Vittorio Sereni, due poesie da Gli strumenti umani


Vittorio Sereni, due poesie da Gli strumenti umani

Anni dopo

La splendida la delirante pioggia s’è quietata,
con le rade ci bacia ultime stille.
Ritornati all’aperto
amore m’è accanto e amicizia.
E quello, che fino a poco fa quasi implorava,
dell’abbuiato portico brusio
romba alle spalle ora, rompe dal mio passato:
volti non mutati saranno, risaputi,
di vecchia aria in essi oggi rappresa.
Anche i nostri, fra quelli, di una volta?
Dunque ti prego non voltarti amore
e tu resta e difendici amicizia.

§

Quei bambini che giocano

un giorno perdoneranno
se presto ci togliamo di mezzo.
Perdoneranno. Un giorno.
Ma la distorsione del tempo
il corso della vita deviato su false piste
l’emorragia dei giorni
dal varco del corrotto intendimento:
questo no, non lo perdoneranno.
Non si perdona a una donna un amore bugiardo,
l’ameno passaggio di acque e foglie
che squarcia svelando
radici putrefatte, melma nera.
D’amore non esistono peccati,
s’infuriava un poeta ai tardi anni,
esistono soltanto peccati contro l’amore.”
E questi no, non li perdoneranno.

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da Vittorio Sereni, Gli strumenti umani, Einaudi

 immagine: Mario Schifano, Chimera

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Vittorio_Sereni_1975bVittorio Sereni nasce a Luino, sul Lago Maggiore, nel 1913, ma la sua città d’adozione è Milano, dove ha vissuto per quasi tutta la vita facendo inizialmente l’insegnante e poi il dirigente alla Mondadori. La sua opera più importante è Gli strumenti umani, uscita a Milano nel 1965 e più volte ristampata. La critica ha ormai riconosciuto a questo libro un posto di primissimo piano nella produzione poetica non solo italiana del secondo dopoguerra; Franco Fortini lo ha definito “uno dei libri di poesia più impegnativi e densi fra quanti ne sono stati scritti nel trentennio successivo alla seconda guerra”. Vittorio Sereni appare così, ora, come il maggior lirico della generazione post-montaliana ed esercita una notevolissima influenza sulle generazioni più giovani.
Appare centrale, nella sua produzione, l’esperienza della prigionia in Algeria e Marocco tra 1943 e 1945. Da essa nasce il Diario d’Algeria, misto di versi e prose in cui la tragedia personale dell’uomo condannato alla segregazione da una guerra insensata diventa simbolo della crisi di un’intera generazione e di un’epoca; lo stesso rimando continuo dall’esperienza individuale alle grandi vicende della storia si ritrova ne Gli strumenti umani, dove il sentimento di estraneità dal mondo (Non lo amo il mio tempo, non lo amo) ben riflette la delusione per la sconfitta degli ideali democratici e socialisti in Italia e nel mondo e l’impossibilità di inserirsi veramente nel corso storico, quasi perdurasse una incaccelabile condizione di prigioniero. All’origine dello smarrimento di certezze, psicologiche e ideologiche, sta una radicale insicurezza di sè e del proprio ruolo; si riafferma dunque il primato di quel che vive al di fuori dell’uomo e gli sopravvive, e si precisa anche una tematica già presente nelle prime raccolte, il culto dei morti tramite cui si rivela sia la fragilità che la verità ultima delle cose. A questa disperazione di fondo fanno da controcanto continuo gli scatti della gioia, una gioia che nulla ha a che fare con la felicità ma che riesce tuttavia a illuminare alcuni versi con percezioni fulminee dei sentimenti dell’amore e dell’amicizia. Come ha scritto Guido Piovene “Sereni è uno dei pochi poeti che sanno dare parole adeguate alla gioia”.
Uno dei saggi più acuti e brillanti dedicata a Sereni porta la firma di Franco Fortini, che così conclude: “Per quel tanto di sfocato che hanno le liriche, per quella loro instabilità di profilo dove l’improvviso emergere di un particolare perfettamente fisso e come irrigidito è una formula morale, questa poesia unisce il consiglio della cautela e del riserbo, figurato dall’esitazione, con l’imperativo della decisione e della scelta. Si può non sentirsi a proprio agio nelle poesie di Sereni che, d’altronde, non vogliono che ci si senta a proprio agio e anzi introducono di continuo, quasi a ogni parola, un’incertezza angosciosa” (di Olivia Trioschi per club.it)

Wallace Stevens, due poesie

Wallace Stevens (Reading, 2 ottobre 1879 – Hartford, 2 agosto 1955), due poesie 

La casa era silenzio e il mondo era calma

La casa era silenzio e il mondo era calma
Il lettore divenne il libro; e la notte estiva

Era il sentire del libro
La casa era silenzio e il mondo era calma

Le parole furono dette come se il libro non ci fosse
Se non che il lettore era chino sulla pagina,

Voleva stare chino, voleva molto tanto essere
Lo studioso a cui il suo libro dice il vero, a cui

La notte estiva è come una perfezione del pensiero.
La casa era silenzio perché così doveva essere.

Il silenzio era parte del senso, parte della mente:
Il passaggio che conduce la perfezione alla pagina.

E il mondo era calmo. La verità in un mondo calmo.
In cui non c’è altro senso, essa stessa

E’ calma, essa stessa è estate e notte, essa stessa
E’ il lettore che a tarda ora chino legge.

(da Transport to Summer, 1946 – dal web)

*

La poesia che prese il posto di un monte

Era là, parola per parola,
la poesia che prese il posto di un monte.

Ne respirava l’ossigeno
persino quando il libro stava voltato nella polvere del
……..tavolo.

Gli ricordava come avesse avuto bisogno
di un luogo da raggiungere nella sua direzione,

Come avesse ricomposto i pini,
spostato le rocce e trovato un sentiero fra le nuvole,

Per arrivare al punto d’osservazione giusto,
dove sarebbe stato completo di una completezza
……..inspiegata:

La roccia esatta dove le sue inesattezze
scoprissero infine la vista che erano andate guadagnando,

Dove potesse coricarsi e, fissando il mare in basso,
riconoscere la sua casa unica e solitaria.

(da Il mondo come meditazione, Guanda Ed.)

immagine d’apertura: fotografia di Ansel Adams, “After Thunderstorm, Garnet Lake”

Santa Cecilia

Santa Cecilia (1895) di John William Waterhouse

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Di Santa Cecilia storicamente si sa poco, in una sua Passio si racconta che venne fidanzata dai genitori a un certo Valeriano al quale, al momento del matrimonio, rivelò di avere offerto da tempo a Dio la sua verginità, su cui vegliava un angelo. Valeriano, istruito e battezzato da papa Urbano, poté effettivamente vedere quell’angelo che ordinò ai coniugi di vivere in castità; più tardi si convertì anche il fratello di Valeriano, Tiburzio e i due si dedicarono a dare degna sepoltura ai cadaveri dei cristiani uccisi. Scoperti, Valeriano e Tiburzio furono decapitati, inoltre il prefetto, volendo impossessarsi dei loro beni, fece arrestare e decapitare anche Cecilia, le cui spoglie vennero collocate da papa Urbano in un sepolcro nelle catacombe di san Callisto. Nell’821 le sue spoglie furono traslate da papa Pasquale I nella basilica di Santa Cecilia in Trastevere. Nel 1599, durante i restauri della basilica, ordinati dal cardinale Paolo Emilio Sfondrati in occasione dell’imminente giubileo del 1600, venne ritrovato un sarcofago con il corpo di Cecilia incorrotto ed emanante profumo di gigli e di rose. Il cardinale allora commissionò a Stefano Maderno (QUI) una statua che riproducesse quanto più fedelmente l’aspetto e la posizione del corpo di Cecilia così com’era stato ritrovato (la testa girata per la decapitazione, tre dita della mano destra a indicare la Trinità, un dito della sinistra a indicare Dio); questa è la statua che oggi si trova sotto l’altare centrale della chiesa. Considerata patrona della musica, ha ispirato innumerevoli artisti. (fonte Famiglia Cristiana; Wikiwand)

Estasi di santa Cecilia, dipinto a olio su tavola trasportata su tela (236 × 149 cm) di Raffaello e aiuti, conservato nella Pinacoteca Nazionale di Bologna e databile al 1514 c.a.

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In letteratura, Cecilia è stata celebrata specialmente nei Racconti di Canterbury di Geoffrey Chaucer, nel racconto Santa Cecilia o la potenza della musica di Heinrich von Kleist, in un’ode di John Dryden poi messa in musica da Haendel nel 1736, e più tardi da Hubert Parry (1889). Altre opere musicali dedicate a Cecilia includono l’Inno a santa Cecilia di Benjamin Britten, un Inno per santa Cecilia di Herbert Howells, la nota Missa Sanctae Ceciliae di Joseph Haydn, una messa di Alessandro Scarlatti, la Messe Solennelle de Sainte Cécile di Charles Gounod, Hail, bright Cecilia! di Henry Purcell e l’Azione sacra in tre episodi e quattro quadri di Licinio Refice (su libretto di Emidio Mucci), Cecilia (1934), Cantata a Santa Cecilia (1998) di Frederik Magle, e Cecilia, vergine romana cantata di Arvo Pärt. Il cantautore romano Antonello Venditti ha dedicato alla santa la canzone Cecilia inclusa nel suo album Unica (2011), mentre il 23 novembre 2015 la rock band americana Foo Fighters ha pubblicato un mini EP intitolato Saint Cecilia. (fonte Wikiwand)

Guercino, Santa Cecilia (1658 – Olio su tela 89 x 67,5 cm), Fondazione Sorgente Group.

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Denis Mahon, in una comunicazione scritta del 12 giugno 1996, colloca cronologicamente l’opera del Guercino nel periodo più maturo della carriera del maestro centese, riconoscendola nella commessa riportata sul Libro dei Conti in data 29 agosto 1658, per il Sig. Girolamo Panessi, attraverso una corrispondenza fra le misure della tela e il prezzo solitamente applicato dal Guercino in quel periodo per i ritratti a mezza figura. Denis Mahon inoltre ci informa della presenza di una copia di bottega di misure simili, eseguita da Benedetto Gennari, molto probabilmente dipinta attorno al 1568 e con l’autorizzazione del committente, considerata la grande amicizia che legava questi al Guercino. L’impianto compositivo a mezza figura isolata che caratterizza anche questa Santa Cecilia, venne sviluppato inizialmente da Guido Reni, che credeva che anche una mezza figura isolata potesse trasmettere allo spettatore il giusto pathos, anche solamente attraverso i tratti del volto e la gestualità. Guercino cominciò a sviluppare maggiormente nei suoi dipinti questa concezione in seguito al suo trasferimento a Bologna, che avvenne, non casualmente, nel settembre del 1642, un mese dopo la morte del Reni, con la chiara ambizione di divenire il nuovo principale punto di riferimento artistico per la committenza bolognese. Questo cambiamento non è solamente dettato da logiche commerciale. negli ultimi anni si può constatare un fisiologico mutamento nella sensibilità artistica del Guercino: il suo fervore giovanile aveva lasciato spazio ad una visione più introspettiva, pienamente riscontrabile ne ritratto di questa Santa Cecilia e nella semplicità del suo gesto. Le opere della tarda maturità quindi non ricercano più il dinamismo dell’azione storica, bensì il momento centrale dell’atto, capace di racchiudere in sé un’intera narrazione (fonte Fondazione Sorgente Group).

 

Georges de La Tour, Maddalena penitente – sassi d’arte

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Georges de La Tour, Maddalena penitente, dettagli da due diffrenti dipinti

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Nella prima metà del XVII secolo, pittore lorenese Georges de La Tour (1593 – 1652) reinterpretò con sorprendente originalità le innovazioni introdotte in pittura da Caravaggio. Appassionato di composizioni e forme particolarmente ricercate, egli realizzò spesso ambientazioni notturne, illuminate da una semplice candela, che conferiscono alle opere atmosfere raccolte e particolarmente suggestive.

Poco sappiamo della vita del pittore e di come concepì l’eredità caravaggesca: forse soggiornò in Italia, dopo ebbe modo di conoscere le opere del caposcuola italiano durante un viaggio a Roma o, forse, fu influenzato dagli artisti olandesi , loro stessi seguaci del Merisi. Le ipotesi restano aperte. In ogni modo, La Tour testimonia l’enorme influenza che il pittore italiano esercitò in tutta Europa, a partire dal primo decennio del Seicento.

1630-5 La Maddalena Penitente Georges De La Tour

Il soggetto della Maddalena penitente viene trattato più volte in pochi anni da Georges de La Tour  qui, due opere: quella del 1630-1635, con la lampada ad olio (in alto) e quella del 1639-1643, con la candela allo specchio (in basso) –  condizionato forse da un tema, quello della riflessione sulla morte, che ben si adattava al suo stato psicologico di quel periodo, quando la Lorena era devastata dalla peste e dalla guerra. Maddalena penitente è una donna che ha rinunciato alla prostituzione; nella solitudine di una stanza buia, medita in silenzio mentre, con un teschio sulle ginocchia, fissa una fiamma.

Il pittore inserisce il teschio e la fiamma per focalizzare l’attenzione dello spettatore sul concetto del tempo che si consuma.

Nel primo dei due dipinti, quello del 1630-1635 – conservato a Parigi, presso il museo del Louvre e dalle dimensioni di cm 128 x 94, olio su tela – la nudità della stanza accentua l’intensità contemplativa dell’opera, mentre la posa raccolta di Maddalena esprime il ripiegamento dell’anima su se stessa. La straordinaria capacità di sintesi visiva si accompagna a un’estrema cura nella resa degli oggetti e dei loro materiali: il riflesso dei libri e della corda nel bicchiere è uno splendido esempio della maestria tecnica dell’artista.

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La seconda tela, realizzata tra il 1639  ed il 1643 (olio su tela, cm 133,4 x 102,2 – New York, Metropolitn Museum of Art) raffigura Maddalena nel drammatico momento della conversione: la collana e gli orpelli, simbolo della passata vita, abbandonati lontani da sé, mentre le mani quasi di porcellana sono adagiate serene sul teschio in una tranquilla accettazione della morte.

Nello specchio dalla cornice sfarzosa, è riflessa una candela, unica fonte luminosa del quadro, la cui fiamma pare ondeggiare leggermente al respiro della donna; lo scorcio audacissimo del profilo lunare di lei – che sembra quasi rifiutare l’incontro con l’osservatore – conferisce una dimensione astratta ed uno stato di profonda e intima meditazione.

Il perfetto dominio che La Tour ha sulla luce contribuisce a creare un clima di commossa e sentita partecipazione e ci porta a condividere con la santa il senso di pace raggiunto dopo il tormento interiore.

[dalla collana I capolavori dell’arte, Corriere della sera]

Tomas Tranströmer, due poesie da La lugubre gondola

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DUE CITTA’

Ciascuna sul suo lato di uno stretto, due città
l’una oscurata, occupata dal nemico.
Nell’altra brillano le luci.
La spiaggia luminosa ipnotizza quella scura.
.
Io nuoto verso il largo in trance
sulle acque scure luccicanti.
Un sordo suono di tromba irrompe.
E’ la voce di un amico, prendi la tua tomba e vai.
.
.

§

LA LUCE FLUISCE DENTRO

Fuori dalla finestra c’è il lungo animale della primavera
il drago trasparente dello splendore del sole
corre via come un treno locale
interminabile – non siamo mai riusciti a vederne la testa
.
Le ville sulla spiaggia si spostano di lato
sono disdegnose come granchi.
Il sole fa sbattere le palpebre alle statue.
.
Il furioso oceano di fuoco fuori nello spazio
si fa terra e diviene carezza.
Il conto alla rovescia è cominciato.

 

*

Tomas Tranströmer (Stoccolma, 15 aprile 1931 – Stoccolma, 26 marzo 2015), La lugubre gondola, traduzione e curatela di Gianna Chiesa Isnardi, BUR Rizzoli, 2011.

Wisława Szymborska, Sorrisi

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Sorrisi

Il mondo vuol vedere la speranza sul viso.
Per gli statisti diventa l’obbligo il sorriso.
Sorridere vuol dire non darsi allo sconforto.
Anche se il gioco è complesso, l’esito incerto,
gli interessi contrastanti – è sempre consolante
che la dentatura sia bianca e ben smagliante.

Devono mostrare una fronte rasserenata
sulla pista e nella sala delle conferenze.
Un’andatura svelta, un’espressione distesa.
Quello dà il benvenuto, quest’altro si accomiata.
È quanto mai opportuno un volto sorridente
per gli obiettivi e tutta la gente lì in attesa.

La stomatologia in forza alla diplomazia
garantisce sempre un risultato impressionante.
Canini di buona volontà e incisivi lieti
non possono mancare quando l’aria è pesante.
I nostri tempi non sono ancora così allegri
perché sui visi traspaia la malinconia.

Un’umanità fraterna, dicono i sognatori,
trasformerà la terra nel paese del sorriso.
Ho qualche dubbio. Gli statisti, se fosse vero,
non dovrebbero sorridere il giorno intero.
Solo a volte: perché è primavera, tanti i fiori,
non c’è fretta alcuna, né tensione in viso.
Gli esseri umani sono tristi per natura.
È quanto mi aspetto, e non è poi così dura.

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Wisława Szymborska, da Grande numero (1976)

in Vista con granello di sabbia, Biblioteca Adelphi, 2009

Edgar Degas, Ballerine dietro le quinte – sassi d’arte

Edgar Degas, Ballerine dietro le quinte

1897 circa – pastello, cm 67 x 67 – Mosca, Museo Puškin

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Ballerine dietro le quinte, altrimenti noto come Quattro ballerine in blu, è un pastello del pittore francese Edgar Degas, realizzato intorno al 1897 e conservato al Museo Puškin di Mosca. In quest’opera Degas esibisce un gusto sublime per la composizione. Il pastello raffigura quattro ballerine che si sistemano i costumi di scena, tinti di un blu liquido, prima di salire sul palcoscenico per lo spettacolo. L’atto del rassettarsi le vesti è interpretato come una danza, dove volteggiano arti, volti e busti, assommati con una tale grazia da ricordare gli straordinari disegni a carboncino o a matita dei maestri moderni, le cui immagini erano sempre rimaste indelebili nella mente del pittore e continuano a permanervi anche negli anni della vecchiaia.

Memore proprio di tali disegni a carboncino il pittore orchestra un sapiente gioco di tratteggi. Quest’ultimi, sovrapponendosi vicendevolmente, conferiscono maggiore corporeità alle quattro ballerine. «Amava il corpo umano come un’armonia materiale, come una bella architettura con in più» avrebbe commentato Charles Baudelaire. Anche in quest’opera, inoltre, Degas si concede ampie libertà prospettiche: le figure, infatti, sono riprese dall’alto, determinando in questo modo una notevole claustrofobia degli spazi.Nonostante l’impressione proposta dal quadro sia quello di una visione accidentale, Degas medita molto limpidamente sugli equilibri compositivi del pastello.

Dalla metà degli anni settanta, Degas utilizza con sempre maggiore assiduità la tecnica del pastello, che lo conduce gradualmente a potenziare la sua già naturale facilità disegnativa. E’ una sfida che lancia alla pittura attraverso il disegno, mezzo che egli sentiva proprio fin dalla giovinezza. Ora il disegno non è più utilizzato come trama per il dipinto, ma si trasforma in colore, diventando il cardine della sua pittura. A tratti il pastello profila, a tratti colora, altre volte si risolve in un tratteggio oppure in nube cromatica vaporosa e gli sfondi diventano sempre più complementari alla definizione dei soggetti.

tratto da: Degas, I grandi maestri dell’arte – Skira e da Wikipedia

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Estratto da Degas Danse Dessin, 1934, di P.Valéry:

” […] Ha buon gioco nell’applicarsi alle ballerine: le cattura piuttosto che lusingarle; le definisce. Come uno scrittore teso a raggiungere il massimo della precisione nella forma, moltiplica le brutte copie, cancella, procede a tentoni, e non si illude mai di aver raggiunto lo stato “postumo” del proprio pezzo, così è Degas: riprende all’infinito il disegno, l’approfondisce, lo chiude, lo avviluppa, di foglio in foglio, di calco in calco. Ritorna a volte su questi tipi di prove; vi stende colori, mescola il pastello al carboncino: le gonne sono gialle in una, viola nell’altra. Ma la linea, gli atteggiamenti, la prosa sono là sotto: essenziali e separabili, utilizzabili in altre combinazioni. Credo che sentisse la paura di avventurarsi sulla tela e di abbandonarsi alle delizie dell’esecuzione. Era un ottimo cavaliere che diffidava dei cavalli.”

Emily Brontë – Perché voler sapere in quale epoca, in quale regione?

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Perché voler sapere in quale epoca, in quale regione? di Emily Brontë

Perché voler sapere in quale epoca, in quale regione?
Lì dimorò la nostra umanità,
Da sempre veneratori del potere,
Baciapiedi del crimine trionfante
Dominatrice dell’indifeso tormento,
Schiacciando la Giustizia, esaltando la Colpa:
Se l’una è debole, l’altra sia forte.
.
Spargitori di sangue, spargitori di lacrime:
Rinnegati avidi di angoscia;
Pure scherniscono il cielo con sordide preghiere
Perché abbia pietà degli spietati.
.
Era l’autunno dell’anno
Quando il grano si fa giallo nella spiga;
Giorno dopo giorno, da un mezzodì all’altro,
Il sole di agosto splendeva chiaro come in giugno.
.
Ma noi con occhi incuranti
Scrutavamo la terra fremente e i cieli infuocati;
Nessuna mano che reggesse il falcetto del messore,
O che legasse i rigonfi covoni dei campi.
.
Il nostro grano venne così còlto mesi addietro,
Impastato e trebbiato col sangue;
Quando le spighe erano dolci come latte macinato
Con furioso lavorìo di zoccoli e piedi;
Io, due volte dannata in terra straniera,
Non lottavo né per la mia casa né per Dio.
.
 * * *
*

Ritratto di Emily Brontë, dipinto dal fratello nel 1833 circa

poesia tratta dalla raccolta Poesie di Emily, Charlotte, Anne Brontë (curata da Erminia Passannanti, tradotta da E.Passannanti e S.Bartoli – 1989 by Edizioni Ripostes, Salerno – Roma) per L’Unità Cinema n.43, 1998.

immagine d’apertura: Jean-François Millet (1814-1875), L’Angelus (1857-1859) – Olio su tela, cm 55,5 x 66 © RMN-Grand Palais (Musée d’Orsay)

immagine qui a lato: Ritratto di Emily Brontë, dipinto dal fratello nel 1833 circa

 

Ghiannis Ritsos, Il tuo corpo tagliato

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Il tuo corpo tagliato
da una lama di luce –
per metà carne
per metà ricordo.

Illuminazione obliqua,
il grande letto
intero,
il tepore lontano,
e la coperta rossa.

Chiudo la porta,
chiudo le finestre.
Vento con vento.
Unione inespugnabile.

Con la bocca piena
di un boccone di notte.
Ahi, l’amore.

*

Ghiannis Ritsos, trad. di Nicola Crocetti

da AA.VV. Nuove poesie d’amore, Crocetti Editore

Vittorio Sereni, I versi

da librarianish.tumblr.com

I versi

Se ne scrivono ancora.
Si pensa ad essi mentendo
ai trepidi occhi che ti fanno gli auguri
l’ultima sera dell’anno.
Se ne scrivono solo in negativo
dentro un nero di anni
come pagando un fastidioso debito
che era vecchio di anni.
No, non è più felice l’esercizio.
Ridono alcuni: tu scrivevi per l’Arte.
Nemmeno io volevo questo che volevo ben altro.
Si fanno versi per scrollare un peso
e passare al seguente. Ma c’è sempre
qualche peso di troppo, non c’è mai
alcun verso che basti
se domani tu stesso te ne scordi.

*

Vittorio Sereni, Gli strumenti umani – Einaudi Editore

Raymond Carver, due poesie: L’orologio di Kafka, Veglia

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L’OROLOGIO DI KAFKA

————————————————da una lettera
Ho un impiego con un misero salario di 80 corone e
otto, nove ore di lavoro che non finiscono mai.
Divoro il tempo libero dall’ufficio come una belva feroce.
Spero un giorno di potermi sedere in un altro
paese e guardare fuori dalla finestra verso campi di canna da zucchero
oppure cimiteri maomettani.
Non è tanto del lavoro che mi lamento quanto
della lentezza di questo tempo paludoso. Le ore d’ufficio
non si possono dividere! Sento la pressione
di tutte le otto, nove ore anche nell’ultima
mezz’ora della giornata. È come un viaggio in treno
che dura giorno e notte. Alla fine ci si sente
completamente schiacciati. Non si pensa più agli sforzi
della locomotiva o ai colli o alle pianure
attorno, ma si dà la colpa di tutto quel che succede
al proprio orologio. L’orologio che si continua a tenere
sul palmo della mano. Poi lo si scuote. E lo si porta lentamente
all’orecchio, increduli.
.
.
.

VEGLIA

Attesero tutto il giorno che il sole si affacciasse. Poi,
nel tardo pomeriggio, come un buon principe,
finalmente fece una breve apparizione.
Sfavillò dall’alto sulla cengia ai piedi
delle cime che s’ergevano dietro la casa in prestito.
Ma poi calarono di nuovo le nuvole.
.
Erano abbastanza felici, ma per tutta la serata
le tende s’agitarono melanconiche,
frusciando davanti alle finestre aperte. Dopo cena
loro uscirono fuori sul balcone.
Da dove sentirono il fiume che piombava nella gola e,
più da presso, lo stridio degli alberi, i sospiri dei rami.
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L’erba alta giurava di stormire per sempre.
Lei gli mise una mano sul collo. Lui le sfiorò una guancia.
Ma da ogni dove spuntarono pipistrelli e li ricacciarono in casa.
Una volta dentro, chiusero tutte le finestre. Si tennero a distanza.
osservarono una processione di stelle. E, di tanto in tanto,
creature che si gettavano in picchiata davanti alla luna..
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Raymond Carver, Orientarsi con le stelle – Tutte le poesie (Minimum fax)
immagine: due illustrazioni di Christian Schloe
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carver-raymond-002Raymond Carver (Clatskanie, 25/5/1938 – Port Angeles, 1988). Scrittore americano figlio di un operaio di segheria e di una cameriera, è nato a Clatskanie, nell’Oregon, il 25 maggio 1938 ed è morto nel 1988. È considerato uno dei maggiori scrittori americani di short stories del Novecento. Einaudi ha iniziato a ripubblicare le sue opere narrative nel 2009 con Principianti (ripubblicato in una nuova edizione nel 2010), la versione originale di Di cosa parliamo quando parliamo d’amore. Sempre nel 2009 ha pubblicato Vuoi star zitta, per favore? (ripubblicato negli ET Scrittori nel 2012), nel 2010 Se hai bisogno, chiama e Da dove sto chiamando e nel 2011 Cattedrale. Presso Einaudi Stile libero era uscito, nel 1997, Il mestiere di scrivere (ripubblicato in una nuova edizione nel 2008). Nel 2013 Minimum fax ri-edita nei tascabili mini Orientarsi con le stelle, tutte le poesie a cura di William L.Stull con traduzione di Riccardo Duranti e Francesco Durante.

Tre attimi d’autunno

In questa notte d’autunno di Nazim Hikmet (Salonicco, 1901 – Mosca, 1963)

In questa notte d'autunno
sono pieno delle tue parole
parole eterne come il tempo
come la materia
parole pesanti come la mano
scintillanti come le stelle.
Dalla tua testa dalla tua carne
dal tuo cuore
mi sono giunte le tue parole
le tue parole cariche di te
le tue parole, madre
le tue parole, amore
le tue parole, amica.
Erano tristi, amare
erano allegre, piene di speranza
erano coraggiose, eroiche
le tue parole
erano uomini
.
.

Foglie gialle di Trilussa (Roma, 1871 – 1950)

Ma dove ve ne andate,
povere foglie gialle,
come tante farfalle spensierate?
Venite da lontano o da vicino?
Da un bosco o da un giardino?
E non sentite la malinconia
del vento stesso che vi porta via?

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Pioggia d’autunno di Ada Negri (Lodi, 1870 – Milano, 1945)

Vorrei, pioggia d’autunno, essere foglia
che s’imbeve di te sin nelle fibre
che l’uniscono al ramo, e il ramo al tronco,
e il tronco al suolo;e tu dentro le vene
passi, e ti spandi, e si gran sete plachi.
So che annunci l’inverno: che fra breve
quella foglia cadrà, fatta colore
della ruggine, e al fango andrà commista,
ma le radici nutrirà del tronco
per rispuntar dai rami a primavera.

Vorrei, pioggia d’autunno, esser foglia,
abbandonarmi al tuo scrosciare, certa
che non morrò, che non morrò, che solo
muterò volto sin che avrà la terra
le sue stagioni, e un albero avrà fronde.

Gustav Klimt, Giardino di campagna con girasoli – sassi d’arte

Gustav Klimt, Giardino di campagna con girasoli, 1906 circa

olio su tela, cm 110 x 110 – Vienna, Österreich Galerie, Museo del Belvedere Superiore

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Come la maggior parte dei quadri di paesaggio di Klimt, il Giardino di campagna con girasoli è una veduta della regione austriaca dove il pittore usava passare l’estate negli anni della maturità. Un prato magnificamente fiorito occupa per intero la tela quadrata, scandita verticalmente da due piante di girasole, una decentrata verso destra e l’altra che spunta appena dal margine sinistro del quadro. grandi foglie verdi pendono dagli steli robusti, incorniciando perfettamente i girasoli, che si volgono in cerca di luce.

Il decorativismo saturo di colori e di forme del maestro austriaco trova libero sfogo nella straordinaria varietà dei fiori che arricchiscono il prato. Punti di azzurro, rosa, bianco, giallo, e rosso declinati in svariate tonalità si inseriscono nel verde dell’erba, a completare un mosaico di tessere minute. Sebbene il maestro dipinga all’aria aperta, egli appare totalmente disinteressato alla rappresentazione realistica della natura, preferendo offrire una visione idealizzata: i suoi paesaggi sono superfici bidimensionali sospese nello spazio e nel tempo.

Klimt rappresentò una delle figure centrali della vita della capitale austriaca intorno al volgere del secolo, e tuttavia conosciamo di lui molto meno di quanto ci sia noto circa chiunque tra i suoi contemporanei celebri. Non aveva l’abitudine di tenere un diario e scrisse pochissime lettere. Di quanto disse di sé abbiamo testimonianze assai scarse, tantoché non sappiamo quasi nulla di ciò che pensava riguardo la propria arte e quella altrui. C’è, è vero, una notevole quantità di informazioni di seconda mano, ma la maggior parte di esse è di carattere aneddotico e di limitata affidabilità. Il ritratto di Klimt che ne emerge può apparire netto al primo sguardo, ma diviene confuso non appena emergono ulteriori elementi di complessità e contraddizione.

Klimt era una figura centrale e, tuttavia, al contempo periferica. Diversamente da molti scrittori, giornalisti, artisti, musicisti, filosofi e scienziati, che fecero della Vienna fin-de-siècle un luogo affascinante, Klimt non apparteneva ad alcun circolo definito. Egli contava tra i propri amici altri artisti e compositori, ma li incontrava in privato, preferendo non frequentare i cafè situati nel cuore della città, celebri per le loro conversazioni e i loro pettegolezzi. Viveva e lavorava lontano dal centro e benché fosse conosciuto, ammirato e apprezzato da molti, le sue amicizie erano raramente intime. All’apparenza socievole e gioviale, Klimt era in realtà una persona molto riservata, che custodiva dentro di sé i propri sentimenti e pensieri più profondi. (Frank Whitford, Klimt, 1990)

Testo tratto da I capolavori dell’arte, Klimt (Corriere della sera, 2014)

Wisława Szymborska, Nulla è in regalo

un soffione

Nulla è in regalo

Nulla è in regalo, tutto è in prestito.
Sono indebitata fino al collo.
Sarò costretta a pagare per me
con me stessa,
a rendere la vita in cambio della vita.
.
È così che è stabilito,
il cuore va reso
e il fegato va reso
e ogni singolo dito.
.
È troppo tardi per impugnare il contratto.
Quanto devo
mi sarà tolto con la pelle.
.
Me ne vado per il mondo
tra una folla di altri debitori.
Su alcuni grava l’obbligo
di pagare le ali.
Altri dovranno, per amore o per forza,
rendere conto delle foglie.
.
Nella colonna Dare
ogni tessuto che è in noi.
Non un ciglio, non un peduncolo
da conservare per sempre.
.
L’inventario è preciso,
e a quanto pare
ci toccherà restare con niente.
.
Non riesco a ricordare
dove, quando e perché
ho permesso che aprissero
questo conto a mio nome.

La protesta contro di esso
la chiamiamo anima.
E questa è l’unica voce
che manca nell’inventario.

*

da “La fine e l’inizio” (1993)

Wisława Szymborska (Kórnik, 1923 – Cracovia, 2012), daVista con granello di sabbia, Adelphi 2009

Arthur Rimbaud, Une Saison en enfer (Una Stagione all’inferno) – testo d’apertura

Edvard Munch - Gelosia - 1896

dalla Prefazione a Una stagione all’inferno

L’inferno

A Bruxelles, Verlaine non voleva che Rimbaud partisse, e le suppliche, le minacce si concretizzarono in un colpo di rivoltella che per fortuna ferì soltanto lievemente l’amico al polso. Di­chiarazioni, interrogatori, deposizioni al commissario di polizia e al giudice istruttore. Condanna di Verlaine. Il dramma si con­sumava. Nel periodo che seguì, Rimbaud si ritirò a Roche, nella sua campagna vicino a Charleville, e terminò nell’agosto 1873 la composizione di Una Stagione all’inferno iniziata nell’aprile dello stesso anno. Prima voleva chiamare l’opera «Libro paga­no» o «Libro negro», infine optò sempre per un titolo aderente al contenuto. Non avendo pagato l’editore, entrarono in circolazione solo pochi esemplari. Nacque il mito. Ritenendola l’ ulti­ma opera del poeta (seguono invece le Illuminazioni e gli «scritti africani»), piacque immaginare che Rimbaud avesse distrutto, bruciato le copie della Saison («autodafé»). La «storia» poté al­lora nutrirsi del mito del silenzio, dell’abbandono della poesia, così cari al nostro secolo. Furono poi trovate per caso le copie negli scantinati dell’editore e, distrutte quelle deteriorate, furo­no messe in vendita le altre. La tesi cambiò di poco, fu adattata e da quei tempi la «certezza» non fu mai ristabilita come Rim­baud stesso aveva permesso – lo vedremo – moltiplicando le letture della sua opera. E i miti continuarono.

Eppure, a parte le elucubrazioni critiche, permesse appunto dal poeta e da lui stesso chiamate «ultime piccole vigliacche­rie», si tratta proprio di quanto indica il titolo, cioè di Una Sta­gione all’inferno:

– Ma, caro Satana, ti scongiuro, uno sguardo meno irritato! e aspettando le ultime piccole vigliaccherie, tu che ami nello scrittore l’assenza di facoltà de­scrittive o istruttive, per te stacco questi pochi orribili foglietti dal mio taccui­no di dannato.

L’opera tentata, se non come una rivincita di Lucifero contro Dio, almeno come riscatto di una innocenza mistica dal peso del peccato, capolavoro estremo della letteratura dell’Ottocento, non solo visionaria, segna in ogni caso la sconfitta irrimediabile della vecchia poesia e la facile labilità dei suoi valori:

Mi stesi nel fango. Mi asciugai al vento del crimine. E giocai brutti tiri alla follia.

Rimbaud con la Stagione giunge infatti all’ultimo crac:

Ora, recentemente essendomi trovato sul punto di fare l’ultimo crac! ho pensato di ricercar la chiave dell’antico festino, per riprendere forse appetito.”

Ma quella chiave non apre due volte! Poi, si dovrà reinventa­re la vita, l’amore per raggiungere di nuovo la libertà. 

[cura e versione di Gabriele-Aldo Bertozzi]

*  *  *  *  *

«Un tempo, se ben ricordo, la mia vita era un festino dove si schiudeva ogni cuore, ogni vino scorreva.

Una sera, feci sedere la Bellezza sulle mie ginocchia. – E la trovai amara. – E l’ingiuriai.

Mi armai contro la giustizia.

Fuggii. Oh streghe, oh miseria, oh odio, a voi il mio tesoro fu affidato!

Riuscii a cancellare dal mio spirito ogni speranza umana. Su ogni gioia per strangolarla feci il balzo sordo della bestia feroce.

Invocai i carnefici per mordere morendo il calcio dei loro fu­cili. Invocai i cataclismi per soffocarmi con la sabbia, il sangue. La sciagura fu la mia dea. Mi stesi nel fango. Mi asciugai al ven­to del crimine. E giocai brutti tiri alla follia.

E la primavera mi portò il riso orrendo dell’idiota.

Ora, recentemente essendomi trovato sul punto di fare l’ulti­mo crac! ho pensato di ricercar la chiave dell’antico festino, per riprendere forse appetito.

La carità è questa chiave. – Tale ispirazione prova che ho so­gnato!

«Resterai iena, ecc … , » prorompe il demonio che mi incoro­nò di così graziosi papaveri. «Giungi alla morte con tutti i tuoi appetiti, e il tuo egoismo e i tuoi peccati capitali.»

Ah! Ne ho fin troppo: – Ma, caro Satana, ti scongiuro, uno sguardo meno irritato! e aspettando le ultime piccole vigliacche­rie, tu che ami nello scrittore l’assenza di facoltà descrittive o istruttive, per te stacco questi pochi orribili foglietti dal mio tac­cuino di dannato.

*

tratto da Rimbaud, Una Stagione all’inferno – Tascabili economici Newton (1995) – in apertura: Edvard Munch, Gelosia (1896)