Rafael Alberti (1902-1999), due poesie tradotte da Paolo Statuti

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Rafael Alberti (1902-1999), due poesie tradotte da Paolo Statuti (altre poesie, QUI) 

 

Ritorno dell’amore sulle sabbie

Stamane, amore, abbiamo vent’anni.
Vanno volutamente piano, intrecciandosi,
le nostre ombre scalze per la strada tra i giardini,
che oppongono agli azzurri del mare i loro verdi.
Tu sei sempre un’apparizione,
sei la luce giunta una buia sera,
quando il giovane senza meta dalla città ritarda,
pensoso, di proposito il suo ritorno a casa.
Tu sei sempre quella che al mio fianco
va cercando il segreto declivio delle dune,
il recondito pendio della sabbia, il celato
canneto che crea
cortine agli occhi marini del vento.
Là sei, là sono davanti a te, controllando
l’alta temperatura delle onde felici,
il cuore del mare ciecamente sorto,
morendo in frammenti di dolce sale e di spume.
Poi, tutto ci guarda allegro, sulle rive.
I castelli in rovina sollevano i loro merli,
le alghe ci offrono corone e le vele,
preso il volo, vogliono cantare al di sopra delle torri.

Stamane, amore, abbiamo vent’anni.

*

Tra il garofano e la spada

(Guerra alla guerra per la guerra.) Vieni qui.
Volgi le spalle. Il mare. Apri la bocca.
Una sirena urta contro una mina
e un arcangelo annega, indifferente.

Tempo di fuoco. Addio. Urgentemente.
Chiudi gli occhi. E’ il monte. Tocca.
Saltano le cime frantumando la roccia
e si uccide un bosco, inutilmente.

C’è anche sulla luna la dinamite? Andiamo.
Morte alla morte per la morte: guerra.
In verità, pensa il toro, il mondo è bello.

Già i rami bruciano.
Apri la bocca. (Il mare. Il monte.) Chiudi
gli occhi e sciogliti i capelli.

.

Dal sito La Repubblica.it – “Cultura & Scienze”, nel giorno della morte di Rafael Alberti:

RCadix (Spagna). Un arresto cardiaco ha fermato per sempre “quel sagittario irrequieto e vagabondo”, come lui stesso amava definirsi, nella sua casa del sud della Spagna a El Puerto De Santa Maria. Rafael Alberti, poeta, scrittore, pittore esiliato dal regime franchista, aveva 96 anni ed era l’ultimo rappresentante della “Generazione 27”, il movimento cui appartenevano Garcia Lorca e Vicente Aleixandre. Nato il 16 dicembre 1902, lascia giovane l’Andalusia per Madrid, ma rimane attaccatissimo alla sua patria. Si fa strada presto nel mondo dei versi e del surrealismo. Sono del 1929 le dolorose liriche “Sugli angeli” (“Sobre los angeles”). Quegli anni li passa con Federico Garcia Lorca, Salvator Dalì, Pablo Picasso, amici e compagni di strada. Il primo premio importante lo riceve nel 1925 con la raccolta “Marinero en tierra”, un canto d’amore per il mare con cui riceve il premio nazionale della letteratura. Degli anni ’60 sono i suoi “Poemi d’amore”, i versi per “Roma, pericolo per i viandanti”, “Gli otto nomi di Picasso”. Le più recenti rime “Amore in bilico” sono dedicate all’erotismo e alla donna, alla sua nuova e giovane compagna. Ma è l’impegno politico a prendere il sopravvento e a stravolgere tutta la sua vita. Fin dai primi anni Trenta diventa un militante del Partito comunista spagnolo. Studia teatro nell’Unione Sovietica e dirige con la moglie Maria Teresa Leon – scomparsa nell’88 – la rivista rivoluzionaria Octubre. Dal ‘36 al ’39 partecipa alla guerra civile nelle file repubblicane. Dopo la vittoria di Francisco Franco, viene costretto all’esilio prima in Francia, poi in Messico, Argentina e Italia. E ogni volta che qualcuno parla di sofferenza risponde: “Non mi pento di niente. Non sarò mai un ex comunista”. In Spagna torna soltanto nel 1977, nella sua città, dove nel 1990 si era risposato con Maria Asuncion Mateo, 44 anni più giovane di lui, e dove oggi il suo cuore si è fermato. Le sue ceneri saranno sparse nella baia di El Puerto De Santa Maria. (28 ottobre 1999)

(Tratto da L’Ombra delle Parole, che si ringrazia)

Il velo della Regina Mab, un racconto di Rubén Darío

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Il velo della Regina Mab, un racconto di Rubén Darío

La regina Mab, sul suo cocchio fatto di una sola perla, trainato da quattro coleotteri dalla corazza dorata e dalle ali di pietre preziose, passeggiando sopra un raggio di sole, penetrò attraverso la finestra di un abbaino dove c’erano quattro uomini, magri, barbuti e impertinenti, ciascuno di essi si lamentava della propria sfortuna.

In quel tempo, le fate avevano distribuito i loro doni tra i mortali. Ad alcuni, avevano dato delle misteriose bacchette che colmavano di oro le casse dei loro commerci; ad altri avevano dato delle spighe meravigliose che a sgranarle, colmavano i magazzini di ricchezze; ad altri ancora, delle sfere di cristallo che a guardarci dentro si poteva vedere il cuore della madre terra, con l’oro e le pietre preziose che custodiva; ad altri folti capelli e muscoli possenti ancor più di quelli di Golia, e mazze enorme per forgiare il ferro incandescente; e ad altri talloni robusti e gambe agili per cavalcare gli indomiti cavalli che bevono il vento lanciando libera nella corsa la criniera all’aria.

I quattro uomini si lamentavano. Ad uno era toccato una cava, ad un altro un iris, all’altro il ritmo e all’ultimo il cielo azzurro.

La regina Mab udì le loro parole.

Disse il primo:

Bene! E’ qui che piango nella gran lotta dei miei sogni di marmo! Ho cavato il blocco di marmo e posseggo lo scalpello. Tutti hanno qualcosa, alcuni l’oro, altri l’armonia, la luce; io penso solo alla bianca e divina Venere che mostra le sue nudità sotto la volta azzurra del cielo. Io voglio dare a questa massa informe di marmo la linea e la bellezza plastica; e che nelle vene della statua circoli un sangue incolore come quello degli Dei.. Io ho lo spirito della Grecia nella testa, amo la nudità della ninfa che fugge e del fauno che tende le braccia. Oh, Fidia! Tu sei per me superbo e augusto come un semidio, circondato da un’aureola di eterna bellezza, re di un esercito di bellezze che davanti ai tuoi occhi lasciano cadere il chitone, rivelando lo splendore delle loro forme, nei corpi di rosa e di neve. Tu colpisci ferisci e domini il marmo, e il risuonare dei tuoi colpi è armonico come un verso, ti adula la cicala, amante del sole, nascosta tra i pampini della vigna vergine. E’ per te che ci sono gli Apollo biondi e luminosi, le Minerve severe e sovrane. Tu come un mago trasformi la roccia in un simulacro e la zanna dell’elefante nel calice delle feste: E guardando la tua grandezza sento il martirio che mi procura la mia piccolezza. Perché i tempi gloriosi passano. Perché tremo davanti allo sguardo di oggi. Perché contemplo l’immenso ideale e le forze che vanno esaurendosi. Perché via via che scolpisco il blocco mi assale lo sconforto.

Diceva l’altro:

Quello che vorrei è rompere il mio pennello. Perché amo così tanto l’iris e questa grande distesa di campo fiorito, se a posteriori il mio quadro non sarò accettato nelle gallerie? Cosa ho ottenuto? Ho seguito tutte le scuole, tutte le ispirazioni artistiche. Ho dipinto il corpo di Diana e il volto della Madonna. Ho chiesto ai prati  i suoi colori le sue sfumature ho adulato la luce come un’amante , l’ho abbracciata come un’innamorata. Ho adorato il nudo, con tutte le sue magnificenze, con tutte le gradazioni dei colori della pelle, con le sue fugaci mezze tonalità. Ho tracciato sulle mie tele le aureole dei santi e le ali dei cherubini. Ah! Però sempre con un terribile disincanto. L’avvenire! Vendere una Cleopatra per due pesetas per poter mangiare! Io che potrei nell’estasi della mia ispirazione, dipingere il capolavoro che ho dentro!

Diceva l’altro ancora:

La mia anima si è persa nella grande illusione delle mie sinfonie, temo tutti i disinganni, io ascolto tutte le armonie, dalla lira di Terpandro fino alle fantasie orchestrali di Wagner. I miei ideali brillano nel mezzo dell’audacia delle mie ispirazioni. Io ho la percezione del filosofo che udì la musica delle stelle. Tutti i rumori possono essere catturati, ogni eco è suscettibile di combinazione. Tutto può essere parte della linea della mia scala cromatica. La luce vibrante è un inno, la melodia della selva risuona come un eco nel mio cuore. Dal rumore della tempesta fino al canto degli uccelli, tutto si confonde, intrecciandosi in una cadenza infinita. Ma tra tutto questo non vedo altro che le beffe della gente e la cella del manicomio.

L’ultimo disse:

Tutti bevemmo l’acqua chiara della fonte Jonia. Però l’ideale è l’azzurro; azzurro affinché gli spiriti godano della sua luce suprem ascendendo. Io ho il verso dolce come miele e quello che è come oro, e quello che è come ferro incandescente. Io sono l’anfora del celeste profumo: ho l’amore. colomba, stella, nido, giglio, voi conoscete la mia dimora. Per i voli incommensurabili ho ali di aquila che fendono con colpi magici l’uragano. E per trovare le consonanti, le cerco in due bocche che si uniscono; schiocco un bacio e schivo la strofa, e allora se vedete la mia anima, conoscerete la mia Musa. Amo l’epopea, perché è da essa che sorge il soffio eroico che agita le bandiere che ondeggiano sopra le lance e i pennacchi che tremano sopra gli zoccoli; il canto lirico, perché parlano delle Dee e degli amori e le egloghe, perché sono profumate di verbena e timo, e il sano respiro del bue coronato di rose. Io scriverò qualcosa di immortale; ma mi spaventa un avvenire di miseria e di fame…

Allora la regina Mab, dal fondo del suo carro fatto di una sola perla, prese un velo azzurro, quasi impalpabile, come se fosse stato fatto di sospiri o di sguardi di angeli biondi e pensativi. Quel velo era il velo dei sogni, dei dolci sogni che fanno vedere la vita color di rosa. E con quello avvolse i quattro uomini, barbuti, magri e impertinenti. Cessarono allora di essere tristi, perché nei loro cuori entrò la speranza, e nella loro testa entrò un sole allegro, come il diavoletto della vanità , che consola dai loro profondi disinganni i poveri artisti. Fu da quel momento che negli abbaini degli artisti infelici, li dove aleggia il sogno azzurro, si pensa sempre all’avvenire come all’aurora, e si odono risa che allontanano la tristezza, e si ballano strane farandole attorno ad un bianco Apollo , ad un bellissimo paesaggio, ad un vecchio violino , ad un manoscritto ingiallito.

*

“El velo de la reina Mab” (“Il velo della Regina Mab”), dal web: è un breve racconto dello scrittore modernista nicaraguènse Rubén Darío che esplora la relazione dell’artista con il mondo, così come la bellezza della creazione artistica. La storia culmina con la Regina Mab che avvolge i quattro artisti presenti nel suo velo, “el velo de los sueños, de los dulces sueños, que hacen ver la vida del color de rosa” (“il velo dei sogni, dei dolci sogni, che colorano la vita di rosa”). In questo modo la Regina Mab allevia la tristezza degli artisti, donando speranza e permettendo loro di continuare le proprie attività artistiche.

Felice Serino, Frammenti di luce indivisa (poesie scelte) letto da Angela Greco

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Frammenti di luce indivisa – poesie scelte è l’ultima opera di Felice Serino pubblicato dal Centro Studi Tindari-Patti (ME) nel mese di novembre 2015 (dello stesso Autore Il sasso nello stagno di AnGre ha ospitato anche la precedente raccolta poetica uscita nel 2014 – leggi qui).

Il testo è articolato in cinque sezioni (Di luce indivisa; Dai cieli del sogno; Ladro di parole; In divenire; Trasfigurazioni e dediche) comprendenti una selezione di testi poetici che abbraccia i temi emblematici della poetica di Felice Serino: lo spirito, il rapporto con Dio, il proprio vissuto e la propria età, il sociale, ovvero quei motivi vicini ed universali che hanno colpito la sensibilità del poeta e che egli ha voluto “fermare” sulla carta. Sono attimi, frammenti appunto, catturati tra le esperienze quotidiane del corpo e dell’anima, momenti che Felice Serino vive profondamente e restituisce al lettore alla luce della sua esperienza del mondo. Quindi frammenti di luce non divisa, unita, indivisa appunto, come recita il titolo, perché ogni cosa, ogni persona, ogni incontro con l’umano e con il l’oltre-umano, per Felice è parte del tutto, è scintilla, raggio, che fa parte di quella luce maggiore qual è la Vita, intesa nel suo tratto terrestre e nel suo prosieguo oltre la stessa. E anche la Poesia diventa un modo di partecipare ad un progetto più grande del mero scrivere, di quell’atteso emozionare che principalmente è chiesto ad una poesia, divenendo in questo caso strumento di crescita soprattutto spirituale; elemento, quest’ultimo, in cui l’autore si ritrova pienamente.

E’ una poesia dal tono asciutto, dal verso breve (come già nella precedente silloge di cui abbiamo avuto modo di apprezzare qui su questo blog), incisivo e colmo di studio, di preparazione sull’argomento, come ad esempio quando ‘parla’ Sant’Agostino a pag.23 (Si dice di Agostino), dove il poeta dimostra di aver ruminato il fatto filosofico, rendendolo in parole comprensibilissime, semplici come di francescana memoria.

Una nuova scelta di poesie, dunque, quest’ultima di Felice Serino, dove non dispiace trattenersi e perdersi, approfondire e apprendere, accompagnati pagina per pagina dalla matura serenità dell’autore, che emerge in una dolcezza che non lascia non indifferente il lettore. (Angela Greco)

*
poesie tratte da Frammenti di Luce indivisa (Centro Studi Tindari-Patti, 2015)

frammenti-Serino-imm.-218x300L’angelo
.
noi lacere trasparenze
-sostanza di luce e di sangue-
a superare d’un passo la morte
.
solleva l’angelo un lembo di cielo
svela l’altra faccia del giorno
(pag.19)
*
Vortice di foglie
.
distrazione
del Supremo – dici – la nostra parte
mancante? ovvero caduta
d’angelo nel mare-mondo?
.
non siamo
che un vortice di foglie…
.
ma se il precipitare
in se stessi è in vista di risalita
(alla notte
segue il giorno)
.
allora non esiste
–sai- chi potrà recidere
questo cordone ombelicale col cielo
(pag.43)
*
Congetture
.
si vive
per approssimazione
.
si sta
come d’autunno…
di ungarettiana memoria
.
o
dall’origine
scollàti dal cielo
a vestire la morte
…fino
al fiume di luce che
ci prenderà e saremo
un’altra cosa…
.
congetture
.
… ma lasciatemi sognare
un sogno che non pesa
(pag.49)
*
Venne a trovarti la poesia
.
giunse come un vento lieve
a frugarti le pieghe
dell’anima
e guidandoti verso stanze
inconsce
mondi paralleli ti apriva
.
… ora sperimenti
il tuo daimon
-a divorarti
per sempre
(pag.72)
.

felice serinoFelice Serino è nato a Pozzuoli nel 1941; autodidatta. Vive a Torino. Ha pubblicato varie raccolte: da Il dio-boomerang del 1978 a D’un trasognato dove del 2014. Ha ottenuto importanti riconoscimenti e di lui si sono interessati autorevoli critici. E’ stato tradotto in sei lingue. Intensa anche la sua attività redazionale.Tutta la sua opera è visibile on-line. SESTOSENSOPOESIA feliceserino’s blog è il suo spazio in rete.

Gustave Courbet, L’Atelier del pittore – sassi d’arte

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Gustave Courbet, L’Atelier del pittore (1854-55)

olio su tela, 359×598 cm – Musée D’Orsay, Parigi

*

Jean Désiré Gustave Courbet (Ornans, 10 giugno 1819 – La Tour-de-Peilz, 31 dicembre 1877) è stato un pittore francese, il più rappresentativo del movimento realista francese del XIX secolo. L’atelier del pittore, dipinto nel 1854-55 è un’opera di grandi dimensioni, molto impegnativa, che ha richiesto all’artista parecchi studi preparatori. Opera anche molto complessa, piena di significati e allegorie, spiegate dello stesso Courbet in una lettera inviata all’amico Champfleury. Già il lungo titolo scelto dal pittore è molto indicativo sulle sue intenzioni: “L’atelier del pittore, allegoria reale che determina sette anni della mia vita artistica e morale”. L’opera è infatti piena di simboli, metafore e ricordi personali dell’artista e nel dipinto ci sono tutti gli ideali artistici e umani dell’autore. Le grandi dimensioni della tela stanno a ricordare il gusto del gigantismo dei disegni accademici di moda a quel tempo.

courb111Al centro del quadro Courbet rappresenta se stesso intento a dipingere un paesaggio della sua cittadina natale, Ornans, con un cielo realistico e anticonvenzionale (cupo con le nuvole); l’atelier (un vecchio granaio concesso dal padre) è cupo e fosco e attorno al pittore si trovano una trentina di personaggi vari. A sinistra ci sono “coloro che conducono un’esistenza banale, come il popolo, la miseria, la povertà, la ricchezza, gli sfruttati e gli sfruttatori”, cioè coloro che vivono la materialità della vita senza essere consapevoli della loro condizione umana, rappresentati da un bracconiere con i suoi cani, una prostituta, una popolana che allatta, un banchiere ebreo, un prete, un mendicante. Tutti realizzati con la testa china e l’atteggiamento pensoso. I loro volti sono senza sorriso e si percepisce la loro vita dolorosa.
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A destra si trovano “coloro che aiutano l’autore e lo sostengono nelle sue idee partecipando alla sua azione”, come gli ideali, i sogni e le allegorie, tra i quali sono rappresentati la Poesia (impersonata da Charles Baudelaire che legge seduto sul tavolo a destra), l’Amore, la Filosofia, la Musica e la Letteratura, tutti personificati da conoscenti e amici. La Verità è l’unica vera musa dell’artista e sta al suo fianco nuda, osservando con partecipazione il suo lavoro. La presenza degli abiti in primo piano e del telo tenuto in mano dalla modella si riferiscono al tema del “disvelamento”, mentre il bambino che osserva è una traduzione quasi letterale che sta a significare: “guardare il mondo con gli occhi di un bambino”, cioè con innocenza e in modo obiettivo, senza alcun criterio di giudizio.

Nel quadro ci sono tutti i generi appartenenti alla pittura di Courbet: paesaggio, ritratto, natura morta, vedute d’interni, animali. Il quadro, presentato all’esposizione universale di Parigi del 1855, venne rifiutato dalla giuria e così Courbet decise di organizzare in proprio una mostra personale in un Padiglione del realismo, esponendo questo e altri suoi dipinti. (by Giorgio Chiantini)

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novembre 2014 – Prende il via al D’Orsay il restauro «in diretta» del celebre dipinto. Il museo parigino ha lanciato la sua prima campagna di crowdfunding per finanziare i lavori. Leggi l’articolo al seguente link: http://ilgiornaledellarte.com/articoli/2014/11/122130.html

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Dunya Mikhail , La Partita

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Dunya Mikhail (Bagdad, 1965) – La partita

È soltanto una pedina
salta sempre nella casella opposta
non si volta a destra né a sinistra
non si guarda indietro
è mossa da una regina demente
che attraversa la scacchiera in lungo e in largo
e non si stanca di portare bandiere
e insultare gli alfieri
È soltanto una regina
mossa da un re sventato
che conta i quadrati ogni giorno
sostenendo che sono di meno
e prepara torri e cavalli
sognando un accanito rivale
È soltanto un re
mosso da un abile giocatore
che si rompe la testa
e perde il suo tempo in una partita infinita
È soltanto un giocatore
mosso da una vita vuota
in bianco e nero
È soltanto una vita
mossa da un dio confuso
che un giorno ha provato a giocare con l’argilla
È soltanto un dio
che non sa come uscire dal guaio in cui si è cacciato.

Traduzione di Elena Chiti

Dunya Mikhail. Il mito più forte della guerra – a cura di Elena Chiti (da isoladeipoeti.blogspot.it)

OLYMPUS DIGITAL CAMERADunya Mikhail (Bagdad,1965,) è una poetessa irachena residente negli Stati Uniti. Ha lavorato presso il giornale iracheno “The Baghdad Observer”, ma di fronte alle crescenti minacce e vessazioni da parte delle autorità irachene per i suoi scritti, nel 1990  è stata costretta a fuggire negli Stati Uniti . Ha studiato nella Wayne State University di Detroit. Nel 2001 ha ricevuto dalle Nazioni Unite il premio per la libertà di scrittura. Mikhail sa parlare e scrivere in Inglese, Arabo e Assiro. Attualmente vive in Michigan  dove lavora come coordinatrice delle risorse arabe nel locale distretto scolastico e universitario. Ha scritto in poesia: The Diary of a Wave Outside the Sea, 1999; The War Works Hard, (tradotto nel 2005 da Elizabeth Winslow) (tra i candidati per l’International Griffin Poetry Prize del 2006); The Psalms of Absence; La guerra lavora duro, (tradotto nel 2011 da Elena Chiti; traduzione segnalata al Premio Marazza Traduzione di Poesia Opera Prima nel 2012), testo arabo a fronte, Edizioni San Marco dei Giustiniani.

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E’ possibile leggere altri testi della stessa Autrice su L’Ombra delle Parole.

Sullo stesso blog la poesia presentata oggi in questa sede è stata oggetto di un interessante dibattito tra Giorgio Linguaglossa e Pasquale Balestriere; per leggere e intervenire clicca QUI

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Flavia Buldrini su Personale Eden, poesie di Angela Greco

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Flavia Buldrini su Personale Eden, poesie di Angela Greco

L’autrice in questa silloge canta il suo Personale Eden, il Paradiso perduto della felicità primigenia della coppia, di un Adamo ed Eva, agli albori dell’umanità, che godano ancora della felice comunione degli esseri (“e i due saranno una sola carne” Gn 2,24): “non abbiamo sbagliato la combinazione né perso il paradiso / stiamo seguitando a percorrerne pelle a pelle la via – fidati – / tra la crepa e la volta azzurra in cui siamo caduti a quel morso.” Si modula la melodia intensa dell’amore attraverso un linguaggio ermetico e sublime, sospinto dal pathos della tensione dell’eros con cui colmare la distanza dell’assenza: “ed io la tua eco di terre lontane incontenibili in questo eden soltanto / t’appartengo al di là dell’approdo su altri lidi fin’oggi sconosciuti / e tu m’appartieni fino all’ultima conchiglia che ripeta voce inattesa”; “ci completeremo per fuoco rituale benedetto / concludendoci dentro e per parti / squartati e lontani ci riuniremo / sull’ara del quotidiano / in viscerale congiungimento / ci apparterremo e già lo siamo fin da queste carte / rifiorite di fiotti d’inchiostro le energie di cui dici / altrove consacreranno nuova luce.”

L’impeto del desiderio amoroso riconquista l’originaria estasi del Paradiso, in questa sorta di rivisitazione della Genesi biblica: “A Oriente c’è un giardino che concorre con il sole allo splendore. / Ci sono due esseri che hanno il sentire del tuono, il colore dei giochi d’estate e con le mani sono capaci di decretare spazi senza fine, gioia purissima. / Lontani, ma si intuiscono pur non sapendosi; si trovano, spostando appena il fato tra mele verdi e serpenti in boccio. / Qui, ciò che alle stelle non è dato, avviene: il giorno si fermò appena prima della notte e conservando un solo attimo in cui sfiorarsi per far nascere nuova luce che pulsò esattamente in quel diaframma di tempo. / Erano un battito e si videro e si riconobbero e si avvicinarono e si sfiorarono e si presero e si persero e si penetrarono e si allontanarono e si confusero e si baciarono e si destarono e si rincorsero e si catturarono e si lasciarono e si arresero. Tutto esattamente in un frangente sconosciuto. / Dopo fu soltanto fiato per contare i minuti che li separavano nel sopirsi del bisogno di cercarsi, perché adesso erano. Due ed uno e parte stessa del medesimo cielo: che diventò loro e loro diventarono cielo. / Uomo donna maschio femmina.” (Nota a margine di un desiderio).

Gli innamorati si ritagliano un’oasi di felicità edenica in mezzo allo sterminato deserto dei giorni: “e fughiamo chiaroscuri di silenzi ormai altrove da qui / ché sappiamo adesso dove posare l’istinto incrollabile / ad afferrare e restituire duplicate ipotesi di paradiso.” L’amore investe prepotentemente l’essere, come un’inarrestabile marea spumeggiante: “trascorsa la notte di ali spiegate e vento / coprimi del tuo dire di seta e donami notte stellata / addosso sei oro che sveste gli occhi a mandorla / di avvolgente voglia di perpetrare il tuo mezzogiorno / così sottrai lontananza a silenzi inattesi / abbrevi il cammino e irrompi nella camera viola / solo in apparenza mare placido che muove stupore / accolgo di te l’onda di tesori non visibili e meraviglia / il toccarsi in punti precisi e lo scriversi d’abitudine / presenza e necessità impellente che oltrepassa difese.”

È poesia del miracolo dell’incontro di due anime e due corpi in un’osmosi panica: “a scomporre luce in vertigini inattese le tue mani / e sospesa nella rifrazione della gioia ti vivo a pelle / tempo finissimo lento e caldo sgranato sul mio collo / fino a perdersi tra dune erette alla tua lingua capricciosa: / ho raggruppato aurore per vederti volto in questo verso / venire alle porte del giorno spalancate sul mio ventre / e rendere corpo con le tue dita alle mie forme sparse: / c’è un’essenzialità poetica innata nel minimo azzurro / che ci sovrasta – magma risalente scabre pendici – / che senza chiedere permesso sfugge ad ogni controllo.” L’amato è un mistero che seduce irresistibilmente, tutto da esplorare: “così sei abisso / baratro per la razionalità schiantata sul fondo / di questa acutissima vetta a cui sai condurmi: / stretta a te e a questa luce che taglia la notte / mi respiro desiderio senz’altro suono che tu / vibrando in ogni mia mancata resistenza / è la tua voce – sì, sempre lei – incipit del sogno / in uno spazio ancoraperpoco concepito assenza / mi sventri stanchezza per colmarmi fluido / estenuando il buio e facendoci prima luce.”

Angela Greco in questi versi ci consegna il racconto lirico di un amore che anela a confondersi in un amplesso cosmico e a sfociare nel mare dell’Eternità: “attraversati a mani nude i sassi di scelte d’altro tempo / al sole del tuo volto si scioglie adesso la promessa / che più s’attende e s’attarda nel cammino frequentato / d’essere risposta a quell’antica frattura che ci vide due / ed oggi conquistarci nuovamente in dimensione unica / moltiplicatrice d’infiniti in questo stesso momento.”

Flavia Buldrini – tratto da Literary, Sistema Letterario 

*

c’è una strada che collega due attimi dai nostri nomi
materia inattesa che si dissipa ad un sorriso
distratto e malizioso questo battito di ciglia
differenza tra quotidiano e desiderio da attraversare
tra il bianco e il nero sfumati fino all’opera d’arte

ti guardo muovere il microcosmo senza regole sul tavolo
nasceranno nuovi silenzi e ritratti fermi tra le stelle
e dalla finestra tolgo limite allo sguardo profanando il cielo

sei tu stesso a crearmi figura fuori come fossi pelle
mentre sulla discesa ripida tra le ali catturo un bacio lento

e come faccio a dire della goccia che scivola alla tua voce
della capriola dello stomaco quando aspetto la luce e te?
ho dita tremanti che segnano un profilo nelle ore d’impazienza
e sembra rallentare il creato se non arrivi a segnarne il passo
ascolto sul petto sciorinando stupore al sole della tua schiena
e richiamo meraviglia oltre e più che le tue mani creatrici

ho un sospetto di sentimento che s’accorda al tuo nome
e vocali e voragini aperte nell’attesa di averti addosso
in questo momento sfuggito al caos di astri avanzati
trapiantati in tessuti sanguinanti affinché fioriscano aurore

(pag.11)

QUI il libro

copertina Personale Eden

Ginevra Grisi su Attraversandomi, poesie di Angela Greco

Attraversandomi fotografia e poesia di Angela GrecoLimina Mentis Editore
fotografia di Angela Greco AnGre

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Ginevra Grisi su Attraversandomi, poesie di Angela Greco

Certamente Angela Greco non è la prima poetessa a dialogare con il linguaggio fotografico. Ma nell’offrire al lettore versi e immagini della sua Roma (città elettiva per l’autrice di origini pugliesi), la Greco supera il rapporto binario, e talvolta didascalico, che spesso connota il consueto abbinamento, scrivendo per immagini e fotografando con le parole. In una sorta di mimesi con il suolo e i monumenti della città, l’autrice ci coinvolge in un vero e proprio rapporto erotico in cui la passione nasce dalla pietra e sulla pietra si riversa.

D’altronde il viaggio tra le vie di Roma è compiuto da una parola reificata (“… l’inchiostro assomiglia moltissimo al sangue”), così da far emergere in tutta la fisicità l’esperienza dell’attraversamento.

Una versificazione ampia, che pare riprodurre il passo della promenade, ci accompagna alla riscoperta di un tempo ulteriore, fluido. Confessava Goethe, nel suo “Viaggio in Italia”, che a Roma viveva “in una luminosità ed una quiete” di cui ogni traccia era perduta. La Greco svolge un’azione di recupero di quella luminosità, di quella quiete. Non siamo del tutto d’accordo con chi ritiene che questi versi presentino una spiccata natura metafisica. Ci troviamo, in realtà, al cospetto di una risonanza tra le frequenze del tempo impresso nella storia e il corpo che riceve quelle onde. Il piano tuttavia rimane orizzontale, anzi diluito ad immergere e far immergere il lettore in un liquido estremamente salino, che permette di galleggiare senza sforzo. Non deve ingannare una percezione del tempo, come abbiamo scritto, che prende le distanze dalla quotidianità nel rispetto dell’osservazione. Non si tratta, infatti, di trascendenza, bensì di presente, eterno presente di cui proprio la città eterna diviene simbolo e allegoria ad un tempo.

Se a parlare è la città stessa siamo tutti invitati nel suo utero, quasi a rigenerare per opera di una grande madre la nostra individualità e a porre questa in relazione con l’altro, nel segno di un respiro comune evocato dalla Greco che in fondo non è altro che la prima, rituale missione della poesia, ovvero il recupero dell’armonia tra il cuore umano e il ritmo primordiale della creazione, lo stesso che detta la risacca, lo stesso che – muto – vibra nella storia della materia.

Ginevra Grisitratto da Literary, Sistema letterario Italiano

*

una poesia da “Attraversandomi” di Angela Greco (LiminaMentis, 2015)

in due è un balcone colorato Piazza Navona d’arte svestita
inanimate mani a reggere marmi bagnate di fiumi e sguardi
e racconto una leggenda alla tua voglia fanciulla di sorriso
che mi prende a sé a ricordarmi quando null’altro intorno
stringeva nel fare della città la corsa fino al perdifiato
della crema aromatizzata al limone che m’aspettava calda
sul tavolo di storia dalle gambe vacillanti e cinque sedie attorno
al raccontarsi casa in mezzo a tutto quello che trascorreva fuori

mi perdo in un barocco di ricordi coloratissimi come quelle petunie
e petalo a petalo raccolgo anni per infiorare il tuo petto immacolato
mentre spieghi ali e pagine di noi a chi non comprende il volo
a gioia radente d’essersi accorti della bellezza di un respiro comune

(pag.27)

Attraversandomi -poesia di Angela Greco - Limina Mentis

Diana Krall: la voce e la musica di una jazz woman – sassi sonori

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Diana Jean Krall (Nanaimo, 16 novembre 1964), cantante e pianista jazz canadese, ha studiato al Berklee College of Music di Boston e venduto oltre 6 milioni di dischi negli USA e oltre 15mln in tutto il mondo; durante gli anni ’90 e 2000 è stata l’artista jazz donna più venduta e ascoltata. Come cantante è l’unica nel jazz ad aver vinto finora tre Grammy Awards e otto Juno Awards; ad aver conseguito nove dischi d’oro, tre di platino e sette multi-platinum e ad aver debuttato, con nove dei suoi album, in cima alla Billboard Jazz Album. Diana Krall ricorda che durante la sua prima conversazione con Johnny Mandel, il grande compositore/arrangiatore, lei gli disse che era pianista e cantante e che lo stesso Mandel le rispose: “Ah, allora sei un (…beep…)! Sei una cantante-pianista, oppure una pianista-cantante?”

In pratica Diana, la cantante, ha bisogno di una pianista che l’accompagni, ma Diana, la pianista, vuole suonare e così lei è le due Diana insieme; ovvero un’artista straordinaria, sia con la voce, sia con il pianoforte. Inizia a suonare il piano all’età di 4 anni e a 15 anni suona già standard jazz nei weekend per gli avventori di una birreria; in seguito vince una borsa di studio alla Berklee School of Music, che frequenta per due anni, per poi trasferirsi a Los Angeles, dove inizia a lavorare, gettando le basi della sua carriera.

Il suo debutto avviene per l’etichetta GRP con l’album ONLY TRUST YOUR HEART, con il quale inaugura la sua collaborazione con il leggendario produttore Tommy LiPuma.
Seguiranno ALL FOR YOU, tributo al Nat King Cole Trio, che le vale la sua prima nomination al Grammy e LOVE SCENES, che la vedrà alle prese con una serie di ballad. Nel 1999 vince un Grammy con l’album WHEN I LOOK INTO YOUR EYES, mentre le sue interpretazioni rientrano in produzioni cinematografiche quali “Sex & the city”, “Autumn in New York” e in “The Score”. Nel 2001 esce THE LOOK OF LOVE, seguito nel 2002 da LIVE IN PARIS, che conterrà reinterpretazioni di Joni Mitchell e Billy Joel.
Nel 2003 la Krall compare nelle cronache rosa musicali per la sua love story con Elvis Costello e l’eclettico musicista inglese e marito co-firmerà sei canzoni del nuovo disco della pianista, THE GIRL IN THE OTHER ROOM, pubblicato ad aprile 2004. Un anno e mezzo dopo uscirà CHRISTMAS SONGS, seguito da FROM THIS MOMENT ON.
Dopo un BEST OF nel 2007, nel 2009 arriva un nuovo album di studio, QUIET NIGHTS sul tema bossanova e musica brasiliana. Tutt’altre atmosfere, invece, si avranno in GLAD RAG DOLL del 2012, prodotto con T Bone Burnett: un viaggio nelle radici della musica jazz, per lo più pezzi anni ’20 e ’30 contenuti nella raccolta di 78 giri del padre della musicista. Nel 2014 Krall si dedicherà, invece, al repertorio leggero più recente, quello degli Eagles, Bob Dylan, Elton John, Harry Nilsson, Mamas & Papas incluso in WALLFLOWER, contenente anche un inedito di Paul McCartney col quale la jazzista ha collaborato ai tempi di KISSES ON THE BOTTOM.

 “Tutte le mie cantanti preferite – dice Diana – hanno suonato il piano: Dinah Washington, Roberta Flack, Shirley Horn, Andy Bey, Aretha Franklin, Sarah Vaughan e specialmente Carmen McRae. Lei è stata molto importante per me e ha avuto una grande influenza sul mio stile. E Nat Cole è stato fondamentale. Nat ha avuto una grandissima influenza su di me, sia come pianista, sia come cantante. Sapeva cantare canzoni incredibili al suo pubblico e, insieme, suonava il piano in modo eccellente! Era come se fosse due persone contemporaneamente. Un giorno spero di scoprire il segreto per farlo con tanta naturalezza.” E, guardandola, sembra proprio che abbia già raggiunto l’obiettivo!

Per lei il jazz è un’attitudine, un modo di essere e di interpretare l’arte e la musica, un modo per arrivare al cuore delle melodie e cercare il segreto della grande musica, dovunque sia nata. La voce accattivante e le superbe interpretazioni del jazz le  hanno regalato schiere di ammiratori in tutto il mondo; molto rispettata dai suoi colleghi per la sua musicalità – un repertorio che spazia dalle norme di Tin Pan Alley del 1920 al materiale più contemporaneo – la sua continua crescita come artista si riflette nel materiale che sceglie di interpretare e nella complessità delle sue composizioni originali. Un’artista che sa toccare le corde più sensibili del jazz contemporaneo con voce sensuale e sonorità eleganti. (by Giorgio Chiantini)

Ginevra Grisi su A sensi congiunti, poesie di Angela Greco

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Ginevra Grisi su A sensi congiunti, poesie di Angela Greco

La raccolta poetica di Angela Greco, A sensi congiunti, è tutta incentrata su endiadi: la trasfigurazione che produce l’amore e l’amore trasfigurato, l’amor sacro e l’amor profano, la gelosia del sentimento e l’offerta del proprio amore.

In tale alternarsi la sintesi può essere un infelice accostamento che replica la tradizionale poesia erotica, oppure – ed è questo il caso – un’equilibrata e misurata trama che, a sensi congiunti, coinvolge il lettore rinnovando con il proprio tratto il più classico dei disegni. La sublimazione nel verso e del verso si compie in una partecipazione cosmica al nobile sentimento. Se in una successiva raccolta dell’autrice, Attraversandomi, i monumenti di Roma echeggiavano le sensazioni che la poetessa registrava nella sua promenade, in questa sua prima raccolta in versi la Greco invoca gli elementi e gli eventi naturali in una prospettiva panica che testimonia le origini dell’autrice, figlia di quella terra apula che seppe far convivere il culto osco, i miti della (Magna) Grecia e i riti bizantini “… e in ancestrali connubi esplodono i nostri universi / racconti d’altre terre e parole a metà sulla pelle nascosta / archi sottesi tangenti nel punto di massima energia…”.

Del rito viene conservata la forza propiziatoria ed allegorica, il benaugurale invito alla congiunzione se, come suol dirsi, il corpo è un tempio e ogni atto che lo riguardi una celebrazione: “Accendo così fumi per ottenere benevolenza / e spargo petali tra le vivande: / il tuo ritorno, la grazia ricevuta.”.

Ecco così recuperato il ruolo ancestrale del poeta, che, cieco come accecato dal sentimento è l’amante, novello aedo torna ad innalzare canti. Verrebbe facile e scontato appellarsi al nomen omen nel caso della Greco, ma davvero dall’autrice e dalla sua scrittura si percorre una campata che trova nell’esempio ellenico un riferimento certo e luminoso: “Adesso sono per me i suoni degli dei/ perché ho rubato loro il cantore”.

Ginevra Grisi – tratto da Literary, Sistema Letterario Italiano 

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“A sensi congiunti”, poesie di Angela Greco – Edizioni Smasher, 2012

(è in preparazione la seconda edizione riveduta ed ampliata) 

Flavia Buldrini su Arabeschi incisi dal sole, poesie di Angela Greco

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Flavia Buldrini su Arabeschi incisi dal sole (Ed.Terra d’Ulivi, 2013), poesie di Angela Greco

Queste poesie sono improntate ad un intenso lirismo e ad una sublimità ermetica, la quale cela la potenza del sentimento dietro la suggestione icastica del simbolo e la plasticità eloquente dell’immagine. Il titolo stesso svela l’atmosfera rarefatta in cui sono sospese le parole, quali “arabeschi incisi dal sole”: “i miei sono solo grafemi / in successione caduti / senza peso né posa / minimi myosotis a bordo strada / che ripetono / il loro canto azzurro di cinque petali.” I versi si rifrangono come flutti inquieti che tramandano l’eternità dall’una all’altra sponda: “ripiega la riva del giorno nel guscio di noce-petto / l’ultima voce e il primo mattino in grani e sabbia / da (r)aggiungere conchiglia dopo conchiglia / in lontananza già si vede il mare / a destra del sole del paese vecchio / appena nascosto dal campanile barocco / la banderuola di scirocco indica te / sulla pelle umida di notte insonne / e sale l’odore del sale / trasparente brucia come inverno / che pure dovrà cambiare direzione / dalle pose e dal secco dell’assenza.” (Pensiero di scirocco).

La recherche interiore s’addentra tra arcipelaghi di illusioni e scogli di perplessità, in uno smarrimento cosmico: “in un tempo che disarticola lune e sogni / in ciechi metameri incuranti / scorrono sottopelle rimandi e ritardi / e ricerche ambiziose di felicità perplesse / per lo più relegate a cadenti stelle d’altrui cieli / nascosti da noi / che in affanno sbagliamo rincorsa e treno / per poi illuderci che sia stato solo il bluff / di più azzardanti giocatori” (In un tempo che disarticola lune e sogni). L’amore è una tensione impetuosa verso l’altro da sé e un altrove, un’energia ulteriore: “come l’amore dopo l’amore (le tue parole) / limbo d’inesprimibile sospirato alla nuca / e mani giunte sul ventre d’attesa / sguardo a ritroso di risacca / il tuo petto contro le mie spalle / di graffi e risa ancora rossi / guardiamo un futuro d’angolo aprirsi gioco da ragazzi / dove le mani non rispondevano ad altri che a sé / in un filo di voce dissonante incapace a venir fuori / come oggi sa prendere / Rischiare d’esserci nella forma del corpo / dare materia all’ombra per restare vivi / nonostante l’incepparsi di qualcosa che non siamo noi / assaporare il giorno presente e stendere al sole l’ineffabile / gioia fiorita di segni incomprensibili non più taciuti / ma riavvolti in nastri d’asfalto ancora da percorrere.” (Le tue parole). La distanza dell’attesa si colma con lo slancio poetico che idealizza e trasfigura, dando voce alle proprie aspirazioni: “non mi basta più il tempo d’aspettarti / al mare riconsegno così i grani dell’attesa / e m’attardo sulle tue rotte incompiute / le ali che grandi hai aperto / al ramo e al nido ti riconducono / come alle mie braccia / lente ore in fogli (e) si consumano / nella differenza tra te / e le mie labbra.” (Non mi basta più il tempo).

L’anima innamorata del poeta si lascia attraversare dall’inquietudine metafisica che sottentra alla natura: “mi lascio attraversare / dall’azzurro e dal vento / e ascolto quello che vedo intorno / (…) li attraversa col suo linguaggio / lo stesso vento che alza i vestiti / e che ad uno ad uno separa i petali / sbatte anche una finestra / sta arrivando la sera / nonostante la stagione / e ti vedo attraverso il vetro / anche quello rotto / cercare con le mani tra la polvere / quel ricordo, quella chiave / di cui ho dimenticato la serratura / eppure ancora è giorno – forse – / ed un nido d’ape ricama / il mio ieri e la soffitta di casa / e se poi arrivano le nuvole?” (Dall’azzurro e dal vento). L’azzurro è il colore dell’eterno che abita l’amore infinito: “a piedi nudi abbiamo poi ripreso la strada / tra aghi di pino e non solo / e sabbie di rifrangenti pensieri marini / raccolti sul litorale in conchiglie / d’oro e avorio e strisce metalliche: / restiamo azzurri come questa volta / nell’attesa che il resto si colori di noi.” (Prestami le tue scarpe).

Il sentimento amoroso s’investe dello splendore divino che ricama la vita di bellezza e felicità: “il Sole incide arabeschi sulle pagine dell’autunno / dalla finestra all’orizzonte l’azzurro e tu / tra le case che aspettano un ritorno / ho freddo. / è la tua assenza o la distanza dal tuo bacio? / ferisce le mani questo giorno / un giro di sangue l’unghia / ed un rumore che proviene di là. / silenzioso passa un aereo oltre il vetro / tracciando il tuo nome / (…) ho ritrovato il canto d’essere / qui ancora con te tra le nuvole / ed un giorno che vuole / farsi notte tra le tue braccia / mentre una luna d’affanno / s’accende nel petto della sera.” (Sulle pagine dell’autunno). La relazione si gioca nell’alterna dialettica di presenza-assenza, euforia-disforia: “(nel tuo nome) / di riaprire le ali sei urgenza / di abbandonare l’assenza / e rimandare al mittente la distanza / in gola sei canto di radici / che suggono all’antica vena alla vista nascosta / e fresca e di sale rimpingua ed aurea / si lascia scandagliare dal quotidiano / (…) in equilibrio su altro materiale / rimangono in bilico i giorni in cui siamo lontani / eppure una rima non dimentica d’esserci / e prima delle stesse mani / ho aperto la gabbia del trovarmi in differente luogo / per volare da te non tarderò. / sul confine del giorno c’è un orizzonte scuro d’abisso / al di là del quale s’apre in voragine la mancanza di te / sottile un filo oltrepassa il baratro / di questo presente senza fine se privo dei tuoi occhi / oltre la linea (spezzata) della vita i palmi non hanno più segni / se non quel rosso della tua bocca a ricordarmi / la crocifissione nella tua assenza.” (Epicentro).

La comunione amorosa è gioia interiore profonda, respiro d’azzurro e luce senza tramonto: “averti accanto è un altro cielo / brevissimo di respiro e fine estate / piazza e musica di ragazzi / suonano le stelle nella scia del tuo sorriso / tra le pieghe della folla confondi pensieri e luci / e silenzi altrove da qui.” (Conserverò il tuo bacio per un verso). Essa è fecondità viscerale, che genera vita: “ci siamo appartenute / in una falce di luna calante / dello stremato Solleone / nel giorno consacrato / a quel Dio / finalmente concreto / in un fiotto di sangue / nella tua pelle / nella tua prima voce / di pretesa sul Mondo. / Di luna e di briganti, così, / ti ho subito e soltanto amato.” (Di luna e di briganti, la nascita di mia figlia). S’insegue l’ebbrezza estatica che cavalca l’anima e sorvola le angustie della miseria terrena: “apro parole e finestre al vento / di polline e profumo di mandorla bianca / in attesa che il guscio diventi scorza / metto da parte messaggi floreali / dall’animo fanciullo e piedi nudi / corro nel verde divenire / certezza o pena non m’importa / oggi nel (mio) cielo c’è il sole / ed il tuo nome è stella / che benigna invita al domani / che questo oggi insista pure / nella sua stretta visione d’essere / e nel silenzio sempre uguale / dei suoi intrecci obbligati / io rincorro la primavera / prima che sfugga.” (Apro parole e finestre al vento).

Delizioso è questo ritratto del Sud, in un omaggio appassionato che è anche identificazione con questa terra maliosa, nella sua natura selvaggia contesa tra cielo, terra e mare, nell’incantesimo millenario della sua storia, intrisa delle lacrime e del sangue della povera gente, votata alla sofferenza e alla generosità delle madri: “io sono il sud / bianco di calce / giallo di polvere / e terre bruciate / di paesaggi azzurri / rive e cieli schiaffeggiati / da distanze indomabili / racchiusi nella conchiglia / che nascosta batte / al sole più alto / io sono il sud / da cui fugge la strada ferrata / lontana dal fuoco di pietra / di pane e olio / di mani / percorse da vie spezzate / dalla luce nascente / alle stelle benigne / e silenzi / più lunghi del buio / io sono il sud / di padri che non sanno piangere / di madri nere / di corde tese / ad asciugare ricordi / rammendati con fili / rubati alla tavola della festa / alla farina del presepe / al carbone e al mandarino / di una calza ancora appesa / io sono il sud / dei tuoi occhi / dipinti dall’ultima dea / che qui ti trattiene / in una ninnananna al petto / in quel sospiro di pianto mattutino / e piccole mani / protese ad afferrare / questo presente / ed il nostro domani.”

Angela Greco in questi testi traccia “arabeschi incisi dal sole” dalla trama d’oro dei giorni inebriati “dall’azzurro e dal vento”, trasfigurati dall’estasi amorosa e dalla segreta meraviglia della vita, investiti dello splendore divino e del respiro di cielo dell’eterno.

Flavia Buldrini – tratto da Literary, Sistema Letterario Italiano 

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qui il libro 

Arabeschi incisi dal sole poesia di Angela Greco AnGre

La volta dipinta da Andrea Pozzo nella chiesa di Sant’Ignazio di Loyola a Roma – sassi d’arte

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Andrea Pozzo (Trento, 30 novembre 1642 – Vienna 31 agosto 1709) fu un artista straordinariamente versatile: architetto, decoratore, pittore, teorico dell’arte e figura significativa del tardo Barocco entrò nel 1665 nella Compagnia di Gesù e continuò a studiare pittura a Milano, Genova e Venezia e nel 1681 Gian Paolo Oliva, il generale dei Gesuiti, lo invitò a Roma; la sua attività è rimasta legata alle enormi imprese artistiche dell’ordine.

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Entrando nella chiesa barocca di S. Ignazio di Loyola, in Piazza S.Ignazio a Roma, si viene letteralmente travolti dalla magnificenza degli affreschi che la avvolgono completamente: gli spazi vengono trasformati in modo che la decorazione pittorica dia l’impressione dell’assenza della volta della navata e che le strutture architettoniche delle pareti si prolunghino oltre la muratura, nel cielo aperto. In questo “spazio aperto” si inquadra un’allegoria della missione della Compagnia, la “Gloria di Sant’Ignazio”, in cui il santo al centro della scena riceve una luce mistica da Dio Padre attraverso il Cristo. Luce, che da Ignazio si irradia su altri santi gesuiti e da questi, verso i quattro continenti allora conosciuti, permettendo a tutti i popoli di liberarsi dal dominio del Maligno e così rivolgersi liberamente a Dio.

Chiesa di Sant' Ignazio di Loyola, Campo Marzio, Roma

Per apprezzare al meglio l’affresco vanno osservate con attenzione le geometrie dei marmi sul pavimento, collocandosi proprio al centro della navata centrale, laddove esse formano un cerchio nel marmo. Da questo punto si deve guardare in alto per vedere lo straordinario ed immenso affresco di Andrea Pozzo, realizzato alla fine del 1600, che sembra “sfondare” il soffitto, conferendo allo stesso la sensazione di un’altezza doppia.

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Facendo riferimento nuovamente alla zona centrale del pavimento e proseguendo appena in avanti verso l’altare, troviamo un secondo punto di riferimento nel marmo, che anche in questo caso indica qualcosa a cui prestare attenzione (foto a destra).5uijjp Ad una prima occhiata, alzando gli occhi non si vede nulla di anomalo: ci sono le colonne, il soffitto e l’enorme cupola; ma, spostandosi di qualche passo a destra o a sinistra del punto di osservazione, la cupola sembra “piegarsi”, svelando che è…disegnata e dipinta su una tela di ben 17 metri di diametro! Un’altra opera di Andrea Pozzo, di cui soltanto la visione prospettica da un punto preciso rende “reale” all’osservatore la cupola, ovvero soltanto posizionandosi sul suddetto disco di marmo del pavimento per guardarla, la cupola sembra in vera muratura, mentre, spostandosi altrove, essa assume una dimensione “impossibile”, rivelando la finzione (falsa cupola).

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Oltre i dipinti del soffitto, nell’abside l’artista ha rappresentato anche scene dalla vita di Sant’Ignazio, come ad esempio, la difesa di Pamplona, in cui Ignazio fu ferito; mentre nella calotta dell’abside stessa Andrea Pozzo ha messo in opera un altro dei suoi virtuosismi prospettici, rappresentando un’architettura fittizia con quattro colonne dritte in una superficie concava.

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Pozzo pubblicò le sue idee artistiche in un celebre lavoro teorico, intitolato Perspectiva pictorum et architectorum (2 volumi, 1693, 1698) illustrato con incisioni di cui una versione italiana, Prospettiva de’ pittori a architetti (Roma 1693, 1700) fu tradotta e pubblicata a Londra (1707) e ad Augusta (1708, 1711): in questo trattato l’artista presentò le istruzioni per dipingere prospettive architettoniche ed insiemi di regola, realizzando uno dei primi manuali sulla prospettiva per artisti e architetti. Il libro uscì in molte edizioni, anche nel diciannovesimo secolo, tradotto dagli originali in latino e dall’italiano in numerose lingue, quali francese, tedesco, inglese e, grazie ai Gesuiti, cinese.

[a cura di Giorgio Chiantini]

poesie di Ashraf Fayadh, poeta palestinese accusato di aver “offeso la religione”con le poesie di una sua raccolta e di “portare i capelli lunghi” e per questo condannato a morte da un tribunale saudita

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Ashraf Fayadh, poesie (si ringrazia il sito editoriaraba)

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I baffi di Frida Kahlo
(di Ashraf Fayadh, traduzione dall’arabo di Silvia Moresi)

Ignorerò l’odore del fango, il rimprovero della pioggia
e il tormento che da lungo tempo dimora nel mio petto.
Cercherò un giusto conforto per la mia situazione che non mi permette di descrivere le tue labbra come desidero,
non mi permette di far cadere gocce di rugiada sui tuoi petali rossastri,
né placa l’enorme smania che mi tormenta quando comprendo che non sei al mio fianco, ora,
e che non ci sarai neppure quando dovrò spiegare la mia condizione al silenzio…quel silenzio con cui la notte, sempre, mi punisce!
Dimostrami che la terra è silenziosa così come appare da lontano, e che tutto ciò che è accaduto tra noi non era altro che uno sgradevole imprevisto; no, non è possibile sia questa la conclusione!

**
Cosa pensi dei miei giorni che ho assassinato senza di te?
Delle mie parole che sono svanite in fretta,
della mia misera condizione,
delle sofferenze oramai sedimentate nel mio petto come alghe secche?
Ho dimenticato di dirti che mi sono abituato alla tua reale assenza,
che i desideri hanno smarrito la strada che li portava a te,
e che anche i ricordi han cominciato a svanire!
Io continuo ad inseguire la luce ma non è desiderio di vedere…le tenebre rimangono spaventose
anche se ad esse ci si abitua!

**
Ti bastano le mie scuse?
Le scuse per tutto ciò che accadeva mentre tentavo di giustificarmi
quando la gelosia si agitava in qualche angolo del mio petto,
quando la delusione distruggeva un nuovo giorno della mia triste vita,
quando ti ripetevo che la giustizia avrebbe continuato a soffrire per i dolori del ciclo mestruale,
e che l’amore è come un uomo impotente che sopravvive nell’autunno della vita…

**
Sarò costretto ad ingannare i ricordi
e mentirò dicendo che il mio sonno è tranquillo.
Distruggerò tutto ciò che resta delle domande…
quelle domande che han preso a cercare alibi per ottenere risposte convincenti,
dopo che tutta l’abituale punteggiatura è stata fatta crollare
per motivi strettamente personali!

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Chiedi allo specchio di spiegarti quanto sei bella!
Spargi come polvere le mie parole ammassate,
respira profondamente, e ricorda quanto ti ho amata…
Come è possibile che ora la nostra storia sia diventata un semplice contatto elettrico
che stava per incendiare solo un enorme magazzino vuoto!

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Ashraf Fayadh, leggi qui – Il poeta, artista e curatore palestinese Ashraf Fayadh è in carcere ad Abha, in Arabia Saudita, da più di un anno senza aver mai subito un processo, con le accuse, assolutamente poco chiare, di aver “offeso la religione” con le poesie della sua raccolta “Le istruzioni sono all’interno” e di “portare i capelli lunghi”. (tratto da editoriaraba)

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INIZIATIVE ITALIANE PER IL POETA ASHRAF FAYADH clicca qui – “L’appello che parte da Berlino è a partecipare ad un reading internazionale, durante il quale verranno lette le poesie di Ashraf Fayadh, che si svolgerà il 14 gennaio 2016 in diverse parti del mondo.”

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Sergej Esenin, versi da Russia e altre poesie

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Sergéj Aleksándrovič Esénin, da Russia e altre poesie
(trad.di C.Ferrari, Baldini Castoldi Dalai editore)
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Sergej Esenin versi da Russia e altre poesie - Il sasso nello stagno di AnGre

Sergey_YeseninSergej Aleksandrovic Esenin nasce il 3 ottobre 1895 a Konstantinovo (oggi Esenino), nella regione di Rjazan (Russia); figlio unico di genitori contadini, è l’esponente più importante della cosiddetta scuola dei “poeti contadini”. Nei suoi versi traspare il mondo rurale della Russia di inizio Novecento: le sue parole esaltano le bellezze della campagna, l’amore verso il regno animale, ma anche gli eccessi della sua vita (Esenin fu alcolista e frequentatore di bordelli). Cresciuto con i nonni, inizia a scrivere poesie già all’età di nove anni. Nel 1912 si trasferisce a Mosca dove si guadagna da vivere lavorando come correttore di bozze presso una casa editrice. A San Pietroburgo diviene noto nei circoli di letteratura. È grazie a Alexandr Blok che viene promossa le sua carriera di poeta. Nel 1915 pubblica “Radunica”, il suo primo libro di poesie, subito seguito da “Rito per il morto” (1916). In breve diviene uno dei poeti più popolari di quegli anni.
La bellezza di Esenin è del tutto fuori del comune; bisessuale, cerca appoggio nella prima parte della sua vita presso uomini influenti, mentre nella seconda parte la sua preferenza andrà verso il sesso femminile. Dotato di una personalità romantica Esenin s’innamora di frequente, tanto che arriverà a sposarsi per ben cinque volte.
Si sposa per la prima volta nel 1913 con Anna Izrjadnova, collega di lavoro presso la casa editrice, dalla quale ha il figlio Yuri (poi arrestato durante le grandi purghe staliniste e morto in un gulag nel 1937). Nel periodo 1916-1917 Sergej Esenin viene arruolato, ma poco dopo la rivoluzione d’ottobre del 1917, la Russia esce dalla prima guerra mondiale. Credendo che la rivoluzione avrebbe comportato una vita migliore, Esenin la sostiene, ma ben presto si disillude arrivando persino a criticare il governo bolscevico (di questo periodo è la poesia “L’ottobre severo mi ha ingannato”). Nell’agosto 1917 Esenin sposa l’attrice Zinaida Raikh. Da lei ha una figlia, Tatjana, ed un figlio, Konstantin. Nel settembre del 1918 fonda una propria casa editrice chiamata “Compagnia lavorativa moscovita degli artisti della parola”. Conosce poi Isadora Duncan, già allora famosa ballerina; l’incontro sarà determinante per le sue ispirazioni poetiche. La sua relazione con lei (di 17 anni più anziana) è molto tormentata e difficile, nonché ricca di stravaganze: clamoroso fu l’episodio in cui a Parigi i due furono cacciati da un albergo perché Isadora ballava nuda mentre Esenin recitava versi. Unitisi in matrimonio il 2 maggio 1922 (lei, bisessuale con preferenza per le donne, conosceva solo poche parole di russo: il matrimonio era per entrambi una mossa pubblicitaria), si separano l’anno successivo.
Torna a Mosca e sposa l’attrice Augusta Miklaevskaja. Negli ultimi due anni della sua vita Sergej Esenin vive tra gli eccessi, spesso ubriaco; ma questo periodo di disperazione personale è anche il periodo in cui crea alcune delle sue poesie più belle e note.
Nella primavera del 1925 sposa la sua quinta moglie, Sofia Andreevna Tolstaja, nipote di Lev Tolstoj. La donna cerca di aiutarlo, ma Esenin non riesce ad evitare un esaurimento nervoso: entra in un ospedale psichiatrico dove resta per un mese. Viene dimesso per il Natale: due giorni dopo si taglia un polso e scrive con il suo stesso sangue la sua ultima poesia, che rappresenta il suo addio al mondo; persona violenta e aggressiva capace allo stesso tempo di grande sensibilità, Sergej Esenin muore suicida il giorno dopo, il 27 dicembre 1925, all’età di 30 anni: mentre si trovava nella stanza di un albergo a San Pietroburgo, se ne va impiccandosi alle tubazioni dell’impianto di riscaldamento. Esiste ancora oggi il mistero per il quale alcuni pensano che il suicidio sia stato una montatura: Esenin sarebbe stato in realtà ucciso da agenti del GPU.
(ringraziando il blog da cui è tratta la nota, indichiamo ai nostri lettori che  a questo link è possibile leggere anche altre poesie dello stesso Autore)

Gëzim Hajdari, una poesia da Delta del tuo fiume

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Vado via Europa, vecchia puttana viziata.
.
I tuoi ruderi non mi incantano più,
i tuoi specchi e i tuoi abissi hanno ingannato il mio esilio,
ferito il mio mesto corpo dell’Est
davanti ai falsi altari impietriti.
.
Addio Europa di muri, impronte delle dita e tombe d’acqua.
.
La mia patria castrata mi ha costretto ad andare via,
i tuoi santi eunuchi mi hanno abbandonato sotto la pioggia,
come straniero.
.
Domani, di buon ora,
partirò con la prima nave del Tirreno,
dal porto del Circeo,
accompagnato dai canti mortali delle Sirene,
verso la Croce del Sud
senza voltarmi indietro.
.
Nei deserti lontani m’aspettano viandanti sconosciuti,
guerrieri di tribù antiche, danzatrici del ventre;
ruberò fanciulle dalle corti dei re di confini,
come Halìl di Jutbìna delle Bjeshkëve të Nëmuna, ………….. (*)
per donarle in sposa al mio signore
e dare vita ad una nuova stirpe.
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Incendierò le vecchie lingue arrugginite,
mi scrollerò di dosso identità, cittadinanze e patrie matrigne;
voglio trascorrere i miei anni in prigione,
lontano dai miei libri,
con banditi onesti e fuorilegge.
Addio Europa del sangue versato in nome dei confini assassini
e delle bandiere insanguinate.
.
Domani, di buon ora,
partirò con la prima nave del Tirreno,
dal porto del Circeo,
accompagnato dai canti mortali delle Sirene,
verso la Croce del Sud.
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(pagg.18-19)
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(*) Halìl: personaggio leggendario dell’epos albanese. / Jutbìna: territorio di confine tra l’Albania e l’ex Jugoslavia. / Bjeshkëve të Nëmuna: le Montagne Maledette, così vengono chiamate le Alpi albanesi del nord.
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Gëzim Hajdari (leggi anche qui) da Delta del tuo fiume (Ensemble 2015)
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    gezim-hajdari-siena-2000Gëzim Hajdari è il massimo poeta albanese vivente e uno dei maggiori poeti contemporanei. Ha pubblicato numerose raccolte di poesia. Ha scritto anche libri di viaggio e saggi e tradotto in albanese e in italiano vari autori. E’ vincitore di numerosi premi letterari. E’ presidente del Centro Internazionale Eugenio Montale. le sue recenti pubblicazioni sono : Nûr. Eresia e besa (Ensemble, 2012), I canti dei Nizam (Besa, 2012), Evviva il canto del gallo nel villaggio comunista (Besa, 2013) e Poesie scelte (Controluce, 2014).