Eva dopo il peccato e il Paradiso perduto a cura di G.Chiantini e A.Greco

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Antonio Allegretti, Eva dopo il peccato, 1881

Scolpita da Antonio Allegretti (Cuneo, 1840 – Carrara, 1918), nel 1881 e attualmente ospitata a Roma, nella Galleria nazionale d’Arte moderna, quest’opera marmorea porta subito alla mente una Venere per le forme belle e sinuose con cui attrae l’osservatore; ma un soggetto mitologico tratto dal marmo in questa postura non si è mai visto. Poi è il titolo stesso dell’opera, “Eva dopo il peccato” a presentarla, frequentando un tema, quello della cacciata dall’Eden, che ha interessato schiere di artisti da sempre e ai quali Allegretti si aggiunge, proponendo con questa Eva un’estetica classica nelle forme e contemporaneamente nuova nella postura, presentando insieme nuovi stilemi di interpretazione.

La tristezza che emana il volto della progenitrice dell’umanità, concepita dallo scultore piemontese, trascende la prorompente carnalità del suo corpo; è come, se prendesse coscienza solo in questo frangente fermato dalla mano dello scultore, del dramma che da lei sarà trasmesso a tutta l’umanità, per sempre. Anche la solitudine, in cui l’artista  la ritrae, sottolinea il momento in cui sprofonda nel rimorso, nel senso di impotenza per quello che è avvenuto e nel dolore profondissimo per ciò che ha perduto, l’Eden, e con esso la felicità. [Giorgio Chiantini]

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John Milton, Paradiso perduto, Libro I vv.1 – 42 

Della prima disobbedienza dell’uomo, e del frutto
dell’albero proibito, il cui gusto fatale condusse
la morte nel mondo, e con ogni dolore la perdita
dell’Eden, fin quando non giunga più grande
un Uomo a risanarci riconquistando il seggio benedetto,
canta, Musa Celeste, che sopra la vetta segreta
dell’Oreb o del Sinai donasti ispirazione a quel pastore
che per primo insegnò alla stirpe eletta
come in principio sorsero i cieli e la terra dal Caos;
o se il colle di Sion maggiormente ti aggrada,
e il ruscello di Siloe che scorreva rapido
presso l’oracolo di Dio, da questi luoghi
offri, ti prego, aiuto al canto avventuroso
che in alto volo aspira a sollevarsi
sul Monte Aonio, e si propone cose
mai tentate in passato in prosa o in rima.
E soprattutto, o Spirito, che sempre preferisci
più d’ogni tempio un cuore saldo e puro,
poiché tu sai, istruiscimi; tu che fin dall’inizio
fosti presente e con ali possenti spalancate
come colomba covasti quell’abisso immane
e lo rendesti pregno: ciò che è in me oscuro illumina,
e ciò che è basso innalzalo e sostienilo;
che dalle vene di questo grande argomento
io possa confermare la Provvidenza Eterna,
e la giustezza delle vie divine rivelare agli uomini.
Tu racconta dapprima, poiché nulla il cielo
nasconde alla tua vista, nemmeno
la profonda regione dell’inferno,
tu racconta dapprima quale fu la causa
che i nostri padri in quel felice stato, e altamente
favoriti dal Cielo, sospinse alla caduta
dal loro Creatore, e a trasgredire su un minimo divieto
il suo volere, altrimenti signori del mondo. Chi fu
che li sedusse per primo all’insana rivolta?
Il Serpente infernale; fu lui che con malizia,
accecato da invidia e vendetta, trasse in inganno la madre
di tutti gli uomini, al tempo che il suo orgoglio
l’aveva esiliato dal cielo con tutte le sue schiere
di angeli ribelli, con il cui aiuto aspirava a levarsi
più in alto della gloria dei suoi pari, convinto
di poter uguagliare l’Altissimo, se gli si fosse opposto;
e in ambizioso disegno un’empia guerra mosse
nei cieli contro il seggio ed il regno di Dio.

*
[Milton, Paradiso perduto, Oscar Mondadori Classici, 2014]

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– immagini tratte da Italian ways –

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Nel senso del terribile e del non finito di Michelangelo Buonarroti: San Matteo

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Michelangelo Buonarroti, San Matteo (1506),

marmo. Firenze, Galleria dell’Accademia

 *

Un viso bloccato a metà nella pietra è un’immagine terribile e in effetti la celebre “terribilità” di Michelangelo, che connota la possessione di una forza impressionante, nasce qui, da questo unico apostolo non finito. Non c’è niente nella figura che alluda alla sua identità, a parte un libro, che rimane incastonato nella roccia rozzamente sbozzata come il resto del corpo. Solo il ginocchio sinistro dell’apostolo sporge a sufficienza per suscitare la speranza di riuscire a emergere fuori. La torsione angosciosa del corpo è la prima risposta di Michelangelo alla scioccante rivelazione del Laocoonte di sei mesi prima, che questa statua richiama a vari livelli.

Michelangelo scolpì il San Matteo frontalmente, da una sola parte del blocco. Vasari paragonò l’effetto a un modello immerso in un bacino d’acqua, che risale lentamente facendo emergere via via in superficie un arto dopo l’altro. E’ la statua stessa a rivelarci senza ombra di dubbio che è stata concepita per essere esattamente ciò che è, un “nonfinito”.

Il San Matteo è la prima dichiarazione michelangiolesca – precedente alle formulazioni poetiche – dell’idea platonica che la figura scolpita è prigioniera nel marmo. Secondo lo stesso pensiero, l’idea di bellezza dell’artista deriva direttamente dal Divino. Togliere il marmo in eccesso era un’operazione tanto intellettuale quanto materiale, se non ancora di più.

Michelangelo disegnò alcuni tipi di apostolo, ma nessuno direttamente collegabile al San Matteo. Si potrebbe pensare che l’artista disprezzasse i tradizionali preparativi che consistevano nel disegnare e fare dei bozzetti delle statue, preferendo entrare direttamente nel marmo per catturarne l’anima prigioniera che anelava alla libertà. Il risultato è una specie di metafora, forse inconscia, della creazione artistica come lotta. L’unico modo in cui Michelangelo la poteva mostrare era lasciare la statua incastrata a metà dentro la pietra.

(Giorgio Chiantini, liberamente tratto da “Il giovane Michelangelo” di John T. Spike)

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*

“[…] L’attualità e la grandezza di Michelangelo non si misurano solo dalle sue opere ma dall’intera sua vita: l’artista celebrato e osannato, che tiene testa a papi e principi, è in verità profondamente solo, pieno di contrasti insolubili, che non sono tanto distanti dai contrasti e dalla solitudine dell’uomo di oggi. Sebbene di recente si sia puntato il dito contro l’avarizia e perfino la presunta disonestà dell’artista, che ne avrebbero fatto uno degli uomini più ricchi del suo tempo, quello che ci rimane di lui è la difficile coerenza del suo cammino, la radicalità delle sue scelte, l’emozione che suscitano le sue opere, che ne fanno certamente una delle grandi personalità della cultura europea.

Michelangelo non smette di sollevare insieme problemi e ammirazione come il suo autore più amato, Dante, i cui versi conosceva a memoria e che certo procurò in lui un’agonistica emulazione. Pur immenso nelle angosce e nelle speranze della sua epoca, Michelangelo trascende il tempo per parlare, anche all’uomo di oggi, di eros e salvezza, di malinconia e titanismo, di peccato ed eternità, di perfezione e incompiutezza, di sofferta vitalità e di un’amara, sconsolata meditazione sullo scorrere del tempo e la fine delle cose.” (Angela Greco, tratto da “La vita e l’arte” di Claudio Gamba in “Michelangelo, I grandi maestri dell’arte” – Skira 2007)

(versi) di Cataldo A. Amoruso

dicono che suicidarsi sia un errore di forma

che l’etimo non perdoni

Più giusto sarebbe uccidere se stessi

forse

se già la polvere non prendesse

il posto della cenere

se quel filo di fumo sull’uscio non fosse

che il segno di una pausa non concessa

se il cipresso non ristesse apparente nella calma

 .

Vanno a sconnettersi

marmi e portavasi

gli sguardi si fanno

lapidari, il senso

si perde in una sola direzione

o chissà un solo verso

e che unisca

dimenticanze e oblio.

 .

devo aggiungere il resto, ora è tardi

*

Sconosciuto è suicida

nel momento più solo si scusa

per i riflettori

per le interruzioni, l’acceso/spento

le luci non dome, i finali

l’andare

come immagino precisa la mente

stringendo tutto l’amore

e confusi i pesi i ruoli care

le immagini per sempre via

come da un’alba che non lascia

accedere ai ricordi

a un ultimo spiraglio.