Flavio Almerighi, un inedito: oggi è così

Il finale è un inizio, come spesso si legge nelle poesie di Almerighi, con quella sua apertura e ampiezza di vedute, che indirizzano verso una lettura più alta anche di quei citati cieli d’Armenia e dintorni. Siamo cieli bassi, in effetti, e abbiamo perso il senso d’infinito, rincorrendo un oggi piccolo nelle sue miserie. Ecco, bisognerebbe ripartire dal giorno della poesia senza affidarsi a nessuno, se non a quello che ci urla dentro e che troppo spesso silenziamo con una comoda consuetudine al non vivere. Versi che mi sono piaciuti molto e che propongo anche ai lettori de Il sasso nello stagno; versi, che indirizzano giorni e ritorni verso stazioni positive. Oggi è davvero così: “poco tempo ancora e vestiremo \ la bellezza che sappiamo” (AnGre)

almerighi

in Armenia
il cielo scurisce, malgrado l’ora
manda piagnucolosi accidenti a chi
più in basso
li avvista un istante dopo

il giorno della poesia
non ha amici fidati,
dive infide, qualche becchino
tutti muti, il colore non è musica
ma cambia persona

non abbiamo politiche
per giustificare sogni a lungo raggio
missili, Hiroshima dimenticata:
politico un’ingiuria
da spacciatore ladro di menzogne

oggi è così
poco tempo ancora e vestiremo
la bellezza che sappiamo

View original post

Un giorno a Venezia

—–Approfittando della presenza del nostro stimatissimo amico Flavio Almerighi a Venezia, ospite con i suoi versi dell’ultimo incontro del ciclo “Callisto – Incontri di Poesia a Palazzo Grimani” sul tema delle metamorfosi, Il sasso nello stagno di AnGre è lieto di condividere una pagina sulla città lagunare, così da partecipare – seppur virtualmente – sia all’evento, che della bellezza di una città senza eguali. Buona lettura.

(in apertura foto di Gianni Berengo Gardin, Venezia, 1959)

due inediti di Flavio Almerighi

muoriti stella!
.
Muoriti stella sfondata,
diceva spingendola oltre un muro,
oltre il balcone
oltre il nulla:
quello che è una nebbia
in cui si smette di sentire
di pensare, molto molto buia
più nessun tormento.
.
Il nero è troppo erotico
per essere nulla senza accatti,
muoriti stella! Il mio stellicidio
verrà dopo il tuo, crepa tu
che io son Dio!
.
La spinse oltre i gerani,
oltre la pioggia che non cadeva
dentro un pomeriggio oppresso
di sole fondente e aria ferma.
Lei sparì in fretta, oltre gerani
sole fuso e aria ferma,
oltre la pioggia che non veniva,
ma lei non cadde, volò.
.
.
.
un disco per l’estate
.
Betta, caotica serie di chiazze
sull’abbronzatura perfetta,
ridacchia al telefono,
ha un’agenzia di traslochi
un marito, ma il treno è in ritardo
poi è piccola, ha un bel corpo
ma la pelle screziata
autorizza a pensar male.
.
Domani è sabato
a Riccione parte un disco per l’estate,
le acque asfaltabili,
sudamericane e spagnole mimetiche,
portaerei al largo.
.
Roversi le riteneva dune,
rifugi antiaerei
l’Adriatico è bello.
Poco più giù gli arabi, uno sull’altro
pronti a conquistare l’Impero,
noi al solito impegnatissimi
a invecchiare.
.
L’estinzione dei cavallucci marini
è stata in nome di dio e del progresso,
penso ai pantaloni corti, ma no
non penso che a te.
(immagine in alto: Fortunato Depero, Coleottero Veneziano, 1938)

—–[42] In questa città si può versare una lacrima in diverse occasioni. Posto che la bellezza sia una particolare distribuzione della luce, quella più congeniale alla retina, una lacrima è il modo con cui la retina – come la lacrima stessa – ammette la propria incapacità di trattenere la bellezza. In generale, l’amore arriva con la velocità della luce; la separazione, con quella del suono. Ciò che inumidisce l’occhio è questo deterioramento, questo passaggio da una velocità superiore ad una inferiore. Poiché siamo esseri finiti, una partenza da questa città sembra ogni volta definitiva; lasciarla è un lasciarla per sempre. Perché con la partenza l’occhio viene esiliato nelle province degli altri sensi: nel migliore dei casi nelle crepe e nei crepacci del cervello. Perché l’occhio non si identifica col corpo, ma con l’oggetto della propria attenzione. E per l’occhio la partenza è un processo speciale, legato a ragioni puramente ottiche: non è il corpo a lasciare la città, è la città ad abbandonare la pupilla. Allo stesso modo il commiato dalla persona amata provoca dolore,e soprattutto un commiato graduale, chiunque sia a partire e per qualsiasi motivo. Nel mondo in cui viviamo, questa città è il grande amore dell’occhio. Dopo, tutto è delusione. Una lacrima anticipa quello che sarà il futuro dell’occhio.

da Fondamenta degli Incurabili (Adelphi, 2012) di Iosif Brodskij

—–Sfumata in un residuo di nebbia che non ce la faceva né a dissiparsi né a diventare pioggia, un po’ disfatta da un torpido scirocco più atmosfera che vento, assopita in un passato di grandezza e splendore e sicuramente d’immodestia confinante col peccato, la città era piena di attutiti rumori, di odori stagnanti nel culmine d’una marea pigra. Sole e luna le segnavano un ritmo diverso, e come sospinta da un doppio scorrere di tempo essa incessantemente moriva nei marmi e nei mattoni, nei pavimenti avvallati, in travi e architravi ed archi sconnessi, in voli di troppi colombi, nell’inquietudine di miriadi di ratti che si annidavano moltiplicando in attesa. Della gente ognuno portava in sé un particella di quella finalità irrimediabile. Facevano le cose d’ogni altra gente, comprare il pane o il giornale, andare al tribunale o ad aprire bottega o a scuola e perfino in chiesa, e lo facevano con più spensieratezza che altrove, con un ridere arguto e gentile, in una parvenza di commedia che peraltro era, appunto, un invito affinché la morte facesse più in fretta.

Poi, un campanile dietro l’altro, il cielo opaco fu raggiunto dal mezzogiorno, ma non bastò a fare allegria nell’umido mezzogiorno di novembre. Al di là della commedia, chi aveva sentimenti e presentimenti poco lieti doveva per forza tenerseli. I mori dell’orologio batterono a turno, anch’essi due volte, le dodici ore sui tetti e sopra la vasta piazza del santo evangelista.

da Anonimo veneziano (Ed.BUR) di Giuseppe Berto

La città risuona ad ogni onda che si infrange sulle sue fondamenta.
Il vetro soffiato appena qualche isola da qui è trasparente
e racchiude tutti: il mare, lui, lei, l’abitazione, la tigre e la poesia.
La stagione è tra le migliori nonostante sia inverno;
il sibilo del vento attraverso i ricami di pietra ammalia.
.
Ancora una finestra aperta.
Dalla via d’acqua sembra non ci sia la luce all’interno.
La tenda bianchissima ondeggia.
Il secondo piano è la cima innevata dove respirare aria purissima.
.
I due sono nudi prima della notte.
Bussano ad una porta di legno antico.
Si apre una inaudita intimità. Entrano.
.
.
da Anamòrfosi (Ed.Progetto Cultura, Roma, 2017) di Angela Greco.
(immagine in alto: Claude Monet, Tramonto a Venezia)

Flavio Almerighi, fermarsi in un cortile – Inedito da Portatori sani su La dimora del tempo sospeso

fermarsi in un cortile – di Flavio Almerighi (inedito)

.

Ti so bagnata d’una estate sporca,
braci rosse, interminabili distese
terrazzi e tempi che non passano.

Mai piacere è parola neutra, soffrire
fermarsi in un cortile
dove tutto spiove dall’alto,
la biancheria asciuga sempre uguale.

Dove un cane orfano piangendo
sente mancanze credute dolore
per il fastidio di un vicinato sordo.

Molti non ci sono più,
ascoltare con amore è confuso
al rimanere distaccati, ma tu parli,

parli, mentre cominciano baci
ovunque siano le tue labbra.

(2017)

*

qui il link dell’eBook di Flavio Almerighi pubblicato tra i Quaderni di RebStein di cui fa parte anche l’inedito sopra proposto:  https://rebstein.wordpress.com/2017/07/03/quaderni-di-rebstein-lxii/

La dimora del tempo sospeso

[Questi inediti di Flavio Almerighi fanno parte di un più ampio lavoro antologico che sarà pubblicato prossimamente nei “Quaderni di RebStein“. Siamo lieti di ospitare un autore che ha saputo costruire negli anni un suo autonomo e riconoscibile percorso di scrittura, viaggiando sempre “in direzione ostinata e contraria” rispetto alle mode estetiche, alle etichette critiche, agli steccati asfittici delle conventicole piccole o grandi, alle ipocrisie e agli apparentamenti di comodo. Un poeta costantemente “a(m) Margine“, che ci piace anche per questo. R.S.]

View original post 456 altre parole