Charles Baudelaire, L’uomo e il mare

Emil Nolde - Mezza luna sul mare 1945 acquerello
Emil Nolde , Mezza luna sul mare, 1945, acquerello

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L’UOMO E IL MARE di Charles Baudelaire

Sempre, uomo libero, amerai il mare!
È il tuo specchio il mare: ti contempli l’anima
nell’infinito volgersi delle onde
e il tuo spirito non è abisso meno amaro.

Con piacere ti tuffi in seno alla tua immagine,
l’abbracci con lo sguardo, con le braccia, e il cuore
a volte si distrae dal proprio palpitare
al rumore di quel pianto indomabile e selvaggio.

Siete discreti entrambi, entrambi tenebrosi:
inesplorato, uomo, il fondo dei tuoi abissi,
sconosciute, mare, le tue ricchezze intime,
tanto gelosamente custodite i segreti!

Eppure, ecco che da infiniti secoli
vi combattete senza pietà e rimorso,
a tal punto amate le stragi e la morte,
o lottatori eterni, o fratelli implacabili!

da “Spleen e Ideale”, in “I fiori del male” (Traduzione di Marcello Comitini)

§

L’homme et la mer

Homme libre, toujours tu chériras la mer!
La mer est ton miroir; tu contemples ton âme
Dans le déroulement infini de sa lame,
Et ton esprit n’est pas un gouffre moins amer.

Tu te plais à plonger au sein de ton image;
Tu l’embrasses des yeux et des bras, et ton cœur
Se distrait quelquefois de sa propre rumeur
Au bruit de cette plainte indomptable et sauvage.

Vous êtes tous les deux ténébreux et discrets:
Homme, nul n’a sondé le fond de tes abîmes;
Ô mer, nul ne connaît tes richesses intimes,
Tant vous êtes jaloux de garder vos secrets!

Et cependant voilà des siècles innombrables
Que vous vous combattez sans pitié ni remord,
Tellement vous aimez le carnage et la mort,
Ô lutteurs éternels, ô frères implacables!

da “Spleen et Idéal”, in “Les Fleurs du mal” (Éditeur Auguste Poulet-Malassis, 1857 — per questi versi si ringrazia Poesia in Rete di Titti de Luca)

17 aprile io voto si

Casa sparsa, di Cataldo Antonio Amoruso

casello 98 - Cirò Marina
Casello 98, Cirò Marina (KR)

 

Casa sparsa*

Sì, io sono la più anziana del gruppo.
Sono la casa verso la collina, quella a mezza costa, che si raggiunge per ultima, forse a fatica; forse dico, perché io non conosco la fatica del cammino: posso solo offrire rifugio a chi giunge dal fondovalle.
Sono la più anziana, dicevo.
Quella sorta quasi per scommessa e quella che per prima si è svuotata, quella forse che negli ultimi tempi ha udito le voci e i nomi più strani.
Ogni giorno che passa divento sempre più una casa isolata.
Da sparsa che ero.
Questo è anche meno.

Leggo negli occhi di chi si ferma a guardarmi una controversa voglia di possesso, un dimesso far di conto, l’eterno raffronto, i costi, i ricavi, i benefici…
Una casa è sempre una casa, una casa si può sempre riattare, qualcosa si può sempre recuperare, e poi agevolazioni, detrazioni, e i sempre che cedono il posto ad altri sempre che non finiscono mai…
E intanto quegli occhi poi tirano avanti, passano oltre, giù verso le case che lungo la strada digradano verso il mare, servite dai mezzi, ogni anno rivalutate, con cartelli fioriti, ore pasti e inviti.
E mai una parola gentile, un pensiero un po’ fuori dalle righe, mai un’idea che sfiori i pensieri di quelli che mi inchiodano il fardello “vendesi” e di quelli che si fermano a leggerlo.
Gente sempre diversa, affittuari di ventura, passeggeri…

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Ulivi a Cirò Marina (ph.AnGre)

E’ molto cambiata la gente del posto, in questi quarant’anni.
Anche se, in fondo, a pensarci bene, questo posto non ha più una sua gente.
Sui nostri tetti sono rimaste le antenne.
E anche le antenne, là in basso, da tempo hanno cambiato forma.
Quarant’anni fa non era così.
Quell’apparecchio, quello scatolone era veramente qualcosa di sacro.
Ed io ho faticato e fatico ad abituarmi a tutte quelle voci che si alzavano e abbassavano a piacere, senza un motivo che fosse nell’ordine delle cose…e quel variare continuo di immagini, e questa antenna, questa croce da sostenere sul mio tetto, come un simulacro o una visione che indica la via verso l’etere…

Me li ricordo, il primo giorno che lo scatolone si accese, sarà stato il ’64, lì nella stanza dove per tanti anni avevo assistito alla lentezza delle serate passate intorno ad un braciere, a raccontare, immaginare, sognare, trattenere paure…e l’eccitazione del figlio più piccolo, la tensione palpabile sul volto del padre, il figlio più grande, serissimo, col dito pronto sulla levetta dello stabilizzatore, e le bambine e la moglie, incredule di fronte a tanta spesa, a tante cambiali.
E poi la prima immagine, un film di Ivanhoe, qui, nella mia stanza da pranzo, cavalli imbizzarriti, spade, accozzaglie di fanti e briganti, proprio lì dove ora si affaccia un rampicante.
E il braciere allontanato, “compriamo anche una stufa elettrica…, ci sarà più posto!”
Già, perché allora non avevo ancora i riscaldamenti appiccicati ai fianchi come un cilicio e quella grande ruota di legno con il braciere al centro era troppo ingombrante, anche se nei loro ricordi – sciocco a dirsi, o patetico -, la cinigia fa ancora faville.

Lo so, i miei sono i ricordi di una vecchia casa in quiescenza, una casa che non chiede più nulla, che non ha più voglia di rifacimenti e di riparazioni al risparmio.
Mi basterebbe forse solo un po’ di cielo, ecco, un po’ di cielo e qualche ricordo.
Forse me li lasceranno, ricordi e cielo, attraverso queste tegole che il vento ha discosto, i volti di rapina di questi miei abitanti venuti da di là dal mare, per i quali sono pur sempre una casa, seppur di fortuna, abusiva, ma viva, almeno fino a quando un reticolo di mattoni non verrà a chiudermi gli occhi e la bocca.

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Casello FS Km 203+108,della linea Taranto-Reggio di Calabria (ph.Cataldo Antonio Amoruso)

Rumori, non è il solito treno che fa vibrare i miei vetri sottili, che interseca le radici dei pini allungate fin sotto i binari, e non è ora di fantasmi o acquirenti, chi mi abitava è sgattaiolato fuori, nella sua ombra clandestina, dovrei avvertire solo deserto, sconnessioni di maioliche e mattonelle, ragni, lavorio di formiche, invece qualcosa ho sentito, non possono essere passi, non può essere che passi…

Passi che hanno scelto il buio incipiente, occhi che mi guardano quasi con timore, che sembrano sfiorarmi, di là dal muretto riquadrato con al centro la effe e la esse, avvitate, lo stemma delle ferrovie, oltre la cisterna, dove i ragazzi si contendevano fragole e sguardi di volpe, nel posto dove venivano a ricamare le ragazze del quartiere, ‘da ruva’*, rilasciando, a volte, sorrisi, quasi sempre incanti.
Oggi i miei occhi sono stanchi, e forse solo credo di vedere, ma qualcosa mi parla di un’ora che è giunta, di un ragazzo che è tornato, un cercatore di braci.

Vorrei staccare il mio cartello più bello, il “vendesi” più allettante, cui ho saputo resistere, dirgli sono io, la tua unica, ultima casa, da sempre, ricordargli il solletico bambino di quando coi gessetti sottolineava le mie crepe, già allora avevo crepe lunghissime, un mio vezzo, come ciglia, come gambe, e le sue mani le coloravano, indolenti, poi scappava via inseguito da strilli o pensieri.
Forse mi sto illudendo per l’ultima volta, è un lusso un po’ eccessivo che voglio concedermi, prima che arrivino le ruspe, prima che sia la mia ora.

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Torre Vecchia, Madonna di Mare (Cirò Marina)

Eccolo, non posso più sbagliarmi, il cancello stride come sempre, come quando i ragazzi lo sentivano cigolare e correvano incontro al padre, per richiudere e aggiungere la sicurezza di una palizzata a questa specie di fortino per famiglia sola.
Si avvicina, scosta erbacce, si guarda intorno, cerca di ricordare, sì, ricorda, come non potrebbe, sul muro del magazzino dei ferrovieri c’è ancora il disegno col carboncino del soldato con cui giocava alla guerra, forse un tedesco, con in mano una granata…l’ha visto, son sicura, e mi ha vista, è qui per me, non può essere diversamente.
Ho resistito con tutte le mie forze, ho cercato di conservare quanto più ho potuto, poi l’abbandono, gli anni, i vandalismi, queste persone che hanno violato le mie stanze più segrete, con bottiglie rotte, con aghi, materassi disfatti, mi hanno ridotta così, quasi un ammasso di pareti, e crepe, null’altro.

Lui invece se n’è andato anzitempo, non ha voluto esserci per il trasloco, e non è più tornato, prima d’ora, e chissà poi cosa è venuto a cercare, se quello che sta facendo può avere ancora un senso.
Altre case mi han parlato di lui, come parliamo noi case, coi nostri messaggeri invisibili di gioie e di paure, quei portatori di ansie e rumori che lui chiamava ‘spirdi’*, quando serrava tra le dita l’immaginetta dell’angelo custode sotto il cuscino, per prendere sonno, ché aveva sempre paura dei miei muri, allora, e non bastava la madre sempre presente, voleva sempre e solo luce, come di giorno fatto.

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Tramonto da Madonna di Mare, Cirò Marina (ph.AnGre)

Quante avrei da dirtene, ragazzo, se solo potessi, ma dovrai essere tu a ricordare, a capire…io lo so che sei passato più volte qui davanti e non ti sei mai fermato, e ai tuoi figli hai ripetuto sempre la stessa solfa…guardate, quello è il casello delle ferrovie dove ho sempre vissuto, e poi, per farli ridere, ma sono nato in un’altra casa che prima di essere abbattuta -ci passiamo spesso quando andiamo al mare- era diventata una stalla, e per poco non ho avuto anch’io un bue e un asinello…che sciocchezze!, ma questo almeno sai dirtelo da solo… e scusami, se a volte anch’io recrimino.

Ma ora sei qui, e non mi importa, vorrei solo staccarmi di dosso qualche ragnatela più perniciosa, come fanno le madri che si asciugano le mani col grembiule prima di gettarle al collo del figlio che torna, ma questo a noi case non è dato, noi per queste cose dobbiamo aspettare il vento: ti parlerà, per me, come un silenzio grande, di voci spente, di suoni riposti e imposte preda della tormenta, di versi paurosi d’animali, di racconti incredibili di morti spaventose, di catene agitate nella notte, di bocche nere, e braccia levate dal sottosuolo… credevi a tutto, piccola volpe paurosa, piccolo chisciotte senza sosta, credevi agli amori, e forse questo ti ha perso, chissà cosa immaginavi… proprio qui nel mio grembo, dove ti ho sentito crescere, diventare un giovane uomo, poi ti sei fatto sempre più serio, più cupo, hai preso a tacere, e mi mancavano i tuoi gomiti sul davanzale, la corsa, quando sentivi un treno arrivare, per salutare viaggiatori senza un sorriso, solo una mano alzata al finestrino, ogni tanto, di rimando, per educazione.

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Cirò Marina, ferrovia

Si è fermato, lo sapevo, indugia, io so cosa cerca, ha nascosto tesori, scava nella memoria di piccoli forzieri lontani, non sa, li hanno portati via in silenzio, coi materiali di risulta degli ultimi scavi, lontano dalle viscere di questo orto che si ostinavano a chiamare giardino, si rassegnerà, penserà di essersi sbagliato, meglio così, meglio che si accontenti di soli ricordi, del dito che spinge sulla scorza del pino superstite, ripassando a mente i disegni scavati che il tempo ha cancellato quasi interamente, con altre scorze più dure e colate di resine.

Il pino è enorme, una chioma che è un mare verde scheggiato di piccole isole scure, i nidi di passeri e rondini, piccole case che il freddo straziava con rovinose cadute di implumi al suolo e la sua lotta col tempo e coi gatti lesti ad afferrarli e portarli via, li rincorreva anche a piedi nudi, se era il caso, sul tappeto pungente degli aghi caduti.
Era così la tua casa, con l’altro pino, anche lui gigantesco, quello che se n’è andato da tempo, un giorno di novembre che decisero che le sue radici avrebbero potuto sollevare i binari…come dicevano?…ah, che poteva essere un pericolo, che era troppo vicino alla sede ferroviaria, sì, così mi pare.
E ora sei qui e forse non sai bene cosa cerchi, o non riesci a dirlo chiaramente: si chiama capire, ed io, da vecchia casa, io che da te mi sono lasciata abitare, posso dirtelo, ragazzo, questo che vorresti fare tu, si chiama capire.

Ora, se vorrai, potrai anche parlare.

[Cataldo Antonio Amoruso, testo ridotto per Il sasso nello stagno – foto dal web laddove non specificati gli autori]

§

* “Casa sparsa” credo sia un termine specifico, anche nella toponomastica delle abitazioni rurali, almeno così l’ho inteso leggendo un saggio della professoressa Maria Luisa Gentileschi sullo sviluppo delle marine sul litorale ionico della Calabria;

* I “spirdi” sono gli spiriti, i fantasmi, la pronuncia prevede una specie di s come in sc: scpird.

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Cirò Marina (KR)

Pablo Picasso, Due donne che corrono sulla spiaggia (La corsa)

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Picasso, Due donne che corrono sulla spiaggia (La corsa)

1922, olio su compensato, cm 34 x 42,5 – Parigi, Musée National Picasso

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Nell’estate del 1922 Picasso propone a Djagilev La corsa come sipario di scena per il balletto Le Train bleu, il cui soggetto è scritto da Jean Cocteau, le musiche composte da Darius Milhaud e i costumi realizzati da Chanel.

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Il piccolo quadro oggi conservato al Musée Picasso di Parigi, doveva fungere da schizzo da presentare al regista. La corsa raffigura due donne enormi e scomposte che corrono sulla spiaggia: il balletto, infatti, celebrava il culto dello sport e del nudismo.

Le due figure, più che intente in una corsa a perdifiato, sembrano stiano danzando. Il riferimento all’antichità è d’obbligo: il drappeggio rigido e fermo delle tuniche e i movimenti poco coordinati rimandano alle menadi danzanti dell’arte greca, e non solo; la composizione ricorda quelle usate per le opere mitologiche di Poussin, conservate alla National Gallery di Londra.

Nonostante le forme gonfie e sproporzionate, le due donne mantengono la loro carica di sensualità. (testo adattato da Picasso, I classici dell’arte, Rizzoli | Skira)

Incontrandosi nei versi di Franco Floris

tramonto sulla spiaggia di Is aruttas (OR) - ph. Angela Greco

 

Splende il sole.

Dove la solitudine
alza il tiro
e miete il vuoto
tra figure amate
lascia che sogni
e viva in un sospiro
delle tue labbra
così spesso sognate

30 giugno ‘14

*

Lontananza.

E vagherai
con il tuo sogno
lungo la contrada
e sognerai
nel tuo vagare
qualunque cosa accada
gli occhi tuoi vivranno
di parole
e splenderà la tua pelle
sotto il sole
e mangerai ciliegie
di corallo
sangue maturo il succo
sui tuoi denti
ed al sole
ruberai il giallo
e le tue mani
descriveranno
il mio amore maturo
duro
come il metallo
e come vago fumo
sparirai in lontananza
io seguirò il tuo profumo
senza sostanza
tu bagnami le labbra
col tuo assenso
sarai con me ogni volta
che ti penso.

Borore, 1 luglio 2014, notte

*

Sostanza.

Se la parola ruba spazio al tempo
e il ricordo supera l’idea
l’immagine diviene la sostanza
e il pensiero saldi oggetti crea
allora ti terrò tra le mie braccia
tu mio pensiero, immagine
sostanza e dea.

Borore, 2 luglio 2014

* * *

Franco Floris, inediti

foto di AnGre, tramonto sulla spiaggia di Is Arutas (OR)

Eugenio Montale, una poesia da Mediterraneo

Anne Packard (1933), Barca a remi sul blu (sd)
Anne Packard, Barca a remi sul blu (1933)

 

Antico, sono ubriacato dalla voce

ch’esce dalle tue bocche quando si schiudono

come verdi campane e si ributtano

indietro e si disciolgono.

La casa delle mie estati lontane,

t’era accanto, lo sai,

là nel paese dove il sole cuoce

e annuvolano l’aria le zanzare.

Come allora oggi in tua presenza impietro,

mare, ma non più degno

mi credo del solenne ammonimento

del tuo respiro. Tu m’hai detto primo

che il piccino fermento

del mio cuore non era che un momento

del tuo; che mi era in fondo

la tua legge rischiosa: esser vasto e diverso

e insieme fisso:

e svuotarmi così d’ogni lordura

come tu fai che sbatti sulle sponde

tra sugheri alghe asterie

le inutili macerie del tuo abisso.

*

da Mediterraneo

Eugenio Montale, Ossi di seppia 1920 – 1927; Oscar Mondadori

Gita fuori porta…in arte

Canaletto - La piazzetta verso sud -Il sasso nello stagno di AnGre

Antonio Canal, detto il Canaletto (Venezia, 1697-1768)

Lo piazzetta verso sud, 1733-1735 – Olio su tela, 68,5 x 91,5 cm

Roma, Galleria Nazionale d’Arte Antica in Palazzo Barberini

 

La veduta della piazzetta è presa da San Marco e inquadra a est, con una prospettiva molto stretta, una parte della facciata occidentale della basilica e del palazzo Ducale; a ovest la Loggetta, la parte bassa del campanile e, un po’ più indietro, la biblioteca. Le quinte architettoniche abbracciano il molo verso sud e il bacino di San Marco, che si estende alle spalle delle colonne di San Marco e San Teodoro. Oltre lo specchio d’acqua, solcato da alcune navi, a est, si intravede la facciata di San Giorgio Maggiore. La luce abbagliante, che proviene da destra lascia in ombra la Loggetta e la Biblioteca, esaltando i colori caldi e rosati di palazzo Ducale e proiettando sul selciato le ombre grigie delle figure abbigliate in blu, viola e rosso che passeggiano sul molo.

Il restauro del 1956 ha svelato la limpidezza e solarità della luce e dei colori e ha dimostrato la validità dell’attribuzione di quest’opera a Canaletto, così come sostenuta dalla letteratura più antica, laddove erroneamente era stata attribuita ad altro artista a causa della sfalsata e scura visione dei colori dovuto allo stato di conservazione della tela. La veduta appare oggi quasi astratta a causa della forza della luce, tipica del Canaletto alla metà del quarto decennio, tra le serie già Bedford e Harvey. Tale luce, capace a suo modo anche di conferire razionalità alle cose, dimostra l’influsso su Canaletto, a questa data, delle vedute olandesi. Qualità queste ancora più apprezzabili nel disegno finito (Windsor Castle), da cui probabilmente questa veduta è adattata con alcune variazioni. (adattamento di A.Greco del testo di Sara Tarissi De Jacobis)

*

tratto da Paesaggio e Veduta da Poussin a Canaletto – Dipinti da Palazzo Barberini, Skira 2005

due voci in sinergia, versi di Franco Floris & Angela Greco

*

versi di Franco Floris & Angela Greco

*

E tu verrai…

E tu verrai
e prima il tuo sorriso
dal buio del ricordo emergerà
e piano piano rivedrò il tuo viso
ed il tuo sguardo fiero brillerà
E tornerai
e bianco come neve
sarà il tuo corpo languido e selvaggio
e il vento canterà la storia lieve
del nostro mai finito, eterno viaggio.

(Franco Floris)

e del sentire sarà stagione
fiorita nuova sino a noi
carezza lieve
questo tuo canto sveste parole
e ti crea onda sollevata da quel vento
pronta ad infrangere la mia riva
inattesa eco di voce a mare

(Angela Greco)

 

Arriverà dal mare, versi di Anna Alessandrino – per l’evento IO AL PLURALE FA NOI

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Edvard Munch, Due persone sole – xilografia, 1899

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Arriverà dal mare

il profumo di petali di fuoco

e di boccioli docili e nudi

quando immagino i respiri

tra lenzuola bianche

e una voce che adorna il cuore.

 

Soffio di brivido confuso

mentre tu mi guardi.

 

Stasera mi vestirò di vento

e tu sarai pioggia sui miei capelli

io brivido audace sulle tue labbra

che sfioro come questa musica mi sfiora.

 

Vestiamoci di noi

e di sussurri e battiti che s’intrecciano

sui nostri corpi stanchi.

 

*

(Anna Alessandrino)

proposta di lettura: due poesie di Santo Calì da Caponnetto-Poesiaperta

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Carlo Carrà, Marina con albero (1930)

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Santo Calì – Due poesie da LA NOTTI LONGA

“ … vivete con la fantasia, siate polemici, la polemica sviluppa lo spirito critico, e vi aiuta a non accettare supinamente e passivamente tutto ciò che vi propinano e vi fanno credere … Scrollatevi di dosso le inibizioni, siate attivi, vivi, giovani… dissentite con forza e con fermezza da tutto ciò in cui non credete…”

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da CUNTAVA STIDDI E PENI, PENI E STIDDI \ Contava stelle e pene, pene e stelle

[…] Lu mari agghica di luntanu e sbroma
rèpiti longhi d’amanti ammucciati
sutta linzoli d’àlichi di sita
e mentri l’ascutamu, ahiahi, lu pedi
s’affunna nta la rina
e non putemu
cchiù fujiri e pir chistu n’abbrazzamu […]

.

[…] Il mare giunge da lontano e porta
gemiti lunghi d’amanti nascosti
sotto lenzuola seriche di alghe
e mentre li ascoltiamo, ahiahi, il piede
sprofonda nella sabbia
e non possiamo
più fuggire e per questo ci abbracciamo […]

* * *

da [TI BATTU APPRESSU NOTTI E JORNU, O MORTl] \ [Ti corro dietro notte e giorno, morte]

[…] e mi vunchi li vini di scuma
di mari e m’accumpagni a spassijari
ìi li finàiti di li celi
ncontru
a lu suli ca spunta ogni matina. […]

.

[…] tu gonfierai le mie vene di schiuma
di mare, e mi sarai compagno nell’andare
là sopra l’orizzonte
incontro al sole
che sorge ogni mattina. […]

.

Per i componimenti poetici nella loro interezza e con la magnifica traduzione dal siciliano a cura di Antonino Caponnetto e per le note inerenti la vita e l’opera poetica di Santo Calì, si rimanda, ringraziando per la “conoscenza” di questo poeta dalla sensibile particolarità, al seguente link:

http://caponnetto-poesiaperta.blogspot.it/2013/10/santo-cali-due-poesie-da-la-notti-longa.html

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da La terra e la morte di Cesare Pavese

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Vladimir Kush – Anticipation of nights shelter

 

Terra rossa terra nera,

tu vieni dal mare,

dal verde riarso,

dove sono parole

antiche e fatica sanguigna

e gerani tra i sassi –

non sai quanto porti

di mare parole e fatica,

tu ricca come un ricordo,

come la brulla campagna,

tu dura e dolcissima

parola, antica per sangue

raccolto negli occhi;

giovane, come un frutto

che è ricordo e stagione –

il tuo fiato riposa

sotto il cielo d’agosto,

le olive del tuo sguardo

addolciscono il mare,

e tu vivi rivivi

senza stupire, certa

come la terra, buia

come la terra, frantoio

di stagioni e di sogni

che alla luna si scopre

antichissimo, come

le mani di tua madre,

la conca del braciere.

[27 ottobre 1945]

*

(Cesare Pavese, Poesie – Einaudi)

S’ode ancora il mare (Salvatore Quasimodo)

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fotografia di Mimmo Jodice – Figure del mare 10

.

Già da più notti s’ode ancora il mare,

lieve, su e giù, lungo le sabbie lisce.

Eco d’una voce chiusa nella mente

che risale dal tempo; ed anche questo

lamento assiduo di gabbiani: forse

d’uccelli dalle torri, che l’aprile

sospinge verso la pianura. Già

m’eri vicina tu con quella voce;

ed io vorrei che pure a te venisse,

ora, di me un’eco di memoria,

come quel buio murmure di mare.

.

(da S.Quasimodo / Tutte le poesie – Oscar Mondadori)

(l’Isola delle Correnti) di Cettina Lascia Cirinnà

Tomek Setowski

si abbassa

maledettamente

questo cielo

come una cappa grigia

di promesse non mantenute

e copre la superficie

del mare,

vele colorate di barche

tagliano l’orizzonte,

sembrano ferite aperte

di scie incomprensibili.

Pause nascoste

i miei pensieri

si accendono

come l’orizzonte lontano

e da questo – non luogo –

d’infinito…

l’Isola delle Correnti

non è poi così lontana.

*

(da Vibrazioni sconosciute, Libreria Editrice Urso, 2012 – disposizione del testo, come in originale sulla pagina)