Giuseppe Ungaretti, cinque poesie

Cinque poesie di Giuseppe Ungaretti 

*

Rosso e azzurro

Ho atteso che vi alzaste,
Colori dell’amore,
E ora svelate un’infanzia di cielo.

Porge la rosa più bella sognata.

~

Risvegli

Ogni mio momento
io l’ho vissuto
un’altra volta
in un’epoca fonda
fuori di me

Sono lontano colla mia memoria
dietro a quelle vite perse

Mi desto in un bagno
di care cose consuete
sorpreso
e raddolcito

Rincorro le nuvole
che si sciolgono dolcemente
cogli occhi attenti
e mi rammento
di qualche amico
morto

Ma Dio cos’è?

E la creatura
atterrita
sbarra gli occhi
e accoglie
gocciole di stelle
e la pianura muta

E si sente
riavere

~

Allegria di naufragi

E subito riprende
il viaggio
come
dopo il naufragio
un superstite
lupo di mare

~

Dannazione

Chiuso fra cose mortali
(Anche il cielo stellato finirà)
Perché bramo Dio?

~

Eterno

Tra un fiore colto e l’altro
donato l’inesprimibile nulla.

La montagna in tre poesie

Montagna - dal webA riposo (di Giuseppe Ungaretti)

Chi mi accompagnerà pei campi

Il sole si semina in diamanti
di gocciole d’acqua
sull’erba flessuosa

Resto docile
all’inclinazione
dell’universo sereno

Si dilatano le montagne
in sorsi d’ombra lilla
e vogano col cielo

Su alla volta lieve
l’incanto si è troncato

E piombo in me

E m’oscuro in un mio nido.

~

Dolomiti (di Antonia Pozzi)

Non monti, anime di monti sono
queste pallide guglie, irrigidite
in volontà d’ascesa. E noi strisciamo
sull’ignota fermezza: a palmo a palmo,
con l’arcuata tensione delle dita,
con la piatta aderenza delle membra,
guadagnamo la roccia; con la fame
dei predatori, issiamo sulla pietra
il nostro corpo molle; ebbri d’immenso,
inalberiamo sopra l’irta vetta
la nostra fragilezza ardente. In basso,
la roccia dura piange. Dalle nere,
profonde crepe, cola un freddo pianto
di gocce chiare: e subito sparisce
sotto i massi franati. Ma, lì intorno,
un azzurro fiorire di miosotidi
tradisce l’umidore ed un remoto
lamento s’ode, ch’è come il singhiozzo
rattenuto, incessante, della terra.

~

Assenzio (di Andrea Zanzotto)

La deserta stagione
nell’acqua dei cortili
le sue gioie scompone
precipita dai clivi.

Verso i monti delle alpi
torna azzurro ed assenzio
di venti, torna ai campi
la sagra del silenzio.

E il tuo freddo rimpianto
sta sui vacui confini
contro il porpureo vanto
dei mosti e dei giardini

mentre l’astro crudele
dalle attardate sfere
rigèrmina e fedele
cresce nel suo potere.

Sigillo augusto, degna
fine, voto profondo,
spada che a morte segna
per sempre il cielo e il mondo,

delle tenebre alunno
che impietrisci l’aurora!
Nell’ombra dell’autunno
il chiuso bosco odora.

AA.VV. paesaggio, paesaggi

Federico Garcia Lorca, Paesaggio (Paisaje).

Il campo
di ulivi
si apre e si chiude
come un ventaglio.
Sopra l’uliveto
c’è un cielo inabissato
e una pioggia scura
di stelle fredde.
Tremano giunco e penombra
sulla riva del fiume.
Si arriccia il vento grigio.
Gli ulivi
sono carichi
di grida.
Uno stormo
di uccelli prigionieri,
che muovono le loro lunghissime
code nell’ombra.

*

Umberto Saba, Città vecchia

Spesso, per ritornare alla mia casa
prendo un’oscura via di città vecchia.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
qualche fanale, e affollata è la strada.
.
Qui tra la gente che viene che va
dall’osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l’infinito
nell’umiltà.
.
Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita
d’amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;
s’agita in esse, come in me, il Signore.
.
Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via.

*

Giuseppe Ungaretti, Porto sepolto

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

È il mio cuore
il paese più straziato

*

Vittorio Sereni, La spiaggia

Sono andati via tutti –
blaterava la voce dentro il ricevitore.
E poi, saputa: – Non torneranno più -.

Ma oggi
su questo tratto di spiaggia mai prima visitato
quelle toppe solari… Segnali
di loro che partiti non erano affatto?
E zitti quelli al tuo voltarti, come niente fosse.

I morti non è quel che di giorno
in giorno va sprecato, ma quelle
toppe di inesistenza, calce o cenere
pronte a farsi movimento e luce.
Non
dubitare, – m’investe della sua forza il mare-
parleranno.

*

Vittorio Bodini, [Viviamo in un incantesimo]

Viviamo in un incantesimo,
tra palazzi di tufo,
in una grande pianura.
Sulle rive del nulla
mostriamo le caverne di noi stessi
– qualche palmizio, un santo
lordo di sangue nei tramonti, un libro
lento, di pochi fatti, che rileggiamo
più volte, nell’attesa che ci dia
tutte assieme la vita
le cose che crediamo di meritare.

(testi tratti dal web – immagine d’apertura: affresco della romana Villa di Livia)

AA.VV. Sulla riva del fiume

Arte poetica di Jorge Luis Borges

Guardare il fiume fatto di tempo e acqua
e ricordare che il tempo è un altro fiume,
sapere che ci perdiamo come il fiume
e che i visi passano come l’acqua.

Sentire che la veglia è un altro sonno
che sogna di non sognare e che la morte
che teme la nostra carne è quella morte
di ogni notte, che si chiama sonno.

(da Poesie 1923-1976, Rizzoli, trad. it. Livio B. Wilcock)

.

I fiumi  (1916) di Giuseppe Ungaretti 

Mi tengo a quest’albero mutilato
Abbandonato in questa dolina
Che ha il languore
Di un circo
Prima o dopo lo spettacolo
E guardo
Il passaggio quieto
Delle nuvole sulla luna

Stamani mi sono disteso
In un’urna d’acqua
E come una reliquia
Ho riposato

L’Isonzo scorrendo
Mi levigava
Come un suo sasso
Ho tirato su
Le mie quattro ossa
E me ne sono andato
Come un acrobata
Sull’acqua

Mi sono accoccolato
Vicino ai miei panni
Sudici di guerra
E come un beduino
Mi sono chinato a ricevere
Il sole

Questo è l’Isonzo
E qui meglio
Mi sono riconosciuto
Una docile fibra
Dell’universo

Il mio supplizio
È quando
Non mi credo
In armonia

Ma quelle occulte
Mani
Che m’intridono
Mi regalano
La rara
Felicità

Ho ripassato
Le epoche
Della mia vita

Questi sono
I miei fiumi

Questo è il Serchio
Al quale hanno attinto
Duemil’anni forse
Di gente mia campagnola
E mio padre e mia madre.

Questo è il Nilo
Che mi ha visto
Nascere e crescere
E ardere d’inconsapevolezza
Nelle distese pianure

Questa è la Senna
E in quel suo torbido
Mi sono rimescolato
E mi sono conosciuto

Questi sono i miei fiumi
Contati nell’Isonzo

Questa è la mia nostalgia
Che in ognuno
Mi traspare
Ora ch’è notte
Che la mia vita mi pare
Una corolla
Di tenebre

(da in L’Allegria – Vita d’un uomo. Tutte le poesie, Mondadori)

.

La notte della luna in fiore sul fiume di primavera di Zhang Ruoxu (VII sec. d.C.)

Le acque rigonfie del fiume di primavera
s’innalzano al livello del mare,
sul mare, la luna chiara si solleva
insieme alla marea.
Brillante è la luce che insegue le onde
per decine di migliaia di li,
lungo tutti i fiumi in primavera
dove non risplende la luna?
Il loro corso sinuoso serpeggia
nei campi fragranti,
la luna illumina i fiori nel bosco
come fiocchi di neve.
La brina volteggia per l’aria,
invisibile è il suo passaggio,
la sabbia bianca sulle rive
è impercettibile alla vista.
Il fiume e il cielo sono di un’unica tinta
senza un granello di polvere,
nel cielo limpido s’innalza solitaria la luna.
Sulla riva del fiume a vederla
chi è stato il primo?
in quale anno la luna sul fiume
iniziò ad illuminare le genti?
L’umanità vive all’infinito,
generazione dopo generazione,
il fiume e la luna ogni anno
sembrano immutati.
E non si sa di chi siano in attesa,
si vede solo lo scorrere delle acque
del lungo fiume.
Passa adagio una coltre di nuvole bianche,
sulla riva di Qingfeng,
regna una tristezza infinita.
Chi è in viaggio stasera sulla barca?
dov’è la donna nostalgica della torre
al chiarore della luna?
Con compassione sopra la torre
la luna s’indugia,
irradiando la luce sulla specchiera
della donna.
Ella avvolge la tenda della sua camera,
ma non riesce a nascondere la luce della luna,
strofina la pietra del lavatoio,
ma la luce ritorna.
In questo momento guardiamo entrambi la luna,
ma non possiamo sentirci,
vorrei seguire la luce della luna
che scorre sino ad illuminarti.
Le grandi oche selvatiche, capaci di volare lontano,
non portano con sé la luce,
i pesci drago, abili nel saltare sott’acqua
increspano solo la sua superficie.
Stanotte sul calmo laghetto
ho sognato i fiori caduti,
è passata metà della primavera,
peccato che io non possa ancora tornare.
Le acque del fiume scorrono insieme alla
primavera
e stanno per esaurirsi,
sopra il laghetto la luna cala ad occidente.
La luna calante è ormai sommersa
nelle nebbie marine,
dal monte Jieshi ai fiumi Xiao e Xiang,
la via è infinita.
Non si sa con questa luna,
quanti possano far ritorno a casa,
il tramonto della luna e l’affanno del cuore
impegnano gli alberi del fiume.
(dal web)

.

Qui dove scorre il Tara di Angela Greco (2018, inedito)

Scorri dal tramonto al mare,
tra erbe alte e margherite gialle
a bordo strada, senza perdere né
l’azzurro, né il verde.
.
Scheletri d’antica manodopera
si lasciano attraversare dal declino
del sole, che sbiadito
taglia una differente sorte.
.
Pochi metri appena ed è miracolo,
fango e santi a fermare l’invasore;
una libellula conquista la saggezza
del giunco, che parla al vento.
.
.
in apertura: Vasily Kandinsky, Fiume d’autunno, olio su cartone (20×30,5 cm); Museo di Stato Russo di San Pietroburgo.