Elias Konstantìnou, due poesie dall’Antologia a cura e traduzione di Massimiliano Damaggio

Elias Konstantìnou (Limassol, Cipro, 1957 – 1995), due poesie dall’Antologia a cura e traduzione di Massimiliano Damaggio per La dimora del tempo sospeso – Poeti Greci Contemporanei -V- (qui) che si ringrazia.

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Mietitori
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Resti per ultima la realizzazione del sogno
che prima diventi lo zero il difficile compagno del nessuno
insieme a loro che si passi le menzogne invisibili
e vediamo infine di accettare l’attrazione del male che ci bastona.
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Ti aspetto – notte giorno e respiro
strani calci di pistola per i giunchi immobili
suoni fragranti che lodano lo strutto.
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Se futuri storici sentenzieranno che la nostra epoca
il mondo fu un immenso cesso e frantumi nei campi
saranno in errore.
In ogni caso saranno figli delle torture odierne del suolo
si puliranno il grasso dalle labbra
sui fazzoletti ricamati del nonno
e ci guadagneranno – dall’intestino grasso del passato
e si nasconderanno, cosmetici, sotto la superficie dura delle parole.
Sarà laboriosa la registrazione della storia – furba frode
perché per allora (nel futuro che viene) sapranno di certo
che gli amori che gioiscono sono ancora vivi, nonostante tutti gli aborti
e che le parole sono vive – uccelli dentro i polmoni
e portano sul vassoio la testa che parla – le loro promesse.
Aspetto che ci chiniamo, lettera in corpo chiuso e vuoto, tutti corresponsabili
per l’immune natura di un mondo che è d’accordo
nello smettere di delirare.
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Rughe
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Chi è vissuto senza rete e senza campo
povero cioè – figlio di puttana – bastardo – ubriacone – assassino
urli in mezzo alla strada della bontà fra gli uomini
è un balsamo – uno strano balsamo
è anche agnello di dio che toglie i peccati del mondo
o anche il miglior articolo dell’azienda: “Bravi i coglioni
che guardano molto la tv”. Complimenti, allora
che siedi, che pensi – che sfogli (suona meglio)
le perdute occasione della tua gioventù.
E te la prendi – te la prendi forte con i nostri giovani – sì, loro
che vivono senza reti – figli di puttana
e di un padre coglione. Loro sono arrabbiati e
sperperano i propri corpi calda telepatia. Se vuoi – guarda
volano
come uccelli feriti – e tu non sei medico
non hai bende – né hai mai creduto – né hai mai giurato
ad alcun divino ministro della salute.
E solo vivi – senza reti – e senza etica
e vai d’accordo – con la voce scontrosa dei vecchi
dei vecchi di vent’anni.
.
Una tiepida voce entra nel testo:
“Non ti ho detto di aspettare in cortile?
Se vuoi – è musica – insieme – con i nostri seni”
Fine della voce. Tagliati i petti – e il mare
latte acidato – e fichi sottaceto a Chlòrakas
dove tutt’uno il popolo greco di Cipro sta, sereno
con gli occhi che splendono di lacrime guarda
l’inaffondabile atto d’unione – che appare all’orizzonte.
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(in apertura, opera Kazimir Malevich, Mietitura, 1912)

Rainer Maria Rilke, Elegie duinesi tradotte da Chiara Adezati

Elegie duinesi di Rainer Maria Rilke tradotte da Chiara Adezati

da La dimora del tempo sospeso  (che si ringrazia):

Quaderni di Traduzioni“, XLV (clicca QUI e, quindi, su Duineser Elegien, 1923)

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Elegie Duinesi. I

Chi, se pur gridassi, mi udrebbe dalle gerarchie
degli angeli? E se uno mi stringesse d’improvviso
al cuore, soccomberei per la sua più forte presenza.
Ché nulla è il bello, se non l’emergenza
del tremendo: che possiamo appena reggerlo ancora,
e lo ammiriamo tanto, perché rilasciato
non degna distruggerci. Ognuno degli angeli è tremendo.
E mi trattengo così, e inghiotto l’appello d’oscuri
singulti. Ah! Chi possiamo allora chiamare in aiuto?
Gli angeli no, gli uomini no, e i sagaci
animali già lo notano che non siamo troppo
affidabili a casa nel mondo già interpretato.
Ci resta forse un albero sul pendio, che ogni giorno
possiamo rivedere; ci resta la strada di ieri
e l’adusato fidarsi di una abitudine, cui piacque
stare in noi, così rimase, e non se ne andò.
Oh, e la notte, la notte, quando il vento colmo
di cosmici spazi ci corrompe il volto – a chi mai
potrebbe mancare l’agognata, che sì dolcemente delude,
lei che di fronte al cuore solingo con fatica
si dispone? È più lieve agli amanti? Ah!
si nascondono soltanto l’un l’altro il destino.
Non lo sai ancora? Getta dalle tue braccia il vuoto
verso gli spazi che respiriamo; forse là gli uccelli
sentono l’aria dilatata con volo più intimo.

Sì, le primavere ebbero bene bisogno di te. Osò
qualche stella, che tu la sentissi sfiorare. S’alzò
un’onda nel passato, o là mentre passasti,
a una finestra aperta, venne a offrirsi un violino.
Tutto questo era un compito. Ma tu,
lo potresti reggere ? Non eri là ancora
disperso dall’attesa, come se tutto ti annunciasse
un’amata? (dove vorresti custodirla,
da te i grandi pensieri estranei tuttavia
vanno e vengono e indugiano spesso la notte.)
Se ti senti, canta allora gli amanti; ancora lungi
dall’essere immortale il loro sentimento famoso.
Quelle, tu quasi le invidi, abbandonate, che tu
tanto più amorose trovasti delle appagate. Dai inizio
sempre di nuovo all’inarrivabile lode;
pensa: l’eroe rimane; anche il trapassare fu per lui
solo un pretesto, per essere: la sua ultima nascita.
Ma gli amanti l’esausta natura in sé li riprende
come non ci fosse più una seconda forza
per questo operare. Hai poi pensato abbastanza
a Gaspara Stampa, così che una qualche fanciulla,
cui sfuggì l’amato, ne senta l’influsso
esaltato esempio: e se io come lei diventassi?
Non devono forse infine questi antichissimi dolori
diventare più fecondi per noi? Non è tempo che con amore
ci liberiamo noi dall’amato e tremanti resistiamo:
come la freccia resiste la corda, raccolta nello scatto,
per essere da più di se stessa. Ché il rimanere non ha un luogo.

Voci, voci. Ascolta mio cuore, come altrimenti solo
i santi seppero udire: che loro l’immane richiamo
sollevò dal suolo; ma loro in ginocchio,
oltre il possibile, e ancora, e senza badarci:
così stavano in ascolto. Non che tu possa lontanamente
sopportare la voce di Dio. Ma quel che spira ascolta,
l’ininterrotta notizia che da silenzio si forma.
Freme ora, per te, di quei giovani morti.
Ogni volta che entrasti, nelle chiese a Roma
o Napoli, non ti parlava pacato del loro destino?
O ti si presentò sublime una scritta, come la lapide,
di recente, a Santa Maria Formosa.
Cosa vogliono da me? Piano devo rimuovere
l’apparenza dell’ingiustizia, che del loro spirito
il movimento puro talvolta un poco impedisce.

Certo, è curioso non abitare più la terra,
non esercitare più usi solo ora appresi,
alle rose, e ad altre cose piene di promesse
non dare senso di umano futuro;
quanto eravamo in mani infinitamente ansiose
non essere più, e persino dal proprio nome
prescindere come giocattolo infranto.
Curioso non desiderare più i desideri. Curioso
tutto quel che si atteneva, vedere sì dissolto
fluttuare nello spazio. E stanca essere morti
e di continuo ripetere, per sfiorare man mano
un poco d’eternità. – Ma i viventi commettono
tutti l’errore di tracciare confini troppo netti.
Gli angeli (si dice) spesso non saprebbero se
procedono fra vivi o fra morti. L’eterna corrente
lacera attraverso entrambi i regni ogni età,
sempre porta via, e sovrasta con il suono entrambi.

Infine non hanno più bisogno di noi i morti precoci,
ci si svezza da quanto terreno con facilità, come dal seno
materno si cresce miti. Ma noi, che di così grandi segreti
abbiamo bisogno, noi cui dal lutto, sì sovente un beato progresso
si sprigiona -: potremmo essere noi senza di loro?
Vana la saga, che un tempo nel compianto per Lino
una prima audace musica pervadesse l’impietrito deserto;
che solo nello spazio sgomento, cui sfuggì quasi divino un fanciullo
improvviso e per sempre, il vuoto riuscisse
a entrare in tale vibrazione, che ora ci trascina, consola e aiuta.

(immagine d’apertura: Paul Klee, Luogo eletto, 1927)

Francesco Marotta, Nei mari del racconto (estratti)

Condiviso da La dimora del tempo sospeso che si ringrazia

Francesco Marotta, Nei mari del racconto

Da un’eternità passeggera
(1998 – 2003)

ci sono strade disegnate
dalla lingua di terra
che spira luce tra i sassi
e le conduce,
impollinate di voci,
ai mari del racconto,
sentieri fioriti su corpi
di parole
da leggere nel brivido
della sera varcata
a rovescio delle ombre: –

i passi imparano la danza
in rovesciate cadenze di radici
come orme schiarite
da campate di silenzi,
da sprechi di sillabe
che simulano bocche
a divinare la rotta,
la meraviglia oscura della scelta

(nell’alba che rosseggia
anche il grano è una
macchia di sangue
che fluttua, ondeggia
per partorire occhi
dentro il vento –
tatuare la pagina del giorno
con lettere sempre in volo
su creste d’aria
di un alfabeto nuovo)

.

*

spira aria di sogno
dal sasso sorvolato d’acque,
da silenziose guglie
di schiuma –
il vento lo nutre
di stralunati muschi
carichi di miti, di mari
intravisti nel ruggito
della nuvola, in torme d’ali
naufraghe di remote derive: –

è questa luce, improvvisa
cicatrice del lontano,
è questa passione,
acquario di divinità
emerse dal flutto
che si consuma in ombre,
il tempo andante
per incoscienti filamenti
di mattino

.

*

voci al diafano
inchiostro di un lume,
non un frangere d’aria
al capezzale delle labbra
ma pungenti balaustre
di respiro, nevi
intagliate
nel letargico assedio
del gelo o nella febbre
del mattino –
quando resistono
alle fronde della luce
e si rinserrano
in sfere umide di suono
sul limite alluvionale
di detriti vaganti, alle soglie
di una trasparente
dissoluzione, di una
indicibile
alchimia di echi

.

∼ prosegui la lettura cliccando QUI

su La dimora del tempo sospeso: Isole di Flavio Almerighi e Correnti contrarie di Angela Greco

Grazie di cuore a Francesco Marotta e a tutta la Dimora per la condivisione!

https://rebstein.wordpress.com/

 

Angela Greco

E se poi il sacro
non fosse solo un’invenzione
ma fosse connesso
con la sintesi delle tue labbra?

Un salmo da sciogliere
a rima dischiusa sul percorso
dalla bocca ai tuoi lombi e così sia
nella congiunzione di mani salde
su pianure scolpite dal vento d’oriente
con il fruscio dei tuoi riccioli sul viso,
coro angelico?

Acquisterei una mansarda in centro
e sulla piazza proietterei
le nostre ombre profane.

https://rebstein.wordpress.com/2018/01/21/correnti-contrarie/

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Flavio Almerighi   

Hart Island

L’uomo ha conquistato la terra.
Invaghito della luna
risoluto l’ha sottomessa.
Gli amori, lontanissimi nell’aria,
sono appannati da un lampo.

Troppo tardi per ripartire
il prossimo vapore è domattina.

Avrei preferito trovare sereno
tutti in sonno e ben vestiti.
Nessuna pietà invece,
malgrado il gioco di pazienza
delle mani unite.

Fra tanta sterpaglia e veloci sussurri
chissà, forse,
fuggirà la voglia di essere terra.

Una a una vedo braccia
e foglie autunnali fermarsi,
colare a picco quest’isola

https://rebstein.wordpress.com/2018/01/21/isole/ 

 

Alejandra Pizarnik, due poesie

Le poesie che seguono sono tratte dall’eBook creato da La dimora del tempo sospeso scaricabile cliccando  QUI, quindi sul titolo “I sentieri dello specchio (e altri testi)”

*

La notte
.
So poco della notte
ma la notte sembra sapere di me,
e in più, mi cura come se mi amasse,
mi copre la coscienza con le sue stelle.
Forse la notte è la vita e il sole la morte.
Forse la notte è niente
e le congetture sopra di lei niente
e gli esseri che la vivono niente.
Forse le parole sono l’unica cosa che esiste
nell’enorme vuoto dei secoli
che ci graffiano l’anima con i loro ricordi.
.
Ma la notte deve conoscere la miseria
che beve dal nostro sangue e dalle nostre idee.
Deve scaraventare odio sui nostri sguardi
sapendoli pieni di interessi, di non incontri.
.
Ma accade che ascolto la notte piangere nelle mie ossa.
La sua lacrima immensa delira
e grida che qualcosa se n’è andato per sempre.
.
Un giorno torneremo ad essere.
..
.
.
La danza immobile
.
Messaggeri nella notte annunciarono quello che non ascoltammo.
Cercammo sotto l’ululato della luce.
Arrestammo l’avanzamento di mani inguantate
che strangolavano l’innocenza.
Ma se si nascosero nella dimora del mio sangue,
perché non mi trascino fino all’amato
che muore dietro la mia tenerezza?
.
Perché non fuggo
e mi inseguo con coltelli
e deliro?
.
Di morte si è tessuto ogni istante.
Io divoro la furia come un angelo idiota
invaso di erbacce
che impediscono di ricordare il colore del cielo.
.
Ma loro ed io sappiamo
che il cielo ha il colore dell’infanzia morta.
.
.
Traduzione di Florinda Fusco – Testi e traduzioni sono tratti da Trame di letteratura comparata, IV, 2004, numero 8/9, pag. 113-139.

Angela Greco per il decennale di RebStein

I migliori auguri da Il sasso nello stagno di AnGre a La dimora del tempo sospeso

La dimora del tempo sospeso

Angela Greco

per il decennale de
La dimora del tempo sospeso – RebStein

Dieci anni sono tanti, ma gli affanni non si sentono, ben celati dietro la home page, lì, tra tastiera e tempo sospeso nell’accezione più ampia possibile. Da blogger a blogger conosco bene quelle sottrazioni ad altro ed altri per l’ostinazione – e trascorso un certo numero di anni e consumati i primi entusiasmi, davvero si può parlare di testardaggine all’ennesima potenza – di divulgare quanto crediamo possa aggiungere valore ad un presente malato terminale d’egoismi e protagonismi, attaccato alla flebo della celebrazione dell’individualismo. Un presente, che bracca senza sosta la gratuità e la generosità, mordendo alla gola, mettendo all’angolo tutto un meccanismo virtuoso che potrebbe davvero farci riscoprire Persone.

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Flavio Almerighi, Cerentari (eBook free), antologia – nota di lettura di Angela Greco

Flavio Almerighi, Cerentari (eBook free), antologia – nota di lettura di Angela Greco.

“[…] in fondo siamo nati
credo, per smarrire
e ritrovare la rotta”
(Flavio Almerighi, Beirut Snack, luglio 2017 – inedito)

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Nello scorso giugno è uscito per i Quaderni di RebStein, con il numero LXII, un’antologia del lavoro poetico di Flavio Almerighi. Un eBook (clicca qui per scaricare), che raccoglie, a cura dell’autore, un numero di poesie – tratte dalle undici pubblicazioni edite – e scritte dal 1998 al 2015 insieme con un interessante gruppo finale di inediti scritti tra il 2016 ed il 2017 tale da poter farsi una chiara idea sull’autore e sul suo lavoro poetico.

Quando “trattiamo” la poesia a mezzo condivisione, disquisizioni, intrattenimento, ma anche soltanto leggendola, non dovremmo mai esulare dal fatto che dietro ogni verso, finanche dietro ogni singolo sintagma, vi è sempre l’autore, l’artigiano che ha creato con le sue e soltanto sue specifiche capacità, quello che poi è arrivato a noi, ai nostri sensi e al nostro intelletto, alle nostre, di mani, e si spera sempre al cuore, al centro in cui pulsiamo vitali. Chi ha scritto e consegnato al lettore, anche nel più impersonale ed intellettualistico dei versi, vi ha comunque e sempre deposto una parte di sé e del suo vissuto contingente all’atto creativo. Dietro ogni poesia vi è il poeta; anche colui che, come nel caso di Almerighi, non voglia identificarsi come tale e che non ama, per motivi personali, che lo si chiami poeta. Questa introduzione, che per molti potrebbe scadere in una certa retorica, risulta quanto mai appropriata, se riferita al lavoro antologico appena inserito nel web dal sito La dimora del tempo sospeso: Almerighi è un acuto osservatore, una sentinella come una volta ha detto lui stesso, di quanto accade dentro e fuori la sua persona e rende al lettore in ogni composizione il suo sentire, la sua esperienza, il suo sguardo, il suo punto di vista.

Dalle opere più vecchie a quelle più recenti si nota quell’auspicabile e fisiologico mutamento, che vorremmo in tutti gli autori con la maiuscola: ad esempio dal discorso poetico molto lineare e romantico degli inizi, si procede man mano verso una versificazione più tagliente, meno usata nell’espressione, ma mai meno partecipata. E non si creda, senza confonderlo con lo stile, che questo sia qualcosa che accade a tutti gli autori, tra cui spesso ci si imbatte in alcuni che, individuato un certo modo di scrivere e finanche alcuni argomenti precisi, quasi fossero formule magiche, incentrano tutta la successiva produzione su quanto ha destato maggior interesse nel lettore. Ecco, in Almerighi accade che la poesia risponda esclusivamente all’autore, senza ricerca di benevolenza o ipocrisia; la poesia con Flavio Almerighi accade in piena luce, senza secondi fini o compromessi con l’esterno da sé. In Cerentari, lente d’ingrandimento sull’intera produzione almerighiana fino ad oggi, si notano fin dal neologismo del titolo esperienze di scritture differenti, incluse l’attuale e suffragata frammentazione del verso, quale espressione di una poesia considerata moderna, e la prosa poetica; si va, come nei riusciti percorsi autoriali, dalle prime poesie più liriche e partecipate, come ad esempio “Che silenzio! \ Alla ricerca affannante della felicità \ nell’impresa disperata \ di creare una sublime opera d’arte”, da Tarda estate, primo pomeriggio tratta da “Allegro Improvviso”, 1999, di due decenni fa, fino agli inediti recentissimi, dove pure il lirismo non viene meno, ma si sperimenta quasi un nuovo e personalissimo simbolismo, una separazione dall’accaduto resa in versi meno immediati da alcuni punti di vista, ma pur sempre estremamente capaci di coinvolgimento ed emozione e che continuano ad usare la brevità e l’incisività come nota di forza, come si legge nei versi della poesia di chiusura antologia: “Ti so bagnata d’una estate sporca, \ braci rosse, \ […] Dove un cane orfano piangendo \ sente mancanze credute dolore \ per il fastidio di un vicinato sordo”, da fermarsi in un cortile, inedito 2017.

La poesia di questo autore non teme l’influenza esterna delle mode e del tempo, tanto che in alcuni casi è possibile imbattersi in arcaismi giustificati dal puro piacere personale di chi lo ha usato, lungi dalla critica e dallo stupore del lettore, che pur sempre si ritrova ad avere a che fare con qualcosa di attuale, di contemporaneo, di vicino. Almerighi scrive per il Piacere di rendere in versi quello che attraversa, rimanendo sostanzialmente un poeta d’amore, anche nelle letture civili che in molti gli attribuiscono. E’ poeta civile nella misura in cui quello che scrive riguarda la civiltà, la civitas, ovvero l’uomo e l’ambiente strettamente a lui circostante, ma molti dei suoi componimenti hanno rimandi e radici storiche, oltre a tutto un ventaglio di appartenenze familiari, lavorative e ambientali, come ricordi di viaggio ad esempio, ma tutto assolutamente provato addosso, finanche le esperienze ferali di guerre vissute per interposta visione mi verrebbe da dire, nella visita ai luoghi degli accadimenti in questione, dove Almerighi non concede spazio a molto altro che non sia empatia e gratitudine verso le persone che hanno materialmente partecipato a quella Storia di liberazione di cui tutti oggi siamo figli. Tra i temi che emergono dalla lettura dell’opera di Flavio Almerighi, un posto particolare va al tema del distacco e della morte, spesso presente come versi dedicati agli estinti, sempre colmi di trepidante rispetto e incomprensione, mi si passi il termine, verso il mistero della dipartita, nell’emersione di una umanità che davvero coinvolge anche il lettore.

Infine, in quella chiusura del discorso che comunque deve esserci anche a questa nota, mi piace sottolineare una figura che spesso ho incontrato nelle poesie di Flavio, il treno, mezzo di avvicinamento e di allontanamento al contempo, immagine che al meglio veste la mia visione della poesia di questo autore, fatta di slanci e cuore, ma anche di saluti dalla banchina, di biglietti obliterati sempre per nuove mete con la consapevolezza che in fondo siamo nati \ credo, per smarrire \ e ritrovare la rotta, come leggo in un suo inedito scritto in questo caldissimo luglio 2017 e che ho voluto riportare anche in esergo di questa semplice annotazione di stima. [Angela Greco]

*

Flavio Almerighi è nato a Faenza il 21 gennaio 1959. Sue le raccolte di poesia Allegro Improvviso (Ibiskos 1999), Vie di Fuga (Aletti, 2002), Amori al tempo del Nasdaq (Aletti 2003), Coscienze di mulini a vento (Gabrieli 2007), durante il dopocristo (Tempo al Libro 2008), qui è Lontano (Tempo al Libro, 2010), Voce dei miei occhi (Fermenti, 2011) Procellaria (Fermenti, 2013), Caleranno i Vandali (Samuele, 2016), Storm Petrel (edizione bilingue di Procellaria, Xenos Books Los Angeles 2017 traduzione di Steven Grieco).  E’ presente in rete con il blog amArgine (https://almerighi.wordpress.com/).
Due poesie tratte dall’antologia Cerentari
Otto Giugno 2007,
.
tra una versione definitiva
e l’altra della vita
corrono strazi paralleli
riempiti di terriccio e formicai
a tirar rosari, somme e pareggi
che non rendono pari dignità
a un tramonto di classe.
.
[Guardava cani sui tetti,
anche allora sapeva di non vivere.
Già dall’Ottanta la sua anima
desiderava esequie vichinghe,
ma si sentì grande quel giorno,
quando, sulle rovine di Ninive,
trovò un cancello.]
.
L’arte sepolcrale
rasenta a volte l’imperfezione
non sono ritocchi, ma rintocchi
quelli d’ala al messaggero,
ad avere cura di,
orgogliosi per avere scalato
una ziqqurat caduta.
.
.
(da durante il dopocristo, Tempo al Libro, 2007)
.
.
.
A volte mi perdo in stazione
.
treni in ritardo consentono deflagranti letture
.
A volte mi perdo in stazione
negli occhi di un cane
illuminanti sullo stato
di salute e precarietà,
avessi trascorso tutta la vita
ad aggiustare parole
non mi sarei reso conto
della storia andata in replica,
del saluto nel bacio
della gratitudine al tempo reso
prima dell’arrivo
e alla prossima partenza.
.
.
(da Sono le tre, LietoColle, 2013
.
.

Flavio Almerighi, fermarsi in un cortile – Inedito da Portatori sani su La dimora del tempo sospeso

fermarsi in un cortile – di Flavio Almerighi (inedito)

.

Ti so bagnata d’una estate sporca,
braci rosse, interminabili distese
terrazzi e tempi che non passano.

Mai piacere è parola neutra, soffrire
fermarsi in un cortile
dove tutto spiove dall’alto,
la biancheria asciuga sempre uguale.

Dove un cane orfano piangendo
sente mancanze credute dolore
per il fastidio di un vicinato sordo.

Molti non ci sono più,
ascoltare con amore è confuso
al rimanere distaccati, ma tu parli,

parli, mentre cominciano baci
ovunque siano le tue labbra.

(2017)

*

qui il link dell’eBook di Flavio Almerighi pubblicato tra i Quaderni di RebStein di cui fa parte anche l’inedito sopra proposto:  https://rebstein.wordpress.com/2017/07/03/quaderni-di-rebstein-lxii/

La dimora del tempo sospeso

[Questi inediti di Flavio Almerighi fanno parte di un più ampio lavoro antologico che sarà pubblicato prossimamente nei “Quaderni di RebStein“. Siamo lieti di ospitare un autore che ha saputo costruire negli anni un suo autonomo e riconoscibile percorso di scrittura, viaggiando sempre “in direzione ostinata e contraria” rispetto alle mode estetiche, alle etichette critiche, agli steccati asfittici delle conventicole piccole o grandi, alle ipocrisie e agli apparentamenti di comodo. Un poeta costantemente “a(m) Margine“, che ci piace anche per questo. R.S.]

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