Ospite ed ospiti della rubrica “Gioielli rubati” di Flavio Almerighi

Inizio col dire grazie di cuore a Flavio per aver inserito i miei versi in questa sua pregevole rubrica di ricerca di poesia contemporanea attraverso i mezzi telematici, social e blog. Quindi, saluto i poeti che conosco e di cui conosco la bravura e sono contenta di ospitare a mia volta nomi che leggo per la prima volta. Una scelta, quella di questi “gioielli rubati” n.108, che ha il sapore del viaggio fatto fino a questo atipico settembre e che, al contempo, ha il gusto di un bagaglio utile per i mesi a venire, ricco di spunti e inviti e ricordi e riflessioni…mi piace risuonare tra queste voci, in questa agorà poetica, qual è il blog di Flavio. [AnGre]

*

Gioielli Rubati 108: Anna Maria Curci – Gisella Canzian – Sebastiano A. Patanè-Ferro – Elena Milani – Marco G. Maggi – Maria Natalia Iiriti – Barbara Auzou – Angela Greco.
.
dal blog amArgine di Flavio Almerighi, 6 settembre 2020 (QUI)
.
.
Asphaleia
a Otello Guidi, viandante e amico
Un passo dopo l’altro hai insegnato
di una via che tu sai aspra e succosa.
Che foggia hanno i tuoi sandali-scarponi?
Non paventano sdrucciole o altri suoni
.
pregressi, già scanditi o risuolati,
magari in lingue irte di sentieri.
Fitta la mappa ne disegni ancora
della solidità, tu che precedi.
.
Anna Maria Curci
.
.
*
.
.
Non sono un granello di sabbia
se non per il tempo in cui le mosche ci si appoggiano –
convinte di albergare su feccia
cospargerla di saliva
e succhiarla.
.
E’ nella decomposizione
la gestazione di nuove larve – l’ecosistema resiste
e gli uccelli non perderanno il loro trono.
.
Gisella Canzian
.
.
*
.
.
[i poeti muoiono prima della quiete
senza il conforto di quella parola
che hanno cercato da sempre
quel suono mai definito che voleva dire amore
ma era un’altra cosa]
.
Sebastiano A. Patanè Ferro
.
.
*
.
.
Ho fatto tutto nuovo
ogni giorno.
.
Dai nostri anni
è nato l’oggi
Una torta di trentanove piani
senza ascensore
ci porta al belvedere.
Sembra ieri il giorno dei confetti,
la sua vigilia già abitata da noi.
Gli amici in casa da giorni,
la cucina profumata di maionese
e il bimbo che gattonava da un giorno.
Mia madre faceva avanti e indietro dal negozio
ora partecipando,
ora ostacolando.
Mio padre con il Grand Marnier in mano
e un viva la vita in tasca.
Beppe aveva il divieto di farsi un goccetto
ed io ero carica di bigodini.
Tu eri indifferente, ma sorridevi,
mi avevi già sposata anni prima,
dal primo momento,
le nozze erano una festa più grossa
per il tuo compleanno .
Assi e cavalletti ,tovaglie prese in prestito.
Don Abbondio chiuso in canonica
stava per sciogliere la scomunica.
.
Due ragazzi nel sole
e un bimbo in volo da un braccio all’altro.
.
30 agosto 81
mi sposavi.
.
Elena Milani
.
.
*
.
.
Anna e Mario
.
Sembrava quasi ritornato il silenzio
forse non tutto viene per nuocere:
almeno c’è più tempo per pensare
e nel cielo ho rivisto un’azzurrità
come non incontravo da ragazzo
.
Con Mario nell’orto mettevamo canne
per far crescere fagioli e tümàtic**
adesso anche Anna lo ha raggiunto
e poi dicono che c’è una sola madre
.
Siamo cresciuti soli nella tempesta
senza riuscire a trattenere il vento.
.
**di probabile provenienza austroungarica, nel mio dialetto sta per pomodori.
Marco G. Maggi
.
.
*
.
.
Non so cosa fare di questa notte di luna piena, lucida come un metallo prezioso.
Non esiste morale in notti come questa, ma un finale scontato.
Agosto è finito e nemmeno io mi sento in forma smagliante.
Non so cosa farmene di questa ultima notte di agosto.
E tu, ottavo mese dell’anno, feroce e crudele, sei arrivato fino in fondo ai tuoi giorni.
Testardo e tenace come una tartaruga che riesce a diventare adulta,sopravvivendo agli ami e alla plastica tossica, viene a deporre il suo bottino sulla stessa spiaggia che ha conosciuto nascendo.
Magari la notte era la stessa, di fine agosto, di luna piena.Di poca gente e una lunga fila di ombrelloni spenti.
Il finale della storia è a sentimento. Gli ingredienti li lascio sulla sabbia: perplessità, fragilità, nostalgia, sale e peperoncino a occhio e croce. Prego, servitevi, pure.
Non esiste morale in notti come questa, ma un finale banale.
Stanotte non dormirò: veglierò sull’inizio di una nuova storia.
.
Maria Natalia Iiriti
.
.
*
.
.
Di nuovo
.
Sono tornati nello stomaco e negli occhi
tutti i sogni dal più furtivo al più profondo
Non conosco altri modi per esistere e alimentare la mia guerra
tutto ciò che è aperto fiorisce in tutto ciò che è chiuso
racconto ancora i sorrisi incespicati della margherita
cento volte respinti dalla sua vita ieri, dimmelo di nuovo
mentre balla fino all’ultimo passo nonostante
la lancia del vento che l’attraversa
.
Barbara Auzou (trad.di Flavio Almerighi)
.
.
*
.
.
S’insinua un pensiero
.
Un caprifico veglia
sulla soglia di casa,
sulla ferocia e sulla rovina
dell’ultimo ruggito di agosto.
.
Col trascorrere dei chilometri
s’insinua un pensiero.
Sassi e ossa conoscono
il tempo e il suo procedere.
.
Angela Greco
.
.
***
.
Si ringrazia di cuore l’autore dell’articolo originale, sul cui blog, al link in apertura, è possibile riscontrare le fonti da cui sono tratti i versi.
.
.

Un inedito e tre domande ad Angela Greco a cura di Flavio Almerighi

Ascolta & Leggi: un inedito e tre domande ad Angela Greco (feat. Mike Oldfield)

(dal blog Almerighi che si ringrazia di cuore)

*

Ospite oggi è Angela Greco, che ringrazio per l’estrema disponibilità, sia nel regalare ai lettori del blog questo formidabile inedito, sia per aver risposto alla mini intervista qui sotto. [Flavio Almerighi]
.
della pioggia è rimasta
la rosa imperlata di domande;
gocce minime di cielo in attesa
di mani capaci di tessere
una speranza.
.
.
§
Il primo giorno dopo la domenica
nemmeno l’angelo ha voglia di partecipare;
la primavera si fa giorno già lontano.
.
In quale stagione siamo?
.
Voli d’uccelli confusi dicono che
ieri abbiamo lasciato qualcosa,
in un luogo che non è più lo stesso.
.
Oltre il vetro di questa finestra,
il sole accenna un momento di luce;
o, forse, è l’illusione di quel che eravamo.
.
.
§
In questo tempo fermo
il viaggio è un odore, un profumo
da lontano, le mani belle,
ora che non si può toccare nulla
senza timori, senza pensieri.
.
La mattina dal letto di ferro
si alza verso la penna;
righi dritti tradiscono equilibrio,
per poi scendere man mano
verso l’angolo dimenticato.
.
Pezzi di carta da ricomporre
nel vano tentativo di ricomporsi.
.
.
§
A te Vengo Errante, madre,
mentre pronuncio ogni nome,
ogni dolore e ancor più
ogni silenzio, che tu sai bene udire.
.
Prego riscrivendo parole,
cercando in un altrove, ricordando.
E tu, anche, prega
anche per noi, adesso,
in questo momento
passato già nel dire
e non ancora prossimo,
se non per più alta volontà.
.
Adesso, che non abbiamo altro,
se non il cielo, nell’ora più difficile
e ad ogni nuova morte,
nostra e non solo nostra.
.
.
*
.
1) Dove sta andando la tua Poesia?
.
Alla luce di quanto vissuto nella prima metà di questo 2020 continuare a scrivere poesie senza pormi interrogativi iniziava a non corrispondere più al bisogno interiore che ho iniziato ad avvertire già da tempo e di cui il mio ultimo edito contiene i prodromi. Scrivere per scrivere, belle parole da affidare ad un foglio, magari anche un po’ ruffiane per accattivarsi il plauso dei lettori non mi è mai appartenuto, ma ancor di più in questo momento di crisi, di incertezza, di paura. A metà febbraio ho chiuso quella che sarà la prima sezione del prossimo libro; a marzo, ho continuato a scrivere versi, ma qualcosa era cambiato nel tono, nell’umore, nella forma, nella visuale. Di questa mutazione ho preso consapevolezza solo da poco e per questo ho accettato di inviarti alcuni inediti, che reputo di transizione. Transizione che spesso è accaduta nella mia poesia, ma, che in questo periodo, è stata supportata da una vera e propria crisi personale, scatenata dalla situazione generale. Non sto qui a dire quel che fisiologicamente mi è accaduto, perché sono accadimenti che leggo essere stati comuni a molti, ma l’espressione più significativa di quello che a tutti gli effetti è stato un cambiamento, lo ha subito proprio la poesia. Dove stia andando non lo so, non l’ho mai saputo, a me basta che non si fermi, che non stagni, ma ancor più non posso saperlo oggi, dove va la mia poesia. Sicuramente siamo in ricerca, io e la mia poesia, ma se ieri dicevo che la mia poesia ricercava nel linguaggio la contemporaneità e l’essere umano in essa, oggi ti dico che sono proprio io come persona a cercare l’Uomo o quel che resta di esso a rischio anche di mettere da parte la stessa Poesia. Credo che questa ricerca sia un percorso quasi obbligato alla mia età, nel mezzo di quel cammino così bene cantato dal nostro padre Dante, se si vuole davvero essere parte della Storia e non «un’immensa moltitudine d’uomini, una serie di generazioni, che passa sulla terra, sulla sua terra, inosservata, senza lasciarvi traccia» di manzoniana memoria.
.
.
2) Puoi spiegare meglio il legame tra la tua terra e la tua poesia?
.
La mia terra, la pre-Murgia tarantina e l’arco ionico delle Gravine (geograficamente è il comprensorio specifico dove ricade la mia Massafra) sono un luogo antichissimo, custode di testimonianze fin dalla Preistoria, luogo di passaggio, finibus terrae e al contempo inizio, porta per altre terre; una terra, la Puglia in generale, estremamente variegata e straordinariamente ricca di suggestioni della quale, nonostante la mia origine franco-provenzale per parte di madre e che pure riconosco in tanti aspetti di me, mi sento felicemente parte. La mia terra è davvero madre per me ed è, soprattutto, la mia musa, inesauribile, dalla quale ho imparato tenacità e testardaggine, caratteristiche che accomunano persone, piante e animali di queste mie zone e rivelatesi molto utili proprio nei momenti meno luminosi. Sai, ci sono stati momenti in cui si è creato letteralmente il vuoto attorno a me, per svariate cause, e sai, invece, chi era al mio fianco? La mia terra. Si, lei per me è viaggio e Itaca nello stesso momento e il legame che si avverte tra la mia poesia e i miei luoghi è lo stesso che, anche senza parole, c’è tra chi partorisce e chi viene al mondo. Legame che soffre le inevitabili fasi fisiologiche della crescita, ma che sai essere indissolubile anche nei momenti peggiori. La mia poesia è la mia terra fatta parola e tramandata a chi verrà.
.
.
3) Come vedi lo stato attuale dell’arte della poesia nel nostro Paese?
.
Il periodo di emergenza sanitaria ha decretato la salita in cattedra della retorica e non solo in ambito poetico. Sembra che si siano rotte le cateratte del cielo del dire quel che l’altro vuole sentirsi dire e ho notato un fiorire esagerato di atti poetici dettati solo dalla circostanza, una brutta regressione di cui, insomma, potevamo farne decisamente a meno, se solo avessimo creduto un po’ di più nella Poesia stessa, che insegna l’attesa, lo stare nel momento per poi dirne successivamente. Invece, metaforicamente, mi è sembrato una sorta di fuggi fuggi generale, nel quale tutti sembravano afflitti dalla sindrome da ultimo giorno e giù a scrivere corbellerie supportati pure dall’uso smodato dei mezzi di comunicazione elettronica, che al meglio hanno fatto luce sulle maschere di questa assurda tragedia vissuta, come se i soggetti non avessero mai più dovuto avere il tempo di rileggere quelle scritture. Io ti confesso che in questi ultimi tre mesi, mi sono fermata sulla sponda del fiume e ho semplicemente aspettato, certa della massima panta rei, preferendo una poesia non dettata dalle strette circostanza, ma che potesse essere (e spero lo sia) memoria e custode degli accadimenti, scritta, insomma col senno del poi per evitare, appunto, di scadere nella retorica, elemento che alla lunga droga, assopisce e fa perdere la voglia di lottare per cambiare lo stato dei fatti. E per me la Poesia deve ancora mirare a questo.
In Italia, non solo in Poesia, mancano sempre la capacità di pensare con la propria testa, un sano discernimento e il coraggio di staccarsi da quel che è consolidato, di dire fuori dal coro, di procedere in prima persona senza accettare il giogo dei vari tritacarne editoriali o scuole di scrittura e di pensiero, che creano greggi ben tutelati e belanti tutti sulla stessa nota, in una omologazione che personalmente tollero ancora meno di sei mesi fa.
.
p.s. Grazie di cuore a Flavio e ai lettori. Avevo davvero voglia di parlare!!

letture amArgine: Tre inediti di Angela Greco

grazie di cuore a Flavio Almerighi!

via letture amArgine: Tre inediti di Angela Greco 

.

συμβάλλω (*)
(settembre 2018)

La pioggia ha benedetto il nodo cruciale della notte;
il vento ha beatificato questo inizio. Nella penombra
un cavallo azzurro scende in direzione del muro opposto.
La curva del suo dire ha la rotondità del risveglio invaso
dalla luce benefica del primo vagito e dell’ultimo ricordo.
I bottoni segnano la nera; bisogna prestare molta attenzione
per non schiantarsi nel fuoripista. I negozi sono ormai chiusi
e l’ultima croce brilla verde e intermittente all’angolo.
Si confondono la vegetazione alle spalle ed i rumori.
[…]
Nella savana metropolitana fiere vanno a fare la spesa
senza nemmeno scomodare artigli e denti; all’ombra
si addomesticano principi e battaglie. Tu, dove abiti?
[…]
Prima della cacciata avevamo piume a sufficienza per
ogni cielo; sapevamo bene la direzione e dove sorgeva.
I tuoi capelli ricci hanno qualcosa di familiare, ma non
ricordo bene il motivo che mi ha condotto fino a te.
Squilla improvviso il telefono tra le mani e scorre
una luce votiva a cui affidare silenzio e attesa. La penna
tace nella tasca, mentre si ricompone senza fretta
il prossimo inverno. Mi stringerai a te sulla soglia bianca,
tra due porte opposte e vetri appannati, appena prima
dell’apocalisse e dei suoi animali al galoppo. Aspetto.
[…]
L’affanno del corso principale intasa l’ingresso alle Poste.
Difetti di comunicazione emergono senza preavviso.
Pagare l’ultima bolletta rende asmatici. Eppure si insiste.
[…]
Questo oggetto spezzato ci avvicina; una metà per uno,
ci inizia. Settembre sembra davvero essere arrivato.
Un dislivello della strada ci riporta occhi negli occhi, ma
preferisco scendere per ascoltare il tuo petto ininterrotto.
Si sciolgono così le braccia e, conserti, rimandiamo tutto
ad un desiderio a data da destinarsi. Il buio vela il gesto e
appari per quello che realmente sei fin da novembre.
Una macchia verde invade la fuga e penso che non sia mai
accaduto un ricordo simile a questo, un ritrovo, una croce
di luce nella macchia scura di un universo in divenire. Accadi.
[…]
Franz Marc aspetta sul tavolo, qui accanto; io, seduta
al mio tavolo e alla mia scrittura, che tu scorra tutti i luoghi
di lavoro. Il rivenditore automatico ci offre una bevanda.
[…]
Sul mare corriamo contro le onde su uno scafo di fortuna,
che ha conservato il motore dopo la tempesta. Ci assomiglia
questa radura d’acqua lasciata al caso e senza ripensamenti
sbarchiamo sull’isola opposta alla piazza. Qui c’è ancora una
forma di peste che ci separa dal resto dell’umanità. Portiamo
addosso i segni di quell’incomprensione senza soffrirne; gli
esiti si attardano in cicatrici cartacee e in questo abbraccio.

__________________
(*) METTERE INSIEME, FAR COINCIDERE

***

Un brano questo a seguire, che accosta tempo e profondità, partendo da un episodio accaduto nella vita dell’autrice proprio nei giorni in cui è nata questa composizione, circa un mese fa. E’ proprio questo attrito tra le ovvie stanchezze di ogni giorno (in cui la vita sembra girare sempre allo stesso modo) e un evento importante legato a una persona venuta a mancare, che crea di nuovo il desiderio mai sopito per la comunicazione persa con chi si è conosciuto nei primi anni di vita, e col quale si sarebbe voluto interloquire molto di più. Il finale è struggente, il bisogno umano che lo crea altrettanto. Signori, questa è Poesia. Questo brano è già stato incluso nella rubrica domenicale “Gioielli Rubati”. (Flavio Almerighi)

OLTRE IL BIANCO

Voglio avere ogni giorno l’età esatta
corrispondente a giorno mese anno
senza altro sforzo, senza aggiungere
null’altro e nemmeno senza togliere
persone fatti ricordi in quest’ordine.
Voglio abbracciare i tuoi occhi verdi,
le tue mani creatrici e anche la pietra
senza altro sforzo, senza aggiungere
null’altro, nemmeno una parola di meno
rispetto al tuo silenzio e alla mia logorrea.

Continuo a chiedere scusa per questo cuore,
affaccendato a vivere, stanco di ragionare.
Adesso che metterò da parte anche i segni
sei sicuro che riuscirai a comprendermi?
Appartengo ad una clessidra che fatica
granello dopo granello, perché non si perda
il rimpiantissimo momento fuggente. E, tu?
Il prezzo dei loculi e tutto il bianco del cimitero
nuovo, non corrispondono al rispetto dovuto;
diventammo civili con il culto dei morti, ma oggi?

Ti direi «abbracciami», ma non ti corrisponde
e hai sempre troppe domande in agguato.
Un altro anno sta passando e «se proprio devo
innamorarmi di qualcuno» sicuramente sarà di te.
Scrivimi, quando arrivi a destinazione.
Scrivimi la destinazione.
Scrivimi.

***

Cambia il colore alla foglia, dalle il rame
per fondere luoghi antichi dove ritrovarsi.

Strade e pietre raccolte all’ombra d’autunno;
la terra ci abita dal principio. Oggi mancano
sfumature d’acqua, volute di conchiglia e tu.
Dimmi, di che colore diventa quel che ci guarda,
quando ti sfioro? La mano non dimentica la carezza,
né l’assolo di silenzio, l’ago e la stella. Dopo, dici?

L’attesa cade dai rami incontro ai tuoi piedi,
stringati nel giorno delle carte, delle bollette
e del viaggio tanto atteso. Arriveremo a Capo Horn
con le rondini in tasca e i piedi nudi; allora dirai
del trascorso e dell’a venire, confluenze oceaniche
e risate, germogli nell’emisfero opposto.

.

.

Angela Greco (AnGre) è nata il primo maggio 1976 a Massafra (TA), dove vive. Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, 2008); in poesia: A sensi congiunti (2012); Arabeschi incisi dal sole (2013); Personale Eden (2015); Attraversandomi (2015); Anamòrfosi (2017); Correnti contrarie (2017); Ora nuda, antologia 2010-2017 (Quaderni di RebStein LXVII, 2017); Ancora Barabba (Youcanprint, 2018).

In apertura: fotografia di Josephine Sacabo, The Writer

letture amArgine: Interno n. 42 di Angela Greco

 dal blog di Flavio Almerighi che ringrazio

Bisogna dirlo senza perifrasi, quando la poesia c’è si riconosce senza nessuno sforzo.
E’ il caso di Angela Greco qui proposta con Interno n. 42, un ottimo inedito. Angela (tra l’altro) sa raccontare attraverso la poesia, sa non perdersi in sciocche banalità di serie, sa cos’è la poesia. La struttura e l’articolazione di questo inedito, come se ce ne fosse bisogno, lo dimostrano ancora una volta.
Ultimamente amArgine si occupa con particolare interesse del fermento che gira intorno alla nuova poesia pugliese, la Greco ne è una delle punte di diamante. Lasciamoci quindi attraversare dalla lettura di questo brano, dalla sua ricchezza di chiari e scuri, dal suo pizzico di surrealismo.
L’eleganza e l’ampia leggibilità dei versi completerà una lettura alquanto soddisfacente fino al dono del rosso di murgia.
(Flavio Almerighi)

*

La sfera dorata dondola al polso;
sei la mia anamorfosi fatta persona.
«Appena ho sentito muovere il letto,
mi sono chiesto, cosa ci facessi qui».
S’allunga il giorno quasi a toccarti;
nella luce un altro cielo sbaraglia
nuvole al suono d’un pomeriggio
di quiete solo apparente. È sabato
e tu sei nella tempesta in agguato.

«Sei una conchiglia mancata – dici –
in grazie e volute, nei vuoti e nei pieni
del vivere, della scrittura, della grafia,
il piacere avvolge, s’avvolge e si cerca,
sonaglio e mantra che ammalia, stupisce,
trance per un mondo mancato per poco,
giusto per resistenza di sopravvivenza.
Merletto veli lo sguardo, acqua ti muovi
attorno alla pietra». «Tu, lasciati attraversare».

In questa distrazione di dio dammi tu la mela;
fatti mordere al risveglio.
Dell’invenzione della luce ci occuperemo
più tardi, appena prima della luna;
dell’amore e di altri demoni non avere cura,
ma accendi la candela e danziamo con la fiamma
al suono feroce dello scorrere di acque.
Alle 12 lascia i rintocchi al petto, non ad altri.
Siamo palindromi fin dal mattino.

Di Venezia conosco pagine ingiallite
e strade liquide; una sola volta basta
alla tachicardia. Poi è soltanto ritorno.
Così il paese, le mura e l’incontro, luci
e riflessioni sulla superficie, trattenendo
profondità per un solonostro a posteriori.
Sale la via verso te all’ora senz’ombra
ed ogni casa guarda dall’angolo
il rosso di murgia che porto addosso.

Angela Greco è nata il primo maggio del ‘76 a Massafra (TA), dove vive con la famiglia. Ha pubblicato in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, 2008) e in poesia: A sensi congiunti (2012); Arabeschi incisi dal sole (2013); Personale Eden (2015); Attraversandomi (2015); Anamòrfosi (2017); Correnti contrarie (2017); Ora nuda, antologia 2010-2017 (formato elettronico, Quaderni di RebStein LXVII. Settembre 2017). È ideatrice e curatrice de Il sasso nello stagno di AnGre. Commenti e note critiche all’indirizzo https://angelagreco76.wordpress.com/.

 

immagine d’apertura: opera di István Orosz, Atlantis anamorphosis

 

letture amArgine: Giorni iblei, inedito di Angela Greco dal blog di Flavio Almerighi

Tratto da “amArgine”, 13 settembre 2017

Poemetto, micro poema poco importa incasellare. La scrittura di Angela Greco qui è ricca, esaustiva, evita però un’eccessiva ricchezza/lunghezza nel verso, assume fascino e musica. Giorni Iblei è resoconto di un viaggio estivo in Sicilia, una breve vacanza. Il caldo, i fuochi, le bellezze asperrime della zona iblea della Sicilia, filtrati dallo sguardo dell’autrice, sempre attento e minuzioso nel registrare e renderli poesia. D’altronde se la creatività non passasse per lo sguardo, per la persona che c’è dietro quello sguardo, avremmo prodotti e non opere d’arte. Invito alla lettura di questo pezzo, alle sue assonanze ai suoi versi forti, bello da leggere perché privo di rami secchi e binari morti. Angela Greco ha scelto versi molto forti e suggestivi a ogni apertura di strofa, sì che la lettura ne sia affascinata ma anche consapevole. Penso che la poesia tragga ristoro, perché a suo modo questo è contribuire al rinnovamento della scrittura. (Flavio Almerighi)

Giorni iblei – inedito di Angela Greco (agosto 2017)

Una civetta sorvola il risveglio. Poche auto
dietro il vetro; un’altra epoca spunta con il sole
dalla pietra. Voci dalla finestrella appena aperta
insinuano all’orecchio assenze e dissonanze.
Travi a vista sulla distanza e cali fisiologici a picco
sull’involontaria meridiana; l’ombra azzerata ride
del silenzio dietro deflettori verdi appena inclinati.
La balaustra riga strada e buste della spesa; sali,
abbiamo tempo per disinfettare l’abitudine. Rimane
poco altro che attendere, l’ibisco e i suoi petali bianchi.

Ogni casa ha morti affissi al muro esterno.
Il ponte taglia l’occhio in diagonale; si procede
paralleli al fiume in secca. Sul fianco destro il livido
dell’ultimo ricovero apre occhi sulla collina
arsa d’agosto. Abitiamo pendii di erbe lasciati al caso
di un impietoso solleone. Raglia un’apertura sulla strada;
un ulivo àncora la terra alla resa ed anche una cicala
attende la sorte alle tre del pomeriggio.
Il primo piano è in vendita sorretto da bocche che beffano
l’occhio muto della nobiltà rimasta a guardia delle cadute.

Il sole barocca l’afa; al giro intagliato sulla porta
fa eco una lontananza di treno verso nord-est.
L’anziano dirimpettaio ha bastone e cappello bianco
per la spesa mattutina. Sulla tegola in bilico tubano
un nido ed un carrubo. La luce acceca. Entriamo,
abbiamo angoli di buio ancora da dirci. La notte s’appella
al grillo e all’ultima stella di un agosto insopportabile.
La crepa sta al muro e l’occhio alla lontananza; nell’assenza
di pioggia si scongiurano sterilità peggiori. Muretti a secco
giacciono su seni mietuti. Non c’è ombra qui e la strada
è segnata solo da un numero. L’indicazione malmessa
evoca denti che mordono il passo perso in questo posto.

La notte iblea ha occhi di pianura lontana dal mare.
Fuori accade anche che si possa sopravvivere. L’angolo
di luce investe un ponte dai molti salti; un fiume
che sale a sud e ingoia la terra, ci accomuna e
restituisce trasparenze che la tua bocca sa. Il mattino,
poi, è nuovo amplesso. Assottiglia occhi e respiro
il vento; scompagina pomeriggi, squaderna l’ora del tè.
Assenze ruminano. Non si fuma qui; il respiro è
impegnato nella tua direzione. Sciolti i nodi
siamo tempeste in formazione in attesa della pioggia.
La via è punteggiata da piccoli cimiteri; brevi soste
tra roghi di mandorlo e agosto. Il tempo di un fiore.
Appassiremo alla prossima stazione pronta di Veronica
a tergere sudore e strada. Ci affianca il mare
fino al ritorno.

*

L’indole del cantastorie mi deriva dal sangue provenzale di mia mamma e dalla sempreviva voglia di essere qui e altrove al contempo… Giorni iblei è nato attraversando con 44 gradi secchi, alle tre del pomeriggio, la bellezza selvaggia delle valli della provincia di Ragusa, nell’agosto appena trascorso: un luogo di pietre e spazi senza limiti per lo sguardo e ricchissimo di dettagli precisi, netti, come nette e chiare erano persino le ombre, nel sole assurdo e magnetico del Mezzogiorno che mi appartiene, a cui appartengo senza riserve. (AnGre)

In apertura: Ragusa, panorama della valle con Ibla sulla destra – ph.AnGre

Adeodato Piazza Nicolai traduce Giorni Iblei, inedito di Angela Greco con commento di Flavio Almerighi

Tratto da “amArgine”, 14 settembre 2017

© 2017 American translation by Adeodato Piazza Nicolai of GIORNI IBLEI written by Angela Greco. All Rights Reserved both for the original and its translation.

.

A long poem or micro “poema” it doesn’t need categorizing. The writing of Angela Greco is rich, exaustive, but avoids excessive richness/length in its lines, attaining fascination and musica-lity. “The Iblei Days” is the telli of a summer vacation in Sicily, a short vacation. The heat, the fires, the rugged beauties of the Iblea area of Sicily. It is filtered through the eyes of the woman poet, alsays a sharp and accurate trasmutating into poetry. On the other, hand if her creativity did not pass through the eyesight, for the person behind that look we would have a product and not an art work. I invite you to reead this poem, listen to the assonance,to the powerful verses, so lovely to read beause devoid of dried-up branches and dead-end rail tracks. Angela Greco ha chosen very strong and suggestive verses for each stanza openingso so that the reading is not only fascinating but also self-aware. I think that poetry draws new lymph, because in its way this is a renewed style of writing. (Flavio Almerighi)

.

Iblei Days – inedited by Angela Greco (August 2017)

An owl flies over the awakening. Few cars
behind the glass; another age rises with the sun
from the stone. Voices from the tiny window barely open
instill in the ears absences and dissonance.
Beams seen far away and deep physiological drops
on the involuntary meridian; the zeroed shadow laughs
of the silence behind green reflectors barely slanted.
The parapet aligns the road and shopping bags; get on,
we have time to disinfect our own habits. Little else
rests waiting for us, the hibiscus and his white petals.

Each house has dead fixtures on the outside wall.
The bridge cuts the eyeview in diagonal, we proceed
parallel to the driedup river. On the right side, the wound
of the last recovery opens her eyes on the hillside
burn by August. We live with grasses left to the choice
of a huge, pityless sun. A crack moans un the road;
an olive tree anchors the earth and a agrasshopper
also awaits the sort at three o’clock in the afternoon.
The first floor is on sale held up by mouths that bluff
the muted eye of the nobles left to guard the collapse.

The sun “barocca” [1] the heat; on the circle carved on the door
echoes a distant train towards nord-east.
The old man next door has cane and white hat
to use for morning shopping. On the tilted tile a nest
and a carrub tree sing. The light is blinding. We enter,
there are still dark corners talking to us. Night clings
with the cricket and the last star of an unberable August.
The crack on the wall and the eye far away; in the absence
of rain, a dryness unwanted. Walls without mortar
lie upon cut-down breasts. There is no shade and the road
is marked by one number only. An indication uprooted
like teeth biting lost feet along this place.

The ibean night has eyes of the plains far from the sea.
Outside it seems we can still survive. The corner
of light invests a bridge with many stumps; a river
rises to the south and swallows the earth, making us equal
and gives back transparencies known to your mouth. The morning
then, is a new climax. The wind narrows both eyes and breath;
shakes up the noons, ruffles the tea hour.
Absences ruminate. Here one doesn’t smoke. The breath
is laboring in your direction. The knots undone,
we are trempests beginning to form, waiting for rain.
The way is marked by small cemeteries; brief pauses
among almond fires and August. Time of one flower.
We’ll dry up at the next station ready for Veronica
to wipe away sweat and the road. The sea at our side
until the return.

.

nota: [1] In Italian the verse begins: “Il sole barocca l’afa”—it is an image that offers no translatable alternatives, hence the translator used “barocca” as in the original. The word is a neologism in Italian, from the adjective “barocco”, meaning baroque. (NdT).

*

ANGELA GRECO was born on May 1, 1976, in Massafra (Province of Taranto). She lives there with her family. In prose she has published Portraint of a Girl at the Mirror (Stories, Lupo Editor, 2008); Arabesques Carved by the Sun (Terra d’Ulivi 2013); Personal Eden (La Vita Felice, 2015, Introduction by Rita Pacilio); Crossing me (Limina Mentis, 2015, with a photography cycle realized with Giorgio Chiantini and an introductive note by Nunzio Tria); Anamorphosis (Culture Project, Rome, 2017, Introduction by Giorgio Linguaglossa). Ready for September 2017, Contrary Currents (Ensemble Ed., Rome).

*

letture amArgine: Il nero bagnato è arte, inediti di Angela Greco dal blog di Flavio Almerighi

Tratto da “amArgine”17 luglio 2017
.
dalle braccia ormai implicite nell’altro/sopravvissute ad ogni nave che s’inabissò
immersi in un tripudio mistoseta
in una negligenza oblio di sciarpe… (Pasquale Panella)
.
.
10 cent di acqua fresca, un cardo mariano secco
ed un cambioluce alla Hopper. Svolta a destra
la strada del pane; la trebbia sbuffa nella polvere.
.
 . 
Scrivere per il puro piacere di quello che si sta facendo, per nessuna nuova scoperta stilistica o concettuale, nessun obbligo e nessun inchino alla critica e alla società letteraria…una scelta demodé, un anacronismo o una sopravvivenza? Un ritrovare le origini della specie, la potenza dell’eros anestetizzato dalla razionalità, un riappropriarsi della fisicità del desiderio sbiadito dalla prevalenza cerebrale giustificata dalla precarietà temporale che ci sminuisce anche come esseri umani. Siamo in crisi, nessuno lo nega; quindi come concepire la poesia oggi? Una domanda che spesso mi pongo è se sia esatto adattare asetticamente la poesia all’esterno, come accade in casi definiti di “poesia moderna”, o chiedere alla poesia di portare fuori l’interno che ha partecipato a quell’esterno…Versi diretti, consapevoli di un Io poetante e che Poesia non può essere fondata su teorizzazioni intellettuali, ma che la stessa sia alla fine un ancora-da-comprendere che genera meraviglia, domande, dubbi; versi primordiali, da alcuni punti di vista, ma che svelano il più antico abitante che è in noi, rendendo il fuoco rubato agli dei… (AnGre)
.
“Il nero bagnato è arte” (cit.)
Inediti da Lume a marzo, riti di poesia per propiziare la buona stagione di Angela Greco 
.
 .
.
Abito senza pieghe questa presenza;
non bastano spilli e nemmeno respiri.
Voce per poche lettere scucite coi denti.
Mi vesto allora del tuo tempo
spiegata alla carezza che imperla l’orlo
calda del gesto e del tormento.
Ferita irrimarginata tra sera e risveglio,
approdo e tempesta, calice e cielo. Il groviglio
di sangue in grembo dice domani. E, tu, perpetuo
moto a creare ogni momento quello che manca.
 .
Nudi, ai primordi dell’umanità ancora una volta
possiamo afferrare l’ofide da qualsiasi parte.
Ne abbiamo facoltà – dici. Ti credo.
 .
Per la verità dei tuoi occhi, per le mura del tuo borgo,
per la foto in bianco e nero, che fanciullo t’avvicina
alla calce della mia terra che disinfetta dai parassiti.
Nessun demone più
scinderà quello che siamo.
 .
.
*
 .
.
La tua voce ha bagnato le mie segrete.
Nessuna gloria e soprattutto nessun altare.
Ho posato la mano e ho visto che sei un uomo
sono stato Tommaso al pari di quanto dici.
Questa umanità dà parole alla mia carta.
Per questa natura vera come una ferita aperta
schiudo cinque petali e ti guardo. Non arrossire.
 .
Tre giorni a primavera.
Filari fioriti bianchi e rosa dicono buona stagione;
i rami si sfiorano in un minuetto, che sospende
le attese e l’inverno. Sei a tre passi, appena
dopo il giro di boa, ad angolo retto
con il desiderio di fiorire.
 .
.
*
 .
.
Ci siamo ritrovati nella bottiglia dal veliero rotto
affidata alla fortuna e alla distrazione del Caso.
La perla per la quale si sono perse notti
l’ho vista relegata in un comò d’antan
che smagliava le calze dell’ultimo spettacolo.
Abbiamo nuvole a sufficienza per la pioggia.
Torna il respiro nel silenzio di bacio inatteso.
 .
Cosa sei, tu, del mare? Itaca sconosciuta
e abisso, la riva ed il bisso, sabbia e scoglio.
E cosa sai, del sale che emerge ventoso?
Attraverso mostri tra fasciame e stretti
alla gola fauci e squame opache.
Posidonia a guardia di Atlantide, la rete.
 .
.
*
 .
.
La curva purissima delle tue natiche marmoree
declina il risveglio in salita. Ti guardo, Plutone,
in questo rapimento presagio di primavera. Dilati
la pupilla vorace ed è seta la pietra dell’attesa,
davanti all’eros della tua retta nella mia direzione.
La benevolenza delle tue forme scalpella femminilità
sottraendo incertezze ed è un incipit forsennato
la scapigliatura mattutina, che tradisce la notte al caffè.
 .
Perde terreno il respiro al tuo nitore e alla stretta
delle mani mi rassegno. Ti guardo, abisso Calypso,
senza ossigeno fino alla sfumatura più scura e lontana.
Hanno traslocato maschere mendiche, omini e miserie.
Sei la mia aurora su smagliature e imperfezioni:
il paradiso accade all’oscuro dei voyeur.
 .
.
***
.
Angela Greco è nata il primo maggio del ‘76 a Massafra (TA), dove vive. Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Lupo Editore, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Edizioni Smasher, 2012); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015, con ciclo fotografico realizzato con Giorgio Chiantini); Anamòrfosi (Progetto Cultura, Roma, 2017).
.
Immagine d’apertura: Inventing Reality © Josephine Sacabo — grazie di cuore a Flavio Almerighi per la graditissima condivisione :))