John Donne, Il sorgere del sole

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 John Donne (Londra, 1572-1631), da Poesie sacre e profane (Feltrinelli, 2011)

Il sorgere del sole

Vecchio stolto faccendiere, sole dissennato,
perché così,
attraverso vetri e tende vieni a visitarci?
Le stagioni degli amanti devono volgere
ai tuoi movimenti?
Sfacciato dannatissimo pedante, va a strapazzare
gli scolari in ritardo, i garzoni inveleniti,
va a dire ai cacciatori: il Re vuole cavalcare,
chiama le formiche dei campi alle fatiche del raccolto,
immutabile l’amore non conosce climi e stagioni,
non giorni, mesi, e ore, del tempo solo i brandelli.

Perché pensi che i tuoi raggi
siano tanto potenti e venerandi?
Con un battito di ciglia potrei eclissarli,
obnubilarli, se non che non vorrei
non vedere lei tanto a lungo.
Se i suoi occhi non hanno accecato i tuoi,
guarda, e domani quando è tardi dimmi
se le Indie delle spezie e delle miniere
sono dove le lasciasti, o sono qui da me.
Chiedi dei Re che hai visto ieri,
ti sarà detto, che giacciono tutti qui in un letto.

Lei è tutti gli stati, io sono tutti i principi,
nient’altro esiste.
A paragone i principi non recitano che la nostra parte,
ogni onore è mimica, ogni ricchezza è alchimia.
Tu sei felice, oh sole, molto meno di noi,
in cui il mondo si è così contratto;
la tua età richiede agi, il tuo compito
è di scaldare il mondo – scaldaci, ed è fatto.
Splendi su noi e sarai dovunque,
questo letto è il tuo centro, queste pareti la tua sfera.

.

John Donne, Il sogno (The Dream)

Il sogno 

Per nessun altro, amore, avrei spezzato
questo beato sogno.
Buon tema per la ragione
troppo forte per la fantasia.
Fosti saggia a destarmi. E tuttavia
tu non spezzi il mio sogno, lo prolunghi.
Tu così vera che pensarti basta
per fare veri i sogni e storia le favole.
Entra fra queste braccia. Se ti parve più giusto
per me non sognare tutto il sogno
ora viviamo il resto.
.
Come il lampo o un bagliore di candela,
I tuoi occhi, non già il rumore, mi destarono.
Pure (giacchè ami il vero)
io ti credetti sulle prime un angelo.
Ma quando vidi che mi vedevi in cuore,
sapevi i miei pensieri oltre l’arte di un angelo,
quando interpretasti il sogno, sapendo
che la troppa gioia mi avrebbe destato
e venisti, devo confessare
che sarebbe stato sacrilegio crederti altro da te.
.
Il venire, il restare ti rivelò: tu sola.
Ma ora che ti allontani
dubito che tu non sia più tu.
Debole quell’amore di cui più forte è la paura,
e non è tutto spirito limpido e valoroso
se è misto di timore, di pudore, di onore.
Forse, come le torce
sono prima accese e poi spente, così tu fai con me.
Venisti per accendermi, vai per venire. E io
sognerò nuovamente
quella speranza, ma per non morire.
 .

*

John Donne, Poesie amorose poesie teologiche, a cura di Cristina Campo – Einaudi

John Donne, Fattura con ritratto

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.

Fattura con ritratto

I miei occhi affisso nei tuoi e piango

il mio ritratto ardente nei tuoi occhi.

Il mio ritratto immerso in una lacrima

diafana vedo se gli occhi abbasso.

Se tu avessi l’arte malefica

di uccidere con ritratti fatti e trafitti,

non lo potresti forse in più di mille modi?

.

Ma ora che ho bevuto le tue dolci

lacrime e salse, vado via,

anche se tu altre ne piangi;

dissolto il ritratto, il timore si dissolve

di essere trafitto dalla tua arte.

Di me ti resta è vero un altro ritratto,

ma immune; poiché ti è nel cuore, da ogni malefatto.

.

John Donne

da Poesie sacre e profane (Trad. di Rosa Tavelli – Feltrinelli, 2011)

immagine: Giorgio de Chirico, Ettore e Andromaca (1968), bronzo patinato

John Donne, Il parco di Twickenham

Vladimir Pajevic - giardini segreti, mostra
opera di Vladimir Pajevic

 

Bruciato dai sospiri, circonfuso di lacrime,

qui vengo in cerca della primavera.

E ai miei occhi e agli orecchi

si versa balsamo da curare ogni osa.

Ma, di me stesso traditore, io porto

il ragno amore che tutto transustanzia

e tramutare può la manna in fiele,

e affinché questo luogo giustamente

sia detto paradiso, vi ho portato il serpente.

 

Più propizio per me se l’inverno

intenebrasse il fulgore del luogo

e un’aspra gelata vietasse

a questi alberi il riso che m’irride.

Ma affinché sfugga alla vergogna e pure

non cessi dall’amare, faccia di me l’amore

un frammento insensibile del luogo:

una mandragora, che qui mi lamenti,

o una fonte di pietra, che lacrimi via l’anno.

 

Venite qui con fiale di cristallo,

o amanti, e raccogliete le mie lacrime,

vino d’amore, e a casa confrontatele

con le lacrime dell’amata:

poiché tutte son false se non hanno

il gusto delle mie, ché i cuori ahimè non brillano

negli occhi, né il pensiero dalle lacrime

della donna si giudica più che dall’ombra l’abito.

O genere perverso, ove una sola è fedele,

e lo è perché mi uccide la sua fede.

*

*

da Poesie amorose, Canzoni e sonetti (Songs and Sonets)

tratto da John Donne, Poesie amorose poesie teologiche – a cura di Cristina Campo – Einaudi 2013

John Donne per Il sasso nello stagno di AnGre

John Donne tradotto da Cristina Campo, versi tratti da La tigre assenza

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John DONNE, Poesie amorose

 

da «Canzoni e sonetti»

 

Il buongiorno

 

Mi chiedo in fede: che facemmo noi

prima di amare? Divezzati ancora

non eravamo e allattati di rustici

piaceri, come i bimbi? O russavamo

nella caverna dei Sette Dormenti?

Fu così. Ma non erano che ombre

di piaceri. Se mai vidi bellezza

e la volli e la ebbi,

non fu che sogno della tua bellezza.

 

E ora buongiorno alle nostre due anime

che si destano e senza alcun timore

si vegliano, ché amore ogni orizzonte

chiude all’amore e di una cameretta

fa un ognidove. Restino alle nuove

terre i navigatori, e mappe nuove

scoprano ad altri mondi sopra mondi:

si lasci un solo mondo a noi, che abbiamo

ciascuno un mondo ed è un mondo ciascuno.

 

Nel tuo occhio il mio volto, il tuo nel mio

si specchia e cuori semplici e fedeli

riposano nei nostri volti: dove

trovare due più limpidi emisferi

senza Nord affilato, Ovest caduco?

Equamente non fu mischiato ciò che muore,

e i nostri amori sono uno e tu

ed io così fratelli nell’amore

che né l’uno né l’altro può mancare o morire.

 

#

 

da «Aria e Angeli»

 

Due o tre volte ti amai senza conoscere

il tuo volto o il tuo nome.

In una voce, in una fiamma informe

così talora ci percuote un angelo

per essere adorato.

Persino quando giunsi dov’eri, uno splendente

un adorabile nulla io vidi.

Ma poiché la mia anima, che ha per figlio l’amore,

prende membra di carne o non può nulla,

l’amore non dev’esser più sottile

della madre, ma anch’egli prender corpo:

e allora quel che eri e chi eri io chiedo

all’amore di chiedere; ed ora gli consento

di assumere il tuo corpo e far dimora

nel tuo labbro, nell’occhio e nella fronte …

 

#

 

Lezione sull’ ombra

 

Ferma, amore: ti darò una lezione

sulla filosofia d’amore.

Tu ed io, queste tre ore,

passeggiammo e innanzi a noi due ombre,

opera nostra, andavano con noi.

Ma ora che il sole è a picco su di noi,

siamo diritti sulle nostre ombre

e ogni cosa è ridotta a luce coraggiosa.

Così, mentre crescevano

i nostri amori bambini, crescevano

le finzioni, proiettando ombre

su noi e su ogni nostra cura. Fino ad ora.

 

Ma non ha raggiunto un amore

l’altissimo grado, se ancora

ha cura di non essere veduto.

 

Se a questo mezzogiorno i nostri amori

non si arrestano, altre ombre getteremo

dall’altro lato; e se le prime furono

per accecare altrui, sopra di noi

queste da dietro getteranno il buio.

Se amore declina a ponente,

a me tu falsa occulterai

le tue opere, a te io celerò le mie.

Si consumano le ombre del mattino,

queste si allungano su tutto il giorno.

Ma oh, breve è il giorno

d’amore, se l’amore si corrompa.

 

Amore o cresce, o è piena e ferma luce:

il primo attimo d’ombra è la sua notte.

 

 

[tratte da Cristina Campo, La tigre assenza, Biblioteca Adelphi]

 

*

Il sasso nello stagno vi augura, oltre ad una buona lettura, che ogni vostro attimo possa essere poesia scritta dalle vostre stesse mani e vi saluta per qualche giorno…di relax!!

con affetto, AnGre