Fernand Khnopff, Les Caresses – sassi d’arte

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Fernand Khnopff, Le carezze (o L’arte o la Sfinge), 1896

Bruxelles, Museo Reale delle belle Arti del Belgio

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Il pittore belga Fernand Khnopff (Grembergen, 1858 – Bruxelles, 1921) è stato definito “il simbolista perfetto”, creatore di un’arte che nasce e si sviluppa in un contesto altamente intellettuale, con le radici che affondano nell’eredità classica e lo sguardo attivamente rivolto alle avanguardie della modernità. Khnopff è stato uno degli ispiratori del movimento simbolista belga, grandemente influenzato da Delacroix e da Gustave Moreau, ma soprattutto dai Preraffaelliti e, in particolare, da Edward Burne-Jones.

Il Simbolismo è stata una corrente artistica e letteraria sorta in Francia e diffusasi in Europa sullo scorcio del 19° sec. caratterizzata, in opposizione al realismo e al naturalismo, dalla tendenza a non rappresentare fedelmente il mondo esteriore, ma a creare piuttosto il mondo della suggestione fantastica dei sogni per mezzo di allusioni simboliche (da Enciclopedia Treccani) e, su questa scia, si colloca anche quest’opera. Il dipinto rappresenta il mito greco di Edipo,  l’unico uomo che riuscì a dare risposta all’essere mitologico metà donna e metà felino, la Sfinge, divoratrice terribile di tutti coloro, che erano stati incapaci di risolvere il suo enigma ma, a differenza del racconto mitologico, qui i due protagonisti realizzano un destino diverso.

Nel 1898 a Vienna si inaugurava la prima mostra della Secessione ed un dipinto, in particolare, attirò l’attenzione dei presenti, destando sconcerto e scalpore: Les Caresses di Fernand Khnopff. Ultimata due anni prima, l’opera è un concentrato di simboli, allegorie e metafore di gusto squisitamente elegante e prezioso. Ispirato all’omonimo racconto breve di Greg Egan, il quadro raffigura Edipo che incontra la Sfinge: l’eroe tebano è rappresentato da un personaggio dalle fattezze androgine che guarda l’osservatore languidamente ed inclina mollemente il viso ed il busto verso una sfinge dal corpo di ghepardo con gli occhi socchiusi.

Nella tela di Khnopff la sfinge, dalla lunga coda sensuale, diviene un animale dalla ferocia seduttiva: allegoria della Lussuria, essa incarna le ambiguità del tenebroso femmineo, l’insidia da cui l’uomo deve difendersi, in una simbologia molto forte, che rappresenta l’archetipo della comunicazione enigmatica. Sembrerebbe che Edipo abbia risolto l’indovinello ma la Sfinge, invece di suicidarsi, come raccontato nel mito, coccola Edipo, accarezzandolo, con un’espressione soddisfatta, perché Edipo è ancora intrappolato dal destino, nonostante il successo nel risolvere l’enigma. Molto evidente risulta l’ambiguità della seduzione, rappresentata dall’accarezzare quella che doveva essere la vittima scampata alla morte.

Presente nei miti egizi e nella mitologia greca, la sfinge (assieme ad altre creature a metà, come sirene, angeli, centauri e ninfe) venne a popolare l’immaginario simbolista per questa sua doppia natura animale e umana, divina e demoniaca, buona e malvagia, assimilabile all’ inconscio umano. Essere doppio ed ambivalente anche la donna, ella ricoprì un ruolo di primo piano nell’immaginario figurativo di Khnopff, che la ritrasse angelo, musa, amica, ma nello stesso tempo ingannevole, tentatrice e perversa. (a cura di Giorgio Chiantini – fonti varie)

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Al link sottostante anche un interessante contributo di Rai Arte:
http://www.arte.rai.it/embed/fernand-khnopff-larte-o-la-sfinge-o-le-carezze/1702/default.aspx

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Il sasso nello stagno di AnGre ospite della social-page Pablo Paolo Peretti Copenhagen

Ieri il Sasso & io siamo stati ospiti di una interessantissima pagina-giornale (che vi invito a visitare) pubblicata sul social FB e curata dallo scrittore e poeta Pablo Paolo Peretti da Copenhagen (Pablo paolo peretti Copenhagen) con una breve presentazione di quanto realizziamo ormai da cinque anni in rete e qualche mia poesia. Ringraziando ancora Pablo per lo spazio accordatoci, vi auguro buona lettura (AnGre)

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Lettera di presentazione con  poesie, di Angela Greco AnGre

Ciao Amici di Pablo Paolo Peretti Copenhagen (e non solo),
lietissima di incontrarvi in questo luogo multi-color e di scambiare con Voi qualche parola sugli argomenti che frequento anche io in rete ovvero la divulgazione poetico-artistica-letteraria e la poesia stessa. Sono Angela Greco, sul web addizionata con la sigla AnGre a causa di omonimie varie ed eventuali. Sono pugliese della provincia ionica, tra un mesetto compirò quarantun’anni, sono mamma, moglie e alcuni dicono anche un poeta (a questo punto siete invitati a sorridere, mi raccomando).
In rete da cinque anni accudisco, come uno di famiglia, un piccolo blog intitolato “Il sasso nello stagno di AnGre – insistenze poetico-artistiche per (ri)connettere Cultura & Persona a cura di Angela Greco & Co”, che mi ha dato soprattutto la possibilità di incontrare tanta bella gente. Mi piace presentare questa consolidata realtà, dove ogni tanto compaiono pure i miei scritti, che, anche tramite la fan-page su Facebook ed il profilo Google+, incontra in media quattrocento visitatori al giorno, riportando quanto si legge nelle info del blog stesso: “Il sasso nello stagno di AnGre fonda la sua azione sul credere che ci siano utilità maggiori — definite non a caso inutilità dal contesto sociale – e maggiormente necessarie di quella meramente economica e per questo ogni giorno propone con perseveranza “briciole”, presenze minime, per la parte più vera, meno curata e più dimenticata dell’Uomo; perché Poesia, Arte, Letteratura sono ancora assolutamente necessarie per la costruzione di quel plurale che può ancora designarci Persone. Gratuità, spirito di collaborazione e amore per la divulgazione poetico-artistico-letteraria caratterizzano fin dalla sua creazione questo luogo-blog, che vuole concretamente porsi, come risposta e alternativa alla situazione sociale vigente di appiattimento culturale e omologazione delle Persone” sperando di aver risposto in tal modo alle fatidiche e un po’ scontate domande che ancora oggi mi sento rivolgere da molti: “Ma chi te lo fa fare?”; “Ma perché non ti fai pagare?”; “Perché non condividi solo scritti tuoi?” alle quali io continuo a rispondere con nuove proposte di lettura, seguendo la saggezza della goccia, che nella sua insistenza spacca la roccia, identificata nello specifico nel contesto sociale ormai disabituato del tutto alla cultura del dono e della condivisione con il prossimo senza aspettarsi nulla in cambio.
Di contro, perché sicuramente non vivo in un idillio, poiché per natura ho sempre i piedi ancorati al suolo e la testa qualche chilometro più in là (sorridete ancora, mi raccomando), la frequentazione anche spesso solo virtuale dell’ambiente letterario, mi ha portato a conoscenza anche del lato meno nobile di questo mondo, fatto di continui scambi di favori, di approfittatori e canaglie che, però, nonostante l’impegno continuo, non sono ancora del tutto riusciti a sabotare il comparto sano, quello fatto di oneste Persone con l’iniziale maiuscola, grazie alle quali – perché ci sono, non dubitatene mai – continuo anche a scrivere poesie. Beh, sì, faccio anche questo, scrivo poesie e fino ad oggi, in un decennio, ho anche pubblicato alcuni titoli.
Per adesso mi ritengo semplicemente una persona sorridente, in pace con se stessa e grata all’Esistenza per tutto quello che mi ha dato e mi ha tolto, in un continuo ricambio vitale utile a scorgere sempre il sole in ogni mattino, anche nel più nebbioso.
Non ho capito bene, se la richiesta del gentilissimo Pablo, che ringrazio di cuore per questo spazio, ha trovato compimento in questo mio scritto, ma se avete domande per me, non esitate a porgerle. In chiusura, quattro miei brevi e recenti testi poetici per voi. Ciao!!

Angela Greco AnGre

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IV stanza

Nel muro del paese vecchio ci sono una crepa ed un nido,
dov’è nato un fiore giallo in poco spazio, in nessuna terra.

La ristrutturazione ha un suo costo attento a tutto quanto impiegato.
Non mi meraviglio del dispendio d’anni e d’energia per questo
essere arrivata fin qui, a piedi scalzi e pietre attente ad ogni passo:
possedere le chiavi di casa. Un portafogli per ricordarmi,
nome cognome e indirizzo insieme alla fotografia.
Un rettangolo di carta avoriata incapace di contenere tutto il resto,
dove non si dirà mai che la cucina è la stessa di quando eravamo casa

(2015-2016)

§

Vanitas

Secco il fiore alla tramontana degli anni
ha perso colore. Intatto il numero dei petali.
Una corolla di domande alterne
e la medesima risposta.

Il ragno nel silenzio dell’angolo
intesse un lavorìo delicato
tra lo sguardo e il marmo.

§

Complicazioni in diagonale

Ho letto del frutto, del caso e della luna.
Il cielo ha le sue dimenticanze.
Trenta giorni, quattro stagioni e il mensile
da obliterare per salire a bordo.

Dicembre ha il lutto appeso al filo.
Rimandi luminosi e intermittenti.
Alternanza di rossi e neri. Numeri.
“Complicazioni in diagonale” le chiami.

«Di notte manca il sole – dici –
e potrebbe sembrare retorica.
Il silenzio non è lo stesso del giorno».
Ogni rumore è in vista dell’alba.

La fotografia delle prime luci,
la sveglia ed il secondo caffè sul tavolo.
I titoli annunciano un cambiamento.
Speriamo basti l’inchiostro fino a sera.

§

Canzone per Mimì

Mimì ha gli occhi colmi di bianco
la gonna scucita e la schiena nuda.
Non si mostra oltre il rito di una poesia.
Ha barattato la grande città con scarpe grosse
oggi abita la vita d’argilla e sud a cui appartiene.

Mimì gioca
con i grandi che non comprendono;
combatte il mondo brutto
ha la porta di casa aperta
e puoi entrare a leggere i suoi libri.

Mimì nasconde le unghie curate
tra le mani sporche di terra
dietro il vestito della festa
ché nessuno veda la gioia e il suo viso.

Minuscoli fiori ricamano il velo dei giorni.
Non importa quando tornerà il sole.
Mimì sa aspettare.

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A.G.

Spunti di riflessione: Hebenon per la letteratura e la giustizia, di Roberto Bertoldo

Con piacere Il sasso nello stagno di AnGre continua ad ospitare l’esperienza della Rivista internazionale di letteratura Hebenon, attraverso un editoriale del suo direttore Roberto Bertoldo – che si ringrazia – che ancora oggi a distanza di anni può fornire validissimi spunti di riflessione su quel certo mondo letterario che, di fatto, non ha mai mutato vizi e virtù nemmeno passando dal cartaceo al telematico, sostanzialmente mancando a quella evoluzione verso la pluralità e a quell’allontanamento dall’individualismo oggi più che mai necessari. Dunque, semplicemente, trasliamo questo editoriale nei nostri giorni telematici e ci accorgeremo ancora di tutta la sua attualità e validità. Buona lettura! (Angela Greco)

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Hebenon per la letteratura e la giustizia
di Roberto Bertoldo

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«Il poeta abita nel sottoscala
davanti al quale tutti
passano senza notarlo»
 
Hugo von Hofmannsthal
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 …….Qualcuno si stupisce della mia presunta ingenuità quando mi nota rabbrividire per il comportamento opportunistico di molti scrittori, ma il brivido lo provo non tanto perché ciò che è per questi scrittori in gioco (successo, prestigio, soldi) è in realtà senza importanza ma perché penso, in seguito al mio errore giovanile di individuare gli eroi in una delle arti liberali, che i poeti siano sempre, in ogni presunta civiltà, gli ultimi bastioni in difesa dei valori civili. Se i poeti cadono, penso dunque, è perché è già crollata tutta la società, ecco perché rabbrividisco. Per fortuna non è così, in quanto esistono persone molto più valide dei poeti che si dedicano con i fatti – e non con le parole che solo raramente riescono a divenire fatti – al bene degli altri. Tuttavia pubblicare una rivista di letteratura, oggi, non significa “servire” qualcosa di frivolo, per quanto frivoli possano essere molti scrittori, significa invece guardare oltre gli scrittori, oltre la poesia, nelle parole piene, coraggiose, giuste, fattive. Hebenon ha voluto fare questo, ma si è trovata quasi circondata da sedicenti scrittori che mirano solo ad autopromuoversi invece di cercare di promuovere quelli che ritengono validi, che sono provinciali nelle pretese e nei rancori, che spettacolarizzano la letteratura e che guardano al mondo per abbellire la poesia e non alla poesia per abbellire il mondo.

Hebenon conosceva questo rischio, sapeva che ci sono anche in letteratura, come in ogni attività, due strade e che quella più vantaggiosa per la gloria momentanea coincide sempre con quella più dannosa per la coscienza. Così, per non finire imbalsamata sulla pagina prestigiosa di qualche gazzettiere, deve ricrearsi. Sí, il successo non deve essere coltivato, neppure quello di una rivista. Qualcuno, anche in buona fede, sostiene: proprio adesso che Hebenon ha raggiunto una sua visibilità? Certo, soprattutto adesso, perché restare per troppo tempo in un preciso luogo letterario significa subire e addirittura, anche inconsciamente, favorire le connivenze che, volenti o nolenti, le mafie, anche letterarie, generano. Gli scrittori possono solo dare l’esempio, dimostrarsi disponibili a difendere la giustizia; soltanto in questo modo la letteratura sorvola la sua frivolezza e può combattere contro ingiustizie ben più gravi. Perché la vita e la letteratura hanno la stessa indole pur avendo differente sostanza e perché la giustizia è una, anche se regge pesi diversi.

C’è un’Italia che pensa, c’è un’Italia che scrive e non è sempre l’Italia di cui ci parlano i giornali, non è sempre quell’Italia costruita dalle connivenze di classe che tendono a favorire, anche nell’arte – la quale, nonostante ciò che sembra vogliano farci credere, non è di sangue come non lo era la nobiltà –, chi vi appartiene per diritti di amicizia, di moneta, di massoneria, di potere vario. Ebbene, per questa Italia che scrive e che pensa liberamente, per questo mondo letterario che resiste alla standardizzazione e alla codardia, Hebenon vorrebbe continuare a svolgere un servizio il più pulito possibile. Perché se il mondo letterario che ci propina quotidianamente la pubblicistica è in gran parte mediocre e marcio, dobbiamo a maggior ragione sforzarci tutti di creare, nel nostro piccolo, un mondo, un ambiente, uno spazio a cui un domani gli studiosi seri possano attingere per conoscere qual è la vera cultura del nostro tempo. (…)

Tratto da Hebenon, n.1 della terza serie – Ottobre 2003.Anno VIII

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“L’arte è inutile allorché i suoi interpreti si prostituiscono, vale a dire cercano di piacere, si sottomettono all’opinione corrente. Essa è altrettanto nociva quando ogni teoria intesa a collettivizzare, ad uso e per la felicità di tutti, quelle sensazioni che fanno la felicità e sono l’appannaggio solo di qualcuno.”

Emile Armand (Hebenon, IV serie, Numeri 1-2, Aprile – Novembre 2008)

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“Il disagio degli uomini di cultura si fa sempre più crudo nel mondo. Coloro che soltanto a diporto e per i loro scopi più o meno politici frequentano le arti e le scienze non hanno motivo di soffrire di questa disdetta: e i bari della cultura, pronti a seguire ogni padrone tranne la verità, non hanno ragione di allarme. Ma per i poeti, gli artisti, i filosofi, gli scienziati di buona fede, in questa vecchia Europa, questo è tempo di desolazione.”

Francesco Flora (Hebenon, IV serie, Numeri 13-14, Aprile – Novembre 2014)

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Fritz Winter, dalla miniera di carbone alla pittura – sassi d’arte

Fritz Winter è stato un pittore tedesco, considerato uno dei maggiori artisti del secondo dopoguerra ed uno dei padri dell’astrattismo informale, nato ad Altenbögge (Westfalia) il 22 settembre 1905 e morto a Herrsching a. Ammersee il 1° ottobre 1976. Figlio di un minatore, prima di dedicarsi alla pittura lavora in una miniera di carbone come elettricista. Impressionato da van Gogh, inizia a disegnare; dal 1927 al 1930 studia al Bauhaus di Dessau e, tra i suoi maestri, V. Kandinskij e P. Klee sono quelli che hanno più profondamente influito sulla sua formazione. Interessato anche dalla pittura dell’espressionismo, si reca a Davos a trovare E. Kirchner (1929). Importante è anche il suo incontro con N. Gabo a Berlino nel 1930. Professore nel 1931 all’Accademia pedagogica di Halle, nel 1933 si trasferisce a Monaco ma, considerata la sua arte “degenerata” dal regime nazista, è costretto a vivere come artigiano. Durante la seconda guerra mondiale è fatto prigioniero sul fronte russo. Liberato nel 1949, si stabilisce a Monaco, dove nel 1950 ha luogo la sua prima personale. Nel 1955 è nominato professore all’Accademia di Kassel. Ha tenuto numerose personali e partecipato alle più importanti manifestazioni internazionali ottenendo anche significativi riconoscimenti (Biennale di Venezia, 1950; Biennale di San Paolo 1955; Premio Marzotto 1958; ecc.).

Un insieme di rigore e fantasia, un particolare rapporto con la natura (quello stesso che lo affascina in Kirchner e lo avvicina tanto a F. Marc) nella ricerca di un dinamismo cosmogonico (esemplare può essere la sequenza Triebkräfte der Erde, composta durante una licenza nel 1944), caratteristiche della sua opera, maturate dai lunghi anni di lontananza, riaffiorano nelle opere del dopoguerra, segnate da nuove esperienze, dalle possibilità grafico espressive che richiamano l’influenza di H. Hartung, a una ripresa più complessa della lezione surrealista di M. Ernst, in una ricca e ottimistica produzione di invenzioni formali. [Enciclopedia Treccani; bibl.: W. Haftmann, Fritz Winter. Triebkräfte der Erde, Monaco 1957; J. Büchner, Fritz Winter, Recklinghausen 1963.]

….Nell’immagine d’apertura è riprodotto Komposition vor Blau und Gelb il grande dipinto creato per la prima edizione di documenta, la prima grande mostra di arte contemporanea nella Germania Ovest, che ebbe luogo dal 16 luglio al 18 settembre 1955 a Kassel a cui Winter partecipò con i 148 artisti invitati provenienti da sei paesi. L’organizzazione di questa mostra era bipartita fra Bode, responsabile in particolare dell’allestimento, e Werner Haftmann, responsabile con il primo della selezione degli artisti, secondo un taglio che privilegiava una sorta di linea di continuità fra le forme dell’astrattismo pre-seconda guerra mondiale e la ripresa astratto-informale dopo il conflitto.

L’intento era quello di individuare una linea di sviluppo e di continuità, una vera e propria genealogia del presente, attraverso le ascendenze avanguardistiche rappresentate dall’Espressionismo, dal Futurismo, dall’Astrattismo, dal Costruttivismo e da grandi figure meno collocabili entro precisi ‹-ismi› quali Klee, De Chirico, o Matisse. La connessione con la ricerca tedesca era rappresentata proprio da Fritz Winter, considerato uno dei padri dell’astrattismo informale e docente alla Kunstakademie di Kassel, in mostra con il suo grande dipinto. Winter stesso rappresentava nel suo percorso l’elemento di connessione fra la nuova tendenza dell’astrattismo post-bellico e l’insegnamento di artisti quali Albers, Kandinsky e Klee, dei quali Winter era stato allievo, esemplificando bene gli intenti del curatore della mostra, Bode, cioè l’individuazione delle radici della produzione artistica più recente. [estratto da Riccardo Caldura, Paradigmi (artistici) in movimento fra Venezia e Kassel per HORIZONTE, Rivista di italianistica e di letteratura contemporanea]

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Johan Keats, Ode a un usignolo

John Keats, Ode a un Usignolo

I.

Mi duole il cuore, e i sensi un sonnolente
…..Stupor tien, quasi avessi alla mia sete
Cicuta offerto o un torpido nepente,
…..E profondato io fossi verso il Lete:
Non ch’al tuo lieto stato invidia io rechi,
…..Ma troppo, al gaudio tuo, gaudio m’ingombra,
……….Ché tu, Driade alata delle frondi,
……………In valle piena d’echi
Tra verdi faggi e innumerevole ombra
…..Canto d’estate a piena gola effondi.

II.

Oh, un sorso di Lieo! per lunga età
…..Tenuto in fonda fossa a rinfrescare,
Che di Flora e di verdi campi sa,
…..Di canto Provenzal, di gioia solare!
Oh, del focoso Sud piena una tazza
…..Tutta avvampata d’Ippocrene mero,
……….Con granire di bolle all’orlo in tondo,
……………E bocca paonazza!
……….Ber potess’io, lasciar non visto il mondo
……E teso dileguar pel bosco nero:

III.

Dileguare, vanire, obliar quanto
…..Tu, fra i rami, non sai: melanconia,
Febbre ed ansia, di noi qui, dove il pianto
…..Dell’altro ogni uomo ascolta, e parlasia
Fa tremare i capelli bianchi e rari,
…..E gioventù divien spettrale e muore,
………..Dove il solo pensare empie gli umani,
……………D’occhiplumbeo dolore,
Né Beltà può serbar gli occhi suoi chiari,
…..Né Amor struggersi d’essi oltre il domani.

IV.

Via! l’anima salire a te desia,
…..Non col carro di Bacco e i leopardi,
Ma sull’aereo vol di Poesia,
…..Ben che il torbido ingegno me ritardi.
Già teco! Dolce è la notte e la Luna
…..Regina è forse in trono e la sua corte
……….Di sideree Fate intorno gira;
……………Qui non è luce alcuna,
…..Se non quanta dal ciel coi venti spira
Per ombre verdi e vie muscose e torte.

V.

Veder non so che fiori sian vicino,
…..Né quali ai rami pendan leni incensi,
Ma nell’ombra balsamica indovino
…..Quali fragranze la stagion dispensi
All’erba, al bosco e al frùtice selvaggio:
…..La rosa delle siepi e il biancospino;
……….La violetta che breve ora vive;
……………E, prime figlie a Maggio,
Rose muscose il cui roscido vino
…..Sonori insetti attira in sere estive.

VI.

Nel buio ascolto. Io sentii quasi verso
…..La calma Morte amor piú d’una volta:
Con dolci nomi la implorò il mio verso,
…..Che in aer l’anima mia fosse risolta.
Bello or parmi il morir come non mai
…..Senza pena dissolvermi nell’ora
………..Di notte mentre dal tuo sen rampolla
……………Tal estasi! Ed ancora
L’alto tuo Requiem canteresti e a’ lai
…..Invano orecchio avrei, converso in zolla.

VII.

Non per morte tu nascesti, o tu immortale!
…..Stirpi affannate non calpestan te.
La voce ch’odo questa notte è quale
…..In tempi antichi udiron servi e re;
Questo canto trovò forse la via
…..Del mesto cuore di Rut, quando si rose
………Di nostalgia, tra gli estrani frumenti;
……………E incantò maliose
…..Finestre a perigliose onde imminenti
D’un solingo paese di malìa.

VIII.

Solingo! è parola che richiama,
…..Come un rintocco, me al mio solo io.
Non così bene inganna, com’è fama,
…..La fantasia, silfo illusorio. Addio!
Addio! pei prati, oltre il fiume silente,
…..Su per l’erta vanisce il flebil canto,
……….Ed or profondamente sta sepolto
……………Nelle convalli accanto.
Fu visione o sogno in veglia? Spente
…..Son quelle note ormai: — Dormo od ascolto?

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da Poeti inglesi dell’ottocento, Casa Editrice Marzocco, Firenze, 1925Traduzione di Mario Praz, dal sito Poeti in rete di Titti deLuca, che si ringrazia (leggi qui la versione in lingua originale)

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Tratto da Keats – Vita, poetica, opere scelte (I grandi poeti – Il sole 24 Ore)

Faceva freddo la notte del 3 febbraio 1820. Su una carrozza notturna un giovane stava seduto a cassetta, a fianco del postiglione, di ritorno da una serata passata con amici. Non indossava il cappotto: il pomeriggio sembrava mite, quasi un anticipo di primavera. Si poteva uscire senza. Lo sguardo del coinquilino Charles al suo ingresso nell’ appartamento di Wentworth Place, a Hampstead, un sobborgo di Londra, lo rese improvvisamente consapevole del forte malessere che lo aveva preso, mai provato prima: era febbricitante, esausto, malfermo sulle gambe. Dopo pochi minuti, mentre entrava nel letto, un colpo di tosse cancellò ogni speranza di vita, d’ amore, di successo. John, venticinque anni compiuti da poco, un diploma in farmacia, tre volumi di poesie pubblicati, riconobbe subito la goccia di sangue sputata sul lenzuolo: era scura, nera, era sangue arterioso. Ne conosceva perfettamente il significato, era un assistente chirurgo e la tubercolosi aveva portato via tutta la sua famiglia, lasciandolo solo dopo mesi di terribili agonie a cui aveva assistito impotente. Poche ore dopo, nella notte, una violenta emorragia polmonare gli tolse ogni dubbio. Come disse all’amico Charles, preoccupato al suo fianco, la prima goccia di sangue rappresentava per lui una certezza di morte.

Quando morì, poco più di un anno dopo, era inconsapevole di aver lasciato una delle più grandi raccolte poetiche della letteratura europea di ogni tempo: pochi erano stati i successi e i riconoscimenti in vita, se non negli ultimi giorni, e forte la delusione, la paura, il senso di aver fallito. Solo tre anni prima aveva espresso all’ amico John Hamilton Reynolds, in un sonetto allegata a una lettera, When I have fears that I may cease to be, il timore di non riuscire a diventare quel poeta che sognava e in cuor suo sapeva di essere.

Quando la paura mi prende di morire / Prima che la penna tutto / il mio fertile cervello abbia spigolato, / Prima che molti libri abbiano raccolto / Come granai pieni di ciò che è ben maturato, / Quando osservo sul volto stellato della notte / I segni profondi e nuvolosi d’una grande storia / E penso che potrebbe non toccarmi mai la gloria / Di tracciare le loro ombre con la mano magica della sorte, / Quando sento, amica bella d’un momento, / Che mai più ti guarderò né mai godrò più / Dell’incantato potere dell’ amore senza tormento – / Allora sulla spiaggia del gran mondo solo e pensoso resterò, / Finché Amore e Fama naufraghino nel nulla.

Quando chiuse gli occhi, a Roma, in un piccolo e gradevole appartamento affacciato sulla scalinata di Trinità dei Monti, John Keats si era preoccupato di lasciare soltanto una breve epigrafe per la sua lapide: “Qui giace un uomo il cui nome fu scritto sull’acqua”.

Era nato venticinque anni prima a Londra, il 30 ottobre 1795.

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Ilpo Tiihonen, Nove vite

Mario_Schifano_Futurismo_rivisitato

Nove vite
di Ilpo Tiihonen
.
Finora soltanto nove vite, e
tutte mie, come la mia testa tra le mani.
La prima fu raggomitolato ai piedi d’un abete
nella foresta autunnale proprio all’alba
tra gocce di pioggia notturna.
Ho ancora la resina sotto le unghie.
La mia seconda fu l’aroma di legno spaccato presso la baracca,
e l’orrendo disco della sega circolare.
La pappa d’avena, le scarpe da ginnastica larghe, e il Presidente Kekkonen,
l’inchiostro versato sul quaderno, e
il clangore della ferrovia sotto i miei sogni.
Le bandiere rosse del Primo Maggio, la figlia del vicino
nuda, e i piccioni morti stesi sulla ghiaia.
La mia terza vita fu la scoperta dell’ira, la furia cieca
che mi rigirava nella sua borsa di cuoio,
consumando i bordi del mio giorno. Seduti ai nostri banchi,
forzati verso una meta innominabile.
Vedendo come iniziano a bere, a bere
nei loro occhi quella nera ribellione impotente.
Sto per annegare, qualcuno attraversa
l’Atlantico su una barca di canne. E se morissi,
non importerebbe chi sfottesse. Le stelle nel cielo ci stanno guardando con orrore.
.
La mia quarta vita è quando, piuttosto chiaramente, sento
che gli uccelli se ne fregano. E io comincio a volare.
La mia prima ‘tu’ viene, accarezza
la mia tonsillite, mi rivela, e lasciamo
che la sabbia eterna scorra tra le dita. La plastica di mia madre.
Nella quinta vita lei è già morta. Sto guidando un’auto
lungo le foreste e decido che non
fonderò mai una fabbrica. Decido di morire come un calzolaio.
Quando riesco a convincere i miei figli a costituire un coro maschile.
Quando sono un nome, una vita e, se possibile, un colore.
Quando sono tutto altre dodici volte.
.
La mia sesta vita: e la mia roba è scivolata in mare,
siedo con le mani sulla testa.
In cima all’abete un tordo zigano
afferra mercoledì dritto negli artigli.
Inizio a capire un discorso oscuro, decido
di concentrarmi a svanire
e lasciare una traccia. Spruzzo volpi d’allevamento
per rovinare le loro pellicce e ti faccio
mollare questa scuola per sordomuti.
Comincio a scrivere il non detto.
Studio come dire No
così che possa esistere Sì.
.
Nella settima incontro
la mia quinta moglie che è la prima.
Nessuno di noi può procedere, continuiamo a muoverci
sul posto. Mia madre mi partorì per prendere a calci
gli altri? Scrivo molto più veloce ora
meno di prima. Questo fa lo stesso.
Tu sei lo stesso che eri prima di nascere.
La tessera plasticata canta la solita vecchia canzone.
.
Improvvisamente l’ottava e la nona vita
si sono abituate a me, mi gettano una luce brillante
dritto negli occhi. Ho letto spesso che
le acque sono avvelenate, non posso più
andare alla spiaggia. Ma adesso è l’ora
di non crederci. Oggi non ti taglieranno
l’elettricità, l’assegno di maternità, o la gola.
Conserva la tua gola, la tua elettricità, il tuo assegno.
Puoi parlare la tua lingua-madre, la patria è un bel parlare.
Scrivo che Un Paesaggio Nazionale è il nome di un quadro.
Scrivo che le Forze di Difesa sono pronte per l’Attacco.
Scrivo che non c’è abbastanza Dio per Ciascuno.
Scrivo che in Inverno si può pensare all’estate,
e quando l’estate viene, prima che venga
le nevi si sciolgono oltre il ponte
.
e che un uomo può amare una donna
senza gesticolare.
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Ilpo Tiihonen, poeta finlandese nato nel 1950; poesia in italiano tratta da Hebenon, Seconda serie, n.6, Ottobre 2000; per questo contributo si ringraziano Roberto Bertoldo e il sito Hebenon — immagine: opera di Mario Schifano (dal web)
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Beppe Salvia, una poesia e una riflessione a cura di Flavio Almerighi

Salvia era un talento indiscutibile ma schivo. Aveva carisma, ma era anche fragile e irregolare nel modo di interpretare la propria vocazione. È stato questo il suo limite e la sua forza. Immaginava il poeta come un “portatore di fuoco”. Ma chi è stato Beppe Salvia? Il poeta Andrea Zanzotto ha scritto: «La sua poesia, che ha una luce di giovinezza e di alba e nello stesso tempo qualcosa appunto di terribilmente teso verso lontananze imprendibili, lascia una parola lacerata fra gli uomini e la volontà di riprendere contatto con il “cuore” del mondo». E ancora sulla sua poesia: «Si è fatta subito notare per una straordinaria limpidezza dello spalancarsi di una potenza e di un’unità lirica. Tutto resta preso come in un abbraccio di una sconcertante luce, che da una parte sorregge e dall’altra, però, crea un inquietante sfondo di allontanamento».

Lettera
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Viene la sera, è vero, silenziosa
piove una luce d’ombra e come
fossero i nostri sensi inevitabili
improvvisi, noi lamentiamo
una più vasta scienza.
Aver di quella il frutto
appariscente, la bella brama,
e l’ombra perfino, di sussurri
e di giochi, come bimbi.
Ma io lo so Serena io non posso,
in questi tempi segnati dal segreto
di cui s’invade
la nostra intimità,
vivere adesso se non con tale affanno
e così lieve.
Di questo amaro stento già si fa più vero
un sentimento pago di letizia, al modo
che alla sera insieme
andando per le strade
chiare, l’ho visto, d’ombra
e di segreto,
noi siamo tra i perduti lumi
esseri più miti di chi
venuto prima di noi
ebbe solo a soffrire
salvi quasi per caso, e in questo prodighi.
.
I baci sono bellissimi doni.
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…….E noi, noi moderni, costretti a sperare o dimenticare, riviviamo ogni giorno un giorno troppo uguale. Si perde così ogni passione. Anche perché le passioni non più scritte o coltivate in una scrittura interiore son tutte eguali. E il piacere è gioia e la gioia è dolore. E il ricordo felicità e la felicità dimenticanza. Allora non più i nostri versi si ingannano se appaiono confusi, ma ben più grato è il nostro amore per essi se un disteso piacere li rende aggraziati e al contempo un rigore di pensiero li provi al diffuso dolore. (dalla Rivista “Braci”)

a cura di Flavio Almerighi — immagine: Marc Chagall, Lovers with half-moon, 1926

Beppe Salvia (Potenza, 1954 – Roma, 1985), dalla nativa Lucania a Roma nel ‘71, comincia a pubblicare testi poetici dal ‘76 su varie riviste (tra cui Nuovi Argomenti), nell’’80 fonda la rivista Braci con Claudio Damiani, Arnaldo Colasanti, Gino Scartaghiande e Giuseppe Salvatori. Collabora intensamente a Prato Pagano, prima almanacco e poi rivista. Muore a Roma nel 1985. Tutti postumi i suoi libri: Elisa Sansovino, Estate, Quaderni di Prato pagano, Il Melograno-Abete Edizioni, 1985; Cuore (cieli celesti), Rotundo, 1988; Elemosine Eleusine, a cura di Arnaldo Colasanti, Edizioni della Cometa, 1989. Suoi testi di poesia e di prosa sono raccolti nell’antologia I begli occhi del ladro, a cura di Pasquale Di Palmo, Il Ponte del Sale, 2004, mentre Un solitario amore (a cura di Emanuele Trevi e Flavia Giacomozzi, Fandango, 2006) raccoglie integralmente i primi due libri del 1985 e del 1988, insieme a una scelta da Elemosine Eleusine e ad alcune poesie disperse.

Nâzim Hikmet, da Lettere dal carcere a Munevvér

Istanbul_-_Hagia_Sophia

 

In questa notte d’autunno
sono pieno delle tue parole
parole eterne come il tempo
come la materia
parole pesanti come la mano
scintillanti come le stelle.
dalla tua testa dalla tua carne
dal tuo cuore
mi sono giunte le tue parole
le tue parole cariche di te
le tue parole, madre
le tue parole, amore
le tue parole, amica
erano tristi, amare
erano allegre, piene di speranza
erano coraggiose, eroiche
le tue parole
erano uomini.

(1948)

*

I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
che tu venga all’ospedale o in prigione
nei tuoi occhi porti sempre il sole.

I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
questa fine di maggio, dalle parti d’Antalya,
sono così, le spighe, di primo mattino;

i tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
quante volte hanno pianto davanti a me
son rimasti tutti nudi, i tuoi occhi,
nudi e immensi come gli occhi di un bimbo
ma non un giorno ha perso il loro sole;

i tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
che s’illanguidiscono un poco, i tuoi occhi
gioiosi, immensamente intelligenti, perfetti:
allora saprò far echeggiare il mondo
del mio amore.

I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
così sono d’autunno i castagneti di Bursa
le foglie dopo la pioggia
e in ogni stagione e ad ogni ora, Istanbul.

I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
verrà giorno, mia rosa, verrà giorno
che gli uomini si guarderanno l’un l’altro
fraternamente
con i tuoi occhi, amor mio,
si guarderanno con i tuoi occhi.

(1948)

*

Nâzim Hikmet, da Lettere dal carcere a Munevvér, prigione di Bursa, Anatolia

Quattro sassi con…autori contemporanei in 4 poesie: Mirella Crapanzano

Quattro sassi con - Il sasso nello stagno di AnGre

Quattro sassi con…autori contemporanei in 4 poesie: Mirella Crapanzano

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è strano come una linea leggera
come quella dei polsi
possa reggere tutte le ossa, i corpi
anche quelli bassi dei fondali
attraversati dai fiumi, fino a risalire
piano, nell’estuario dei volti
dove la vita accade
per necessità, per fretta
.
*
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appena fuori
il mattino ha quei segni
che riconosco
dai contorni della casa
quel sapore di confini
che mi cerchi addosso
e che tu non percepisci
quando svesto il mare
la corrente
se mi nutro di ritorni
un rumore d’invisibile che annoto
tra i capelli, sulle labbra
come per caso
.
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da “Le stanze del fiore nero” Lietocolle 2014
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§
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c’è un ricordo
che torna dietro gli occhi
quando mi distrae la somiglianza
dei giorni: la mia morte
una delle tante senza velo
così devo reinventare
l’assenza è una voce di mare
l’esistenza
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*
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seguo una stella, è venuta a me
nel solco senza luna
mi orienta ai sogni
al peso dorsale della casa
carapace, sorveglia il sorgere
del mio vero nome
lì dove vive il senno di un dio
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da “Terracqua” Terra d’ulivi edizioni, 2016
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mirella-crapanzanoMirella Crapanzano, (Agrigento, 1959) pittrice, ricercatrice nel campo della poesia, delle arti pittoriche, visive. Ha pubblicato nel 2014 la raccolta di poesie Le stanze del fiore nero, Lietocolle edizioni e nel 2016 Terracqua con la casa editrice Terre d’ulivi. Sue poesie sono presenti in diverse antologie poetiche e su numerose riviste letterarie e blog online.

Jacques Prévert, Fiesta

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Fiesta
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E i bicchieri erano vuoti
la bottiglia spaccata
Il letto spalancato
e la porta sbarrata
E tutte le stelle di vetro
della felicità e della bellezza
scintillavano nella polvere
della stanza mal ripulita
Ero ubriaco morto
e gioioso falò
e tu ubriaca viva
nuda fra le mie braccia.
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*
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        Et les étaient vides
et la bouteille brisée
Et le lit était grand ouvert
et la port fermée
Et toutes les étoiles de verre
du bonheur et de la beauté
resplendissaient dans la poussière
de la chambre mal balayée
Et j’étais ivre mort
et j’étais feu de joie
et toi ivre vivante
toute nue dans mes bras.
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Jacques Prévert, Canzone del mese di maggio, Un secolo di poesia, ed.Corriere della sera — immagine: E.Munch, Il giorno dopo (1894), Nasjonal Galleriet, Oslo

 

Czesław Miłosz, Notizia

fiona watson (immagine a cura di Cartesensibili)

NOTIZIA

Della civiltà terrestre che diremo?

Che era un sistema di sfere colorate, di vetro affumicato,
Dove si avvolgeva e svolgeva il filo di liquidi luminescenti.

O un agglomerato di palazzi raggiformi
Svettanti da una cupola coi portali inchiavardati
Dietro cui camminava un orrore senza volto.

E che ogni giorno si gettavano i dadi, e a chi capitava un numero basso
Veniva condotto al sacrificio: vecchi, bambini, ragazzi e ragazze.

O forse diremo così: che abitavamo in un vello d’oro,
In una rete iridescente, nel bozzolo di una nuvoletta
Appeso al ramo d’un albero galattico.
E questa nostra rete era intessuta di segni:
Geroglifici per l’occhio e l’orecchio, anelli d’amore.
E risuonava al suo interno un suono, che ci scolpiva il tempo,
Il tremolio, il garrito, il cinguettio della nostra favella.

E con che cosa potevamo tessere il confine
Fra il dentro e il fuori, la luce e l’abisso,
Se non con noi stessi, il nostro caldo respiro,
Il rossetto, lo chiffon e la mussola,
Col battito, che quando tace muore il mondo?

O forse della civiltà terrestre non diremo nulla.
Perché cosa fosse non lo sa realmente nessuno.

Berkeley, 1973

Czesław Miłosz, da Da dove sorge e dove tramonta il sole – tratta da Poesie (a cura di Pietro Marchesani, Adelphi, 2013)

Mark Strand, Sei tu tra gli ulivi al di là del cortile?

MOSTRA

XX

Sei tu tra gli ulivi
al di là del cortile? Tu nel sole che mi fai cenno
di avvicinarmi con una mano mentre con l’ altra

ti schermi gli occhi dalla abbacinante luce che trasforma
tutto ciò che non è te in bianco assoluto? Sei tu
intorno a cui le foglie si spargono come spuma?

Tu nella notte sussurrante che  profuma
di menta ed è illuminata dal lontano territorio incontaminato
delle stelle? Sei tu? Sei davvero tu?

che ti innalzi sulla calligrafia delle onde, l’ estensione
del tuo corpo che mi getta un’ ombra improvvisa sulla mano
così che sento quanto  è fredda nel muoversi

sulla pagina? Tu che ti chini e posi
la bocca sulla mia in modo io sappia
che un bacio è solo l’inizio

di ciò che finora potevamo solo immaginare?
Sei tu o è il protratto vento pietoso
che mi mormora all’orecchio: ahimè, ahimè?

§

Is it you standing among the olive trees
Beyond the courtyard? You in the sunlight
Waving me closer with one hand while the other

Shields your eyes from the brightness that turns
All that is not you dead white? Is it you
Around whom the leaves scatter like foam?

You in the murmuring night that is scented
With mint and lit by the distant wilderness
Of stars? is it you? Is it really you

Rising from the script of waves, the lenght
Of your body casting a sudden shadow over my hand
So that I feel how cold it is as it moves

Over the page? You leaning down and putting
Your mouth against mine so I should know
That a kiss is only the beginning

Of what until now we could only imagine?
Is it you or the long compassionate wind
That whispers in my ear: alas, alas?

*
Mark Strand, da L’inizio di una sedia (a cura di Damiano Abeni, Donzelli  — versione in lingua originale tratta dal web — immagine: opera di Vincent Van Gogh)

mark-strand12Poeta e narratore, Mark Strand è nato nel 1934 a Summerside, nella Prince Edward Island in Canada, ed è cresciuto negli USA. Autore di vari volumi di poesia, e di racconti, saggi, libri per bambini e scritti sull’arte, ha ricevuto numerosi prestigiosi riconoscimenti, tra cui la McArthur Fellowship, la nomina a Poeta Laureato degli Usa (1990), il Premio Pulitzer per la Poesia (1999) e il Wallace Stevens Award (2004). E’ morto il 29 novembre 2014.

Francis Bacon: “Ho sempre pensato di dipingere il sorriso, ma non ci sono mai riuscito” [cit.]

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F.Bacon, Studio dal ritratto di Innocenzo X di Velazquez (1953)

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“Ma che cosa pretendevate? Che mi mettessi a dipingere rose rosse nel secolo degli orrori?” (F. Bacon)

Francis Bacon nasce in Irlanda, a Dublino nel 1909 e muore a Madrid nel 1992; a sedici anni va a vivere senza la famiglia a Berlino, dove vive di lavori saltuari e nel 1926 è a Parigi, dove conosce le opere di Picasso, dalle quali nascerà il forte desiderio di  iniziare la propria carriera artistica.

“Bacon prende i corpi, li intrappola, crea in loro una forte tensione emotiva al punto da farli urlare; uno dei soggetti preferiti da Bacon è il Papa, per lui metafora della condizione umana. L’opera di riferimento, che lo ossessionava per la sua perfezione, è il “Ritratto di Papa Innocenzo X” di Velazquez, che Bacon giudicava una delle più importanti opere della storia. Nel famoso “Studio” dal “Ritratto di Innocenzo X” di Velazquez (1953) Bacon dà un’immagine sconvolgente del Papa, chiuso in una struttura tubolare, con un’espressione torturata, gravata dalla presenza di schizzi di sangue. Lo sfondo del quadro è percorso da tratti verticali che annebbiano la figura urlante, che siede, impotente, con i pugni chiusi. Nei suoi dipinti Bacon mette in evidenza le profondità sgradevoli della mente umana, immergendole in un’atmosfera da incubo. bacon_excerpt

La pittura di Bacon ha come compito il risveglio dell’uomo dal suo sogno di centralità assoluta nell’ordine delle cose per precipitarlo nell’incubo di appartenere all’ordine “corrotto” e “corruttibile” della materia. E’ quindi tipica in Bacon la rappresentazione di una figura in toni cupi, dalla testa senza occhi, di un viso che non ha più forma umana. Le figure di Bacon non si collocano nella storia e non hanno storia. Sono ad un passo dalla condizione animale, perché, come ha scritto Deleuze (filosofo), Bacon è un pittore di teste che rivelano lo spirito animale dell’uomo e il suo destino. Esse mostrano una verità che l’uomo rifiuta di conoscere, ma che da sempre conosce.” (Rosa Roselli, tratto da Francis Bacon in Arte di Rosa Roselli, Starrylink Editrice)

Francis Bacon, 1972, study for self-portrait

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Nel 2010 ebbi modo di vedere a Roma alcune opere di Bacon esposte a Galleria Borghese insieme con opere di Caravaggio, in una mostra che audacemente – pensai – affiancava due artisti molto distanti tra loro. Dopo un iniziale e comprensibilissimo momento di titubanza, guardai e riguardai le opere, osservando da vicino i lavori e mi resi conto che in entrambi si avvertiva molto forte la “tensione del genio”, che da sola valeva l’associazione tra i due.

Le “distorsioni” fisiche di Bacon, che richiamano aspetti interiori del pianeta “Uomo”, generano istintivamente empatia e desiderio di fuga in chi le osserva, per quella drammaticità – specchio dei tempi moderni – di cui sono fortemente pervase, difficile addirittura da accettare. Per guardare Bacon – secondo me – occorre “guardare oltre” il gusto estetico dominante, inevitabilmente destinato ad allontanare il fruitore dal mondo affascinante, inquieto ed inquietante di questo artista moderno, per avvicinarsi al quale occorre abbracciare una concezione ed una visione “più ampia” della pittura, dell’arte e dell’esistenza stesse (Angela Greco).

Margaret Atwood, Questa è una mia fotografia

149-Milano-Parco della Cave 19-09-2013
 .
Questa è una mia fotografia
di Margaret Atwood
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È stata scattata qualche tempo fa.
A prima vista sembra
una copia
sciupata: contorni sfocati e chiazze grige
fuse nella carta:

poi se la esamini,
vedi nell’angolo a sinistra
qualcosa come un ramo: parte di un albero
(balsamina o abete) che affiora
e a destra, a metà di
quello che appare un dolce
declivio, una piccola casa di legno.

Sullo sfondo vi è un lago,
e oltre questo, basse colline.

(la foto è stata scattata
il giorno dopo che annegai.

Io sono nel lago, al centro
dell’immagine, appena sotto la superficie.

E’ difficile dire dove
con precisione, o dire
quanto grande o piccola io sia:
l’effetto dell’acqua
sulla luce inganna

ma se guardi abbastanza a lungo,
alla fine riuscirai a vedermi).

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This Is a Photograph of Me

It was taken some time ago.
At first it seems to be
a smeared
print: blurred lines and grey flecks
blended with the paper;

then, as you scan
it, you see in the left-hand corner
a thing that is like a branch: part of a tree
(balsam or spruce) emerging
and, to the right, halfway up
what ought to be a gentle
slope, a small frame house:

In the background there is a lake,
and beyond that, some low hills.

(The photopraph was taken
the day after I drowned.

I am in the lake, in the center
of the picture, just under the surface.

It is difficult to say where
precisely, or to say

how large or small I am:
the effect of water
on light is a distorsion

but if you look long enough,
eventually
you will be able to see me).

 

da Margaret Atwood, Giochi di specchi – Tricks with Mirrors (a cura di Branko Gorjup e Francesca Valente; trad. di Laura Forconi, Caterina Ricciardi, Francesca Valente – Longo Editore, Ravenna, 2000)

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atwood-margaret-2005-credit-jallenMargaret Eleanor Atwood nasce a Ottawa (Ontario, Canada) il 18 novembre 1939; seconda di tre figli, il padre Carl Edmund Atwood era entomologo, mentre la madre Margaret Dorothy Killiam era una dietologa e nutrizionista. A causa delle ricerche del padre la futura scrittrice trascorre molti periodi dell’infanzia nelle grandi foreste del Quebec. Non frequenterà la scuola a tempo pieno fino all’età di 11 anni. La giovane Margaret diviene vorace lettrice di raffinata letteratura; tra le letture preferite vi sono le fiabe delle fate dei fratelli Grimm, le storie di origini canadesi, i racconti e le poesie.
Attivista femminista, già nel 1950 la Atwood aveva cominciato ad occuparsi di temi sociali come la liberazione della donna e il cambiamento dei ruoli sessuali, prima che questi venissero divulgati dal movimento femminista. Oltre che poetessa e scrittrice, è ricordata come prolifica critica letteraria. Molte delle sue poesie sono state ispirate da miti e fiabe, che sono stati uno dei suo partcolari interessi fin dalla più tenera età. Autrice di fantascienza, Margaret Atwood è considerata una scrittrice tormentata e visionaria: i suoi lavori degli anni ’90 hanno visto una continua e profonda preoccupazione per la civiltà occidentale e per la politica, dall’autrice considerati all’ultimo stadio di disintegrazione. (dal web)