Émile Nelligan, tre poesie da Un lungo grido di corno

W.Kalf,Natura morta con corno potorio e astice

Émile Nelligan, Un lungo grido di corno – cura e traduzione di Roberto Bertoldo, Mimesis-Hebenon Ed.2021.

Émile Nelligan (Montreal, 1879 – 1941) è considerato oggi una voce fondamentale della poesia canadese e più precisamente del Quebec. Talento precoce, alla Rimbaud, scrisse tutte le sue poesie prima dei vent’anni, fino a quando non venne internato in manicomio. (Quarta di copertina)

*

Cuori stanchi

I loro occhi si sono spenti nell’ultima notte;
hanno voluto la vita, hanno cercato il sogno
per i loro cuori blasfemi da cui la speranza sempre fugge.
Non hanno mai trovato la linfa vera e buona.
.
Invano hanno ucciso l’anima della dissolutezza,
rimangono ancora, spaventosi, i tormenti del Rimorso.
L’Angelo livido si erge e si pone alla loro sinistra,
gli lacera il cuore rantolante fino alla morte.

~

Sogni recintati

Rinchiudiamoci malinconici
nel piacevole brivido delle camere,
dove i vasi di fiori di settembre
profumano come reliquie.
.
I tuoi capelli ricordano l’ambra
del capi delle vergini cattoliche
nei vecchi quadri delle basiliche,
sugli ori carnali delle tue membra.
.
Scoppia la tua chiara risata di smalto
su un vivido scrigno scarlatto
dove si incrosta la noia di vivere.
.
Ah! Possa tu verso la speranza calma
far spuntare come una palma
il mio cuore cristallizzato di brina!

~

Un poeta

Lasciatelo vivere così senza fargli del male!
Lasciatelo andare; è un sognatore che passa;
è un’anima angelica aperta sullo spazio,
che porta in sé un cielo di primavera aurorale.
.
È una poesia così triste e pura
che proviene da lui in un vortice d’oro.
La stella la comprende, la stella che si addormenta
nel suo candore celeste dai fruscii di trina.
.
Non vuole sapere niente, ama senza amore.
Non lo guardate! che nessuno se ne occupi!
Ditegli che è anche vittima del suo destino!
Ridete di lui!…Che importa! bisogna morire un giorno…
.
Allora, nel paese dove dimora il buon Dio,
vi verrà rivelato, con amaro rimprovero,
quello che ci fu di candido sotto quella forma semplice e fiera,
e di tristezza in quel grande occhio grigio che piange!

*

In apertura: Willem Kalf, “Natura morta con corno potorio e astice”, 1653, National Gallery, Londra.

Marcel Proust, due poesie d’amore tradotte da Roberto Bertoldo

Contemplo spesso il cielo della mia memoria

Il tempo cancella tutto come le onde cancellano
le costruzioni dei bambini sulla sabbia spianata,
dimenticheremo queste parole tanto precise quanto vaghe
dietro le quali ognuno sente l’infinito.
.
Il tempo cancella tutto ma non spegne gli occhi
che siano d’opale o di stella o d’acqua chiara
belli come nel cielo o presso un orefice
bruceranno per noi d’un fuoco triste o lieto.
.
Questi gioielli rubati al loro vivo scrigno
getteranno nel mio cuore duri riflessi di pietra
come quando, incastonati, sigillati nella palpebra,
brillavano di luce preziosa e ingannatrice.
.
Degli altri dolci fuochi che Prometeo ancora ruba
abbiamo preso la scintilla d’amore che, per il caro
nostro tormento, ardeva nei loro occhi,
luci troppo chiare o gioielli troppo preziosi.
.
Costellate per sempre il cielo della mia memoria
inestinguibili occhi di quelle che amai,
sognate come morti, luccicate come aureole,
il mio cuore sarà splendente come una notte di maggio.
.
Come nebbia l’oblio cancella i visi,
i gesti adorati divinamente in passato;
per questi incanti di smarrimento fummo pazzi,
per questi simboli di fede fummo saggi.
.
Il tempo cancella tutta l’intimità delle sere:
le mie mani sul suo collo puro come la neve,
i suoi sguardi che carezzavano i miei nervi come un arpeggio,
la primavera che scuoteva su di noi i suoi incensieri.
.
Diversamente, pure gli occhi di una donna felice
erano ampi e neri quanto la tristezza,
spavento delle notti e mistero delle sere
tra quelle ciglia incantevoli teneva tutta la sua anima
.
e il suo cuore era vano come uno sguardo felice.
In più, come il mare così mutevole e dolce,
ci perdevamo verso l’anima nascosta nei suoi occhi
come in quelle sere marine dove l’ignoto ci sospinge.
.
Mare degli occhi, sulle tue chiare onde navigammo,
il desiderio gonfiava le nostre vele rattoppate,
procediamo dimentichi delle antiche tempeste
lungo gli sguardi alla scoperta delle anime.
.
Tanti sguardi diversi, le anime così simili,
vecchi prigionieri degli occhi siamo molto delusi,
avremmo dovuto rimanere a dormire sotto la pergola
ma voi sareste partiti anche aveste saputo tutto
.
per avere nel cuore quegli occhi pieni di promesse
come di sera il mare che sogna il sole
avete compiuto delle inutili prodezze
per raggiungere il paese sognato che, vermiglio,
.
gemeva estasiato al di là delle vere acque,
sotto l’arcata santa di una nube ritenuta profeta.
Ma è dolce avere, per un sogno, queste ferite
e il vostro ricordo brilla come a festa.
.
.
.
Magda
.
Imitate vostra madre Ida
nella sua grazia gentile ed affascinante
siate dolce, siate affettuosa
o signorina Magda.
.
Orazio che vi accompagnò
questo mese soffrì molto del vostro cattivo umore,
in nome di Dio siate indulgente
con i difetti degli altri, Magda.
.
Per un sì per un no Maddalena svuotò
su me tutto il torrente del suo fiele detestabile,
oh signorina Magda!
.
«Mai» è una parola troppo grande per le vostre sottili labbra
che mordono frutti e nient’altro conoscono,
quando della sofferenza voi comprenderete le febbri
ripensate a quel vostro «mai», cara Magda.
.
.
da “Marcel Proust, Poesie d’amore”, traduz. Roberto Bertoldo, pp. 90 ed. Mimesis Hebenon.

Esa Mäkijärvi, una poesia da AA.VV. Il limite della neve

da Il limite della neve – La nuova poesia finlandese (antologia a cura e traduzione di Antonio Parente, con prefazione di Siru Kainulainen – Edizioni Mimesis, 2011)

“La nuova poesia – e con ciò intendiamo le opere dei poeti nati negli anni 1970 e 1980 – presenta una molteplicità senza precedenti nel panorama della poesia finnica. Questo intenso pullulare è generato da poetiche opposte, come da una parte la tematizzazione e dall’altra sia la sperimentazione linguistica sia i diversi stili, dal quotidiano al metalinguaggio. La nuova poesia che presentiamo, pubblicata tra gli anni 1990 e la prima decade del 2000, rappresenta una scissione dalla categoricità e dalla ristrettezza del modernismo finlandese, dall’idea di un’unica poetica e di un unico pubblico di lettori” (dalla Prefazione di Siru Kainulainen)

*

Una poesia di Esa Mäkijärvi

La pagina gira lentamente
la terra gira lentamente verso il sole
la luce gira per il cortile verso le finestre
verso gli occhi
gli occhi del libro s’accecano
la visione si cancella
i candidi occhi del libro osservano
la luce di un attimo e la pagina si guardano dritti negli occhi
in un istante la luce si rigira e scompare.
.
.
***
.
.
Si concede il voto del silenzio
finito quel tempo il corpo si risveglia dal letargo
le dita scivolano sui tasti
e la musica riecheggia nelle stanze maestose.
.
.
***
.
.
Il sole sorge dietro gli edifici
sorge e gira per il cortile ad indicare le finestre
ad indicare la luce infinita e il calore che si riflette
da finestre, specchi facendo ritorno nello spazio
per sorgere di nuovo.
.
.
***
.
.
Le gocce di pioggia toccano il lago
fondendosi nello stesso corpo
suonano il lago
il lago suona
migliaia di contatti simultanei
un solo corpo.
.
.
***
.
.
Momenti di pace ritmano i giorni
dividono i giorni in ore vocianti e silenziose
in minuti fugaci e secondi impercettibili
momenti di tranquillità come le dita sui tasti
prima di posarvisi.
.
.
***
.
.
Domani il sole si mostrerà di nuovo
oggi fa freddo e c’è silenzio
le finestre celano ogni suono ogni visione
ci salvano ci impediscono di vedere
sole incandescente
di essere noi stessi incandescenti.
.
(immagine d’apertura: Vasilij Kandinskij , Fiume d’autunno)

Rebecca Kinzie Bastian, quattro poesie da Charms for finding

Rebecca Kinzie Bastian, quattro poesie da Charms for finding

(Mimesis Hebenon, 2013 – traduzione, dall’inglese, di Elisa Biagini)

*

Capriccioso
.
Bocche di pioggia baciano
la finestra e tu
ti alzi barcollando per aprirla.
L’odore dei lillà
entra di corsa per tenerti il viso tra le mani.
Da qualche parte i lamponi
spingono di lato i loro fiori
di velo nuziale per il colore
più bagnato. Il tuo stesso
corpo ti ha ingoiata.
Sei un prato, da tempo
pieno di soffioni. I papaveri
allungano le loro teste, ovariche,
verso il sole. Il rosso
sbadiglia dentro.
.
.
.
Pezzi di carta o pezzetti di luce
.
Le stesse cose. Lo stesso cercare matite
nelle tue tasche. Gli stessi brandelli
in fondo alla piega. La stessa lanugine
.
morbida che sa della testa di tuo figlio.
La stessa nebbia di mattina alla finestra.
Lo stesso dito che ci imprime
.
una parola. Lo stesso verde che fiorisce
dietro a quella. La stessa parola
di ieri. le stesse vocali rotte
.
nella tua bocca. Lo stesso sapore
che sale da sotto la tua lingua.
Lo stesso miele. La stessa contentezza.
La stessa luce. La stessa carta. Lo stesso amore.
.
.
.
Natura morta in movimento
.
Macchiati di sudore e erba. Spirituali.
Tu ed io. Descrizione al di là
dell’articolazione. Parlami ed io
coloro le tue parole con le mie.
Toccami. Spennella luce dietro l’occhio.
I nostri corpi illuminano, illustrano, si sollevano
come risposte sulle labbra di stranieri:
.
fraseggia, ekfraseggia, eccita.
.
.
.

Anche le parole possono essere esauste di noi

Il gatto mi è in grembo, in fasce.
Deve essere sepolta. Dove
è il buco? Nelle mie mani
la perdita, il terreno irregolare.

C’era un’angoscia. C’era la questione
di dove. C’era un ago.
Il ragazzo ha detto “no” e “no”,
un suono che non smetteva. Come un fuso; come una campana.

Di chi era quel pianto mentre guidavamo
a casa? Non io, di sicuro, che ho detto “Adesso”.
Non il mio viso bagnato e colpevole. Non i miei palmi su questo
impianto di raffreddamento.
Ago nella mia gola; punto su uno straccio.

Talvolta ci sono delle punture
quando si prende il miele. Anche
le parole possono essere esauste di noi. Qualche volta
mi taglio le mani sugli accenti, acuti, gravi.

.

Rebecca Kinzie Bastian, nata e cresciuta in Svezia, ha ottenuto un Master dal Vermont College, è stata vincitrice di una borsa di studio Brad Loaf Margaret Bridgman e attualmente lavora come editor e copywriter in Pennsylvania (dalla quarta di copertina)

 [per questo articolo si ringrazia Roberto Bertoldo]

Andrej Rodionov, due poesie ed una nota sull’autore da La massa critica del cuore – Antologia di poesia russa contemporanea

Andrej Rodionov, due poesie ed una nota sull’autore

(per questo articolo si ringrazia Roberto Bertoldo)

tratte da “La massa critica del cuore…”, antologia di poesia russa contemporanea (cura, scelta e traduzione di Massimo Maurizio – Ed.Mimesis-Hebenon, 2013)

***
In verità lui già era ubriaco
Quando i ravioli portarono nei piatti
Alla stazione Savëlovskij, in mezzo ai macachi,
Disse con dolore: “Voi siete dei cerbiatti.
Se al posto di ‘sta merda ci fosse qui la neve,
Al posto del giubbotto di pelle un bel cappotto,
Sulle teste pelate un berretto come si deve
Non ci faremmo di certo vedere qua sotto.
E i ravioli, ostriche per noi beoni,
Non ci rimarrebbero dentro i gargarozzi.
Alla stazione Savëlovskij, alla stazione,
Non andremmo con auto rotte e zozze
I caffè e i bar qui san davvero tanti,
Persin più dei ravioli che ci siamo fatti.
Ed i ravioli non son merce soltanto:
Sono le ostriche per i cerbiatti”.
Lui scomparve alla sesta bottiglia,
Mi risvegliai a Medvedkovo, all’una e poi
Andai a casa, sorridevo con cipiglio,
Pensavo a come il fato si fa beffe di noi.
.
.
.
***
A smettere di vivere c’avran pensato in tanti,
Una volta almeno ognuno quest’idea concepì,
Ma non tutti san del cocktail dei suicidi aspiranti
La ricetta, che è liquore di banana con kefir.
.
Anche a me questa ricetta era ignota,
Ma nel novantaquattro ne venni a conoscenza:
Un mio amico che decise di farla finita,
Prima di morire mi dischiuse la sua essenza.
.
Eravam sulla Tverskaja in un negozio con un bar,
E mi chiese aiuto all’improvviso:
Un gommone da qualche parte avrei dovuto a lui trovar,
A lui che d’annegarsi si decise.
.
Con sé aveva preso una certa donnetta
Anche lei con la vita voleva saldare il conto,
Lui voleva che io fossi capitan della barchetta,
Avrei dovuto aiutarli ad annegarsi, a andare a fondo.
.
Il suo piano era il seguente: in un lago
Io li porto proprio al centro e gli lego
Mani e piedi con nodi belli stretti,
Per farli andare a fondo, andar giù dritti.
.
Dopo che io nell’acqua I i avrei lasciati andare,
Lasciati, come si dice, sul correre dell’onda,
E se la natura si fosse voluta ribellare,
Se qualcuno c ‘avesse ripensato a andare a fondo,
.
Aiutandomi coi remi avrei dovuto con violenza
In quell’idrico bacino mandarli verso il fondo.
Così desiderava lui finire I ‘esistenza
Insieme a quella donna, per togliersi dal mondo!
.
lo non trovai la forza per opporgli un rifiuto,
Mi limitai a non andare da lui il giorno fissato.
La sera speravo di vederlo seduto
AI bar, io decisi ch’era solo uno svitato.
.
Quella sera però non Io vidi affatto,
Né il giorno seguente, né la settimana che venne.
Un mese passò, pensai che in qualche anfratto
D’un lago aveva trovato il giaciglio suo perenne.
.
II millenovecentonovantotto fu quando,
Un quattro anni dopo la storia narrata,
Sulla Neglinnaja andavo, una sigaretta fumando,
E Io vidi a un tratto sotto un’arcata.
.
Vendeva porno a un tavolino e se ne stava lì sotto,
Lui non mi riconobbe, non so per che ragione.
Gli comprai un calendario con una qualche mignotta
E passai oltre assorto nelle mie meditazioni.
.
Quindi c’aveva ripensato ad annegarsi, alla fine,
Affogata l’amica probabilmente,
Sulla barca vide dal fondo salir le bollicine
Non volle figurar nel protocollo degli eventi.
.
E ora se ne sta lì e fa il suo commercio in santa pace,
E soltanto la sera, a casa sua, nella sua tana,
Come una volta in cucina mischiare gli piace
Di nuovo kefir e liquor di banana.
.
.
.

Andrej Rodionov, oggi riconosciuto come una delle voci più autorevoli del panorama poetico russo contemporaneo, ha debuttato all’inizio del nuovo secolo, facendo da subito parlare di sé, tanto per la novità della recitazione dal vivo, ispirata al sound­-poetry e al rap, quanto anche per le tematiche trattate. La sua lirica è volutamente grossolana, il verso accentuativo strizza l’occhio alla lettura tribunizia di Majakovskij, ma il lessico rimanda alla scena musicale del post-punk degli anni Novanta e del folclore criminale di stampo urbano.

La posizione di “osservatore partecipante”, riprendendo una definizione utilizzata da I. Kukulin e tratta dal lessico antropologico, porta Rodionov a utilizzare la stessa lingua dei personaggi che ritrae ed esamina, gli abitanti delle periferie operaie, sognatori delusi, le cui dipendenze appaiono come l’unica via d’uscita da un grigiore onnipresente. II poeta si identifica in maniera totale tanto con i suoi eroi, giovani con tendenze semicriminali, alcolisti, prostitute, quanto con un mondo alla rovescia, intimamente sbagliato, ma che si sa essere l’unico possibile, un mondo retto da leggi particolari, comprensibili soltanto ai suoi abitanti e paradossalmente basate su un codice etico ben più saldo di quello della Mosca del centro e delle periferie prospere.

La lirica di Rodionov è implicitamente romantica, essa descrive un mondo frammentato e violento, sogni e speranze vane, alle quali è impossibile rinunciare. Nei confronti dei suoi protagonisti e di se stesso Rodionov ha un atteggiamento disincantato, ironico, che spesso sconfina in un atteggiamento cinico, ma che mitiga il tragismo di questi versi. Essi sono lo specchio dello stato di crisi della società dopo il fallimento delle utopie, delle ideologie e dei valori che per un secolo l’hanno caratterizzata nel bene e nel male. L'(anti)estetica rude e volgare di Rodionov è, a ben guardare, l’estetica della Mosca di oggi, di una metropoli priva di un’identità definita, nella quale vagano figure costantemente alla ricerca di un’appartenenza e di punti fermi, che si sanno essere ormai irrimediabilmente scomparsi.

Timothy Houghton, tre poesie da The internal distance

Timothy Houghton, tre poesie da The internal distance – selected poems 1989-2012, traduzione di Luigi Fontanella, ed.Mimesis Hebenon 

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Cavalcando indenne

La pioggia era cessata da un’ora
lasciando disegni di luce sulle panchine,
.
facendo balzar fuori alghe verdi
e una gamma di grigi
.
dalle tavole marce. Il lento annuvolarsi
addensava l’aria
.
inghiottendo in una pace crescente la nera corteccia
in legioni di alberi. Quelle panchine –
.
ad angoli insoliti nel percorso, sfiancate
da anni di schiene
.
e gambe allungate –
complici con il bosco
.
a ricordarmi di una stanza
con enormi portefinestre
.
dove il nero tavolo da pranzo
e le nere sedie
.
erano più alti di me.Sotto
combattevo con i miei fratelli
.
in mezzo a trolls
e cavalieri con armature d’epoca,
.
brandendo le armi, cavalcando indenne
tra alberi crivellati di colpi.
da Cavalcando indenne (1998)

*

Insolazione

Era preso dalla naturalezza del dolore
come lo covava
.
attraverso tessuti e ramificazioni
di nervi – solo un po’ sorpreso
.
che una mappa fisica disegnata da radiazioni
sembrasse complementare
.
una componente mentale di tutta la vita. La crudezza
della bruciatura fa riaffiorare
.
certe immagini – l’erba illividita,per esempio,
dopo una pioggia estenuante,
.
dove olio sgocciolato anni prima da un tagliaerba,
trasudava in superficie,
.
in macchia rotonda. Bandiere di inchiostro blu
abbozzi di obiettivi, segreti
.
recessi – dall’inguine al collo –
che non si attenuano per giorni. Per una vita
.
ha avuto paura, è bastato un minuto
a portarlo qui. Fioriscono
.
sorrisi benevoli al di sopra del lettino
e consapevoli.
.
Cadono su di lui, come pesi.
da Lampada ingabbiata (2005)

.

Timothy Hougton, da Ponti innalzati (1989)

.

Dall’introduzione di Luigi Fontanella – Nativo di Dayton (Ohio), Timothy Houghton si è formato culturalmente presso l’università di Denver, Colorado, ottenendo numerosi riconoscimenti e borse di studio tra cui la prestigiosa MacDowell. Timothy vive attualmente nel Maryland con sua moglie e due figli, e insegna “Creative Writing” presso la Loyola University. La sua poesia si caratterizza immediatamente per un tono complessivamente riflessivo, con una straordinaria capacità osservativa, diciamo pure un’attenzione capillare verso la realtà (benché sia spesso “indecifrabile”), dalla quale trarre segni e indicazioni sul senso o sui sensi ad essa profondamente sottesi.

In questa storia di anamnesi, ch’è prima di tutto introspettiva, un ruolo fondamentale giocano gli affetti familiari (in primis la figura del padre, spesso ricorrente per lampi e improvvise epifanie) ri-percepiti o ri-evocati come presenze che hanno lasciato e ancora lasciano segni duraturi, indelebili, sui quali e con i quali confrontare i propri passi. Due versi fortemente suggestivi recitano così: «I morti che ho amato / Costruiscono la loro casa». Dunque, la memoria: fonte attiva d’ispirazione; da un lato fonte d’indagine e di rivisitazione della quotidianità e, dall’altro, come dimensione autoanalitica. Ed è sempre questa memoria, spesso intrecciata con l’immaginazione, che permette a Houghton di scandagliare il coacervo della realtà in cui egli si muove, le sue contraddizioni, la sua storia, le sue insensatezze («È sempre tardi quando le cose accadono… / nuove tubature / strappano le radici, s’incrociano con i pozzi»).

L’innata capacità osservativa di Houghton si è andata arricchendo, nelle raccolte più recenti, di striature oniriche; forti squarci visionari che possono scaturire dal rimbalzo visivo di un oggetto o di una situazione che richiama subito un’altra (si legga, a tal proposito, la bella poesia Their Laughter). Squarci e segni che vanno oltre l’immediata percezione dei sensi. Significativamente, nella poesia Perseid, dirà: «I segni sono chiari stasera, decisamente, / non adducono pretesti – / possiamo andare oltre a ciò che siamo». Da qui, infine, una certa dilatazione dello scrutare di Houghton fino a raggiungere, in certi componimenti, come degli straripamenti epici, benché esplorati sempre con una disposizione intimista, perfino vagamente crepuscolare, densa, tuttavia, di aperture, contaminazioni e oniriche meditazioni alla Sergio Leone, l’indimenticato regista di C’era una volta il Woest, del resto, puntualmente evocato da Houghton nella sua più recente raccolta (The Height in Between).

Timothy Houghton è nato a Dayton, Ohio, USA. I suoi precedenti libri sono High Bridges (Stride Press, England, 1939) e Below Two Skies (1993), Riding Untouched (1998), Drop Light (2005), The Height in Between (2012), tutti editi da Orchises Press. Ha pubblicato su numerose riviste internazionali. Insegna letteratura e scrittura alla Loyola University in Maryland dove vive con sua moglie e due bambini. Per trent’anni è stato un avido osservatore di uccelli e per la maggior parte di quel tempo ha condotto escursioni per Audubon e altre organizzazioni.

immagine d’apertura: opera di Edward Hopper, Office in a Small City

Marco Ercolani, L’ordine insorto – seconda parte

Tratto da Hebenon, rivista internazionale di letteratura fondata e diretta da Roberto Bertoldo -che si ringrazia – Anno X N.5 della Terza Serie – Novembre 2005

Marco Ercolani, L’ordine insorto – seconda parte 

SOFFRIRE DI MERAVIGLIA

1. Il poeta non è solo un uomo che «soffre di meraviglie», come scrive Nanni Cagnone. Non sarebbe possibile la primitiva estasi dell’atto poetico senza una vigilanza sofferta e ostinata delle ragioni del testo, senza una tensione formale contemporanea alla tensione della trance. A sorvegliare lo stupore ingenuo del poeta è un atto critico decisivo, l’osservazione delle leggi, fluide ma rigorose, create sempre dalle parole. All’interno di questo sguardo lo stupore può, in un successivo momento, invadere le parole, come se fosse un sentimento originale ed estatico, e scompaginarne l’architettura. In questo gioco di vero e di falso – vera/falsa poesia ingenua, vera/falsa tensione formale – la poesia si forma come in una terra di nessuno: «un paese drizzato all’insù, / pieno di crepe / con radici volanti…» (Celan).

Se è vero, come scrive Giuseppe Zuccarino, che ogni poesia autentica modifica la lingua in cui viene scritta e che ogni esperienza poetica è fondamentalmente un’esperienza dell’impossibile, è altrettanto vero che la poesia è una forma di allarme permanente contro i codici dell’interpretazione linguistica. Si crede che certe parole abbiano certi suoni e certi sensi, e invece, nell’alchimia di un testo poetico, tutto è cambiato, tutto è stupefacente, e approda a una leggibilità nuova, complessa e semplice insieme. Non un viaggio senza ritorno, come certe esperienze solo sperimentali che vorrebbero cancellare con la presunzione dell’originalità le energie dell’origine, ma un viaggio con ritorno, che permette di ridescrivere il mondo in modo nuovo e getta il linguaggio in uno stato di pena, di ansia, che non pacifica ma incrina e commuove.

2. Ogni poeta è sempre un nuovo Orfeo che incanta e persuade e vorrebbe rinominare il mondo con le parole, ma, contemporaneamente, è l’albàtro baudelairiano che cammina goffamente sul ponte della nave: il tentativo impossibile del volo, che non aveva bisogno di parole ma solo di intensi slanci e di grande apertura alare, si ridefinisce nell’andatura traballante sulla barca, nell’usare le logore parole, i vecchi remi. «Folle volo», come impulso, ma, nell’artificio, «concreto vacillare».

3. Vedere la poesia.

Come finestra, riflette e rinnova il paesaggio esterno.
Come specchio, riflette e deforma il paesaggio interno.
Come scudo, è sistema di difese dal mondo, rete di analogie che sospendono la verità delle cose in una trama di finzioni.
Come schermo, riflette una scena dove accade qualcosa da descrivere.
Come muro, è la fine, necessaria, nel silenzio, delle parole.
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Definire la poesia.

Poesia è salute (Wallace Stevens).
La poesia non è una fontana che zampilla; invece è una spugna, che assorbe e si lascia impregnare (Boris Pasternàk).
Il poeta è medium posseduto da voci (Marina Cvetaeva).
Prima che la parola venga trovata e sbocci, deve portare su di sé un grave peso. Questo mette il dire poetico in stato di necessità (Martin Heidegger).
La poesia è un edificio che sta per crollare (Charles Baudelaire).
Poesia non è quello che ti appaga ma quello che ti lascia sgomento nel fuoco di un passo estremo verso l’irraggiungibile (Sohravardi).
Poesia è la forma suprema dell’uso emozionale della lingua (Giorgio Seferis).
La poesia parte molto di più dalla necessità di parola che dalla parola già formata (Rainer Maria Rilke).
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4. Nella poesia si discute di una percezione non allineata e non conforme. Questo scompiglio percettivo evita che il mondo ci assalga con le percezioni note e ci richiuda in sigle, codici, gabbie. Nasce una «visione interna» delle cose. La condizione del poeta, il suo aistanomai, il suo personale «percepire», la sua estetica, è testimoniare questa invasione: non percepire ad occhi aperti ma tra sonno e veglia, in stato di sonnambulismo, quando certe figure appaiono sotto le palpebre e c’è il bisogno di trovare delle parole una loro sommaria rappresentazione, una loro imperfetta trascrizione.

Elias Canetti, ne La provincia dell’uomo, scrive: «Un capello, letteralmente, un capello, che stia dove non deve essere, può separare l’ordine dal disordine. Tutto ciò che non è al suo posto, là dove si trova, è nemico […] Nell’ordine c’è qualcosa di micidiale: nulla deve vivere che non gli sia consentito». Ma a quest’ordine se ne può contrapporre un altro, ignoto e non patologico, se ancora Canetti scrive: «Pericolosi i pensatori che non hanno respirato abbastanza». E ribadisce: «Andare per paesi in cui non si possa imparare la lingua» perché «Ogni parola pronunciata è falsa. Ogni parola scritta è falsa. Ogni parola è falsa. Ma cosa c’è senza la parola?».

5. La poesia non ha nulla di descrittivo e di acquiescente, non ha né intenti di analisi né necessità di sintesi. È uno stato di meraviglia, arriva quando si sta in una semifuga da se stessi, non ci si controlla, non si sa se dormire o svegliarsi, e da questo stato nasce un bisogno di parole, come una nuova pelle. La poesia è, può essere, solo una «tempesta in un bicchiere». Ma, conosciuta la tempesta, bisogna osservare bene il bicchiere e misurare il liquido che lo colma: occorre fare attenzione al testo e tornare normali, ma come chi è normale perché ha visto qualcosa di straordinario, perché è stato, deleuzianamente, veggente.

Se la poesia è, fin dall’inizio, un venire a patti col silenzio, il silenzio però genera ogni volta nuove parole, nuove visioni. Occorre dire tutto sempre per la prima volta, con parole diverse, preparandosi alla prossima volta.

Sinisgalli parla della poesia secondo le leggi della cristallografia e Mandel’stam la definisce una «nuova fisica delle parole». Ma si potrebbe aggiungere: la parola poetica è una prova estrema dello scrivere umano. Non conta la scaltrezza della tecnica. Il poiein è uno stato di necessità e trasforma il linguaggio di cui si serve in una parola nuova, capace di «far sollevare la testa dal foglio» (Barthes), di obbligare il lettore a sospendere il giudizio per la meraviglia. Ma l’azzardo da giocare è più sugli eventi imprevedibili della sintassi che sulla profetica potenza della parola. I primi riverberano, la seconda brilla isolata. Come scrive Thomas Stearn Eliot: «Il significato è la trappola in cui il significante ti racchiude perché tu, placato dalla quiete del senso, ne assorba con orrore tutto il suono».

6. «Volevo salvare la calda vita (il pathos) dalla gelida vicenda del giorno e così ho tolto vita alla mia poesia, imprigionandola in se stessa. Ho evitato ciò che poteva avere un effetto devastante su di essa, perché avevo paura: dovevo invece usarlo come materiale indispensabile, senza il quale il mio animo interiore non potrà mai manifestarsi integralmente. Io devo accogliere queste cose in me e usarle come ombra contro la mia luce, per riprodurle come toni subordinati in mezzo ai quali emerga tanto più vivo il tono della mia anima. Devo apprendere il rapporto vivente della poesia, l’alternanza reciproca dei toni, la tensione fra pathos e precisione…» (Friedrich Hölderlin).

«La forma viene dal contenuto come il calore dal fuoco. La forma è l’organo, e il contenuto la funzione che lo crea. La metafora è l’oggetto estetico elementare…L’uomo trascorre la vita «volendo essere altro»… L’unica maniera in cui per una cosa è possibile «esserne un’altra» è la metafora – l’essere-come o il quasi-essere. Il che ci rivela inaspettatamente che l’uomo ha un destino metaforico, che l’uomo è metafora esistenziale». (José Ortega y Gasset).

«Il navigatore in difficoltà getta nelle acque dell’oceano una bottiglia sigillata con il proprio nome e il racconto della propria sventura. Molti anni dopo, vagando per le dune, io ritrovo nella sabbia questa bottiglia, leggo la lettera, conosco la data dell’evento e le ultime volontà dell’annegato. Ho il diritto di farlo. Non ho aperto una lettera altrui. Il foglio sigillato era indirizzato a chiunque avesse trovato la bottiglia. L’ho trovata io, dunque sono io il misterioso destinatario…» (Osip Mandel’stam).

«Il ritmo è reversibile e ripetibile: in questo consiste la sua gioia. Appena il peccato e il delitto entrano nella regione dell’arte, cessano all’istante di essere peccato e delitto. In questa regione regnano l’incessante riscatto e redenzione del fatto. In essa il fatto cambia la sua figura, conquista la sua facoltà, perduta col peccato originale, di ripetersi in sé e di rinascere, consegue finalmente l’espiazione, nota a questa e a quell’ombra, condannate ogni notte a ripetere il delitto commesso una volta, che in questo modo riscatta se stesso e con il suo dolore oltrepassa il livello dell’umana punibilità. Ciò che il ritmo ha abbracciato diventa immortale e sfugge inconsapevolmente alle leggi terrene». (Boleslaw Lesmiàn)

7. Scrive Rimbaud: «Per voi che amate nello scrittore l’assenza di facoltà descrittive o istruttive, per voi distacco questi pochi, atroci fogli del mio taccuino di dannato». Le sue parole non sono diverse da quelle che pronuncia Eliot quando scrive «una nuova opera d’arte è creata è qualcosa che avviene simultaneamente a tutte le opere d’arte che l’hanno preceduta. I monumenti esistenti formano fra di loro un ordine ideale che viene modificato dall’introduzione di un’opera d’arte veramente nuova. L’ordine esistente è completo prima dell’avvento del nuovo; perché l’ordine persista dopo l’intervento della novità, tutto l’ordine precedente deve essere alterato, sia pure in misura minima». Il «taccuino di dannato» delle prose rimbaudiane e le strutture compositive della Waste Land si assomigliano.

8. Il gioco della negazione, nell’arte poetica, accentua, ritarda, confonde, sospende l’evidenza lineare della concatenazione dei significati, perché risplenda un’arte della fluttuazione del senso. Così le parole si librano in uno spazio complesso e discontinuo, che non ha un solo centro di gravità, e tracciano nel linguaggio figure e gesti che vanno al di là dei loro precisi significati. L’esitazione del senso genera un’inquietudine di metamorfosi. L’uniformità melodica limita, la varietà polifonica dilata. Ma la polifonia, pur restando ambigua e colma di risonanze, non rinuncia alla sua misteriosa esattezza, come la testa diabolica e serpentina di Medusa alla fine si risolve nello specchio preciso di Perseo.

9. I poeti restano inattuali, mai contemporanei. Non importa che la poesia si definisca narrativa, mitopoietica, orfica, minimalista, ma che sorprenda come una nuova galassia composta dalle stelle più semplici. «Ci sono poeti buoni, poeti pessimi e poeti tout court: questa è la peggiore delle razze» – scriveva Lev Lunc, giovane scrittore del gruppo dei Serapionidi, nei primi anni venti, in Russia. Ancora oggi ha ragione: una buona poesia è quella che impedisce di leggere oltre, costringendoci a prendere confidenza con quella nuova, inaspettata, terribile visione del mondo, espressa con i mattoni di un comune alfabeto.

10. Interrogarsi su prosa e poesia, oggi, non appare né legittimo né decisivo. Si può ipotizzare che l’oggetto poesia, più svincolato dalla gravità del senso e più fedele alle fascinazioni del suono, viaggi verso una sua smarrita, errante indicibilità. Si può ipotizzare che la prosa, meno attratta dalla musicalità della lingua, sia funzionale alle strategie della narrazione o della riflessione. Che la poesia sia veloce, intuitiva, e la prosa lenta, riflessiva. Ma i due linguaggi si incrociano e si confrontano sempre. La tensione della narrazione, nel racconto, e la tensione della sintassi, nella poesia, ci inducono a riflettere dentro un pensiero obliquo, sonnambulo nell’ispirazione, lucido nella determinazione. Roger Caillois aveva ragione quando, contestando i dogmi surrealisti, ci indicava che ogni immagine non deve essere improbabile o bizzarra, tanto per sorprendere o affascinare, ma semplicemente giusta, appropriata al testo a cui serve. Quel testo, in poesia come in prosa, funzionerà proprio per quella giustizia, per l’esattezza con cui un pensiero, sonnambulo, ritaglia, da un vortice di immagini, quella che persuaderà il lettore.

11. La poesia non è solo maestria tecnica, vibrazione musicale, ingegneria sintattica o lessicale, ma la «ri-creazione» di un modo di leggere il mondo, la volontà di rifondarlo a partire da parole comuni e già usate migliaia di volte, creando un universo alternativo abitato solo dalla sensibilità della propria percezione. In questo senso la poesia è sasso gettato offensivamente contro il mondo-stagno, atto di insulto contro un’armonia mortale. Piegare le parole a funzioni altre, smuovere la sintassi da regole note, imporre concatenazioni, assonanze, allitterazioni inconsuete, è un esercizio di ad-versione, sovversione, combattimento (della propria metafora) contro l’esistenza (non metaforica) che ci vorrebbe ingabbiare e definire. Chi fa il poeta vive solo con «le sue domande» – che possono non essere originali o travolgenti ma sono sue. Le scelte di verbi, nomi, pronomi, aggettivi, sono sì scelte musicali e stilistiche, ma nel senso che quella musica e quello stile è la perseveranza del proprio esserci. Secondo Durrenmatt: «Arte è […] perseveranza che non lascia la presa, slancio primordiale che vede nel mondo qualcosa da riscoprire e riconquistare ogni volta da capo. Perché solo la possibilità di guadagnare o perdere il mondo in ogni momento fa della vita una grazia o una maledizione e non un’esistenza puramente necessaria».

12. La poesia è, per ogni poeta, chiave di accesso al proprio mondo interiore, password non clonabile. Tutto è possibile, all’interno di essa: ribellismo, titanismo, ripiegamento autistico, malinconia sublime, poesia civile. Il poeta nasce in un mondo traboccante di parole già dette da altri prima di lui. Si muove in questo mare magnum, in questa giungla verbale, e per farlo usa una piccola lama, un coltellino, uno stilus. Sceglie ciò che gli piace, butta via ciò che non gli piace. Si ritaglia una strada. Tanto non è solo a parlare. La parola passa attraverso di lui per diventare il suo modo – deforme, sproporzionato, eccentrico – di essere nel mondo, rispecchiato nella parola che legge e che scrive. Traversato da questo sentimento rivoltoso, ha il mondo «in gran dispitto», vorrebbe cambiarlo e non può. L’arte gli offre qualche strumento, qualche fragile illusione, per la sua impresa chimerica: meraviglie, soprassalti, consonanze, dissonanze, aritmie. Si impegna, usa la parola. Qualcosa lo commuove e gli toglie il respiro, forse l’amore dell’infinito, forse l’orrore dell’infinito. Cerca di descrivere tutto questo ma la sua parola resta mozza, inadeguata, sospesa. Si ingegna, affina i meccanismi, cerca di leggere tutti i libri e imparare tutte le strategie, e solo alla fine si arrende al «cocente vuoto del testo» che Celan ci indica. Solo allora il poeta scrive, sapendo che presto verrà meno, lui, non le sue parole, e che non sarà possibile niente di determinato e di chiaro, come non si può pensare niente di determinato e di chiaro di fronte alla morte. Solo allora scrive con maggiore fermezza e felicità, proprio a partire da questo sicuro e fulgido fallimento.

Se Nabokov chiamava zamanstvo la capacità della lingua di persuadere e incantare grazie alle sue raffinate e ingannevoli strategie, è difficile non considerare che ogni testo, in quanto frammento, cancella ogni zamanstvo, distrugge tutte le strategie e tutti gli inganni, si disinteressa della tecnica e del risultato, oltrepassa gli strumenti, è come quella scena, nel cinema, che il regista non voleva e che è stata creata, per caso, da un movimento di gru, da un’intuizione dell’attrezzista, dalla smorfia di un’attrice, da un fondale falso. È perfetta, ma per caso. Tutto, in sostanza, è caos. Ma, se non lavoriamo ostinatamente a qualche soluzione del caos, se non fingiamo di essere buoni demiurghi, rinunceremo a priori all’efficacia di un testo, alla sua necessità poetica.

***

Libri consultati:
Ingeborg Bachmann, Non conosco mondo migliore, Parma, Guanda, 2004.
René Char, Oeuvres complètes, Paris, Gallimard, 1983.
Paul Celan, Poesie, Milano, I Meridiani Mondadori, 1998,
Marina Cvetaeva, Il poeta e il tempo, Milano, Adelphi, 1984.
Emily Dickinson, Poesie, Milano, Mondadori, 1995
Jacques Dupin, Le corps clarvoyant, Paris, Gallimard, 1999.
Osip Mandel’stam, La quarta prosa, Bari, De Donato, 1967.
Henri Michaux, Oeuvres complètes, II, Paris, Bibliothèque de la Pléiade, Gallimard, 2001.
Pedro Salinas, Antologia poetica, Milano, Accademia Sansoni,1972.
Leonardo Sinisgalli, Furor Mathematicus, Silva, Milano, 1967.
Giuseppe Ungaretti, Vita d’un uomo, Milano, Mondadori, 1968.
Cesare Viviani, Poesie 1967-2002, Milano, Mondadori, 2003.
Maria Zambrano, Il sogno creatore, Milano, Bruno Mondadori, 2002.
 — immagine d’apertura: Henri Rousseau, Il sogno (1910) —

Marco Ercolani, L’ordine insorto – prima parte

Tratto da Hebenon, rivista internazionale di letteratura fondata e diretta da Roberto Bertoldo -che si ringrazia – Anno X N.5 della Terza Serie – Novembre 2005

Marco Ercolani, L’ordine insorto – prima parte

L’ORDINE INSORTO

1. Ogni poeta, portatore di una visione del mondo che passa attraverso la sua percezione e non coincide con nessun’altra, dice subito no a chi ha guardato e sentito prima di lui. La sua percezione, in quanto ne sovverte altre, esige un linguaggio che la rappresenti. Non ammette la presenza delle cose così come sono state sentite e descritte finora, rifiuta i nessi esistenti come statuto univoco del linguaggio poetico. Vuole, in modo personale e non consenziente, ri-nominare se stesso e il mondo.

Ogni poesia è un incantesimo che presuppone lo stupor del lettore e la confusione dell’autore. È sentirsi inadeguati davanti a qualcosa di eccezionale e di intenso che ci chiama e che vorremo descrivere, dentro o fuori di noi, ma non ci riusciamo, come Alberto Giacometti sentiva di non poter scolpire un volto così come lo voleva, e così, mentre non riusciamo a niente, mentre cerchiamo le parole con cui sicuramente falliremo nel dire ciò che vorremmo dire, in questo sentimento di scacco ma non di rinuncia comincia a nascere la poesia, e quando è nata, possiamo lavorarci, possiamo correggerla con orgoglio ma con disincanto, sicuri che non avremmo fatto ciò che intendevamo ma che ci siamo avvicinati, con una certa approssimazione, al nostro insensato progetto.

L’onnipotenza in cui talvolta sprofonda il poeta, per il solo fatto di scrivere versi, è l’illusione di ritenersi superiore al resto del mondo, investito da qualche favolosa aureola. Quell’aureola testimonia solo la regressione in un paradiso personale dove tutto risuona come in un armonico concentus e l’evento poetico è un consolante narcotico. Ma ogni poesia autentica vigila nella pagina, febbrile e non ammansita, mostra all’autore e al lettore come il loro reciproco destino è sempre sospeso fra estasi e silenzio. La parola poetica è l’effetto di altre parole, presenti ma ancora invisibili in un perpetuo affiorare di testi che brulicano e vorrebbero emergere, ma la penna sceglie proprio quelle parole, quella sintassi, e lì decide se stessa, si consegna all’autore/lettore come un paradosso impulsivo.

2. Una poesia che aggiunga versi al suo mistero è indecente e non dignitosa. Poeti innocui e presuntuosi hanno l’insolenza di schiamazzare nei cortili con l’ultimo libro in mano senza essere all’altezza dei loro sogni. Sono «in attesa di laurea» o già «laureati». Un poeta russo non significativo, Costantin Balmont, scriveva: «Saggezza non conosco valida per gli altri». Così alcuni poeti, incapaci di vedere oltre i testi che scrivono, conoscono perfettamente solo la loro narcisistica saggezza. Affollati su un metro quadrato di superficie, esigono istericamente attenzione. Ma non è compito della poesia accumulare versi superflui nel già ipertrofico panorama delle scritture poetiche.

La parola poetica è, fin dall’inizio, qualcosa che taglia e sottrae, trasfigurando le precedenti visioni del mondo, i precedenti modi di abitare il linguaggio, giusti o ingiusti che siano, e obbliga a leggere e pensare in modo diverso – sproporzionato, imprevedibile, distonico. Ciò che conta è la necessità di un gesto che garantisca la necessità di certe parole. Se Shakespeare poteva dire, in Re Lear, che «Maturità è tutto», noi diciamo, con Rilke, che «Resistere è tutto».

A nessun contenuto manifesto aspira la poesia. È evocazione nel buio, è quella sensazione, tra voce e silenzio, che si prova solo nelle esperienze estreme della lingua e del corpo. «Non dire niente. Non tacere niente. Scrivere questo. Cadere. Come la meteora (Dupin)». Quando ci sentiamo sopraffatti, è perché viviamo soggettivamente qualcosa di straordinario, perché proviamo «la sensazione della testa tagliata» (Dickinson). Qui abita la poesia: la parola di chi sta per ammutolire, ma non vuole consegnare il suo silenzio a nessuno. Come scrive Marina Cvetaeva, ci si libera dalle parole per trovare le sole parole – le nostre – che distinguono il nostro modo di scrivere versi, nella felice illusione di cambiare l’infelice struttura del mondo. La poesia non è mai indulgenza o compromesso ma accelerazione, precipitazione, inadeguatezza, distanza. Qualcosa scricchiola nel meccanismo oliato dei processi linguistici. Qualcosa di non annunciato, di non prevedibile, che turba l’attesa del lettore. Il potere della poesia è sempre quello di far «respirare l’incomprensibile». Quando i versi esistono non occupano i discorsi dell’eloquenza e non abitano la pienezza del senso, ma respirano nelle pieghe e nei vuoti, evocano architetture fantastiche attraverso il loro ostinato e lucido «ordine» di scrittura.

3. Ma non esiste un modo univoco di fare «ordine». L’ordine lo si trova a tastoni, è solo uno dei possibili orientamenti nelle tenebre. Il poeta insorge contro i dati esistenti. Corteggia un evento, un’epifania. Il suo «vedere il mondo» è personale e bizzarro, insolente e cristallino, come una torsione del collo, uno strabismo dello sguardo. Si coglie mentre percepisce se stesso e il mondo in stato di sonnambulismo, dentro il silenzio dell’io e delle cose. Ma, per intonare questo sonnambulismo, per restituirlo e rappresentarlo, ha bisogno di combinare, comporre, associare parole. Di trovare un suo – originale, non prevedibile – ordine. Forse proprio quell’«ordine insorto», a cui accennava l’oracolare René Char. Sopraffatto dalla sua «tempesta emotiva», immerso nella Wahnstimmung delle analogie, il poeta ammutolisce, non sa se tacere o impazzire, ma alla fine parla, perché il silenzio appartiene al mondo opprimente degli adulta, sopprime le analogie e le corrispondenze. Parla, e con logore parole, che trasfigura combinandole in modo originale, bizzarro, imprevisto: “…una parola, con tutto il suo verde / cestisce, si trapianta, // tu seguila (Celan)». Da qui l’esigenza di un’armonia provvisoria e instabile che rimuova percezioni innocue, geometrie consentite. Da qui la forza rifondante di un linguaggio poetico che non si limita a ripercorrere i canoni noti ma si determina come rinominazione magica nata da un atto di meraviglia, di creazione-distruzione del precedente e prevedibile aistanomai. La parola «crea il presente vero», suggerisce Maria Zambiano. Nonostante viva all’interno del suo sogno, «nessuna parola è sognata» ma è sempre vera, vicina al silenzio come al grido. Come per Ingeborg Bachmann: «Le grida perdo / come un altro si perde / i soldi, le monete, / il cuore, le mie grida / perdo a / Roma, ovunque a / Berlino, grida perdo / per le strade… / Io perdo tutto, / solo l’orrore / non perdo, che / si possano perdere le grida / ogni giorno e / ovunque».

Ogni poesia nasce come perdita di cui intonare il canto, come autocancellamento del linguaggio che evoca la sua morte e la sua rinascita (esemplare, in questo senso, la poesia neutra di Pedro Salinas), e non come volontà intellettuale di costruire l’architettura di una composizione, il monumento di un poema. Poesia è lasciare che certe parole possano dire di noi, liberamente e assurdamente, e poi riordinarle, ma solo un attimo dopo l’estasi e la confusione da cui siamo stati pervasi. Si potrebbe azzardare una teoria del sonno vigile. Chi dorme sogna di insorgere contro la realtà, anche contro se stesso. Poi si sveglia e si mette alla ricerca delle parole necessarie per trascrivere il suo sogno. Non c’è mai ricerca autentica se non dopo questa insurrezione, che è anomalia, sproporzione, aritmia. La poesia, eretica, non può sottostare a visioni precedenti. Ogni poeta ne cerca una, si apposta, bracca la sua preda. Vuole vedere solo con i suoi occhi. Ma come può, se non tra la veglia e il sogno, praticando la sua personale e originale distonìa? Tutto è difficile, opaco, resistente. Ma un varco c’è sempre. Rilke chiede, al giovane poeta che gli scrive, di domandarsi se sa di stare facendo qualcosa di necessario e gli intima di rispondere a questa domanda interiore.

4. La parola riduce in stato di ordine precario un paesaggio già in sussulto. Prima, c’è una percezione ondulatoria che mette il mondo e il soggetto in pericolo. Se non si avverte questo pericolo iniziale, questo necessario vacillamento, allora nessun viaggio è necessario. Le parole che troviamo hanno il potere di rendere appena visibile quello che sta per farci ammutolire: sono il residuo delle nostre visioni, un resto attivo del sonno. A volte basta girare la testa di lato e vedere il mondo obliquamente: di questa piccola deformazione siamo noi a dover rendere testimonianza, noi i responsabili. Nulla è misurato, oggettivo, previsto. Il poeta agisce all’interno di una sproporzione metafisica che muta i contorni delle cose. E la metafora, naturalmente, è lo strumento elettivo per avvicinare e allontanare le cose. Ci mette di fronte a un mondo che non esiste ma ci appare, grazie alla combinazione di certe parole, anomalo, sorgivo, sorprendente. Occorre fare i conti con questo nuovo sguardo, che accresce e riduce, moltiplica e frantuma.

Celan scrive: «La vetta / si dissolve in turbinii, / con più furia ancora / che voi» e noi ci rendiamo conto che il mondo non è più lo stesso dopo le sue parole. La sua scrittura ripulisce lo sguardo da vecchie croste di senso. Gli artisti devìano e deformano, ma aiutano a ri-vedere e ri-sentire, indicano soglie nuove dentro percorsi antichi.

«Si sta / come d’autunno / sugli alberi / le foglie». Si può, dopo questa poesia, rileggere Mimnermo e gli altri poeti della classicità, senza avere nelle orecchie la voce chiara e perentoria di Ungaretti? La voce di un poeta nuovo obbliga sempre a rileggere tutti i poeti precedenti.

Alla fine, la poesia potrebbe assomigliare al doppio libro suggerito da Elias Canetti ne La provincia dell’uomo. Lo scrittore invita a scrivere un libro di giorno e un libro di notte, senza mai confondere i testi: solo molti anni dopo sarà consentito all’autore di fare un confronto fra i due. Un libro diurno e notturno insieme, vissuto come scambio continuo tra passato e presente, sonno e veglia, vita e morte, è il libro che il poeta progetta per il suo ipotetico lettore. «Il piacere della comunicazione è inversamente proporzionale alla nostra reale conoscenza dell’interlocutore e direttamente proporzionale al desiderio di interessarlo a noi… È noioso bisbigliare ai vicini. È inutilmente tedioso scandagliare la propria anima… Ma scambiare segreti con Marte, senza fantasticare, naturalmente, è un compito degno della poesia».

«L’interlocutore», come suggerisce Osip Mandel’stam, è il lettore futuro. Il messaggio nella bottiglia arriva proprio dove è necessario che arrivi. Il lettore prescelto arriverà a leggere un testo nato proprio per lui. Nasce qui l’utopia di una «comunità senza comunità» (quella «comunità degli animi» di cui scrive un poeta contemporaneo, Cesare Viviani): un luogo dove i lettori trovano i loro poeti e i poeti i loro lettori, senza che questo trovarsi diventi reciproco attestato di effimere ambizioni ma reale e fecondo stare insieme, al di qua e al di là dello specchio, dentro illusioni diverse ma compagni di tante forme di verità e della stessa ipotesi di libertà. «La forma della verità non è l’uovo, e neppure un triangolo, neppure una foglia, Ma l’uovo, il triangolo, la foglia, sono forme della verità. La sostanza della verità è unica: forse è la nostra necessità di esistere, la necessità di esistere in ogni cosa. Noi esistiamo in tutte le cose (Sinisgalli)».

– continua: seconda parte, “Soffrire di meraviglie”, domani- 
— immagine d’apertura: Henri Rousseau, La Charmeuse de serpents (1907)

Milan Nápravník, dall’antologia Il nido del buio, Samovar siamese

Apprendiamo con tristezza, in questo pomeriggio del 3 novembre 2017, da un messaggio di Roberto Bertoldo che “purtroppo Milan Napravnik, uomo sensibile, poeta raffinato, intellettuale puro, è mancato una settimana fa, pochi giorni dopo averci consegnato un saggio di estetica (tradotto da Antonio Parente), che pubblicheremo il prossimo anno (per Mimesis Hebenon) .” 

Milan Nápravník, Samovar siamese

Mentre vagabonda per il mercato
Dalle tasche bucate gli scorrono zolle di silenzio
Scruta le crudeli palle d’oro
E le collane di diamanti di pretzel appesi al filo
della magia nera
La vecchietta in cappotto che vende mobili Luigi XIV
Frammenti di macchinette
Lunghi sipari di facezie
Curvi bilancieri iridescenti tubi degli obblighi e un coltello patrizio
Poi stringe la mano al venditore di baccani
E si ferma davanti alla mostra di specchi scannatori
Dall’amico Jean-Louis Bedouin uomo dal vino amaro
E dal carattere forte
Armadi di umorismo schietto e di rabbia creativa
Je n’écris rien au cours de douze ans! urla
con disperata alterigia
Je n’ai pas perdu l’usage de mom sens!

Mon sens
Si fa strada nel labirinto di cerchi veneziani
E dà una scorsa a libri di autori ignoti
che immolarono ai propri scritti tutto il loro sangue
S’incurva di cordoglio per l’eccedenza di chiavi
Per la brillantezza delle lucerne delle barche
Per le scatole di fotografie brunite di sconosciuti bruniti
Palpeggiate consunte e ingiallite
Per i documenti di bruniti destini e speranze
Che ancor oggi vanno a fargli visita in sogno
Qui si trovano anche schiere di cent’occhi di bottiglie più disparate
Mare di spezie
Lacrime di strumenti d’ottone per conciare i palmi
E casse e riviste opache che ricordano i tempi di una volta

Non ha ancora fame ma già lo stuzzicano con crauti e senape
Qui c’è anche una credenza stile impero del diciannovesimo secolo
E un antico cassettone su cui posò la mano Mirabeau
Alcuni abiti difettati
Un calamaio di stagno e un frac piomboso
Le grezzi reti di bimbi sgomenti accecati dalle curve
Che sottraggono la lesina
Scogli d’intralcio lame di morti muraglie agglomerate
E profezie
Che lo illudono che incontrerà una donna
Con la quale potrebbe fondersi per dar vita ad una creatura androgena
Senza dover per questo perderla
Soltanto astiose profezie che simulano grandine dorata
Astiosa sfera dell’impossibile

Certo
Tutto è solo ciarpame
Le grezze scodelle per il male hanno migliaia di anni
Così come i ciottoli di agata
Lo zolfo postumo dei sogni
Dune di morte e vento nel non lontano cimetière de Batignolles
dove riposa il siderale André Breton
La curva del girasole
Che segue la luce della Luna da sud a nord
Il cratere della solitudine nel bel mezzo di monti forestieri
Pietra-stella
L’oro del tempo
L’istinto sovversivo dei geni creativi
L’acciaio degli spari
L’infinita preghiera della poesia all’infinita indifferenza dell’essere

Che farne delle angosce che nessuno vuole?
Non si può pagare qualcosa in più affinché qualcuno le porti via da lui
Non le si possono regalare a meno che il regalo non debba somigliare ad un assassinio
Non ci si può far strada da vedenti attraverso i vicoli ciechi
Alla fine del cimitero compra la statua spezzata del figlio
Veritiera solo perché
È senza testa

*

poemetto tratto da Il nido del buio (trad. dal ceco di Antonio Parente), Mimesis Hebenon, 2009

immagine d’apertura: opera di Joan Miró

*

Milan Nápravník nasce in Cecoslovacchia nel 1931 e da circa quarant’anni vive in Germania. Conseguita a Praga la maturità scientifica, lavorò per un anno nelle miniere d’oro di Jílové, vicino Praga. Dal 1952 al 1957 studiò drammaturgia alla Facoltà di Studi cinematografici dell’Accademia delle arti performative di Praga. Dopo tre anni di lavori provvisori, nel 1960 iniziò a lavorare alla Televisione cecoslovacca come direttore artistico della redazione per le Trasmissioni per bambini e ragazzi. Dalla seconda metà degli anni 1950 collaborò con il Gruppo surrealista di Praga. Fece il suo debutto letterario nel 1966 con la raccolta Básně, návěstí a pohyby (Poesie, avvisi e movenze), pubblicata privatamente e in numero limitato nell’edizione Speciálky dal pittore František Muzika.  Emigrò dopo l’occupazione sovietica del 1968, dapprima a Berlino occidentale per alcuni mesi e successivamente a Parigi. Dal 1970 si è stabilito definitivamente a Colonia. Duranti gli anni dell’esilio, lavorò prima come redattore radiofonico e successivamente, dalla metà degli anni 1980, come pittore, scultore e fotografo artistico freelance. Nel 1977 ha scoperto l’originale metodo fotografico dell’inversaggio: “l’unione inversa di parti bilateralmente simmetriche” di una struttura naturale (cortecce, pietre, ecc.). Ha scritto varie opere poetiche, dalle quali è possibile tracciare lo sviluppo della sua arte, a partire dagli esperimenti linguistici, che sottolineano il carattere emozionale dell’espressione e dell’attività poetiche, fino alla poetica plasmata dalla contemplazione, che registra il movimento della realtà interiore. Quello che al momento è possibile considerare  il culmine dell’opera di Nápravník, l’opus magnum Příznaky pouště (Deserte visioni, 2001), è una vasta parabola sul minaccioso stato della civiltà contemporanea. È autore anche di vari studi e saggi teorici. Negli anni 1990, suscitarono grande interesse alcuni suoi saggi dove metteva a frutto lo studio sistematico pluriennale nel campo della storia delle religioni. (Antonio Parente, quarta di copertina)

– per questo articolo si ringrazia Roberto Bertoldo per il dono del libro –

Pavel Řezníček, versi da Confessione di un funambolo

Pavel Řezníček, da Confessione di un funambolo (Ed.Mimesis Hebenon, 2008)

Classificato a ragione come uno dei principali rappresentanti del surrealismo ceco, Pavel Řezníček  ha sempre messo in dubbio veementemente sia la così spesso proclamata ‘morte del surrealismo’, sia la possibile evoluzione di questo movimento in una sorta di ‘neosurrealismo’ o ‘postsurrealismo’. Lo stesso autore confida la ricetta dei suoi testi: «Vedere le cose senza illusione e criticamente, aggiungendo umorismo, possibilmente nero.» Nel suo caso, però, neanche l’umorismo è da considerarsi una forma di escapismo: pur distanziandosi dal surrealismo programmaticamente politico, non è possibile non considerare le sue opere come opere politiche, nel senso più ampio del temine, a dimostrazione della capacità del surrealismo di modificarsi e svilupparsi anche in nuovi contesti storici, così diversi da quelli che regnavano nel periodo originale di fioritura di questa corrente. (Antonio Parente, quarta di copertina)

Vento e vecchi maestri 

La mia testa come il lembo di un fazzoletto
mi fuoriesce dal taschino della giacca
Con il violino che tiene tra i denti
cerca di raggiungere il melo
Se con le corde passasse sulle radici
lampeggerebbe sulla roulette una lucetta
e gli ospiti si addormenterebbero nelle valige
sotto il pallottolaio
.
Conosco un bravo precettore
che per il codolo della Vergine Maria
li sistema nel veicolo
li porta al riuscello
e li butta sui fili
Il gelo intenso mercanteggia con lui per il quadro
.
Glielo dà volentieri
non appena gli ospiti
con la barba liquefatta
con la benedizione di dio sotto le palpebre
e col ferro di cavallo sul cuore
la smetteranno di percuotere il petto
.
I terremoti sono davvero quegli uccelli
che ci porta la pace
.

§

Latte nero

La Rosa abita al quarto piano
Al piano terra abita il vento
e in cantina il fulmine
.
Sulla superficie del fiume
Sul grande fazzoletto spiegato
pieno di fabbriche casse e cortili dimenticati
La madre inciuccata
mentre veniva sera dopo sera dalla taverna Al Drago piangente
.
La madre davanti al quadro della madre
Può darsi che il badile ti confesserà il segreto
La gramigna piena d’inchiostro
Il lavatoio di minestra
Ammansire il cane per farlo volare sulla piovra
Un moccio fin dal Giappone
Il cervello silenzioso come il colore nero del latte
Il rugginoso velluto del motore
La criniera del leone per lustrare le scarpe
allo château di mele e ossa
.
Al terzo piano abita una cipolla
che ipnotizza il castagno
.
Traduzione di Antonio Parente – immagine d’apertura: opera di Salvador Dalì

Pavel Řezníček (1942) è uno dei maggiori rappresentanti del surrealismo ceco. Esordì nel 1965 con un programma di poesie di Breton, Péret, Dalí e Tzara, presentato al teatro Convenzione (Konvence) di Brno, dal titolo La coda del diavolo è un biciclo (Ďáblův ocas je bicykl). Da allora è rimasto fedele alla sua idea surrealista e ai tre punti focali di questa corrente: umorismo nero, casualità oggettiva e dislocazione percettiva. Dal 1974 pubblica il più antico samizdat ceco, l’almanacco “Doutník” (“Sigaro”). Oltre che poesia, scrive anche prosa, sempre in vena surrealista, come testimonia la sua produzione novellistica, ad esempio Strop, pubblicato nel 1983 in Francia con prefazione di Milan Kundera e nel 1984 in Italia col titolo Il soffitto (Edizioni e/o).

Della sua produzione poetica possiamo citare Malto per unghie (Vlak na nehty, 1985) e, più recentemente, Spazzola cacodemonica (Kakodémonický kartáč, 2006) dove prevale sempre la sua poetica grottesca e bizzarra.

– per questo articolo si ringrazia Roberto Bertoldo per il dono del libro –

Olga Orozco, due poesie da Hebenon a cura e traduzione di Leonardo D’Amico

 Olga Orozco, due poesie tratte dalla rivista Hebenon

[Anno IV, N.4 della Seconda Serie, Ottobre 1999; cura e traduzione di Leonardo D’Amico – per questo articolo si ringrazia Roberto Bertoldo]

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Alla fine era il verbo
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Come fossero ombre di ombre che s’allontanano le parole,
fumate erranti esalate dalla bocca del vento,
così mi si disperdono, mi si perdono di vista contro le porte del silenzio.
Sono meno che gli ultimi rimasugli di un colore, che un sospiro nell’erba;
fantasmi che neanche assomigliano al riflesso che furono.
Allora non ci sarà nulla che resti al suo posto,
nulla che si confonda col suo nome dalla pelle fino alle ossa?
Ed io che mi rifugiavo nelle parole come nelle pieghe della rivelazione
o che creavo mondi di visione senza fondo per sostituire i giardini dell’eden
sulle pietre del vocabolo.
E non ho forse tentato di pronunciare all’inverso tutti gli alfabeti della morte?
Non era codesto il tuo trionfo nelle tenebre, poesia?
Ogni parola ad immagine di un’altra luce, a somiglianza di un altro abisso,
ognuna col suo corteo di costellazioni, col suo nido di vipere,
però disposta a tessere ed a stessere dal suo stesso bordo l’universo
ed a prescindere da me fino all’ultimo nodo.
Estensioni senza limiti piegate sotto il segno di un’ala,
trame come stracci per lasciar passare il soffio allucinante degli dèi,
risvolti dove il mistero si denuda,
dove getta ad uno ad uno i successivi veli, i successivi nomi,
senza mai raggiungere il cuore chiuso della rosa.
Io velavo incastonata nell’ardente ghiaccio, nel rogo brinoso,
traducendo lampi, sfilando dinastie di voci,
sotto un codice tanto indecifrabile come quello delle stelle o delle formiche.
Scrutavo le parole in controluce.
Vedevo sfilare le loro oscure stirpi fino alla fine del verbo.
Volevo scoprire Dio per trasparenza.
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Ripetizione del sogno
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Come una creatura allucinata
che solo l’incessante rotazione della luna tra le dune guiderebbe,
o come un fascio di farfalle gialle sommerse dal lume delle tormente
nella vertigine della paura e dell’oscurità,
o forse ancor più come l’annegata che discende fino al fondo dello stagno
roteando con un lento vortice d’addio,
così vado convocata, senza rimedio,
fino a raggiungere la mia ombra di straniera nella nebbia,
fino ad oltrepassare i muri che portano passo dopo passo alla condanna,
fino ad entrare nella notte in cui il malfattore assume le apparenze del sogno
per meglio ferire senza alcuna sfida.
Questo è il mio oltre l’unica porta che si apre ogni giorno verso la stessa gabbia
dove l’abitudine gracchia sui suoi alimenti di naufragio.
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Lui mi aspetta vestito di velluto nero,
avvolto dal dolce rammarico del dolore che non giunge mai,
e il suo volto assente, fondendosi nella neve dorata di un altro tempo,
esala una luce morta,
un fulgore come di vecchie lacrime conservate per l’accusa.
Io mi avvicino attraverso quei miraggi luccicanti di ieri che mi annunciano
una volta ancora il mio stesso sacrificio,
ma devo arrivare
come un personaggio promesso dalle maree del passato per un giorno qualunque,
nell’ora celeste pallido delle immolazioni,
fino ad un luogo che adesso è quello del sogno che si perde con me e nessuno conosce.
Perché adesso egli separa con quest’unica coltellata l’involucro del mondo
e spalanca gli alti cieli delle trasformazioni.
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Tuttavia, questa ferita del cuore dalla quale esco,
queste scale senza fine per le quali volteggio con la velocità della distanza,
queste acque che girano e si acquietano bruscamente per cristallizzare in un’ombra uguale
al mio destino,
mi conducono di nuovo al carcere di specchi che scaglia ogni notte nella notte in cui muoio.
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Sebbene nulla al risveglio mi dica ch’io sia me stessa.
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clicca QUI per leggere altri versi della stessa Autrice in questo blog

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   Olga Orozco nasce a Toay, nella provincia argentina di La Pampa, il 17 marzo del 1920 (morirà a Buenos Airesm il 15 agosto 1999) . La sua poesia mi è stata proposta da María Amarillo de Cantagalli a San Francisco di Córdoba, durante uno dei miei ultimi viaggi in America Latina, nell’agosto del 1998. Il pieno riconoscimento intellettuale dell’opera di Olga Orozco inizia a partire dagli anni ’60 e cresce nei due decenni successivi con il conferimento di numerosi premi letterari di importanza nazionale (Gran premio de Honor de la Fundación Argentina para la Poesía nel 1971, Premio Esteban Echeverría nel 1981, Primer Premio Nacional de Poesía nel 1988, tra gli altri). Oggi questa poetessa è considerata una delle voci più eminenti nel panorama della poesia argentina.

Le sue liriche, con le quali riesce a creare dal nulla scenari mitici e scontri tra forze antagoniste – il fuoco e l’acqua, la tenebra e i limpidi scenari paradisiaci, il vento e le intemperie, la musica ed il vuoto incolore, il sogno e la cruda realtà –, attingono vigore ed incertezza dalla tematica del viaggio che costantemente aleggia dentro e fuori i risvolti spesso criptici ed evocativi della sua opera. Viaggio, questo, che è intrapreso tra mondi incostanti e dissimili, tra passato e futuro e che nasconde, velandolo di nebbie e brumose praterie, il rischio di incontrare come meta definitiva ed indesiderata ciò che un tempo fu l’agognato punto di partenza.

immagine d’apertura: opera di  Mario Schifano, La chimera

Olga Orozco: Lontano, dalla mia collina

Lontano, dalla mia collina
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A volte era solo un richiamo di sabbia sulle finestre,
erba che improvvisamente tremava nella quieta prateria,
un corpo trasparente che oltrepassava i muri con morbidezza
lasciandomi negli occhi un bagliore gelido,
o il rumore di una pietra che percorre l’indicibile tenebra della mezzanotte;
talvolta, solo il vento.
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Riconoscevo in loro distanti messaggeri
di un paese inabissatosi col mondo sotto le alte ombre della mia fronte.
Li avevo amati, forse, sotto un altro cielo,
ma la solitudine, le rovine ed il silenzio erano sempre gli stessi.
Più tardi, nella crescente notte,
guardavo dall’alto il capo inclinato di una donna vestita d’angoscia
che avanzava attraverso tutte le sue età come in un giardino
anticamente amato.
Alla fine del sentiero, prima che iniziasse la dormiente pianura,
un luccichio memorabile, un colore appena pallido e crudele, la congedava;
ed oltre non conosceva nulla.
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Chi eri tu, smarrita tra il fogliame come le passate primavere,
come qualcuno che ritorna dal tempo a ripetere i pianti,
i desideri, i gesti lenti con i quali anticamente socchiudeva i suoi giorni?
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Solo tu, anima mia.
Rivolta alla mia vita come a una musica remota,
per sempre avvolgente,
ascoltavi, sospesa da chissà quale muro di tenero abbandono,
il rumore spento delle foglie sulla gioventù addormentata,
e sceglievi il triste, il taciuto, ciò che nasce dal fondo dell’oblio.
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In quale angolo di te,
in che deserto corridoio risuonano i passi clamorosi di una gioiosa stagione,
il gorgoglìo dell’acqua su qualche prateria che prolungava il cielo,
il canto speranzoso con cui l’alba correva al nostro incontro,
ed anche le parole, senza dubbio così lontane dal luogo stabilito,
nelle quali agonizzava l’impossibile?
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Tu non rispondi nulla, poiché qualsiasi risposta da te è stata data.
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Può darsi tu abbia vissuto solamente
ciò che all’ardere non lascia più che cenere di tristezza immortale,
ciò che saluta in te, attraverso il ricordo,
un’eterna dimora che al riceverci si congeda.
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Tu non domandi nulla, mai, perché nessuno oramai ti risponde.
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Però là, sulle colline,
tua sorella, la memoria, con un giovane ramoscello ancora tra le mani,
racconta una volta di più la leggenda inconclusa d’un brumoso paese.
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Olga Orozco, vero nome Olga Noemí Gugliotta (Toay, 17 marzo 1920 – Buenos Airesm, 15 agosto 1999) poetessa, scrittrice e giornalista argentina. Tratta da Hebenon, Seconda serie, n.4, Ottobre 1999 — immagine: opera di Joanna Sierko

 

AA.VV. Fuori dallo scaffale: testi poetici condivisi da Hebenon

versi tratti dall’antologia Fuori dallo scaffale AA.VV a cura di Flavio Almerighi e Angela Greco (scaricabile QUI)

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# L’uccello – versi del poeta ceco Michal Ajvaz
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Nella conclusione del sillogismo
compare un grande uccello bianco col becco dorato,
che non era in neanche una delle premesse.
Non è più valido,
nella conclusione da qualche parte penetra sempre qualche
animale sconosciuto.
L’uccello siede sulla mia scrivania
e mi punta col suo lungo becco ricurvo.
Ci guardiamo a vicenda silenziosi e immobili per dodici ore
e nel momento in cui squilla il telefono
mi becca proprio in mezzo alla fronte.
Mi sento venir meno
e sogno che piazza S. Venceslao sia ricoperta da una giungla impenetrabile
e di essere disteso di notte ai piedi del monumento a S. Venceslao,
tra la boscaglia di rami e liane traspare il neon azzurro della Casa della moda
e la sua luce si riflette sulle foglie umide delle palme.
Mi assopisco in un nido di foglie
e sogno di essere nella birreria di Doubravčice,
è piena di gente e l’aria è irrespirabile;
un vicino di tavolo, uno zingaro, mi sussurra all’orecchio:
“Due cose mi riempiono di ammirazione e rispetto: il cielo stellato sopra di me
e le stupende tigri che passeggiano
nell’estesa rete di corridoi sotterranei sotto Praga.
Lo dico affinché non disperiate tanto
per l’impossibilità di rispondere ad alcune domande.
Non che un domani si troveranno delle risposte, ma
quando le tigri saliranno in superficie,
le domande si porranno in altro modo”.
(da Hebenon, Terza serie, n.2, Aprile 2004)

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# versi di Peter Huchel
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Ossame d’uomini strideva nella sabbia
dove a morsi di cingoli
carri armati strappavano
il grigio midollo delle strade (…)
La guerra ha inaridito tutto
su questo forno della morte.
(da hebenon.com)

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# versi di Juhani Ahvenjärvi
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La macchina fotografica nascosta dalle piume.
Nessuna foto nitida di questo
decollo, nessuna prova,
la luce è alata
(da Hebenon, Terza serie, n.1, Ottobre 2003)

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FUORI DALLO SCAFFALE – antologia di testi poetici non allineati a cura di Flavio Almerighi e Angela Greco / e-book scaricabile gratuitamente

Il mondo cambia in fretta, la barbarie non è mai finita, anzi… Il futuro è ipotecato e improbabile. Il moto di appartenenza limitato a parrocchie senza accoglienza. Perduta la memoria ne conserviamo frammenti, polvere di ostie consacrate annidate in una pisside terminata la messa. Ci hanno dato il consumismo perché noi e i nostri figli non potessimo più farne a meno, poi ce lo siamo lasciati sfilare mentre eravamo al telefono, addormentati davanti al televisore. La democrazia, ci è stato detto, è un bene retorico e deperibile. Rimane il silenzio di noi abulici, tutti uguali, che non sappiamo più fare. L’uomo saggio si identifica con il “cazzaro”. (Flavio Almerighi)

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“FUORI DALLO SCAFFALE – antologia di test-I poetici NON ALLINEATI (l’ordine è casuale)” è voce di autori che non condividono l’imperante clientelismo a cui oggigiorno pare adeguarsi chiunque. Clientelismo, che nel momento in cui si tenta di controbattere semplicemente ti estromette, ti mette fuori, appunto, dallo scaffale del Mondo. Gli Autori – a cui va un grazie di cuore per la stima e la fiducia accordati a Il sasso nello stagno di AnGre – che gratuitamente e gentilmente hanno concesso i loro testi, unitamente ad altre esperienze condivise dal web, vogliono soltanto fornire uno spunto di riflessione, uno spiraglio nella cortina impenetrabile della “casta” teso al reale smantellamento, mattoncino per mattoncino, di quanto sta impoverendo l’Essere Umano. (Angela Greco AnGre)

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“F U O R I  dallo  scaffale

antologia di test-I   N O N   A L L I N E A T I”

 CLICCA QUI per leggere i testi e per scaricare il pdf \ e-book

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sono un vagabondo e semino parole da un buco della tasca…” – “Credevo che per i poeti fosse venuto il tempo della peste, il tempo della fine: la fine dei canti, delle odi, dei poemi, di tutte le vecchie, ammuffite sciocchezze. Per i poeti che, come passeri disperati, lasciavano i loro escrementi dappertutto. Ero nauseato dai cuori delicati che i poeti ostentano sul palmo delle mani, insanguinati trofei della loro guerra con la vita, ch’essi si portano dietro lungo le autostrade e le scorciatoie dell’esistenza, gridando: “Aiuto, aiuto!” con la bocca sanguinante, benché sappiano benissimo che nessuno li ascolterà.” (Emanuel Carnevali, da Il primo dio, Adelphi)

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“Il disagio degli uomini di cultura si fa sempre più crudo nel mondo. Coloro che soltanto a diporto e per i loro scopi più o meno politici frequentano le arti e le scienze non hanno motivo di soffrire di questa disdetta: e i bari della cultura, pronti a seguire ogni padrone tranne la verità, non hanno ragione di allarme. Ma per i poeti, gli artisti, i filosofi, gli scienziati di buona fede, in questa vecchia Europa, questo è tempo di desolazione.” – (Francesco Flora, in Hebenon, IV serie, n.13-14, Aprile – Novembre 2014)

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— Gli Autori dell’antologia continueranno a farci compagnia per tutta l’estate con i loro testi riproposti singolarmente o in coppia (a seconda della lunghezza) sulle pagine de Il sasso nello stagno di AnGre 

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Karel Šebek, Stamane ho perso gli ultimi trentadue denti

Stamane ho perso gli ultimi trentadue denti

con le unghie avvinghiate su questo nero istante come se fossi un pipistrello
i cui artigli sono conficcati nel mio cappello perduto
è pieno giorno bianco come il vostro camice
o camicetta ma sempre con purpuree mostrine
il revolver è una gita in vita della morte
quando la mia poesia fiorisce della sua borsetta di coccodrillo
un desiderio forte come somigliare all’anarchia una volta per tutte
la mia piccola arciera dalle frecce azzurre della disperazione celeste
nuvole scalpate
e il giorno come una pentola ammaccata
ma si deve pur sempre vivere in ogni circostanza
piantarsi davanti alla minestra come se fosse perlomeno la nostra
madre materna
e la coppa del nonno per me sarà sempre il mio caro nonno
è come piantare su fucilate di poesia un’inespugnabile tenda aerea
come il mio erotismo e il mio fidanzamento con la luna
lama scalfita della fragola
dietro sbarre come ancore dei nostri ceppi
da oggi sono disoccupato e non mi accettano più nel parco di Via Na Štěpánce
e allora guadagnerò in altro modo
ci sono luoghi dove non si è derubati neanche da un assassino
e su tutti gli alberi ora sbocciano i miei pantaloni tolti dal buio
si tratta del meriggio di strisce striptease delle pagine strappate di calendari
era tanto che non ridevo così
come durante l’ultimo lampo di coscienza della catastrofe dell’essere
chiamata verità se sia veramente tu
ora penso cioè in realtà in sogno
quando suonano a festa le campane che volano come velieri
mille lucciole sul cielo di stelle
e tu e tu
il sole è luna vampeggiante della sacra fiamma del diavolo
la luna è sole lapidato da un completo fulgore
questo secondo di collera persino dalle stelle infrante
stamane ho perso gli ultimi trentadue denti che mi erano rimasti
ed ogni pantera morde il freno
la poesia è il male della vita
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Karel Šebek (dello stesso autore in questo blog leggi qui) ; poeta ceco tratto da Hebenon, Terza serie, n.4, Maggio 2005 — http://www.hebenon.com

Nell’immagine d’apertura: la Cappella Rothkouna cappella aconfessionale eretta a Houston (Texas) e fondata da John e Dominique de Menil, il cui interno, che serve non solo come cappella, ma anche come importante opera d’arte moderna, ospita 14 dipinti neri ma con sfumature realizzati da Mark Rothko.