Una passeggiata nel Quartiere Coppedè e non solo…foto e video di Giorgio Chiantini – sassi d’arte

Colgo l’occasione della data odierna, 24 maggio, per presentare agli amici de Il sasso nello stagno di AnGre, il nuovo canale tematico di Giorgio Chiantini (qui), collaboratore del blog, aperto da pochi mesi sulla piattaforma YouTube. Sempre attento ai dettagli, elegante e competente in materia e con la maestria fotografica con la quale ci ha deliziato anche su altre piattaforme, Giorgio presenta la sua città, l’amata Roma, in una notevole veste (che ammanta l’Urbe d’ulteriore fascino e pare quasi d’essere lì dal vivo) ricercata dal punto di vista grafico e anche musicale, riunendo, in questo canale dai significativi contributi d’arte – dove le sue fotografie hanno preso le sembianze di video creati da lui stesso, in un evolversi creativo che sottolinea l’energia dell’autore – le sue passioni e la sua sprizzante voglia di condivisione, contribuendo, in modo significativo, a divulgare quella Bellezza con l’iniziale maiuscola, di cui si ha sempre maggior necessità, in tempi come quelli che viviamo. Ringrazio di cuore Giorgio per il dono di questi video, augurandogli, con l’affetto di sempre, in questo giorno, anche buon compleanno. Ad maiora! [AnGre]

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Giorgio Chiantini, Tre scatti romani – sassi da guardare

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L’Antologia, creata per i lettori de Il sasso nello stagno di AnGre a fine dicembre, è stata un momento proficuo non solo per conoscere tanta poesia italiana contemporanea, ma anche per apprezzare l’espressione artistica di Giorgio Chiantini, GiorChi nella firma fotografica, stimatissimo collaboratore di queste pagine, grazie alla fotografia di copertina (in apertura), gentilmente prestata per l’occasione, un poetico scatto capace di fermare l’attimo tra la luce e l’intimità di una casa in festa.

La passione di Giorgio Chiantini per la fotografia risale agli anni Settanta, quando questo mondo non si avvaleva di alcun supporto iper tecnologico come oggi, ma occorreva realmente imparare un’arte difficile, in cui sensibilità e rigore si muovevano su un terreno non semplice. Sensibilità, perché una fotografia è il prodotto della mira, che dagli occhi, passa al cuore e fa cliccare il bottoncino dell’otturatore in una frazione di tempo non definibile; rigore, poiché la fotografia, almeno ai tempi in cui era un prodotto letteralmente artigianale, comportava conoscenze non indifferenti sui tempi di azione dei prodotti chimici e non solo, dai quali, solo alla fine di un lungo processo, si poteva o meno ottenere un buon risultato.

ph-giorgio-chiantini-al-bar-2La fotografia insegnava, oltre tutto, l’arte dell’attesa; oggi i tempi e le modalità fotografiche sono agli antipodi e una buona foto è spesso il risultato di una sofisticatissima tecnologia, che ci permette di catturare in una frazione di tempo sempre più piccola, dettagli e situazioni, che hanno capovolto anche l’idea stessa di fotografia, facendola passare da arte capace di vincere il tempo a ingombro fastidioso… e penso alle miriadi di foto inutili iper scattate solo per rispondere all’esigenza dei tempi moderni di essere in ogni momento in qualsiasi luogo-telefono, nell’aberrazione di un uso indiscriminato del mezzo telematico di cui spesso risultiamo schiavi… Ecco, Giorgio Chiantini è riuscito ad entrare nel mondo fotografico moderno con una sensibile eleganza, scattando per passione ancora, per piacere, avvalendosi degli insegnamenti della fotografia analogica ed innestandoli in quella digitale, conservando lo sguardo globale da cui poi ritagliare il dettaglio, secondo un successivo lavoro fatto fuori dal campo ripreso.

Giorgio Chiantini nei suoi scatti cattura attimi di quotidiana realtà: momenti sottratti alla distrazione dei passanti, che racchiudono la domanda, la curiosità anche solo di indovinare lontanamente cosa ci possa essere in quegli sguardi, in quelle espressioni che l’obiettivo ha scelto di trattenere. Non scatta, Giorgio, per voyeurismo, come tanta fotografia anche molto nota, ma più che altro, per quello spirito fanciullo di curiosità e di scoperta, che rende la sua fotografia delicata ed estremamente vicina a chi la guarda.

Roma, eterna e distratta, con le sue stradine sconosciute ed i suoi dettagli inattesi, le città che attraversa, la storia nelle sue statue e nei suoi monumenti, l’arte, i volti e le facciate di chiese e case, entrano negli scatti di GiorChi in punta di piedi, colme di sensibilità e dolcezza, rivelando anche la serenità del fotografo, che usa questo mezzo artistico per ritrovarsi solo con il suo tempo e per conoscere questo, invece, di tempo, in un continuo scambio e in un continuo rinnovo. [Angela Greco]

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Giorgio Chiantini, nato a Roma, è stato responsabile commerciale per oltre trent’anni di un’importante azienda automobilistica della capitale; sposato e padre di due figli, nonno e appassionato d’arte, oggi si dedica alla famiglia, alla fotografia e alla riscoperta della sua splendida città.Collabora con Il sasso nello stagno di AnGre dove si occupa di arte e musica, sue fotografie sono state incluse in Attraversandomi, libro poetico-fotografico realizzato in collaborazione con Angela Greco. E’ presente in rete con un profilo personale ed una attiva pagina su Google+.

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GRAZIE!!

Il sasso nello stagno di AnGre - maggio 2015

8000 volte grazie

per questo strepitoso numero di visualizzazioni realizzato in questo mese di maggio! Da parte mia, grazie non solo a chi ci segue con attenzione e stima, ma anche ai miei due preziosissimi Amici, che prestano il loro tempo ed i loro lavori a questo spazio,  per aver raggiunto insieme, nel vero spirito di collaborazione del blog, questi notevoli numeri!! (A.G.)

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Il sasso nello stagno di AnGre, insistenze poetico-artistiche per (ri)connettere Cultura & Persona a cura di Angela Greco & Co.

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…e siamo anche qui:

https://plus.google.com/u/0/+AnGreilsassonellostagno/posts

https://www.youtube.com/user/ilsassodiangre

Il sasso nello sagno di AnGre

14 febbraio 2015 esce Personale Eden, poesie di Angela Greco (La Vita Felice)

Personale Eden -poesie - Angela Greco - AnGre - La Vita Felice

PERSONALE EDEN poesie di Angela Greco (La Vita Felice)

riprendimi esattamente da questo punto
quello in cui coloravamo il ritrovarci stretti
precisi nello sbottonare voglia e labbra:

tra le tue dita il mio dettaglio nascosto alza la voce
e fughiamo chiaroscuri di silenzi ormai altrove da qui
ché sappiamo adesso dove posare l’istinto incrollabile
ad afferrare e restituire duplicate ipotesi di paradiso […]

(pag.27)

[…] ecco, conoscevo, ma non sapevo chi e cosa fosse la poesia e, se sono in parte riuscito a riconoscerla e ad apprezzarla a quasi settant’anni, lo devo ad Angela Greco e alla sua amicizia che tanto disinteressatamente mi ha donato. Leggendo questo nuovo lavoro, in effetti, si viene proiettati in una dimensione tra il reale e l’onirico, dove forse le nostre stesse pulsioni erotiche prendono forma e corpo attraverso i suoi versi, divenendo noi stessi attori e spettatori insieme, parte di un susseguirsi di eventi immaginati, sognati e desiderati quasi spudoratamente.

A mio parere, oltre ai bellissimi versi carichi di erotico-lirismo, il grande merito di Angela è di essere riuscita – finalmente aggiungerei con stima –  a sdoganare, come donna, un certo tipo di poesia scritta soltanto e soprattutto, a parte poche eccezioni, da uomini, mantenendo salde tutte le caratteristiche linguistiche ed estetiche tipiche del fare femminile […] (Giorgio Chiantini)

§

[…] Nell’assolo posto in chiusura di Personale Eden, in modo particolare, Angela Greco sembra voler stemperare nella ricerca di soluzioni stilistiche l’animosità della visione amorosa che si va dipanando in versi che fanno del climax ‘ambientale’ e del crescendo protratto nella sostenuta consistenza sillabica la caratteristica di fondo della esperienza e della espressione poetica.

Sembra voler stemperare la tensione, dicevo, ma così non è: la poetessa di Massafra in realtà conduce il lettore – e se stessa – al cospetto di una tensione che da amorosa diventa erotica, ma senza mai trascendere, rimanendo sul piano dello sfioramento e della osservazione, senza nulla concedere, sia chiaro, al voyeurismo e alle prurigini: è un discorso tra l’animo – e l’anima – che vede e descrive il proprio sentire giustapponendosi all’essenza inafferrabile e implorata dell’amato, la cui presenza quasi occhieggia tra le righe invocanti di questo bella e difficile prova poetica. (Cataldo Antonio Amoruso)

copertina Personale Eden

http://www.lavitafelice.it/scheda-libro/angela-greco/personale-eden-9788877996090-251072.html

Ringraziamenti
A mio marito Nicola, al quale dedico con amore questo dire poetico, va il ringraziamento per la fiducia in crescendo verso la mia scrittura ed un grazie speciale per la pazienza da dividere con la nostra piccola Josephine; a Cataldo Antonio Amoruso e a Giorgio Chiantini, il mio immenso grazie per essere insostituibili affetti, lettori in anteprima, sostenitori e dispensatori di pratici consigli di cui sempre necessiterò; un ringraziamento lo devo anche a Michelangelo Zizzi e ad Antonino Caponnetto per i preziosi suggerimenti e all’artista Gianni Gianasso per la sua disponibilità; grazie, quindi, alla Casa Editrice nella persona di Diana Battaggia dalla bella e accogliente voce che ha creduto in questo mio nuovo lavoro e a Rita Pacilio, sensibile e carissima prefatrice, che ha voluto segnare queste pagine con la sua penna e in fine, ultimo ma non meno importante, grazie di cuore ai miei lettori, senza i quali questa gioia fatta di poesia, pagine e amicizie avrebbe avuto minor valore.

(tratto da Personale Eden, poesie di Angela Greco – La Vita Felice)

Di cosa siamo parte? di Giorgio Chiantini

Think-For-Yourself

Di cosa siamo parte?

Il grande impiego di capitali, vite umane e distruzioni ha generato guerre moderne, che hanno permesso all’Occidente di non sporcarsi più le mani nei modi canonici del “fare la guerra” contro altre Potenze. La logica del profitto ai giorni nostri ha ormai innescato, senza possibilità di fermarla, una distruzione sistematica e irrazionale di tutti i diritti conquistati con anni di lotte sociali incruente, che avevano messo al centro della società l’Uomo e la sua dignità di Persona, fino alla esasperata condizione di governi che sopprimono posti di lavoro, istruzione, sanità pubblica e assistenza per i bisognosi, negando di fatto il diritto di avere diritto.

I soggetti colpevoli di questa deriva che ci sta spingendo alla recessione, favorendo la distruzione di qualsiasi forma di umanità e solidarietà, non sembrano – anzi, non lo sono (abbattendo il beneficio del dubbio grazie alla realtà che si ha sotto gli occhi) – per nulla turbati dal fatto che a pagare siano i più deboli, milioni di persone incolpevoli espropriati della loro dignità e ignorati sistematicamente.

Tutto immolato nel nome dei mercati che regolano il respiro del mondo.

Poche persone con il potere di decidere la sopravvivenza o meno, di interi paesi e popolazioni.

Sono queste le nuove guerre scatenate tra borse e spread; guerre, che non fanno più morti e feriti, non distruggono più territori e città, ma distruggono intere generazioni, negando loro la possibilità di un futuro.

Per assurdo e in modo fortemente provocatorio teso alla riflessione, salvando l’idea che spesso si sono vissute condizioni migliori in periodi storicamente peggiori, si potrebbe anche valutare positivamente le modalità attraverso le quali venivano combattute le guerre mondiali dell’altro secolo, poiché i danni causati innescavano una crescita economica virtuosa, che cominciava proprio attraverso la ricostruzione stessa dei paesi distrutti…

Ora possiamo solo credere in un cambiamento che provenga da quella parte di Umanità ancora non infetta da tutto questo modernismo malato, prendendo coscienza che questo perverso meccanismo economico – che lascia in altri territori fuori dall’occidente privilegiato le guerre, quelle vere che ancora esistono e servono come motore per le industrie belliche o per accaparrarsi il petrolio e/o altre ricchezze, combattute quotidianamente senza che nessuno da “nessuna parte” alzi un dito per l’incolumità delle persone coinvolte – sta trasformando gli uomini in schiavi, costretti a vendere il loro lavoro per un pezzo di pane, dando vita a un mostro, senza patria e senza pietà che ci auguriamo dal profondo, non finisca per negare anche qualsiasi forma di speranza.” [Giorgio Chiantini]

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 Nota finale di “Voci di cambiamento”, AA.VV. pdf a cura de Il sasso nello stagno di AnGre scaricabile qui: VOCI DI CAMBIAMENTO AA.VV – poesia & arte 27settembre’14 – Il sasso nello stagno di AnGre

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Lady Day: il canto dall’anima di Billie Holiday, a cura di Giorgio Chiantini

Billie HolidayInizio questo articolo riportando le parole di Tony Scott, suo musicista collaboratore: “[…] Billie Holiday è stata e sempre sarà un simbolo della solitudine: una vittima dell’american way of life come donna, come nera e come cantante jazz. Tutti ascoltano i dischi di Billie, tutti conoscono il suo nome. La sua voce tocca chiunque, anche chi non capisce le parole, perché il suo canto nasce direttamente dall’anima. L’anima di un essere umano molto profondo, che capisce la tristezza, la felicità, la solitudine, il successo e che fu sempre destinata ad avere un no good man a fianco, un buono a nulla”.

Billie Holiday Nasce con il nome di Eleanor Fagan a Baltimora il 7 aprile del 1915. Il padre, Clarence Holiday, abbandona la famiglia molto presto mentre la madre non è certamente persona, e tantomeno madre, convenzionale. A causa di questo desolante quadro familiare, Billie cresce sostanzialmente sola e con notevoli problemi caratteriali. Una delle tante leggende che circolano sul suo conto, le attribuisce addirittura un passato di prostituzione, esercitata in giovanissima età per guadagnarsi da vivere e sollevarsi dal regime di miseria in cui versava la sua famiglia.i

La sua vita ha una svolta quando, trasferitasi a New York, viene scoperta da John Hammond, un artista che cantava in un Club di Harlem e che disponeva di notevoli agganci e conoscenze. Nel 1933 Hammond arrangia per lei, con Benny Goodman (ossia uno dei massimi clarinettisti, sia classici che jazz, della storia), un paio di pezzi che segnano l’inizio della sua carriera. Nello stesso anno apparve nel film di Duke Ellington “Symphony in black”.

In seguito entra a far parte di una delle orchestre più in voga del momento, quella di Count Basie e incide una canzone con l’orchestra di Artie Shaw. Ormai nel “giro”, sembra che la sua carriera stia per decollare, tant’è che le collaborazioni e le richieste di incisioni si susseguono; sul fronte delle produzioni più importanti, sono da segnalare diversi dischi con il pianista Teddy Wilson e il sassofonista Lester Young – altri nomi storici del jazz – e proprio quest’ultimo le attribuirà il celebre soprannome di “Lady Day”. Lady Day che, nel 1939, diventerà la stella del Cafe Society. Sull’onda del successo, ormai riconosciuta come una delle voci più intense della musica, incide la splendida “Strange Fruit”, un capolavoro di interpretazione e un inno contro il razzismo di cui lei stessa in fondo è vittima. Il brano, per reazione di alcuni ambienti conservatori, viene vietato in diversi paesi.

 

Negli anni Quaranta e Cinquanta Billie Holiday si esibisce, con grande successo, in locali di tutti gli Stati Uniti e nel 1946 recita nel film “New Orleans” con Louis Armstrong, ma sfortunatamente è proprio in questo periodo che comincia a fare uso di eroina: lo sregolato e dissoluto regime di vita a cui si sottopone interferisce pesantemente con la sua carriera, rovinandole fra l’altro la preziosa voce. Nel 1956 scrive “La Signora canta il blues”, la sua autobiografia, da cui fu tratto un film con Diana Ross nel 1973. Nel 1959, dopo la sua ultima incisione, subisce un attacco di epatite e viene ricoverata in ospedale a New York. Anche il suo cuore ne risente. Muore il 17 luglio, all’età di 44 anni, con la polizia attorno al suo letto.

[a cura di Giorgio Chiantini]

Summertime (per sassi sonori, musica a cura di Giorgio Chiantini)

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L’estate accade per caso, come le cose belle ed ecco che i sassi sonori di Giorgio Chiantini ci regalano un raggio di sole, ancora un tempo sereno nella struggente nostalgia di un cult oltregenerazionale, che celebra quella stagione bella per eccellenza trascorsa tra braccia sicure e che ciascuno porterà per sempre dentro di sé. (AnGre)

Oggi per la rubrica di musica, ascoltiamo Summertime, bellissima canzone diventata ormai un classico degli standard jazz, nella magnifica interpretazione – per l’occasione in una incisione storica e straordinaria che comprende l’opera completa “Porgy and Bess”- di Ella Fitzgerald e Louis Armstrong, di cui possiamo apprezzare oltre la voce graffiante anche la sua struggente e magica tromba. (Porgy and Bess, 1957; Verve)

George Gershwin cominciò a comporre la canzone nel dicembre 1933, nell’intento di creare uno spiritual nello stile della musica folk afroamericana del periodo; Summertime fu inserita nell’opera “Porgy and Bess” che l’artista stava musicando e della quale nel febbraio del 1934 ne completò la partitura del libretto di DuBose Heyward, dedicando i venti mesi successivi all’orchestrazione. L’opera “Porgy and Bess” è ambientato a Catfish Row, un sobborgo immaginario di Charleston, South Carolina, nel “recente passato” (circa 1930) e narra la storia di Porgy, un uomo zoppo di colore dei sobborghi (“slum”) di Charleston e il suo tentativo di salvare Bess dalle grinfie di Crown, il suo protettore, e di Sportin’ Life, lo spacciatore.

Nell’opera, la canzone è eseguita prima dal personaggio di Clara nell’atto I come una ninnananna e poco dopo, come contrappunto durante una partita a dadi. Viene ripresa nel secondo atto, sempre affidandola a Clara e, infine, nel terzo atto Bess la canta per il bambino di Clara, regalandoci la ben nota versione, una ninna nanna, nella quale la voce rassicura il bambino sul suo presente e sul suo futuro con queste parole:

 

« Summertime, and the livin’ is easy.
Fish are jumping, and the cotton is high.
Your dad is rich, and your mother good
lookin’, so hush little baby, don’t you cry.
.
One of these mornings
You’re going to rise up singing
Then you’ll spread your wings
And you’ll take to the sky
But till that morning
There’s a nothin’ can harm you
With daddy and mammy standin’ by »
.
.

Tradotta, recita:

« Estate, la vita è facile.
I pesci saltano e il cotone cresce alto.
Tuo padre è ricco e tua madre è bella,
quindi silenzio, bambinello, non piangere.
 .
Uno di questi giorni
ti alzerai cantando
poi spiegherai le tue ali
e volerai fino in cielo
ma fino a quella mattina
non c’è niente che possa ferirti
se mamma e papà sono lì al tuo fianco»
.

 

(testo di DuBose Heyward)

 

Il brano è stato interpretato da un gran numero di artisti, sia in chiave jazz che in chiave rock; la prima versione ad entrare in una classifica fu quella di Billie Holiday, del settembre del 1936, che raggiunse la dodicesima posizione. Tra le molte registrazioni notevoli si ricordano quella di Louis Armstrong e Ella Fitzgerald (1957), Miles Davis (1958), Al Martino (1960), Janis Joplin (1968). [Giorgio Chiantini, testo adattato dal web]

Gli Ambasciatori e l’ingannevole apparenza (a cura di G.Chiantini e A.Greco)

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Hans Holbein il Giovane , Gli Ambasciatori 

olio su tavola, 1533, cm 207 x 209 – Londra, National Gallery

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Capolavoro assoluto di abilità tecnica e di rimandi ermetici, la forza concettuale di questo dipinto risiede nell’enigma sospeso nella staticità dell’opera stessa: qualcosa di più profondo e seducente cattura sia lo sguardo degli spettatori superficiali sia la mente degli osservatori assenti. Si tratta di un doppio ritratto a figura piena, ambientato presso un ripiano pieno di oggetti simbolici ed evocativi e sottolineato da un’indistinguibile scia (anamorfosi) sul pavimento: guardando il dipinto da una forte angolazione laterale questa stessa scia diventa un teschio (illusione ottica), memento mori sulla fugacità delle cose terrene e firma dell’autore (“hollow bone”, teschio, ha in inglese una pronuncia simile a Holbein).

part. Ambasciatori  - Holbein

L’opera fu dipinta per celebrare la visita di Georges de Selve, ritratto sulla destra, vescovo di Lavaur accreditato presso la Santa Sede e poi ambasciatore a Venezia, all’amico Jean de Dinteville, ritratto sulla sinistra, ambasciatore francese a Londra, uno dei più apprezzati collaboratori del re di Francia Francesco I per gli affari internazionali.

I due uomini sono ritratti in tutto il vigore della giovinezza e nella sontuosità del loro rango sociale elevato: Jean de Dinteville, che all’epoca aveva 29 anni (come ricorda un’incisione sulla fodera del pugnale), è ritratto con un vestito quasi da sovrano; al collo pende un medaglione all’antica, con San Michele che sconfigge il demonio, mentre alla cinta in vita sta appesa la spada, dall’elsa scura. Straordinaria è la decorazione della fodera dorata del pugnale, così come la nappa che vi sta appesa e l’atteggiamento disinvolto con cui appoggia un braccio al mobiletto sullo sfondo rivela una sicurezza di sé che rasenta la baldanza. Il vescovo a destra aveva, invece, 25 anni (come appare scritto sul bordo del libro su cui appoggia il gomito): vestito più sobrio per il suo stato di prelato, ma altrettanto sontuoso, ha cappa scura foderata di pelliccia di visone con ricca, per quanto cupa, damascatura.

Gli Ambasciatori - dettagli - Copia

Sullo sfondo di un tendaggio verde si staglia al centro una sorta di alto tavolino con un ripiano inferiore dove trovano posto una serie di oggetti che ricordano gli interessi intellettuali dei due giovani, in linea con quelli delle classi più agiate: sul ripiano superiore, poggiati su un raro tappeto orientale, vi sono oggetti legati alle scienze e alle esplorazioni, quali un globo celeste, quadranti, bussole, astrolabi, meridiane e altri strumenti per la misura del tempo e delle distanze terrestri e celesti; sul ripiano inferiore, invece, si trova un globo terrestre (con l’Europa al centro dov’è segnata Polisy, in Francia, il luogo del castello di Dinteville), un libro di aritmetica, un compasso da architetto, una squadra, un libro di inni musicali, un grosso liuto, un astuccio con dei flauti ed è evidente come tutti questi oggetti – dal significato anche metaforico ed allusivo – rimandino alle arti liberali, ampiamente praticate dai due uomini, mentre un riferimento a Londra è dato dalla esatta riproduzione del pavimento a mosaico dell’abbazia di Westminster.

dettaglio Ambasciatori - Holbein

Il liuto con una corda rotta è un primo riferimento alla fugacità delle cose terrene, ma assume anche significato di disarmonia, intesa come riferimento alle guerre di religione di quegli anni; a tal proposito anche il libro di inni riporta due canti usati sia dai luterani che dai cattolici, forse inteso come un appello all’unità; mentre nel libro d’aritmetica si legge chiara la parola “dividirt”, allusione alla divisione matematica, ma anche alla divisione civile legata ai conflitti; inoltre, tale operazione era considerata simbolo di buon governo (si pensi alla “divisione” di Salomone), inteso come auspicio per il difficile periodo che si presentava.

Gli Ambasciatori - dettagliIl dipinto contiene, inoltre, anche un profondo messaggio religioso, dato sia dal teschio anamorfico, che dal piccolo crocifisso che si scorge, in altro a sinistra, dietro la tenda: il Crocifisso simboleggia meta, mezzo di salvezza e destino finale dell’essere umano che, accostato al teschio – simbolo della precaria condizione umana soggetta alla corruzione fisica del Tempo, rappresentato anche nel medaglione appuntato sul cappello del Dinteville -, ricorda come, nonostante tutto (invenzioni scientifiche, vestiti sfarzosi, lusso ecc..), alla fine tutti siano destinati alla morte e al giudizio e che la Croce stessa rappresenta l’unica meta attraverso cui si possa trovare la salvezza per l’anima. (a cura di Giorgio Chiantini & Angela Greco)

nota: per approfondire, http://www.cultorweb.com/Holbein/H.html

 

La nevicata del ’56 per Sassi sonori a cura di Giorgio Chiantini

lauraneve1-copiaLa nevicata del ’56…quando ancora ascolto questa canzone non posso fare a meno di evocare tempi in cui ero bambino: quella nevicata a Roma ci fu davvero e vista con gli occhi del fanciullo mi sembrò un vero e proprio miracolo. Erano tempi in cui non si possedeva nulla, se non la fantasia per immaginare e la capacità di giocare con qualsiasi cosa rispondesse al bisogno e la nevicata per noi fu proprio questo: gioco e meraviglia che, ancora oggi, regalano nel ricordo l’emozione dei giorni trascorsi in una città insolitamente imbiancata e straordinaria per noi che la neve non l’avevamo mai vista.

Nell’inverno del 1989, Mia Martini è alla ricerca di un nuovo brano da presentare a Sanremo che le consenta di replicare il meritato successo ottenuto l’anno precedente con lo straordinario pezzo scritto da Bruno Lauzi e Maurizio Fabrizio grazie al quale ha riconquistato quel posto da protagonista della musica leggera che le spettava di diritto e che i media e l’industria le avevano crudelmente sottratto per almeno un decennio.'56

La scelta ricade su una canzone scritta da Carla Vistarini, Luigi Lopez e Massimo Cantini, che hanno già composto per lei l’accorata contenuta nell’album del ’77, nonché diversi brani per altre importanti voci femminili; il collaudato team di autori è affiancato da un’altra vecchia conoscenza di Mimì, Franco Califano che, nello stesso anno, inciderà con la sua voce il medesimo brano. Viene composto per l’occasione un testo che punta sulla semplicità e sulla forza evocativa delle immagini, traendo ispirazione dall’evento eccezionale della nevicata che nel 1956 avvolse la città di Roma, calandola in un’atmosfera magica ed irreale.
roma-in-bianco-e-nero-L-psyX6WCalifano magistralmente tratteggia la semplicità e lo stupore del quotidiano, catturando il ricordo di un’epoca ormai perduta, in cui tutto sembrava più bello, perché più autentici erano i sentimenti che animavano la vita di ogni giorno: lo scorrere del fiume e il canto della fontana non ancora soffocati dal rumore del traffico; la bambina che sogna il vestito da sera e si diverte a far luccicare un pezzo di vetro; le partite di pallone viste sulle spalle del padre.

La nevicata del ’56 è un pezzo che tocca le corde della nostalgia con molta delicatezza, senza strafare; forse non premiata con il podio quell’anno alla kermesse nazionale, ma sicuramente capace di imprimersi nel tempo e nell’emozione. [Giorgio Chiantini]

“Ti ricordi una volta

Si sentiva soltanto il rumore del fiume la sera

Ti ricordi lo spazio

I chilometri interi

Automobili poche allora

Le canzoni alla radio

Le partite allo stadio

Sulle spalle di mio padre

La fontana cantava

E quell’aria era chiara

Dimmi che era così

C’era pure la giostra

Sotto casa nostra e la musica che suonava

Io bambina sognavo

Un vestito da sera con tremila sottane

Tu la donna che già lo portava

C’era sempre un gran sole

E la notte era bella com’eri tu

E c’era pure la luna molto meglio di adesso

Molto più di così

Com’è com’è com’è

Che c’era posto pure per le favole

E un vetro che riluccica

Sembrava l’America

E chi l’ha vista mai

E zitta e zitta poi

La nevicata del ’56

Roma era tutta candida

Tutta pulita e lucida

Tu mi dici di sì l’hai più vista così

Che tempi quelli

Roma era tutta candida

Tutta pulita e lucida

Tu mi dici di sì l’hai più vista così

Che tempi quelli.”

*

(testo da angolotesti.it)

VOCI DI CAMBIAMENTO, Autori Vari – Voices of change, poetry (pdf \ e-book scaricabile gratuitamente)

change
Take Change in Your Own Hands (dal web by flickr.com)

“Voci indipendenti dal giorno specifico in cui ci rendiamo pubbliche, abbiamo scelto di far parte di una a-temporalità che renda attenzione ad un forte bisogno collettivo qual è il cambiamento, che urla realizzazione nello spazio che siamo e che attraversiamo, consapevoli del prestito e non del possesso di quanto ci viene benignamente fornito dalla sorte. […] Ed è la parola, poetica e pittorica in questo caso, alla quale chiediamo e a cui affidiamo la nostra volontà di cambiamento, partecipando all’azione globale dei 100mila Poeti (100 Thousand Poets for Change) e artisti mobilitatisi a livello mondiale in questo 27 settembre 2014 per essere unica e forte voce contro tutto quello che sta portando alla deriva l’Uomo…”

SCARICA IL PDF QUI:

VOCI DI CAMBIAMENTO AA.VV – poesia & arte 27settembre’14 – Il sasso nello stagno di AnGre

Autori:

*Cataldo A. Amoruso  *Antonino Caponnetto  *Daniela Cattani Rusich

*Mirta De Riz  *Franco Floris  *Annamaria Giannini

*Angela Greco  *Pasquale L. Losavio   *Daìta Martinez

*Sebastiano A. Patanè-Ferro  *Romeo Raja  *Roberto Ranieri

*Augusto Salati  *Nunzio Tria  *Antonella Troisi  *Giorgio Chiantini

*Gianni Gianasso  *Kostia

Il sasso nello stagno di AnGre per 100 Thousand Poets for Change ...

Lucio Dalla, tra musica e poesia – a cura di Giorgio Chiantini per Sassi sonori

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L’articolo odierno è dedicato ad un geniale cantautore italiano, Lucio Dalla – ancora oggi tra gli artisti più ascoltati ed ascoltato da più generazioni – e ad introdurlo mi piace sia proprio un preciso verso, che trovo tra i più belli di sempre, non solo se si parla di musica, ma di poesia in generale: “Così lei restò sola nella stanza, la stanza sul porto con l’unico vestito, ogni giorno più corto”, tratta da 4 Marzo 1943 (le cui parole sono state scritte da Paola Pallottino) in cui Dalla, cantando, parla senza mai esplicitare di una mamma incinta, forse simbolicamente alludendo alla sua stessa attesa, del graduale scorrere della gravidanza e della povertà al tempo  della guerra. Tutto in un unico contesto senza dire nessuna parola chiave, ma evocando un mondo che in poche parole sembra a portata di mano. Ogni volta che ascolto questo brano rimango affascinato dal genio celato dietro quel verso e quella canzone tutta ed ogni tanto mi sovvengono anche le parole “Caro amico ti scrivoda L’anno che verrà,  canzone abusata, ma ancora così bella, forse passata troppe volte in radio tanto da perdere quel fascino di cui era carica, ma che, considerata solo per se stessa, ritorna ad essere un piccolo gioiello.

Un altro testo degno di nota che, pur essendo già presente come omaggio al suo autore qui sul blog, ho comunque voluto includere in questa rubrica è quello di Futura: siamo sul finire degli anni ’70, Lucio Dalla è già popolare e parte per Berlino, come ricorda egli stesso in un’intervista – di cui (mi spiace davvero) non riesco a rintracciare l’autore – il cui estratto è reperibile on-line. [Giorgio Chiantini]

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fotografia di Mario de Biasi

 

§ Il testo di Futura nacque come una sceneggiatura, poi divenuta canzone. La scrissi una volta che andai a Berlino. Non avevo mai visto il Muro e mi feci portare da un taxi al Charlie Check Point, punto di passaggio tra Berlino Est e Berlino Ovest. Chiesi al tassista di aspettare qualche minuto. Mi sedetti su una panchina e mi accesi una sigaretta. Poco dopo si fermò un altro taxi. Ne discese Phil Collins che si sedette nella panchina accanto alla mia e anche lui si mise a fumare una sigaretta. In quei giorni a Berlino c’era un concerto dei Genesis, che erano un mio mito. Tanto che mi venne la tentazione di avvicinarmi a Collins per conoscerlo, per dirgli che anch’io ero un musicista. Ma non volli spezzare la magia di quel momento. Rimanemmo mezz’ora in silenzio, ognuno per gli affari suoi. In quella mezz’ora scrissi il testo di Futura, la storia di questi due amanti, uno di Berlino Est, l’altro di Berlino Ovest, che progettano di fare una figlia che si chiamerà Futura”. Futura sarà poi pubblicata nell’album Dalla del 1980.

Curiosità: il cantautore bolognese in effetti aveva già citato Berlino in una sua canzone, precisamente Disperato Erotico Stomp, e questa era la strofa:

Girando ancora un poco ho incontrato uno che si era perduto /gli ho detto che nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino / mi guarda con la faccia un po’ stravolta e mi dice “sono di Berlino”. / Berlino, ci son stato con Bonetti, era un po’ triste e molto grande / però mi sono rotto, torno a casa e mi rimetterò in mutande.

*

Futura (testo)

Chissà chissà domani
su che cosa metteremo le mani
se si potrà contare ancora le onde del mare
e alzare la testa
non esser così seria, rimani
i russi, i russi gli americani
no lacrime non fermarti fino a domani
sarà stato forse un tuono
non mi meraviglio
è una notte di fuoco
dove sono le tue mani
nascerà e non avrà paura nostro figlio
e chissà come sarà lui domani
su quali strade camminerà
cosa avrà nelle sue mani.. le sue mani
si muoverà e potrà volare
nuoterà su una stella
come sei bella
e se è una femmina si chiamerà Futura.
Il suo nome detto questa notte
mette già paura
sarà diversa bella come una stella
sarai tu in miniatura
ma non fermarti voglio ancora baciarti
chiudi i tuoi occhi non voltarti indietro
qui tutto il mondo sembra fatto di vetro
e sta cadendo a pezzi come un vecchio presepio.
Di più, muoviti più fretta di più, benedetta
più su, nel silenzio tra le nuvole, più su
che si arriva alla luna,si la luna
ma non è bella come te questa luna
è una sottana americana
Allora su mettendoci di fianco,più su
guida tu che sono stanco, più su
in mezzo ai razzi e a un batticuore, più su
son sicuro che c’e’ il sole
ma che sole è un cappello di ghiaccio
questo sole è una catena di ferro
senza amore, amore, amore, amore.
Lento lento adesso batte più lento
ciao, come stai
il tuo cuore lo sento
i tuoi occhi così belli non li ho visti mai
ma adesso non voltarti
voglio ancora guardarti
non girare la testa
dove sono le tue mani
aspettiamo che ritorni la luce
di sentire una voce
aspettiamo senza avere paura, domani

 

*

L’angelo di Sant’Andrea della Valle

Roma - l'angelo di Sant'Andrea della Valle

Se vi trovate a passeggiare per Roma lungo Corso Vittorio Emanuele II, chiamato dai romani semplicemente Corso Vittorio, arriverete di certo fino all’incrocio con Corso Rinascimento; se il traffico non vi distoglie troppo, date uno sguardo anche alla facciata bianca e barocca della chiesa di S. Andrea della Valle.

Soffermandovi un attimo noterete una piccola asimmetria: c’è un angelo a sinistra, ma non c’è a destra.

Avete così prestato attenzione al protagonista di una delle leggende di Roma. Si racconta, infatti, che quando venne posizionato questo angelo ci furono pareri severi e critici nei confronti dell’autore, lo scultore Ercole Ferrata. Perfino il Papa, Alessandro II, criticò la statua e questo per Ferrata fu davvero troppo: “Se ne vuole un altro, se lo faccia da solo!” pare si sfogò il risentito scultore in risposta alla critica pontificia.

E così ancora oggi, l’angelo di S. Andrea della Valle guarda solitario i romani che passeggiano, si arrabbiano, ridono e a volte alzano gli occhi fino a lui.

(Giorgio Chiantini)

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*

a reggere azzurro t’ho visto allo zenit di questo presente
a guardarci benigno nella domanda che s’attende
quaggiù non stiamo male / è solo questione d’abitudine
pari abbiamo l’incedere del tempo e la materia
sostenendoci mancanti del reciproco aspettiamo
una presenza che precisa dalla strada
c’inviti ad alzare lo sguardo
verso un cielo che ignoriamo vicino:

così nel crocevia di giorni e destini ti ho tenuto per mano
carezzando la tua pelle di luna e la giada del tuo sguardo
m’hai attraversata d’emozione oltre il traffico quotidiano
lasciandomi nel sospiro d’aver accolto l’infinito a me dedicato

.
sai caro angelo? a pochi si concede un battito del cuore
.

(Angela Greco, Tra terra e cielo – inserito in “Attraversandomi”, 2015)

Francesco De Gregori, Titanic (seconda parte – a cura di Giorgio Chiantini)

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Festaiola, irriverente, metà rumba, metà fox trot, intrisa della stessa falsa allegria che circola fra i saloni del “Titanic” è la canzone che dà titolo all’album. Anche qui si procede per contrasti evidenti, anche qui due sono le umanità rappresentate, quella di terza classe e quella di lusso. Gran parte della narrazione è occupata dai pensieri liberi del “cafone”, dell’emigrante che in felice ironia, quasi non si accorge del trattamento spaventoso che sta subendo, emozionato com’è per cose che non ha mai visto e per la prospettiva di un futuro migliore (“Ma chi l’ha detto che in terza classe si viaggia male? Questa cuccetta sembra un letto a due piazze ci si sta meglio che in ospedale”); più la descrizione va avanti e più appare fantozziana, grottesca da un lato, patetica dall’altro (“A noi cafoni ci hanno sempre chiamato, ma qui ci trattano da signori, che quando piove si può star dentro, ma col bel tempo veniamo fuori”), tanto che quel disastro di sistemazione in terza classe (“sudore dal boccaporto e odore di mare morto”) finisce col sembrare a tutti una vacanza.

Ma “Titanic” è uno spaccato di classi sociali e ovviamente non può mancare il borghese arricchito, il “pervenu” che sventola addirittura sotto il naso del capitano le mille lire per aver diritto alla prima classe, così come sbandiera sua figlia quindicenne (con cappello parigino), per essere invitato al tavolo del comando, anche lui per motivi diversi da quelli dei “cafoni”, elettrizzato, entusiasta per lo champagne, il panorama lunare e le meraviglie del viaggio. Non è da meno sua figlia, ovviamente “innamorata del proprio cappello”, così da non vedere altro che se stessa, non pensare ad altro che alla sua bella figura in un delirio di vanità ed egocentrismo, non senza lasciarsi tentare dal fascino del marconista.

A questi due diversi tipi di allegria fittizia, provocata, illusoria (la proletaria e la borghese), fa da termine discriminante, da chiosa morale, l’immensa diversità di obiettivi che si propongono l’uno e l’altro ceto: secondo i “cafoni” di terza classe “per non morire si va in America”, secondo la ragazza di “prima” “per sposarsi si va in America”.

L’assoluta originalità di tutta la canzone, sta, come si è detto, nell’incoscienza pressoché totale di chi viaggia, nel non vedere, non accorgersi, non capire, lasciarsi trasportare dal clima festaiolo e credere (i cafoni soprattutto) di essere lontano dal passato, in una nuova dimensione onirica: nel non riconoscere cioè che sempre nello stesso mondo sono, sempre nel passato, anche se camuffato da sogno.

Da ultimo un particolare inquietante. La parola “ghiaccio” ricorre nella canzone un sacco di volte e con significati sempre diversi, ma premonitori. (commento di Roberto Vecchioni)

*

Titanic (testo)

La prima classe costa mille lire,
la seconda cento, la terza dolore e spavento.
E puzza di sudore dal boccaporto
e odore di mare morto.

Sior Capitano mi stia a sentire,
ho belle e pronte le mille lire,
in prima classe voglio viaggiare
su questo splendido mare.
Ci sta mia figlia che ha quindici anni
ed a Parigi ha comprato un cappello,
se ci invitasse al suo tavolo a cena come sarebbe bello.
E con l’orchestra che ci accompagna con questi nuovi ritmi americani,
saluteremo la Gran Bretagna col bicchiere tra le mani
e con il ghiaccio dentro al bicchiere faremo un brindisi tintinnante
a questo viaggio davvero mondiale, a questa luna gigante.

Ma chi l’ha detto che in terza classe,
che in terza classe si viaggia male,
questa cuccetta sembra un letto a due piazze,
ci si sta meglio che in ospedale.
A noi cafoni ci hanno sempre chiamato
ma qui ci trattano da signori,
che quando piove si può star dentro
ma col bel tempo veniamo fuori
su questo mare nero come il petrolio
ad ammirare questa luna metallo
e quando suonano le sirene ci sembra quasi che canti il gallo.
Ci sembra quasi che il ghiaccio che abbiamo nel cuore
piano piano si vada a squagliare
in mezzo al fumo di questo vapore
di questa vacanza in alto mare.

E gira gira gira gira l’elica
e gira gira che piove e nevica,
per noi ragazzi di terza classe
che per non morire si va in America.

E il marconista sulla sua torre,
le lunghe dita celesti nell’aria,
riceveva messaggi d’auguri
per questa crociera straordinaria.
E trasmetteva saluti e speranze
in quasi tutte le lingue del mondo,
comunicava tra Vienna e Chicago
in poco meno di un secondo.

E la ragazza di prima classe,
innamorata del proprio cappello,
quando la sera lo vide ballare lo trovò subito molto bello.
Forse per via di quegli occhi di ghiaccio
così difficili da evitare,
pensò “Magari con un po’ di coraggio,
prima dell’arrivo mi farò baciare”.

E com’è bella la vita stasera,
tra l’amore che tira e un padre che predica,
per noi ragazze di terza classe
che per sposarci si va in America,
per noi ragazze di terza classe
che per sposarci si va in America.

 

Francesco De Gregori e la storia di Titanic (prima parte) – a cura di Giorgio Chiantini

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I “sassi sonori” dedicano due appuntamenti alla musica e all’arte di Francesco De Gregori, alla storia dell’album Titanic e alla omonima canzone, di cui leggeremo la settimana prossima.

All’inizio degli anni Ottanta il futuro sembrava bussare alle porte, spifferando ventate di ottimismo e timore. Il 1982 è l’anno in cui l’Italia di Bearzot vince il Mondiale in Spagna. E’ anche l’anno in cui degli esseri alieni conosciuti come replicanti popolano l’immaginario di Blade Runner e da lì infettano il nostro. Francesco De Gregori era già un cantautore riconosciuto, sette dischi all’attivo e grandi collaborazioni alle spalle. Tuttavia la musica leggera e cantautorale aveva trovato il proprio faro in dischi come La voce del padrone di Franco Battiato (pop post-moderno elettronico, ironico, surreale), concedendosi solo parzialmente all’ala “tradizionalista”.

Dunque, agli albori dell’edonismo reaganiano e del craxismo “da bere”, De Gregori se ne esce con un Lp che celebra la storia di un naufragio, uno dei più colossali fallimenti della storia: Titanic. Ma nel suo “prendere gli anni Ottanta contromano”, Francesco rientra sostanzialmente in carreggiata e si affida definitivamente alla musica popolare, propriamente detta. In Titanic cessa l’autoreferenzialità, le piccole vicende di un se stesso allo specchio, e trionfa l’abitudine (da lì in poi tutta de gregoriana) di raccontare circostanze epocali che toccano da vicino l’umanità. Non a caso, ad aiutarlo in questo percorso, accorre l’amica Giovanna Marini, già colonna portante della tradizione popolare della canzone italiana.

La spina dorsale dell’album Titanic è costituita dal trittico L’abbigliamento di un fuochistaTitanicI muscoli del capitano: sono questi i brani in cui si racconta più da vicino la storia del RMS Titanic, del suo naufragio filtrato dal cantautore attraverso la lettura de “L’affondamento del Titanic” di Hans Magnus Enzenberger. Così l’artista si concede un ultimo scorcio su un’umanità spensierata, divisa marxianamente in classi (seppure a tratti felice) prima di far affondare tutto nelle fredde acque dell’oceano Atlantico. Dopo Belli Capelli, l’armonica scanzonata di Caterina (è la prima volta che De Gregori suona in un disco questo strumento) rievoca il periodo vivido del Folkstudio romano.

Francesco conobbe lì Caterina Bueno, folksinger fiorentina che ripose fiducia in lui appena ventenne, chiamandolo come chitarrista nel tour del 1971. Il suo modo di ricordarla “per i tetti di Firenze” è (insieme alla titletrack) una lezione memorabile di arrangiamento, equilibrio e pienezza. Il lato A, quello della quiete prima della tempesta, prosegue con La leva calcistica della classe ’68 (considerato da lui stesso uno dei suoi brani meno sinceri) e si chiude proprio con L’abbigliamento di un fuochista, preludio perfetto al disastro: arpeggiato popolare, da balera, sull’emigrazione di un giovane proletario.

Da qui in poi, la nave si trasforma in un microcosmo, su cui passare la lente d’ingrandimento: i ritmi sudamericani di Titanic, i ragazzi di terza classe che “per non morire” se ne vanno in America, “l’amore che tira” la ragazza “innamorata del proprio cappello”, il continuo richiamo al ghiaccio come memento della fine…De Gregori sbeffeggia, con un inno a tutti gli effetti popolare (si cita Il naufragio della nave Sirio), la fiducia nel progresso. Sbeffeggia il futuro che viviamo, lo trasforma in squarcio apocalittico, lo capovolge con amara ironia: “andiamo avanti tranquillamente” “su questa nera nave che non può affondare”, dice incosciente il capitano. Gli speranzosi versi de I muscoli del capitano sono solo l’ennesima prova della vulnerabilità dell’uomo e delle sue tecnologie (dai Futuristi fino ai reaganiani).

Il Titanic, il transatlantico nella realtà, affonderà nel 1914 (1500 i morti), 150 stelle “sono bombe che sembrano giocattoli / che ammazzano le persone e risparmiano gli scoiattoli”, mentre nel 1943 San Lorenzo viene distrutta e ricordata molto dopo dalle note del pianoforte della canzone finale. Titanic è molto più di un disco: è un brindisi amaro dal calice della Storia.

 (Testo a cura di Giorgio Chiantini tratto e adattato dal sito web sentireascoltare.com)

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Nel senso del terribile e del non finito di Michelangelo Buonarroti: San Matteo

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Michelangelo Buonarroti, San Matteo (1506),

marmo. Firenze, Galleria dell’Accademia

 *

Un viso bloccato a metà nella pietra è un’immagine terribile e in effetti la celebre “terribilità” di Michelangelo, che connota la possessione di una forza impressionante, nasce qui, da questo unico apostolo non finito. Non c’è niente nella figura che alluda alla sua identità, a parte un libro, che rimane incastonato nella roccia rozzamente sbozzata come il resto del corpo. Solo il ginocchio sinistro dell’apostolo sporge a sufficienza per suscitare la speranza di riuscire a emergere fuori. La torsione angosciosa del corpo è la prima risposta di Michelangelo alla scioccante rivelazione del Laocoonte di sei mesi prima, che questa statua richiama a vari livelli.

Michelangelo scolpì il San Matteo frontalmente, da una sola parte del blocco. Vasari paragonò l’effetto a un modello immerso in un bacino d’acqua, che risale lentamente facendo emergere via via in superficie un arto dopo l’altro. E’ la statua stessa a rivelarci senza ombra di dubbio che è stata concepita per essere esattamente ciò che è, un “nonfinito”.

Il San Matteo è la prima dichiarazione michelangiolesca – precedente alle formulazioni poetiche – dell’idea platonica che la figura scolpita è prigioniera nel marmo. Secondo lo stesso pensiero, l’idea di bellezza dell’artista deriva direttamente dal Divino. Togliere il marmo in eccesso era un’operazione tanto intellettuale quanto materiale, se non ancora di più.

Michelangelo disegnò alcuni tipi di apostolo, ma nessuno direttamente collegabile al San Matteo. Si potrebbe pensare che l’artista disprezzasse i tradizionali preparativi che consistevano nel disegnare e fare dei bozzetti delle statue, preferendo entrare direttamente nel marmo per catturarne l’anima prigioniera che anelava alla libertà. Il risultato è una specie di metafora, forse inconscia, della creazione artistica come lotta. L’unico modo in cui Michelangelo la poteva mostrare era lasciare la statua incastrata a metà dentro la pietra.

(Giorgio Chiantini, liberamente tratto da “Il giovane Michelangelo” di John T. Spike)

Michelangelo,_san_matteo - Copia Michelangelo,_san_matteo

*

“[…] L’attualità e la grandezza di Michelangelo non si misurano solo dalle sue opere ma dall’intera sua vita: l’artista celebrato e osannato, che tiene testa a papi e principi, è in verità profondamente solo, pieno di contrasti insolubili, che non sono tanto distanti dai contrasti e dalla solitudine dell’uomo di oggi. Sebbene di recente si sia puntato il dito contro l’avarizia e perfino la presunta disonestà dell’artista, che ne avrebbero fatto uno degli uomini più ricchi del suo tempo, quello che ci rimane di lui è la difficile coerenza del suo cammino, la radicalità delle sue scelte, l’emozione che suscitano le sue opere, che ne fanno certamente una delle grandi personalità della cultura europea.

Michelangelo non smette di sollevare insieme problemi e ammirazione come il suo autore più amato, Dante, i cui versi conosceva a memoria e che certo procurò in lui un’agonistica emulazione. Pur immenso nelle angosce e nelle speranze della sua epoca, Michelangelo trascende il tempo per parlare, anche all’uomo di oggi, di eros e salvezza, di malinconia e titanismo, di peccato ed eternità, di perfezione e incompiutezza, di sofferta vitalità e di un’amara, sconsolata meditazione sullo scorrere del tempo e la fine delle cose.” (Angela Greco, tratto da “La vita e l’arte” di Claudio Gamba in “Michelangelo, I grandi maestri dell’arte” – Skira 2007)