Eugenio Montale, versi da Satura

Eugenio Montale

Eugenio Montale, versi da “Satura”

*

Niente di grave

Forse l’estate ha finito di vivere.
Si sono fatte rare anche le cicale.
Sentirne ancora una che scricchia è un tuffo nel sangue.
La crosta del mondo si chiude, com’era prevedibile
se prelude a uno scoppio. Era improbabile
anche l’uomo, si afferma. Per la consolazione
di non so chi, lassù alla lotteria
è stato estratto il numero che non usciva mai.

Ma non ci sarà scoppio. Basta il peggio
che è infinito per natura mentre
il meglio dura poco. La sibilla trimurtica
esorcizza la Moira insufflando
vita nei nati-morti. È morto solo
chi pensa alle cicale. Se non se n’è avveduto
il torto è suo.

~

Tempo e tempi

Non c’è un unico tempo: ci sono molti nastri
che paralleli slittano
spesso in senso contrario e raramente
s’intersecano. E’ quando si palesa
la sola verità che, disvelata,
viene subito espunta da chi sorveglia
i congegni e gli scambi. E si ripiomba
poi nell’unico tempo. Ma in quell’attimo
solo i pochi viventi si sono riconosciuti
per dirsi addio, non arrivederci.

~

[Vedo un uccello fermo sulla grondaia]

Vedo un uccello fermo sulla grondaia,
può sembrare un piccione ma è più snello
e ha un po’ di ciuffo o forse è il vento,
chi può saperlo, i vetri sono chiusi.
Se lo vedi anche tu, quando ti svegliano
i fuoribordo, questo è tutto quanto
ci è dato sapere sulla felicità.
Ha un prezzo troppo alto, non fa per noi e chi l’ha
non sa che farsene.

Domenico Modugno, Che cosa sono le nuvole? – sassi sonori

Che io possa esser dannato
Se non ti amo
E se così non fosse
Non capirei più niente
Tutto il mio folle amore
Lo soffia il cielo
Lo soffia il cielo
Così
Ah ma l’erba soavemente delicata
Di un profumo che da gli spasimi
Ah tu non fossi mai nata
Tutto il mio folle amore
Lo soffia il cielo
Lo soffia il cielo
Così
Il derubato che sorride
Ruba qualcosa al ladro
Ma il derubato che piange
Ruba qualcosa a se stesso
Perciò io vi dico
Finché sorriderò
Tu non sarai perduta
Ma queste son parole
E non ho mai sentito
Che un cuore, un cuore affranto
Si cura
L’unico e tutto il mio folle amore
Lo soffia il cielo
Lo soffia il cielo
Così
.

Il 9 gennaio 1928 nasceva a Polignano a Mare (BA) Domenico Modugno, considerato uno dei padri della canzone italiana, “l’incantatore, l’anima del popolo […] il primo grande lavoratore della canzone, il primo cantautore inteso come la modernità della canzone italiana intenderà questa figura: figura del fare canzone, cioè artigiana, ma pure ancora in grado di conservare l’afflato lirico, quell’indicibile che deve aleggiare sulla poesia, insomma quella morbida di culla del riconoscibile sovrannaturale lirico, dell’ispirazione, della potente rivelazione dell’emozione che incontra la ragione e si fa parola: testo musicabile, musica narrabile“. (Rolling Stone)

“Che cosa sono le nuvole?”, singolo pubblicato nel 1968, ultimo 45 giri inciso per l’etichetta discografica Curci, era stato già pubblicato l’anno precedente nell’album Modugno; scritto da Pier Paolo Pasolini ed incluso nel film a episodi Capriccio all’italiana del 1968 (nell’omonimo episodio diretto appunto da Pasolini e recitato anche dallo stesso Modugno), il brano tratta poeticamente e metaforicamente dell’amore e del significato della vita; “l’essenza della vita non sarà perduta se l’umanità sarà ancora capace di sorridere, affascinarsi, commuoversi, rubando qualcosa agli innumerevoli burattinai ladri di identità, diabolici dissimulatori della realtà”. (Giorgia Bruni, Centro studi Pier Paolo Pasolini)

*

Per leggere l”articolo completo (di cui si è condiviso un estratto) ed un interessante approfondimento, per cui si ringrazia di cuore, CLICCA QUI – Radio Città Aperta

Magda Zavala, tre poesie

Tre poesie di Magda Zapata (poeta e narratrice della Costa Rica, nata nel 1951, vive a Heredia, a pochi chilometri dalla capitale San José.)

*

Trattato di baci

Mi baciavi con tutta la bocca.
Tanto da pensare che nulla avresti lasciato per te.

Con la robusta freschezza della frutta turgida, le tue labbra.
La tua lingua, un mollusco abile
e sorridente.

Il tuo alito mi baciava nelle orecchie
e il rumore sibilante, oscuro,
dei tuoi inviti.

Talvolta mi baciasti nella distanza del corpo.

Sono stata nella tua bocca, nelle tue labbra, nella tua saliva,
nella breve pressione dei tuoi denti,
nel saggio percorso del tuo olfatto.

Mille volte sono stata nei tuoi sorsi di idromele,
fino a quando restò soltanto
un tocco di addio
sulle guance.

~

A vela sciolta

So che contravvengo quando ti percorro,
il mio tatto sincero,
la bocca inondata,
tutto il mio essere nei sensi.
Nave di vela ardente su di te,
tu, mio porto assetato,
vorrei io,
di chiarezza.

Rassegnati,
non sarò mai donna convenzionale nel nostro letto.

Non mi temere per questo.
Sciogliti.

~

Noi, le donne

Un mondo per uomini e donne,
a mani unite, senza profeti.
E tra di noi, benvenuti
gli uomini disposti a un comune abbraccio,
capace di avvolgere con autentica tenerezza
la Terra.

(dal sito “thepoeti.it” che si ringrazia – in apertura, opera di R.Magritte)

Al seguente link, un approfondimento e altri testi di questa autrice costaricana: http://www.filidaquilone.it/num019brandolini3.html

Giuseppe Ungaretti, cinque poesie

Cinque poesie di Giuseppe Ungaretti 

*

Rosso e azzurro

Ho atteso che vi alzaste,
Colori dell’amore,
E ora svelate un’infanzia di cielo.

Porge la rosa più bella sognata.

~

Risvegli

Ogni mio momento
io l’ho vissuto
un’altra volta
in un’epoca fonda
fuori di me

Sono lontano colla mia memoria
dietro a quelle vite perse

Mi desto in un bagno
di care cose consuete
sorpreso
e raddolcito

Rincorro le nuvole
che si sciolgono dolcemente
cogli occhi attenti
e mi rammento
di qualche amico
morto

Ma Dio cos’è?

E la creatura
atterrita
sbarra gli occhi
e accoglie
gocciole di stelle
e la pianura muta

E si sente
riavere

~

Allegria di naufragi

E subito riprende
il viaggio
come
dopo il naufragio
un superstite
lupo di mare

~

Dannazione

Chiuso fra cose mortali
(Anche il cielo stellato finirà)
Perché bramo Dio?

~

Eterno

Tra un fiore colto e l’altro
donato l’inesprimibile nulla.

Nina Cassian, due poesie

Due poesie di Nina Cassian, pseudonimo di Renée Annie Cassian-Mătăsaru (1924 – 2014), poetessa, scrittrice e traduttrice romena.

▪︎

SERENO

Sarà un tempo sereno, un tempo da inni.
Con un sol gesto l’aria fenderò,
pronuncerò solo parole immacolate.
Dirò “cielo”, “fonte”, dirò “sole”
e “lacrima” e “musica”, “immunità”.
Sarà il tempo in cui il mio ricordo
non sarà sfiorato da eco di massacri
ma da aliti soavi di poesia
ché a volte anche il sangue alita.
Di tutto quel che un tempo era promiscuo
conservo solo il sacro e mossa al perdono
loderò i contrasti perdonanti.
Dirò “cielo” e “sole” ma anche “musica”
e sarà “sole”, “musica” e “cielo”
intorno a me e intorno al mondo.
Le vocali assumeranno, naturali, la loro gloriosa aureola.
E verrà il tempo sonoro, scintillante,
un tempo solenne e puro, un tempo da inni
e verrà un giorno il tempo! Oh se verrà!

~

VEGLIA

Ero bella, quando mamma moriva.
Avevo pianto e vegliato. E i miei occhi angusti
ringiovanivano sullo specchio del mio volto.
Lei non mi guardava più. Poteva venire
il peggior bandito a spaccarmi il cranio
ma la sua mano non si sarebbe levata
in mia difesa.
Eppure ero bella, come mi desiderava lei,
e la primavera era alle porte: un verde umido
di frammenti vegetali, corrugati,
minacciava di graffiare a sangue il giardino.Ma prima di allora mamma moriva
ignara di tutto e di tutti
imbrattando il cielo di un sospiro
più impetuoso che mai
– e io contavo
e c’erano venti sospiri
intensi, e dieci appena percepiti,
mentre la notte s’imbiancava adagio
e solo la pioggia colpevole
di nero intonacava il mio muro esterno.
Eppure ero bella, intenta lì a contare
quei sospiri di lotta
ma lei non mi vedeva.
E d’ora in poi nessuno mi vedrà
in quel modo, mai.

*

da “C’è modo e modo di sparire” Poesie 1945-2007, Adelphi Edizioni 2013

Hermann Broch, due poesie

ITALY, Sicily, Barcellona  artist Emilio ISGRO' holding an orange in his hand.

Hermann Broch, due poesie da “La verità solo nella forma, Poesie 1913-1949”, De Piante Ed., 2021

*

Prato notturno in settembre
.
Superata dagli astri
vaga la nuvola e scivolano
lentamente i campi
nell’umidità della notte.
Poi lo sguardo cerca l’inimitabile,
le ombre argentee degli alberi e
il cantare che piove, cerca
il rilassato fluttuare dei prati radicato
nel fiato e nel silenzio. Lontano scorrono
fiumi ricoperti di stelle e al di là della lontananza
canta di notte il gallo.
Nulla sfugge allo sguardo, tutto resiste
avvolto dall’occhio, ridimensionato dalla domanda
fluttua un cielo di steli argentei
verso le mani che cercano tastoni, e ti getti nell’erba,
in ascolto del ventre della terra
essa si offre amorevole alla domanda amorosa
e accade il suo mistero.
Per quanto poi penetri nei campi irradiati
sempre più dal margine e sconfinato già il prato,
penetri il visibilmente celato e il presunto mistero
del fulgore inglese, il tuo procedere e cadere
il tuo amare e il tuo ascoltare diventa nuovo occultamento
e oltrepassa il mistero della luce, e oltrepassa
la tua domanda, e per quanto anche vaghi, oh anima,
tu resti al margine del prato. –
Puoi tu, mortale, tu che cammini al margine
di ogni oscurità, puoi tu,
contemplatore che mai riconosce, tornare ancora a casa
alle dimensioni del passato, nelle quali
il sorriso abita insieme al canto?

~

Lago Maggiore 

Potente e clemente si rivela qui
il divino,
in nessun luogo il suo sorriso è così grande,
in nessun luogo così tenero –
alito d’acciaio di questo paesaggio,
quando argentate le onde sbattono
sulle lontane cime nevose,
fluttuante lo specchio del lago
l’eco azzurrata.
Nelle pieghe dell’infinitezza
dimora l’uomo
e dalle misere suppellettili terrene
vaga il suo sguardo nell’ebbro
inebriato dal soave canto speculare
e perduta
la melodia delle colline
poiché i pendii franano, roccia e terreno ricoperto di prati
trascinano i boschi
verso le rive popolate dagli uomini,
ritrovate nell’illuminata
isola.
Proveniente da tempi remoti, toccante i tempi remoti
io come ogni uomo
nelle pieghe dell’infinitezza
indegno l’uno, degno l’altro,
il mio occhio, il mio sguardo
e la musica delle colline
oh suono orribilmente leggiadro,
mio cuore.
Chi può chiamare Dio, quando lui ride?
Chi può ascoltarlo, quando lui canta?
E attraverso i rami
Del sereno albero frondoso
riluce il lago
eco.
Isola dell’anima
mio cuore.

Piero della Francesca, Sacra Conversazione – sassi d’arte

Piero_della_Francesca_Pala di Brera

Piero della Francesca, Sacra Conversazione (con la Madonna col Bambino, sei santi, quattro angeli e il donatore Federico da Montefeltro) denominata anche Pala di Brera o Pala Montefeltro, 1472

tempera su tavola, 248×172 cm; Pinacoteca di Brera, Milano.

*

In questa grande pala d’altare, Piero della Francesca raggiunge il vertice della perfezione nell’uso dei rapporti geometrici e della prospettiva. Il pittore trascorse circa quattro anni alla corte ducale di Urbino contribuendo, insieme ad altri artisti, a fare di questa piccola capitale uno dei maggiori centri del Rinascimento italiano.

La Sacra Conversazione fu commissionata all’artista da Federico da Montefeltro, duca di Urbino, e dalla sposa Battista Sforza per celebrare la nascita, nel gennaio 1472, del figlio Guidobaldo, alla quale la madre non sopravvisse. Le leggi della prospettiva elaborate dagli artisti e dai matematici rinascimentali vi sono applicate con rigore scientifico, ma si nota anche l’influenza dei pittori fiamminghi, che avevano soggiornato alla corte di Urbino, nella rappresentazione minuziosa degli indumenti, dei gioielli e dell’armatura del duca, e nel prezioso tappeto orientale che ricopre il piedistallo del trono.

La “Pala di Brera” trova la collocazione milanese come bottino napoleonico per pagare la campagna d’Italia del 1796, che decretò l’arricchimento del museo parigino del Louvre e del suo “clone” lombardo; perché, se il Louvre doveva essere la teca d’Europa, Brera doveva svolgere la funzione di mirabile museo quale luogo didattico legato alla formazione di pittori e architetti. Benché la prima destinazione dell’opera non sia conosciuta con certezza, la sua presenza è testimoniata, nel 1482, nella chiesa di san Bernardino a Urbino, che venne completata in quegli anni, dov’era collocata sull’altare maggiore.

La scena, allusiva e ricca di significati reconditi, è ambientata entro una grande architettura rinascimentale che si ispira a quella di una chiesa, decorata con grandi specchiature marmoree inquadrate da pilastri; nel catino absidale, a forma di conchiglia (che riprende un dettaglio del romano arco di Giano), è appeso un uovo di struzzo, che allude alla nascita e risurrezione di Cristo (poiché era credenza medievale ritenere che lo struzzo nascesse da un uovo non fecondato, similmente a Cristo nato da una vergine), oltre che alla maternità della duchessa Battista Sforza. Il fulcro della composizione è costituito dalla Vergine e dalla figura di Gesù Bambino dormiente, il cui sonno prefigura la morte, rappresentato nudo con al collo una collana di corallo – in accordo con un’iconografia diffusa nel Rinascimento – che allude al sangue della Passione. Intorno, si dispongono: a destra di Maria, san Giovanni Battista, san Bernardino da Siena, san Girolamo e alla sua sinistra, san Francesco d’Assisi, san Pietro da Verona e un incerto evangelista, forse san Giovanni; in ginocchio, in primo piano, con le mani giunte e di profilo, il duca Federico con i guanti e il bastone del comando deposti. L’impianto prospettico del dipinto converge in un unico punto di fuga centrale, collocato all’altezza degli occhi della Vergine, il cui volto ovale si pone perfettamente in linea con l’uovo dalla forma perfetta, che pende dal catino absidale.

Fra i tanti stili, il più ricco, il più complesso e monumentale era quello di Piero; ed era anche il più influente su un vasto raggio, nella zona che va da Roma a Ferrara passando intorno alla Toscana. Le ragioni della sua autorità sono ammirevolmente esposte: la definizione dello spazio e l’esaltazione della superficie ottenuta mediante colori campiti si accordano in modo così fermo e persuasivo, che si può dire si tratti della prima “sintesi” moderna. (André Chastel, “La grande officina: arte italiana 1460-1500”, 1965)

– Tratto e adattato da “Piero della Francesca, Sacra Conversazione”, collana I Capolavori dell’Arte, Corriere della Sera – 

Blaga Dimitrova, quattro poesie

xxxxx lillà xxxx

Ars poetica

Ogni tua poesia
crea come fosse l’ultima.
In questo secolo in volo
supersonico e saturo di stronzio,
carico di terrorismo,
sempre più improvvisa arriva la morte.
Ogni tua parola invia
come l’ultima prima della fucilazione,
un grido impresso nel muro di prigione.
Non hai diritto ad una menzogna,
neanche fosse un piccolo bel gioco.
Semplicemente non avrai il tempo
di correggere da solo il tuo errore.
Laconicamente e senza pietà
ogni tua poesia scrivi col sangue
come fosse un addio.

~

Donna sola in cammino

Scomodo rischio è questo
in un mondo ancora tutto al maschile.
Dietro a ogni angolo ti aspettano
in agguato incontri vuoti.
E percorri vie che ti trafiggono
con sguardi curiosi.
Donna sola in cammino.
Essere inerme
è la tua unica arma.
Tu non hai mutato alcun uomo
in protesi per sostenerti,
in tronco d’albero per appoggiarti,
in parete – per rannicchiarti al riparo.
Non hai messo il piede su alcuno
come su un ponte o un trampolino.
Da sola hai iniziato il cammino,
per incontrarlo come un tuo pari
e per amarlo sinceramente.
Se arriverai lontano,
o infangata cadrai,
o diventerai cieca per l’immensità
non sai, ma sei tenace.
Se anche ti annientassero per strada,
il tuo stesso partire
è già un punto d’arrivo.
Donna sola in cammino.
Eppure vai avanti.
Eppure non ti fermi.
Nessun uomo può
essere così solo
come una donna sola.
Il buio davanti a te cala
una porta chiusa a chiave.
E non parte mai, di notte
la donna sola in cammino.
Ma il sole come un fabbro
schiude i tuoi spazi all’alba.
Tu cammini però anche nell’oscurità
e non ti guardi intorno con timore.
E ogni tuo passo
è un pegno di fiducia
verso l’uomo nero
col quale a lungo ti hanno impaurita.
Risuonano i passi sulla pietra.
Donna sola in cammino.
I passi più silenziosi e arditi
sulla terra umiliata,
anche lei
donna sola in cammino.

(dal sito thepoeti.it che si ringrazia)

~

Mattino

Era necessario un addio, perché capissi,
che non c’è un addio per noi.

Per sempre porterò in me quest’alba
come segno di bruciatura.
Alzàti sul far del giorno,
partimmo verso l’aeroporto grigio
ed eravamo contenti, perché era così lontano.

La mia ultima parola fu un sorriso.

E sopra di noi sorgeva con l’addio
l’incontro vero e l’amore.

~

I più uniti

Vuoi che rimanga per te solo un’amica.
Come posso capirlo?
Che mani fuse fino al dolore
ora si sfiorino appena?

Sguardi che assetati si bevevano al fondo –
accennino soltanto un saluto?
Labbra senza pietà ardenti
si scambino semplici frasi?

No, non siamo buoni amici.
Non può esistere un mezzo-amore.
Eravamo i più uniti… Per questo, da ora
nel mondo saremo i più estranei.

(dal sito poesiainrete.com che si ringrazia)

*

Nel quadro della letteratura bulgara del nostro secolo, Blaga Dimitrova (Bjala Slatina, 1922 / Sofia, 2003) è da anni universalmente considerata una tra le figure più significative. E’ stata autrice di poesie, poemi, romanzi, saggi e notevole è stata anche la sua attività di traduttrice di classici e moderni della letteratura europea.

(Biografia completa su https://www.bulgaria-italia.com/bg/info/poesia/blaga_dimitrova/default.asp)

Marcel Proust, due poesie d’amore tradotte da Roberto Bertoldo

Contemplo spesso il cielo della mia memoria

Il tempo cancella tutto come le onde cancellano
le costruzioni dei bambini sulla sabbia spianata,
dimenticheremo queste parole tanto precise quanto vaghe
dietro le quali ognuno sente l’infinito.
.
Il tempo cancella tutto ma non spegne gli occhi
che siano d’opale o di stella o d’acqua chiara
belli come nel cielo o presso un orefice
bruceranno per noi d’un fuoco triste o lieto.
.
Questi gioielli rubati al loro vivo scrigno
getteranno nel mio cuore duri riflessi di pietra
come quando, incastonati, sigillati nella palpebra,
brillavano di luce preziosa e ingannatrice.
.
Degli altri dolci fuochi che Prometeo ancora ruba
abbiamo preso la scintilla d’amore che, per il caro
nostro tormento, ardeva nei loro occhi,
luci troppo chiare o gioielli troppo preziosi.
.
Costellate per sempre il cielo della mia memoria
inestinguibili occhi di quelle che amai,
sognate come morti, luccicate come aureole,
il mio cuore sarà splendente come una notte di maggio.
.
Come nebbia l’oblio cancella i visi,
i gesti adorati divinamente in passato;
per questi incanti di smarrimento fummo pazzi,
per questi simboli di fede fummo saggi.
.
Il tempo cancella tutta l’intimità delle sere:
le mie mani sul suo collo puro come la neve,
i suoi sguardi che carezzavano i miei nervi come un arpeggio,
la primavera che scuoteva su di noi i suoi incensieri.
.
Diversamente, pure gli occhi di una donna felice
erano ampi e neri quanto la tristezza,
spavento delle notti e mistero delle sere
tra quelle ciglia incantevoli teneva tutta la sua anima
.
e il suo cuore era vano come uno sguardo felice.
In più, come il mare così mutevole e dolce,
ci perdevamo verso l’anima nascosta nei suoi occhi
come in quelle sere marine dove l’ignoto ci sospinge.
.
Mare degli occhi, sulle tue chiare onde navigammo,
il desiderio gonfiava le nostre vele rattoppate,
procediamo dimentichi delle antiche tempeste
lungo gli sguardi alla scoperta delle anime.
.
Tanti sguardi diversi, le anime così simili,
vecchi prigionieri degli occhi siamo molto delusi,
avremmo dovuto rimanere a dormire sotto la pergola
ma voi sareste partiti anche aveste saputo tutto
.
per avere nel cuore quegli occhi pieni di promesse
come di sera il mare che sogna il sole
avete compiuto delle inutili prodezze
per raggiungere il paese sognato che, vermiglio,
.
gemeva estasiato al di là delle vere acque,
sotto l’arcata santa di una nube ritenuta profeta.
Ma è dolce avere, per un sogno, queste ferite
e il vostro ricordo brilla come a festa.
.
.
.
Magda
.
Imitate vostra madre Ida
nella sua grazia gentile ed affascinante
siate dolce, siate affettuosa
o signorina Magda.
.
Orazio che vi accompagnò
questo mese soffrì molto del vostro cattivo umore,
in nome di Dio siate indulgente
con i difetti degli altri, Magda.
.
Per un sì per un no Maddalena svuotò
su me tutto il torrente del suo fiele detestabile,
oh signorina Magda!
.
«Mai» è una parola troppo grande per le vostre sottili labbra
che mordono frutti e nient’altro conoscono,
quando della sofferenza voi comprenderete le febbri
ripensate a quel vostro «mai», cara Magda.
.
.
da “Marcel Proust, Poesie d’amore”, traduz. Roberto Bertoldo, pp. 90 ed. Mimesis Hebenon.

Settembre…

autunno1

SETTEMBRE

Chiaro cielo di settembre
illuminato e paziente
sugli alberi frondosi
sulle tegole rosse

fresca erba
su cui volano farfalle
come i pensieri d’amore
nei tuoi occhi

giorno che scorri
senza nostalgie
canoro giorno di settembre
che ti specchi nel mio calmo cuore.

Attilio Bertolucci, “Sirio”, 1929

~

ARIETTA SETTEMBRINA

Ritornerà sul mare
la dolcezza dei venti
a schiuder le acque chiare
nel verde delle correnti.

AI porto, sul veliero
di carrubbe l’estate
imbruna, resta nero
il cane delle sassate.

S’addorme la campagna
di limoni e d’arena
nel canto che si lagna
monotono di pena.

Così prossima al mondo
dei gracili segni,
tu riposi nel fondo
della dolcezza che spegni.

Alfonso Gatto,Nuove poesie”, 1950

~

Settembre

Triste il giardino: fresca
scende ai fiori la pioggia…
silenziosa trema
l’estate, declinando alla sua fine.
Gocciano foglie d’oro
giù dalla grande acacia…
Ride attonita e smorta
l’estate dentro il suo morente sogno;
s’attarda tra le rose,
pensando alla sua pace;
lentamente socchiude
i grandi occhi pesanti di stanchezza.

Hermann Hesse

~

DUE MESI SETTEMBRE

All’alba un mormorio corse tra gli alberi,
una lieve increspatura nella cisterna, e nell’aria
un presagio di prossima frescura – ovunque
una voce profetica nella brezza.
Balzò il sole e indorò tutta quella polvere,
e lottò per disseccare ancor più l’oziosa terra,
impotente come un re invecchiato che guerreggia
per un impero che gli si sgretola in mano.
L’un dopo l’altro caddero i petali del loto,
sotto l’assalto dell’anno ribelle,
ammutinato contro un cielo iracondo;
e, lontano, bisbigliò l’inverno; “E’ bene
che muoia la rovente estate. L’ausilio e’ vicino,
giacché quando l’umano bisogno più stringe, io arrivo.”

Joseph Rudyard Kipling

~

SETTEMBRE

Verdi giardinetti,
chiare piazzole,
fonte verdognola
dove l’acqua sogna,
dove l’acqua muta
finisce sulla pietra.

Le foglie d’un verde
vizzo, quasi nere
dell’acacia, il vento
di settembre le bacia,
e alcune si porta via
gialle, secche,
giocando, tra la bianca
polvere della terra.

Antonio Machado

John Keats, Ode a Psiche

Ode a Psiche di John Keats

Ascolta, o Dea, questi versi dissonanti
Strappati dalla dolce violenza e dal ricordo caro;
E che sin entro la morbida conchiglia del tuo orecchio
Sian cantati i tuoi segreti, perdona.
Certo ho sognato, oggi – o davvero l’alata Psiche
Ho visto con i miei occhi aperti?
Giravo spensierato per un bosco
Quando di colpo estasiato per la sorpresa
Due belle creature vidi, coricate fianco a fianco,
Nell’erba folta, sotto un sussurrante tetto
Di foglie e tremuli fiori, ove un ruscello
Appena visibile scorreva:
Tra i taciti fiori dalle fresche radici, azzurri lunari,
Dolcemente profumati nei purpurei boccioli,
Giacevano con quieto respiro sopra un letto d’erba,
Le braccia intrecciate e le ali,
Solo le labbra non si toccavano, ché ancora non s’eran dette addio.
Come se sperate dalle mani dolci del sonno
Fosser pronte a superare il numero dei baci passati
Quando l’alba l’occhio tenero aprisse dell’amore nascente.
Conoscevo bene il fanciullo alato;
Ma tu, o felice colomba felice, chi eri?
La sua Psiche fedele!

Oh tu, ultima nata visione, più dolce
Sei di tutta la svanita gerarchia Dell’Olimpo,
Più bella di Diana nelle sue regioni di zaffiro,
Più bella di Venere, la lucciola amorosa del cielo,
Tu, la più bella sei, pur se tempio non hai,
Né altare colmo di fiori,
O coro di vergini che dolcemente piangano
La tua mezzanotte,
E non voce, o liuto, o flauto, o incenso squisito
Che fumi dal turibolo scosso,
O santuario, bosco, oracolo o ardore
Di profeta sognante della pallida bocca.

Tu, più splendida sei, pur troppo tardi nata
Per gli antichi voti o per l’ingenua lira appassionata,
Quando sacri erano i rami della foresta
Incantata, sacra era l’aria, l’acqua, il fuoco:
Pure, anche un questi giorni tanto lontani
Dalle fedi felici, le tue ali lucenti
Che volteggiano tra gli olimpi in rovina io vedo,
E canto, ai miei soli occhi credendo.
Si, lascia sia io il tuo coro e il pianto
Alzato per la tua mezzanotte,
Lascia sia io la tua voce, il tuo liuto, il tuo flauto,
Il tuo incenso squisito che fuma dal turibolo scosso,
Il tuo santuario, il tuo bosco, il tuo oracolo e l’ardore
Di un profeta sognante dalla pallida bocca.

Voglio essere io il tuo sacerdote, e costruirti un tempio
Nelle inesplorate regioni della mia mente,
Dove ramosi pensieri, appena nati con piacevole dolore,
Mormoreranno al vento sostituendo i pini:
E lontano lontano, di vetta in vetta macchie oscure d’alberi
Vestiranno tutt’intorno i gioghi selvaggi dei monti
E zefiri, fiumi, uccelli e api culleranno
Nel sonno le driadi coricate sul muschio:
Tra questa ampia quiete
Adornerò un roseo santuario
Con la trama inintrecciata d’una mente al lavoro,
Con boccioli, campanule e stelle senza nome,
Con tutto ciò che l’alma fantasia sa inventare,
Lei, che creando fiori, sempre diversi li crea:
Per te sarà li ogni dolce piacere
Che l’ombroso pensiero può conquistare,
Una torcia splendente, un finestra aperta alla notte
Perché caldo l’amore vi possa entrare.

tratta dal sito keats-shelley-house.org/it — immagine d’apertura: scultura di Amilcare Santini

Versi d’artisti

Leonardo da Vinci, Poesia

Ogni parte aspira sempre
a congiungersi con l’intero
per sfuggire all’imperfezione;

L’anima sempre aspira
ad abitare un corpo
perché senza gli organi corporei
non può agire ne sentire.

Essa funziona dentro il corpo
come fa il vento
dentro le canne di un organo,
se una delle canne si guasta
il vento non produce più il giusto suono.

*

Michelangelo Buonarroti, Che cosa è questo amore?

Come può esser, ch’io non sia più mio ?
O Dio, o Dio, o Dio!
Chi m’ha tolto a me stesso,
ch’a me fosse più presso
o più di me potessi, che poss’io?
O Dio, o Dio, o Dio!
Come mi passa el core
chi non par che mi tocchi?
.
Che cosa è questo, Amore,
c’al core entra per gli occhi,
per poco spazio dentro par che cresca;
e s’avvien che trabocchi?
.
*
.
Paul Klee, Epigono 
.

In me scorre il sangue di un tempo migliore.
Sonnambulo del presente
dipendo da una vecchia patria,
dalla tomba della mia patria.
La terra inghiotte tutto
e il sole del sud non lenisce i miei dolori.

*

Pablo Picasso, Una lingua di fuoco

Una lingua di fuoco soffia sul suo volto
nel flauto della coppa
che mentre gli canta rode la pugnalata dell’azzurro
così allegro
che seduto nell’occhio del toro
iscritto nella sua testa ornata di gelsomini
aspetta che la vela gonfi il frammento di cristallo
che il vento avvolto nella cappa delle mandoble
gocciolante di carezze
distribuisca il pane al cieco e alla colomba color lillà
e prema con tutta la sua cattiveria
contro le labbra del limone fiammeggiante
il corno ritorto
che spaventa coi suoi gesti d’addio la cattedrale
che sviene tra le sue braccia senza un applauso
mentre scoppia nel suo sguardo la radio risvegliata dall’alba
che fotografando nel bacio una cimice di sole
mangia l’aroma dell’ora che cade
attraversa la pagina che vola
e disfa il mazzo dei fiori
che porta via stretto fra l’ala che sospira
e la paura che sorride
il coltello scattante di gioia
lasciandolo anche oggi ondeggiare come gli pare e piace
nel momento preciso e necessario
in cima al pozzo
il grido del rosa
che la mano gli getta
come una piccola elemosina.
(testi dal web)

Evgenij Aleksandrovič Evtušenko, due poesie


Evgenij Aleksandrovič Evtušenko (1933-2017), due poesie

*
Non capirsi è terribile
non capirsi e abbracciarsi,
ma benché sembri strano,
è altrettanto terribile
capirsi totalmente.

In un modo o nell'altro ci feriamo.
Ed io, precocemente illuminato,
la tenera tua anima non voglio
mortificare con l'incomprensione,
né con la comprensione uccidere.


**
Che vergogna andare al cinema da solo
senza un amico, senza un'amica, senza moglie,
là dove tutti gli spettacoli sembrano tanto brevi
e tanto lunga la loro attesa.

Che vergogna
in questa interiore guerra dei nervi
davanti alle coppiette beffarde del foyer
in un angoletto, tutto rosso, masticare un pasticcino,
come se ci fosse di che restar confusi...
Noi,
fuggendo la solitudine
e l'angoscia
ci buttiamo in qualsiasi compagnia,
e così degli obblighi che fanno schiavi di amicizie senza senso
ti perseguiteranno fino alla tomba.

Le amicizie si formano in modo assurdo:
gli uni si danno al bere senza una ragione,
gli altri non sono interessati che ai fronzoli e alle donnacce,
e c'è pure chi
sembra occupare il tempo in discussioni astratte,
ma di fatto
si somigliano tutti tra di loro...
Molte son le forme della vanità!
O l'una,
o l'altra chiassosa compagnia...
Non saprei a quante di queste
io sia riuscito a sfuggire!

E come caduto in un nuovo tranello,
sono riuscito a sfuggire,
lasciandovi il pelo,
sono sfuggito!
Mi sei dinanzi, vuota libertà...
Perché diavolo mi sei necessaria! Mi sei cara
e insieme odiosa,
come una moglie non amata e fedele.
E tu, amata mia,
come stai tu?
Ti sei liberata delle tue vane preoccupazioni?
A chi adesso appartengono i tuoi occhi strabici
e le tue bianche, splendide spalle?
Pensi certo che io mi vendichi,
che in qualche parte mi precipiti in taxi,
ma se anche lo facessi
dove scenderei?
Eppure non potrei liberarmi di te!
Con me le donne si rinchiudono in sé,
perché sentono
d'essermi ora del tutto estranee.
Abbandono la testa sulle loro ginocchia, ma non a loro,
a te appartengo...
Or non è molto sono stato da una
in una brutta casupola di via Sennàja.
Ho appeso il paltò a un misero attaccapanni.
Sotto un abete spoglio da un lato, con le lampadine fioche,
rilucendo con le sue pantofoline bianche,
sedeva una donna, severa come una bambina.
Avevo così facilmente ottenuto il permesso
di venire,
che ero sicuro di me
e troppo inebriato, come oggi si usa
e le avevo portato non fiori, ma vino.
Ma tutto apparve molto più complicato...
Ella taceva
e modestamente due goccette trasparenti,
due orecchini,
brillavano sui suoi lobi rosati.
E, come sofferente, guardandomi confusa,
sollevando il suo corpo di fanciulla, mi disse con voce smorzata:
"Vattene...
È meglio di no... Lo vedo,
non sei mio, ma suo..."
Mi amava una ragazzetta
dalle maniere rudi, da maschiaccio,
con un ciuffetto sbarazzino
e gli occhi trasparenti,
pallida di paura e tenerezza.
Eravamo in Crimea.
C'era di notte un temporale
e la ragazzina
al bagliore dei lampi
mi sussurrava:
"Mio piccolo!
Mio piccolo!"
e mi copriva gli occhi col palmo della mano.
Intorno tutto era spaventosamente solenne,
il tuono
e il gemito sordo del mare, quando all'improvviso ella,
con una lucidità tutta femminile, mi gridò:
"Non sei mio!
Non sei mio! »
Addio, mia amata!
Io sono tuo, cupo
e fedele,
e la solitudine
è la più fedele di tutte le fedeltà.
E non importa se sulle mie labbra non fonde più
la neve d'addio del tuo monchino.
Grazie alle donne
belle e infedeli
per tutto ciò che è durato un istante, per quell'addio!
che non è un "arrivederci!",
perché, fiere come regine nella loro menzogna,
ci regalano delle dolci sofferenze
e i magnifici frutti della solitudine.

(Dal sito poesiedautore.it che si ringrazia)

			

Lionello Balestrieri, La morte di Tristano, con un approfondimento sull’autore- sassi d’arte

Lionello Balestrieri, La morte di Tristano (XX sec., inizi)

acquatinta, cm 44×64,5 – Lucca, courtesy Galleria d’Arte Bacci di Capaci

*

Questa acquatinta rievoca l’antico mito bretone di Tristano e Isotta, che specie dopo l’interpretazione musicale di R.Wagner aveva goduto di una larga diffusione iconografica. L’opera, dall’atmosfera densa di magia e mistero, evidenzia l’inclinazione del maestro per gli struggimenti lirici; la storia di Tristano e Isotta è l’epica d’amore più famosa di tutto il Medioevo, favola celtica del XII secolo.

Tristano, nipote del re Mark, riceve dallo zio l’ordine di scortare la bella Isotta d’Irlanda in Cornovaglia dove diventerà regina. Per sbaglio Tristano e Isotta bevono il filtro d’amore donato dalla madre di Isotta, perché ne facesse uso la prima notte di nozze, e si innamorano perdutamente. Bandito in Britannia dallo zio, Tristano sposa una omonima e, malato, viene raggiunto dal suo vero amore, ma muore appena le loro labbra si separano: gli amanti si scambiano il bacio “fino alla fine”, gesto che rende eternol’amore sollevandolo contro gli ostacoli e le convenzioni del vivere comune. (Lorenza Tonani) — (tratto da Baci rubati e amorose passioni, SilvanaEditoriale)

*

Lionello Balestrieri, nativo di Cetona, trascorse gli anni dell’adolescenza a Roma, dove la famiglia si era trasferita e poi a Napoli, dove condusse gli studi artistici alla scuola di pittura di Domenico Morelli. Irrequieto e sentimentale, colse nell’insegnamento autorevole del maestro non solo quella tecnica esuberante, corposa e di forte impatto chiaroscurale che fece di lui un morelliano convinto per diversi anni a venire, ma soprattutto lo stimolo a non fare della pittura epidermica, priva di contenuti e di sentimenti poetici, così che per il giovane allievo fu consequenziale accogliere con entusiasmo il compito di “studiar nella vita le passioni, la poesia dell’amore! Penetrare gli ambienti misteriosi, l’ombra della notte! Fare illuminare appena le sue visioni da un raggio discreto di luna, di sole, di una luce dorata di lucerna! Far intravedere nell’ombra figure che paion fantasmi! Far sentire l’estasi di un bacio, la malinconia del crepuscolo, la tristezza e il dolore degli infelici!”, come ricaviamo dalle pagine della sua intensa autobiografia.

Nel 1894, a ventidue anni, Balestrieri iniziava col cuore in mano la sua avventura alla volta di Parigi, romanzescamente trasportato dalle correnti della passione amorosa, pare per raggiungervi una fanciulla di buona famiglia, rinchiusa dai suoi nel collegio del Sacre Cuore per sottrarla al pericolo di una liason con il giovane pittore spiantato. A Parigi Balestrieri condivise la mansarda soffitta-atelier con Giuseppe “Beppino” Vannicola, un amico già conosciuto a Napoli, violinista e aspirante scrittore, di vocazione dandy.tumblr_lwm4ub92wv1r5j0j9o1_1280
La figura ricurva del giovane Vannicola in preda all’inspirazione musicale mischiata ai fiumi del rhum, mentre brandiva l’archetto e il violino, compariva per la prima volta nel dipinto Attendendo la gloria, presentato con buon riscontro al Salon del 1897, dove fu apprezzato per l’intensa atmosfera scapigliata e bohemien che riusciva a trasmettere. Ancora Vannicola violinista, stavolta di spalle e vicino a un pianoforte, come “uscito dalle pagine di Hoffmann”, era raffigurato nella vasta tela del Beethoven , una potente e ben costruita scena d’interno pariginamente romantica, offerta ai visitatori dell’Esposizione Universale del 1900. Un quadro che sapeva di vita vera – tra i vari personaggi anche lo stesso Balestrieri, rannicchiato su una branda accanto a una pallida e infreddolita fanciulla dallo sguardo di reveuse – autobiograficamente realistico e sofferto, ma al contempo grondante di un sentimentalismo struggente e idealizzato.

Già fin dall’esposizione del 1900, un editore tedesco ne aveva acquistato  i diritti di riproduzione ed il soggetto – replicato dall’artista stesso, ossessionato dalle richieste continue di studi, bozzetti e versioni in formato ridotto. Come di solito avviene con tutte le opere sovraesposte, una tale popolarità ha forse nociuto col tempo sia al dipinto che all’artista stesso, che rimase come inchiodato negli anni al successo di quell’opera fortunata e ritenuto come incapace di evolversi nel tempo, nonostante la tardiva e transitoria adesione, per necessità “commovente” alle fila futuriste degli anni Venti.
Senza volerne fare una pietra miliare né un faro illuminante per le evoluzioni moderniste della pittura d’inizio secolo, nessuna opera più del Beethoven esprime comunque al meglio il clima di un’epoca, il canto del cigno del ciclone romantico che dal 1840 si era snodato e saturato fino a lambire le sponde del Novecento: quello stesso clima, misto di realismo e insieme di impeto lirico incarnato a pieno da La Bohème di Giacomo Puccini,

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l’opera fin-de-siècle del compositore toscano a cui la pittura di Balestrieri rese esplicito omaggio col dipinto Mimì, Mimì, nel quale la poveretta giaceva nel letto della gelida soffitta del pittore Rodolfo, raffigurato seduto al capezzale dell’amata morente con accanto gli amici affranti. Un quadro sentimentale e partecipe fino all’immedesimazione personale (nelle sembianze di Rodolfo l’artista raffigurò se stesso, intingendo il pennello nella letterarietà più smaccata e fedelmente descrittiva.
In seguito, pare per l’insoddisfazione provata di fronte alle repliche a stampa del Beethoven, Balestrieri volle apprendere in prima persona la tecnica incisoria e la decisione cadde in un momento particolarmente fecondo per la storia della grafica, in concomitanza con il revival dell’incisione calcografica policroma, ovvero il procedimento tecnico più indicato, nella commistione di acqueforte, acquatinta e inchiostri colorati, a restituire le sfumature, i valori cromatici e i contrasti ombrosi della pittura. (tratto da Lionello Balestrieri incisore)

Tre poesie sul sorriso

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 Il tuo sorriso (Pablo Neruda)

Toglimi il pane, se vuoi,
toglimi l’aria, ma
non togliermi il tuo sorriso.

Non togliermi la rosa,
la lancia che sgrani,
l’acqua che d’improvviso
scoppia nella tua gioia,
la repentina onda
d’argento che ti nasce.

Dura è la mia lotta e torno
con gli occhi stanchi,
a volte, d’aver visto
la terra che non cambia,
ma entrando il tuo sorriso
sale al cielo cercandomi
ed apre per me tutte
le porte della vita.

Amor mio, nell’ora
più oscura sgrana
il tuo sorriso, e se d’improvviso
vedi che il mio sangue macchia
le pietre della strada,
ridi, perché il tuo riso
sarà per le mie mani
come una spada fresca.

Vicino al mare, d’autunno,
il tuo riso deve innalzare
la sua cascata di spuma,
e in primavera, amore,
voglio il tuo riso come
il fiore che attendevo,
il fiore azzurro, la rosa
della mia patria sonora.

Riditela della notte,
del giorno, della luna,
riditela delle strade
contorte dell’isola,
riditela di questo rozzo
ragazzo che ti ama,
ma quando apro gli occhi
e quando li richiudo,
quando i miei passi vanno,
quando tornano i miei passi,
negami il pane, l’aria,
la luce, la primavera,
ma il tuo sorriso mai,
perché io ne morrei.

~

Prendi un sorriso (Mahatma Gandhi)

Prendi un sorriso,
regalalo a chi non l’ha mai avuto.
Prendi un raggio di sole
fallo volare là dove regna la notte.
Scopri una sorgente
fa bagnare chi vive nel fango.
Prendi una lacrima,
posala sul volto di chi non ha pianto.
Prendi il coraggio,
mettilo nell’animo di chi non sa lottare.
Scopri la vita,
raccontala a chi non sa capirla.
Prendi la speranza,
e vivi nella sua luce.
Prendi la bontà,
e donala a chi non sa donare.
Scopri l’amore,
e fallo conoscere al mondo.

~

Sorridi (Charlie Chaplin)

Sorridi, anche se il cuore ti duole
sorridi, anche se si sta spezzando
quando ci sono nuvole nel cielo
ci passerai sopra
se sorridi attraverso
la tua paura e al dolore
sorridi e forse domani
scoprirai che la vita vale ancora
la pena di essere vissuta
se tu solo sorridi
illumini il tuo viso di tristezza
e nascondi ogni traccia di contentezza
ma anche se una lacrima sta per scendere
è quello il momento in cui devi
continuare a provare
sorridi, a che serve piangere?
Scoprirai che la vita vale ancora
la pena di essere vissuta
se tu solo sorridi
anche se il cuore ti duole
sorridi, anche se si sta spezzando
quando ci sono nuvole nel cielo
ci passerai sopra
se sorridi attraverso
la tua paura e al dolore
sorridi e forse domani
scoprirai che la vita vale ancora
la pena di essere vissuta
se tu solo sorridi
è il momento in cui devi continuare
a sorridere, a che serve piangere?
Scoprirai che la vita vale ancora
la pena di essere vissuta
se tu solo sorridi.