Giovanni L. Asmundo, Poesia della città diffusa

dal blog PERIPLI, 292 // POESIA DELLA CITTÀ DIFFUSA, UNA DOMENICA DI FINE 2019 

Articolo e fotografia di G. Asmundo

Un piano sequenza incantato; nel lasciarsi attraversare dalla bellezza di un unico linguaggio, nell’assorbire la realtà che nonostante tutto, positiva e poetica, ci circonda.
Questa la piccola fiaba tangibile che oggi vi propongo.
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La città diffusa del Nordest, 3.11.2019
Ho visto una famiglia prepararsi a una piovosa e serena domenica di nonne, calore, funghi, crostate.
Un papà chiacchierare di semplicità quotidiane, con parole per me solo verbalmente incomprensibili, con una bimba che si dondolava dalla panca, le strette di mano fra amici di ogni lingua nell’andirivieni di una fermata d’autobus.La sera prima, invece, mentre ci appendevamo a un tram, schiacciati come sardine, corpo collettivo di parole, mentre il vetro attraversava la notte, mentre parlavo con una mamma dell’Africa centrale, ho visto un papà dell’Asia centrale, gli occhi lustri di pioggia, illuminarsi mostrando a un amico le foto su whatsapp del figlioletto lontano. Più tardi alcuni cari amici, seduti intorno a un tavolo accogliente, con la gran gioia di rivedersi in occasione di un compleanno. Un po’ di treno più in là, un papà entusiasta dire a un bimbo ricciolibiondi «videochiamiamo il nonno, così lo saluto e gli dici che siamo su un tram». Una signora del vicino oriente cucinare con un cappello da cuoca punteggiato da brillanti, lucenti come stelle.Un ragazzo impacciato complimentarsi con un altro, sconosciuto, per la sua felpa, chiedendogli timidamente se potesse fotografarla. Anziani del nordest chiedere un’ombra e un cicchetto, la mattina presto, a una ragazza dai tratti dell’estremo oriente. Donne del sudest della penisola offrire un cappuccino a un operaio infreddolito, proveniente dal sudest di un’altra penisola. Un signore dire al proprio cagnolino che abbaiava ad un altro, «ah no-no; a mi, ti me fa ‘ste robe?».Due amici fraterni del sudovest riuscire a ritrovarsi, approfittando di un cambio di treno, a mezza via fra il nord-est e il nordovest. Una donna del centro Europa domandare a chiunque informazioni nella propria lingua, tra sorrisi, alzate di spalle e indicazioni restituite a gesti. Genitori portare dei fiori fino all’altro capo di un’isola azzurra.
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Un’anziana signora mediorientale vestita di nero con un cappuccio di volpino sintetico per l’inverno. Un’altra signora, con le guance scavate dalle montagne più elevate dell’Asia, comprare soltanto zucchine spinose e peperoncini da un giovane d’altre montagne steppose. Un gruppo di amici di molte latitudini scaldarsi intorno a un affettuoso cous cous di pesce.
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Un ragazzo africano continuare a sbadigliare allo stesso ritmo di una coppia spagnola. Una famiglia del sudest asiatico parlare nel proprio idioma lontano, poi il papà fermarsi all’improvviso per chiamare i figli piccoli: “andiamo di qua, ha ragione mamma”. Una giovane coppia, seduta in un bar, ascoltare un canto alla durata.
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Tutti parlavano un unico linguaggio.
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dal blog PERIPLI: 291 // PORTOFRANCO 24 // Angela Greco. Il mio turno

Grazie di cuore a Gianluca Asmundo!!!

Peripli // Post Scriptum

Pubblichiamo oggi un contributo per Portofranco, la rubrica in cui ospitiamo le vostre voci in tema di ospitalità, democrazia, dialogo. Anche questa poesia di Angela Greco è stata ascoltata da noi e dal mare durante la lettura corale per “riaprire il porto”, presso la bocca del Lido di Venezia, il 2 giugno 2019.

Il mio turno, il tuo turno. L’alterità e la prossimità. L’esercizio del potere sociale. Quale identità persiste nel gioco del reciproco arresto del passo? “Chi altri siamo diventati”, si domanda l’autrice in una splendida terzina, sofferta quanto aperta alla più profonda forma di umanità che sempre ci rimarrà incollata tra le dita e le corde vocali: il dubbio. Se e quando si dovesse perdere “quel che fu affidato alle mani / e prima ancora alla volontà”, voglio credere fermamente, insieme all’autrice, in questo ossimoro: la capacità salda di dubitare.

G. Asmundo

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(Senza titolo)

Non ricordo dove…

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Portofranco a Venezia: Poesia per “aprire” il porto (a cura di Gianluca Asmundo)

Grazie alla voce e al cuore di Gianluca, ci sono stati anche i miei versi ❤

Peripli // Post Scriptum

Portofranco a Venezia. Presso la bocca di porto, leggendo parole aperte. Una risposta di poesia e nonviolenza a ogni chiusura, sposando il mare nel segno del dialogo, contrapposto al “vero e perpetuo dominio”. La data scelta era doppiamente simbolica, combaciando sia con lo Sposalizio del mare che con la Festa della Repubblica Italiana.

Parole libere, spaziando senza alcun confine o censura, dalla laguna alla Calabria, dall’Africa alla Puglia, da Roma all’India, si incrociavano qui, limpide, all’inizio e alla fine del Mediterraneo.

Le vostre voci si sono intrecciate con le nostre, le pagine delle vostre poesie con noi sulla battigia, tra la gente, tra i sorrisi, sventolando nella luce tiepida e radente, nel vento, liminali, cullate dallo sciabordio delle onde e dai gabbiani.
Grazie di cuore a tutte le persone che hanno partecipato, c’era tanta vicinanza, molta serena libertà.

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Oltre la rete, la poesia italiana che si incontra oggi: Giovanni Luca Asmundo

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OLTRE LA RETE: Giovanni Luca Asmundo

Tre poesie da Stanze d’isola
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IX.
Una volta rimasta sola
le ore e le isole, vuoto orizzonte
unica differenza di giorno in giorno
la foschia del prossimo vento
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a nulla vale ripassare a memoria ogni gesto
scorrere il libro o la tela a occhi chiusi
passare le mani sulle pareti
per placarne la sete
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tutte le sere, spento l’orizzonte
tastare il viso alla cieca
polpastrelli un tempo febbrili, adesso lenti
controllare le rughe o il sale dei capelli
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e prima di andare a dormire
lisciate le gambe con la pomice
indossati i gioielli tra i riccioli
pronta, specchiarsi in una sorda ossidiana.
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XI.
Rimettere i piedi tra i granelli roventi
la barca trascinarla di chiglia sulla sabbia
capelli increspati, le alghe sul petto
raggiungere l’amato sentiero fra le dune
artigliarsi alle poche certezze
quel vaso di basilico appoggiato in balcone.
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XIII.
E finì per assomigliare al mare
perché sempre ne aveva scrutato obliquamente
il senso, oltre il silenzio abbacinato.
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I capelli seccati più delle alghe
il pensiero in spirali di conchiglia
scheletrica ed aurea, ma gli occhi
abissi per nulla profondi e celati
da un velo impalpabile come battigia
abbagliante e già evaporata.
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E finì per assomigliare al mare
e al consumo dei giorni, incessante
e cangiante, oltre lo sguardo salato.
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Giovanni Luca Asmundo, architetto, vive e lavora a Venezia. Vincitore di concorsi nazionali di poesia, narrativa e prosa lirica, è presente nelle antologie Poesia e luce: Venezia, a cura di Marco Nereo Rotelli (2015) e Trittico d’esordio, a cura di Anna Maria Curci (Edizioni Cofine, 2017), oltre che in una serie di e-book curati dal blog “La presenza di Erato”. È tra i fondatori del progetto di poesia e fotografia “Peripli. Topografia di uno smarrimento”  ed è stato co-curatore di “Congiunzioni. Festival di poesia e video arte 2015”.

Quattro sassi con…autori contemporanei in 4 poesie: Giovanni Asmundo

Quattro sassi con - Il sasso nello stagno di AnGre

Quattro sassi con…autori contemporanei in 4 poesie: Giovanni Asmundo

Quattro poesie inedite dalla silloge Disattese

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Sgusciando tra i banchi del mercato
tra i basoli bianchi, le banniate
ci colpiscono sotto i fazzoletti
non parliamo tra noi, certi giorni
fantasmi rapiti alla folla.
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Ma la piccola gioia nascosta del rientro
a casa, tra i bimbi monelli a scintille
la frescura delle tende tirate
in un’estasi d’aglio e prezzemolo.
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Mio spoglio ramo, pendente da fuori il cortile
tra gocce di cenci a stendere
macerie di grigie rupi, ai confini del mondo
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anche noi, tra queste piastrelle
con un canto sommesso tenteremo
di salire sulla cima dei gradini
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e si leveranno forse i nostri sogni
al di là delle macerie dei muri.
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Propriu accussì, disse idda, scruscianno
sutt’alli dita li ricchina chi fussi c’avìa
e u coddu pie’atu ‘un cuntava
li signa di l’attisa sinza fini
propriu accussì, disse idda, t’aspittai
ma l’uora chi passò junse a tuccari
li rive dill’ultimi spunne ‘mmutite.
E si ficero muti l’anguli dilli pariti
e si ficero muti li pisi pinnenti di’ fili. ¹
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Proprio così, lei disse, schioccando
sotto le dita i supposti orecchini
e il collo reclino non raccontava
i segni dell’attesa senza fine
proprio così, lei disse, ti attesi
ma l’ora trascorsa giunse a lambire
le rive delle ultime sponde ammutite.
E tacquero gli angoli delle pareti
e tacquero i pesi pendenti dai fili.
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¹ versi in dialetto messinese
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L’irriducibilità delle stelle
era pari alle braccia delle madri.
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Non più vasi in testa, mutati i fardelli
ma sempre un arcaico sorriso giocondo
e il gomito ad anfora greca.
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La cicala iniziava di notte, domandava
alle guance, alle caviglie di ognuna
se fossimo brandelli di uno stesso
corpo, attorno alla cesta d’origano.
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giovanni asmundo ritGiovanni Luca Asmundo. Nato a Palermo nel 1987, dopo il Diploma di Maturità Classica si trasferisce a Venezia. Nel 2013 consegue la Laurea Magistrale in Architettura presso l’Università IUAV di Venezia, presso la quale attualmente collabora alla didattica e svolge attività di ricerca nei campi della storia e della rappresentazione dell’architettura.
Partecipa a vari reading, tra i quali “Èrato a Matera, festival dell’Arte e della Poesia” (2015). Nel 2014 è finalista al XXVI Premio Gioachino Belli. Sue poesie sono state pubblicate su riviste online tra le quali Poliscritture e Poetarum Silva, nonché in tre antologie de La presenza di Èrato.
È tra i curatori del progetto itinerante di poesia e fotografia “Peripli. Topografia di uno smarrimento” (peripli.wordpress.com) e di “Congiunzioni Festival di poesia e videoarte 2015”.