AA.VV. E…state in poesia!

Il sasso nello stagno di AnGre vi dà appuntamento a lunedì 19 agosto c.m.Un carissimo saluto a tutti e…state in poesia, mi raccomando! [Angela]

*

di Pablo Neruda (Cile, 1904 – 1973)

E’ oggi

E’ oggi: tutto l’ieri andò cadendo
entro dita di luce e occhi di sogno,
domani arriverà con passi verdi:
nessuno arresta il fiume dell’aurora.

Nessuno arresta il fiume delle tue mani,
gli occhi dei tuoi sogni, beneamata,
sei tremito del tempo che trascorre
tra luce verticale e sole cupo,

e il cielo chiude su te le sue ali
portandoti, traendoti alle mie braccia
con puntuale, misteriosa cortesia.

Per questo canto il giorno e la luna,
il mare, il tempo, tutti i pianeti,
la tua voce diurna e la tua pelle notturna.

*

Canti e a sole e cielo col tuo canto

Canti e a sole e cielo col tuo canto
la tua voce sgrana il cereale del giorno,
parlano i pini con la lor lingua verde:
gorgheggiano tutti Il uccelli dell’inverno.

Il mare empie le sue cantine di passi,
di campane, di catene e di gemiti,
tintinnano metalli e utensili,
suonano le ruote della carovana.

Ma solo la tua voce ascolto e sale
la tua voce con volo e precisione di freccia,
scende la tua voce con gravità di pioggia,

la tua voce sparge altissime spade,
torna la tua voce carica di viole
e quindi m’accompagna per il cielo.

di Guillaume Apollinaire (Francia, 1880 – 1918)

Crepuscolo

Sfiorata dalle ombre dei morti
Sull'erba dove muore il giorno
L'arlecchina s'è spogliata
E specchia il suo corpo nello stagno

Un ciarlatano crepuscolare
Vanta i prossimi giri
Il cielo incolore è costellato
Di astri pallidi come il latte

Sul palco il pallido arlecchino
Saluta subito gli spettatori
Stregoni venuti di Boemia
Qualche fata e gli incantatori

Staccata una stella
la maneggia con le braccia tese
Mentre coi piedi un impiccato
Suona i piatti cadenzando

La cieca culla un bel bambino
Passa la cerva con i suoi cerbiatti
Il nano guarda con un'aria triste
Ingigantire l'arlecchino trismegisto
.
*
.
Hotels
La camera è sola
Ognuno per sé
Presenza nuova
Si paga a mese

Il padrone dubita
Pagheranno
Giro per strada
Come una trottola

Il rumore delle carrozze
Il mio brutto vicino
Che fuma un acre
Tabacco inglese

O La Vallière
Che zoppica e ride
Delle mie preghiere
Tavolo da notte

E tutti insieme
In questo hotel
Sappiamo la lingua
Come a Babele

Serriamo le porte
A doppia mandata
Ognuno porta
Il suo solo amore
.

.di René Char (Francia, 1907 – 1988)
.
A occhi chiusi e nello sforzo di prendere sonno
A occhi chiusi e nello sforzo di prendere sonno,
vedo brillare, sul fondo delle mie palpebre,
una brace: è l’anima ostinata,
il relitto lampeggiante
del naufragio glorioso del mio giorno.
.
*
.
203
Oggi ho vissuto l’istante della potenza
e dell’invulnerabilità assolute.
Ero un alveare che migrava
verso le sorgenti del cielo
con tutto il suo miele e tutte le sue api. 
.

.di Ada Negri (Italia, 1870 – 1945)
.
Capriccio
Veronetta Longhèna, tu mi piaci.
Il tuo sorriso è quello delle zingare,
bianco e rosso, con linee
sinuose, con fremiti fugaci
di sarcasmo e d'orgoglio.—Tu mi piaci.—
 
Dove l'hai preso il tuo bel nome?... È un nome
di guerra, non è vero?... Qual capriccio
d'amante allegro e ironico
te l'appuntò, qual nastro fra le chiome?...
Veronetta, mi piace il tuo bel nome.
 
Raccontami la tua vita randagia.
Io m'accovaccio presso a te, sul morbido
tappetino di Persia,
frugando con le molle fra la bragia.—
Raccontami la tua vita randagia.
 
Dimmi i paesi che vedesti, i porti
donde salpasti, spensierata rondine,
e il tuo piacer di vivere
così, padrona delle varie sorti,
come lo sei de' tuoi capelli attorti.
 
Io t'assomiglio, se mi guardi bene.
Ma è come fossi chiusa dentro un fodero,
mentre snudata sfolgori
tu, fina lama che in sua punta tiene
il mondo, per gingillo.—Guarda bene.
 
Quando riparti?... e verso qual ventura?...
.... Io resterò a frugar dentro la cenere;
e mirerò lo specchio
per rivederti in me, nella tua dura
fronte d'enigma, o Donna di ventura.
.
*
.
Il segreto
Spirò stanotte, senza dir parola.
Chi su lei pianse la coprì di rose
bianche, e i capelli in fronte le compose,
poi la lasciò nel gran silenzio sola.
 
Già intorno agli occhi e a le mascelle forti
si decompone il glacïal pallore.
Odor d'ambra e di ceri: odor di fiore
sfatto—e la calma estatica dei morti.
 
Ma la bocca che tace è però chiusa
sinistramente, un po' contratta, come
pietrificata su un lamento, un nome
caro, un comando, una suprema accusa.
 
Chi sa?... Volea la moribonda, forse,
d'un pesante segreto finalmente
purificarsi l'anima, languente
da tanto tempo tra le ferree morse
 
del silenzio: volea per la sua pace
ultima, forse, chiedere perdono,
o dir, chiudendo gli occhi: «Io ti perdono....».
.... Ma in cor per sempre il suo mister le giace.
 
Sta fra i neri capelli il sigillato
volto sì dolce un giorno, e par che dorma,
e par che avvolga la marmorea forma
l'ombra del sogno che non fu svelato:
 
sta la parola che non fu mai detta
sulla bocca di spasimo e di pietra:
dura, solenne, appassionata, tetra,
tace in eterno, ed in eterno aspetta.
.

.di Anne Sexton (Massachusetts, 1928 - 1974)
.
Il bacio
.
La bocca mi fiorisce come taglio.
Maltrattata tutto l'anno in lunghe
notti fatte soltanto di gomiti callosi
e delicate scatole di Kleenex che dicono piangi,
piangi; stupida bambina!
Prima il mio corpo era inutile.
Ora si strappa ai quattro angoli.
Strappa via gli indumenti della vecchia Maria, nodo dopo nodo
e guarda - Ora è colpito in pieno da questi dardi elettrici.
Zac! Una resurrezione!
Una volta era una barca, piuttosto legnosa
e senza impegno, senza acqua salata
e bisognosa di qualche ritocco. Non era altro
che un mucchio di tavole. Ma tu l'hai attrezzata, l'hai issata.
Tu l'hai scelta.
I miei nervi sono tirati. Come strumenti musicali
li ascolto. Là dove era silenzio
i tamburi e gli archi senza tregua continuano a suonare.
  Il merito è tuo.
Genialità pura all'opera. Caro, il compositore è caduto
nel fuoco.
.
*
.
Magia nera
.
Una donna che scrive è troppo sensibile e sensuale,
quali estasi e portenti!
Come se mestrui bimbi ed isole
non fossero abbastanza, come se iettatori e pettegoli
e ortaggi non fossero abbastanza.
Crede di poter prevedere gli astri.
Nell'essenza una scrittrice è una spia.
Amore mio, così io son ragazza.
Un uomo che scrive è troppo colto e cerebrale,
quali fatture e feticci!
Come se erezioni congressi e merci
non fossero abbastanza; come se macchine galeoni
e guerre non fossero già abbastanza.
Come un mobile usato costruisce un albero.
Nell'essenza uno scrittore è un ladro.
Amore mio, tu maschio sei così.
Mai amando noi stessi,
odiando anche le nostre scarpe, i nostri cappelli,
ci amiamo preziosa, prezioso.
Le nostre mani sono azzurre e gentili,
gli occhi pieni di tremende confessioni.
Ma quando ci sposiamo
ci abbandoniamo ai figli, disgustati.
Il cibo è troppo e nessuno è restato
a mangiare l'estrosa abbondanza. 
.
(testi e immagini – dove non specificato – dal web)(
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Omaggio al Salento: saperi e parole tra i vicoli di Matino (LE)

Domenica 11 agosto c.m. l’ass. La Scatola di Latta ha organizzato un prezioso “Mercatino dei saperi e delle parole in un vicolo d’arte” a Matino, un piccolo borgo nel cuore del Salento, in provincia di Lecce (Puglia). “Omaggio al Salento in tre atti” è il contributo, scelto tra gli inediti della mia produzione dell’ultimo anno, che leggerò in compagnia di tanti altri amici, tra i quali ringrazio Agata De Nuccio per l’invito. Se passate da quelle parti siete tutti invitati! [AnGre]

Omaggio al Salento in tre atti di Angela Greco

I atto
La sera salentina è un arco e una diagonale
tra due mete da stabilire, chianche diseguali
che pavimentano il richiamo verde dei tuoi occhi;
un gatto pigro sulle scale che giallo e nero
guarda prima di confondersi col disco notturno.
.
La sera salentina è una scala da percorrere
tra l’ombra e il bianco, poco prima del letto,
senza conoscere l’esito del vicolo che svela
una corte intagliata e una chiave lasciata
all’esterno, nella lingua dei padri.
.
L’ultima quercia guarda dall’alto del muretto
secco d’acqua e di paesani, nella controra che
affina le dita sugli strumenti per la notte appena
iniziata. Si balla nella sera salentina, si scaccia
la malattia e ci si libera prima che sia troppo tardi.
.
.
.
II atto
Ognuno offre il suo tempo e la parola diventa
il ritmo dove incontrarsi, tra l’angolo della piazza
e le sedie allineate dalla curiosità di rugosi uomini
increduli ‘ca li fimmine’ possano aver perso il velo
e sole aggirarsi oggi per tortuose stradine.
.
La sera salentina aspetta la prima alba, a pochi passi
dalle case che non dormono, dal cuscino sudato
e dal tuo volto che sente addosso queste parole
e dimentica i chilometri, appena dopo quella svolta
e il grande arco col cuore di pietra nello stemma.
.
La sera salentina ha luminarie che pazientano in piazza
in attesa del santo e dita di danzatori frementi sui telefoni,
vegliando un tempo mai andato via e mentre il caldo
e l’afa fanno azzuffare pensieri e silenzi, i piedi
sanno queste strade e la costrizione delle scarpe.
.
.
.
III atto
Dal piccolo balcone sfacciata la pianta fiorita di capperi
striscia su tre gradini lasciati al caso; il cane scodinzola
e il sole nascosto tra i pomodori matura sulle guance
sfrenate. Il tuo bacio è una fetta d’anguria che toglie
sete e sonno, qui, tra camion carichi e campi assolati.
.
L’ulivo zittisce e attende il giorno buono; la spiaggia ad est
è un atto di resistenza in questo sud che vuole cogliere vita
a piene mani, acino dopo acino, tra filari d’incomprensioni
e verderame. Poi sarà ancora festa e pietra da scavare,
per raccontare questi intagli ricavati per sottrazione.
.
La sera salentina sono queste mani, che fermano l’attimo
e faticano senza sosta; dita intrecciate ai fili di un ragno
che ride guardando dove siamo finiti. Pagina dopo pagina
finisce anche la terra, a sud, col cappello in mano, tra santi
e madonne che ingoiano acque e restituiscono stupore.
.
La sera salentina ha sguardo lucido: «Torna e abitami,
non lasciarmi solo paese d’agosto; la città, lo sai, ha
spazi grandi che perdono la misura del gesto, dell’occhio
e del respiro; c’è qualcosa che non si può spiegare, ma
solo vivere, qui, tra monaci volanti e capre segnate».
.
***
(immagini: in apertura R.Magritte, Paese dei miracoli, 1964; in chiusura, Faro di Punta Palascia, Capo d’Otranto)

Simone Weil, Il mare

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IL MARE 

Acqua docile al freno, sottomessa in silenzio,
Sparso mare dai flutti per sempre incatenati,
E massa offerta al cielo, specchio dell’obbedienza
Dove ogni notte tesse nuove pieghe
La lontana potenza senza sforzo degli astri.
.
Quando viene il mattino e di sé colma lo spazio,
Essa raccoglie e rende il dono della luce.
Si posa in superficie un brillìo lieve;
L’acqua, in attesa e senza desiderio,
Sotto il giorno che cresce risplende e si cancella.
.
Il riflesso serale darà all’ala sospesa
Fra cielo ed acqua un lucrore improvviso.
Trattiene in basso la legge sovrana
L’onde oscillanti, fisse alla distesa
Dove ogni goccia sale e scende alterna.
.
La bilancia dai bracci segreti e trasparenti
D’acqua si pesa, e pesa schiuma e ferro,
Di per sé giusta ad ogni barca errante.
Un filo azzurro traccia sulla nave un rapporto,
Esatto sulla sua linea apparente.
.
Sii propizio, ampio mare, agli infelici mortali,
Stretti ai tuoi bordi, persi nel tuo grande deserto.
A chi è per sprofondare parla, prima che muoia;
Éntraci fino all’anima, acqua, sorella nostra:
Degnati di lavarla dentro la tua giustizia.
.
.
*
.
da Le poesie di Simone Weil  (a cura di Maura Del Serra, Editrice C.R.T. by Petite Plaisance — immagine d’apertura: fotografia di Mimmo Jodice, Figure del mare -10)
.
.
 simone-weil01Simone Weil nacque a Parigi nel 1909 da una famiglia ebrea. Fu studentessa all’Ecole Normale e insegnante di filosofia in vari licei. Militante dell’estrema sinistra rivoluzionaria, nel 1934, spinta dall’inderogabile esigenza interiore di conoscere direttamente le peggiori condizioni di vita dei lavoratori, troncò la professione e gli studi puramente teorici per lavorare come operaia alla Renault di Parigi: fu un duro ma per lei entusiasmante inserimento nella vita. Ammalatasi di pleurite, fu costretta a lasciare l’officina, iniziando un periodo cruciale di intimo ripensamento. Nel 1936 partecipò come volontaria repubblicana alla guerra civile spagnola arruolandosi nelle file anarchiche della famosa Colonna Durruti, accettando anche i servizi della cucina; ma in seguito ad una grave ustione a un piede dovette rientrare in Francia. Al 1937 risale la svolta mistica, che si traduce in una fede vissuta con grandissima intensità. Esclusa dall’insegnamento in seguito alle leggi razziali durante il regime di Vichy, fece la contadina fino al 1942, quando si rifugiò con la famiglia negli Stati Uniti dove fu molto vicina ai poveri di Harlem. Poco dopo, però, richiamata dall’impegno contro il totalitarismo, tornò in Europa ma nel 1943 morì a soli 34 anni nel sanatorio di Ashford in Inghilterra. La vicenda umana e intellettuale di Simone Weil appare profondamente segnata dalla vicende dei totalitarismi della seconda guerra mondiale. Il suo pensiero è caratterizzato da un forte principio di realtà, nonché dall’esigenza di ancorarlo al contesto sociale e politico di appartenenza, del quale sperimentava, spesso in prima persona, le condizioni. Tutte le sue opere sono state pubblicate postume. Fra gli ultimi libri pubblicati in Italia ricordiamo: Oppressione e libertà 1956; Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale 1997; La prima radice 1996; Primi scritti filosofici 1999; Piccola cara, lettere alle allieve 1996; Lezioni di filosofia 1999; Attesa di Dio 1998; L’ombra e la grazia 1996; Pensieri disordinati sull’amore di Dio 1984; Quaderni I, II, III, IV (dal web).

Aldo Palazzeschi, La fiera dei morti

Aldo Palazzeschi, La fiera dei morti (da “L’Incendiario”)

I poeti cantano
malinconicamente
questa fiera;
tutti alla stessa maniera,
questa giornata grigia o nera.
(Ma si può benissimo cantare
anche in un’altra maniera).
Dice che sempre piove
un’acquerugiola trita,
che tutto fiorisce nel fango
in una primavera di pillacchere.
Le solite antiche fole
della solita antica gente!
Oggi invece non piove,
splende un magnifico sole;
il tempo ci porta le sue cose nuove.
Avete dei pensieri neri?
Veniteli a svagare
dentro i cimiteri.
.
Potete entrare, avanti,
fatevi tutti avanti,
sono spalancate le porte,
anche per chi non c’à persone morte!
Tutti possono andare,
girare a proprio piacimento;
anche un poeta ci si può benissimo intruffolare
per suo divertimento.
Le solite baracche dei saltimbanchi
fuori dei cancelli;
quella classe sociale che à per mira
di far conoscere agli uomini,
meglio assai degli astronomi,
che il mondo gira.
Scimmie vestite da ballerina,
oppure alla militare;
una se ne va di braccetto
con un sergentino,
un’altra cerca di trascinare
un caporale dietro in una stanza;
una vestita da serva
è tutta affaccendata per spazzare,
un capitano dà uno schiaffo
a un’ordinanza pietrificata.
Donne che gridano a squarciagola
di alcuni miracoli scientifici,
l’ultima portata della scienza
alla portata di qualunque sapienza,
strane fisiche psicologiche deformità!
E i buoni festaioli
se ne stanno davanti in perplessità.
Trombe tamburi piatti,
tutti gridan come matti:
è la fiera dei morti!
I dolci fatti lì, immancabili dolci,
che tutti stanno ad aspettare,
le calde arroste
che non riparano a castrare.
.
Nelle osterie si suonano chitarre,
si cantano canzonette paesane,
gli ultimi stornelli popolari,
o romanze napolitane.
.
Dai beccai pendono sanguinanti,
fenomenali, i primi ottimi porci,
quelli d’ognissanti,
che àn già sentito il primo freddo dei morti.
E sui banchi, ammassata,
oppure tortuosamente attaccata,
chilometri di salsiccia,
che sembra l’ammasso degli intestini malati
di tutti i morti.
I salumai ànno appesi
i salamini nuovi, cotechini,
zamponi, mortadelle;
e viene fino sulla strada
un odore stuzzicante
di lepre e di pappardelle.
Tutti si riversano a mangiare
a crepapelle.
.
I carabinieri a cavallo
coi loro pennacchioni rossi,
si fanno posto trionfanti
nella calca stordita dei festanti.
.
Ai cimiteri ci si può andare
coi fiori, e senza i fiori,
ma anche il più insopportabile,
lontanissimo parente,
si può aspettare quel giorno un fiore
dalla sua antica gente.
.
I morti non sono uguali,
come credono tutti,
e sopratutto, non sono muti,
quelli almeno dei cimiteri
sono indecentemente ciarlieri.
Sulla pelle della loro faccia marmifica,
meglio assai che sui vivi,
si qualifica la fisionomia
caratteristica.
«Qui riposa
«l’uomo dalle rare virtù:
«Telemaco Pessuto
«d’anni cinquantatre,
«padre e marito esemplare.»
Se t’avessimo incontrato vivo,
che l’avrebbe saputo?
Tutti gironzan leggendo
più o meno speditamente,
alcuni sillabando.
Ma non sapete che quelle parole
che voi leggete con indifferenza,
sono la faccia dei morti?
Tutte quelle espressioni di dolcezze,
sono l’espressione delle loro fattezze?
.
Oh! Curiosa combinazione!
«Celestina Verità
«d’anni novantasette
e accanto:
«Peppino
«d’anni tre
«dei coniugi Del Re.»
Strana combinazione!
Quale fu, di voi due, la vostra mèta?
Dovevate ognuno campare cent’anni,
oppure, Peppino Del Re,
Celestina Verità,
faceste involontariamente
della vostra vita
una così parziale società?
Fu Peppino che ti giunse, o Celestina,
e ti trasse inaspettatamente
tre anni dalla vita?
O tu, Peppino, nascendo,
trovasti i tuoi anni
quasi tutti consumati
dalla Celestina?
Uno di voi fu il parassita
dell’altro.
.
Che poco posto occupano i morti,
meno assai del naturale.
E qualcuno di voi fu padrone
da solo d’un podere,
che sempre gli sembrò tanto piccino!
Quelle alte pareti
con tutte quelle teste fitte fitte,
nell’immobilità,
sembrano quelle di un loggione
per una straordinaria rappresentazione.
E tutti gironzano indifferenti,
sgusciando calde arroste,
succiando confetti, o i duri di menta,
leggiucchiando senza fede
le ciarle di quei poveretti.
Gli uomini accorti,
che passeggiano sempre fra i vivi,
non vedono il momento
di passeggiare fra i morti.
I vivi àn delle facce,
che per quanto espressive, sono mute,
e una faccia per bene
la possono avere anche i mascalzoni,
invece le facce dei morti
sono piene d’ottime informazioni.
Se incontrate per via un giovine pensoso,
come potete sapere se sia virtuoso?
.
In cima al camposanto,
sopra un grande palcone
improvvisato per l’occasione,
si mettono i teschî all’incanto.
Lo circondano pigiate
centinaia di persone,
fissano l’atletico allottatore
che grida fiocamente a squarciagola.
Intorno è pieno di carabinieri,
– Quattro!
– Cinque!
– Otto!
– Dieci!
– Quindici soldi!
I primi vanno a ruba!
– Si delibera signori!
I più frettolosi pagano i teschî
anche più d’una lira.
Molti aspettano che la gara cessi
e il prezzo ribassi.
– Quattro!
– Sei!
– Otto!
Una giovine sposa
si stringe al braccio del suo sposo
tutta piagnucolosa:
– Comprami quel teschio.
– Stai zitta! – Le dice il giovinotto
– Comprami quel teschio,
– Stai zitta grulla,
verso sera gli daran via per nulla.
– Dieci!
– Undici!
– Dodici!
– Si delibera signori!
– Comprami quel teschio.
– Stai zitta t’ò detto,
non vedi ch’è un teschiaccio vecchio?
– Comprami quel teschio.
– Se non stai zitta ti porto via;
– Potrebbe essere il teschio della mamma mia.
– Ma che mamma mia!
– Cosa c’è stato laggiù, lontano?
– Corrono i carabinieri!
– Dove corre tutta quella gente?
– Ànno arrestato quel nano
che vendeva i teschi di seconda mano.
E per le vie polverose,
per le serpeggianti vie campagnole,
in un bel tramonto pieno di vapori
di fiamme e di viole,
la gente se ne torna
dai camposanti allegramente.
E ogni buon diavolaccio
se ne viene col suo teschio sotto il braccio.
.
.
Aldo Palazzeschi, pseudonimo dello scrittore Aldo Giurlani (Firenze, 1885 – Roma, 1974), ha manifestato il suo estro funambolesco fin dall’esordio come poeta crepuscolare e nell’effimera adesione al futurismo (corrente alla quale appartiene “L’Incendiario”, da cui è tratto il testo sopra riportato). Ha attraversato l’esperienza dell’avanguardia di inizio secolo, quella del «ritorno all’ordine» degli anni Venti e in seguito la ripresa sperimentale delle avanguardie degli anni Sessanta con una sua inconfondibile giocondità, enigmatica e inafferabile, attraverso la quale ha tratto alla luce sproporzioni e incongruità, in un’irridente distruzione dei rapporti normali tra le cose. Si dedicò alla letteratura dopo aver frequentato una scuola di recitazione inisieme a Moretti di cui divenne grande amico e assunse lo pseudonimo di Palazzeschi dal cognome della nonna. Dopo essere stato costretto, durante la guerra, all’esperienza militare, visse nel dopoguerra una vita appartata e solitaria, rimanendo estraneo al fascismo e impegnandosi soprattutto in un’attività di narratore, che gli guadagnò i favori del pubblico. Collaborò dal 1926 al Corriere della sera. Visse a Firenze fino al 1950, anno in cui si trasferì a Roma. Nel 1957 gli fu consegnato dall’Accademia dei Lincei il premio internazionale Feltrinelli per la letteraturra; nel 1960 gli venne conferita dall’università di Padova la laurea in lettere honoris causa. (notizie da Enciclopedia Treccani on line)
immagine d’apertura: Jean Michel Basquiat, Sanstitre, 1981.

Zero al quoto di Fabrizio Bregoli letto da Angela Greco

Zero al quoto di Fabrizio Bregoli letto da Angela Greco

Si apprende dal vocabolario che in aritmetica, “quoto” è il quoziente esatto, senza il resto, e l’espressione utilizzata nel titolo – zero al quoto – indica una potenza con base zero elevata a zero, ossia qualcosa di impossibile da risolvere, che, al di là dei dibattiti tra addetti ai lavori numerici (a cui pure l’autore, laureato con lode in Ingegneria Elettronica, con buona probabilità è avvezzo), sconfinando in problemi di ben altra natura da quelli meramente matematici, giustifica la materia sottesa al titolo stesso, la poesia. Tralasciando le peripezie di pensiero con cui Fabrizio Bregoli dà il benvenuto al lettore della sua opera, Zero al quoto (Puntoacapo Editrice, 2018), per i profani in matematica come me, quello zero, di cui, appunto, nel titolo, attrae, affascina e, dopo aver letto l’impegnativa prefazione Vincenzo Guarracino – il quale pure tenta un dipanare la matassa inerente titolo e silloge – conduce subito alla lettura dei versi, domandandosi se, casomai, quello zero non sia fondamentalmente un punto d’inizio di un’argomentazione poetica, che fin dai primi versi l’autore intesse con testi densi, finalmente lunghi (per questo momento poetico, che preferisce la rapidità di testi fruibili come tweet) e articolati, narrativi a loro modo e che predispongono il lettore ad un ascolto meditato e per forza di cose lento, coadiuvato da esergo, che invitano all’approfondimento dell’ultima poesia italiana d’autore. Con Zero al quoto occorre stare in poesia; non si può altrimenti.

Il primo testo, “Detto? Taciuto appena” titolato in corsivo e collocato al di fuori delle sezioni che compongono la silloge, ha l’aria di una introduzione per il lettore, una presentazione a tutti gli effetti, un presentare e presentarsi in Versi. Foggia o marchio per la memoria fino a domandarsi Eterno quest’istante? / Eterno. Fragile ed eterno e a far comprendere, a mio avviso, che è dell’incontro proprio con la Poesia che si sta dicendo.

“Gli uomini (o la loro ipotesi)” è la prima sezione del libro; subito, la prima poesia (Sapere di te) commuove; un’analisi lucida della realtà, consegna quest’ultima a chi verrà, consigliando quella stessa calma e mancata fretta di cui si è detto poco prima (Non avere fretta, qui tutto scalcia / conoscerai astio, menzogne d’uomini / impietoso linciaggio d’anni, tu / fanne limo profondo di sapienza / verità, come di provvida pioggia / rettitudine e inalterato amore); nel dialogo che il poeta intraprende nei primi due componimenti con un nascituro (La tua presenza è l’eco d’una voce / smorzata nei brevissimi centimetri / sull’esile attorciglio del funicolo) si tenta una prima ricognizione del presente, iniziando proprio dagli esordi dell’essere umano, il concepimento, affermando che La vita è il nulla che le dà principio / l’assurdo che s’intrude nel possibile, per poi subito dare luogo ad una speculazione a tratti filosofica sull’esistenza, portata al lettore anche con metafore efficaci, come si legge in “Consumazione obbligatoria”: E indifferente / se fosse oste o avventore […] se banco o giocatore in quella riffa […] / O era questo suo scoprirsi nessuno / escluso ad ambo i giochi / a riassumerli entrambi?, per giungere, in “Fosse poesia”, ad una chiara esposizione di quella visione nichilista di cui ampiamente nella prefazione: Fosse poesia potrei indugiare / su qualche vezzo cromatico […] / Ma questa scena è minima, assoluta / non si concede appello, assoluzione. / Lui siede agli scalini, tra i piccioni […] / lo sguardo arrovesciato su detriti / di storie, ciò che ne resta tra le unghie / sudice, un bicchiere, stente monete. / Chiede nuda evidenza del suo esserci. // E non serve una poesia, un altro alibi. Nella poesia “Quei ragazzi”, che chiude la prima sezione, è riproposto, nell’ultimo verso, l’istante come unico momento positivo – nel fermo paradiso dell’istante –, ma, tuttavia, senza troppa convinzione.

“Iconoclastie” è l’evocativo titolo della seconda sezione, a “sfondo artistico” viene da dire, nella quale l’autore distilla versi dall’analisi metatestuale di alcune opere d’arte e che si apre con una originale poesia intitolata ad un iconoclasta dei nostri tempi, il personaggio (Làszló Tóth), che nel 1972 vandalizzò la Pietà di Michelangelo, dal cui gesto il poeta trae spunti di riflessione, che vanno davvero oltre il primo impatto con l’atto in sé: Non diverso da affrancare una lettera / o rimboccare le coperte. Fu / la più nuda delle necessità / liberare dalla materia il simbolo. Come / sgomberare una nube dalla fronte. // E quindi estrarne la vena esatta / imporvi la ferita salutare / la grazia rude d’una perdita. / E non restarne vuoto / simulacro, vitello d’oro. // Fra cruna e spazio, lì dove si ferma / l’arduo della luce: solo saperlo / incidere, per lasciarvi una firma / nel sordo martellare del minuto. In questa sezione, degna di nota è il componimento Pietà Rondanini, cesellata, prima dagli occhi e poi dalla poesia, in maniera davvero superba e chiusa con un verso (Guaiva un tram. Poco più in là il Castello) a cui fa eco il poeta stesso costretto a dover lasciare tanta alta materia. Tutta la sezione è votata a far emergere il lavorio di sottrazione, di eliminazione, di trattenimento solo dell’essenziale, detto in versi come Per questo scelsi minima / l’arte, perfetta / la sottrazione (“Concetto spaziale. Attesa”) o L’approdo d’una vita è la cesura (“Pietà Rondanini”) o, ancora, Nello sbiadire d’ombre, di colori / lo sfondo bianco è il cuore che governa / il fulcro esatto, il ganglio del restare (“In questa consuetudine la fede”), alla luce dei quali occorre mettere in evidenza che tutta la poesia di Fabrizio Bregoli ha motivo di esserci, nel senso che non vi è traccia di barocchismi o di superfluo, ma ogni termine, dal più comprensibile, al più difficile, è preciso, utile.

La sezione successiva, “Memorie (da un futuro)” prende il titolo dall’ultimo verso della prima poesia, “Cassandra”, che recita, nel finale, E già scioglie grumi di secoli, scempi / di madri al rogo del loro respiro, /    mutilazioni d’angeli, ed esodi / di moltitudini, e scie di cani. / Lacerti d’un altrove, memorie da un futuro e annovera componimenti dedicati a personaggi e tradizioni differenti, accomunati da un’aurea di sacralità e misticismo, nonché dall’ombra di una madre – maternità, che permea molti testi, e testi più vicini alla realtà del poeta, quali l’impietosa “Centro storico” o “Destinazione d’uso”, che racconta la mutata destinazione, appunto, dei territori della Brianza, nei quali sembra emergere una sorta di ‘rabbia’ contro l’attualità edile, contro la costruzione come manufatto, che poi è memoria e ricordo e, come tale, dovrebbe godere del rispetto opportuno ad opera dell’uomo, il quale non viene risparmiato nelle altre poesie di questa sezione, in un crescendo, che dal passato addiviene ad un futuro felliniano, visto come una rivista, con tanto di personaggi caratteristici, da cui non è escluso nemmeno l’attuale presidente degli USA (Per chi mai custodire questo strenuo / gemito d’alba, un diamante di fiato / che v’incida gola a gola uno spazio / inviolato, una scoria d’orizzonte? […] / E si reclina il viso, s’alza il bavero / ci si rinserra a stento tra le spalle / a un polline di voce che ci assista / in un falsetto a litania di ieri. / Cerea l’alba, di scena la rivista. / Ballerine Nani Trumpolieri, “D’una mattina d’equinozio e spoglio”).

Dopo l’onda di “Memorie (da un futuro)” è la volta di “Diversa densità degli infiniti”, a suo modo mareggiata parimenti, nel senso di carrellata dal ritmo più rapido intrisa di personaggi, rimandi e ricordi di anni vissuti dalla generazione dal poeta, che sembrano in qualche modo voler allentare la morsa di questa poesia importante, capace di calamitare su di sé l’attenzione senza sforzo. Nella sezione, anche se è difficile estrarre una poesia su tutte, attrae “Autarchie”, di cui riporto la prima strofa: Nevica. Bianco che frastorna, libera. / Spazio che la mente rigoverna, ordina. / Che sia questa l’arte: precipitare / come germi d’acqua che cristallizzano, / s’affidano al rigore, a geometrie / spezzate, omotetie frattali. / Esagonalità singolari, uniche / a ripetere la stessa norma, il canone […] Credimi nessuna  / altitudine, semmai la surroga / a quella prima, nostra falsa vita  che, di fatto, riconsegna al lettore il rigore, l’ordine che il titolo matematico presupponeva, ammettendo che tanto non derivi già da qualcosa di esterno, quanto piuttosto sia specchio di qualcosa che già si possiede (autarchia, nell’etimologia sta ad indicare “basta a se stesso”), ricentrando il cardine della poesia di Zero al quoto sull’asse uomo-nichilismo (Nulla credimi // si sconta vivendo, nulla redime. / Nemmeno la bellezza di legge in chiusura di “Leni Riefensthal”).

La sezione “Amba Alagi” propone poesie, come accaduto nei testi appena precedenti, che hanno perso il titolo e si apre con questi versi: Le cose non ci pensano. Le tedia / il nostro agire d’uomini, ridurle / ad appendice, semplice strumento. / Hanno l’antica nobiltà dell’attimo / un’araldica di gesta ovvie, minime, nei quali si conferma come unità di misura del tempo (pur leggendo in un altro testo della stessa sezione, che il tempo non ha coniugazione) l’attimo e si rimarca il concetto di minimo che, dopotutto, è quanto di più prossimo allo zero si possa intendere; Ma pure un piatto sbreccato, una spilla / un guanto liso, un pettine rivendicano / talvolta dignità a esistere, intrudono / nella geografia consueta di anni / la deriva d’un continente prossimo […] / Dopo, tornano al loro buio buono / al santo anonimato dell’oggetto / nell’assoluto garbo del silenzio, silenzio dove sembra voler approdare anche il poeta, il quale in un componimento successivo scrive: fino a giungere, tutti e ognuno, ad una / regione di mezzo, una zona franca. Ad una terra esatta, impareggiabile, in un sottotono smentito soltanto dai rimandi di cui la poesia è felicemente intrisa. La sezione sembra la meta di un lungo ragionamento dipanato per oltre cento pagine, che giunge, dopo tanto peregrinare, a dire Difficile credere / a come la più opaca consuetudine / possa diventare – ora – irripetibile, ossia ad attribuire anche alla più insignificante delle cose, un valore per cui valga la pena vivere, nonostante l’inasprirsi di una mancanza di luce, come nei versi: Nulla di nobile / – viviamo forse delle nostre perdite – / nulla di utile o appena comprensibile. / Ma comunque scriverne. / Arte del dimenticare.

 “Per una poesia possibile” è la sezione che chiude questo denso lavoro di Fabrizio Bregoli e rappresenta una sorta di dichiarazione poetica, in cui l’autore esprime il suo punto di vista sulle forme della poesia, ma anche una sorta di saluto, ancora intriso di pensiero e riflessione, questa volta su una fine ben più grande: Il tarlo dell’addio t’accompagna / così s’impara a morire / sopravvivendo alla consuetudine / dell’ora, del non detto / qui, nella disequazione di parole / e senso, se solo nella provvisorietà  / del tempo è commiato (“I limoni del Garda”), congedandosi dal lettore con questa poesia, magistrale riassunto dell’intera silloge:

         È tutto qui.
Ci s’assottiglia, il garbo d’un asintoto
dove la curva stromba nel suo ignoto
a gradiente rapido, senza antidoto. 
Nell’interstizio fra virgola e intero
punti di flesso fra altrimenti e vuoto,
ennesima potenza a base zero.
.
Sieben acht gute Nacht
Neun zehn auf Wiedersehen.

[Angela Greco]

in apertura: opera di Steven Kenny

Diana Krall: la voce e la musica di una jazz woman – sassi sonori

riproponiamo…
diana krall

Diana Jean Krall (Nanaimo, 16 novembre 1964), cantante e pianista jazz canadese, ha studiato al Berklee College of Music di Boston e venduto oltre 6 milioni di dischi negli USA e oltre 15mln in tutto il mondo; durante gli anni ’90 e 2000 è stata l’artista jazz donna più venduta e ascoltata. Come cantante è l’unica nel jazz ad aver vinto finora tre Grammy Awards e otto Juno Awards; ad aver conseguito nove dischi d’oro, tre di platino e sette multi-platinum e ad aver debuttato, con nove dei suoi album, in cima alla Billboard Jazz Album. Diana Krall ricorda che durante la sua prima conversazione con Johnny Mandel, il grande compositore/arrangiatore, lei gli disse che era pianista e cantante e che lo stesso Mandel le rispose: “Ah, allora sei un (…beep…)! Sei una cantante-pianista, oppure una pianista-cantante?”

In pratica Diana, la cantante, ha bisogno di una pianista che l’accompagni, ma Diana, la pianista, vuole suonare e così lei è le due Diana insieme; ovvero un’artista straordinaria, sia con la voce, sia con il pianoforte. Inizia a suonare il piano all’età di 4 anni e a 15 anni suona già standard jazz nei weekend per gli avventori di una birreria; in seguito vince una borsa di studio alla Berklee School of Music, che frequenta per due anni, per poi trasferirsi a Los Angeles, dove inizia a lavorare, gettando le basi della sua carriera.

Il suo debutto avviene per l’etichetta GRP con l’album ONLY TRUST YOUR HEART, con il quale inaugura la sua collaborazione con il leggendario produttore Tommy LiPuma.
Seguiranno ALL FOR YOU, tributo al Nat King Cole Trio, che le vale la sua prima nomination al Grammy e LOVE SCENES, che la vedrà alle prese con una serie di ballad. Nel 1999 vince un Grammy con l’album WHEN I LOOK INTO YOUR EYES, mentre le sue interpretazioni rientrano in produzioni cinematografiche quali “Sex & the city”, “Autumn in New York” e in “The Score”. Nel 2001 esce THE LOOK OF LOVE, seguito nel 2002 da LIVE IN PARIS, che conterrà reinterpretazioni di Joni Mitchell e Billy Joel.
Nel 2003 la Krall compare nelle cronache rosa musicali per la sua love story con Elvis Costello e l’eclettico musicista inglese e marito co-firmerà sei canzoni del nuovo disco della pianista, THE GIRL IN THE OTHER ROOM, pubblicato ad aprile 2004. Un anno e mezzo dopo uscirà CHRISTMAS SONGS, seguito da FROM THIS MOMENT ON.
Dopo un BEST OF nel 2007, nel 2009 arriva un nuovo album di studio, QUIET NIGHTS sul tema bossanova e musica brasiliana. Tutt’altre atmosfere, invece, si avranno in GLAD RAG DOLL del 2012, prodotto con T Bone Burnett: un viaggio nelle radici della musica jazz, per lo più pezzi anni ’20 e ’30 contenuti nella raccolta di 78 giri del padre della musicista. Nel 2014 Krall si dedicherà, invece, al repertorio leggero più recente, quello degli Eagles, Bob Dylan, Elton John, Harry Nilsson, Mamas & Papas incluso in WALLFLOWER, contenente anche un inedito di Paul McCartney col quale la jazzista ha collaborato ai tempi di KISSES ON THE BOTTOM.

 “Tutte le mie cantanti preferite – dice Diana – hanno suonato il piano: Dinah Washington, Roberta Flack, Shirley Horn, Andy Bey, Aretha Franklin, Sarah Vaughan e specialmente Carmen McRae. Lei è stata molto importante per me e ha avuto una grande influenza sul mio stile. E Nat Cole è stato fondamentale. Nat ha avuto una grandissima influenza su di me, sia come pianista, sia come cantante. Sapeva cantare canzoni incredibili al suo pubblico e, insieme, suonava il piano in modo eccellente! Era come se fosse due persone contemporaneamente. Un giorno spero di scoprire il segreto per farlo con tanta naturalezza.” E, guardandola, sembra proprio che abbia già raggiunto l’obiettivo!

Per lei il jazz è un’attitudine, un modo di essere e di interpretare l’arte e la musica, un modo per arrivare al cuore delle melodie e cercare il segreto della grande musica, dovunque sia nata. La voce accattivante e le superbe interpretazioni del jazz le  hanno regalato schiere di ammiratori in tutto il mondo; molto rispettata dai suoi colleghi per la sua musicalità – un repertorio che spazia dalle norme di Tin Pan Alley del 1920 al materiale più contemporaneo – la sua continua crescita come artista si riflette nel materiale che sceglie di interpretare e nella complessità delle sue composizioni originali. Un’artista che sa toccare le corde più sensibili del jazz contemporaneo con voce sensuale e sonorità eleganti. (by Giorgio Chiantini)

Tiziano, Amor sacro e Amor profano – sassi d’arte

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Tiziano, Amor sacro e Amor profano

1514-1515, olio su tela, cm 118 x 278 – Galleria Borghese, Roma

*

“E’ uno dei dipinti più misteriosi di Tiziano, sul cui significato critici antichi e moderni hanno avanzato molteplici ipotesi. Il tema del dipinto, che raffigura due donne, una vestita e una nuda, sedute a una fonte in compagnia di Cupido, è senz’altro incentrato sull’amore, sulla conciliazione tra morte e vita (la fontana è in realtà un sarcofago con rilievi all’antica) e sul contrasto, temperato e risolto attraverso la mediazione di Amore, tra le due figure femminili (interpretate come Venere, quella nuda – e come Proserpina, Polia o Venere mondana, quella vestita).

Il dipinto fu realizzato per celebrare il matrimonio tra Niccolò Aurelio, importante uomo politico veneziano, e Laura Bagarotto, figlia di un giurista padovano condannato a morte come traditore dal Consiglio dei Dieci, quando di quel consiglio faceva parte lo stesso Niccolò: gli stemmi delle due famiglie compaiono infatti sul sarcofago e alla base del bacile posato al di sopra.

Il dipinto dunque è leggibile come allegoria delle difficoltà incontrate per conciliare la sposa allo sposo e rendere possibile il matrimonio, difficoltà superate attraverso la mediazione di Amore e la persuasione di Venere. La donna vestita sarebbe dunque la personificazione allegorica di Laura, accompagnata dagli attributi della sposa: la veste bianca e vermiglia, i guanti, la cintura con la fibbia, lo scrigno, il mirto, le rose, nonché la coppia di conigli, augurio di prole, che sta alle sue spalle nel luminoso paesaggio dello sfondo. La conciliazione delle due famiglie attraverso Amore e il matrimonio permette quindi la trasformazione della morte in vita, del sarcofago – i cui rilievi rappresentano scene di insidia e punizione – nella fontana che attraverso gli stemmi araldici celebra le due famiglie ed esalta la loro unione nelle rose amorose che vi sono posate.” (adattamento del testo di Augusto Gentili per Tiziano, I classici dell’arte – Rizzoli | Skira 2003)

*

particolari dell’opera:

part.2part.3

part.4

Carlo Lucarelli: Los fucilados, un racconto

778px-El_Tres_de_Mayo,_by_Francisco_de_Goya, (1814)

– Mi chiamo Libero Gramigna, Libero come l’idea che non muore e Gramigna come l’erba cattiva che anche quella non muore mai.

La canna del fucile mi colpi sulla bocca, spaccandomi le labbra con un colpo che mi risuonò sui denti secco come un ramo che si spezza. Ce l’avevano detto di star zitti ma a star zitto non sono stato buono mai, neanche da bambino, neanche con mio babbo, figurarsi coi fascisti. Cosi lasciai che il sangue mi colasse gill sul mento e sorrisi, mostrando i denti rossi all’ufficiale, anche se sentivo male, e molto. Erano solo cinque minuti che eravamo nel barranco e già si era tolto e messo i guanti mille volte, l’ufficiale, annusando l’aria con quel suo muso da topo, i baffi stretti sulle labbra e gli occhi vicini, a spillo, sotto la nappa del berretto da tenente della guarnigione di Granada. Accanto a me c’era un uomo in camicia che tremava, ed era a lui che io parlavo, sfidando le botte dei fascisti e i loro sibili da serpenti:

Adelante e hijo de puta. Era un poeta, l’uomo in camicia, e aveva paura di morire.

– Noi siamo cosi di famiglia, – dissi, – gente che non sa stare zitta. Lo era mio nonno, ucciso dai carabinieri di Salandra all’assalto del Comune nella Settimana rossa, lo era mio zio, fucilato alla schiena perché anarchico e disfattista, e lo era mio padre, che è morto nel suo letto, male perché è là che lo inchiodarono le bastonate dei fascisti quando lo presero da solo in un agguato, ubriaco e disarmato, fuori dall’ osteria.

L’ufficiale alzò le labbra e squittì un ordine. Rapidi i soldati, curvi, neri e saltellanti come un branco di avvoltoi, ci strinsero contro una duna del barranco, spingendoci indietro con i calci dei fucili. Il mio poeta era impallidito ancora e aveva chiuso gli occhi, quasi come fosse morto.

_ Facevo il violinista al Comunale di Bologna, – gli soffiai all’orecchio tra le labbra insanguinate, – perché mia madre aveva convinto un prete che io ero diverso e non avevo grilli per la testa. Ci rimasi quattro anni, a suonare Puccini, Verdi e Mascagni, ma un giorno che arrivarono i fascisti di Arpinati e pretesero che suonassi Giovinezza io feci come il grande maestro Toscanini e rifiutai. A lui, lo sanno tutti, toccò uno schiaffo ma io ne ebbi il naso rotto, un dente in meno e quattro costole incrinate perché avevo attaccato L’Internazionale, e se sono ancora vivo è solo perché quello che mi prendeva a calci nella testa fu sicuro che mi aveva ucciso. Allora son scappato, e son stato tra i primi a venire in Spagna per combattere i fascisti perché zitto io non ci so stare, e ci sono dei momenti in cui si deve far vedere da che parte batte forte il cuore.

L’ufficiale aveva già la spada fuori e i soldati s’eran messi tutti in fila, col fucile appoggiato sulla spalla e le canne su di noi, stretti a mucchio l’un sull’ altro, contro la duna del barranco. Allora, il mio poeta mi guardò e mi parve che negli occhi la paura gli fosse scivolata un po’ più in fondo. – Libero Gramigna, – gli dissi, e lui rispose: – García Lorca, – e insieme ci voltammo verso i soldati, e mentre gridavo: – Sparate, brutti porci di fascisti! – aprii le braccia in alto, con i palmi delle mani aperti e le maniche bianche della camicia gonfie del vento del barranco.

tratto da: Carlo Lucarelli, Il lato sinistro del cuore, Einaudi 2003

.

immagine: opera di Francisco Goya, “Il 3 maggio 1808” conosciuto anche come “El tres de mayo de 1808 en Madrid”, o “Los fucilamientos de la montaña del Príncipe Pío”, e “Los fucilamientos del tres de mayo” – olio su tela, cm266 x 345 del 1814, oggi conservato al Museo del Prado di Madrid.

Degli horti romani (poesie minori) di Natalia Stepanova letto da Angela Greco

Degli horti romani (poesie minori) di Natalia Stepanova letto da Angela Greco

Degli horti romani (poesie minori) – Ensemble, Roma, luglio 2019; prefazione di Giancarlo Pontiggia – è la nuova silloge di Natalia Stepanova; una raccolta, che giunge dopo cinque anni dalla pubblicazione precedente (“Il sentimento barbaro”, La Vita Felice, 2014 – qui) e che  sin dal titolo rende manifesta la “natura”, mi verrebbe da dire, di questo libro, collocandone la genesi nella campagna romana, dove l’autrice vive ormai da qualche anno, lontana dalla città e a stretto contatto con il verde, in un luogo di produzione, raccoglimento e riflessione.

Riflessione, anzi, riflessioni, confluite nelle poesie che oggi presenta ai lettori, in quello che, di fatto, è un giardino-orto dalle molte essenze, dai molti frutti e dai molti colori e profumi; pagine, che sembrano redatte nell’atto di compiere una passeggiata, pensando ad alta voce e riportandone i frammenti sulla carta. Francamente sfugge il senso del sottotitolo riportato in copertina, poesie minori, poiché non si trova esplicitato il termine di comparazione. Forse un rimando ad una certa tradizione, un atto di modestia, un auto-giudizio dell’autrice, chissà; ma lasciamo serenamente alla Poesia anche i suoi aspetti insoluti, com’è giusto che sia.

Il primissimo verso – No, non oggi, moriremo domani. – posto quasi come un esergo, istruisce subito il lettore sull’argomento principale, che si svilupperà nei vari testi, sottolineato ancora meglio dai primi tre versi della prima poesia, così come pure Pontiggia nella prefazione mette in evidenza: A dirotto, autunno, piove. / In mezzo agli uliveti stanno / Le anime dimentiche dei morti ovvero una riflessione sul rapporto tra il vivente (rappresentato dal poeta) e i defunti, evocati in varie scene, come entità sempre e comunque presenti anche nel quotidiano e legate alla vita. La chiave, invece, dell’intero scritto, si inizia a leggere tra questi versi: «Ecco, il cuore è – dicono – / Anche per i non più vivi. / Ah, il cuore! – sospirano – / È la più importante cosa, / È il primo nome», dai quali si evince che di poesia d’amore si tratta, questa di Natalia Stepanova; una poesia che sottolinea la vita (Prima del nero assenso, / Le amorose tessere / Della vita – compongo –), nelle ricorrenti rose che pure si incontravano nella pubblicazione precedente, parlando del suo opposto.

Ha l’andamento di un’indagine svolta dal poeta, che spesso nei versi è morto anche lui, questo libro: un domandare e domandarsi sul tema dell’oltre vita, quasi un tentativo di convivenza con l’inevitabile e una lunga riflessione, che a tratti incupisce, ma che risulta utile momento di sosta nella frenesia quotidiana e utile spunto di riflessione, come nei versi che seguono (pag.26 e pag.44):

Abbiamo attraversato
Cieli e mari di morte,
Approdando alla terra.
La morte da sempre
Vi abita, senza rispettare
I desideri dei vivi.
C’è forse un altro modo
Per non temerla?
Oh, fosse dolce e quieto
Il suo volto come
Una promessa che viene
Alla sera estiva
E placa la sete.
C’è forse un altro modo?
.
——
.
Il muschio e la pietra,
La ruggine e il corallo –
L’albero del melograno
Chiama l’edera. 
Le rose e i terremoti 
Sotto il segno di Mercurio, 
La voce del corvo risponde,
Nella terra del confine –
Sola – Io canto
.

Simboli, significati, evocazioni e rimandi in versi brevi, che man mano evidenziano la figura del poeta, come essere che abita e vive il mondo, ma che fondamentalmente è solo con il suo grande fardello, quello di vedere quel che altri non vedono, di cui rende noto attraverso i propri scritti; vi è un senso panico nei versi di Natalia Stepanova, un coinvolgimento di tutti gli elementi naturali e sovrannaturali, una religiosità non indifferente e una ricerca di comprensione degli accadimenti, appellandosi a quel che è di più dell’essere umano, come si legge, ad esempio, a pag.53:

Negli occhi dei poeti i mondi morti
Rimangono vivi in eterno.
Non giratevi mai a guardare
Le fiamme di Sodoma e Gomorra –
Potreste vedervi pietrificati.
Le lanterne rosse fanno strada
Nei vicoli maleodoranti:
Il buio dei secoli non è mai andato via
E il tempo non ha corso in macchina,
Inseguendo il sogno di essere dèi –
E nemmeno un dio è fuggito
Con le proprie gambe lì, dove noi
Abbiamo fotografato Marte
E bevuto l’acqua che non ha mai
Cambiato il corso dei suoi fiumi,
La luna è sempre stata sola 
In cima alla torre di Babele –
Crocifissa, si schiude l’ultima rosa, 
Tace il giardino, dormono i suoi fiori –
E sulle rose furono dette menzogne
E sull’amore scrivemmo cose non vere.
.

A pag.54 la domanda, dopo tanto aver detto, emerge sincera e chiarissima: Si è mai pronti a morire? […] / Parole antiche: / «Non temere, / Morire è solo andarsene, / Distante da questi luoghi / E da troppe parole / Che non serviranno». Ma morire è comunque continuare ad amare e ad essere amati, con sincerità e lontani da qui meccanismi che avvelenano la vita, che la complicano e la rendono triste, sembra voler sottolineare il poeta, che, di tanto affanno terreno, salva l’atto, il gesto, il ricordo d’amore purificato dalle negatività e ormai assunto come ponte tra due mondi, svelandolo nell’Amore per eccellenza, quello di Dio (pag.59):

Mio Dio, non mi abbandonare
Su questa terra di fatica e morte,
Signore mio Dio, non allontanarmi
Dal Tuo volto, dal Tuo verbo d’essere.
La morte terrena ci è dovuta
Ma tra i vivi il Tuo nome,
In ogni istante e in tutte le creature,
Appare consolatorio e placa la furia
Dei senz’anima e dei senza corpi.
Signore, io sono qui, nel giardino
Di alberi e di fiori che hai voluto per me –
Io non credo nella eterna morte,
E nella notte l’anima mia è con Te.
.

Degli horti romani è un compendio di terra e cielo, difficoltà umane e speranze divine, una corda tesa tra due realtà solo apparentemente antitetiche; un canzoniere in cui esseri umani, culture, fiori, elementi naturali e paesaggistici, quotidianità e entità sovrannaturali convivono senza scontrarsi, lievi e liberi di dire ognuno la sua, a maggior comprensione del mistero più grande, più fitto, di cui non siamo che un momento, magnificamente e lucidamente riassunto nei versi di pag.82:

Non essere triste –
È solo poesia,
E ogni cosa passa –
Non puoi fermare il dolore,
Non puoi fermare la gioia
E non a tutti è dato di amare –
Non essere triste,
È solo vita, è solo morte.  

[Angela Greco]

(immagine d’apertura: Villa di Livia, affreschi di giardino, parete corta meridionale – dal web)

Ezra Pound, Quello che veramente ami rimane

Ezra Pound (Hailey, 30 ottobre 1885 – Venezia, 1 novembre 1972)

Quello che veramente ami rimane

Quello che veramente ami rimane,
il resto è scorie
Quello che veramente ami non ti sarà strappato
Quello che veramente ami è la tua vera eredità
Il mondo a chi appartiene, a me, a loro
o a nessuno?
Prima venne il visibile, quindi il palpabile
Elisio, sebbene fosse nelle dimore d’inferno,
Quello che veramente ami e’ la tua vera eredita’
La formica e’ un centauro nel suo mondo di draghi.
Strappa da te la vanità, non fu l’uomo
A creare il coraggio, o l’ordine, o la grazia,
Strappa da te la vanità, ti dico strappala
Impara dal mondo verde quale sia il tuo luogo
Nella misura dell’invenzione, o nella vera abilità dell’artefice,
Strappa da te la vanità,
Paquin strappala!
Il casco verde ha vinto la tua eleganza.
“Dominati, e gli altri ti sopporteranno”
Strappa da te la vanità
Sei un cane bastonato sotto la grandine,
Una pica rigonfia in uno spasimo di sole,
Metà nero metà bianco
Né distingui un’ala da una coda
Strappa da te la vanità
Come son meschini i tuoi rancori
Nutriti di falsità.
Strappa da te la vanità,
Avido di distruggere, avaro di carità,
Strappa da te la vanità,
Ti dico strappala.
Ma avere fatto in luogo di non avere fatto
questa non è vanità. Avere, con discrezione, bussato
Perché un Blunt aprisse
Aver raccolto dal vento una tradizione viva
o da un bell’occhio antico la fiamma inviolata
Questa non è vanità.
Qui l’errore è in ciò che non si è fatto, nella diffidenza che fece esitare.

(da Canti Pisani – Canto LXXXI. Testo tratto dal web)

§

What thou lovest well remains,
the rest is dross
What thou lov’st well shall not be reft from thee
What thou lov’st well is thy true heritage
Whose world, or mine or theirs
or is it of none?
First came the seen, then thus the palpable
Elysium, though it were in the halls of hell,
What thou lovest well is thy true heritage

The ant’s a centaur in his dragon world.
Pull down thy vanity, it is not man
Made courage, or made order, or made grace,
Pull down thy vanity, I say pull down.
Learn of the green world what can be thy place
In scaled invention or true artistry,
Pull down they vanity,
Paquin pull down!
The green casque has outdone your elegance.

“master thyself, then others shall thee beare”
Pull down thy vanity
Thou art a beaten dog beneath the hail,
A swollen magpie in a fitful sun,
Half black half white
Nor knowst’ou wing from tail
Pull down thy vanity
Fostered in falsity,
Pull down thy vanity,
Rathe to destroy, niggard in charity,
Pull down thy vanity,
I say pull down.

But to have done instead of not doing
this is not vanity
To have, with decency, knocked
That a Blunt should open
To have gathered from the air a live tradition
or from a fine old eye the unconquered flame
This is not vanity.
Here error is all in the not done,
all in the diffidence that faltered . . .

Oltre la rete, la poesia italiana che si incontra oggi: Luca Gilioli

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OLTRE LA RETE:  Luca Gilioli 

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dark rooms
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barattiamo l’estremo
nelle stanze più buie.
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scendiamo gradini
per creare discontinuità.
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piacere nella notte
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al volante percorro ogni notte
le strade della mia città,
e lo spettacolo che ho davanti
agli occhi è stupefacente:
tonde lucine sgargianti danno
vita al paesaggio come cristalli
di neve colorata sospesi a
mezz’aria, ribellatisi contro
il loro destino di cadere al suolo
e disperdersi in pochi istanti.
il buio diventa puro sfondo,
e sempre più lontano non
spaventa il mio procedere.
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ma il vivere quest’esperienza
mi si ritorcerà contro prima o poi:
farsi di miopia può uccidere.
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battaglie agli scacchi
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con lo “Scacco”, penultimo rintocco,
al sacrificio è spinta la Regina:
il Re con la Torre corre all’arrocco
mentre di lei si fa carneficina.
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ma i Pedoni e i Cavalli non fan muro
e il Re, con i suoi Alfieri, è sguarnito:
lo “Scacco matto” oramai è sicuro.
ma già di rivincita ecco un vagito.
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(i versi sono qui riportati, come dall’autore nell’originale)

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Luca Gilioli nasce il 12 dicembre 1984 a Modena. Consegue la laurea in Scienze della Cultura presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Modena e Reggio Emilia; in merito alla tesi di laurea ottiene 7 riconoscimenti in concorsi letterari nazionali, tra cui il ‘Premio 150 anni Unità d’Italia’ alla XXXIII edizione del concorso Città della Spezia e il ‘Premio speciale Frontiera’ alla IX edizione del concorso Lago Gerundo. Dall’età di sedici anni scrive poesie, con le quali riceve numerosissimi riconoscimenti in concorsi letterari nazionali. I suoi testi sono presenti oggi su quotidiani, antologie e riviste di settore: tra queste ultime «Inchiostro», «Osservatorio Letterario – Ferrara e l’Altrove», «Ellin Selae», «La Masnada», «Prospektiva», «Quaderni padovani di poesia e tecnica», «Gagarin – Orbite culturali», «Vernice» e molte altre, mentre le sue raccolte poetiche s’intitolano Orionidi (Bernini Editore, Modena, 2011) e Dodici (Edizioni Il Fiorino, Modena, 2012). In seguito al terremoto che ha colpito il territorio della ‘Bassa modenese’ nel 2012, ha curato assieme alla scrittrice Roberta De Tomi l’antologia poetica solidale La luce oltre le crepe (Bernini Editore, Modena, 2012), che vanta la prefazione del noto scrittore Giuseppe Pederiali.

Wisława Szymborska, Il cielo

Wisława Szymborska, Il cielo (da Vista con granello di sabbia, Adelphi)

Da qui si doveva cominciare: il cielo.
Finestra senza davanzale, telaio, vetri.
Un’apertura e nulla più,
ma spalancata.

Non devo attendere una notte serena,
né alzare la testa,
per osservare il cielo.
L’ho dietro a me, sottomano e sulle palpebre.
Il cielo mi avvolge ermeticamente
e mi solleva dal basso.

Perfino le montagne più alte
non sono più vicine al cielo
delle valli più profonde.
In nessun luogo ce n’è più
che in un altro.
La nuvola è schiacciata dal cielo
inesorabilmente come la tomba.
La talpa è al settimo cielo
come il gufo che scuote le ali.
La cosa che cade in un abisso
cade da cielo a cielo.

Friabili, fluenti, rocciosi,
infuocati e aerei,
distese di cielo, briciole di cielo,
folate e cumuli di cielo.
Il cielo è onnipresente
perfino nel buio sotto la pelle.

Mangio cielo, evacuo cielo.
Sono una trappola in trappola,
un abitante abitato,
un abbraccio abbracciato,
una domanda in risposta a una domanda.

La divisione in cielo e terra
non è il modo appropriato
di pensare a questa totalità.
Permette solo di sopravvivere
a un indirizzo più esatto,
più facile da trovare,
se dovessero cercarmi.
Miei segni particolari:
incanto e disperazione.

René Magritte, Les Amants – sassi d’arte

René Magritte, Les amants (1928)
olio su tela, cm 54×73 – New York, MoMA
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René François Ghislain Magritte (Lessines, 21 novembre 1898 – Bruxelles, 15 agosto 1967), pittore belga considerato, insieme a Paul Delvaux, il maggiore esponente del surrealismo del suo Paese, realizzò nel 1928 due dipinti (olio su tela) con il medesimo titolo, Les Amants (Gli amanti): una versione, raffigura un bacio appassionato tra un uomo ed una donna (foto in apertura) ed è custodita presso il MoMa di New York; mentre la seconda versione, attualmente conservata presso la “National Gallery of Australia”, rappresenta i due soggetti guancia a guancia, come una foto ricordo (foto in chiusura) ed in entrambe le opere  i volti degli amanti sono coperti e avvolti da una stoffa bianca.

Quella del MoMA di New York è la versione più famosa di un tema, quello degli amanti, che ricorre spesso nella pittura di Magritte di quegli anni. Infatti esistono molte rappresentazioni  che hanno per soggetto un uomo e una donna affiancati, con il volto scoperto, oppure, in numero maggiore, con il volto coperto da lenzuoli bianchi. Ritroviamo il lenzuolo bianco in un’altra opera intitolata Storia centrale (1928), in cui non sono più due amanti ad avere il volto coperto, ma solo una figura femminile. Secondo molte interpretazioni il filo conduttore di queste opere sarebbe da rintracciare nel suicidio della madre del pittore avvenuto nel 1912, quando l’artista aveva solo 14 anni. La donna si gettò nel fiume Sambre con una camicia da notte avvolta sulla testa; secondo altre interpretazioni, invece, il volto coperto viene associato all’ossessione che il pittore aveva di coprire i volti anche nella vita reale.

Oltrepassate le accezioni psicologiche, questo bacio fra i due amanti è un’immagine decisamente conturbante, che parla di morte e di impossibilità di comunicare. Nascosti dietro i loro sudari, agli amanti è vietato di conoscersi, mentre si scambiano un amore muto incapace di un linguaggio diverso da quello del corpo, esprimendo una forte passione nonostante la mancanza di dialogo; si può anche considerare questo, il “bacio della morte”, un bacio tra due defunti, o in procinto di essere tali, privati dei sensi della vista e del tatto, dell’esperienza sensibile.

Le interpretazioni sono e saranno molteplici e la riflessione a cui l’opera deve condurre l’osservatore è stata da sempre la volontà dell’artista: un’interpretazione che non deve mai giungere ad una conclusione definitiva. Nascondendo i volti, rendendoli non visibili, il pittore vuole mostrare i molteplici significati del reale attraverso nuovi punti di vista. Un “vedere oltre” esoterico, oracolare e non razionale, che spesso si rifà anche alla poesia veggente di Arthur Rimbaud. Come spiega lo stesso pittore: « C’è un interesse in ciò che è nascosto e ciò che il visibile non ci mostra. Questo interesse può assumere le forme di un sentimento decisamente intenso, una sorta di conflitto, direi, tra visibile nascosto e visibile apparente. » (René Magritte).

Caratteristica comune a tutte le opere è l’assenza di razionalità cosciente, il privilegiare costantemente la dimensione onirica, tematiche tipiche del movimento surrealista. Ci troviamo di fronte a un amore prigioniero dalla morte, che è l’ultimo ostacolo alla vita. Inoltre il quadro è ricco di riferimenti ad un altro tema molto caro al pittore: la complessa questione del visibile e dell’invisibile, sul quale Magritte tornerà molto spesso. Egli stesso citerà in Le Parole e le immagini del 1929: « Un oggetto può implicare che vi sono altri oggetti dietro di esso.» Questo rapporto tra visibilità, che nel quadro corrisponde a tutta quella serie di elementi in più rispetto ai due soggetti, e di invisibilità, i volti dei due amanti, rimandano sempre a quell’immaginario onirico di un ipotetico sogno, che forse sogno non è.

René Magritte, detto anche le saboteur tranquille per la sua capacità di insinuare dubbi sul reale attraverso la rappresentazione del reale stesso, non avvicina il reale per interpretarlo, né per ritrarlo, ma per mostrarne il mistero indefinibile. Intenzione del suo lavoro è alludere al tutto come mistero e non definirlo. Il suo stile è definito illusionismo onirico. Egli illustra, ad esempio, oggetti e brani di realtà assurdi: un paio di scarpe che si tramutano nelle dita di un piede o un paesaggio simultaneamente notturno nella parte inferiore e diurno in quella superiore, ricorrendo a tonalità fredde, ambigue, antisentimentali quali quelle del sogno. Scopo dei suoi enigmatici quadri è di creare nell’osservatore un “cortocircuito” visivo. Magritte è l’artista surrealista che gioca con spostamenti del senso utilizzando sia accostamenti inconsueti sia deformazioni irreali; la sua pittura non vuole far emergere l’inconscio dell’uomo, bensì valorizzare oggetti usuali i quali decontestualizzati (ovvero sottratti al loro contesto naturale) appaiono inusuali, estranei all’esperienza. Questo il tema attraverso il quale lo stile svela tratti affini alla Metafisica (intesa come movimento artistico e non in campo filosofico); infatti, la svolta surrealista dell’artista belga avvenne con la scoperta dell’opera di de Chirico, in particolare con la visione del quadro Canto d’amore (1914), nel quale compare sul lato di un edificio la testa enorme di una statua greca ed un gigantesco guanto in lattice, esperienza che lo colpì profondamente.

Nell’opera Gli Amanti troviamo dei chiari riferimenti a De Chirico soprattutto, ad un’opera in particolare Ettore e Andromaca del 1917, in cui due manichini a figura intera tentano un analogo, impossibile abbraccio in un’atmosfera metafisica quasi melodrammatica. Ma, se i manichini tengono una certa distanza dallo spettatore, ne Gli amanti di Magritte l’angoscia è difficilmente evitabile: non siamo più di fronte a un’umanità simulata (manichini), ma siamo di fronte a una realtà negata nelle sue caratteristiche essenziali, mutilata dalla sua individualità. (tratto ed adattato da fonti varie dal web; Wikipedia)

Raffaele Crovi, Una casa

UNA CASA di Raffaele Crovi

Se abbandonate
se deserte di voci
se vuote o disabitate
le case si ammalano
cominciano a creparsi
a sgretolarsi, finché diventano
un cimitero senza croci.
Perciò, almeno una volta
al mese io vado a trovare
la mia casa di campagna,
la mia solida compagna
degli anni di ragazzo,
la testimone disinvolta
delle inquietudini della gioventù:
non c’è finestra, stanza, davanzale,
in essa, a cui non abbia dato del tu.
Magari le faccio visita
senza entrare,
ma ne accarezzo i muri,
dicendo: «Sta buona, sono qui intorno,
potrai imprigionarmi, se vuoi,
la prima volta
che farò ritorno,
ma intanto non nutrirti
della muffa verde che sbuca
dalle tue pietre, combatti il tempo –
intacchi, se vuole, i calanchi,
ma non i tuoi solidi fianchi –
tu resisti, mansueta, io arrivo,
non chiuderti come una tomba,
lascia aperta la soglia,
perché entri a far riposare
il mio corpo stanco
nella tua stanza più spoglia».

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Raffaele Crovi è nato nel 1934 a Paderno Dugnano, è cresciuto a Cola, frazione del comune di Vetto (Reggio Emilia) e dal 1952 si è trasferito a Milano, dove è morto nel 2007. I suoi libri di poesia sono: Serenità di lacrime (1951), La casa dell’infanzia (1956), L’inverno (1959), Fariseo e pubblicano (1968), Elogio del disertore (1973), Genesi (1974), L’utopia del Natale: 1974-1979 (1982), La vita sopravvissuta (2007). I suoi libri di narrativa: Carnevale a Milano (1959), Il franco tiratore (1968), La corsa del topo (1970), Il mondo nudo (1975), Fuori dal paradiso (1982), Ladro di ferragosto (1984), La convivenza (1985), La valle dei cavalieri (1993), La parola ai figli (1994), Il santo peccatore (1995), Appennino (2003), Cameo (2006). Ha lavorato nell’editoria (Einaudi, Mondadori, Rusconi, Camunia, Giunti, Aragno), nel giornalismo (“Avvenire”, “Corriere della Sera”, “il Giorno”) e alla televisione (programmi culturali della RAI di Milano).

dal sito italian-poetry.org — foto d’apertura di Angela Greco

Ivan V. Lalić, tre poesie

Ivan V. Lalić (Belgrado 1931-1996), versi da “Poesie”

collana I Poeti a cura di Roberto Mussapi, Jaka Book, traduzione di Eros Sequi

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Bisanzio VII

Qualcuno, forse, nella sapiente compagnia delle anime nostre
passeggerà sopra il filo di queste mura dove abbiamo
guardato il sole pieno di rame chino sulla misura della notte;
secernerà il mare argento e ondate sulla ghiaia
abbracciata da futura tenerezza; l’aria sarà turchina
del fumo dei nostri nomi;
ma chi ci capirà?
perché sarà spostato il centro, le immagini diverse,
– unite forse con lo stelo: forse il fiore-
e le azioni d’amore unite nel discorso, nella lingua;
ma chi allora vorrà comporre il racconto
da queste sillabe sparse, dai gridi
ritratti a caso in un vetusto specchio,
nel muoversi dell’onda? E perché?
E c’è domani posto per questa rottura
nel tranquillo ricordo degli angeli, nel liscio
ricordo di acqua giovane? Nel ricordo dell’amante?
E ci vorranno forse i quadri traditi
del nostro amore, e guardie del deserto
con sabbia nei polmoni, questa lingua scarsa di sventura,
rapida pena alla maturità, sconfitta decretata?
O sarà senza noi più preciso l’equilibrio,
e più bella senza nostre voci la lingua degli amanti
miste con la morte come il vento con la fiamma,
come la sorgente con la foce?
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Commemorazione della madre
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Mentre invecchiavo, esercitando con ogni esperienza
L’arte di avvicinarmi a te del tutto,
Sotto il tiglio diramato ti facevi più e più giovane
Nel mio ricordo e nelle feste, sempre più rade,
Quando mi vieni in sogno. Ciò che ora ci divide
Non sono gli anni, ma l’amore inteso come spazio
D’irrealizzato. I tuoi nipoti han superato,
O quasi, la mia statura di quel tempo
In cui le parole potevano ancora tremolarci
Nella stessa aria, come foglie dello stesso albero;
Adesso io ho parole, tu fronde sopra il tuo tiglio,
E conversi forse con l’altro figlio tuo,
Quello non nato, in una lingua che non so,
E così nemmeno so di chi la fedeltà ti aiuti maggiormente
A sopportare la morte : la sua o quella mia.
Ciò che ora ci divide non sono gli anni, bensì
Questa impossibilità di raschiare oro
Dalla tua icona. E quando vengo a visitarti,
Egualmente sempre più di rado, e metto un po’ di fiamma
Sotto il tuo nome, e le cifre crudelmente senza senso
1912-1946, io so di cercare inutilmente
Magari il gesto del tuo mignolo, in versione
Di mosse di formiche tra le ombre delle croci,
Visibili e invisibili, in dipendenza dalla luce :
E di luce, in realtà, è questione tutto il tempo.
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Ciò che ogni albero sa
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Impara, cuore, ciò che ogni albero sa:
Disporre la radice, infliggerla con giusto orientamento
Nel buio sparso; non dentro il sasso, bensì
Attorno al sasso; non dentro l’argilla
Bensì verso l’acqua non lontana;
Non nella ripulsa, ma nell’amore pronto
A rendere alla pressione di radice angusta ascesa
Fu per l’asse anulare, dritto, fino alla forcella,
E oltre, per l’erta obliqua delle fronde ripetente
L’ordine della sete sottostante nella luce, nel vento,
In simmetria, nell’equilibrio che accoppia
Nadir e zenit; e infine sino al frutto
Che vorrebbe arrotondare col suo peso
Movimento in misura appassionata. Così non agendo
Vantaggio del suo danno, rachitica sarà la chioma
Gibboso lo sforzo di rizzarsi, brutta la corteccia,
Partito il frutto e rado. Ogni albero lo sa.
Non imparare, cuore, dal folle albero di olivo
Che ricorda gli dei ellenici, innamorato della pietra
E del serpe che custodisce alla radice.

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Ivan V. Lalić nato a Belgrado nel 1931 è uno dei massimi esponenti della grande fioritura della poesia serbo croata che si rivela tra il 1951 e 1955, con il risveglio della cultura iugoslava e in coincidenza della caduta, a livello di politica culturale, del dogmatismo stalinista e del realismo socialista. In questa antologia, (da cui sono tratte le poesie sopra presentate) suggerita dallo stesso autore, il lettore italiano può attraversare le tappe di un percorso poetico tra i più alti del nostro tempo: un lirismo epico potente e corale, il senso della memoria come patrimonio aureo dell’uomo, capace di resistere al divenire e alla morte, visioni di soldati in veglia nella notte, di alberi che custodiscono segreti, voci che irrompono all’improvviso dall’interno portando nel presente la continuità della specie: definita «protogiovane» questa poesia celebra l’eterna vitalità e la rivelazione antica dell’istante. (Roberto Mussapi, quarta di copertina)