Carte nel Vento n.52, nota di Laura Caccia redatta per i versi di Angela Greco AnGre

ph.Angela Greco AnGre per Il sasso nello stagno di AnGre

Angela Greco, dalla raccolta “Claire (della solitudine e altri ritorni)”, nota di Laura Caccia

Novembre 2022, anno XIX, numero 52, Rivista Carte nel Vento, periodico on-line del “Premio Lorenzo Montano” a cura della redazione di Anterem ( Qui  )

*

Della poesia e altri oltre

Nome colmo d’aria, un soffio, un vento, una voce. Nome intriso di luce, un chiarore, un foglio bianco. Chi è Claire, personaggio dell’omonima raccolta di Angela Greco?

Tra solitudini e presenze, affetti lontani e vicini, oltranze e “profumo di pane”, memorie e ritorni, Claire distende la sua figura luminosa, dai movimenti reali e irreali, nei sedici testi dall’accento visionario, con distico finale spesso di tono meditativo.

Il linguaggio è ricercato e straniante. La narrazione procede tra reale e surreale, presenza e solitudine, ricordo e abbandono. Leggiamo che “Claire è soglia e attesa. Di una voce che / tarderà nei suoi desideri” e il racconto si illumina nel suo rarefarsi, quasi favola, quasi mito. Non dimenticando riflessioni concentrate e inquiete sulla realtà, in cui “Siamo canti alternati a idi di marzo”.

E se Claire fosse la poesia? Che si aggira “tra le parole non dette” e che “vorrebbe esserti foglio bianco”? Compagna della solitudine che la scrittura richiede, forse. O incarnazione del dire poetico che Angela Greco dispiega nei suoi versi insieme luminosi e dolenti. Dando vita a figure che l’attraversano e ne vengono attraversate. Designando con nomi nuovi le cose. Portando il quotidiano al suo oltre, dove “rette parallele s’incontrano e s’intersecano / in un territorio di confine, oltrepassando il noto fin qui”.

*

§1

Il pomeriggio è un talismano di ferro e ruggine;
lo raccolgo in un silenzio surreale e sei con me.
Un caso e “Claire” torna a passi lenti, attraversando
la cicatrice che taglia in due la città. Il paese vecchio
la abita ad ogni casa a calce e la piazza ha ancora
il profumo buono di tortine alla ricotta e biscotti
grandi, da immergere, senza troppo pensarci,
nella merenda a ginocchia scoperte di cadute
in bicicletta. Dall’altra parte della strada,
con anni d’anticipo, già sapevi che domani
l’avresti incontrata, per caso, sulla stessa strada.

Il nome non ha importanza; hai sempre pensato
si chiamasse alla francese, forse per via di sua madre.

§2

S’aggira Claire tra le parole non dette, tetti di vecchie
memorie silenziate per antica abitudine; stringono,
i vicoli del quotidiano incedere, gli occhi che anelano
all’azzurro di quando si era fili tra i fili d’erba, acque
di gocciolanti gravine nascoste agli occhi dei più.
Vorrebbe esserti foglio bianco a cui affidare le ombre,
inchiostro che inciti i cavalli di fuoco, perché sia sole,
anche tra le tue nuvole. T’affianca, nell’attesa, nei vuoti
della piazza dove s’allungano le ombre; mulinellano
pensieri sulla soglia di casa. Nel pacco regalo, una clessidra
dice che si può capovolgere questo momento.

Due rette parallele s’incontrano e s’intersecano
in un territorio di confine, oltrepassando il noto fin qui.

§5

Miriadi di stelle a trafiggere una solitudine;
questo incavo incolmo che occupa il petto,
dissonanti sere racchiuse in una fotografia e
poi mattini di ritrovato senso. Claire ha pianto,
ma tu ne hai sentito la risata, invece, poco pima
che crollasse il tempo e s’affacciasse ancora la corsa,
la sabbia troppo veloce nella strozzatura, lo scadere
della concessione a noi dedicata. Il resto è stato cielo
a più strati di piombo. Sei involontariamente bello,
quando non ti accorgi dell’occhio, lontano, nel tuo
mare di bambino senza onde a sconvolgerti.

Lo specchio rimanda a data da destinarsi le parole;
adesso il ricordo è soltanto per carezze lontanissime.

§16

E, quindi, cosa lascio di questi miei trascorsi?
Un’addolorata sbiadita al crocevia, un cancello
chiuso che ha ceduto alla ruggine e una fenditura
d’asfalto fiorita di parole in un giorno di febbraio.
Claire si ferma e guarda la tramontana che azzurra.
Il vento arriccia il tufo e lame di luce seguono
diagonali di pensieri e facciate divise a metà.
«Portami una bocca di leone dal tetto più alto,
scala questa torre di quotidianità per un pezzo di
mondo da mordere a sera, quando la voce va via e
rimaniamo pensierosi sul rosa e sulla nuova luce».

Siede al tavolo l’attesa; dalla finestra il paese vecchio
si svuota persino di preti e campane.

*

La raccolta Claire è compresa in ARCANI edito da Achille e La Tartaruga, presso il quale è disponibile. Vi auguro buona lettura e un buon giorno di festa. (AnGre)

Rileggiamo l’opera: Vergine Maria col Bambino e undici angeli – sassi d’arte

Maestro del dittico Wilton, Vergine Maria col Bambino e undici angeli (1395 ca.)

tempera su tavola, cm 45,7 x 29,2 – Londra, National Gallery

*

Sebbene la sua identità non sia nota, si ritiene che il cosiddetto Maestro del Dittico di Wilton fosse inglese. Esponente del “Gotico internazionale”, operò alla corte inglese, probabilmente tra il 1380 e il 1395. Il suo nome si riferisce a un dittico un tempo conservato alla Wilton House, residenza del conte di Pembroke. Finora non è stato possibile individuare altre opere di questo artista, il cui lavoro si distingua per la delicatezza dei colori, il minuzioso progetto decorativo e la predilezione per una riuscita ornamentale del disegno.

Nella tavola sinistra compaiono Riccardo II d’Inghilterra (inginocchiato) con i suoi santi protettori, re Edoardo, Edmondo dell’Inghilterra orientale e Giovanni Battista; questi ultimi intercedono per lui presso la Vergine Maria (tavola destra),che reca in braccio il Bambino ed è circondata da undici angeli. Questa tipologia di dittico dovette distinguersi per la sua modernità e l’accentuazione del carattere cortese: il re compare quasi sullo stesso piano della Madonna con il Bambino, alla quale è rivolta la preghiera dei santi intercessori. Il quadro aveva quindi un intento devozionale e al tempo stesso celebrativo della persona del re. La riproduzione fotografica può trasmettere soltanto un’idea imperfetta della precisione miniaturistica di quest’opera e della sua qualità pittorica. Ad esempio, un’osservazione ravvicinata che sulla sfera sovrastante il vessillo recato dall’angelo sono dipinte le isole britanniche con un castello bianco; i fiori ai piedi della Madonna rivelano un’eccezionale ricchezza di particolari; lo stesso può dirsi dei piccoli cervi raffigurati sulle vesti degli angeli e dei motivi che spiccano sui broccati degli abiti di corte, ricchi di drappeggi e decorazione in parte dipinte e in parte addirittura incise o punzonate.

Pur essendo probabilmente inglese, il pittore conosceva bene l’arte delle corti francesi e gli era ugualmente nota la tipologia boema delle “Belle Madonne”:d’altra parte, lo stesso Riccardo II aveva sposato in prime nozze una principessa boema. Caratterizzano quest’opera del “gotico cortese” -giustamente noto anche come “gotico internazionale” – anche i motivi , ispirati all’arte italiana, della riduzione prospettica delle proporzioni; in quanto prova di abilità del pittore, essi ne dimostrano tutto il talento e la maestria.

(tratto da “Gotico”, Ed.Taschen)

Nel giorno di San Nicola la poesia unisce…

angel

🕊

Due poesie di Sergej Esenin (1895 – 1925; poeta russo)

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Sul piatto azzurro del cielo
C’è un fumo melato di nuvole gialle,
La notte sogna. Dormono gli uomini,
L’angoscia solo me tormenta.

Intersecato di nubi,
Il bosco respira un dolce fumo.
Dentro l’anello dei crepacci celesti
Il declivio tende le dita.

Dalla palude giunge il grido dell’airone,
Il chiaro gorgoglio dell’acqua,
E dalle nuvole occhieggia,
Come una goccia, una stella solitaria.

Potere con essa, in quel torbido fumo,
Appiccare un incendio nel bosco,
E insieme perirvi come un lampo nel cielo.

**

Non invano hanno soffiato i venti,
non invano c’è stata la tempesta.
Un misterioso qualcuno ha colmato
i miei occhi di placida luce.

Qualcuno con primaverile dolcezza
ha placato nella nebbia azzurrina
la mia nostalgia per una bellissima,
ma straniera, arcana terra.

Non mi opprime il latteo silenzio,
non mi angoscia la paura delle stelle.
Mi sono affezionato al mondo e all’eterno
come al focolare natio.

Tutto in esso è buono e santo,
e ciò che turba è luminoso.
Schiocca sul vetro del lago
il papavero rosso del tramonto.

E senza volerlo nel mare di grano
un’immagine si strappa dalla lingua:
il cielo che ha figliato
lecca il suo rosso vitello.

.

🕊

Due poesie di Viktor Neborak (1961; poeta, prosatore, critico letterario e traduttore ucraino)

.

La gabbia con il leone

Il leone è colui che emana fiori di sangue,
baffuto Maupassant, la morte con la criniera,
inspira col respiro le belle donne oltre le sbarre
e lecca la soave durezza dei loro ventri.
I loro capelli fluttuano attraverso il ferro,
i loro fianchi si muovono, tremanti,
le loro dita nella criniera, come in un bosco,
sono camosci pavidi, goccioline amare,
le gole di cristallo, gli occhietti
fumosi, le lingue vivaci…
S’intreccia un dolce sospiro nella criniera,
urlano le leonesse, impallidiscono i giovani.

**

Monologo canino

Il corpo del defunto è stato rinvenuto
nel fosso in mezzo al cortile, appeso
alla catena, ed è stato seppellito
dietro l’orto

Giulbars s’è impiccato – un cane suicida!
L’anima di Giulbars la cacceranno dal cielo.
Là gli diranno: non sei crepato come si conviene!
Là lo tireranno su per la coda e per …

Giulbars si è impiccato alla catena, di notte,
Proprio un kino nocne 1: spettatori-ratti,
e sospiri, e ululati,
e corteggiamenti, e copulazioni!

Giulbars s’è impiccato! Ehi, voi, mi sentite?!
Voi leggete “Foglie d’erba”2?
Marquez? Borges? Hesse? “I-ching”?
Giulbars s’è impiccato! Ecco la novità.

Tu ti chiami poeta, e lui – cane.
Te ti tormenta la poesia,
Lui invece – la catena.
Tu un giorno un’imbrattacarte di professione
diventerai,
Invece Giulbars ha scelto non la carne, ma lo spirito!

Per quanto si può abbaiare alla luna!
Per quanto si può aspettare lo stipendio?
Per quanto si può azzannare i vostri sederi? –
Per l’eternità? –
Fino alla morte!

(Che mestiere schizofrenico –
tutta la vita badare ai polli e alle capre
e mandarle al macello… )

La terra e il cielo illumina
La costellazione del Cane!

(Dal web)

AA.VV. Piove…

Pioggia

Pioggia di Charles Bukowski

Un’orchestra sinfonica.
Scoppia un temporale,
stanno suonando un’ouverture di Wagner
la gente lascia i posti sotto gli alberi
e si precipita nel padiglione
le donne ridendo, gli uomini ostentatamente calmi,
sigarette bagnate che si buttano via,
Wagner continua a suonare, e poi sono tutti
al coperto. Vengono persino gli uccelli dagli alberi
ed entrano nel padiglione e poi c’è la Rapsodia
Ungherese n. 2 di Lizst, e piove ancora, ma guarda,
un uomo seduto sotto la pioggia
in ascolto. Il pubblico lo nota. Si voltano
a guardare. L’orchestra bada agli affari
suoi. L’uomo siede nella notte nella pioggia,
in ascolto. Deve avere qualcosa che non va,
no?
È venuto a sentire
la musica.

*

Sulla strada bagnata di pioggia di Peppino Impastato

Sulla strada bagnata di pioggia
si riflette con grigio bagliore
la luce di una lampada stanca:
e tutt’intorno è silenzio.

*

Piove di Guillaume Apollinaire

Piovono voci di donna come se fossero morte anche nel ricordo.
Siete anche voi che piovete meravigliosi incontri della mia vita o gocciolette.
E quelle nuvole impennate cominciano a nitrire tutto un universo di città auricolari.
Ascolta se piove mentre il rimpianto e lo sdegno piangono una musica antica.
Ascolta cadere i legami che ti trattengono in alto e in basso.

*

Da leggere il mattino e la sera di Bertolt Brecht

Quello che amo
mi ha detto
che ha bisogno di me
Per questo
ho cura di me stessa
guardo dove cammino e
temo che ogni goccia di pioggia
mi possa uccidere

*

Temporale di Pablo Neruda 

Tuona sopra i pini
La nube densa sgrana le sue uve,
cade l’acqua da tutto il cielo vago,
il vento scioglie la sua trasparenza,
si riempiono gli alberi di anelli,
di collane, di lacrime fuggenti.

Goccia a goccia
la pioggia si raccoglie
ancora sulla terra.
Un solo tuono vola
sopra il mare e i pini,
un tuono opaco, oscuro,
un movimento sordo:
si trascinano
i mobili del cielo.

Di nube in nube cadono
i pianoforti delle altezze,
gli armadi celesti,
le sedie e i letti cristallini.
Tutto è trascinato dal vento.
Canta e racconta la pioggia.

AA.VV. un bacio, solo uno…

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E ti bacio la bocca bagnata di crepuscolo

No, non voglio baciarti
in una giornata di sole.
Non voglio che sia estate.
Non voglio che sia in mezzo alla folla.
Vorrei baciarti in una di queste sere d’inverno,
quando il sole scolora nel grigio e nel freddo;
quando sarà più facile
trovare, insieme,
l’alba dentro l’imbrunire.

Pablo Neruda

*

Prolungamento di un bacio

Ieri ti ho baciato sulle labbra.
Ti ho baciato sulle labbra. Intense,
rosse. Un bacio così corto
durato più di un lampo,
di un miracolo, più ancora.
Il tempo
dopo averti baciato
non valeva più a nulla
ormai, a nulla
era valso prima.
Nel bacio il suo inizio e la sua fine.

Oggi sto baciando un bacio;
non solo con le mie labbra.
Le poso
non sulla bocca, no, non più
– dov’è fuggita? –
Le poso
sul bacio che ieri ti ho dato
sulle bocche unite
dal bacio che hanno baciato.
E dura questo bacio
più del silenzio, della luce.
Perché io non bacio ora
né una carne né una bocca
che scappa, che mi sfugge.
No.
Ti sto baciando più lontano.

Pedro Salinas

*

Quando ti bacio

Quando ti bacio
non è solo la tua bocca
non è solo il tuo ombelico
non è solo il tuo grembo
che bacio
io bacio anche le tue domande
e i tuoi desideri
bacio il tuo riflettere
i tuoi dubbi
e il tuo coraggio
il tuo amore per me
e la tua libertà da me
il tuo piede che è giunto qui
e che di nuovo se ne va
io bacio te
così come sei
e come sarai
domani e oltre
e quando il mio tempo sarà trascorso.

Erich Fried

*

Il bacio

Poi lei si rigirò su un fianco,
posò il capo sul mio braccio.
La guardai.
Tutto il cielo e la terra
si specchiavano nei suoi occhi.
Seguitammo a guardarci.
Mi pareva che avrei potuto
annegarci nei suoi occhi.
Poi l’accarezzai sul viso,
ci baciammo, la trassi a me.
La strinsi.
Con l’altra mano
le frugavo fra i capelli.
Fu un bacio d’amore,
un lungo bacio di puro amore.

Charles Bukowski

*

Brano scelto da Una lacrima e un sorriso, 1914.

Il primo bacio è il primo sorso del calice riempito dagli dèi alla limpida fonte dell’Amore. Il confine tra il dubbio che rattrista il cuore e la certezza che lo rallegra. Il primo verso nel cantico della vita celeste; il primo capitolo della storia dell’uomo nello spirito. Un legame tra la meraviglia del passato e lo splendore del futuro; che unisce il silenzio del sentimento alla sua canzone. Una parola pronunciata da quattro labbra, che fa del cuore un trono, dell’amore un sovrano e dell’appagamento una corona.

Un soffice tocco, simile alle dita della brezza quando sfiora la rosa, portando un sospiro di gioia e un dolce lamento. Il principio del turbamento e il tremore che separano gli amanti dal mondo della materia e li trasportano nei territori dell’ispirazione e dei sogni. E se il primo sguardo è come il seme che la dea dell’amore semina nel campo del cuore umano, il primo bacio è il primo fiore sul primo ramo dell’albero della vita.

Kahlil Gibran

Riproponiamo: Rubens, Le conseguenze della guerra – sassi d’arte scelti da AnGre

Los_horrores_de_la_guerra

Rubens, Le conseguenze della guerra (1638)

olio su tela, cm 394 x 295 – Firenze, Galleria Palatina

*

In una lettera inviata all’amico e pittore Justus Sustermans, Rubens descrive con grande precisione l’iconografia di quest’opera, che vuole essere un’invettiva contro la guerra e le sue atrocità, con particolare riferimento alla guerra dei Trent’anni, all’epoca in pieno svolgimento.

Los_horrores_de_la_guerraVenere, dea dell’Amore, alle cui morbide gambe si aggrappa Cupido, cerca inutilmente di trattenere Marte, trascinato invece dalla furia Aletto, che tiene una torcia in mano. Nella sua avanzata impetuosa, il gruppo schiaccia una madre che abbraccia il figlioletto, allusione alla prosperità delle nazioni, travolge una fanciulla con un liuto, personificazione della musica, e un uomo con un compasso e un capitello di marmo, personificazione dell’architettura.

I fogli strappati e sparsi sotto ai piedi di Marte alludono alla distruzione delle lettere e delle scienze umane. Alle spalle di Venere, Europa, vestita di nero, si dispera invano difronte al tempio di Giano, le cui porte aperte sono segno della guerra in corso. Accanto all’edificio siede un puttino, che tiene in mano il globo con la croce, simbolo dell’Europa unita sotto il segno del cristianesimo, lasciato momentaneamente in disparte dalla donna disperata.

[Rubens, I capolavori dell’arte – Corriere della sera]

Los_horrores_de_la_guerra

Paul Celan, tre poesie

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Tre poesie di Paul Celan 

***

Già sono posati i cavi
per collegare la felicità
dietro di te
e le sue ben munite
linee d’emergenza,

nelle città ausiliari,
rivolte a te,
dove a spruzzo diffondono
generatori di salute,
delle melodiche antitossine
annunciano
lo sprint finale
attraverso la tua coscienza.

*

Da Luce coatta e altre poesie postume, trad. Giuseppe Bevilacqua.

~

Corona

L’autunno mi bruca dalla mano la sua foglia: siamo amici.
Noi sgusciamo il tempo dalle noci e gli apprendiamo a camminare:
lui ritorna nel guscio.

Nello specchio è domenica,
nel sogno si dorme,
la bocca fa profezia.

Il mio occhio scende al sesso dell’amata:
noi ci guardiamo,
noi ci diciamo cose oscure,
noi ci amiamo come papavero e memoria,
noi dormiamo come vino nelle conchiglie,
come il mare nel raggio sanguigno della luna.

Noi stiamo allacciati alla finestra, dalla strada ci guardano:
è tempo che si sappia!
È tempo che la pietra accetti di fiorire,
che l’affanno abbia un cuore che batte.
È tempo che sia tempo.

È tempo.

*

da Papavero e memoria, 1952, trad. di Giuseppe Bevilacqua.

~

Espembaum (Pioppo)

Dente di leone, così verde è l’Ucraina.
La mia bionda madre non tornò a casa.

Nube di pioggia, tu ti trattieni ai bordi delle fonti?
La mia sommessa madre piange per tutti.

Stella rotonda, tu stringi il nodo al nastro dorato.
Di mia madre il cuore si piagò di piombo.

Porta di quercia, chi ti scardinò?
La mia mansueta madre non può giungere.

*
da Mohn und Gedächtnis, trad. di Anna Maria Curci (dal web)

***

Paul Celan (Czernowitz, Bucovina, 1920 – Parigi 1970) poeta rumeno di origine ebraica, ha scritto in lingua tedesca; scampato allo sterminio nazista, visse dal 1948 a Parigi, dove morì suicida. La sua poesia, influenzata da Mallarmé, dall’espressionismo e dal surrealismo, esprime le sofferenze del poeta, della sua famiglia e del suo popolo e la tragedia dei sopravvissuti (Papavero e memoriaMohn und Gedächtnis, 1952) e col passare del tempo il linguaggio diventa sempre più metaforico ed evocativo: la lingua realistica diventa, così, inutilizzabile in quanto lingua di quel potere che ha reso possibili crimini atroci. La parola poetica si fa quasi evanescente e le poesie si compongono di spazi vuoti e delle parole che sono state strappate al silenzio. L’apertura al Dio ebraico in La rosa di Nessuno (Die Niemandsrose, 1963) non cancella la solitudine e l’abbandono, che nemmeno la speranza di libertà, rinata dopo il viaggio a Gerusalemme (Dimora del tempoZeitgehöft, postumo 1976), ha potuto colmare.

J.R.Wilcock, due poesie

Due poesie di Juan Rodolfo Wilcock (Buenos Aires, 1919 – Lubriano, 1978) è stato un poeta, scrittore, critico letterario e traduttore argentino naturalizzato italiano.

*

Amanti

L’amore che fa dolce chi aspro era
non si concede ai gregari.
L’amore che ordina le varie percezioni
non resiste alle musiche volgari.
L’amore che fa azzurri l’acqua e l’aria
non può tutto transustanziare.
L’amore che dà senso al mondo esterno
ama il silenzio, la solitudine, il mare

Tu fuso di fuoco interno,
casta rosa radioattiva,
che il transitorio in eterno
muti nella fiamma viva,
effluvio della materia
per te spirito rifatta,
e della nostra miseria
singola ricchezza astratta,
tu brace di ghiaccio emani
la tua immortalità
solo a chi ha pure le mani
dalla comune viltà.

~

Comunque sia, questo mondo è per te

Comunque sia, questo mondo è per te.
Mi sono domandato molte volte
a che serviva, e non serviva a niente,
ma adesso grazie a te ritorna utile.
Fa il conto della merce abbandonata
da Dio e prendila, l’hanno fatta per te
millenni di uomini che non ti conoscevano
ma che cercavano di prefigurare
in templi e tombe di roccia e biblioteche
uno stupore come quello che effondi
quando sorridi e fai fermare il tempo
e tutti ammutoliscono rapiti
e ti alzi e dici, «io me ne vado a letto».
Dormi, al risveglio sarà lì il tuo retaggio:
una città che fu famosa assai,
un fiume sporco cantato dai poeti,
il cinema dove hanno ucciso Giulio Cesare;
e intorno valli, montagne, mari, oceani,
e capitali, e continenti e selve,
e piramidi, e versi, e adoratori
della tua forma esterna o quella interna
e in alto il cielo e il sole e le stelle e la luna
e sulla terra le bestie ubbidienti
a te che infine vieni a giustificare
la loro straordinaria varietà.
È tutto tuo e non finisce mai.

Cesare Pavese, Donne appassionate

Gauguin - Fatata Te Miti (Near The Sea)

Donne appassionate di Cesare Pavese
.
Le ragazze al crepuscolo scendono in acqua,
quando il mare svanisce, disteso. Nel bosco
ogni foglia trasale, mentre emergono caute
sulla sabbia e si siedono a riva. La schiuma
fa i suoi giochi inquieti, lungo l’acqua remota.
.
Le ragazze han paura delle alghe sepolte
sotto le onde, che afferrano le gambe e le spalle:
quant’è nudo, del corpo. Rimontano rapide a riva
e si chiamano a nome, guardandosi intorno.
Anche le ombre sul fondo del mare, nel buio,
sono enormi e si vedono muovere incerte,
come attratte dai copi che passano. Il bosco
è un rifugio tranquillo, nel sole calante,
più che i greto, ma piace alle scure ragazze
star sedute all’aperto, nel lenzuolo raccolto.
.
Stanno tutte accosciate, serrando il lenzuolo
alle gambe, e contemplano il mare disteso
come un prato al crepuscolo. Oserebbe qualcuna
ora stendersi nuda in un prato? Dal mare
balzerebbero le alghe, che sfiorano i piedi,
a ghermire e ravvolgere il corpo tremante.
Cl son occhi nel mare, che traspaiono a volte.
.
Quell’ignota straniera, che nuotava di notte
sola e nuda, nel buio quando muta la luna,
è scomparsa una notte e non torna mai più.
Era grande e doveva esser bianca abbagliante
perché gli occhi, dal fondo del mare, giungessero a lei.

.

(da Lavorare stanca, 1936 — in apertura, opera di Paul Gauguin)

 

Due poesie di Eugenio Montale

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Due poesie di Eugenio Montale

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
Perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

~

Esitammo un istante
e dopo poco riconoscemmo
di avere la stessa malattia.
Non vi è definizione
per questa mirabile tortura,
c’è chi la chiama spleen
e chi malinconia.
Ma se accettiamo il gioco
ai margini troviamo
un segno intelleggibile
che può dar senso al tutto.

L’Annunciazione segreta di Giorgio Chiantini – sassi d’arte

Ph.GiorChi

Un luogo non è mai solo ‘quel’ luogo: quel luogo siamo un po’ anche noi.
In qualche modo, senza saperlo, ce lo portavamo dentro
e un giorno, per caso, ci siamo arrivati.
(Antonio Tabucchi)
.
Sono venuto tante volte qui nella Basilica di S. Cecilia a Roma (Clicca QUI per leggere a riguardo e vedere i dettagli delle foto), in questo luogo magico tra gli affreschi che amo di Pietro Cavallini. Tuttavia non mi ero mai accorto che proprio quando sei davanti alla parete che li contiene, nel lato destro alle tue spalle e guardando nell’interno di un muro di contenimento, si può vedere ciò che rimane di una Annunciazione. Il periodo dovrebbe essere sempre lo stesso, quello del XIII secolo, ma la mano che l’ha eseguita certamente non è quella del Cavallini.
Ph.GiorChi 2022.
_
L’anonimo autore, probabilmente da ricercare nella cerchia dei suoi aiuti, ha stile completamente diverso: non giottesco, come gli altri affreschi della parete, ma tardo gotico con i due soggetti che sembrano addirittura dipinti da mani diverse.
,
L’arcangelo Gabriele, a prima vista, sembra realizzato rifacendosi agli angeli del Cavallini della parete principale e probabilmente l’aiuto potrebbe aver usato proprio un cartone già adoperato dal Maestro per copiarlo, non ottenendo certo gli stessi risultati. La Madonna, bella, composta e dall’aspetto elegante, appare legata ancora, nella sua composizione, alla tradizione gotica bizantina; le colorazioni cromatiche riprendono, invece, con la loro intensa vivacità, l’affresco principale (nella foto a lato, si può notare proprio il confronto con gli affreschi di Pietro Cavallini riportati sulla sinistra).
,
Rimango affascinato da tutto questo e da come queste opere, dopo tanto tempo,  continuino ancora a parlare e a suggerire domande su chi e come abbia realizzato quei dipinti. Certo è che la bellezza e i segreti che ancora avvolgono questi affreschi e la capacità del Cavallini di aver realizzato tutto questo, probabilmente prima di Giotto (nel cantiere della Basilica francescana di Assisi la presenza di Pietro Cavallini è accertata e confermata), continua ad appassionare la Storia dell’arte, che su tanto prosegue a scrivere pagine inattese.
.
Su questa Annunciazione (completa nella foto in basso, scattata nella obiettiva difficoltà della collocazione e corretta verticalmente, in quanto il punto di ripresa è distante in altezza dall’affresco) non ho potuto trovare, sia on line che sui testi d’arte in mio possesso, nulla di più di ciò che ho scritto. È benvenuto chiunque possa arricchire questo post  con  ulteriori spiegazioni e/o interpretazioni. [Giorgio Chiantini]
.
Ph.GiorChi

Due poesie di Raymond Carver

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L’OROLOGIO DI KAFKA

————————————————da una lettera
Ho un impiego con un misero salario di 80 corone e
otto, nove ore di lavoro che non finiscono mai.
Divoro il tempo libero dall’ufficio come una belva feroce.
Spero un giorno di potermi sedere in un altro
paese e guardare fuori dalla finestra verso campi di canna da zucchero
oppure cimiteri maomettani.
Non è tanto del lavoro che mi lamento quanto
della lentezza di questo tempo paludoso. Le ore d’ufficio
non si possono dividere! Sento la pressione
di tutte le otto, nove ore anche nell’ultima
mezz’ora della giornata. È come un viaggio in treno
che dura giorno e notte. Alla fine ci si sente
completamente schiacciati. Non si pensa più agli sforzi
della locomotiva o ai colli o alle pianure
attorno, ma si dà la colpa di tutto quel che succede
al proprio orologio. L’orologio che si continua a tenere
sul palmo della mano. Poi lo si scuote. E lo si porta lentamente
all’orecchio, increduli.
.
.
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VEGLIA

Attesero tutto il giorno che il sole si affacciasse. Poi,
nel tardo pomeriggio, come un buon principe,
finalmente fece una breve apparizione.
Sfavillò dall’alto sulla cengia ai piedi
delle cime che s’ergevano dietro la casa in prestito.
Ma poi calarono di nuovo le nuvole.
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Erano abbastanza felici, ma per tutta la serata
le tende s’agitarono melanconiche,
frusciando davanti alle finestre aperte. Dopo cena
loro uscirono fuori sul balcone.
Da dove sentirono il fiume che piombava nella gola e,
più da presso, lo stridio degli alberi, i sospiri dei rami.
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L’erba alta giurava di stormire per sempre.
Lei gli mise una mano sul collo. Lui le sfiorò una guancia.
Ma da ogni dove spuntarono pipistrelli e li ricacciarono in casa.
Una volta dentro, chiusero tutte le finestre. Si tennero a distanza.
osservarono una processione di stelle. E, di tanto in tanto,
creature che si gettavano in picchiata davanti alla luna..
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Raymond Carver (Clatskanie, 25/5/1938 – Port Angeles, 1988), Orientarsi con le stelle – Tutte le poesie (Minimum fax).
Immagine: due illustrazioni di Christian Schloe
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Mark Strand, due poesie

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Due poesie di Mark Strand (1934 – 2014), poeta, critico letterario e accademico canadese naturalizzato statunitense.

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Dal lungo party triste

Qualcuno stava dicendo
qualcosa riguardo ombre che coprono il campo, riguardo
lo scorrere dell’esistenza, di come ci si addormenti verso il mattino
ed il mattino passi.

Qualcuno stava dicendo
di come il vento muoia ma poi ritorni,
di come le conchiglie siano le bare del vento
ma il tempo continui.

Era una lunga notte
e qualcuno disse qualcosa riguardo a come la luna perdeva il suo
bianco
sul freddo campo, come non ci fosse nulla davanti a noi
oltre le solite cose.

Qualcuno menzionò
una citta in cui era stata prima della guerra, una stanza con due
candele
contro un muro, qualcuno che danzava, qualcuno che guardava.
Cominciamo a credere

che la notte non avrebbe avuto termine.
Qualcuno stava dicendo che la musica era finita e nessuno
se n’era accorto.
Allora qualcuno disse qualcosa riguardo i pianeti, riguardo le
stelle,
di quanto fossero piccole, quanto fossero lontane.

***

C’è un’isola nelle tenebre, un luogo di sogno
dove il frusciare del vento vaga su prati bianchi
e scarmiglia le foglie alle piante, le piante alte
venate d’oro che lì fiancheggiano i viali;
e i nuovi arrivati sono felici d’essere le sericee
vestigia di ciò che son stati ma non sanno ricordare;
si muovono al rumore degli astri, che pure è immaginato,
ma a chi importa… le colonne levigate che scorgono
può darsi non siano che fasci di luce, ma per chi
persevera a vivere nel fulgore delle proprie vestigia
ciò conta poco. C’è un’isola
nelle tenebre e tu ti ci troverai, prometto, tu
sarai con me in paradiso, nell’unica stagione dell’essere,
nel luogo del per sempre, tu troverai te stesso. E là
le foglie muteranno colore e mai cadranno, là il vento
canterà e sarà la tua voce come fosse la prima volta.

Traduzioni di Damiano Abeni

Nâzim Hikmet, Notturno in tram a Berlino

Notturno in tram a Berlino

La vecchiaia la solitudine e io
E poi una malinconia tutti
E quattro camminiamo fianco a fianco senza parlarci
Ciascuno cammina solo ma siamo
L’uno a fianco dell’altro
Che cosa non avremmo dato gli uni
E gli altri per non sentire
Il rumore dei passi gli uni degli altri
Dentro di noi abbiamo pietà imprechiamo
Gli uni contro
Gli altri ma ci amiamo perchè non crediamo
Gli uni negli altri
Che cosa non avremmo dato per arrivare
A un incrocio e infilare presto
Quattro strade diverse ma non so
Se uno di noi morisse se
Quelli che restano sarebbero contenti
La vecchiaia la solitudine e io
E poi una malinconia tutti e
Quattro camminiamo fianco a fianco
La notte prendiamo il tram i tram
Che non sappiamo dove vadano
La notte i tram puliti larghi a tre vagoni ci portano in
Qualche luogo con stridori sferragliamenti
A un tratto si levano davanti a noi
Dei muri bruciati e sotto
Il riverbero dei lampioni marciano
Diritti e testardi verso di noi
Delle finestre appaiono davanti a noi
E vengono in folla verso
Di noi schiacciandosi l’una con l’altra
Finestre che non hanno né vetri né  infissi
Che non sono finestre
Delle stanze degli uomini ma finestre del vuoto
Passiamo davanti alle porte senza battenti le porte
Che aprono su nulla
Sui marciapiedi degli uomini con tre punti
Sopra il bracciale aspettano il tram
Sono appoggiati sui loro bastoni
Dalle punte di gomma
Non so se tutti i muti sono anche dei sordi
Ma certo la maggior
Parte dei ciechi sono dei ciechi
Con gli occhi aperti e le luci dei
Tram cadono nei loro occhi aperti ma loro
Non si rendono conto
Che la luce cade nei loro occhi
Vecchie bigliettaie stanche fanno salire
I ciechi sui tram
Donne che mi avete guidato teneramente
Tenendomi per mano
A quasi tutte voi non ho dato che qualche poesia
E forse un po’ di tristezza
Sono grato a voi tutte
Traversiamo le tenebre degli spiazzi vuoti
Dove crescono i ciuffi d’erbacce
I tram traversano le piazze i cui palazzi barocchi
Sono distrutti
E le pietre bruciate spezzate si somigliano
Talmente che la testa
Ci gira e giriamo in tondo
Questa città è tutta bucata perchè ha mandato
I suoi soldati
A distruggere altre città
Ho visto città rase al suolo avevano mandato
I loro soldati a distruggere
Altre città e i soldati delle altre città le avevano
Rase al suolo
Ho visto città che preparavano i loro soldati
Per mandarli
A distruggere altre città ed essere distrutte esse stesse
Dei violinisti salgono in tram con le scatole
Dei violini sotto
Il braccio e i loro lunghi capelli tristi non riescono a
Nascondere la loro calvizie
Questo agosto è forse l’ultimo agosto del mondo
Ha chiesto uno dei
Violinisti alla bigliettaia in una lingua
Che non conosco
Sulle piattaforme dei tram ci sono dei giovani
In collera
Credo ch’essi stessi non sappiano perchè e contro
Chi sono in collera
Che ora sarà adesso all’avana amore mio
Sarà notte o giorno
Le ragazze scendono dai tram
Le loro gambe sono abbastanza ben fatte
Senza fare un gesto seduto dove sono le seguo
E sotto il ponte
Di pietra sento vicinissimo al mio viso il calore
Delle loro bocche e
Volto la testa a una giovane donna che mi tocca
La spalla senza ch’io sappia dov’è
I suoi capelli son paglia d’oro le sue ciglia azzurre
Il suo collo bianco è lungo e rotondo
Alle fermate vecchie donne terribili con cappelli di
Paglia nera traversano le rotaie tenendosi per mano
L’uomo seduto alla mia destra s’è inabissato
Dentro se stesso
S’è perduto dentro se stesso
È così lo so è così che la vecchiaia comincia
Tuttavia non è in mio potere non cadere nelle
Onde tristi
Così comincia la vecchiaia
L’uomo seduto alla mia destra è caduto ancora
Nelle onde tristi
Alla porta del deposito siamo scesi dall’ultimo tram
Rientriamo a piedi
Tutti e quattro
La vecchiaia la solitudine e io e poi una malinconia
Quando arriviamo all’albergo il sole
Comincia a spuntare
Nella nostra stanza apriamo la radio
Parla dei vascelli cosmici.

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Nâzım Hikmet (1902 – 1963), in italiano spesso scritto Nazim Hikmet, all’anagrafe Nâzım Hikmet Ran è stato un poeta, drammaturgo e scrittore turco naturalizzato polacco. Definito “comunista romantico” o “rivoluzionario romantico”, è considerato uno dei più importanti poeti turchi dell’epoca moderna.

Versi di Guido Gozzano

Guido Gozzano (1883 – 1916)

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Il gioco del silenzio 

Non so se veramente fu vissuto
quel giorno della prima primavera.
Ricordo – o sogno? – un prato di velluto,
ricordo – o sogno? – un cielo che s’annera,
e il tuo sgomento e i lampi e la bufera
livida sul paese sconosciuto…

Poi la cascina rustica sul colle
e la corsa e le grida e la massaia
e il rifugio notturno e l’ora folle
e te giuliva come una crestaia,
e l’aurora ed i canti in mezzo all’aia
e il ritorno in un velo di corolle…

– Parla! – Salivi per la bella strada
primaverile, tra pescheti rosa,
mandorli bianchi, molli di rugiada…
– Parla! – Tacevi, rigida pensosa
della cosa carpita, della cosa
che accade e non si sa mai come accada…

– Parla! – seguivo l’odorosa traccia
della tua gonna… Tutto rivedo
quel tuo sottile corpo di cinedo,
quella tua muta corrugata faccia
che par sogni l’inganno od il congedo
e che piacere a me par che le spiaccia…

E ancor mi negasti la tua voce
in treno. Supplicai, chino rimasi
su te, nel rombo ritmico e veloce…
Ti scossi, ti parlai con rudi frasi,
ti feci male, ti percossi quasi,
e ancora mi negasti la tua voce.

Giocosa amica, il Tempo vola, invola
ogni promessa. Dissipò coi baci
le tue parole tenere fugaci…
Non quel silenzio. Nel ricordo, sola
restò la bocca che non diè parola,
la bocca che tacendo disse: Taci!…

~

L’assenza

Un bacio. Ed è lungi. Dispare
giù in fondo, là dove si perde
la strada boschiva, che pare
un gran corridoio nel verde.

Risalgo qui dove dianzi
vestiva il bell’abito grigio:
rivedo l’uncino, i romanzi
ed ogni sottile vestigio…

Mi piego al balcone. Abbandono
la gota sopra la ringhiera.
E non sono triste. Non sono
più triste. Ritorna stasera.

E intorno declina l’estate.
E sopra un geranio vermiglio,
fremendo le ali caudate
si libra un enorme Papilio…

L’azzurro infinito del giorno
è come seta ben tesa;
ma sulla serena distesa
la luna già pensa al ritorno.

Lo stagno risplende. Si tace
la rana. Ma guizza un bagliore
d’acceso smeraldo, di brace
azzurra: il martin pescatore…

E non son triste. Ma sono
stupito se guardo il giardino…
stupito di che? non mi sono
sentito mai tanto bambino…

Stupito di che? Delle cose.
I fiori mi paiono strani:
Ci sono pur sempre le rose,
ci sono pur sempre i gerani…