Thich Nhat Hanh, due poesie

Thích Nhất Hạnh (1926), nato Nguyễn Xuân Bảo, è un monaco buddhista, poeta e attivista vietnamita per la pace; ordinato monaco a 16 anni in Vietnam ha presto concepito una forma di buddhismo impegnato che potesse rispondere concretamente alle esigenze della società. È stato un insegnante e un attivista sociale di spicco nel suo Paese d’origine, prima di ritrovarsi esiliato dal suo paese per aver auspicato la pace. in Occidente ha avuto un ruolo chiave nell’introdurre la consapevolezza e nel creare comunità di pratica (sangha) in tutto il mondo.

*

Preghiera per una terra

Perdute nelle tempeste
dell’oceano aperto,
le nostre piccole barche vanno alla deriva.
Cerchiamo una terra
durante interminabili giorni e interminabili notti.
Siamo la schiuma
che galleggia sull’immenso oceano.
Siamo la polvere
che vola nello spazio infinito.
Le nostre grida sono sopraffatte
dall’urlo del vento.
Senz’acqua né cibo
i nostri bambini giacciono stremati
e non hanno più la forza di piangere.
Siamo assetati di terra,
ma veniamo ricacciati da ogni spiaggia.
I nostri segnali di soccorso sono Alzati, Alzati,
ma le navi che ci incrociano non si fermano.
Quante barche sono affondate?
Quante famiglie giacciono sotto le onde?
Signore Gesù, ascolti la preghiera della nostra carne?
Bodhisattva Kwan Yin, dio della pietà, ascolti la nostra voce?
Uomini nostri simili, sentite la nostra voce
dall’abisso della morte?
O terra ferma,
quanto ti desideriamo!
Preghiamo che oggi l’umanità sia presente.
Preghiamo che la terra ci stenda le sue braccia.
Preghiamo perché oggi ci venga data speranza
da questo paese.

~

Torno ad aprire le antiche pagine 

Improvvisamente mi ritrovo nel mio passato.
Il punto di riferimento non è visibile più a lungo
e il sogno dell’altra notte è pieno di immagini illusorie.
I muri che servono a fermare i venti e la pioggia
hanno formato un angolo di spazio accogliente.
Le candele tremolanti
evocano il profumo di incenso della vigilia dell’Anno nuovo.
Piove.
In casa, la cena è servita.
Una manciata di foglie di coriandolo
mi riporta alle forme della madre patria.
Improvvisamente tutte le barriere sono rimosse
grazie alla tempesta di mezzogiorno
ed ogni cosa è rivelata.
Il sole di oggi non è lo stesso di ieri?
Uccelli intravisti contro il colore purpureo della sera.
I due estremi del tempo si uniscono
e mi spingono con tenerezza
verso una nuova apertura.
Il sipario della sera, destinato a catturare spazio,
improvvisamente si trasforma in salici piangenti.
Le nuvole si chiamano l’un l’altra
per un incontro sulla cima dei monti.
Sono tornato. Mi ritrovo ad aprire vecchie pagine.
Un tramonto sfolgorante ha bruciato tutti gli attestati… verbosi mantra si sono dimostrati non avere più forza…
Soffia forte ora il vento. Laggù dove finisce il cielo, sento sbattere le ali di qualche strano uccello.
Io dove sono?
Il punto focale della concentrazione è il ricordo.
La casa più vera è quella d’infanzia, tra le colline erbose.
Le foglie violette del tià-tò
contengono tutto un autunno pienamente maturo.
I tuoi piccoli piedi percorrono il sentiero,
come gocce di rugiada sulle giovani foglie.
Le lettere che ti inviai
risuonano come campane della chiesa.
Un cielo dorato di fiori è contenuto in un solo seme di mostarda.
Ecco, unisco le palme delle mani
e – meravigliosamente – lascio fiorire un fiore nel mio cuore.

(Tratte dal sito “thepoeti.it” che si ringrazia)

Ananke di Angela Greco AnGre letto da Nazario Pardini

ananke-di-angela-greco-angre-ladolfi-ed-2021Angela Greco, ANANKE (Giuliano Ladolfi Editore, prefazione di Fabrizio Bregoli)

letto da Nazario Pardini – da “Alla volta di Leucade”


A noi non interessava quel che
l’orologio indicava nel preciso momento;
quanto piuttosto, quel che
non era mai stato capace di dire

Una silloge intensa, plurale, morfosintatticamente nuova e polivalente, dove il verso con tutta la sua costruzione espansa tende a reificare sentimenti e pensieri di rara fattura  umana. Tutto è nel gioco della forma che l’autrice dirige con personalità come un buon maestro la sua orchestra. E qui la Greco si dimostra eccellente maestro per accentuazioni aggettivali, assemblaggi lessicali, intensificazioni verbali, per vis creativa, per toni epico-lirici.

Angela Greco si affaccia alla scena letteraria con una nuova pubblicazione che, con passi felpati, snocciola sul foglio tutti i suoi stati emotivi, ogni suo ontologico abbrivo, concretizzando nel verso pathos e logos, sentimento e azione verbale dando come frutto un’opera di grande resa epistemologica. In questa plaquette di potente costruzione formale, di armonico diagramma musicale,  sunt omnia: il fatto di esistere: “Tra morsi e ostie/si aggiungono ore;/lentamente sulla lingua/ vanno scomparendo affanni/ e profili, case, persone e nuvole/ in attesa del maestrale, mentre a pezzi/ si arriva a sera, quando la fame/ ha un significato differente e/la notte è uno stomaco che/ricorda ogni dettaglio.”, dove tanti elementi concreti, di ampia simbologia, tendono a reificare un tempo che tutto ingoia, magari mantenendo i ricordi di una digestione breve e concisa; la coscienza della clessidra che ci condiziona; la natura, il prezioso ricamo versificatorio, il pensiero che urge e comanda il sentire, la spinta en haut, verso l’alto per ovviare alle aporie del quotidiano, fughe e ritorni, leva e batti.

Ma che cosa alfine siamo stati? “sommerse radici/ muovono fili verdi in danze di speranza/ verso il mare”, verso quell’immensità che ci attende paziente e che ci annulla nella sua dimensione.  Ananke, il titolo della silloge: il destino, la forza del visionario tempo che non esiste, l’incoscienza dell’uomo di fronte al suo magro esistere. L’opera si divide in quattro sezioni: Ananke (Del presente che non resterà, Di quel che forse siamo stati, Siamo fatti della  stessa sostanza, Ineluttabilità), Collocazione nell’abisso, Ad altri noi, Attese, Dedica. In ogni verso dell’opera scorre rapido e epigrammatico il pensiero della vita. Già il titolo iniziale (Del presente che non resterà) ci dà l’idea netta della filosofia della Greco. Panta rei, tutto passa rapidamente e senza sosta, tutto in mano di un destino che pilota i nostri movimenti, come se l’uomo non esistesse. Nessuno è capace di afferrare il presente, di farlo suo per leggerne propositi e intenzioni, dato che si vive in mezzo a fatti che sfuggono di mano, e su cui non si può intervenire, per il fatto che siamo soggetti ad un fato che ci pilota. Ma forse il patema esistenziale della Greco viene espresso più compiutamente in una  pericope alla pag. 77: “Un intrico di vie segnate dall’acqua,/ qualcosa torna, qualcuno non più;/una foglia abita ogni cielo d’inverno./ Sono una lunga notte senza riposo,/le idi di dicembre.”, dove il tema del tempus fugit continua implacabile il suo tormentoso cammino e dove forse anche un memoriale si affaccia alla scena tra immagini fuggiasche, tra elementi che la vita ha lasciate inesorabilmente alla dimenticanza, nonostante gli affetti e gli amori che ad essa ci legarono.

I versi si rincorrono ampi e distesi, ora di effetto contrattivo ora estensivo per accompagnare  il significante che si snocciola sul percorso. Ma la poesia della Greco sembra che si avvicini ad una forma di positura prosastica, più vicina ad un indirizzo di moderna andatura che a quello di memoria tradizionale, pur evidenziandosi per limpidezza formale e disciplinare, sempre confermando la tesi di Eraclito: “Nel mutamento le cose si riposano”; né si smarrisce nella palude dello psicologismo e dello sfogo intimistico, nell’ipertrofia di un verso che, spesso, si allunga troppo verso il limite: “Il giorno insiste sempre alla stessa  maniera;/ un cammino di Santiago con speranza di salvezza…”

Nazario Pardini

Giotto, Resurrezione e Noli me tangere

Il sasso nello stagno di AnGre

Il sasso nello stagno di AnGre augura a tutti Buona Pasqua!

(a cura di Giorgio Chiantini & Angela Greco) – La Resurrezione e Noli me tangere è un affresco (200×185 cm) di Giotto, databile al 1303-1305 circa e facente parte del ciclo della Cappella degli Scrovegni a Padova. È compreso nelle Storie della Passione di Gesù del registro centrale inferiore, nella parete sinistra guardando verso l’altare.

La scena mostra un doppio episodio: a sinistra il sepolcro vuoto di Cristo con gli angeli seduti e le guardie addormentate testimonia la Resurrezione; a destra la Maddalena inginocchiata davanti all’apparizione di Cristo trionfante sulla morte, con tanto di vessillo crociato, e il gesto del Salvatore che le dice di non toccarlo pronunciando, nelle versioni latine dei vangeli, la frase Noli me tangere. Sul vessillo si legge l’iscrizione “VI[N]CI/TOR MOR/TIS”. Le rocce dello sfondo declinano verso sinistra, dove avviene il nucleo centrale…

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Parole raccolte di Giampaolo Giampaoli letto da Angela Greco

Edito da Sillabe di Sale nel novembre 2020, Parole raccolte è l’ultima silloge del lucchese Giampaolo Giampaoli. Opera, che – come si legge nell’estratto della prefazione di Caterina Trombetti in quarta di copertina – cerca di ricostruire “il processo di formazione della poesia” e “quali sono le condizioni da cui emerge la scrittura come messaggio che ha origine dall’animo umano”; opera, nella quale – si legge ancora nella prefazione –  “I versi devono, quindi, nascere dal cuore del poeta, indomabili afflati, condurlo per mano alla conoscenza di se stesso e, per valore comunicativo, essere rivolti all’altro”. Un lavoro che colloca immediatamente la silloge in una certa recente classicità, fortemente radicata nella contemporaneità italiana inerente questo genere letterario, dove poesia è pari a lirica e il poeta è impegnato in una gratuita opera didascalica, in una creazione, che, bisogna dirlo, appaga i più.

Leggo suoni di poesia
e profondi penetrano,
nascosti nelle membra
consunte dal volgere
dei giorni;
la voce grida
il male della mente,
distoglie voluttuosa
i miei sensi nascosti.
La rabbia vaga
in un cuore fuso
al dolore senza origine,
perso nell’esistere.
Vibrerei le nostre emozioni
all’unisono liberamente,
ti trasmetterei spontanee
immagini delle parole,
ti guiderei lontano nel tempo
per restituirti alla materia
pacata.
.
(“Condurti”)
.

Giampaolo Giampaoli vuole essere poeta. Non si riescono ad avere dubbi su questo nemmeno leggendo alcuni componimenti dove ad hoc, l’autore si dimena tra difficoltà del vivere, del sentire e non meglio identificati dolori della mente, in una danza derviscica per la massima parte solo intorno a se stesso. Giampaoli è poeta di quelli fieri del proprio operato (la prima sezione della silloge è proprio dedicata alla riflessione sulla poesia dove, nonostante anche una certa vaghissima ironia, prevale il mestiere di insegnante che l’autore svolge), orgogliosi di trovare un posto nella libreria principale e nei favori dei lettori; condizione che, per tanti scrittori attuali di versi, non è qualcosa di negativo, anzi. Fin dal linguaggio, volutamente in un registro tutt’altro che basso, vicino, contemporaneo, questo autore s’impegna acché il lettore riconosca il poeta ben distinto da sé e anche abbastanza lontano dal quel suo povero quotidiano messo a dura prova nell’ultimo anno e finito in una incertezza totale. E si può solo essere contenti per lui, se riesce in questo intento di essere riconosciuto.

Cedo un foglio bianco,
pagina dello schermo afona,
scrivete una vostra sentenza
sulla materia dolce o aspra
della poesia, emersa
dall’oscuro antro dell’essere.
.
(“A voi”)
.

Parole raccolte, il cui titolo può indicare al contempo la raccolta (di un frutto del lavoro) e la condizione intima, è articolata in tre sezioni più un Epilogo, quest’ultimo interessante soprattutto per la chiarezza, che in altri momenti sfugge, nel quale l’autore sembra compendiare il suo concetto di poesia, presentando schematicamente la sua ricerca, come si legge nella seconda parte di “Perenne moto”:

Perenne moto nel procedere
alla ricerca dell’ingenuità,
anelo a un desiderio
incalzante, inconcludente, distruttivo.
Non trovo la linfa mai concepita,
la vado ancora cercando
ma in silenzio, senza delinearla,
eppure esistente.
.

e il suo forte pensiero su che cosa sia per lui la Poesia (“Il vento / da dentro consuma, / un dolore indistinto / che non si attenua”) messo in evidenza nel componimento in chiusura dedicato presumibilmente ad un bambino, che chiude la silloge, i cui due ultimissimi versi dichiarano apertamente la sua visione del mondo:

È un vento che penetra,
che non si disperde,
dormi sereno stasera,
calma è la musica che
pervade l’atmosfera,
ci pervade in un abbraccio
caldo, colma l’animo,
il tuo animo non vorrei
averlo leso. Il vento
da dentro consuma,
un dolore indistinto
che non si attenua;
dormi sereno stasera
almeno tu che sei
l’amore inviolato.
.
(“Dormi sereno”)
.

Un lavoro, questo di Giampaolo Giampaoli, che va a consolidare la strada intrapresa negli ultimi anni dalla poesia italiana, dove l’eco di un glorioso passato apporta quella sicurezza, che conduce autore e lettore al porto sicuro, nonostante una certa difficoltà di coerenza tra le liriche, dove non è semplice trovare il legante, se non nella più ampia lettura di cosa sia Poesia per una certa fascia di lettori e di mercato.

Ringrazio l’autore, che ha voluto sottoporre alla mia lettura la sua opera, alla quale, comunque, auguro buon cammino.

Angela Greco

Come puoi dirti poeta o essere umano, se taci?

A seguito delle dichiarazioni del sig. Matteo Salvini (su questo blog si riportano solo titoli di libri n.d.r.) e della scellerata scelta di “chiudere” i porti italiani e di impedire in tal modo l’attracco della nave Aquarius (che ricordiamo essere una nave da ricerca e soccorso della organizzazione non governativa internazionale italo-franco-tedesca SOS Méditerranée, precedentemente appartenuta alla Guardia costiera tedesca) con a bordo 600 migranti, tra cui 120 minori e 7 donne in stato di gravidanza, questo blog ha urgenza di chiarire che NON FA PARTE DELL’ITALIA DI CUI SI E’ FATTO PORTAVOCE tale SALVINI. 

Io personalmente sono nata in provincia di Taranto – che è pronta ad accogliere ogni vita in pericolo, come si legge nel sottostante link –  fondata a suo tempo da “immigrati” spartani e, come persona e come scrittore di versi e come madre, NON CONDIVIDO LE SCELTE DISUMANE di un signore che parla soprattutto per se stesso, non accogliendo ancora una volta la volontà del Paese, i cui Sindaci, da Napoli a Palermo, si sono dichiarati pronti ad accogliere quelle Persone, ribadisco PERSONE, che non è umanamente ammissibile lasciare nel Mediterraneo solo per un braccio di ferro con altri Stati, che andrebbe risolto solo dopo aver tratto in salvo chi sta chiedendo aiuto.

Il residuo di umanità, la conoscenza dei corsi e risorsi storici e la sbandierata sensibilità, che dovrebbe ancora esistere nei miei “””colleghi””” scrittori e poeti, dovrebbe farci urlare all’unisono di RESTARE UMANI prima di ogni qualsivoglia idea politica e \ o intolleranza sopraggiunta e fomentata da piccoli uomini ormai incapaci di gestire il proprio odio verso altri da sé. Invece, senza sorpresa, stamattina ascolto un comodo silenzio da parte di tanti, di troppi. E’ inutile scrivere poesie, se non si tiene più conto dell’Essere Umano.

Angela Greco AnGre

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http://bari.repubblica.it/cronaca/2018/06/11/news/_taranto_pronta_ad_accogliere_aquarius_il_sindaco_melucci_apre_all_rrivo_dei_600_migranti-198687845/

“Il porto di Taranto è pronto ad abbracciare ogni vita in pericolo, senza se e senza ma”, dice l’amministritore di centrosinistra che replica l’iniziativa già assunta da De Magistris

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/06/10/aquarius-da-napoli-palermo-sindaci-contro-salvini-nostri-porti-sono-aperti-e-senza-cuore-e-viola-le-norme/4417316/

“E’ un Sud che resta umano e non ci sta. Si disegna una nuova resistenza del mezzogiorno.” 

https://www.identitainsorgenti.com/il-sud-che-resta-umano-i-sindaci-di-napoli-palermo-reggio-calabria-messina-taranto-si-ribellano-a-salvini-i-nostri-porti-restano-aperti/

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p.s. a chi mi ha scritto che queste sono idee “di sinistra” vorrei ricordare che alcune cose non hanno e non devono avere bandiere politiche. 

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foto di apertura: Leuca, Faro di Punta Palascia
“Come puoi dirti poeta” è un verso mutuato da Flavio Almerighi