Duccio di Buoninsegna, Maestà – sassi d’arte

Duccio di Buoninsegna (1255 c.a. – 1318 \ 1319), Maestà (recto), 1308 – 1311

tempera su tavola, cm 211 x 426 – Siena, Museo dell’Opera del Duomo

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La grande tavola dipinta da entrambi i lati, fu realizzata da Duccio di Buoninsegna per l’altare maggiore della cattedrale di Siena. Il dipinto celebra la vergine, protettrice della città e alla quale è anche dedicata la cattedrale. Rielaborando il solenne stile bizantino con elementi della cultura gotica dell’Europa settentrionale, Duccio creò una pittura raffinata ed elegante che gli valse prestigiose commissioni, assicurandogli fama e riconoscimento. Egli seppe inoltre recepire e riadattare al proprio linguaggio stilistico le novità spaziali della pittura introdotte dal suo contemporaneo Giotto.

Per l’esecuzione della tavola del duomo di Siena (qui sopra il retro dell’opera Maestà),Duccio si avvalse di una grande e organizzata bottega, nella quale si formarono i maggiori pittori del Trecento senese, da Simone Martini a Piero e Ambrogio Lorenzetti. Questo capolavoro, eseguito fra il 1308 e il 1311, segna l’apice del percorso artistico del grande artista senese. La tavola, dipinta in modo da poter essere vista sia dai fedeli che si affollavano nella navata, sia dal clero che sedeva nel coro dietro l’altare, fu condotta tra la folla in ammirato tripudio dalla bottega dell’artista alla cattedrale il 9 giugno 1311.

Sul lato frontale dell’opera, che era rivolto verso la navata, è raffigurata la Vergine che, secondo una consueta iconografia medievale, è rappresentata come una regina, in Maestà, seduta su un trono monumentale in marmo intarsiato; attorno alla Madre di Dio e a suo Figlio, si accalca una corte celeste di angeli e santi. Tra queste numerose figure spiccano, inginocchiati ai piedi del trono, i quattro santi protettori di Siena: da sinistra, Ansano, Savino, Crescenzio e Vittore, mentre la piccola croce che alcuni di loro stringono in mano simboleggia il loro martirio. nella parte superiore, la tavola, che ha perduto la cornice originale, era completata da una galleria di apostoli raffigurati a mezzo busto.

Sul retro della tavola sono presentate, in ventisette scene, la Passione e la Risurrezione di Cristo, dal momento dell’ingresso a Gerusalemme, rappresentata in basso a sinistra, fino al «Noli me tangere», le parole che Gesù risorto dice a Maddalena dopo la risurrezione. Particolare rilievo è dato al tema della crocifissione, raffigurato al centro in uno scomparto più grande degli altri.  In origine, la narrazione sul verso della tavola era preceduta dalle storie dell’infanzia di Cristo (immagine qui in alto), dipinte nella predella, oggi separata dalla tavola stessa. La grandiosa opera rimase sull’altare maggiore fino al 1505, quando venne collocata su quello dedicato a San Sebastiano. Nel 1771 venne sottoposta ad un insensato smembramento che provocò la distruzione della carpenteria – cornici, pinnacoli, ornati lignei (tutti visibili nella ricostruzione virtuale riportata in chiusura ) – e la dispersione di alcuni pannelli.

tratto da Duccio di Buoninsegna – I capolavori dell’arte, edizione per il Corriere della Sera.

 

 

Iris: da Van Gogh agli dei – sassi d’arte

Vincent Van Gogh, Iris (1889)

  olio su tela, cm 71 x 93 cm – J. Paul Getty Museum, Los Angeles

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Acquistato nel 1891 dallo scrittore francese Octave Mirbeau per trecento franchi ed oggi conservato nel J. Paul Getty Museum di Los Angeles, si tratta di uno dei primi lavori eseguiti durante il ricovero presso l’ospedale di San Paul-de-Mausole a Saint-Rémy nell’anno precedente la morte dell’artista nel 1890. Vincent Van Gogh (1853 -1890), durante la sua prima settimana di ricovero in Francia, dopo la furiosa lite con l’amico Paul Gauguin, dipinse circa 130 quadri aventi come soggetto i giardini circostanti la clinica, tra cui la famosa Notte stellata e Iris, appunto. Come molti altri artisti del tempo, il pittore risente delle influenze xilografie giapponesi, prodotte a partire dal XVII sec. ed evidenziate, in Iris, dall’uso di contorni neri (elemento tipico delle xilografie giapponesi) tracciati intorno ai petali e ai gambi dei fiori.

Le piante, ritratte in stretto primo piano, a livello del terreno, eliminano la presenza di qualsiasi orizzonte e in tutta l’opera emerge forte il contrasto tra le foglie verde brillante e il viola intenso dei fiori. In apparenza caotico, Van Gogh seppe invece organizzare benissimo i colori, equilibrando l’opera con il colore rossastro del terreno brullo di una piccola porzione di incolto, richiamato dai fiori in secondo piano.  L’artista considerava quest’opera uno studio, e probabilmente è per questo che non ci sono disegni o schizzi noti, anche se il fratello Theo lo giudicò positivamente e lo inviò alla mostra annuale della Société des Artistes Indépendants nel settembre 1889, scrivendo a Vincent: “Gli iris sono uno studio pieno di aria e vita”. Al giorno d’oggi quest’opera è sulla lista dei dipinti più costosi mai venduti al mondo.

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Gli iris sono stati un soggetto ripetuto dall’artista olandese in più tele realizzate nell’ultimo periodo della sua vita. Negli anni i colori (essendo già tutti moderni e di fabbricazione chimica) hanno perso tonalità e le modalità di interazione sono state falsate, pur mantenendo la loro potenza.Vincent scriveva al fratello Theo di quanto fosse importante mettere in relazione i colori così che, rafforzandosi a vicenda, tutta la loro forza sarebbe apparsa senza mezzi termini; una forza che è possibile notare ancora, ad esempio, in un’altra opera ritraente gli stessi fiori, gli Iris del Van Gogh Museum di Amsterdam, un olio su tela del 1890 (cm 92,7×73,9). L’11 maggio sempre del 1890, Van Gogh in una lettera al fratello scritta dalla Provenza, poco prima che fosse ricoverato, gli annunciava la creazione di due grandi tele con mazzi di iris viola: una delle due era realizzata “in piedi” (in verticale) ed aveva i fiori contro uno sfondo giallo limone, in modo da ottenere un “rafforzamento a vicenda” dalla loro complementarità. Va ricordato che nella gamma dei colori il giallo ed il viola sono complementari ed uno conferisce, quindi, forza all’altro e che Van Gogh era a conoscenza dei recenti studi scientifici sui colori e ne adottò le regole nella sua produzione. (immagine a destra)

Van Gogh, consapevole che il destino dei fiori è appassire in fretta, sapeva che per coglierne l’essenza occorreva ritrarli tutti in una volta sola, in un tempo rapidissimo; ed è questo, infatti, ciò che si legge nelle opere che ritraggono gli iris: la spontaneità e l’immediatezza di un ritratto istantaneo capace di riportare in un’immagine vigorosa tutta la potenza della natura in un’espressione magniloquente ed esplicita della rinnovata dimensione artistica che colse l’artista nel periodo appena precedente la sua fine. Appena due mesi dopo questi ultimi iris, Vincent Van Gogh si uccise, lasciando in eredità, dunque, anche questa primavera, che paradossalmente è un inno alla gioia di vivere, quella stessa che lo aveva animato a tratti in una vita troppo turbolenta e passionale.

(tratto ed adattato da fonti varie dal web, tra cui il blog AssoloCorale)
Vincent van Gogh, Irises, 1890 – olio su tela, 73.7 x 92.1 cm – The Metropolitan Museum of Art, New York (immagine di Adele R. Levy, 1958)

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Approfondimento – Le prime notizie sull’iris risalgono al quindicesimo secolo a. C. e sono legate al faraone Thutmosis I che, di ritorno dalle campagne di Siria, nel bottino portò una vasta gamma di bulbi, semi, fiori secchi sconosciuti nel suo paese da studiare sia come ornamento dei giardini, sia per le possibili qualità medicamentose, che per la preparazione di filtri. A Tebe, in un’incisione dedicata a Thutmosis nel tempio di Ammone, si vedono riprodotte varie specie di fiori tra i quali un’Iris oncocyclus. Nel linguaggio dei fiori, l’iris è considerato forse tra i più ricchi di significato, anche per via delle diverse colorazioni dei suoi petali. Per la molteplicità dei colori di questo fiore, che conta circa duecento specie, la mitologia greca ha dato il suo nome alla dea dell’arcobaleno, che è chiamato arcoiris…o è il fiore che ha preso il nome dalla dea? Iris-Iride significa “arcobaleno”, dunque, e Iris-Iride, volando in cielo con la sua veste di veli multicolori, portava agli uomini il messaggio degli dei. Da qui il significato di speranza, di buona novella, di vero e proprio auspicio positivo di una veloce ripresa, se si attraversano momenti di crisi. La dea, a volte, accompagnava i defunti ai Campi Elisi e da qui l’abitudine dei greci di posare sulle tombe dei familiari iris viola. Affreschi raffiguranti iris in vaso sono stati trovati nell’isola di Creta ed il fiore che appare nello stemma di Firenze, erroneamente chiamato giglio, in realtà è l’iris fiorentina, un tempo comune nelle campagne attorno alla città. Nella religione cattolica, per la sua forma l’iris è associato al mistero della Trinità. Il fiore, che presenta stelo eretto su cui si ergono tre petali e, a volte, tre foglie e tre boccioli, rimanda ad un significato di natura mistica e trascendentale. (Antonia Bonomi per il sito arcobaleno.net)

L’iris è simbolo di fiducia, sincerità e saggezza; è il trionfo della verità ed è legato alla comunicazione di un messaggio positivo. Gli iris sono disponibili in un vero e proprio arcobaleno di colori ed il più popolare e diffuso è l’iris blu profondo, con un cuore giallo o bianco. Tra i significati principali di questo fiore troviamo speranza, coraggio e ammirazione. Vengono coltivati in ogni parte del mondo sia in giardino che in vaso, soprattutto nei colori blu, bianco e giallo.

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[…] (La sera ha sfumature di iris selvatico
tra spine di agave, il ricordo riporta il deserto:
esita un poco la tua voce ed è già abbastanza
per sentire un tremore di terra)
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Pietra su pietra è trascorsa anche questa notte.
Il lupo risale nelle vene e morde tra testa e petto:
“ero certo che avresti compreso subito”
che la difesa non è un elemento razionale.
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(Angela Greco, versi da L’isola nell’isola, in Zenit poesia, vol.II – La Vita Felice, 2016)
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[…] Da tre anni aspetto la fioritura dell’iris aucheri
affresco di Tebe e gioia del giardino del faraone,
introdotto in terra egizia dalla bella Siria.
Aspetto la scia colorata della buona notizia
l’attimo preciso in cui rileggere la carta delle vie
e lasciare alle stelle la decisione dell’esito finale
di questa strenua battaglia che lo specchio conosce.
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(Angela Greco, versi da Strada senza uscita , in Fuori le mura, inedito, 2016)

 

 

Lorenzo Calogero: Sono minacciosi i giorni ed altre poesie

libro bianco e nero

SONO MINACCIOSI I GIORNI – di Lorenzo Calogero

Sono minacciosi i giorni
ma tu siedi ora con gioia. Ristagnano
pensieri dolci a vedersi dentro un tacito raggio.
Non ti affannare di notte.
Come si pensa a volte nel sangue
si spegne la sete più intensa e dubbiosa
che spesso scivola e cade
da una mano veloce sui sentieri.
Solo la sera imminente mi commuove.
Si traggono felici conseguenze,
alti non quieti come dentro
furono un dì, un giro curioso,
e per caso tacito un inganno
sul cuore delle rose.
______________Si spingevano
a valle tante e vane, tacite le cose.
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da Lorenzo Calogero, Avaro nel tuo pensiero, Donzelli Poesia

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lorenzo-calogero-1954-milano-piazza-duomo-_2-web11Altre poesie dello stesso autore ai seguenti link:

Quattro sassi con…autori contemporanei in 4 poesie: Lorenzo Calogero 

Lorenzo Calogero, due poesie da Avaro nel tuo pensiero

Lorenzo Calogero, Rimane fra me e te  

da Come in dittici di Lorenzo Calogero 

“Te perduta” di Lorenzo Calogero (Melicuccà (RC), 28maggio 1910 – 25marzo 1961) 

 

Salvador Dalì, La tentazione di sant’Antonio – sassi d’arte

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Salvador Dalì, La tentazione di sant’Antonio, 1946
olio su tela,   cm 89,7 x  119,5  – Bruxelles, Musées Royaux des Beaux-Arts

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In seguito alle esplosioni della bomba atomica a Hiroshima e Nagasaki nel 1945, Dalí diede inizio a nuove ricerche esistenziali e artistiche, passando dalle suggestioni della psicanalisi a quelle della fisica nucleare trasformata in un misticismo paranoico-critico, come racconta egli stesso nel suo saggio sulla spiritualità Manifesto mistico del 1951. Da questo momento in poi, infatti, egli rivolse la sua arte verso una maggiore riconoscibilità delle forme, ispirandosi prevalentemente all’iconografia religiosa occidentale.

Dali-tentazione-di-Sant-Antonio1Quest’opera, dipinta a New York, risente appunto, di questo mutamento culturale; fu presentata al concorso indetto da Albert Levin – e vinto poi da Max Ernst – per la realizzazione dell’unica scena a colori del suo film sul soggetto Bel Ami di Guy de Maupassant. Nel quadro la tentazione appare a sant’Antonio in forma di un cavallo che s’impenna, simbolo del potere e della lussuria, e in forma di alcuni elefanti che portano sulla groppa diversi elementi dall’evidente connotazione erotica: una donna nuda e voluttuosa su un piedistallo, un obelisco romano ispirato al Bernini, alcune strutture architettoniche palladiane e, infine, una torre dal simbolismo indubbiamente fallico. La particolarità affascinante di questi animali giganti, che dovrebbero rappresentare gli spiriti maligni che provocano il santo eremita nel deserto, è la deformazione allungata e sottilissima delle zampe, che permette loro di entrare in una dimensione di tramite tra la terra e il cielo, tra realtà e spiritualità. (da Babele arte)

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Sogno-causato-dal-volo-di-unape-intorno-a-una-melagrana-un-attimo-prima-del-risveglio-di-Salvador-DalíNel suo lavoro Dalí si è ampiamente servito del simbolismo. L’elefante è una delle immagini ricorrenti nelle opere dell’artista catalano e comparve per la prima volta nell’opera del 1944 Sogno causato dal volo di un’ape intorno a una melagrana un attimo prima del risveglio (immagine a destra). L’elefante, ispirato al piedistallo di una scultura di Gian Lorenzo Bernini che si trova a Roma, viene ritratto con le “lunghe gambe del desiderio, con molte giunture e quasi invisibili” e con un obelisco sulla schiena. Grazie all’incongrua associazione con le zampe sottili e fragili questi goffi animali creano un senso di irrealtà. “L’elefante rappresenta la distorsione dello spazio” ha spiegato una volta Dalí, “le zampe lunghe ed esili contrastano l’idea dell’assenza di peso con la struttura (in presenza della struttura)” aggiungendo, poi, circa il suo mestiere: “Dipingo immagini che mi riempiono di gioia, che creo con assoluta naturalezza, senza la minima preoccupazione per l’estetica, faccio cose che mi ispirano un’emozione profonda e tento di dipingerle con onestà”. (dal web)

Antonin Artaud, Festa di reggenza

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FESTA DI REGGENZA, di Antonin Artaud

Uomini, o larve del reale
– E stasera la corte, la corte danza –
Girano cieli in ogni perla
E la festa trascina il cielo.
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O sfavillanti trapassati
Perché agitate gambe e braccia
Siete morti, non siete più là,
Appartenete al passato.
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Pertanto getti d’acqua canticchiano
Con la stessa ebbrezza
E le coppie sugli stagno
Fanno gesti comprensibili.
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O sentimento delle cose visibili
Sensualità plenarie
Il chiaro di luna proiettato
Perlustra pietre insensibili.
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E gli abiti sono pennelli
Inzuppati in una vernice infuocata
La cui punta attraversa l’anima
Densa e solida della notte.
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Il chiaro di luna lacera il vento.
Come soffi sulle pietre
Le parole attraversano la materia
Incostante dei sentimenti.
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Bisogna definire bene il suo spirito
Nella sensibile, sensibile luce
Di una vecchia festa principesca
I cui fuochi sono al di fuori dello Spirito.
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La stessa ampollosità immensa
Che vi impedisce di pensare
Muta in danza la vostra demenza
Uomini, o larve del creato.
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____________________(25 settembre 1922)
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da Artaud, Poesie della crudeltà (1913 – 1935), trad. di Pasquale Di Palmo, Stampa Alternativa Nuovi Equilibri 3 / 2002 — immagine: Edvard Munch, La tempesta, 1893, olio su tela, Museum of modern art, New York.

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Artaud_manrayAntonin Artaud – Nato a Marsiglia nel 1896, manifesta presto i sintomi di una grave sofferenza mentale. Scartato nel 1917 dall’esercito per sonnambulismo, si trasferisce a Parigi nel 1920 e qui comincia a recitare nelle produzioni dell’Atelier di Dullin e poi in quelle dei Pitoeff. Entra nel movimento surrealista di Breton, ma ne esce presto per motivi politici. Il regista cinematografico Abel Gance gli fa interpretare il ruolo di Marat nel Napoléon (1926); anche Freyer gli dà una parte nel film La passione di Giovanna d’Arco (1928).
Nel 1926 fonda con altri il Teatro Alfred Jarry, che ha però breve vita. Nel luglio 1931 assiste, all’Esposizione coloniale di Parigi, a uno spettacolo di danzatori dell’isola di Bali, che segna una tappa decisiva nella successiva elaborazione della sua poetica teatrale.
Nel 1935 inaugura il nuovo movimento del Teatro della crudeltà (Theatre de la Cruauté) nella sala parigina delle Folies-Wagram, mettendo in scena un suo testo, I Cenci, che però non ha successo.
Negli anni successivi Artaud si reca in Messico, quasi senza denaro. Nei villaggi indios della Sierra Madre matura un ttale distacco dal mondo occidentale: lo affascinano il peyotl (fungo allucinogeno), le danze solari e la simbiosi che gli indios manifestano con la terra e il suo doppio notturno (la luna).
Tornato in Europa, nel 1937 è arrestato in Irlanda e recluso per vagabondaggio. Viene rimpatriato e internato. Trasferito (1943) nell’ospedale psichiatrico di Rodez, si dedica all’arte-terapia, ma viene ferito dall’elettrochoc.
Scrive lettere e compila quaderni che documentano il lento sprofondare nella follia.
Con l’aiuto di amici lascia Rodez nel 1946. Consumato da un tumore (che lenisce con oppio e cloro), scrive il dramma radiofonico Per finirla con il giudizio di Dio. La trasmissione, prevista per la sera del 2 febbraio 1948, è sospesa per blasfemia e oscenità; va in onda tre settimane più tardi solo per pochi invitati. Pochi giorni dopo Artaud è trovato morto. (tratto dal scuolissima.net) – fotografia di Man Ray

Allen Ginsberg, Annunci personali

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ANNUNCI PERSONALI di Allen Ginsberg

Poeta professore nell’autunno degli anni
cerca aiutante compagno protettore amico
giovane amante con animo compassionevole vuoto
spirito esuberante, diretto, bello
fisico atletico e mente sconfinata, coraggioso
guerriero, nessun problema se gli piacciono anche donne e ragazze
che condivida letto meditazione appartamento nel Lower East Side,
aiuti e ispiri l’umanità a conquistare mondo rabbia e colpa
nutrito di Whitman Blake Rimbaud Ma Rainey e Vivaldi
esperto soggiogato dalla maestà primordiale dell’Arte, priapico spensierato
giocoso inoffensivo schiavo o padrone, mortalmente tenero leggero signore del ___tempo,
fotografo musicista pittore poeta yuppie o studioso-
Mi trovi qui a New York solo con il Solo
paziente di signora psichiatra che dice Trova il tempo
per qualcuno da poter chiamare amore, tesoro, che ti stringa
che possa eccitarsi e appoggiare la testa sul tuo cuore in pace.

 

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– trad. di Nicola Gardini –

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da Nuove poesie d’amore, AA.VV. – Crocetti Editore

immagine: opera di Christian Schloe

Quattro sassi con…autori contemporanei in 4 poesie: Giovanni Asmundo

Quattro sassi con - Il sasso nello stagno di AnGre

Quattro sassi con…autori contemporanei in 4 poesie: Giovanni Asmundo

Quattro poesie inedite dalla silloge Disattese

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Sgusciando tra i banchi del mercato
tra i basoli bianchi, le banniate
ci colpiscono sotto i fazzoletti
non parliamo tra noi, certi giorni
fantasmi rapiti alla folla.
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Ma la piccola gioia nascosta del rientro
a casa, tra i bimbi monelli a scintille
la frescura delle tende tirate
in un’estasi d’aglio e prezzemolo.
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Mio spoglio ramo, pendente da fuori il cortile
tra gocce di cenci a stendere
macerie di grigie rupi, ai confini del mondo
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anche noi, tra queste piastrelle
con un canto sommesso tenteremo
di salire sulla cima dei gradini
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e si leveranno forse i nostri sogni
al di là delle macerie dei muri.
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Propriu accussì, disse idda, scruscianno
sutt’alli dita li ricchina chi fussi c’avìa
e u coddu pie’atu ‘un cuntava
li signa di l’attisa sinza fini
propriu accussì, disse idda, t’aspittai
ma l’uora chi passò junse a tuccari
li rive dill’ultimi spunne ‘mmutite.
E si ficero muti l’anguli dilli pariti
e si ficero muti li pisi pinnenti di’ fili. ¹
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Proprio così, lei disse, schioccando
sotto le dita i supposti orecchini
e il collo reclino non raccontava
i segni dell’attesa senza fine
proprio così, lei disse, ti attesi
ma l’ora trascorsa giunse a lambire
le rive delle ultime sponde ammutite.
E tacquero gli angoli delle pareti
e tacquero i pesi pendenti dai fili.
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¹ versi in dialetto messinese
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L’irriducibilità delle stelle
era pari alle braccia delle madri.
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Non più vasi in testa, mutati i fardelli
ma sempre un arcaico sorriso giocondo
e il gomito ad anfora greca.
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La cicala iniziava di notte, domandava
alle guance, alle caviglie di ognuna
se fossimo brandelli di uno stesso
corpo, attorno alla cesta d’origano.
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giovanni asmundo ritGiovanni Luca Asmundo. Nato a Palermo nel 1987, dopo il Diploma di Maturità Classica si trasferisce a Venezia. Nel 2013 consegue la Laurea Magistrale in Architettura presso l’Università IUAV di Venezia, presso la quale attualmente collabora alla didattica e svolge attività di ricerca nei campi della storia e della rappresentazione dell’architettura.
Partecipa a vari reading, tra i quali “Èrato a Matera, festival dell’Arte e della Poesia” (2015). Nel 2014 è finalista al XXVI Premio Gioachino Belli. Sue poesie sono state pubblicate su riviste online tra le quali Poliscritture e Poetarum Silva, nonché in tre antologie de La presenza di Èrato.
È tra i curatori del progetto itinerante di poesia e fotografia “Peripli. Topografia di uno smarrimento” (peripli.wordpress.com) e di “Congiunzioni Festival di poesia e videoarte 2015”.

Leonardo da Vinci, San Giovanni Battista – sassi d’arte

San Giovanni Battista - Leonardo

Leonardo, San Giovanni Battista (1508 – 1513 circa)

olio su tavola, cm 69 x 57 – Parigi, Musée du Louvre

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“Questa tavola insieme con altre fu vista nello studio di Leonardo a Cloux nel 1517; quindi ereditata dall’allievo Salaì, nel cui inventario compariva a Milano nel 1525. Come altri dipinti, anche questo deve essere stato venduto dagli eredi, perché pervenne nella raccolta di E.Jabach dal quale fu ceduto, prima del 1666, a Luigi XIV e quindi trasferito al Louvre.

Il santo è raffigurato a mezzobusto, una variazione sul tema della figura classicamente e monumentalmente costruita nello spazio in diretta suggestione di modelli della statuaria antica. Il dipinto può considerarsi interamente autografo. La figura è avvolta in una morbida ombra e presenta sul volto quell’espressione languida e ambigua tipica delle ultime opere del maestro. Lo sfumato, che un po’ appesantisce l’immagine, è usato in modo intenso. Attraverso l’uso del chiaroscuro Leonardo cerca di inserire il rilievo nella superficie dipinta: il rilievo, che altro non è se non il prodotto del rapporto ottico tra un oggetto e il suo fondo (teoria molte volte espressa nei suoi scritti).

Oggi l’opera si presenta annerita, e nonostante questo, sulle pareti in ombra c’è un qualche riverbero di luce, ombre primarie e ombre secondarie. La morbidezza con cui sono risolti i passaggi tonali dall’uno all’altro dei contorni del viso è indice dell’interesse leonardiano per le velature atmosferiche. Il tema del dipinto è la luce, luce ottica ed espressiva.” (tratto da Leonardo, I classici dell’arte – Rizzoli | Skira)

San Giovanni Battista (part.) - leonardo

da“La finestra dell’anima” di Mario Pomilio:

“[…] L’intera pittura di Leonardo è mossa dalla coscienza della mutevolezza della realtà fenomenica, analoga a quella, che lo scienziato ebbe fortissima, della mutevolezza della realtà fisica. E come appunto lo scienziato intuisce che i fiumi, rodendo le valli, mutano di continuo il paesaggio, o che la natura piglia piacere “nel fare continue vite e forme”, così il pittore risulta sensibilissimo all’infinita varietà che l’intervento del tempo importa nelle parvenze del reale.

E propio in questa chiave d’una visione sopsesa e come librata tra due battiti di ciglia e già pronta a logorarsi capita a me d’avvicinarmi più di frequente alla pittura di Leonardo e meglio sentirne il perché dell’inafferabile fuggevolezza d’espressione dei suoi volti, dello sfumato e non finito dei suoi paesaggi, delle sue esplorazioni d’ombra, del suo interesse pel gesto e lo stato d’animo che già nel manifestarsi sembrano vicini a dileguare, come pure della sua predilezione per le luci crepuscolari e gli sfondi voltati all’azzurro e i momenti in cui l’atmosfera si fa indecisa e impalpabile e più evidente l’essenza sfuggente della “bellezza del mondo” e la qualità insieme altissima e caduca della gioia che ne riceviamo: quasi che, nel fissare in un assoluto espressivo la perfezione d’un’ora che sta lì lì per incrinarsi, egli avesse voluto preservarla dall’insidia del tempo, questo “veloce predatore delle cose umane”, che presto l’avrà “disfatta” “.

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La bellezza e la malia di questo dipinto, che ho avuto la fortuna di vedere dal vivo in una esposizione a Roma qualche anno fa, sono davvero lontane da qualsiasi parola e forma d’aggettivazione, fossero anche le più ricercate. Dopo La Gioconda (vista al Louvre nel lontano 2009 e della quale ricordo ancora alla perfezione la sensazione suscitata dalla visione del dipinto), questo San Giovanni Battista è stata la seconda opera di Leonardo innanzi alla quale la parola ha lasciato il posto allo stupore, alla meraviglia.

Catturati da un’atmosfera che separa, esclude, azzera il già visto, il già sentito, tutto quanto si ha intorno, la visione diviene a 360° e ci si sente avvolti e turbati dallo sguardo di questo giovane, incapaci d’altro.

Ho voluto proporre questo lavoro nei Sassi d’arte, anche a distanza di anni dal mio incontro con l’opera stessa, come un invito a lasciarsi andare, ad abbandonarsi alla Bellezza, sempre più spesso dimenticata e maltrattata eppure estremamente necessaria per riscoprirci “Persone” in tempi come questi…(Angela Greco)

Per IN APULIEN, rubrica di Anna Maria Curci per Poetarum Silva, inediti ed editi di Angela Greco

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Per IN APULIEN, la rubrica di Anna Maria Curci per Poetarum Silva

inediti ed editi di Angela Greco

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Salomè decide per se stessa
(inedito, 2016)

(Chiede la sua testa,
ma non basta un vassoio d’argento a contenere il disgusto.)

Erode Antipa è bellissimo e ha il fascino di chi comanda.
Salomè danza per lui con il macabro pegno ai suoi piedi.
Erodiade occupa un’altra stanza ed i commensali hanno voltato le spalle.
Salomè danza tra veli e sfumature di rosso. Gli occhi orientali ridono.

“Non è stata mia madre. E neppure il Battista.”

Erode la omaggia di sguardi e sotto la tunica accade qualcosa;
Salomè danza sempre più vicina e con i veli annuvola il di lui cielo.

(Nel Palazzo fremono i preparativi per la festa
ed il tempo è propizio alla congiura adesso che il predicatore tace.
Hanno pranzato insieme un tempo non lontano, ma ora è diverso.
Le vesti bianche contrastano ferocemente i pensieri
e si definiscono i dettagli dell’imminente cambiamento.)

“Danzi solo per me, Salomè?”
Ride Erode della retorica e della bella fanciulla;
la prossima testa a cadere ai piedi di lei sarà la sua e lui lo sa.
Salomè danza. Danza e aspetta.

* * *

secondo tempo
(inedito, 2016)

[…]

Cecilia venne tratta dal marmo nella stessa posizione
del martirio e del collo segnato dalla spada.
Il volto della fanciulla si può solo immaginare.
Del coraggio si sente ancora la voce ferma e fiera.

Fuori una rosa guarda maggio oltre le spine.

[…]

Ogni giorno ha il suo santo che canta.
Lo sguardo al cielo non è facile se soffri di cervicale.

Pietro ha sofferto non poche esitazioni lungo il cammino
eppure mia madre non ha mai smesso di seguirlo.

[…]

Un fado portoghese racconta solitudine
davanti allo specchio le dita intrecciano note
e la fisarmonica riempie la stradina inattesa.
Ho guardato la luna pochi passi prima
tra le foglie di basilico si nasconde il mare.

Che attinenza abbiano i santi con il vecchio paese
lo sanno soltanto quelle note nostalgiche e la luna.

[…]

L’anziano musicista si guarda allo specchio
per farsi compagnia.
La casa ha l’uscio socchiuso su una calla bianca:
è appena fiorita l’immagine della sera
ma a lui importa soltanto il suo ricordo.

Esco dalla casa difronte per incontrare la sua donna.
Sono in molti a pensare che lei non ci sia più
eppure la musica l’abbiamo ascoltata tutti.

[…]

«Lasciami i santi a cui raccontare bugie»
non ha tutti i torti la fisarmonica.
Mentre il fado raggiunge il mare
stridono le pietre
nella manovra che ci riporterà a casa.

* * *

Scene e personaggi
(da Anamòrfosi – in uscita)

§

Abbiamo un Amleto in comune
a cui affidare una trama e svelare una follia.
Al termine della scena si spegnerà la luce
e si riempirà la stanza senza palcoscenico.

Entra per la stessa porta e chiudi subito.
Togli pure la maschera. Non servirà.

Racconta la vicissitudine della notte che hai ascoltato
di là da dietro il giorno, oltre la tenda, l’inganno:
hai visto quei volti bianchi di menzogna e hai riso
di inatteso stupore.

(sulla torre si fa sacra la notte al canto della civetta
e gli occhi conoscono bene il corridoio da percorrere)

Questa rappresentazione ha sortito applausi scroscianti
e preciso il tuo indice ha indicato il punto e il motivo
dove guardare, su cui scrivere, da cui fuggire.

Quel dire, però, non ha capacitato la platea
che riottosa ha lasciato il teatro nella nebbia.

(sulla torre si fa sacra la notte e la civetta è una lira
e la mano conosce bene il luogo da raggiungere)

Entra, l’attesa è conclusa. Il Novecento sta finendo
e con esso abbiamo finalmente una deriva
da accusare.

§

La stanza è lastricata di vetri che sanguinano.
Le mani ferite dall’incedere delle parole
si trascinano a ginocchia scoraggiate
verso l’unica finestra
dalla visione di un giardino già visto.

Rimbalza il frutto rosso da terreno a pensiero
e tocca raccoglierlo dal piano inferiore
quello che per molti è solo il sostegno al calpestio
e dove nessuno semina più fatica e attesa.

Il rapimento di questo lasso di tempo è comprovato
dalla stoltezza dei gabbiani che non distinguono più il mare.

(Parli, lo sento
e nel virgolettato delle tue sillabe
sostieni quel silenzio
di chi conosce già i titoli di coda.)

* * *

continua a leggere al seguente link:

https://poetarumsilva.com/2016/07/18/in-apulien-15-angela-greco/ 

*

un gioioso grazie ad Anna Maria Curci e alla Redazione tutta di Poetarum Silva!

Angela Greco AnGre

Mario Benedetti, Un buffone e un angelo

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Un buffone e un angelo

Abbiamo dentro un buffone e un angelo
un santo e un carnefice
un ubriaco e un saggio
.
abbiamo tutti un addio con pianto
un pioppo incontrollato
due tre benvenuti
.
tutti guardiamo attraverso il sogno
di vetri opacizzati
o di amori autunnali
.
la tramontana ci spettina in un attimo
se ancora conserviamo
un fiordo di calvizie
.
siamo alla mercé delle mercedi
delle parole dette
di quelle mai più dette
.
c’è una fortuna che ci viene data
e un’altra che noi stessi sviluppiamo
con un po’ di fortuna
.
quando di notte ci inventiamo
il risultato è così splendido
che non ci riconoscono

.

Mario Benedetti, da El mundo que respiro / Il mondo che respiro, in Inventario, a cura di Martha L.Canfield, ed.Le Lettere.

immagine: opera di Joanna Sierko

Paul Eluard, La curva dei tuoi occhi intorno al cuore

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La curva dei tuoi occhi intorno al cuore

La curva dei tuoi occhi intorno al cuore
Ruota un moto di danza e di dolcezza,
Nimbo del tempo, arca notturna e fida,
E se non so più tutto quello che vissi
E’ che non sempre i tuoi occhi m’hanno visto.

Foglie di luce e spuma di rugiada
Canne del vento, risa profumate,
Ali che il mondo coprono di luce,
Navi che il cielo recano ed il mare,
Caccia dei suoni e fonti dei colori,

Profumi schiusi da una cova di aurore
Sempre posata su paglia degli astri,
Come la luce vive d’innocenza
Il mondo vive dei tuoi occhi puri
E va tutto il mio sangue in quegli sguardi

.

da Paul Eluard, Poesie, trad.di Franco Fortini, Einaudi, 1966

.

I081703_lgPaul Éluard, pseudonimo di Eugène Grindel (1895-1952), nato a Saint Denis, trascorse due anni nel sanatorio di Davos, dove conobbe la prima moglie e cominciò a scrivere dei versi, ispirandosi al vitalismo di Whitman e alla musicalità di Verlaine. Alla fine della guerra si stabilì a Parigi. L’incontro con il movimento surrealista, di cui fu con Aragon e Breton uno degli esponenti di maggior rilievo, gli offrì l’occasione di una più profonda riflessione sulla scrittura, ma non significò la rottura con la tradizione; anzi, sin dalle prime opere egli seppe trovare un originale equilibrio tra eredità del passato e conquiste surrealiste. Éluard presta ascolto alla poesia “involontaria”, racchiusa nei proverbi e nei modi di dire; recupera un andamento lirico, sobrio, semplice, un linguaggio diretto, che esprime in poche parole, in testi brevi e condensati, i rapporti dell’uomo con l’universo dei sensi e del sogno. Al centro della sua opera vi è l’amore, valore supremo, unica possibilità per infrangere la solitudine. Tra le sue prime raccolte, coincidenti con la stagione surrealista, si ricordano Mourir de ne pas mourir (Morire di non morire, 1924), L’amour la poésie (L’amore la poesia, 1929), La vie immédiate (La vita immediata, 1932).
Nel 1930 la moglie lo lasciò per il pittore Salvador Dalí. Fu un’esperienza dolorosa, da cui si riprese grazie all’amore per Marie Benz, che sposò nel 1934. In quegli anni la sua poesia mosse verso un impegno più deciso e una dimensione fraterna. Nel 1938 si consumò la rottura con Breton. Il dramma della guerra civile spagnola, l’esperienza della guerra e della Resistenza, a cui partecipò iscrivendosi al Partito comunista (1942), accentuarono il carattere impegnato della poesia di quegli anni: Les yeux fertiles (Gli occhi fertili, 1936); Cours naturel (Corso naturale, 1938); Poésie et vérité (Poesia e verità, 1942). Tra le ultime opere si ricordano: Poésie ininterrompue (Poesia ininterrotta, 1946); Poésie ininterrompue II (1953, postuma) forse la sua raccolta migliore; Une leçon de morale (Una lezione di morale, 1949); Pouvoir tout dire (Poter dire tutto, 1951). La voluta limpidezza e immediatezza del linguaggio trova il suo limite in una certa facilità delle immagini, potenti sì, ma talvolta un po’ gratuite. Comunque, nelle opere più riuscite, la sua voce pura, originale e familiare, musicale e scarna, si impone per la fiducia nella poesia quale strumento di un amoroso rapporto dell’uomo con gli altri uomini e con le cose. (da Sapere.it) — fotografia di Man Ray

Ponzio Pilato, romanzo, di Giorgio Linguaglossa letto da Angela Greco

by_ AnGre

Ponzio Pilato, romanzo, di Giorgio Linguaglossa letto da Angela Greco

Ponzio Pilato, romanzo del 2010 di Giorgio Lingualgossa edito da Mimesis Edizioni (Milano-Udine) è un intreccio di storia, cronaca e psicologia, fatto di trenta brevi capitoli più un prologo ed un epilogo, che s’inseguono in maniera circolare e nell’andamento ricordano una marcia di soldati, che ben conoscono la meta e non si lasciano sopraffare dall’affanno di chi già conosce il finale. Il romanzo si apre con la notizia del ritrovamento di un’anfora colma di monete d’oro, all’interno di uno scavo che porta alla luce un frammento del pavimento di una villa patrizia emerso tra i resti di un incendio, “La villa di Ponzio Pilato” e si chiude con il “Commento di un romano a futura memoria”. Ognuna delle 133 pagine di cui è composto il libro (per la precisione il numero è inferiore, poiché quelle bianche elegantemente chiudono alcuni capitoli per concedere ai successivi di iniziare sempre sulla pagina frontale rispetto al lettore) è un agglomerato densissimo di notizie e spunti di riflessione, dove è necessario albergare qualche tempo nella calda e polverosa aria della Giudea, per cercare di comprendere meglio le dinamiche e la mentalità che hanno portato in una certa direzione la storia di quei popoli e dell’intero Occidente.

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Il grande pregio del romanzo è quello di mettere in discussione la storia di Jehoshua e di narrarla indirettamente attraverso i pensieri e le azioni dei protagonisti: Ponzio Pilato, quarto governatore della provincia romana di Giudea; sua moglie Claudia Procla; il comandante della milizia segreta romana Gaio Lentulo; il centurione Longino ed il Sinedrio, controparte attiva ed importante nell’esito della storia personale di Ponzio Pilato. Tra queste pagine, dove pure si citano frasi attribuite dai Vangeli e dalla tradizione a Gesù di Nazareth, non si cade mai nel tranello della reverenza rispetto all’ordine d’importanza delle figure, forte anche del pensiero su religione e religiosità del suo autore, che in Ponzio Pilato narra i fatti con il distacco e la competenza in materia del medico legale per il referto autoptico, rispettando il corpo che ha dinnanzi, in questo caso rappresentato da duemila anni di Cristianesimo giunto fino ad oggi con i capisaldi pressoché invariati dall’epoca dei fatti e sui quali si è costruito tutto un mondo che comunque Lingualgossa non demolisce, nonostante il fare meticoloso e razionale di chi cerca di sfuggire alla favola in favore della realtà, che emerge in tutto il romanzo.

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L’autore rende il dato storico e sociale, come fosse un cronista dell’epoca sul campo, relegando il proprio punto di vista a poche frasi, quasi sempre dubbi, che dissemina tra tutti i personaggi, senza imporre mai la propria voce, ma favorendo un sano senso critico nel lettore, adducendo ragionamenti e relative argomentazioni, che rendono quello che secondo me è lo scopo precipuo del romanzo: quello di fornire non già un avallo alla tradizione cristiana, quanto piuttosto un momento ed un motivo critico, sia all’occhio incantato del fedele che a quello disincantato del pragmatico fino all’ateismo, il cui punto di vista è spesso tenuto a debita distanza dall’argomento sacro-cristiano, che ha preferito reprimere ogni sorta di dubbio per una sua affermazione maggiormente duratura.

Lo sfondo mirabile del romanzo è Roma, sempre e comunque presente anche nelle pagine più specificatamente dedicate alla Giudea, ai suoi usi e ai suoi costumi; Roma, quale verità storica e termine di paragone tra due civiltà e due religioni, tra due modi di governare e di integrarsi, ma anche simbolo di quel potere mal accettato dal vinto e che pure doveva realizzarsi, perché anche noi fossimo quello che siamo oggi. Ponzio Pilato è romano e per tutto il romanzo ragionerà ed agirà da romano, fino al fatidico gesto per cui è passato alla storia, che al meglio esprime la difficoltà di un impero a governare in terre geograficamente e storicamente così lontane dalla sua realtà. Roma è rappresentata anche dalla moglie di Ponzio Pilato, Claudia Procla, di cui spesso si sottolinea in maniera specifica l’appartenenza al popolo romano, che rappresenta un po’ una sorta di superficie riflettente entro cui il procuratore romano si guarda e si interroga – rimanendo purtuttavia solo con le sue decisioni prese giuste o sbagliate che siano – e alla quale è affidato il ruolo di interpretare il sovrannaturale e l’oltre ragione, attraverso l’espediente narrativo del sogno grazie al quale Claudia mette in guardia Ponzio dal condannare Jehoshua, fornendo il controcanto e il dubbio (e se non fosse andata così?) circa la storia così come ci è stata raccontata.

Enrique Irazoqui ne Il Vangelo seocondo Matteo, Pier Paolo Pasolini, 1964

Nei trenta capitoli si susseguono le narrazioni secondo i punti di vista dei diversi protagonisti, in un movimento circolare della narrazione che pare voler ratificare quanto accaduto: possiamo così leggere la sentenza di Jehoshua secondo Pilato, ma anche secondo il centurione Longino, al quale è affidato il racconto di Gesù in questo momento in maniera maggiormente aderente alla tradizione, ma priva dell’alone di sacralità a cui siamo maggiormente abituati e grazie al quale scopriremo il freddo e macabro rito della crocifissione operato dei Romani.

Il romanzo scopre anche le enigmatiche figure di Barabba e Giuda, immerse nel contesto che deve essere loro appartenuto e sui quali abilmente vengono lasciati dubbi irrisolti; ma il dubbio è parte fondante di tutto il testo narrativo. Dubbio che affligge anche i lettori e fornisce dell’uomo Pilato – insieme alla peculiarità di soffrire d’emicrania, che lo rende più umano di quanto tramandato dai Vangeli – l’immagine di qualcuno maggiormente preoccupato della forma rispetto alla sostanza, sempre all’erta e allarmato sui suoi rapporti con Roma e sull’idea che quest’ultima può avere di lui; Pilato che in chiusura mi piace rappresentare con una frase da lui stesso enunciata, tratta dal capitolo “Parola apocrifa di Jehoshua”: Nella circostanza, il bandito e l’intellettuale si equivalgono, lasciando al lettore la scelta di chi schierare da una o dall’altra parte.

Angela Greco, luglio 2016

– immagini: P.P.Pasolini, Il Vangelo secondo Matteo – dal web –

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Prologo
La villa di Ponzio Pilato
Questa è l’anfora colma di monete di oro zecchino, sbucata fuori dalla terra dall’aratro di un agricoltore a Sovana nei pressi dell’odierna Grosseto. Un mucchio di quattrocentonovantotto monete d’oro che risalgono al periodo a cavallo tra il 420 e il 550 dell’era cristiana.
Chi è stato e perché hanno seppellito quel tesero cosi in superficie, appena sotto uno strato di terra soffice che potevi scavare con le mani? Che cosa è accaduto in quella notte del tardo impero quando i goti di Alarico invasero l’Italia?
Dagli scavi è emerso un frammento, appena una tessera del mosaico di un pavimento di una villa patrizia, e i resti di un incendio, alcune tavole di torba affumicate e null’altro.
Una villa patrizia con gli alloggi del latifondista e dei suoi schiavi, col peristilio in marmo e una piscina contornata di bianche statue e le papere tranquille che affondano nell’acqua torbida … Tutt’intorno, una fortificazione di muro spesso con i guardiani armati in vedetta, sui camminamenti di ronda e sulle torri merlate.
Giungono i barbari, di notte, nel silenzio delle stelle e passano a fil di spada gli abitami colti nel sonno, oltrepassano la cinta e si insinuano nelle stanze della servitù seminando stupri e morte. E giungono sulla soglia della porta a borchie del dominus che tenta una disperata resistenza con la spada in pugno insieme ai soldati sopravvissuti, mentre un fedele suddito sta scavando la buca e depone l’anfora con il tesoro di monete e l’effigie dell’ultimo imperatore.
I barbari sono arrivati e l’impero s’è dissolto come nebbia. E le monete sono qui, giunte fino a noi a duemila anni di distanza. Dopo il futuro e dopo la morte e dopo il tempo. Dopo il Tramonto.

Yves Bonnefoy, due poesie da Quel che fu senza luce

ph.Angela Greco AnGre

Yves Bonnefoy, due poesie da Quel che fu senza luce

.

UNA PIETRA

L’estate passò violenta per le sale ariose,
Ciechi i suoi occhi, il suo fianco nudo,
Gridò, e il richiamo squassò il sogno
Di quelli che dormivano là nella semplicità del loro esistere.
.
Rabbrividirono. Cambiò il ritmo del respiro,
Le loro mani riposero la coppa del sonno.
Già il cielo era di nuovo sulla terra,
E fu il temporale di pomeriggi estivi, nell’eterno.
.

§

LA RAPIDITA’ DELLE NUVOLE

Il letto, la finestra vicina, la valle, il cielo,
La magnifica rapidità di queste nuvole.
L’artiglio della pioggia sul vetro, all’improvviso,
Come se il nulla siglasse il mondo.
.
Nel mio sogno di ieri
Il grano di altri anni ardeva in brevi fiamme
Sul suolo lastricato, ma senza calore.
I nostri piedi nudi lo scostavano come un’acqua limpida.
.
O amica mia,
Come era esigua la distanza tra i nostri corpi!
La lama della spada del tempo che s’aggira
Avrebbe invano lí cercato il luogo per vincere.
.

..

da Yves Bonnefoy, Quel che fu senza luce \ Inizio e fine della neve, trad. di Davide Bracaglia, Einaudi, 2001

.

yves_bonnefoy1Yves Bonnefoy, nato a Tours nel 1923 è morto il 1 luglio 2016 a 93 anni, professore emerito al Collège de France di Parigi, poeta, prosatore e saggista. Ha tradotto Shakespeare, Donne, Keats, Yeats, Petrarca, Leopardi.

Più volte candidato al Nobel per la letteratura, ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti internazionali. In Italia ha pubblicato diverse raccolte: Movimento e immobilità di Douve, 1953; Ieri deserto regnante, 1958; Pietra scritta, 1965; Nell’insidia della soglia, 1975; Quel che fu senza luce, 1987; Qui dove ricade la freccia, 1991; Inizio e fine della neve, 1991; La vita errante, 1993; Le assi curve, 2001; La lunga catena dell’àncora, 2008.

Angela Greco, Natività – tratto da: Prospettive. Omaggio di parole a Francesco Malavolta a cura di Words Social Forum

da: Prospettive. Omaggio di parole a Francesco Malavolta

a cura di Words Social Forum

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Angela Greco, Natività 

versi per la fotografia di Francesco Malavolta

.

C’è del sacro in questa salvezza d’umanità
che senza sorriso guarda la notte
e tra le braccia
– in un attimo caravaggesco –
al domani.

Nell’anticipo di apocalisse sulla sponda opposta
fauci di drago sputano sulla quotidianità
abbandonata d’un fiato e d’un battito
per tentare l’approdo
tra i miracoli del baratto con la sorte.

Attorno alla Madre
si stringe l’ostinazione di sopravvivere.
Nell’affanno della riva
una sedia attende il ritorno
arrugginendo di lacrime e silenzio.

(inedito)

*

“Francesco Malavolta è un fotogiornalista. Dal 1994 collabora con varie agenzie fotografiche nazionali ed internazionali, con organizzazioni umanitarie quali l’UNHCR e l’OIM. Dal 2011 documenta, per conto dell’Agenzia dell’Unione Europea “Frontex”, quel che accade lungo i confini marittimi e terrestri del Continente. Da subito orienta quasi totalmente i suoi lavori sulle frontiere e di conseguenza sul flusso migratorio dei popoli, in particolare su quello proveniente dal mare. Segue le vicende dall’immigrazione fin dall’inizio degli anni Novanta, dai tempi del grande esodo dall’Albania. Semplice e rigoroso il suo metodo di lavoro: studiare, documentarsi, prepararsi a ogni servizio come se fosse il primo. Non dare mai niente per scontato. E “disarticolare” con le immagini l’idea che le migrazioni siano una specie di fenomeno idraulico: un “flusso” dove gli individui, il loro nome, la loro identità, e il loro sguardo, non esistono più” – MariaGrazia Patania, Direttrice e creatrice del Collettivo Antigone 

CONTINUA A LEGGERE QUI L’ARTICOLO COMPLETO E TUTTI I CONTRIBUTI

*

Dolorosa appartenenza ad una sorte comune: quella di aver dimenticato l’Essere Umano…in questo “Omaggio” la fotografia apre uno spiraglio verso il riconoscimento di quanto abbiamo perso strada facendo. Grazie ad Antonella Taravella Guarino, a WSF e a Francesco Malavolta. L’esperienza di questa pagina chiama, invita, chiede di tornare a leggere e rileggere… (AnGre)

Quattro sassi con…autori contemporanei in 4 poesie: Franco Di Carlo

Quattro sassi con - Il sasso nello stagno di AnGre

Quattro sassi con…autori contemporanei in 4 poesie: Franco Di Carlo

IL RACCOGLIMENTO

La libertà espressiva
.
Svolge a ritroso il futuro le reminiscenze
un contraccolpo isterico e iniziale, primo
tempo accoglie e realizza occorrimenti
genealogici della preistoria del soggetto
un colpo mortale, bestia sacrificale
salutare e augurale e ovviamente da stile
un galoppo lontano che corre nella pianura
più rapido e forte sull’erba in trasparenza
sulla riva del mare del vecchio litorale
un viaggio umido rito insonne che odora di bara
ferita mortale da dimenticare segni scritti
mai decifrati ancipiti rappresentano la perdita
e l’oblìo il ritrovamento significativo il gesto
al massimo diverso ove ricomincia la vita
che viene corre e discorre in piano
qual è colui che il volto discarna ebbro di tenebre
sulla scena della linea del fuoco arma ossessiva
che si va costruendo il sogno del centauro
ciclo sapienziale del sacrificio fino all’aggressione
subìta e al delitto e al castigo dal processo
di miglioramento a quello di peggioramento
la tomba di Verlaine e di Narciso dallo sdoppiato
all’umilmente unico caduti tra l’erba verde chiusi
nella cripta mirando la forma della luce
il gioco del linguaggio suo proprio una legge
interna non accidentale che si situa in
una vita ancora da venire quando la
parola diverrà eternamente muta e beata
inscrivendo l’inanimato corpo dentro il linguaggio
protezione e salvezza in margine al suo dannaggio.
.
.
.
Il cuore inerme
.
è inquieto il cuore, avanza il tedio
il male di vivere essenziale dio
ti ascolta conta la sua finitezza
temporale essenza dell’humor nero
fragile macina agita fantasmi
sterile invidia della possibilità
indulge al fertile manierismo intellettuale
funge la partecipazione collaterale
finge il non senso concettuale.
ma anche un piccolo verme nel finale
calpestato si può sempre rivoltare
ultima risorsa d’un cuore inerme
.
.
.
Il raccoglimento
.
ad aprile siamo attesi dalla stessa
sorgente, raccogliamo così le stagioni
quando corpo e persona diventano uno
la memoria a furia domina l’incontro
necessità casuale, struttura ricorrente
della vita activa, risultato oggettivo
nelle cose, dato nell’attesa nella mente
meraviglia del poeta fanciullo faber
fedele ai ricordi, fenomeno simbolico
luogo del sogno ma anche dell’orrore
e dell’errore, una sòrta di ricordanza
immemore di oblìo nell’erranza
valore in sé concluso in devianza
appariva piccola la casa della coscienza
l’esistenza di un mistero più alto
rimossa la memoria, s’apriva al di sotto
del sé un enorme santuario colmo
di terribili tesori fiori gentili
una doppia vita s’insinua tra sonno
e veglia, libera e separata nell’oltre
anima della vera conoscenza
.
.
.
L’eterna contraddizione
.
un’interpretazione radicale del reale
concepisce il sociale in sé conflittuale
antagonismo essenziale nella sua totalità
si manifesta in piccole cellule musicali
proposizioni atomiche ed elementari catalisi
composte in analisi a ritroso di materiali
lisi apparentemente secondari momenti
negativi della dialettica rovesciamenti
delle pure e semplici determinazioni
a ciò s’aggiungono le mercificazioni
che investono il tutto l’ars technologica
e l’industria culturale e delle sue riproducibili
funzioni rigetto violento dell’integrazione
e dell’Amministrazione società di massa
senza identità collettiva e ideologia strutture
profonde pulsionali e ambivalenti dominanti
del moderno e post-moderno sulla natura
ragione capovolte in Mito e barbarie caducità
della mente occidentale e delle scienze naturali
fisiche meteore delle forme e delle norme razionali
.
.
.

franco di carloFranco Di Carlo (Genzano di Roma, 1952), oltre a diversi volumi di critica (su Tasso, Leopardi, Verga, Ungaretti, Poesia abruzzese del ‘900, l’Ermetismo, Calvino, D. Maffìa, V. M. Rippo, Avanguardia e Sperimentalismo, il romanzo del secondo ‘900), saggi d’arte e musicali, ha pubblicato varie opere poetiche: Nel sogno e nella vita (1979), con prefazione di G: Bonaviri; Le stanze della memoria (1987), con prefazione di L. Canducci e postfazione di D. Bellezza e E. Ragni: Il dono (1989), con prefazione di D. Maffìa e postfazione di G. Manacorda; inoltre, fra il 1990 e il 2001, numerose raccolte di poemetti: Tre poemetti; L’età della ragione; La Voce; Una Traccia; Interludi; L’invocazione; I suoni delle cose; I fantasmi; Il tramonto dell’essere; La luce discorde; nonché la silloge poetica Il nulla celeste (2002) con prefazione di G. Linguaglossa. Della sua attività letteraria si sono occupati molti critici, poeti e scrittori, tra cui: Bassani, Bigongiari, Luzi, Zanzotto, Pasolini, Sanguineti, Spagnoletti, Ramat, Barberi Squarotti, Bevilacqua, Spaziani, Siciliano, Raboni, Sapegno, Anceschi, Binni, Macrì, Asor Rosa, Pedullà, Petrocchi, Starabinski, Risi, De Santi, Pomilio, Petrucciani, E. Severino. Traduce da poeti antichi e moderni e ha pubblicato enediti di Parronchi, E. Fracassi, V. M. Rippo, M. Landi. Tra il 2003 e il 2015 vengono alla luce altre raccolte di poemetti, tra cui: Il pensiero poetante, La pietà della luce, Carme lustrale, La mutazione, Poesie per amore, Il progetto, La persuasione, Figure del desiderio, Il sentiero, Fonè, Gli occhi di Turner, Divina Mimesis, nonché la silloge Della Rivelazione (2013) con prefazione di R. Utzeri.