La cappella Spada in San Girolamo della Carità in Roma a cura di Giorgio Chiantini – sassi d’arte

…riproponiamo…

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La cappella Spada in San Girolamo della Carità in Roma

La chiesa di San Girolamo della Carità cela un piccolo gioiello del Seicento: è la deliziosa Cappella Spada uno degli esempi più eleganti e bizzarri della teatralità barocca. La cappella è un piccolo ambiente a pianta rettangolare che si apre sul fianco destro della navata della chiesa: sulla parete di fondo è collocato l’altare, inquadrato da due bassi sgabelli rivestiti da finti drappi in marmo e coronati da due urne reliquari: al di sopra dell’altare è posta un’antica icona della Madonna incorniciata da una corona d’alloro in marmo verde antico e da una seconda corona, più esterna, in marmo giallo a foglie di palma; ai lati vi sono due medaglioni ovali con ritratti a rilievo in marmo bianco su sfondo giallo, identificati come San Francesco e San Bonaventura, che sembrano appesi a finti cordoncini in marmo giallo. Ma è guardando più in basso che l’effetto “salotto” della cappella è ancora più evidente: sopra raffinati divani di marmo nero con cuscini di alabastro e abbigliati all’antica sono infatti sdraiati, come fossero vivi, a sinistra Bernardo Lorenzo Spada, vescovo di Calvi, e a destra, Giovanni Spada.

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La cura minuziosa posta nel rievocare l’atmosfera domestica trova soluzione figurativa nella perizia con cui viene trattato il marmo quasi fosse seta decorativa. Anche la balaustra non assomiglia affatto al solito parapetto marmoreo: al suo posto, l’originale idea di sostituirla con due angeli inginocchiati, che reggono un drappo di marmo in diaspro rosso listato di giallo e di bianco, mentre l’accesso è garantito lateralmente, alle spalle dell’angelo di destra, le cui ali sono in legno e ruotano su cardini come un cancelletto.

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La singolarità della cappella, che non ha confronti con altre opere realizzate a Roma negli stessi anni, risiede però nel rivestimento in marmi che ricopre interamente pareti, altare e pavimento e che rappresenta un anomalo caso, nella città papale, di modelli decorativi prettamente napoletani. Inoltre, a differenza delle opere di Borromini e perfino dei modelli partenopei, nella cappella si nota una totale assenza di presenze architettoniche: al suo interno non vi sono colonne o paraste che ne esplicitino la struttura e tutto scompare dietro un parato marmoreo continuo, che si dispiega lungo le pareti interne. Sulla parete di fondo si alternano quattro fasce verticali a motivi vegetali in marmo giallo antico intarsiati su fondo rosso e altre tre fasce verticali in alabastro cotognino di Montalto. La composizione prosegue sulla mensa dell’altare, suddivisa in due riquadri laterali intarsiati e uno centrale in alabastro; mentre su ognuna delle pareti laterali della cappella è adagiata, invece, una sola fascia intarsiata inquadrata da due pannelli di alabastro. I gradini dell’altare e il pavimento – in bardiglio grigio – sono disseminati da un tappeto di fiori recisi in marmo giallo antico.

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Recenti studi hanno rivelato con una certa sorpresa che il suo autore in realtà è Virgilio Spada, fratello dell’eccentrico cardinale Bernardino Spada e non, come a lungo erroneamente ritenuto, un capolavoro poco noto del genio di Francesco Borromini, che sicuramente venne interpellato insieme ad altri artisti e del quale esiste solo un disegno del paliotto dell’altare.
La realizzazione della cappella è legata a due diverse generazioni della famiglia Spada, originaria di Brisighella, in Romagna: Orazio (1537–1607), che la ottiene nel 1595; il fratello Paolo (1541–1631), che nel suo testamento vincola alla costruzione e al restauro delle cappelle di famiglia considerevoli somme, e infine due figli di quest’ultimo, Virgilio (1596–1661) e Bernardino (1594–1661) – l’uno oratoriano, l’altro cardinale – che investono parte dei legati testamentari del padre nella piccola cappella romana, conferendole, fra il 1654 e il 1657, l’aspetto attuale. (Fonti varie dal web e dal libro “I tesori nascosti di Roma” di Gabriella Serio)
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– articolo e fotografie di Giorgio Chiantini –
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Una passeggiata nel Quartiere Coppedè e non solo…foto e video di Giorgio Chiantini – sassi d’arte

Colgo l’occasione della data odierna, 24 maggio, per presentare agli amici de Il sasso nello stagno di AnGre, il nuovo canale tematico di Giorgio Chiantini (qui), collaboratore del blog, aperto da pochi mesi sulla piattaforma YouTube. Sempre attento ai dettagli, elegante e competente in materia e con la maestria fotografica con la quale ci ha deliziato anche su altre piattaforme, Giorgio presenta la sua città, l’amata Roma, in una notevole veste (che ammanta l’Urbe d’ulteriore fascino e pare quasi d’essere lì dal vivo) ricercata dal punto di vista grafico e anche musicale, riunendo, in questo canale dai significativi contributi d’arte – dove le sue fotografie hanno preso le sembianze di video creati da lui stesso, in un evolversi creativo che sottolinea l’energia dell’autore – le sue passioni e la sua sprizzante voglia di condivisione, contribuendo, in modo significativo, a divulgare quella Bellezza con l’iniziale maiuscola, di cui si ha sempre maggior necessità, in tempi come quelli che viviamo. Ringrazio di cuore Giorgio per il dono di questi video, augurandogli, con l’affetto di sempre, in questo giorno, anche buon compleanno. Ad maiora! [AnGre]

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Gian Lorenzo Bernini e la narrazione del Ratto di Proserpina a cura di Giorgio Chiantini – sassi d’arte

di Giorgio Chiantini – Torno ancora una volta alla Galleria Borghese di Roma, un contenitore di meravigliose opere d’arte collezionate nel tempo dal cardinale Scipione Caffarelli-Borghese, nipote di Camillo Borghese (fratello di Ortensia Borghese madre di Scipione) eletto papa nel 1605 col nome Paolo V, che lo nominò cardinale e, adottandolo, gli fece acquisire il diritto di usare il nome e l’arme della famiglia Borghese. Suscita sempre meraviglia tornare in questo luogo e, per il caso fortuito di una mostra ospitata in questi luoghi negli ultimi mesi del 2017 ed i primi del nuovo anno, ho avuto la possibilità di scattare delle foto, al Ratto di Proserpina di Gian Lorenzo Bernini, forse una delle sue opere più affascinanti.

Il grande gruppo marmoreo raffigura Plutone, potente dio e re degli Inferi, che rapisce Proserpina, figlia di Gea, la terra, e la porta a vivere con sé nel suo buio mondo. Il mito, presente sia in Claudiano (De raptu Proserpine) che in Ovidio (Metamorfosi, V, 385-424), narra del rapimento della fanciulla sulle rive del lago di Pergusa, nelle vicinanze di Enna e di come la madre della stessa, tramite l’intercessione di Giove, ottenne il permesso di far tornare per sei mesi all’anno la figlia sulla terra, salvo poi farle trascorrere gli altri sei mesi nel regno di Plutone. Il gruppo fu eseguito tra il 1621 e il 1622 e il cardinale Scipione lo regalò nello stesso anno al cardinale Ludovisi, nipote di Gregorio XV (1621-23), raffinato collezionista e proprietario di una villa, purtroppo scomparsa, che da Porta Pinciana giungeva quasi alla zona della Stazione Termini, in cui rimase fino al 1908, quando, acquistato dallo Stato italiano, tornò nella collezione di Galleria Borghese.

In quest’opera Bernini sviluppa il tema della torsione elicoidale dei corpi, memore della tradizione manierista; la verità dell’azione, come l’impeto delle figure, però, va ricercata attraverso lo studio profondo dei modelli antichi. La forza plastica, l’intensità espressiva della fanciulla, non trovano riscontro nelle opere contemporanee alla realizzazione del Ratto. Lo scultore ha scelto di rappresentare un momento preciso della narrazione, quello culminante dell’azione raccontata dal mito, il rapimento della fanciulla: il fiero e insensibile Plutone che sta trascinando Proserpina nell’Ade contro la sua volontà, è rappresentato con tutti i muscoli tesi nello sforzo di sostenere il corpo di lei, che si sta divincolando, e le mani, che sembrano addirittura affondare nella muliebre carne, in una libertà di movimenti resa possibile dalla padronanza assoluta della tecnica, spinta fino a sfiorare i limiti fisici del marmo.

Il gruppo, spesso visto soltanto nell’abbagliante bellezza d’insieme suscitata appena ci si ritrova al cospetto, ad un’analisi più dettagliata rivela una particolarità non da poco: visto da sinistra rappresenta il cacciatore nell’atto di prendere al volo la preda con passo potente e spedito; visto di fronte, mostra il vincitore trionfante fermo con il trofeo in braccio; visto da destra, invece, lascia la possibilità di scorgere il momento forse più umano della scena, quello rappresentato dalle lacrime di Proserpina, che innalza la sua preghiera al cielo, con il vento che le sconvolge la chioma e il cane a tre teste, guardiano infernale, che abbaia. In pratica, sintetizzata in un’unica immagine, si ritrova la sequenza temporale dei momenti salienti della storia, leggibile esattamente da sinistra verso destra come in un libro.

E’ stata sempre sottolineata la particolare vicinanza del gruppo alle sculture antiche, come i Niobidi (all’epoca della realizzazione berniniana ospitati a Villa Medici e ora sostituiti con delle copie esposte nel giardino) per il volto di Proserpina, o quello del Pedagogo (oggi Uffizi), per il passo che richiama, ma anche l’Ercole che ammazza Idra, restaurato dall’Algardi (ora ai Musei Capitolini). Quanto al tema del “gruppo di figure” esisteva già un famoso esempio nel cortile di Palazzo Farnese a Roma, dove si poteva ammirare il Toro Farnese (oggi custodito presso il Museo Archeologico di Napoli), ma i grandi gruppi marmorei dello scultore del cardinale, il Bernini, dovevano superare ogni confronto.

(fonti: adattamento da web e Guida alla Galleria Borghese; immagini di Giorgio Chiantini)

La chiesa Santa Maria Maggiore in Tuscania e il Giudizio finale a cura di Giorgio Chiantini – sassi d’arte

La chiesa Santa Maria Maggiore in Tuscania e il Giudizio finale

Situata ai piedi del colle di S. Pietro e costruita nel secolo XII, Santa Maria Maggiore in Tuscania (siamo nella Tuscia, l’antica Etruria meridionale, in provincia di Viterbo) è una delle architetture romaniche più belle d’Italia, per la ricchezza di affreschi e bassorilievi. Entrando in chiesa lo sguardo viene catturato subito dalla zona absidale e dal grandioso Giudizio Universale (XIV secolo), opera di Gregorio e Donato d’Arezzo. L’iconografia è quella classica, che separa da una parte gli eletti, dall’altra i dannati, ponendo al centro, su tutti, l’immagine di Cristo Giudice; ma c’è una figura, che più di tutti attrae la curiosità del visitatore, e si nota sulla destra guardando la scena: un grande diavolo, che divora i dannati per poi defecarli nelle fauci spalancate di un drago e per questo chiamata senza giri di parole dall’arguzia popolare “Cacanime”.

Il giudizio finale è un affresco che si sviluppa sull’arco trionfale e le diverse scene che compongono l’ultimo evento umano sono chiaramente distinte e individuabili: la resurrezione dei morti occupa lo spazio a sinistra e al centro dell’arco e si identificano figurine nude di uomini e donne, che emergono dalle loro sepolture in terra e dai sepolcri scoperchiati e numerosi corpi hanno in testa la tonsura tipica degli ecclesiastici e dei religiosi. In alto, nella mandorla sorretta dagli angeli, appare il Cristo nimbato (con l’aureola), che chiama con la mano stimmatizzata gli eletti in paradiso; ai suoi lati gli apostoli, guidati da Pietro con le chiavi, siedono sui troni, componendo così un’efficace e armonica corte di giustizia.

Compaiono tutti i segni dal significato salvifico della passione-morte-risurrezione di Gesù, le arma Christi: due angeli trombettieri, il sole oscurato, la croce del sacrificio, la colonna con i flagelli, la canna con la spugna imbevuta d’aceto, la lancia usata per il colpo al costato, mentre Maria introduce al cospetto del Figlio cinque lunghe schiere di beati, ciascuno identificato da un attributo del suo rango; spiccano, così, tiare, corone, tonsure, barbe, copricapi di tutte le fogge, veli, mantelli, tuniche e si riconoscono il diacono Stefano, primo martire e i santi fondatori di Ordini, come Benedetto e Francesco. Ai piedi del giudice sgorga un fiume di fuoco che investe l’intero inferno e delle rocce aperte e fiammeggianti suggeriscono la collocazione sotterranea dei loca poenarum, ovvero i posti in cui scontare le specifiche pene infernali. Assai caratteristici sono i cinque angeli che con lunghi forconi spingono i dannati al supplizio, aiutando così la corrente del fiume infernale. Si riconosce la punizione dei peccatori appesi allo spinoso albero del male. L’ambiente è affollato. Alcuni diavoli-camerieri afferrano i peccatori spinti da altri volenterosi diavoli butta-dentro e li porgono servizievolmente al loro capo affamato e la figura del Lucifero divoratore è, in verità, più grottesca che spaventosa. La scena dell’inferno si chiude con la bocca dentata del drago, imboccato dai forconi di due diavoli, che azzanna alcune donne velate.

L’intero affresco, opera di Gregorio e Donato d’Arezzo, databile al secondo decennio del secolo XIV, contiene numerosi elementi del giudizio che Giotto affrescò a Padova nella cappella degli Scrovegni. Il terremoto che ha colpito Tuscania nel 1971 ha provocato danni anche a quest’opera e per tale ragione l’Istituto centrale del restauro ha provveduto a staccare il dipinto, a consolidarlo e a ricollocarlo sul frontone, ma nulla ha potuto di fronte ad alcune perdite irrimediabili come ad esempio la figurina del notaio Secondiano, committente dell’opera, raffigurato in ginocchio ai piedi della croce. Secondo la tradizione la figura di donna priva di aureola che la Madonna presenta al Giudice sarebbe la moglie proprio di Secondiano. La chiesa è tuttora coperta completamente da ponteggi, che, riferiscono in loco, servono a sorreggere il tetto, che altrimenti imploderebbe al suolo.

Oggi, per visitare questo ed altri splendidi piccoli luoghi di grande arte, bisogna affidarsi, ringraziando, al buon cuore di alcuni abitanti del posto che, con pazienza e affetto, a fronte di una minima somma annua stanziata dallo Stato per il mantenimento e la salvaguardia di questo patrimonio comune (circa seicento euro annui per il sito oggetto dell’articolo), accompagnano i visitatori, affinché tanta bellezza non venga abbandonata e, quindi, dimenticata. (realizzazione e fotografie di Giorgio Chiantini)

Fonti: dal web e dal sito camminarenellastoria.it

Giorgio Chiantini, Tre scatti romani – sassi da guardare

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L’Antologia, creata per i lettori de Il sasso nello stagno di AnGre a fine dicembre, è stata un momento proficuo non solo per conoscere tanta poesia italiana contemporanea, ma anche per apprezzare l’espressione artistica di Giorgio Chiantini, GiorChi nella firma fotografica, stimatissimo collaboratore di queste pagine, grazie alla fotografia di copertina (in apertura), gentilmente prestata per l’occasione, un poetico scatto capace di fermare l’attimo tra la luce e l’intimità di una casa in festa.

La passione di Giorgio Chiantini per la fotografia risale agli anni Settanta, quando questo mondo non si avvaleva di alcun supporto iper tecnologico come oggi, ma occorreva realmente imparare un’arte difficile, in cui sensibilità e rigore si muovevano su un terreno non semplice. Sensibilità, perché una fotografia è il prodotto della mira, che dagli occhi, passa al cuore e fa cliccare il bottoncino dell’otturatore in una frazione di tempo non definibile; rigore, poiché la fotografia, almeno ai tempi in cui era un prodotto letteralmente artigianale, comportava conoscenze non indifferenti sui tempi di azione dei prodotti chimici e non solo, dai quali, solo alla fine di un lungo processo, si poteva o meno ottenere un buon risultato.

ph-giorgio-chiantini-al-bar-2La fotografia insegnava, oltre tutto, l’arte dell’attesa; oggi i tempi e le modalità fotografiche sono agli antipodi e una buona foto è spesso il risultato di una sofisticatissima tecnologia, che ci permette di catturare in una frazione di tempo sempre più piccola, dettagli e situazioni, che hanno capovolto anche l’idea stessa di fotografia, facendola passare da arte capace di vincere il tempo a ingombro fastidioso… e penso alle miriadi di foto inutili iper scattate solo per rispondere all’esigenza dei tempi moderni di essere in ogni momento in qualsiasi luogo-telefono, nell’aberrazione di un uso indiscriminato del mezzo telematico di cui spesso risultiamo schiavi… Ecco, Giorgio Chiantini è riuscito ad entrare nel mondo fotografico moderno con una sensibile eleganza, scattando per passione ancora, per piacere, avvalendosi degli insegnamenti della fotografia analogica ed innestandoli in quella digitale, conservando lo sguardo globale da cui poi ritagliare il dettaglio, secondo un successivo lavoro fatto fuori dal campo ripreso.

Giorgio Chiantini nei suoi scatti cattura attimi di quotidiana realtà: momenti sottratti alla distrazione dei passanti, che racchiudono la domanda, la curiosità anche solo di indovinare lontanamente cosa ci possa essere in quegli sguardi, in quelle espressioni che l’obiettivo ha scelto di trattenere. Non scatta, Giorgio, per voyeurismo, come tanta fotografia anche molto nota, ma più che altro, per quello spirito fanciullo di curiosità e di scoperta, che rende la sua fotografia delicata ed estremamente vicina a chi la guarda.

Roma, eterna e distratta, con le sue stradine sconosciute ed i suoi dettagli inattesi, le città che attraversa, la storia nelle sue statue e nei suoi monumenti, l’arte, i volti e le facciate di chiese e case, entrano negli scatti di GiorChi in punta di piedi, colme di sensibilità e dolcezza, rivelando anche la serenità del fotografo, che usa questo mezzo artistico per ritrovarsi solo con il suo tempo e per conoscere questo, invece, di tempo, in un continuo scambio e in un continuo rinnovo. [Angela Greco]

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Giorgio Chiantini, nato a Roma, è stato responsabile commerciale per oltre trent’anni di un’importante azienda automobilistica della capitale; sposato e padre di due figli, nonno e appassionato d’arte, oggi si dedica alla famiglia, alla fotografia e alla riscoperta della sua splendida città.Collabora con Il sasso nello stagno di AnGre dove si occupa di arte e musica, sue fotografie sono state incluse in Attraversandomi, libro poetico-fotografico realizzato in collaborazione con Angela Greco. E’ presente in rete con un profilo personale ed una attiva pagina su Google+.

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Per Sassi d’arte fotografiamo una bellissima e anonima croce e sei mesi dopo annunciano che la stessa è opera di Francesco Borromini…

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Per Sassi d’arte fotografiamo una bellissima e anonima croce in Trastevere, semplicemente perché ci piace, e sei mesi dopo annunciano che la stessa è opera di Francesco Borromini…

 “Ritrovata la croce del Borromini” (TG3 Lazio) – E’ opera di Francesco Borromini e del mosaicista G.B. Calandra la straordinaria croce lavorata a micro-mosaico murata a fianco della porta di un’antica chiesetta romana; croce della quale si era persa memoria da quasi quattro secoli. L’opera ritrovata è posta in Santa Maria in Cappella, piccola chiesa situata nel cuore di Trastevere, ancora di proprietà dei principi Doria Pamphilj. La croce fu realizzata nel 1625 per essere collocata, alla chiusura del Giubileo, sull’intonaco della Porta Santa della Basilica Vaticana, impreziosita nel suo disegno dalle api araldiche di Urbano VIII Barberini; venticinque anni dopo, all’apertura del nuovo Giubileo, la croce staccata dal muro, fu donata da Papa Innocenzo X Pamphilj alla nipote Donna Olimpia, che la collocò, quasi come reliquia, in quella piccola cappella dove è visibile ancora oggi, senza attribuirle l’importanza dovuta e farne in tal modo perdere nel tempo la memoria.

Il 1° maggio 2016, passeggiando per Trastevere con Angela (Greco, che in quel periodo era in visita a Roma per il suo compleanno e con la sua famiglia n.d.r.), notammo questa piccola chiesetta e, non conoscendola, decidemmo di visitarla. Inutile dirlo, che ad affascinarci fu proprio questa croce – dal particolare colore azzurro – tanto da scattare diverse foto, ma senza certo immaginare che stessimo ammirando addirittura un’opera di uno dei più importanti architetti del Seicento romano!

Oggi, 8 novembre 2016, il TG3 regionale annuncia il ritrovamento proprio di quella bella croce della chiesetta trasteverina così lontana dai circuiti di massa… Occasione propizia per riflettere sul fatto che le cose belle, anche di fattura anonima, riescono sempre a richiamare l’attenzione, creando quell’emozione di cui indubbiamente si ha ancora bisogno.

Giorgio Chiantini & Angela Greco

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La cappella Spada in San Girolamo della Carità in Roma a cura di Giorgio Chiantini – sassi d’arte

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La cappella Spada in San Girolamo della Carità in Roma

La chiesa di San Girolamo della Carità cela un piccolo gioiello del Seicento: è la deliziosa Cappella Spada uno degli esempi più eleganti e bizzarri della teatralità barocca. La cappella è un piccolo ambiente a pianta rettangolare che si apre sul fianco destro della navata della chiesa: sulla parete di fondo è collocato l’altare, inquadrato da due bassi sgabelli rivestiti da finti drappi in marmo e coronati da due urne reliquari: al di sopra dell’altare è posta un’antica icona della Madonna incorniciata da una corona d’alloro in marmo verde antico e da una seconda corona, più esterna, in marmo giallo a foglie di palma; ai lati vi sono due medaglioni ovali con ritratti a rilievo in marmo bianco su sfondo giallo, identificati come San Francesco e San Bonaventura, che sembrano appesi a finti cordoncini in marmo giallo. Ma è guardando più in basso che l’effetto “salotto” della cappella è ancora più evidente: sopra raffinati divani di marmo nero con cuscini di alabastro e abbigliati all’antica sono infatti sdraiati, come fossero vivi, a sinistra Bernardo Lorenzo Spada, vescovo di Calvi, e a destra, Giovanni Spada.

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La cura minuziosa posta nel rievocare l’atmosfera domestica trova soluzione figurativa nella perizia con cui viene trattato il marmo quasi fosse seta decorativa. Anche la balaustra non assomiglia affatto al solito parapetto marmoreo: al suo posto, l’originale idea di sostituirla con due angeli inginocchiati, che reggono un drappo di marmo in diaspro rosso listato di giallo e di bianco, mentre l’accesso è garantito lateralmente, alle spalle dell’angelo di destra, le cui ali sono in legno e ruotano su cardini come un cancelletto.

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La singolarità della cappella, che non ha confronti con altre opere realizzate a Roma negli stessi anni, risiede però nel rivestimento in marmi che ricopre interamente pareti, altare e pavimento e che rappresenta un anomalo caso, nella città papale, di modelli decorativi prettamente napoletani. Inoltre, a differenza delle opere di Borromini e perfino dei modelli partenopei, nella cappella si nota una totale assenza di presenze architettoniche: al suo interno non vi sono colonne o paraste che ne esplicitino la struttura e tutto scompare dietro un parato marmoreo continuo, che si dispiega lungo le pareti interne. Sulla parete di fondo si alternano quattro fasce verticali a motivi vegetali in marmo giallo antico intarsiati su fondo rosso e altre tre fasce verticali in alabastro cotognino di Montalto. La composizione prosegue sulla mensa dell’altare, suddivisa in due riquadri laterali intarsiati e uno centrale in alabastro; mentre su ognuna delle pareti laterali della cappella è adagiata, invece, una sola fascia intarsiata inquadrata da due pannelli di alabastro. I gradini dell’altare e il pavimento – in bardiglio grigio – sono disseminati da un tappeto di fiori recisi in marmo giallo antico.

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Recenti studi hanno rivelato con una certa sorpresa che il suo autore in realtà è Virgilio Spada, fratello dell’eccentrico cardinale Bernardino Spada e non, come a lungo erroneamente ritenuto, un capolavoro poco noto del genio di Francesco Borromini, che sicuramente venne interpellato insieme ad altri artisti e del quale esiste solo un disegno del paliotto dell’altare.
La realizzazione della cappella è legata a due diverse generazioni della famiglia Spada, originaria di Brisighella, in Romagna: Orazio (1537–1607), che la ottiene nel 1595; il fratello Paolo (1541–1631), che nel suo testamento vincola alla costruzione e al restauro delle cappelle di famiglia considerevoli somme, e infine due figli di quest’ultimo, Virgilio (1596–1661) e Bernardino (1594–1661) – l’uno oratoriano, l’altro cardinale – che investono parte dei legati testamentari del padre nella piccola cappella romana, conferendole, fra il 1654 e il 1657, l’aspetto attuale. (Fonti varie dal web e dal libro “I tesori nascosti di Roma” di Gabriella Serio)
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– articolo e fotografie di Giorgio Chiantini –
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