciata. Deve essere uno smacco terribile per quell’Io.
Dove c’è luce, succede sempre qualcosa. L’uomo è un animale terragnolo terrorizzato dal buio, anzi, dalla scoperta del fuoco in poi il suo destino tecnologico è stato scoperto e tracciato nella ricerca di una notte che sia sempre più giorno. Perché il buio fa paura, e senza luce l’Io non si può pavoneggiare, non si può manifestare.
Lascio alle psico sette la responsabilità di decidere cosa sia arte, letteratura, musica, religione o meno. Del loro giudizio e delle loro esternazioni non mi frega un cazzo, perché non hanno autorevolezza e nemmeno senso del bello. Come è giusto che sia, il mio Io è smisurato altrettanto quanto il tuo, rivendico il mio gusto alle cose e alla bellezza e il mio gusto non sarà mai un culto da chiesa costantiniana.
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      Vertigine sparutella attimo di buio
l’io convulso figlio del plurale
naturale ingorgo di caligine.
Appena sotto l’arco finimondo
i falò dei fogli dei poeti
illuminanti le vedette.
Guarderemo l’andarcene
dentro il baule dell’ultimo brevetto.
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Marina Pizzi,
da Dissesti per il tramonto, dal web
Immagini: opere di Mark Rothko

 

Flavio Almerighi, un inedito: oggi è così

Il finale è un inizio, come spesso si legge nelle poesie di Almerighi, con quella sua apertura e ampiezza di vedute, che indirizzano verso una lettura più alta anche di quei citati cieli d’Armenia e dintorni. Siamo cieli bassi, in effetti, e abbiamo perso il senso d’infinito, rincorrendo un oggi piccolo nelle sue miserie. Ecco, bisognerebbe ripartire dal giorno della poesia senza affidarsi a nessuno, se non a quello che ci urla dentro e che troppo spesso silenziamo con una comoda consuetudine al non vivere. Versi che mi sono piaciuti molto e che propongo anche ai lettori de Il sasso nello stagno; versi, che indirizzano giorni e ritorni verso stazioni positive. Oggi è davvero così: “poco tempo ancora e vestiremo \ la bellezza che sappiamo” (AnGre)

almerighi

in Armenia
il cielo scurisce, malgrado l’ora
manda piagnucolosi accidenti a chi
più in basso
li avvista un istante dopo

il giorno della poesia
non ha amici fidati,
dive infide, qualche becchino
tutti muti, il colore non è musica
ma cambia persona

non abbiamo politiche
per giustificare sogni a lungo raggio
missili, Hiroshima dimenticata:
politico un’ingiuria
da spacciatore ladro di menzogne

oggi è così
poco tempo ancora e vestiremo
la bellezza che sappiamo

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Il mistero da quattro soldi di Lou Reed: riflessioni su una proposta musicale tratta da amArgine

…….Prendo in prestito proprio il titolo di questa canzone, proposta da Flavio Almerighi sul suo blog amArgine (clicca qui per ascoltare) il giorno di San Lorenzo, per chiedermi (e lo sto facendo fin dall’assegnazione dell’ultimo Nobel 2017 per la Letteratura) dove un testo finisca di essere canzone e diventi poesia; se un confine esiste, in questo mondo che proclama la caduta di ogni limite e poi alza barriere invalicabili, e se una canzone può o meno essere una poesia. Così, in una torrida e straziante mattinata di una mai ricordata rovente estate simile, apro il computer e mi ritrovo a leggere la traduzione di un testo senza l’audio associato. Per me è poesia, per la cronaca è una canzone di Lou Reed, che io conosco dal blog di Almerighi. Leggo un paio di volte il testo e mi piace sempre di più. Ascolto l’audio associato e non ho proprio la stessa sensazione (scusate la franchezza)…Sicuramente, mi dico, è un limite mio, ma questa distopia mi fa riflettere su un fatto non da poco: che con buona pace delle diatribe tra le parti, un testo è poesia quando si “mantiene in piedi” da solo, retto da una musica tutta sua, interna, che giunge comunque al lettore e alla quale dopo si può anche aggiungere una colonna sonora. E qui vi invito a sperimentare quanto detto, leggendo testi di canzoni tra i più svariati e a notare che non tutti, senza audio, nel medesimo lettore sortiranno lo stesso effetto, giungendo alla conclusione che una canzone è il frutto dell’associazione sapiente di testo e musica e che la poesia è…cosa differente (e sorrido, pensando ad altri luoghi dove ci si accapiglia a riguardo). E intanto grazie a Flavio e al suo blog per le belle proposte che permettono anche belle discussioni. (AnGre)

…….Lou Reed proveniva dai Velvet Underground, una band che gravitava attorno alla Factory di Andy Wahrol che lui e John Cale, altro membro della band, chiamavano affettuosamente “drella” storpiatura di cinderella, Cenerentola. L’ambiente era ricco, quindi, di fermenti artistici, musicali, plastici, figurativi, cinematografici. Lou Reed, oltre all’insana passione per l’eroina, fu sempre molto attratto dalla parola e dalla poesia. Esiste, credo, da qualche parte, una raccolta di sue poesie su libro. Lou Reed era anche poeta tutto sommato, ma soprattutto un musicista urbano, violento a tratti e oscuro. La sua grandezza è indiscutibile, la traduzione del brano, come si può vedere, ottima. (Flavio Almerighi)

…….La differenza tra un’opera di poesia e il testo di una canzone sta in due aspetti decisivi: uno è la dimensione dello spazio in cui si trovano a muoversi, l’altro è la forma della musica a cui fanno riferimento. […] Quello che manca a troppa letteratura oggi è il senso del rischio interiore, il profumo dell’autentico, del tentativo di fare un passo oltre rischiando di perdere tutto: la poesia moderna corre, in questo senso, il rischio di spegnersi nell’auto-referenzialità, dovendosi continuamente citare per auto-giustificarsi. […] L’altro elemento distintivo tra poesia e canzone, a cui sopra si faceva riferimento, è la musica. Un testo di canzone vive solo in simbiosi con la musica, quindi non ha senso scorporarlo da un tutto organico di cui è uno dei componenti: è un po’ come togliere un organo da un organismo vivente e pretendere che abbia vita autonoma…(tratto da Poesia e canzone – una riflessione di Claudio Borghi – clicca sul link per scaricare l’intero contributo)

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Lou Reed, Il mistero da quattro soldi 

Giaceva pesto e ferito, trafitto
e sanguinante, mutilato che parlava dalla croce
con la mente che mulinava e ansimava
allucinava fuggiva, che perdita
Le cose che non aveva toccato o baciato
i sensi lentamente lo abbandonarono
non come Buddha, non come Vishnu
in lui la vita non sarebbe tornata

Trovo facile credere
che abbia potuto mettere in discussione le sue convinzioni
l’inizio dell’ultima tentazione
mistero da quattro soldi

La dualità della natura divina
della natura umana divide l’anima
completamente umano, completamente divino e diviso
la grande anima immortale

Frantumata in pezzi, pezzi vorticanti, gli opposti si attraggono
dal di fronte, dai lati, dal dietro
la mente attacca se stessa

Conosco la sensazione, l’ho già provata
da Cartesio a Hegel la fede non è mai sicura
Mistero da quattro soldi
ultima tentazione

Ero seduto che tamburellavo pensavo martellavo meditavo
sui misteri della vita
fuori la città gridava urlava sussurrava
dei misteri della vita

C’è un funerale domani a St. Patrick’s
le campane suoneranno per te
Ah, cosa devi aver pensato
quando hai capito che era giunto il tuo tempo?

Vorrei non aver buttato via il mio tempo
su cose tanto umane e su così poco di divino
la fine dell’ultima tentazione
la fine del mistero da quattro soldi

§

Dime store mystery

He was lying banged and battered, skewered
and bleeding talking crippled on the cross
Was his mind reeling and heaving
hallucinating fleeing what a loss
The things he hadn’t touched or kissed
his senses slowly stripped away
Not like Buddha, not like Vishnu
life wouldn’t rise through him again

I find it easy to believe that he might
question his beliefs
The beginning of the last temptation
dime story mystery

The duality of nature, godly nature
human nature splits the soul
Fully human, fully divine and divided
the great immortal soul

Split into pieces, whirling pieces, opposites attract
From the front, the side, the back
the mind itself attacks

I know the feeling, I know it from before
descartes through Hegel belief is never sure
Dime store mystery
last temptation

I was sitting drumming, thinking thumping, pondering
the mysteries of life
Outside the city, shrieking, screaming, whispering
the mysteries of life

There’s a funeral tomorrow
at St. Patrick’s the bells will ring for you
Ah, what must you have been thinking
when you realized the time had come for you

I wish I hadn’t thrown away my time
on so much human and so much less divine
The end of the last temptation
the end of a dime store mystery

dall’album NEW YORK, 1989

Tu non conosci il Sud: spunti di riflessione da Lorenzo Calogero alla poesia odierna

Tu non conosci il Sud, le case di calce
da cui uscivamo al sole come numeri
dalla faccia d’un dado.
(Vittorio Bodini)
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Da vivo, Calogero, implorò anche il più piccolo riconoscimento per la sua poesia, cui aveva sacrificato tutto, anche la vita, destituendola di anno in anno sempre più di ogni valore, di ogni dignità, di importanza. La poesia fu l’unica aspirazione di Calogero, i riconoscimenti che essa avrebbe potuto dargli, il massimo da chiedere alla vita. Per la poesia Calogero ha consumato tutto, il suo fisico, il suo cuore, il suo intelletto, fino alla menomazione e alla follia.

(G.Tedeschi, estratto da Lorenzo Calogero Opere poetiche Vol.I a cura di Roberto Lerici e Giuseppe Tedeschi – leggi qui tutta la Premessa)

Non lacrima più una luna, di Lorenzo Calogero

Non lacrima più una luna
o va via col vento.
Una sfinge fugge cieca
e forse non è più un caso
lontanando nei brevi aliti
dei colli, sugli alberi,
nuda una linea
in continua mesta discesa
dentro un’idea.
da Come in dittici, da Poeti italiani del secondo Novecento , Oscar Mondadori
“A Sinisgalli si deve la «scoperta» di Lorenzo Calogero, il quale, dopo vari infruttuosi tentativi di pubblicare su qualche rivista, dà alle stampe a proprie spese due libri di poesia, che consegna personalmente allo stesso Sinisgalli che allora (fine anni ’50 del secolo scorso) lavorava a Roma dove Calogero lo va a trovare per chiedergli una prefazione al successivo volume Come in dittici. […] La poesia di Lorenzo Calogero è la poesia di un isolato: fisicamente e culturalmente confinato nella lontana provincia calabra di Melicuccà. […] L’immobilità linguistica della poesia di Calogero è, in una certa misura, il riflesso estetico dell’arretratezza economica e culturale del Sud (degli anni ’60, non specificato nel testo n.d.r.) ma, paradossalmente, questo è anche il suo punto di forza e di massima originalità. L’isolamento fisico e geografico della poesia di Calogero, relegato a fare il medico condotto nella provincia di Reggio Calabria, è anche il marchio di garanzia della sua qualità letteraria. E’ l’isolamento di un poeta intimamente refrattario alle lusinghe delle poetiche apparentemente più innovative e spregiudicate che stavano a ridosso della modernità.
(G.Linguaglossa, L’area pre-sperimentale in Dalla lirica al discorso poetico, EdiLet, 2011)

da Le sonagliere dei mirti vanno verso il porto, di Gino Rago

Ettore senza scudo quasi a cibare i corvi.
Astianatte nella Pietas di braccia senza carne.
Andromaca. Né più moglie né madre.
Ecuba ora perde la parola. Non emette
un’onda la sua voce. Le rimane solo il gesto.
Il linguaggio dei segni volge sulle schiave
e a sé soltanto dice: «Nella terra di quali uomini
sono giunta? Sono selvaggi, senza giustizia,
o nella mente serbano e nei gesti
anche un esile rispetto degli dèi?».

(leggi qui tutto il testo – inedito precedente il 2017)
“La Federazione Unitaria Italiana Scrittori (FUIS), nel quadro della attivita’ di promozione oltre a quella di rappresentanza e consulenziale, ha ospitato lo scorso 16 aprile 2015 la presentazione, presso la sede romana di piazza Augusto Imperatore, della Antologia «Il rumore delle parole. Poeti del Sud» (2015), per i tipi di EdiLet, a cura di Giorgio Linguaglossa. Sono intervenuti il curatore della Antologia e la poetessa romana Letizia Leone.
Linguaglossa ha illustrato l’opera precisando che l’Antologia non può ritenersi ultimata ed esaustiva in questa prima edizione. La particolarità, secondo Linguaglossa, dei Poeti del Sud, rispetto, per esempio, alla cosiddetta Scuola lombarda o ad altri indirizzi, risiede nella varietà degli stili.
Nel delineare i lineamenti geostorici della poesia italiana e nel tracciare i vari periodi di «egemonia letteraria» fra Milano, Firenze, Roma che nel corso del Novecento si sono succeduti, il curatore dell’antologia ha notato come nel Sud operino poeti vitali che si muovono secondo modalità non concordate, libere da interessi editoriali o di uffici stampa. È una poesia che non si rende immediatamente «riconoscibile» e dove ciascun poeta ha una sua precisa «identità stilistica».
Oggi il Sud si è smarcato dal periferico, evidenza il dinamismo fra centro e periferia anche se questo movimento tellurico era stato già intravisto con chiarezza da Pasolini per il quale la periferia romana sfociava nel terzo mondo. Nello stesso tempo, ha continuato Letizia Leone, ci sono autori come Albino Pierro che non vogliono centralizzarsi, altri fanno, anche a Nord, del dialetto la propria isola nel rifondare la propria stilistica. Se siamo nella post-storia, nell’epoca dello svuotamento ideologico, forse è lecito  parlare di post-meridionalismo, per questi poeti, lontani dalle poetiche del vissuto, dal mito di una poesia che abita il mito o di quella che ricerca una impossibile innocenza perduta.
In questo contesto storico che dista anni luce dalla linea meridionale degli anni Cinquanta, sia Letizia Leone che  Linguaglossa si sono soffermati sul rapporto tra scrittura e il territorio, individuando la forza di questi Autori nell’aver digerito lo scandalo della storia, quello dell’essere poeta oggi, di non sapere più a chi si rivolga la scrittura poetica.
(a firma A.F. tratto da Per una Carta Poetica del Sud, Manifesto del Poest-Meridionalismo su L’Ombra delle Parole Rivista, aprile 2015)

Collage (Poesia fatta di stracci), di Gino Rago

Non c’è niente di più opaco
della trasparenza totale.
Il corpo è colore e odore.
I sospiri delle onde richiamano il vento:
ora sboccio. Una rosa tra le dita.
Prendila.
Mi accorgo solo ora che l’artrite deforma le mani.
Tutto cominciò con una caduta.
Spremere fuori il mistero…
Ti muovi viva nel tuo stesso corpo.
Ma nuvolaglie increspano
le visioni razionali.
(…)

Ritirarsi? Sì.
Ritirarsi
Ma dalle forme consunte del poetico.
E rifarsi un vestito.
(…)

Un abito tutto nuovo di parole
per la festa e per il quotidiano.
Confezionarsi un vestito nuovo
Nell’atelier di stracci. E’ nuova la poesia
fatta con gli stracci.

(agosto 2017)
“Vedi caro Gino Rago,
io che conosco la tua poesia fin dalle prime pubblicazioni degli anni novanta, mi meraviglia, e non poco, constatare come la tua poesia, a contatto con la «nuova ontologia estetica» sia cambiata, ne ha avuto una accelerazione verticale. La tua poesia degli anni novanta scontava il generale immobilismo e il ristagno della poesia del Sud intervenuto dopo il post-ermetismo, diciamo così, dopo Sinisgalli e Lorenzo Calogero. Dopo questi due poeti la poesia del Sud si arresta e fa le veci della poesia del Centro e del Nord, diventa una poesia di un paese coloniale e colonizzato. Fenomeno questo del tutto naturale vista l’arretratezza della economia del Sud dipendente da quella del Nord.”
(G.Linguaglossa, 10 luglio 2017, commento).
La domanda nasce spontanea: allora i poeti – non solo del Sud -“”migliorano”” soltanto appartenendo all’ennesima congrega \ caso letterario \ movimento \ casta \ gruppo di amici \ chiamatelo come ve pare, proposto in nome di qualcosa, che non sappiamo se essere il modernismo o le manie personalistiche di affermazione, da sempre agognato? (e si badi che questo mio dire non è riferito al fare gruppo per scambio-crescita di idee). E per avere un momento di visibilità nella “stagnazione spirituale” in corso è necessario tagliare le pietre della forma voluta per dimostrare che quella forma esiste in natura, come dice il mio amico Flavio Almerighi (di cui riporto sotto un inedito sull’argomento)? Occorre coercizzare tutti i contesti, piegandoli alle proprie idee, per avvalorare qualcosa che si è deciso essere importante e necessaria, gettando alle ortiche tutto quello che non rientra nel cerchio magico per qualcosa, appunto, che se è vera, – e speriamo sia ancora consentito il dubbio – solo il tempo potrà dimostrarlo? Diamine, io se credo in qualcosa non faccio opera di proselitismo, martellamento, demolizione mirata, porta a porta e mistificazione, ma, semplicemente, perseguo in silenzio la mia strada. I cambiamenti non si studiano a tavolino, non si creano “ad arte”, semplicemente accadono, avvengono. E si finisca una buona volta di usare la retorica del nascondersi sotto l’abituccio dismesso della modestia, della noncuranza, del tono basso per non destare scalpore, della finta dimenticanza dell’Ego e del disinteresse per l’argomento stesso per poi glorificarsi a vicenda. Di “scarpari” (nel mio dialetto significa “calzolai”) ne abbiamo sì bisogno, ma di quelli veri, che sappiano prima di cosa ha bisogno ogni piede e poi come si aggiusta una scarpa, tenendo i chiodini a zittirli tra le labbra e martellando solo sulla superficie interessata, non ovunque!
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E prima che qualche buon massone…ehm buontempone venga a fare storie qui, avvisiamo tutti i “noeauti”, antichi Argonauti che hanno pero il vello, ma non altro – e pure quelli che hanno aperto nuovi blog solo per avere un nickname – oggi persi per altre scialuppe bucate, che questo articolo, che tratta per la prima e ultima volta di NOE in questa sede, non ha nessun fine celebrativo, né pubblicitario per nessuno, né tanto meno è un attacco personale; qui non ci contrapponiamo a nulla e a nessuno, ma cerchiamo soltanto di esprimere il nostro dissenso verso qualcosa che secondo noi sta creando qualche danno alla Poesia, supportata da una voce che sfrutta la sua storia letteraria e che oggi abbraccia quei modi di fare da anni contrastati. Con buona pace di sciamani, sufi, sofisti, musicisti, trapezisti, analisti, qualsivoglia ‘isti e disquisizioni psico-socio-filosofico-antropo/logiche e illogiche e di tutto quello che Poesia non è.
Prendete e leggetene tutto, come un semplice confronto di fatti e persone.
Ai posteri l’ardua sentenza e ai postumi del caldo, il resto. Io, intanto, speriamo che me la cavo. Buona Poesia con la maiuscola, si spera, a tutti! (AnGre)
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balliamo un surf senza futuro, di Flavio Almerighi
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la bocca automatica
ha mangiato il dime
non vuole risputarlo,
forse non per vendetta
decisero la riduzione
a due sole scuole di pensiero
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c’era chi il metro
era novanta centimetri
chi uno e dieci, è giusto ci sia
un po’ di finta opposizione.
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I parolai sparlarono,
le comari strepitarono,
fu una corsa interminabile,
anche adesso sotto le finestre,
tutti a rincalzare coperte,
cantare ninne nanne,
ungere culi,
in cerca di prove indubbie
sul vero metro,
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valutare, svalutare:
una troia fu sollevata
in men che non si dica
dalla stalla alle stelle
venne fatta santa,
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il lontano cugino Paolo,
ohimè è un po’ sordo,
comprò in ferramenta
un metro da cento
e, come monito,
fu appeso per i piedi
finì che ci trovammo tutti
come i sindacati,
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pieni di burocrati e pensionati
balliamo un surf senza futuro
(In apertura: Michelangelo Pistoletto, Venere degli stracci: esempio italiano di Pop Art. Il termine “Pop Art” indica un movimento artistico d’avanguardia sviluppatosi intorno al 1955 parallelamente in Gran Bretagna e negli Stati Uniti d’America, come reazione alla pittura degli Espressionisti Astratti. Arte che, dietro immagini apparentemente grottesche, lasciava intuire le contraddizioni dell’Uomo moderno, vittima della società; un’arte di massa, i cui quadri spesso erano riproduzioni in serie di oggetti su tela o in scultura sempre, però, icone sociali, oggetti, appunto, e materiali  del quotidiano elevati a manifestazione artistica. La Pop Art, ebbe il ruolo di mettere in evidenza sfrontatamente la mercificazione dell’Uomo, l’ossessivo martellamento mediatico e il consumismo eletto a sistema di vita, fondando la propria comprensibilità su soggetti noti e riconoscibili.)
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