Giorgio Gaber, Non insegnate ai bambini by G.Chiantini

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Non insegnate ai bambini

Non insegnate ai bambini
non insegnate la vostra morale
è così stanca e malata
potrebbe far male
forse una grave imprudenza
è lasciarli in balia di una falsa coscienza.

Non elogiate il pensiero
che è sempre più raro
non indicate per loro
una via conosciuta
ma se proprio volete
insegnate soltanto la magia della vita.

Giro giro tondo cambia il mondo.

Non insegnate ai bambini
non divulgate illusioni sociali
non gli riempite il futuro
di vecchi ideali
l’unica cosa sicura è tenerli lontano
dalla nostra cultura.

Non esaltate il talento
che è sempre più spento
non li avviate al bel canto, al teatro
alla danza
ma se proprio volete
raccontategli il sogno di
un’antica speranza.

Non insegnate ai bambini
ma coltivate voi stessi il cuore e la mente
stategli sempre vicini
date fiducia all’amore il resto è niente.

Giro giro tondo cambia il mondo.
Giro giro tondo cambia il mondo.

*

di Gaber – Luporini – 2003 © Warner Chappell Music Italiana Srl

testo tratto da Archivio Monografico Online GiorgioGaber.org

“Non insegnate ai bambini” è una canzone di Giorgio Gaber, Gaberscik all’anagrafe, una delle perle più luccicanti contenute nell’album postumo del cantautore milanese “Io non mi sento italiano” del 2003. Il disco, infatti, uscì ventitré giorni dopo la sua morte e fu scelto come accompagnamento musicale ai suoi funerali. Il brano – secondo classificato al Premio Tenco nel 2005 – doveva far parte del nuovo spettacolo di teatro-canzone preparato dallo stesso Gaber insieme a Sandro Luporini e mai andato in scena per la prematura scomparsa proprio di Gaber.

“Non insegnate ai bambini non insegnate la vostra morale è così stanca e malata potrebbe far male…”così inizia questa bellissima canzone e nelle strofe seguenti il testo esorta a non inculcare nelle menti dei nostri bambini ideali sociali, a non insegnar loro la nostra cultura, a non forzarli verso nessuna attività. Tutto questo perché, come riporta l’inciso, il mondo cambia e ciò che fa parte della nostra realtà di adulti non può permettersi in nessun modo di ostacolare quel cambiamento che i nostri bambini rappresentano.

Condivido quel filone di pensiero secondo cui il testo di una canzone, così come ogni altro tipo di produzione artistica, una volta creato, diventi patrimonio di tutti, con dignità a sé e il cui significato vive una continua tensione tra ciò che voleva comunicare l’artista e ciò che interpreta il fruitore. In questo testo, i miei occhi, di genitore ormai lontano nel tempo e ora nonno, vedono un grande insegnamento e al tempo stesso un rischio, che dipende di certo dall’interpretazione che si vuol dare a quelle parole.

Leggere questo testo con gli occhi di chi ha profonda fiducia nella natura umana – come potrebbero essere gli occhi di un bambino appunto – significa, a mio parere, permettere a quella stessa natura di manifestarsi, evolversi e generare cambiamento, donandole contestualmente il frutto di ciò che altre vite, ugualmente degne di fiducia, hanno vissuto, sperimentato, creato. Non c’è imposizione o rigidità nell’offrire ai bambini il percorso che fin’ora hanno fatto i loro simili, purché, e questo è fondamentale, gli si dia l’opportunità di sperimentarsi e sperimentare, di non seguire letteralmente e forzatamente quello schema, ma di attingervi per modificarlo, personalizzarlo, evolverlo.

Una parte significativa della canzone invita a raccontare semplicemente ai bambini “il sogno di un’antica speranza”: quel sogno di fiducia stessa in loro e nel genere umano; fiducia che li metta al centro del qui ed ora, perché grazie a loro cambierà il mondo e continuerà la vita. (dal web)

[Giorgio Chiantini]

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Joan Baez, Farewell Angelina (Addio Angelina)

Testo e musica di Bob Dylan (1965) resi famosi da Joan Baez. Dal sito Canzoni contro la guerra si legge: «La canzone si riferisce evidentemente ad un ragazzo richiamato per andare in guerra, che saluta la sua ragazza. All’epoca della canzone era in pieno svolgimento la guerra del Vietnam ed negli USA la leva era ancora obbligatoria, quindi il riferimento è trasparente.» (Alberto Truffi, dal sito “Musica e Memoria” )

Farewell Angelina – testo

Farewell Angelina
The bells of the crown
Are being stolen by bandits
I must follow the sound
The triangle tingles
And the trumpet play slow
Farewell Angelina
The sky is on fire
And I must go.

There’s no need for anger
There’s no need for blame
There’s nothing to prove
Ev’rything’s still the same
Just a table standing empty
By the edge of the sea
Farewell Angelina
The sky is trembling
And I must leave.

The jacks and queens
Have forsaked the courtyard
Fifty-two gypsies
Now file past the guards
In the space where the deuce
And the ace once ran wild
Farewell Angelina
The sky is folding
I’ll see you in a while.

See the cross-eyed pirates sitting
Perched in the sun
Shooting tin cans
With a sawed-off shotgun
And the neighbors they clap
And they cheer with each blast
Farewell Angelina
The sky’s changing color
And I must leave fast.

King Kong, little elves
On the rooftoops they dance
Valentino-type tangos
While the make-up man’s hands
Shut the eyes of the dead
Not to embarrass anyone
Farewell Angelina
The sky is embarrassed
And I must be gone.

The machine guns are roaring
The puppets heave rocks
The fiends nail time bombs
To the hands of the clocks
Call me any name you like
I will never deny it
Farewell Angelina
The sky is erupting
I must go where it’s quiet.

*

Addio Angelina (Versione in italiano di Andrea Buriani)

Addio, Angelina, le campane del Re
stan rubando e col suono mi attirano a sé.
Tintinna il triangolo, suonan trombe uno “slow”
Addio, Angelina, c’è del fuoco nel cielo ed io me ne andrò.

Non occorre ci sian colpe, non facciamoci del male,
non c’è nulla da capire, ogni cosa resta uguale.
Sembra un tavolo vuoto anche il bordo del mar
Addio, Angelina, trema ora il cielo e ti devo lasciar.

Il Jack e la Regina stan lasciando il cortile.
sotto il naso delle guardie sfilan zingari a decine
in quel posto dove l’Asso e il Demonio giocan duro.
Addio, Angelina, s’arrotola il cielo, ci vediamo in un futuro.

Dei Pirati, sotto il sole, lancian torbide occhiate,
mentre tirano a lattine potenti fucilate.
A ogni colpo che và a segno, c’è chi un grido in alto getta.
Addio, Angelina, muta il cielo colore ed anch’ io cambio in fretta.

King Kong, con gli gnomi, balla il tango al pian di sopra.
Valentino gli ha insegnato, mentre il truccator s’adopra:
chiude gli occhi dei morti e nessun ne è allibito.
Ma addio, Angelina, il cielo si commuove ed io son già partito.

Levan sassi i burattini, le mitraglie alte le voci
e i demoni lancian chiodi, bombe a mano agli orologi.
Dammi il nome che tu vuoi, non te lo posso ora negare,
ma addio, Angelina, esplode il cielo ma ora posso riposare.

Edith Piaf, La vie en rose

Nel corso del programma “La gioia di vivere”, Edith Piaf interpreta “La vita in rosa”,     4 marzo 1954.

Testo
.
Des yeux qui font baisser les miens
Un rire qui se perd sur sa bouche
Voilà le portrait sans retouches
De l’homme auquel j’appartiens
Quand il me prend dans ses bras
Il me parle tout bas
Je vois la vie en rose
Il me dit des mots d’amour
Des mots de tous les jours
Et ça me fait quelque chose
Il est entré dans mon cœur
Une part de bonheur
Dont je connais la cause
C’est lui pour moi, moi pour lui dans la vie
Il me l’a dit, l’a juré pour la vie
Et dès que je l’aperçois
Alors je sens en moi
Mon cœur qui bat
Des nuits d’amour à plus finir
Un grand bonheur qui prend sa place
Des ennuis, des chagrins s’effacent
Heureux, heureux à en mourir
Quand il me prend dans ses bras
Il me parle tout bas
Je vois la vie en rose
Il me dit des mots d’amour
Des mots de tous les jours
Et ça me fait quelque chose
Il est entré dans mon cœur
Une part de bonheur
Dont je connais la cause
C’est toi pour moi, moi pour toi dans la vie
Il me l’a dit, l’a juré pour la vie
Et dès que je t’aperçois
Alors je sens dans moi
Mon cœur qui bat
La la, la la, la la
La la, la la, ah la
La la la la
Compositori: Edith Piaf — Testo di La Vie En Rose © Beuscher Arpege

Traduzione:

La vita in rosa

Occhi che fanno abbassare i miei
Un ridere che si perde nella sua bocca
Ecco qui il ritratto senza ritocchi
Dell’uomo al quale appartengo
Quando lui mi prende fra le braccia
Mi parla a bassa voce
Vedo la vita in rosa
Mi dice parole d’amore
Parole di tutti i giorni,
E sento qualcosa dentro
Lui è entrato nel mio cuore
Una parte di buonumore
Di cui conosco la causa
c’è lui per me
Me, io per lui nella vita
Me l’ha detto, l’ha giurato sulla sua vita,
E fin dal momento in cui lo scorgo da lontano
Allora sento in me,
il cuore che batte
Notti d’amore senza fine
Una gran buonumore che si estende
I fastidi, i dolori si cancellano
Felice, felice da morire
Quando lui mi prende fra le braccia
Mi parla a bassa voce
Vedo la vita in rosa
Mi dice parole d’amore
Parole di tutti i giorni,
E sento qualcosa dentro
Lui è entrato nel mio cuore
Una parte di buonumore
Di cui conosco la causa
c’è lui per me
Me, io per lui nella vita
Me l’ha detto, l’ha giurato sulla sua vita,
E fin dal momento in cui lo scorgo da lontano
Allora sento in me,
il cuore che batte
da www.angolotesti.it

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della stessa Artista in questo blog (clicca sul link blu): 

“Non, je ne regrette rien” – sassi sonori a cura di Giorgio Chiantini

Don McLean, Vincent

Vincent (Starry, Starry Night) di Don McLean 

Stellata notte di stelle,
il pennello intingi nel grigio e nel blu,
affacciati a un giorno d’estate
con occhi che conoscono l’oscurità della mia anima.
Ombre sulle colline
abbozzano alberi e narcisi,
rapiscono la brezza e il freddo dell’inverno
nei colori sul biancore della neve d’attorno.

Solo ora capisco cosa cercavi di dirmi
e quanto soffrivi sapendo d’aver ragione
e come cercavi di liberarli.
Ma loro non ascoltavano, non sapevano proprio come.
Forse ascolteranno ora.

Stellata notte di stelle,
fiammeggianti fiori, luccichio che sfavilla
e nubi impazzite d’una foschia violetta
si riflettono negl’occhi di cielo-china di Vincent.
Colori cangianti,
aurore nei campi di grano a maturare,
facce consunte e dal dolore segnate
si riscattano sotto l’amorosa mano del pittore.

No, non sapevano amarti loro,
nonostante il tuo amore così vero,
e quando non ci fu più ombra di speranza
in quella notte di stelle…
in quella notte di stelle
ti sei tolto la vita come spesso fanno gli amanti.
Ma avrei voluto dirti, Vincent,
che questo mondo non era adatto
a un uomo così tanto bello, come te.

Stellata notte di stelle,
ritratti appesi in stanze deserte,
volti senza cornice su anonime pareti,
coi loro occhi scrutano il mondo e non dimenticano.
Uguale agli sconosciuti che hai incontrato,
poveri vagabondi vestiti di stracci,
una spina d’argento d’una rosa insanguinata
in frantumi giace sulla vergine neve.

Solo ora credo di capire cosa cercavi di dirmi
e quanto soffrivi sapendo d’aver ragione
e come cercavi di liberarli.
Ma loro non ascoltavano, non ascoltano ancora,
e forse mai lo faranno…

 

 

Starry, starry night
Paint your palette blue and gray
Look out on a summer’s day
With eyes that know the darkness in my soul
Shadows on the hills
Sketch the trees and the daffodils
Catch the breeze and the winter chills
In colors on the snowy linen land

Now I understand what you tried to say to me
And how you suffered for your sanity
How you tried to set them free
They would not listen, they did not know how
Perhaps they’ll listen now

Starry, starry night
Flaming flowers that brightly blaze
Swirling clouds in violet haze
Reflect in Vincent’s eyes of china blue
Colors changing hue
Morning fields of amber grain
Weathered faces lined in pain
Are soothed beneath the artist’s loving hand

Now I understand what you tried to say to me
And how you suffered for your sanity
And how you tried to set them free
They would not listen, they did not know how
Perhaps they’ll listen now

For they could not love you
But still your love was true
And when no hope was left in sight
On that starry, starry night
You took your life as lovers often do
But I could have told you, Vincent
This world was never meant
For one as beautiful as you

Starry, starry night
Portraits hung in empty halls
Frameless heads on nameless walls
With eyes that watch the world and can’t forget
Like the strangers that you’ve met
The ragged men in ragged clothes
A silver thorn, a bloody rose
Lie crushed and broken on the virgin snow

Now I think I know what you tried to say to me
And how you suffered for your sanity
And how you tried to set them free
They would not listen, they’re not listening still
Perhaps they never will

dal sito canzoni contro la guerra; trad.italiana di Giuseppe Iannozzi; un grazie a Flavio Almerighi per questa canzone :)) — immagini: opere di Vincent Van Gogh

Frank Sinatra, The Voice ad un secolo dalla sua nascita – sassi sonori a cura di Giorgio Chiantini

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“THE VOICE”

Affascinante, carismatico, inimitabile, questo e molto altro è stato Frank Sinatra, leggenda indiscussa della storia della musica. Nato esattamente 100 anni fa, il 12 dicembre del 1915 ad Hoboken, nel New Jersey, da padre siciliano e madre ligure, mostrò fin da adolescente la sua passione per il canto, tanto che decise di farne il suo mestiere, spinto anche dall’ammirazione per il cantante Bing Crosby.

Mosse i primi passi tra concorsi canori ed esibizioni nei locali; poi, la svolta arrivò nel 1940, quando entrò nella swing band del trombonista Tommy Dorsey, diventando presto un idolo per i teenager. Due anni dopo lasciò il gruppo per proseguire la carriera come solista, che gli valse la consacrazione nel panorama musicale, facendo di lui il più celebre dei crooner, i cosiddetti cantanti ‘confidenziali’ tra pop e jazz. Artista poliedrico dal talento ineguagliabile, Sinatra venne soprannominato con diversi appellativi: “The voice” per la sua voce calda, impeccabile e inconfondibile; ma anche “Old blue eyes”, per quegli occhi azzurri, che stregarono innumerevoli donne e “Swoonatra” a causa degli svenimenti che procurava nelle sue ammiratrici.

Dal 1944 iniziò la sua ascesa anche nel mondo del cinema, che gli valse un Oscar, come miglior attore non protagonista, per la sua interpretazione di Angelo Maggio nel film “Da qui all’eternità” del 1953.

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Come ogni divo che si rispetti, la sua vita sentimentale fu particolarmente turbolenta: quattro matrimoni (tra cui quelli con le attrici Ava Gardner e Mia Farrow) e una lunga lista di relazioni, vere o presunte. Sinatra fece molto parlare di sé anche per le sue amicizie politiche, tra le quali quella con il democratico John Fitzgerald Kennedy e quella con il repubblicano Ronald Reagan, e per i presunti rapporti con la mafia; ma il successo prevalse sempre sulle ombre gettate su di lui.

Nella sua lunghissima carriera, durata 60 anni, non sono mancati momenti di crisi, eccessi e sregolatezze, come quelle con i Rat Pack (la “Banda di topi”), il gruppo formato da Sinatra e altri famosi uomini dello spettacolo, quali Dean Martin, Sammy Davis Jr, Peter Lawford e Joey Bishop, che insieme interpretarono diversi flm tra il 1960 e il 1965 dei quali il più famoso è “Colpo grosso” (Ocean’s 11, di cui è stato girato un remake nel 2001). E, sempre durante la sua ineguagliabile carriera, Sinatra annunciò più volte di voler abbandonare le scene, ma tornò sempre sui suoi passi. Il vero addio ai concerti avvenne nel 1994, mentre pochi anni più tardi, il 14 maggio 1998, il cuore di Sinatra, già provato, fu stroncato da un infarto, il quarto: aveva 82 anni. L’America e il mondo intero persero “la voce” del Novecento.

Il suo nome resta legato a canzoni immortali, come “Strangers in the night”, “Come fly with me”, “New York, New York”, “I’ve got you under my skin”, “Fly me to the moon” e “My way” delle quali qui presentiamo un omaggio. (a cura di Giorgio Chiantini – fonti varie)

The Pink Floyd, Wish You Were Here “40th Anniversary” – sassi sonori a cura di Giorgio Chiantini

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Pink Floyd, Wish You Were Here (1975) – copertina del disco

*

Wish You Were Here (in italiano: “Vorrei che tu fossi qui”) è il nono album dei Pink Floyd ed il secondo ad usare una tematica concettuale scritta interamente da Roger Waters, il quale evoca il suo sentimento nell’attimo in cui l’unione tra i membri della band, un tempo molto forte, era venuta a mancare, creando uno stato di vuoto e di assenza pressoché totale di comunicazione.

L’album è racchiuso tra le due lunghe sezioni della suite Shine On You Crazy Diamond, tributo all’ex membro della band Syd Barrett – il cui crollo psico-emotivo lo costrinse a lasciare la band alcuni anni prima – ricordato con affetto in frasi come: «Remember when you were young, you shone like the sun» (“Ricorda quando eri giovane, splendevi come il sole”) e «You reached for the secret too soon, you cried for the moon» (“Hai raggiunto il segreto troppo presto, hai chiesto l’impossibile”). La genesi della suite avviene in uno studio a King’s Cross a Londra, dove David Gilmour durante una prova suonò la famosa sequenza di quattro note di Shine On, una sequenza così malinconica ed evocativa che ispirò immediatamente Waters nella stesura di temi e liriche.

Oltre a parlare di relazioni umane, l’album contiene una ferocissima critica all’industria musicale: Shine On dissolve in Welcome to the Machine, ballata al confine tra psichedelia ed elettronica, che descrive con immagini vivide i meccanismi perversi e spietati dell’industria dello spettacolo. Welcome to the Machine è introdotta dall’apertura di una porta automatica (“simbolo di scoperta musicale e di progresso tradito dal mondo dello show-business, avido ed esclusivamente interessato al successo”, spiega Waters) e termina con i rumori di una festa per rappresentare la mancanza di contatti e sentimenti reali tra le persone. Have a Cigar (cantanta dall’ospite Roy Harper) mostra, invece, il disprezzo verso i leader dell’industria musicale; il testo è pieno di stereotipi legati alla superficialità e all’attaccamento al denaro senza prestare alcuna attenzione all’arte e ai valori umani. Una curiosità nel testo: «Oh, by the way, which one’s Pink?» (“Ah, a proposito, chi di voi è Pink?”) è una domanda realmente posta alla band in più di un’occasione agli inizi di carriera. Infine, Wish you were here, il brano che dà il titolo all’album, amplia lo spettro concettuale, con versi che non fanno riferimento solo alla condizione di Barrett, ma anche alla bipartizione del carattere di Waters, come idealista, così come personalità dominante.

Le ultime note che si ascoltano nell’album sono quelle del sintetizzatore di Richard Wright che accennano “See Emily Play”, uno dei singoli dei primi Floyd. Proprio quelli di Syd Barrett.

[Giorgio Chiantini]

Sassi sonori, rubrica di musica: At Carnegie Hall, a cura di Giorgio Chiantini

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Thelonius Monk Quartet with John Coltrane
At Carnegie Hall (1957)

I Sassi sonori questa settimana suonano Jazz con un disco che rappresenta una pietra miliare della sua storia e che vede, come attori principali, due grandissimi: Thelonious Monk e John Coltrane che insieme – nel 1957 – alla Carnagie Hall, collaborarono dal vivo in questa eccezionale incisione.

Tra i sassofonisti che hanno suonato con Monk, solo pochi sono riusciti ad assorbirne la poetica, così distante per le sue stravaganze fatte di pause, dissonanze, armonie labirintiche e melodie dolci, ma allo stesso tempo spigolose. La verità è che, suonare la musica di quello strano pianista di New York era cosa, anche per quelli tecnicamente più preparati, veramente ardua. Tra questi Coltrane non fu certamente quello che spiccò di più, probabilmente anche per la breve collaborazione fra i due – più o meno sei mesi – grazie alla quale Coltrane riuscì, però, a trovare quella maturità musicale, che proprio in quei pochi mesi subì una forte accelerazione, concretizzandosi in quei liberi ed energici tessuti di suono che presero poi il nome di “sheet of sound”.

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clicca sull’immagine per ingrandirla

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Con una registrazione ottima questo interessante documento, si pone all’attenzione dell’ascoltatore innanzi tutto come pagina storica che, oltre ad affascinare, coinvolgere e contribuire all’esaltazione della musica di Monk, restituisce il legittimo valore ad una collaborazione breve ma straordinaria, in cui due diverse strade si incrociano brevemente nel percorso di inesausta ricerca della propria arte. Registrato il 29 novembre 1957 in un concerto di beneficenza per il Morningside Community Center, il disco trasmette inalterata nel tempo tutta l’emozione dell’esordio.

Buon ascolto, dunque. [Giorgio Chiantini]

L’ultimo spettacolo di Roberto Vecchioni – sassi sonori a cura di Giorgio Chiantini

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Particolare del Sarcofago di Sidone, II sec.a.C. Museo Archeologico di Beirut.
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Dopo la pausa estiva, riprendiamo i Sassi sonori, parlando di uno dei più grandi e amati cantautori italiani, Roberto Vecchioni, ed analizzando insieme una delle sue più belle e liriche canzoni, che potremmo anche definire poesia, L’ultimo spettacolo.

Canzone di Roberto Vecchioni, contenuta nell’album Samarcanda (1977) nasce in seguito ad un distacco, un addio, alla fine di un amore; un concentrato di vita dove troviamo l’amore, il dolore tragico dell’addio, la grandezza del pensiero e della cultura, l’antico e il moderno, la quotidianità, le grandi domande sulla libertà e il destino.

L’ultimo spettacolo inizia sul mare della Grecia antica, mondo e cultura dove cercare i sensi e le risposte, luogo da cui tutto ha avuto inizio ed è un’immagine a rappresentare il contrasto interno all’uomo tra ciò che è presente, e forse anche futuro (l’occhio azzurro), che lotta con l’insieme di tutti i ricordi e i rimpianti del passato (l’occhio blu). Si approda, dunque, a Troia, luogo mitico in cui si combatte una guerra eterna che è la battaglia stessa dell’uomo contro il destino ed eccoli, allora, gli uomini, che tentano disperatamente di trovare il modo, la via per fuggire o sconfiggere l’ombra nera che intanto passa dietro silenziosamente sbeffeggiandoli e ricordando loro che non hanno scampo, che in realtà non sono mai loro a scegliere. Questi uomini, che nell’immaginazione del protagonista all’inizio del viaggio erano “grandi/ dietro grandi scudi”, si rivelano essere, nell’atto della guerra (ma metaforicamente nella battaglia della vita), “piccoli, goffi, disperati e nudi”.

Nel ritornello, si ascoltano le parole di distacco, di un disperato amore finito ma non morto, con la consapevolezza che si può possedere tutto, ma se non si condivide questo con chi si ama, tutto non è altro che inutilità. Così il protagonista, dopo aver vissuto altre epiche situazioni, è costretto a tornare alla realtà, poiché il sogno non può più esistere senza colei che lo accolga, lo comprenda e lo ami tanto quanto lui. E la realtà è una realtà amara, poiché lei parte, decretando la fine della loro storia. Qui, con lo stacco musicale, inizia la parte che, con un ritmo più veloce e incalzante, si configura come un grido di rabbia e di dolore, per giungere all’ultima significativa strofa: E non si è soli quando un altro ti ha lasciato, / Si è soli se qualcuno non è mai venuto.

I due versi finali racchiudono il senso della canzone, un messaggio rivolto direttamente a lei, come a dire: “nonostante tutto, nonostante l’incompatibilità, l’incomprensione, la piattezza del nostro rapporto, se fosse per me, rimarresti, perché ti amo ancora. E se potessi scegliere, “se questa storia fosse una canzone” e non la realtà, ti terrei qui stretta a me. Ma proprio come i Greci che ho visto nel mio viaggio io non posso scegliere, e il sogno deve arrendersi al vero: tu te ne vai. Ma, ricordalo ancora, se tutto questo fosse solo una delle tante canzoni che sto scrivendo, “con una fine mia”, tu saresti qui accanto a me.” [Giorgio Chiantini, testo adattato dal web]

L’ultimo spettacolo

Ascolta, ti ricordi quando venne
la nave del fenicio a portar via
me, con tutta la voglia di cantare
gli uomini, il mondo, e farne poesia…
con l’occhio azzurro io ti salutavo,
con quello blu io già ti rimpiangevo,
e l’albero tremava e vidi terra,
i Greci, i fuochi e l’infinita guerra
li vidi ad uno ad uno
mentre aprivano la mano
e mi mostravano la sorte
come a dire “Noi scegliamo,
non c’è un Dio che sia più forte”
e l’ombra nera che passò,
ridendo ripeteva no…
.
Ascolta, ero partito per cantare
uomini grandi dietro grandi scudi,
e ho visto uomini piccoli ammazzare,
piccoli, goffi, disperati e nudi…
laggiù conobbi pure un vecchio aedo
che si accecò per rimaner nel sogno,
con l’occhio azzurro invece ho visto e vedo,
con l’occhio blu mi volto e ti ricordo…
.
Ma tu non mi parlavi
e le mie idee come ramarri
ritiravano la testa
dentro il muro, quando è tardi
perché è freddo, perché è scuro:
e mille solitudini
e i buchi per nascondersi…
.
E ho visto fra le lampade un amore:
e lui che fece stendere sul letto
l’amico con due spade dentro il cuore,
e gli baciò piangendo il viso e il petto…
e son tornato per vederti andare,
e mentre parti e mi saluti in fretta,
fra tutte le parole che puoi dire
mi chiedi “Me la dai una sigaretta?”
.
Io di Muratti, mi dispiace, non ne ho
il marciapiede per Torino, sì lo so;
ma un conto è stare a farti un po’ di compagnia,
altro aspettare che il treno vada via,
Perché t’aiuto io ad andare non lo sai,
sì, questo a chi si lascia non succede mai,
ma non ti ho mai considerata roba mia,
io ho le mie favole, e tu una storia tua
.
Ma tu non mi parlavi
e le mie idee come ramarri
ritiravano la testa
dentro il muro, quando è tardi
perché è freddo, perché è scuro…
E ancora solitudini
e buchi per nascondersi…
.
E non si è soli quando un altro ti ha lasciato,
si è soli se qualcuno non è mai venuto
però scendendo perdo i pezzi per le scale,
e chi ci passa su, non sa di farmi male.
Ma non venite a dirmi adesso lascia stare
o che la lotta deve continuare,
perché se questa storia fosse una canzone
con una fine mia, tu non andresti via.

 

The Way We Were a cura di Giorgio Chiantini (sassi sonori)

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The Way We Were, canzone del 1973 e colonna sonora del film “Come eravamo” – film e musica, che a distanza di oltre 40 anni, continuano ogni volta ad emozionarmi – interpretata da Barbara Streisand. Scritta da Alan e Marilyn Bergman ed arrangiata da Marvin Hamlisch, vinse il premio Oscar ed il Golden Globe per la migliore canzone, oltre ad ottenere la posizione numero otto della “lista delle migliore 100 canzoni tratte da film” stilata dalla AFI; raggiunse la vetta della classifica canadese e statunitense per una settimana nel 1974, tornando successivamente per altre due settimane ancora in vetta, come singolo più venduto dell’anno e vincendo il “Grammy Award for Song of the Year 1975”. Inoltre il singolo permase numero uno anche della “adult contemporary chart” ancora per due settimane e, in quella occasione, la Streisand raggiunse la vetta di quella classifica per la seconda volta dopo People del 1964.

 ∼

I ricordi sono un argomento non semplice, perché si finisce sempre col pensare “vorrei poter rivivere quel momento” o “vorrei poter tornare indietro per cambiare le cose” o, semplicemente, “vorrei dimenticare”. Tutte cose non realizzabili. Ma potessimo farle, noi, le faremmo?

…If we had the chance to do it all again / Tell me, would we? / Could we?
(…Se ci fosse l’occasione di rifare tutto / Dimmi, lo faremmo? / Riusciremmo?)

Spesso tornano alla mente, nel bene o nel male, particolari momenti della vita e i ricordi ne sono una scia che ci accompagna per dirci ancora chi siamo; vaghi, labili e a volte imprecisi, emergono per farci ridere o piangere; oppure, ne andiamo alla ricerca per trovare risposte ad alcuni nostri comportamenti…

Questa canzone ha in sé quella malinconia da consapevolezza dell’importanza di ciò che si è vissuto, che è passato e che sarà irripetibile. E credo che questo invito ad un rapporto positivo col ricordo sia qualcosa di bello, in un mondo in cui le cose belle, appunto, sono destinate comunque a finire, l’importante è poterle ricordare con quel pizzico di malinconia misto a dolcezza “dei sorrisi che ci siamo lasciati dietro”. [Giorgio Chiantini]

The way we were

Memories light the corners of my mind
Misty, watercolor memories
Of the way we were

Scattered pictures of the smiles we left behind
Smiles we gave to one another
For the way we were

Can it be that it was all so simple then?
Or has time rewritten every line?
If we had the chance to do it all again
Tell me, would we?
Could we?

Memories may be beautiful and yet
What’s too painful to remember
We simply choose to forget

So it’s the laughter we will remember
Whenever we remember
The way we were

*

Come eravamo (traduzione)

“I ricordi illuminano gli angoli bui della mia mente
Ricordi annebbiati, a tenui colori,
di come eravamo

Immagini sparse di sorrisi lasciati indietro
sorrisi che ci siamo scambiati,
per come eravamo allora

Era forse tutto così semplice allora
o il tempo ha riscritto ogni riga?
se ci fosse l’occasione di rifare tutto
dimmi, lo faremmo?
riusciremmo?

Possono essere anche belli i ricordi
Ora che abbiamo scelto di dimenticare
ciò che è troppo doloroso da ricordare

E così saranno le risate che ricorderemo
ogni volta che ci ricorderemo
di come eravamo”

Una notte a Napoli con i Pink Martini a cura di G.Chiantini per i sassi sonori (rubrica di musica)

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Qualche sera fa, guardando ancora una volta e sempre con piacere il film di Ferzan Ozpetek “Mine vaganti”, ho riascoltato anche la bellissima canzone “Una notte a Napoli” (nel video sottostante) eseguita dai Pink Martini ed ho pensato di condividerne l’emozione qui, nella rubrica sassi sonori.

Questo complesso costituito da validi elementi – scoperto casualmente solo qualche anno fa – si fregia di un repertorio vastissimo e visti dal vivo, un paio di anni fa, all’Auditorium Parco della Musica di Roma, mi hanno ancor di più convinto della loro bravura; realizzano un tipo di musica orecchiabile e piacevole, che a volte incanta per la sapienza delle esecuzioni tutte impeccabili.

Pink Martini è una “piccola orchestra” di Portland fondata nel 1994 dal pianista Thomas M. Lauderdale, che mescola diversi generi musicali, come musica latina, il genere lounge e il jazz; la loro musica spesso è stata definita vintage, anche per via dei contenuti, dello stile e del periodo che maggiormente ispira le loro canzoni. I testi sono cantati in inglese, spagnolo, francese, italiano, portoghese, giapponese, nonché in napoletano, arabo e turco e proprio il leader del gruppo, Thomas Lauderdale, parla della loro musica, come musica del mondo pur senza essere world music: suoni urbani, a volte incrociati con sonorità cubane e brasiliane in una miscela di stili che convince. (Giorgio Chiantini)

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Una notte a Napoli

Una notte a Napoli
Con la luna ed il mare
Ho incontrato un angelo
Che non poteva più volar
Una notte a Napoli
Delle stelle si scordò
E anche senza ali
In cielo mi portò

Con lui volando lontano dalla terra
Dimenticando le tristezze della sera
In paradiso, oltre le nuvole
Pazza d’amore come le lucciole

Quanto tempo può durare?
Quante notti da sognare?
Quante ore, quanti giorni
E carezze infinite
Quando ami da morire
Chiudi gli occhi e non pensare
Il tempo passa, l’amore scompare
E la danza finirà!

Una notte a Napoli
Con la luna ed il mare
Ho incontrato un angelo
Che non poteva più volar
Una notte a Napoli
Delle stelle si scordò
E anche senza ali
In cielo mi portò

Tristemente tutto deve finire

Ma quando il cuore mi ha spezzato
Ed in cielo mi ha abbandonato
Adesso sulla terra son tornata
Mai più di amare mi sono rassegnata

Ma guardo su!

Quanto tempo può durare?
Quante notti da sognare?
Quante ore, quanti giorni
E carezze infinite?
Quando ami da morire
Chiudi gli occhi e non pensare
Il tempo passa, l’amore scompare
E la danza finirà!

Una notte a Napoli
Con la luna ed il mare
Ho incontrato un angelo
Che non poteva più volar
Una notte a Napoli
Delle stelle si scordò
E anche senza ali
In cielo mi portò

Napul’è Pino Daniele – a cura di Giorgio Chiantini (sassi sonori)

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Napul’e’

Napule è mille culure
Napule è mille paure
Napule è a voce de’ criature
che saglie chianu chianu
e tu sai ca’ nun si sulo
Napule è nu sole amaro
Napule è addore e’ mare
Napule è na’ carta sporca e nisciuno
se ne importa e
ognuno aspetta a’ sciorta
Napule è na’ camminata
int’ e viche miezo all’ate
Napule è tutto nu suonno e a’ sape tutto o’ munno ma
nun sanno a’ verità.
Napule è mille culure…

Napoli è mille colori / Napoli è mille paure / Napoli è la voce dei bambini / che sale piano piano / e tu sai che non sei solo / Napoli è un sole amaro / Napoli è odore di mare / Napoli è una carta sporca e nessuno / se ne importa / e ognuno aspetta la sorte / Napoli è una passeggiata / nei vicoli in mezzo agli altri / Napoli è tutto un sogno e la conosce tutto il mondo / ma non conoscono la verità / Napoli è mille colori…

Canzone di denuncia in cui amore e odio convivono in antitesi, ma che inizia e finisce con quella che si può considerare una speranza per il futuro della stessa città: Napule è mille culure...

Giuseppe Daniele, napoletano del centro storico, classe 1955, artista amato da tutti noi senza esclusione di appartenenza geografica, verrà a mancare in modo tragico il 4 gennaio 2015 lasciando un’eredità musicale ed umana immensa. Oggi che la sua carriera ricomincia da un’indipendenza discografica-artistica a cui ha da sempre aspirato, appare ancor più chiara, ricca, complessa e diversa da qualsiasi routine la parabola che l’ha portato dai vicoli – dove non entra mai il sole – alle hit parade e nei templi della grande Musica, come l’Olympia di Parigi, l’Apollo di New York, il Festival di Varadero a Cuba, il Crossroad Guitar Festival di Chicago, ma anche negli stadi di tutt’Italia, all’Umbria Jazz, all’Earth Day al Circo Massimo…

A cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta Pino Daniele inventa una nuova lingua, anzi un lingo, gioca con le melodie assimilate in piazza Santa Maria La Nova, con i racconti di munacielli e belle ’mbriane delle zie, con il rock e il jazz come sogno americano, alimentando il vento di rivoluzione che scuoterà Napoli negli anni dell’impegno e che naufragherà poi nel disimpegno detto riflusso. Come Carosone riflette sull’America che è in lui e nella sua musica, utilizzando la rabbia al posto dell’ironia, anche lui detiene un piglio da capo-polo newpolitano al posto dello sfottò, che pure permea il suo canzoniere da Masaniello ma non troppo.

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Il suo leggendario super-gruppo mostra all’Italia che nella canzone c’è un Sud competitivo, che sa parlare alla nazione intera, anche usando il dialetto, che segna l’apice del neapolitan power, ma anche la sua fine: quando il sogno collettivo dell’orgoglio vesuviano lascia il passo alle carriere soliste, Daniele prende il volo, ma ha già scritto pagine destinate a rimanere, fondendo la melodia partenopea con il rock-blues, la canzone di protesta con la saudade del Vesuvio.

Il brano che dà il titolo al suo disco d’esordio, “Terra mia”, del 1977, sta a Partenope come “This land is my land” sta all’America di Woody Guthrie con un’aggiunta di sofferenza e consapevolezza storica, che non è mai autocompatimento; ma il brano che apre il disco, “Napule è” è qualcosa di più: è il canto di una generazione, l’ultima speranza prima della disillusione, poesia e rabbia, dolore e sogno impossibili di una città/nazione salvata dai ragazzini, anzi dai “criature”, dal loro canto ingenuo, pulito. E, sia detto senza dubbio alcuno, una melodia da applausi.

Nel 1979 Pino Daniele mette insieme capolavori come “Je sto vicino a te”, “Chi tene ‘o mare”, “Je so’ pazzo”, “Chillo è nu buono guaglione”, “Ue man!”, “Il mare”, “Putesse essere allero”, “E cerca ‘e me capì” con un’ispirazione che lascia allibiti per lucidità e varietà: mentre la canzone d’autore italiana si piega al messaggio, lui la libera da ogni stilema, rischia i passaggi in radio per le parolacce, parla di diversità e di ecologia prima che questi temi diventino di moda.

Giuseppe Daniele detto Pino, napoletano del centro storico, classe 1955.

[Giorgio Chiantini – notizie tratte dal sito web dell’artista]

Miles Davis e Kind of Blue, a cura di Giorgio Chiantini

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Miles Dewey Davis III (Alton, 26 maggio 1926 – Santa Monica, 28 settembre 1991) è stato un compositore e trombettista statunitense jazz, considerato uno dei più influenti, innovativi ed originali musicisti del XX secolo. Dotato di uno stile inconfondibile ed una incomparabile gamma espressiva, per quasi trent’anni Miles Davis è stato una figura chiave del jazz e della musica popolare del secolo da poco conclusosi e le sue registrazioni, assieme agli spettacoli dal vivo dei numerosi gruppi guidati da lui stesso, furono fondamentali per lo sviluppo artistico del jazz.

Nel marzo del 1959 Davis andò in studio con un sestetto formato da Coltrane, Adderley e Chambers, Jimmy Cobb alla batteria e Bill Evans si alternava al piano con Wynton Kelly. Da quella seduta sarebbe nato l’album considerato il suo capolavoro: Kind of Blue che, registrato in appena due sessioni ed improvvisato dal gruppo sulle scheletriche strutture armoniche abbozzate da Davis ed Evans, rivoluzionerà il jazz.

Si tratta ancora una volta (dopo Birth of the cool) di un “concept album” o, meglio, un manifesto, che inaugura l’età del jazz modale: Kind of Blue rappresenta l’occasione in cui tutte le componenti – teoria, composizione, metodo di lavoro, personalità ispirate – si fondono in un’opera compiuta.

Liberato dalle strutture armoniche che avevano guidato i suoi lavori precedenti e magnificamente accompagnato dalla band, Davis ebbe spazio sufficiente per estendere le sue nuove idee armoniche e melodiche, e ne diede altrettanto ai suoi collaboratori: la registrazione è notevolissima non solo per l’aspetto compositivo e di spontaneità, ben sottolineato da Evans nelle note di copertina, ma anche per la possibilità che è offerta a tutti i componenti della formazione di far risuonare con grande libertà la propria voce creando allo stesso tempo un suono collettivo estremamente caratterizzato.

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Kind of Blue venne pubblicato il 17 agosto 1959 su etichetta Columbia Records negli Stati Uniti, sia in formato mono che stereo e da allora è stato spesso considerato il capolavoro massimo di Davis e il suo album più acclamato, citato come disco di jazz più venduto di sempre. Considerato uno dei dischi più influenti della storia del jazz, tanto da essere definito “un momento decisivo per la musica del ventesimo secolo”, tutti i brani dell’album sono diventati degli standard jazz. La reputazione che l’album si conquistò, si riflesse in gran parte anche su tutti coloro che vi presero parte, molti dei quali proseguirono il loro percorso musicale al di fuori dell’orbita di Davis e l’influenza dell’album stesso andò ben oltre i confini del jazz, in quanto musicisti di altri generi – come il rock e la musica classica – furono massicciamente influenzati dall’opera.

Nel 1992 vince il Grammy Hall of Fame Award. Nel 2003 la celebre rivista musicale Rolling Stone, nella sua classifica sui 500 migliori album di ogni tempo, indicò Kind of Blue al 12º posto. Molti musicisti rock degli anni sessanta indicarono di essere stati influenzati da Kind of Blue, tra cui il tastierista dei Pink Floyd, Richard Wright, che ammise che le progressioni degli accordi sull’album avevano influenzato la struttura di loro brani come Breathe in “The Dark Side of the Moon” (1973).

Un aspetto significativo di Kind of Blue è che l’intero disco, non solo una traccia, è stato rivoluzionario, ma di facile presa e viene spesso raccomandato dai critici ai “neofiti” del jazz – insieme a Time Out del The Dave Brubeck Quartet (1959) e Giant Steps di Coltrane (1959) – poiché, anche se non sono ascolti facili e immediati, la musica è melodica e la rilassatezza delle improvvisazioni è di facile comprensione per gli ascoltatori casuali senza che venga meno la sperimentazione artistica. Di seguito uno dei brani più rappresentativi del disco: “So what”.

[Giorgio Chiantini per Sassi sonori]

Firth of Fifth by Genesis, musica a cura di Giorgio Chiantini

d179dcda29906d9f63ac24fef1800affOggi facciamo tappa nella storia della musica con il gruppo progressive rock britannico dei Genesis, considerati una delle band più importanti e innovative del rock ed inseriti nella lista dei trenta artisti di maggior successo commerciale di tutti i tempi grazie ai 150milioni di dischi venduti in tutto il mondo nel corso della loro carriera.

Il gruppo durante la sua storia ha più volte mutato la formazione, mantenendo inalterata la presenza di Tony Banks alle tastiere e di Mike Rutherford al basso e alle chitarre ai quali, negli anni ’70, si sono affiancati Phil Collins, Steve Hackett e Peter Gabriel, costituendo la band del momento di affermazione, per poi consolidare la presenza negli anni ’80 e ’90 di Banks, Rutherford e Collins con il costante supporto durante i live di Daryl Stuermer(chitarra elettrica e basso) e Chester Thompson (batteria e percussioni) – che tuttavia non divennero mai membri Tv ufficiali del gruppo – nella formazione più longeva e commercialmente di maggior successo.

Firth of Fifth é un gioco di parole che titola il terzo brano dell’album “Selling England by the pound” del 1973 e si tratta, a parere di molti, di una delle migliori composizioni dei Genesis, nonché una delle più complesse e articolate nella melodia. Concepito fin dai tempi della Charterhouse School per solo pianoforte da Tony Banks, il brano venne in seguito riproposto nella sua versione definitiva e pubblicato nel 1973 con il testo steso da un’idea di Peter Gabriel e solo nelle ultime fasi della lavorazione da Mike Rutherford e dallo stesso Banks.

Notevoli sono l’introduzione per pianoforte – complessa per armonia, ritmo e melodia – e il lungo intermezzo strumentale composto da tre assoli: il primo eseguito da Gabriel al flauto; un secondo di Banks, che riprende l’introduzione pianistica iniziale introdotta da un fraseggio sempre al pianoforte, ed infine Steve Hackett, che impiega magistralmente la chitarra in uno degli assoli più celebri della musica degli anni ’70.

Salvo in poche date del tour, dal vivo il brano veniva eseguito privo dell’introduzione al piano, poiché lo stesso Banks era del parere che il pianoforte elettrico non rendesse giustizia al brano.Tuttavia la canzone fu eseguita completa in molte esecuzioni live soprattutto nella prima parte del tour – chiamato convenzionalmente SEBTP – di lancio dell’album.

[Giorgio Chiantini]

 

Sade, Queen Of Cool – per sassi sonori, musica a cura di Giorgio Chiantini

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Il Time negli anni Ottanta attribuì all’artista africana più conosciuta al mondo in ambito pop, Helen Folasade Adu, nota con il nome di Sade, il titolo “Queen Of Cool”, guadagnato con il raffinato shake di rhythm’n’blues, jazz e pop plasmato dal suo gruppo. Anglo-nigeriana nata a Ibadan da madre inglese a padre nigeriano, dopo la separazione dei genitori a soli quattro anni si trasferì con la madre in Gran Bretagna, ad Essex, dove, nonostante l’educazione formale prettamente inglese, le sue origini africane non vennero annullate completamente, crescendo con musica black-soul e artisti per i quali la fede religiosa e la tragica dimensione esistenziale erano fondamentali, che divennero un ipotetico legame con quella Terra arcaica, ma suggestiva, la cui lentezza ieratica scandiva la vita di tutti i suoi abitanti. Durante gli anni del college, quando studiò come stilista a Londra (alternando anche una breve carriera da modella), iniziò a prendere in considerazione una eventuale carriera nel music-business dopo aver rotto il ghiaccio esibendosi per il solito gruppo di amici e, sembra un dato irrilevante, ma la moda, le origini africane e l’interesse per la black-soul music costituiranno gli elementi base del suo stile e dell’immaginario evocato dalla sua musica.

Nei primi anni Ottanta Sade inizia la sua carriera formando un gruppo di latin-funk, che diventeranno i Pride, dimostrandosi raffinata interprete e autrice di r’n’b (rhythm’n’blues) ed a questo periodo risale la prima incisione di “Smooth Operator”, che in un paio di anni si trasformerà in uno dei suoi singoli più famosi. I Pride sono però un gruppo ancora distante dal tipo di sound che lei ha in mente e così li abbandona, portandosi dietro i musicisti migliori e più indirizzati verso il r’n’b. Prende vita il progetto Sade, pubblicando nel 1984 l’album di debutto “Diamond Life”: il suo r’n’b si differenzia nettamente da quello di tutti gli altri artisti black del periodo grazie a melodie più sofisticate, dove si respira sì il soul della Motown, ma anche il pop più tradizionale e bianco, in cui il jazz ed un groove pacato e suadente diventano la base su cui adagiare accattivanti ritmi di samba (come in “Smooth Operator” e “When Am I Going To Make A Living”), o delicate canzoni d’amore – come “Your Love Is King” scelta come singolo di punta e destinato a diventare uno tra i maggiori successi pop degli anni Ottanta – mentre su tutto domina la voce profonda e ammaliante di Sade Adu che, forte di altri brani di successo, vedrà fruttare al suo debutto ottimi risultati di vendite e critiche.

Dopo la vittoria del Grammy nel 1985 come “Best new artist” il Time la porterà in copertina con il titolo di “Queen of Cool”, termine anche musicale per indicare tutto ciò che è “calmo” e “rilassante”, e la sua fama diventerà così grande che il pubblico finirà per percepire i Sade non più come gruppo (che pure rimarrà negli anni immutato e fedelissimo), ma come un progetto solista.

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Con i lavori successivi l’atmosfera si fa ancora più elegante e la morbidezza dei nuovi brani esalta come non mai le capacità interpretative di Sade (“Is It A Crime” e “Jezebel” sono tra le migliori prove di tutta la sua carriera); alla fine degli Ottanta, a Sade e al suo gruppo si deve attribuire il grande merito di aver reso popolare nel mondo, superando barriere culturali e razziali, un rhythm’n’blues “adulto” formato da jazz d’annata e sonorità d’altri tempi.

La formazione di Sade si ripresenta sul mercato discografico alla fine del ’92, pubblicando “Love Deluxe” che sorprenderà molti per la loro evoluzione: la regina anglo-nigeriana ritorna con un album che non rinnega la pacatezza dei suoi anni Ottanta, ma ne accentua i toni drammatici, riducendo gli arrangiamenti all’osso e puntando tutto su atmosfere rarefatte in un lavoro più maturo e sensuale, al cui ascolto si ha l’impressione che per la prima volta la sua musica abbia guardato in avanti anziché al passato consapevole ormai dei propri mezzi e a questo disco va il merito di aver gettato, con un paio di anni di anticipo, i semi di quello che sarà uno dei fenomeni più importanti degli anni Novanta: il trip-hop e, dopo il trionfale tour in supporto di questo album, immortalato anche su video, Sade si prende una delle più lunghe pause nella storia del pop multi-milionario per ritirarsi completamente dalle scene per metter su famiglia.

Vede finalmente la luce nel novembre del 2000 “Lovers Rock” e Sade ritorna ad incantare e conquistare il pubblico (soprattutto negli Stati Uniti), che accoglierà lei e il suo gruppo con rinnovato successo anche di vendite: la nuova fatica si distacca stilisticamente dal lavoro precedente e la sua interprete sembra trovarsi perfettamente a proprio agio nella nuova veste capace di spaziare, con la solita eleganza, da numeri prettamente neo-soul a brani più aspri, che per la prima volta introducono nella sua musica le radici e i sapori tribali africani. Ma Sade è ormai una popstar sempre più anomala, devota più alla sua famiglia che al culto della fama, così, nonostante il successo non accenni a diminuire, si ritira nuovamente a vita privata e per altri otto anni non si avranno praticamente più notizie su di lei.

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Sarà “Soldier Of Love” (2010) il loro ennesimo come-back e, a dieci anni dal precedente lavoro in studio, ripartiranno più o meno da dove avevano lasciato, addirittura semplificando e ammorbidendo quanto già proposto in “Lovers Rock”: si tratta probabilmente del disco più romantico e cantautorale di Sade, quello in cui come non mai si ha davvero l’impressione di ascoltare un album solista e non quello di una band e, quando arriva all’orecchio la classe immutata con cui Sade accarezza impeccabili lenti o elegantissime torch-song, come non se ne sentivano da tempo, rimane poco spazio per la delusione.

[a cura di Giorgio Chiantini / fonte: Francesco Serini, Stefano Fiori ondarock.it/popmuzik/sade.htm]

Lady Day: il canto dall’anima di Billie Holiday, a cura di Giorgio Chiantini

Billie HolidayInizio questo articolo riportando le parole di Tony Scott, suo musicista collaboratore: “[…] Billie Holiday è stata e sempre sarà un simbolo della solitudine: una vittima dell’american way of life come donna, come nera e come cantante jazz. Tutti ascoltano i dischi di Billie, tutti conoscono il suo nome. La sua voce tocca chiunque, anche chi non capisce le parole, perché il suo canto nasce direttamente dall’anima. L’anima di un essere umano molto profondo, che capisce la tristezza, la felicità, la solitudine, il successo e che fu sempre destinata ad avere un no good man a fianco, un buono a nulla”.

Billie Holiday Nasce con il nome di Eleanor Fagan a Baltimora il 7 aprile del 1915. Il padre, Clarence Holiday, abbandona la famiglia molto presto mentre la madre non è certamente persona, e tantomeno madre, convenzionale. A causa di questo desolante quadro familiare, Billie cresce sostanzialmente sola e con notevoli problemi caratteriali. Una delle tante leggende che circolano sul suo conto, le attribuisce addirittura un passato di prostituzione, esercitata in giovanissima età per guadagnarsi da vivere e sollevarsi dal regime di miseria in cui versava la sua famiglia.i

La sua vita ha una svolta quando, trasferitasi a New York, viene scoperta da John Hammond, un artista che cantava in un Club di Harlem e che disponeva di notevoli agganci e conoscenze. Nel 1933 Hammond arrangia per lei, con Benny Goodman (ossia uno dei massimi clarinettisti, sia classici che jazz, della storia), un paio di pezzi che segnano l’inizio della sua carriera. Nello stesso anno apparve nel film di Duke Ellington “Symphony in black”.

In seguito entra a far parte di una delle orchestre più in voga del momento, quella di Count Basie e incide una canzone con l’orchestra di Artie Shaw. Ormai nel “giro”, sembra che la sua carriera stia per decollare, tant’è che le collaborazioni e le richieste di incisioni si susseguono; sul fronte delle produzioni più importanti, sono da segnalare diversi dischi con il pianista Teddy Wilson e il sassofonista Lester Young – altri nomi storici del jazz – e proprio quest’ultimo le attribuirà il celebre soprannome di “Lady Day”. Lady Day che, nel 1939, diventerà la stella del Cafe Society. Sull’onda del successo, ormai riconosciuta come una delle voci più intense della musica, incide la splendida “Strange Fruit”, un capolavoro di interpretazione e un inno contro il razzismo di cui lei stessa in fondo è vittima. Il brano, per reazione di alcuni ambienti conservatori, viene vietato in diversi paesi.

 

Negli anni Quaranta e Cinquanta Billie Holiday si esibisce, con grande successo, in locali di tutti gli Stati Uniti e nel 1946 recita nel film “New Orleans” con Louis Armstrong, ma sfortunatamente è proprio in questo periodo che comincia a fare uso di eroina: lo sregolato e dissoluto regime di vita a cui si sottopone interferisce pesantemente con la sua carriera, rovinandole fra l’altro la preziosa voce. Nel 1956 scrive “La Signora canta il blues”, la sua autobiografia, da cui fu tratto un film con Diana Ross nel 1973. Nel 1959, dopo la sua ultima incisione, subisce un attacco di epatite e viene ricoverata in ospedale a New York. Anche il suo cuore ne risente. Muore il 17 luglio, all’età di 44 anni, con la polizia attorno al suo letto.

[a cura di Giorgio Chiantini]