Rileggendo l’anno appena concluso: Disattese – Coro di donne mediterranee di Giovanni Luca Asmundo,nota di Angela Greco

Pubblicato, come riconoscimento di merito all’autore, quale primo classificato al “Premio Versante ripido” – prima edizione 2019 per poesia edita e inedita, con postfazione di Cinzia Demi, nella collana omonima (creata per scopi di autofinanziamento e reperibile unicamente tramite i marketplace Amazon) della stessa Associazione di promozione sociale Versante Ripido, Disattese – coro di donne mediterranee è la nuova brillante prova poetica di Giovanni Luca Asmundo, classe 1987, architetto e ricercatore universitario nato a Palermo e residente per lavoro e studi a Venezia, autore già di un’altra opera vincitrice di concorso Stanze d’isola (Premio Felix 2016, Oèdipus Ed.) e coautore di Trittico d’esordio (Ed. Cofine, 2016), che segna il suo esordio nella poesia edita.

Disattese è suddiviso in due sezioni di medesima lunghezza, ventuno componimenti per parte numerati con numeri romani – non si consideri superfluo, in un poeta votato alla sottrazione, il fornire dettagli sulle caratteristiche dell’opera – che racchiudono un decennio di poesie: I. Permanenza 2009-2017 e II. Migranza 2017-2019, sezioni, che possono essere considerate poemetti a giusta ragione, per continuità d’argomento e soggetti (anche se non si tratta propriamente di eroi in senso classico), presentate in maniera da costituire nella totalità una narrazione in versi vera e propria, distribuita con la già provata bravura costruttiva letta nell’opera precedente (Stanze d’isola), mirante alla realizzazione di una solida struttura entro cui muoversi con personaggi, azioni e, nel caso di Gianluca Asmundo, anche speranze e silenzi, ovvero tutti gli elementi di quel senso corale di cui è pregna la sua opera. Ciascuna sezione, narrante un tempo passato ed uno attuale, è introdotta dall’esergo di un poeta greco: Ghiannis Ritsos (un verso da Le vecchie e il mare), greco moderno, introduce la sezione in cui la poesia parla di un tempo antico, mentre Sofocle, con una citazione dall’Antigone, apre la sezione che si può considerare più vicina. Fermo restando che la suddivisone temporale non è indicativa, poiché tutto Disattese – nonostante l’elegante presenza di arcaismi funzionali all’eco classicista della poesia di Gianluca Asmundo e “coro” nel sottotitolo dice bene a riguardo -, come la buona poesia ben sa, è a-temporale, parlando con cognizione di causa di accadimenti e sentimenti comunque attuali.

La sensazione ricorrente e positivamente coinvolgente nella lettura del libro, sia che si incontrino donne di una certa età, sia che si abbia a che fare con le protagoniste della seconda sezione, è quella della sospensione, dell’attesa di un evento, di un qualcosa che smuova le acque del così è, che muti lo stato dei fatti dinnanzi al quale si rimane in ascolto, del proprio passato, delle proprie esperienze, dei propri silenzi, divenendo tasselli di un disegno più grande, che accomuna ieri e oggi, in una sacralità che prescinde dal credo religioso, nonostante il destino disatteso, nello spazio circoscritto solo geograficamente del Mediterraneo: “Storia di donne escluse / riunite dal mare essiccato / la madre, la figlia, la Vergine / Nigra sum sed formosa”.   Le donne di Asmundo, intese comunque quali il femminile di un binomio (si accetti ad esempio per tutte, come pure citata nella motivazione della giuria al premio, Penelope, che aspetta, lavora e agisce in prospettiva di Odisseo e di Telemaco), in questa opera non sono eroine che tendono al protagonismo personale (l’autore, in maniera mirabile non scade mai nella retorica, né nell’uso strumentale degli argomenti trattati), ma sono fili differenti di uno stesso ordito lavorato al telaio del tempo e della storia, che solo insieme, coralmente, potranno riscattare non solo se stesse, ma anche la loro progenie, guadagnando con la sopportazione e mai sottomissione, il futuro che sperano nonostante tutto: “L’irriducibilità delle stelle / era pari alle braccia delle madri. // Non più vasi in testa, mutati i fardelli / ma sempre un arcaico sorriso giocondo / e il gomito ad anfora greca”.

Un ruolo particolare nello scorrere dei versi è svolto dal silenzio e dalla solitudine (ogni componimento reca in sé un rimando a questi temi: “una volta rimasta sola”, “specchiarsi in una sorda ossidiana”, “restavano fredde le pietre del forno”, “le rive delle ultime sponde ammutite”, “tacquero i pesi pendenti dai fili”, ad esempio) intesi non già come mancanza di voce e di compagnia, ma come momenti privilegiati per la riflessione, per il pensiero su quel che è stato o sul da farsi; un silenzio costruttivo, in cui nulla si perde della forza e della speranza tratteggiate altrove, ma che è compendio, ampliamento del progetto (di costruzione di una umanità migliore) che il poeta affida (anche) a questa sua opera. Silenzio, che si pone come contrappeso alla parola divenuta oggi inevitabile, equilibrando pieni e vuoti della narrazione e lasciando spesso nel lettore la sensazione che l’autore propenda maggiormente per il non detto affidato ad un sentire che bene emerge dal lavorio di cesellatura del blocco-scrittura, nel quale ogni elemento è stato scelto con cura e lodevole attenzione.

L’autore di Disattese – coro di donne mediterranee, tra ricordi di viaggio, andate e ritorni e visoni lucide attraverso occhi capaci di traguardare la bruttura di cui siamo partecipi in questi tempi, raccoglie scene e pensieri di un cammino che compie da anni e che trova ampio spazio nei suoi luoghi telematici e nei suoi differenti lavori, con la promozione – si legge nella sua nota biografica – di “progetti di scrittura e fotografia su diversi temi quali migrazioni e dialogo, cura dei luoghi, riflessioni sulla città e il paesaggio contemporanei”: alcuni componimenti di quest’ultima opera mantengono il tono diaristico di chi si sposta per ragioni diverse e prende appunti; appunti che, in una fase successiva, prendono forma di poesia, mantenendo salde le sensazioni della prima stesura, della meraviglia con cui sono stati captati tra tanti segnali differenti: “La piccola A. vive tra il sole e la terra / olio e miele il suo dono nel deserto / […] Sopra la porta della su stanza / è disegnata una stella marina / ma non sa cosa ci sia oltre il blu./ In mezzo al mare c’è un’isola grande / dove io sono nato”. Viaggi, dell’autore attraverso i suoi protagonisti poetici, che rimandano sempre echi del luogo d’appartenenza, quasi a voler sottolineare con la dolcezza che è cifra di questo poeta, che qualsiasi distanza, fisica o metaforica,  non può mai recidere o far dimenticare quel legame con la radice per antonomasia, ossia l’essere persone, viventi di un sistema plurale, che può funzionare solo se ciascuno e tutti svolgono al meglio il proprio ruolo, la propria parte, come splendidamente si legge in chiusura: “Se coglieremo con dita gentili / i frutti maturi della decadenza / per ripiantarli al riparo dal salso / in salvo dietro le dune sabbiose / d’infanzia d’altri, non più distinti // se accosteremo le gemme trovate / e quelle recate fin dagli scogli / schiuse le mani non più protettive / coltiveremo giardini d’approdo // se volgeremo la nuca in profilo / esso disegnerà un’unica costa / per il medesimo viso / un mare fiorito.” [Angela Greco]

*

Alcuni estratti:

XIX.
Teneramente arriverai ai tuoi cent’anni
di sorrisi asciugati e pacifici
dimenticate storie e filastrocche
ma l’aspetto sempre curato e nell’armadio
le grucce con i sogni appesi
e nell’angolo il sacchetto di lavanda
.
.
.
.
II.
Non un limone, siamo giardino
dai verdi getti slanciati nel sole
gemmiamo l’aria, se ascolti il lucore
corale di un unico manto di zagara
non c’è confine, se non la plurale
pace esultante dei muri essiccati
meraviglia di mille sterpaglie.
…………………………………a Salma Zidane
.
.
.
XVI.
Nutriamo la lingua d’erranze
di approdi e partenze, di soglie
del mutuo baciarsi dei venti
del pianto di sale diviso, sorelle
bianca solarità in bocche addolcite
.
grani e parole in terreni
di nuovo linguaggio
lo spazio ricresce spontaneo
tra le erbe pestate.

 .

Rileggendo il 2019: stanze d’isola di Giovanni Luca Asmundo – nota di Angela Greco

Stanze d’isola di Giovanni Luca Asmundo letto da Angela Greco

E’ occorsa una notte di sonno pieno, utile e necessario ristoro, e un mattino limpido di sole nascente, a priori di qualsiasi altra incombenza, per riuscire a dire della lettura di questo libro di poesie. Anzi, di poesia, per quel legame tra i testi, che ne fanno un unicum, un poema, una narrazione in versi. Chiunque pensi di potersi accostare a stanze d’isole (Oèdipus Ed.2017) di Giovanni Luca Asmundo (Palermo, 1987; architetto che vive e lavora a Venezia), “opera vincitrice del Premio Letterario Felix, III edizione, sul tema Paesi-Radici. Abbandoni e ritorni nell’epoca 2.0” con superficialità e il sempre poco tempo sottratto ad altro da fare ritenuto più importante, commette una ingiustizia, una dissacralità, verso se stesso e verso la poesia.

Si legge tutto d’un fiato appena giunge a casa, versi liberi con strutture sonore distese sulla pagina chiaramente, senza fingimenti o effetti speciali, accogliendolo, per la suggestione del titolo, come un piccolo (realmente è un formato A5) naufrago giunto chissà da quali altri lidi; subito catturati dall’atmosfera di teatro antico, dalle scene cesellate con mano d’artista, dallo scorrere del proprio tempo insieme con quello della storia narrata, incuranti d’essere in altra epoca e altro luogo, ci si trova lì, con la poesia, che raramente parla di un io singolare, volto soprattutto a sottolineare l’uno narrante, ma che si volge tutta completamente al plurale, fin dalla divisione delle sezioni (Prologo, Parodo, Epiparodo, Esodo) e che invita a questo plurale, alla partecipazione e all’azione. Quella di non perdere la memoria, le radici, l’appartenenza, elementi ormai labili in quel mondo 2.0 o forse più di cui nel titolo del Premio che ha dato vita a questa pubblicazione.

stanze d’isola (scritto proprio con la prima lettera minuscola) è una evocazione del mito senza essere poesia del mito e senza abusare dell’argomento per creare interesse, offrendo personaggi e situazioni mitologiche come sfoggio di argomentazioni colte per apparire;  Gianluca (come lo chiamano a casa) ha altissima conoscenza e competenza di mitologia (il viaggio senza molto stare a pensarci su fa pendant con Odisseo e la sua sequela in ogni mente che ne legga), topografia, storia, geografia, architettura, letteratura e ben conosce per vissuto diretto un’altra storia, spesso figlia di un dio minore, quella del popolo, delle tradizioni, degli antenati non lontani, della tradizione delle città vecchie, fascinose di oralità e colori anche in senso metaforico e ne usa velatamente, evocandone senza mai l’arma impropria dell’essere diretto e sfacciato: “non basta un occhio sulla prora a far da casa” o “le dita che stendono i bordi / dei pomodori accartocciati” o, ancora, “sembra quasi di vederli / quei fili invisibili alle braccia”. Siamo a Sud fin dalla Grecia che emerge dal primo componimento, dove il “coreuta / lontano / dagli ulivi / dai teatri” dolcemente e docilmente avvisa, in una metafora usata, molto bene in questo caso, ma capace di essere retta con competenza e indiscutibile bravura fino alla fine del libro, “Dovevamo recitare uno spettacolo / ma abbiamo dimenticato di imparare la parte”. Subito ci assale, passando in rassegna in due soli versi, secoli di poesia, il dubbio sul nostro ruolo e sulla scena a cui non abbiamo partecipato e da Amleto a Pirandello l’interrogatorio che rivolgiamo contro noi stessi non smette di avere fine. Ma stanze d’isola è un canto intriso di nostalgia e ricordo, amore e lucidità, che si pone una meta nobile d’intenti – mettendo seriamene le distanze dalla consuetudine di violenza, con cui verrebbe da chiedere a gran voce reazione al popolo e a questa realtà in cui stiamo lentamente soccombendo come genere umano – irradiando un messaggio, coerente con tutto l’operato artistico e divulgativo dell’autore, di resistenza non violenta attraverso la conoscenza di quella famosa sequela di domande che hanno originato anche la filosofia, chi siamo? da dove veniamo? dove andiamo? ancorando le origini della nostra civiltà nell’Ellade e nei suoi insegnamenti.

Rileggendo senza soluzione di continuità i trentacinque componimenti (titolati con numeri romani in progressione) si partecipa a un arrivo, a una ricognizione dello stato dei luoghi, a un ritorno e ritrovo non identificabili esplicitamente in luoghi e tempi noti, per poi essere catapultati, con un cortocircuito degno di chi sembra del “mestiere” (ricordo che questo è, dopo Trittico d’esordio, antologia edita di tre autori del 2017, il primo libro di poesie di questo autore) nel presente e in un’area ben definita della Sicilia occidentale (Belice), affidando il cambio di tempo tra le pag.24 e 25 ad un verso in siciliano (“unne sunnu, unne fineru” ossia “dove sono, che fine fecero”) e a una esplicita citazione del luogo (“Al riaffacciarsi sul Belice”). Questo momento tra i componimenti XVI e XVII è anche lo spartiacque tra la Storia, con la maiuscola fin qui evocata anche nelle presenze mai nominate di personaggi omerici incastonati nei dettagli di una terra mediterranea antica e ancora attualissima, e la propria storia, fatta di ricordi d’infanzia rappresentati da un’abitazione, che, magistralmente, l’architetto dosa nei versi senza smancerie, né retorica, fornendo anche in questo caso una metafora, che permette la partecipazione del lettore, che si ritrova pienamente con l’autore (“Continuiamo a puntellare, dunque / fasciando con bende amorose / facciate d’infanzia.”), riflettendo sull’attualità di questo nostro patrimonio materiale e immateriale soggetto all’azione del tempo e dell’incuria fisica e spirituale, che necessita di essere puntellato per non crollare definitivamente.

Nei componimenti XVIII e XXV compare la prima persona, di cui accennato all’inizio di questa pur sempre insufficiente nota di lettura, ad accarezzare ricordi, nella consapevolezza della lontananza attuale e del fascino che i luoghi ricordati ancora esercitano, novello Odisseo, che resiste al canto fatale delle sirene, qui identificate nell’insetto effimero simbolo dell’estate (“Magari potessi riudire / il canto docile delle cicale. / Con queste mani mi lego / a un tronco d’ulivo”); prima persona che torna “a una casa di luce e di cotto / alle rughe legnose del mio tavolo / ai pensieri disegnati” alla realtà innestata nel ricordo dove quella stessa realtà nacque, che tenta l’uscita dall’ambito dello stabilito, del finto, per vivere nella natura la sua primaria essenza di abitante di queste terre meridionali (“E certe sere disertare il teatro / per cavea di grotte sull’orlo del Plemmirio / distendermi a braccia aperte sul calcare / misure di tempo da gomito a polso”). La prima persona, quasi a difendersi da sentimenti troppo grandi per non soccombere a essi, dura poco, pochissimo; subito torna ad essere un noi, il plurale e il coro che animano lo stesso libro (composizione XXVI: “Tornati, non sapevamo nulla / […] / Abbiamo guardato il gioco delle ombre / senza capirlo. // Il mare parlava da solo / fragore continuo. / La sera, stavamo alla finestra vuota / mangiando pane e olive.”) e che parla della terra senza nascondere nulla, dalle figure che la animano, a quelle che l’hanno animata nel passato e / o nel mito, sovrapposizione che non consente più distinzioni, di nessuna sorta, in un tutt’uno che culmina nell’Esodo, l’uscita definitiva dalla scena nel teatro greco antico, dove si dice, con il petto ampliato nella sua capacità respiratoria, “Quando i Ciclopi lasciarono l’isola / […] / senza voltarsi, piansero lacrime cispose.”

Un libro di cui si ringrazia l’autore e che dispiace finisca, stanze d’isola di Giovanni Luca Asmundo, al quale si promette e si mantiene la promessa di rileggerlo, scoprendo sempre nuovi spunti di riflessione nella densità di elementi, rarissima per un poeta così giovane – di termini-microuniversi usati con parsimoniosa esattezza senza scadere mai nell’ermeticità, di argomenti antichi e moderni sapientemente dosati, suggestioni investenti tutti i sensi, colori decisi e definiti come quella Sicilia che abita l’autore senza nascondimenti, sapori caratteristici e spesso dimenticati in questa globalizzazione forzata, profumi del mare figli del vento e della memoria e visioni ampissime e reali – che offre con tanta generosità e di cui risulta davvero difficile racchiudere tutto il sentire che ne scaturisce, in una nota di lettura, pur lunga come questa, ma sempre non esaustiva. [Angela Greco]

*

Estratti da stanze d’isola di Giovanni Luca Asmundo

(Oèdipus Ed.2017 – in copertina: Salina (2016), fotografia di Daniele D’antoni)
V.
Nutriamo la cenere anche noi
piangendo nerità variopinte
cerchiamo consistenza
fiatando vapori vani
che non si miscelano
in fredde striature di luce.
Sfumano aloni d’intenzione
mentre sboccia d’indaco la notte.
.
.
.
XXI
Eccoli, i campi di grano sovraesposti
all’indistinto, le spighe distese
sulle anche, sui fianchi ritratti
le chiare polle d’acqua traspaiono
umidità affioranti, umori risplendenti
dalla profonda, femminea terra. Chi cova
indisturbato, indifferente al millennio
forse le serpi.
.
.
.
XXXIV.
Se un giorno, chiusa la conta del sale
salperemo con vele triangolari
sfuggiti al logorarsi delle carni
smembrato il coro per vie laterali
.
rinati all’affacciarsi sul sole
darà la gioia del mandorlo in fiore
l’aver vibrato fino al compimento
.
indossata la giusta voce e lasciato
nel tepore anche di una sola mente
un pane appena avvolto a lievitare.
.

Disattese – Coro di donne mediterranee di Giovanni Luca Asmundo letto da Angela Greco

Pubblicato, come riconoscimento di merito all’autore, quale primo classificato al “Premio Versante ripido” – prima edizione 2019 per poesia edita e inedita, con postfazione di Cinzia Demi, nella collana omonima (creata per scopi di autofinanziamento e reperibile unicamente tramite i marketplace Amazon) della stessa Associazione di promozione sociale Versante Ripido, Disattese – coro di donne mediterranee è la nuova brillante prova poetica di Giovanni Luca Asmundo, classe 1987, architetto e ricercatore universitario nato a Palermo e residente per lavoro e studi a Venezia, autore già di un’altra opera vincitrice di concorso Stanze d’isola (Premio Felix 2016, Oèdipus Ed.) e coautore di Trittico d’esordio (Ed. Cofine, 2016), che segna il suo esordio nella poesia edita.

Disattese è suddiviso in due sezioni di medesima lunghezza, ventuno componimenti per parte numerati con numeri romani – non si consideri superfluo, in un poeta votato alla sottrazione, il fornire dettagli sulle caratteristiche dell’opera – che racchiudono un decennio di poesie: I. Permanenza 2009-2017 e II. Migranza 2017-2019, sezioni, che possono essere considerate poemetti a giusta ragione, per continuità d’argomento e soggetti (anche se non si tratta propriamente di eroi in senso classico), presentate in maniera da costituire nella totalità una narrazione in versi vera e propria, distribuita con la già provata bravura costruttiva letta nell’opera precedente (Stanze d’isola), mirante alla realizzazione di una solida struttura entro cui muoversi con personaggi, azioni e, nel caso di Gianluca Asmundo, anche speranze e silenzi, ovvero tutti gli elementi di quel senso corale di cui è pregna la sua opera. Ciascuna sezione, narrante un tempo passato ed uno attuale, è introdotta dall’esergo di un poeta greco: Ghiannis Ritsos (un verso da Le vecchie e il mare), greco moderno, introduce la sezione in cui la poesia parla di un tempo antico, mentre Sofocle, con una citazione dall’Antigone, apre la sezione che si può considerare più vicina. Fermo restando che la suddivisone temporale non è indicativa, poiché tutto Disattese – nonostante l’elegante presenza di arcaismi funzionali all’eco classicista della poesia di Gianluca Asmundo e “coro” nel sottotitolo dice bene a riguardo -, come la buona poesia ben sa, è a-temporale, parlando con cognizione di causa di accadimenti e sentimenti comunque attuali.

La sensazione ricorrente e positivamente coinvolgente nella lettura del libro, sia che si incontrino donne di una certa età, sia che si abbia a che fare con le protagoniste della seconda sezione, è quella della sospensione, dell’attesa di un evento, di un qualcosa che smuova le acque del così è, che muti lo stato dei fatti dinnanzi al quale si rimane in ascolto, del proprio passato, delle proprie esperienze, dei propri silenzi, divenendo tasselli di un disegno più grande, che accomuna ieri e oggi, in una sacralità che prescinde dal credo religioso, nonostante il destino disatteso, nello spazio circoscritto solo geograficamente del Mediterraneo: “Storia di donne escluse / riunite dal mare essiccato / la madre, la figlia, la Vergine / Nigra sum sed formosa”.   Le donne di Asmundo, intese comunque quali il femminile di un binomio (si accetti ad esempio per tutte, come pure citata nella motivazione della giuria al premio, Penelope, che aspetta, lavora e agisce in prospettiva di Odisseo e di Telemaco), in questa opera non sono eroine che tendono al protagonismo personale (l’autore, in maniera mirabile non scade mai nella retorica, né nell’uso strumentale degli argomenti trattati), ma sono fili differenti di uno stesso ordito lavorato al telaio del tempo e della storia, che solo insieme, coralmente, potranno riscattare non solo se stesse, ma anche la loro progenie, guadagnando con la sopportazione e mai sottomissione, il futuro che sperano nonostante tutto: “L’irriducibilità delle stelle / era pari alle braccia delle madri. // Non più vasi in testa, mutati i fardelli / ma sempre un arcaico sorriso giocondo / e il gomito ad anfora greca”.

Un ruolo particolare nello scorrere dei versi è svolto dal silenzio e dalla solitudine (ogni componimento reca in sé un rimando a questi temi: “una volta rimasta sola”, “specchiarsi in una sorda ossidiana”, “restavano fredde le pietre del forno”, “le rive delle ultime sponde ammutite”, “tacquero i pesi pendenti dai fili”, ad esempio) intesi non già come mancanza di voce e di compagnia, ma come momenti privilegiati per la riflessione, per il pensiero su quel che è stato o sul da farsi; un silenzio costruttivo, in cui nulla si perde della forza e della speranza tratteggiate altrove, ma che è compendio, ampliamento del progetto (di costruzione di una umanità migliore) che il poeta affida (anche) a questa sua opera. Silenzio, che si pone come contrappeso alla parola divenuta oggi inevitabile, equilibrando pieni e vuoti della narrazione e lasciando spesso nel lettore la sensazione che l’autore propenda maggiormente per il non detto affidato ad un sentire che bene emerge dal lavorio di cesellatura del blocco-scrittura, nel quale ogni elemento è stato scelto con cura e lodevole attenzione.

L’autore di Disattese – coro di donne mediterranee, tra ricordi di viaggio, andate e ritorni e visoni lucide attraverso occhi capaci di traguardare la bruttura di cui siamo partecipi in questi tempi, raccoglie scene e pensieri di un cammino che compie da anni e che trova ampio spazio nei suoi luoghi telematici e nei suoi differenti lavori, con la promozione – si legge nella sua nota biografica – di “progetti di scrittura e fotografia su diversi temi quali migrazioni e dialogo, cura dei luoghi, riflessioni sulla città e il paesaggio contemporanei”: alcuni componimenti di quest’ultima opera mantengono il tono diaristico di chi si sposta per ragioni diverse e prende appunti; appunti che, in una fase successiva, prendono forma di poesia, mantenendo salde le sensazioni della prima stesura, della meraviglia con cui sono stati captati tra tanti segnali differenti: “La piccola A. vive tra il sole e la terra / olio e miele il suo dono nel deserto / […] Sopra la porta della su stanza / è disegnata una stella marina / ma non sa cosa ci sia oltre il blu./ In mezzo al mare c’è un’isola grande / dove io sono nato”. Viaggi, dell’autore attraverso i suoi protagonisti poetici, che rimandano sempre echi del luogo d’appartenenza, quasi a voler sottolineare con la dolcezza che è cifra di questo poeta, che qualsiasi distanza, fisica o metaforica,  non può mai recidere o far dimenticare quel legame con la radice per antonomasia, ossia l’essere persone, viventi di un sistema plurale, che può funzionare solo se ciascuno e tutti svolgono al meglio il proprio ruolo, la propria parte, come splendidamente si legge in chiusura: “Se coglieremo con dita gentili / i frutti maturi della decadenza / per ripiantarli al riparo dal salso / in salvo dietro le dune sabbiose / d’infanzia d’altri, non più distinti // se accosteremo le gemme trovate / e quelle recate fin dagli scogli / schiuse le mani non più protettive / coltiveremo giardini d’approdo // se volgeremo la nuca in profilo / esso disegnerà un’unica costa / per il medesimo viso / un mare fiorito.” [Angela Greco]

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Alcuni estratti:

XIX.
Teneramente arriverai ai tuoi cent’anni
di sorrisi asciugati e pacifici
dimenticate storie e filastrocche
ma l’aspetto sempre curato e nell’armadio
le grucce con i sogni appesi
e nell’angolo il sacchetto di lavanda
.
.
.
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II.
Non un limone, siamo giardino
dai verdi getti slanciati nel sole
gemmiamo l’aria, se ascolti il lucore
corale di un unico manto di zagara
non c’è confine, se non la plurale
pace esultante dei muri essiccati
meraviglia di mille sterpaglie.
…………………………………a Salma Zidane
.
.
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XVI.
Nutriamo la lingua d’erranze
di approdi e partenze, di soglie
del mutuo baciarsi dei venti
del pianto di sale diviso, sorelle
bianca solarità in bocche addolcite
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grani e parole in terreni
di nuovo linguaggio
lo spazio ricresce spontaneo
tra le erbe pestate.

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dall’acqua

*
Se solo fosse statua di fulgido bronzo
come quel giovinetto danzante
tutto quello che viene ripescato
in questo tratto di mare accecante.
.
Lampedusa, 3 ottobre 2013, di Gianluca Asmundo
(immagine: Anne Packard, Barca a remi sul blu, 1933)
.
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.
*
A bordo di un domani dal fondo bucato, questa,
è soltanto un passaggio per chiunque
da spartire al meglio con l’indifferenza.
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Un’illusione d’Occidente
-raccontata che non eravamo più bambini-
dimentichi dell’orco, che disegna destini.
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senza titolo – 2015 come 2019, di Angela Greco
(immagine: Senza fili, dal web)
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Giovanni Luca Asmundo, Roma città aperta. Liberare lo spazio

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da PERIPLI // POST SCRIPTUM  – blog di poesia a cura di Giovanni Asmundo, parte del progetto itinerante Peripli. Topografia di uno smarrimento che si ringrazia

*

Trascrivo dal taccuino una “deriva urbana” che ho compiuto a Roma in ottobre, con una riflessione sulla percezione dello spazio e la necessità della sua apertura.

«In quest’ultima Roma ho attraversato metà del mondo: dai compagni di viaggio centroafricani, generosi nonostante le parole stentate, scambiandoci nella notte storie e biscotti, ai turistoidi sciamanti multilingue ma allegri; dai balli brasiliani ai piedi dei tritoni, agli ameboidi individualisti da smartphone dell’ostello; di Moretti in Moretti, dalle architetture razionaliste coloniali con mostre food&art all’interno, al cinema Nuovo Sacher del caro vecchio Nanni; dal lungotevere di angeli e coppiette abbracciate, alle rive dei barboni ubriachi di plenilunio; dai coworking kitsch da designer (edera finta e ritratti-crosta di sultani), realizzati in malcapitate cappelle seicentesche, al cacio e pepe come ‘na volta con chiasso allegro; dalle poesie in romanesco di un calciatore a quelle in rima baciata dedicate da un anziano alla sua mamma – belle – fino a “poetesse” ingioiellate che organizzano “aperipoetry” in “location” non-meno-dei-castelli-romani e che fanno interpretare i propri testi soltanto da attori da telefilm poliziesco di punta; da precari che studiano appassionati per concorsi pubblici, ad aristoborghesie da aspettachemelatiroancora; dai petali di fiori che non galleggiano più nelle mie fontane preferite, ai fenicotteri rosa di plastica; dall’alba sui Fori alla realtà aumentata sui monumenti; dalle persone gentili sull’autobus della domenica, strette come sardine a Porta Portese, a un vecchio pescatore tiberino e alle ragazze sorridenti su un Gianicolo fiorito e tedesco; da un meraviglioso pranzo domenicale tra Terracina e un quartiere tranquillo, dal moscato alle Sante libanesi, fino a un indimenticabile incontro del dopopranzo con vere anime belle, lettori sinceramente appassionati e professori che conversavano di ebrei marrani, calabresi e acqua brillante; dai ladri di biciclette ai bangladini che vendono caricabatterie; dalle colonne antiche di notte e dall’aurora sulle rovine commoventi, alla luce metafisica dell’EUR con figure spaesate più della Vitti e della Moreau messe insieme in Antonioni».

Due giorni e due notti a piedi attraverso l’umanità romana, 40 km al giorno di ironia e disincanto, scegliendo di liberarsi dalle soluzioni di continuità. Pubblico solo oggi la prima parte di questo esperimento – che alcuni di voi hanno letto in anteprima – dopo averlo rimandato per mesi nell’attesa di avere tempo per costruire un reportage più completo, per una ragione precisa: in queste ultime settimane mi sembra sempre più urgente insistere con vigore sulla necessità di una costruzione alternativa della narrazione del reale, in senso antimediatico.

Tengo a una città democratica, orizzontale, in cui lo spazio sia comune a tutti e tutti si guardino in viso, in cui i vernissage d’arte coesistano con i samosa in una via semicentrale. Uno spazio che noi tutti edifichiamo con azioni e parole aperte, quotidianamente, senza nemmeno accorgercene, poiché si tratta di un processo assolutamente naturale. Tuttavia, la lettura e l’interpretazione spontanea della realtà oggettiva stanno diventando sempre più un campo in cui giocare sottilmente la partita della manipolazione dell’opinione pubblica.

Spingendosi oltre, tale storytelling politico-mediatico può trasformarsi in uno strumento attraverso il quale alimentare esclusioni sociali costruite ad hoc, che mascherino le marginalità reali in cui larga parte della popolazione viene progressivamente relegata, tendendo a quella metropoli privata di qualità che Danilo Dolci definiva “omile”.

L’osservazione-ascolto e la rappresentazione della realtà fisica e delle sue stratificazioni, dunque, mi sembrano sempre più necessarie per toccare con mano una “verità” dei fenomeni, così come la vita delle persone.

Dal punto di vista del metodo, ad esempio, è possibile decidere come collocarsi fisicamente e spostarsi nello spazio urbano, come compiere un moto liberato, tagliando la città in pianta e in sezione. Muoversi attraverso di essa senza condizionamenti diviene sempre più una scelta culturale rilevante, un atto democratico.

Decostruire le gerarchie esistenti e un immaginario basato sulla sola informazione, oltrepassando vetri invisibili, aprendo lo spazio in cui viviamo, può consentire tanto un’esperienza quanto una rappresentazione della realtà ben più prossima a ciò che davvero ci circonda.

(Articolo e foto di G. Asmundo)

PS. Il pretesto per il viaggio a Roma in cui si è svolto l’esperimento è stato la lettura di una poesia sulle migrazioni senza tempo nel Mediterraneo, tra nòstoi e barconi, partecipando all’evento internazionale no profit 100 Thousand Poets for Change.

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Giovanni Luca Asmundo (QUI – in questo blog), architetto, vive e lavora a Venezia. Vincitore di concorsi nazionali di poesia, narrativa e prosa lirica, è presente nelle antologie Poesia e luce: Venezia, a cura di Marco Nereo Rotelli (2015) e Trittico d’esordio, a cura di Anna Maria Curci (Edizioni Cofine, 2017), oltre che in una serie di e-book curati dal blog “La presenza di Erato”. È tra i fondatori del progetto di poesia e fotografia “Peripli. Topografia di uno smarrimento”  ed è stato co-curatore di “Congiunzioni. Festival di poesia e video arte 2015”.

stanze d’isola di Giovanni Luca Asmundo letto da Angela Greco

Stanze d’isola di Giovanni Luca Asmundo letto da Angela Greco

E’ occorsa una notte di sonno pieno, utile e necessario ristoro, e un mattino limpido di sole nascente, a priori di qualsiasi altra incombenza, per riuscire a dire della lettura di questo libro di poesie. Anzi, di poesia, per quel legame tra i testi, che ne fanno un unicum, un poema, una narrazione in versi. Chiunque pensi di potersi accostare a stanze d’isole (Oèdipus Ed.2017) di Giovanni Luca Asmundo (Palermo, 1987; architetto che vive e lavora a Venezia), “opera vincitrice del Premio Letterario Felix, III edizione, sul tema Paesi-Radici. Abbandoni e ritorni nell’epoca 2.0” con superficialità e il sempre poco tempo sottratto ad altro da fare ritenuto più importante, commette una ingiustizia, una dissacralità, verso se stesso e verso la poesia.

Si legge tutto d’un fiato appena giunge a casa, versi liberi con strutture sonore distese sulla pagina chiaramente, senza fingimenti o effetti speciali, accogliendolo, per la suggestione del titolo, come un piccolo (realmente è un formato A5) naufrago giunto chissà da quali altri lidi; subito catturati dall’atmosfera di teatro antico, dalle scene cesellate con mano d’artista, dallo scorrere del proprio tempo insieme con quello della storia narrata, incuranti d’essere in altra epoca e altro luogo, ci si trova lì, con la poesia, che raramente parla di un io singolare, volto soprattutto a sottolineare l’uno narrante, ma che si volge tutta completamente al plurale, fin dalla divisione delle sezioni (Prologo, Parodo, Epiparodo, Esodo) e che invita a questo plurale, alla partecipazione e all’azione. Quella di non perdere la memoria, le radici, l’appartenenza, elementi ormai labili in quel mondo 2.0 o forse più di cui nel titolo del Premio che ha dato vita a questa pubblicazione.

stanze d’isola (scritto proprio con la prima lettera minuscola) è una evocazione del mito senza essere poesia del mito e senza abusare dell’argomento per creare interesse, offrendo personaggi e situazioni mitologiche come sfoggio di argomentazioni colte per apparire;  Gianluca (come lo chiamano a casa) ha altissima conoscenza e competenza di mitologia (il viaggio senza molto stare a pensarci su fa pendant con Odisseo e la sua sequela in ogni mente che ne legga), topografia, storia, geografia, architettura, letteratura e ben conosce per vissuto diretto un’altra storia, spesso figlia di un dio minore, quella del popolo, delle tradizioni, degli antenati non lontani, della tradizione delle città vecchie, fascinose di oralità e colori anche in senso metaforico e ne usa velatamente, evocandone senza mai l’arma impropria dell’essere diretto e sfacciato: “non basta un occhio sulla prora a far da casa” o “le dita che stendono i bordi / dei pomodori accartocciati” o, ancora, “sembra quasi di vederli / quei fili invisibili alle braccia”. Siamo a Sud fin dalla Grecia che emerge dal primo componimento, dove il “coreuta / lontano / dagli ulivi / dai teatri” dolcemente e docilmente avvisa, in una metafora usata, molto bene in questo caso, ma capace di essere retta con competenza e indiscutibile bravura fino alla fine del libro, “Dovevamo recitare uno spettacolo / ma abbiamo dimenticato di imparare la parte”. Subito ci assale, passando in rassegna in due soli versi, secoli di poesia, il dubbio sul nostro ruolo e sulla scena a cui non abbiamo partecipato e da Amleto a Pirandello l’interrogatorio che rivolgiamo contro noi stessi non smette di avere fine. Ma stanze d’isola è un canto intriso di nostalgia e ricordo, amore e lucidità, che si pone una meta nobile d’intenti – mettendo seriamene le distanze dalla consuetudine di violenza, con cui verrebbe da chiedere a gran voce reazione al popolo e a questa realtà in cui stiamo lentamente soccombendo come genere umano – irradiando un messaggio, coerente con tutto l’operato artistico e divulgativo dell’autore, di resistenza non violenta attraverso la conoscenza di quella famosa sequela di domande che hanno originato anche la filosofia, chi siamo? da dove veniamo? dove andiamo? ancorando le origini della nostra civiltà nell’Ellade e nei suoi insegnamenti.

Rileggendo senza soluzione di continuità i trentacinque componimenti (titolati con numeri romani in progressione) si partecipa a un arrivo, a una ricognizione dello stato dei luoghi, a un ritorno e ritrovo non identificabili esplicitamente in luoghi e tempi noti, per poi essere catapultati, con un cortocircuito degno di chi sembra del “mestiere” (ricordo che questo è, dopo Trittico d’esordio, antologia edita di tre autori del 2017, il primo libro di poesie di questo autore) nel presente e in un’area ben definita della Sicilia occidentale (Belice), affidando il cambio di tempo tra le pag.24 e 25 ad un verso in siciliano (“unne sunnu, unne fineru” ossia “dove sono, che fine fecero”) e a una esplicita citazione del luogo (“Al riaffacciarsi sul Belice”). Questo momento tra i componimenti XVI e XVII è anche lo spartiacque tra la Storia, con la maiuscola fin qui evocata anche nelle presenze mai nominate di personaggi omerici incastonati nei dettagli di una terra mediterranea antica e ancora attualissima, e la propria storia, fatta di ricordi d’infanzia rappresentati da un’abitazione, che, magistralmente, l’architetto dosa nei versi senza smancerie, né retorica, fornendo anche in questo caso una metafora, che permette la partecipazione del lettore, che si ritrova pienamente con l’autore (“Continuiamo a puntellare, dunque / fasciando con bende amorose / facciate d’infanzia.”), riflettendo sull’attualità di questo nostro patrimonio materiale e immateriale soggetto all’azione del tempo e dell’incuria fisica e spirituale, che necessita di essere puntellato per non crollare definitivamente.

Nei componimenti XVIII e XXV compare la prima persona, di cui accennato all’inizio di questa pur sempre insufficiente nota di lettura, ad accarezzare ricordi, nella consapevolezza della lontananza attuale e del fascino che i luoghi ricordati ancora esercitano, novello Odisseo, che resiste al canto fatale delle sirene, qui identificate nell’insetto effimero simbolo dell’estate (“Magari potessi riudire / il canto docile delle cicale. / Con queste mani mi lego / a un tronco d’ulivo”); prima persona che torna “a una casa di luce e di cotto / alle rughe legnose del mio tavolo / ai pensieri disegnati” alla realtà innestata nel ricordo dove quella stessa realtà nacque, che tenta l’uscita dall’ambito dello stabilito, del finto, per vivere nella natura la sua primaria essenza di abitante di queste terre meridionali (“E certe sere disertare il teatro / per cavea di grotte sull’orlo del Plemmirio / distendermi a braccia aperte sul calcare / misure di tempo da gomito a polso”). La prima persona, quasi a difendersi da sentimenti troppo grandi per non soccombere a essi, dura poco, pochissimo; subito torna ad essere un noi, il plurale e il coro che animano lo stesso libro (composizione XXVI: “Tornati, non sapevamo nulla / […] / Abbiamo guardato il gioco delle ombre / senza capirlo. // Il mare parlava da solo / fragore continuo. / La sera, stavamo alla finestra vuota / mangiando pane e olive.”) e che parla della terra senza nascondere nulla, dalle figure che la animano, a quelle che l’hanno animata nel passato e / o nel mito, sovrapposizione che non consente più distinzioni, di nessuna sorta, in un tutt’uno che culmina nell’Esodo, l’uscita definitiva dalla scena nel teatro greco antico, dove si dice, con il petto ampliato nella sua capacità respiratoria, “Quando i Ciclopi lasciarono l’isola / […] / senza voltarsi, piansero lacrime cispose.”

Un libro di cui si ringrazia l’autore e che dispiace finisca, stanze d’isola di Giovanni Luca Asmundo, al quale si promette e si mantiene la promessa di rileggerlo, scoprendo sempre nuovi spunti di riflessione nella densità di elementi, rarissima per un poeta così giovane – di termini-microuniversi usati con parsimoniosa esattezza senza scadere mai nell’ermeticità, di argomenti antichi e moderni sapientemente dosati, suggestioni investenti tutti i sensi, colori decisi e definiti come quella Sicilia che abita l’autore senza nascondimenti, sapori caratteristici e spesso dimenticati in questa globalizzazione forzata, profumi del mare figli del vento e della memoria e visioni ampissime e reali – che offre con tanta generosità e di cui risulta davvero difficile racchiudere tutto il sentire che ne scaturisce, in una nota di lettura, pur lunga come questa, ma sempre non esaustiva. [Angela Greco]

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Estratti da stanze d’isola di Giovanni Luca Asmundo

(Oèdipus Ed.2017 – in copertina: Salina (2016), fotografia di Daniele D’antoni)
V.
Nutriamo la cenere anche noi
piangendo nerità variopinte
cerchiamo consistenza
fiatando vapori vani
che non si miscelano
in fredde striature di luce.
Sfumano aloni d’intenzione
mentre sboccia d’indaco la notte.
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XXI
Eccoli, i campi di grano sovraesposti
all’indistinto, le spighe distese
sulle anche, sui fianchi ritratti
le chiare polle d’acqua traspaiono
umidità affioranti, umori risplendenti
dalla profonda, femminea terra. Chi cova
indisturbato, indifferente al millennio
forse le serpi.
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XXXIV.
Se un giorno, chiusa la conta del sale
salperemo con vele triangolari
sfuggiti al logorarsi delle carni
smembrato il coro per vie laterali
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rinati all’affacciarsi sul sole
darà la gioia del mandorlo in fiore
l’aver vibrato fino al compimento
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indossata la giusta voce e lasciato
nel tepore anche di una sola mente
un pane appena avvolto a lievitare.
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