Pasqua, Pace e Poesia

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Pasqua di Ada Negri

E con un ramo di mandorlo in fiore,
a le finestre batto e dico: «Aprite!
Cristo è risorto e germinan le vite
nuove e ritorna con l’april  l’amore
Amatevi tra voi pei dolci e belli
sogni ch’oggi fioriscon sulla terra,
uomini della penna e della guerra,
uomini della vanga e dei martelli.
Aprite i cuori. In essi irrompa intera
di questo dì l’eterna giovinezza ».
lo passo e canto che la vita è bellezza.
Passa e canta con me la primavera.

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Pasqua di Guido Gozzano

A festoni la grigia parietaria
come una bimba gracile s’affaccia
ai muri della casa centenaria.

Il ciel di pioggia è tutto una minaccia
sul bosco triste, ché lo intrica il rovo
spietatamente, con tenaci braccia.

Quand’ecco dai pollai sereno e nuovo
il richiamo di Pasqua empie la terra
con l’antica pia favola dell’ovo.

Murgia in giugno ph.AnGre

Verrà un giorno di Jorge Carrera Andrade

Verrà un giorno più puro degli altri:
scoppierà la pace sulla terra
come un sole di cristallo.
Una luce nuova
avvolgerà le cose.
Gli uomini canteranno per le strade
ormai liberi dalla morte menzognera.
Il frumento crescerà sui resti
delle armi distrutte
e nessuno verserà
il sangue del fratello.
Il mondo apparterrà alle fonti
e alle spighe che imporranno il loro impero
di abbondanza e freschezza senza frontiere.

il-sasso-nello-stagno-di-angre-pasqua-copia

Dopo la pioggia di Gianni Rodari 

Dopo la pioggia viene il sereno
brilla in cielo l’arcobaleno:
è come un ponte imbandierato
e il sole vi passa, festeggiato.
E’ bello guardare a naso in su
le sue bandiere rosse e blu.
Però lo si vede – questo è il male –
soltanto dopo il temporale.
Non sarebbe più conveniente
il temporale non farlo per niente ?
Un arcobaleno senza tempesta
questa sì che sarebbe festa.
Sarebbe una festa per tutta la terra
fare la pace prima della guerra.

3-Pablo-Picasso-La-Colomba-della-Pace-con-i-Fiori-1962

Tre poesie sulla pioggia

pioggia azzurra

Pioggia d’estate (di Nazim Hikmet)

Pioggia d’estate cade dentro di me
acini d’uva si schiacciano contro i miei vetri
gli occhi delle mie foglie sono abbagliati

pioggia d’estate cade dentro di me
piccioni d’argento voltano dai miei tetti
la mia terra corre coi piedi nudi

pioggia d’estate cade dentro di me
una donna è scesa dal tram
i polpacci bianchi bagnati

pioggia d’estate cade dentro di me
senza rinfrescare la mia tristezza

pioggia d’estate cade dentro di me
all’improvviso e all’improvviso s’arresta
il peso dell’afa è rimasto dov’era
al termine delle grosse rotaie
arrugginite.

~

I gatti lo sapranno (di Cesare Pavese)

Ancora cadrà la pioggia
sui tuoi dolci selciati,
una pioggia leggera
come un alito o un passo.
Ancora la brezza e l’alba
fioriranno leggere
come sotto il tuo passo,
quando tu rientrerai.
Tra fiori e davanzali
i gatti lo sapranno.
Ci saranno altri giorni,
ci saranno altre voci.
Sorriderai da sola.
I gatti lo sapranno.
Udrai parole antiche,
parole stanche e vane
come i costumi smessi
delle feste di ieri.
Farai gesti anche tu.
Risponderai parole −
viso di primavera,
farai gesti anche tu.
I gatti lo sapranno,
viso di primavera;
e la pioggia leggera,
l’alba color giacinto,
che dilaniano il cuore
di chi piú non ti spera,
sono il triste sorriso
che sorridi da sola.
Ci saranno altri giorni,
altre voci e risvegli.
Soffriremo nell’alba,
viso di primavera

~

Pioggia d’agosto (di Guido Gozzano)

Nel mio giardino triste ulula il vento,
cade l’acquata a rade goccie, poscia
più precipite giù crepita scroscia
a fili interminabili d’argento…
Guardo la Terra abbeverata e sento
ad ora ad ora un fremito d’angoscia…
Soffro la pena di colui che sa
la sua tristezza vana e senza mete;
l’acqua tessuta dall’immensità
chiude il mio sogno come in una rete,
e non so quali voci esili inquiete
sorgano dalla mia perplessità.
“La tua perplessità mediti l’ale
verso meta più vasta e più remota!
È tempo che una fede alta ti scuota,
ti levi sopra te, nell’Ideale!
Guarda gli amici. Ognun palpita quale
demagogo, credente, patriota…
Guarda gli amici. Ognuno già ripose
la varia fede nelle varie scuole.
Tu non credi e sogghigni. Or quali cose
darai per meta all’anima che duole?
La Patria? Dio? l’Umanità? Parole
che i retori t’han fatto nauseose!…
Lotte brutali d’appetiti avversi
dove l’anima putre e non s’appaga…
Chiedi al responso dell’antica maga
la sola verità buona a sapersi;
la Natura! Poter chiudere in versi
i misteri che svela a chi l’indaga!”
Ah! La Natura non è sorda e muta;
se interrogo il lichène ed il macigno
essa parla del suo fine benigno…
Nata di sé medesima, assoluta,
unica verità non convenuta,
dinanzi a lei s’arresta il mio sogghigno.
Essa conforta di speranze buone
la giovinezza mia squallida e sola;
e l’achenio del cardo che s’invola,
la selce, l’orbettino, il macaone,
sono tutti per me come personae,
hanno tutti per me qualche parola…
Il cuore che ascoltò, più non s’acqueta
in visïoni pallide fugaci,
per altre fonti va, per altra meta…
O mia Musa dolcissima che taci
allo stridìo dei facili seguaci,
con altra voce tornerò poeta!

Guido Gozzano, Nell’Abazia di San Giuliano

ph.Marco Ferrari by Panoramio

Nell’Abazia di San Giuliano

Buon Dio nel quale non credo, buon Dio che non esisti,
(non sono gli oggetti mai visti più cari di quelli che vedo?)
Io t’amo! Ché non c’è bisogno di creder in te per amarti
(e forse che credo nell’arti? E forse che credo nel sogno?)
Io t’amo, Purissima Fonte che non esisti, e t’anelo!
(Esiste l’azzurro del cielo? Esiste il profilo del monte?)
M’accolga l’antica Abazia; è ricca di luci e di suoni.
Mi piacciono i frati; son buoni pel cuore in malinconia.
Son buoni. «Non credi? Che importa? Riposati un poco sui banchi.
Su, entra, su, varca la porta. Si accettano tutti gli stanchi.»
Vi seggo – la mente suasa – ma come potrebbe sedervi
un tale invitato dai servi e non dal padrone di casa.
– «Riposati, o anima sazia! Riposati, piega i ginocchi!
Chissà che il Signore ti tocchi, chissà che ti faccia la grazia.»
– «Mi piace il Signore, mi garba il volto che gli avete fatto.
Oh, il Nonno! Lo stesso ritratto! Portava pur egli la barba!»
«O Preti, ma è assurdo che dòmini sul tutto inumano ed amorfo
quell’essere antropomorfo che hanno creato gli uomini!»
– «E non ragionare! L’indagine è quella che offùscati il lume.
Inchìnati sopra il volume, ma senza voltarne le pagine,
o anima senza conforti, e pensa che solo una fede
rivede la vita, rivede il volto dei poveri morti.»
– «O Prete, l’amore è un istinto umano. Si spegne alle porte
del Tutto. L’amore e la morte son vani al tomista convinto.»
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Guido Gozano, Poesie Sparse – da De Bibliotheca, Biblioteca Telematica – CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA — immagine: ph.Marco Ferrari by Panoramio – Basilica di San Giuliano, Piemonte (2009)
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220px-Guido-GozzanoGuido Gustavo Gozzano nasce ad Agliè, vicino a Torino, da una famiglia colta e borghese, nel 1883. Iscritto a giurisprudenza non consegue mai la laurea, preferendo seguire le lezioni della facoltà di lettere, in particolare quelle del critico e poeta Arturo Graf. Negli anni universitari fa amicizia con alcuni poeti crepuscolari e partecipa alla vita culturale di Torino collaborando a varie riviste letterarie e giornali. Nel 1907 si manifestano i sintomi della tubercolosi che lo costringe a frequenti soggiorni in montagna e al mare. Ha una breve relazione con la poetessa Amalia Guglielminetti (testimoniata dall’epistolario dal titolo Lettere d’amore). Nel 1912 viaggia in oriente, in India e a Ceylon, per alcuni mesi; il resoconto del viaggio è raccontato nel libro Verso la cuna del mondo, raccolta postuma di una serie di articoli pubblicati sul quotidiano La Stampa. Nel 1916 muore di tubercolosi, appena trentatreenne, a Torino.
Guido Gozzano è considerato il massimo rappresentante del crepuscolarismo. L’incapacità di vivere nella società contemporanea e il rifiuto del presente per rifugiarsi in un passato costituito da cose semplici, da ambienti borghesi e provinciali sono le tematiche preferite dal poeta. Canta le piccole cose semplici e autentiche con un taglio ironico e distaccato, caratteristica che gli permette di cogliere anche le meschinità di quel mondo provinciale e chiuso. Il lessico è semplice e comune, vicino al parlato, con un andamento prosastico e discorsivo e la sintassi lineare e piana. Questo predominio del registro narrativo, che fa delle poesie di Gozzano, nella preponderanza dei casi, delle piccole novelle in versi, comporta, dal punto di vista metrico, la scelta per le forme chiuse, ad esempio per la sestina.
Le sue prime composizioni poetiche escono su riviste e saranno in seguito riunite nella raccolta La via del rifugio, seguita negli anni successivi da una seconda raccolta dal titolo: I colloqui, che gli diede fama e riconoscimenti.
Quest’ultima, maggiormente strutturata, è ripartita in tre sezioni: Il giovenile errore, Alle soglie, Il reduce. L’autobiografismo che trapela impone una sorta di cronologia di lettura delle poesie che necessariamente deve seguire l’ordine stabilito dallo stesso autore con questa ripartizione. Pubblica inoltre delle novelle, I tre talismani ed un poemetto Le farfalle. Scrisse anche un copione cinematografico dal titolo San Francesco. (dal web)

Guido Gozzano, due poesie

Guido Gozzano, due poesie

L’assenza

Un bacio. Ed è lungi. Dispare
giù in fondo, là dove si perde
la strada boschiva, che pare
un gran corridoio nel verde.

Risalgo qui dove dianzi
vestiva il bell’abito grigio:
rivedo l’uncino, i romanzi
ed ogni sottile vestigio…

Mi piego al balcone. Abbandono
la gota sopra la ringhiera.
E non sono triste. Non sono
più triste. Ritorna stasera.

E intorno declina l’estate.
E sopra un geranio vermiglio,
fremendo le ali caudate
si libra un enorme Papilio…

L’azzurro infinito del giorno
è come seta ben tesa;
ma sulla serena distesa
la luna già pensa al ritorno.

Lo stagno risplende. Si tace
la rana. Ma guizza un bagliore
d’acceso smeraldo, di brace
azzurra: il martin pescatore…

E non son triste. Ma sono
stupito se guardo il giardino…
stupito di che? non mi sono
sentito mai tanto bambino…

Stupito di che? Delle cose.
I fiori mi paiono strani:
Ci sono pur sempre le rose,
ci sono pur sempre i gerani…

§

Il gioco del silenzio

Non so se veramente fu vissuto
quel giorno della prima primavera.
Ricordo – o sogno? – un prato di velluto,
ricordo – o sogno? – un cielo che s’annera,
e il tuo sgomento e i lampi e la bufera
livida sul paese sconosciuto…

Poi la cascina rustica sul colle
e la corsa e le grida e la massaia
e il rifugio notturno e l’ora folle
e te giuliva come una crestaia,
e l’aurora ed i canti in mezzo all’aia
e il ritorno in un velo di corolle…

– Parla! – Salivi per la bella strada
primaverile, tra pescheti rosa,
mandorli bianchi, molli di rugiada…
– Parla! – Tacevi, rigida pensosa
della cosa carpita, della cosa
che accade e non si sa mai come accada…

– Parla! – seguivo l’odorosa traccia
della tua gonna… Tutto rivedo
quel tuo sottile corpo di cinedo,
quella tua muta corrugata faccia
che par sogni l’inganno od il congedo
e che piacere a me par che le spiaccia…

E ancor mi negasti la tua voce
in treno. Supplicai, chino rimasi
su te, nel rombo ritmico e veloce…
Ti scossi, ti parlai con rudi frasi,
ti feci male, ti percossi quasi,
e ancora mi negasti la tua voce.

Giocosa amica, il Tempo vola, invola
ogni promessa. Dissipò coi baci
le tue parole tenere fugaci…
Non quel silenzio. Nel ricordo, sola
restò la bocca che non diè parola,
la bocca che tacendo disse: Taci!…

(contributi tratti dal blog “concorsoguidogozzano” che si ringrazia — in apertura, opera di V.Kandinskij, Autunno in Baviera, 1908)