Tre poesie sulla pioggia

pioggia azzurra

Pioggia d’estate (di Nazim Hikmet)

Pioggia d’estate cade dentro di me
acini d’uva si schiacciano contro i miei vetri
gli occhi delle mie foglie sono abbagliati

pioggia d’estate cade dentro di me
piccioni d’argento voltano dai miei tetti
la mia terra corre coi piedi nudi

pioggia d’estate cade dentro di me
una donna è scesa dal tram
i polpacci bianchi bagnati

pioggia d’estate cade dentro di me
senza rinfrescare la mia tristezza

pioggia d’estate cade dentro di me
all’improvviso e all’improvviso s’arresta
il peso dell’afa è rimasto dov’era
al termine delle grosse rotaie
arrugginite.

~

I gatti lo sapranno (di Cesare Pavese)

Ancora cadrà la pioggia
sui tuoi dolci selciati,
una pioggia leggera
come un alito o un passo.
Ancora la brezza e l’alba
fioriranno leggere
come sotto il tuo passo,
quando tu rientrerai.
Tra fiori e davanzali
i gatti lo sapranno.
Ci saranno altri giorni,
ci saranno altre voci.
Sorriderai da sola.
I gatti lo sapranno.
Udrai parole antiche,
parole stanche e vane
come i costumi smessi
delle feste di ieri.
Farai gesti anche tu.
Risponderai parole −
viso di primavera,
farai gesti anche tu.
I gatti lo sapranno,
viso di primavera;
e la pioggia leggera,
l’alba color giacinto,
che dilaniano il cuore
di chi piú non ti spera,
sono il triste sorriso
che sorridi da sola.
Ci saranno altri giorni,
altre voci e risvegli.
Soffriremo nell’alba,
viso di primavera

~

Pioggia d’agosto (di Guido Gozzano)

Nel mio giardino triste ulula il vento,
cade l’acquata a rade goccie, poscia
più precipite giù crepita scroscia
a fili interminabili d’argento…
Guardo la Terra abbeverata e sento
ad ora ad ora un fremito d’angoscia…
Soffro la pena di colui che sa
la sua tristezza vana e senza mete;
l’acqua tessuta dall’immensità
chiude il mio sogno come in una rete,
e non so quali voci esili inquiete
sorgano dalla mia perplessità.
“La tua perplessità mediti l’ale
verso meta più vasta e più remota!
È tempo che una fede alta ti scuota,
ti levi sopra te, nell’Ideale!
Guarda gli amici. Ognun palpita quale
demagogo, credente, patriota…
Guarda gli amici. Ognuno già ripose
la varia fede nelle varie scuole.
Tu non credi e sogghigni. Or quali cose
darai per meta all’anima che duole?
La Patria? Dio? l’Umanità? Parole
che i retori t’han fatto nauseose!…
Lotte brutali d’appetiti avversi
dove l’anima putre e non s’appaga…
Chiedi al responso dell’antica maga
la sola verità buona a sapersi;
la Natura! Poter chiudere in versi
i misteri che svela a chi l’indaga!”
Ah! La Natura non è sorda e muta;
se interrogo il lichène ed il macigno
essa parla del suo fine benigno…
Nata di sé medesima, assoluta,
unica verità non convenuta,
dinanzi a lei s’arresta il mio sogghigno.
Essa conforta di speranze buone
la giovinezza mia squallida e sola;
e l’achenio del cardo che s’invola,
la selce, l’orbettino, il macaone,
sono tutti per me come personae,
hanno tutti per me qualche parola…
Il cuore che ascoltò, più non s’acqueta
in visïoni pallide fugaci,
per altre fonti va, per altra meta…
O mia Musa dolcissima che taci
allo stridìo dei facili seguaci,
con altra voce tornerò poeta!

Nâzim Hikmet, da Lettere dal carcere a Munevvér

Istanbul_-_Hagia_Sophia

In questa notte d’autunno
sono pieno delle tue parole
parole eterne come il tempo
come la materia
parole pesanti come la mano
scintillanti come le stelle.
dalla tua testa dalla tua carne
dal tuo cuore
mi sono giunte le tue parole
le tue parole cariche di te
le tue parole, madre
le tue parole, amore
le tue parole, amica
erano tristi, amare
erano allegre, piene di speranza
erano coraggiose, eroiche
le tue parole
erano uomini.

(1948)

*

I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
che tu venga all’ospedale o in prigione
nei tuoi occhi porti sempre il sole.

I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
questa fine di maggio, dalle parti d’Antalya,
sono così, le spighe, di primo mattino;

i tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
quante volte hanno pianto davanti a me
son rimasti tutti nudi, i tuoi occhi,
nudi e immensi come gli occhi di un bimbo
ma non un giorno ha perso il loro sole;

i tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
che s’illanguidiscono un poco, i tuoi occhi
gioiosi, immensamente intelligenti, perfetti:
allora saprò far echeggiare il mondo
del mio amore.

I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
così sono d’autunno i castagneti di Bursa
le foglie dopo la pioggia
e in ogni stagione e ad ogni ora, Istanbul.

I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
verrà giorno, mia rosa, verrà giorno
che gli uomini si guarderanno l’un l’altro
fraternamente
con i tuoi occhi, amor mio,
si guarderanno con i tuoi occhi.

(1948)

*

Nâzim Hikmet, da Lettere dal carcere a Munevvér, prigione di Bursa, Anatolia

Happy New Year!

L’OTTIMISMO, DI NUOVO

Io sono in vita ancora e lo spazio si dischiude,
solenne a Mosca l’apertura, io ci sono.
La mano bionda di un bambino è nella mia,
e sto davanti a un albero, l’abete all’anno nuovo.

E lo so bene, io: prima che compia un anno, il bimbo,
colori e sfere luccicanti nei suoi occhi,
le cosmonavi pubbliche su al sole, fra le stelle,
in un silenzio astrale come pesci fileranno.

E il viaggio? Con passaporto, o senza?
Uno scontrino? Biglietto a pagamento? E il nostro mondo
intanto in forma di un’anguria si allontana, di una mela,
e nella stratosfera s’incontrano con missili nemici?

A me, di effetti chiusi nei bagagli non importa,
conta per me, semmai, il peso con il carico di affetti.
La gente in viaggio avrà paura? Di chi, di che, perché,
in che modo? E quella furia folle di far soldi, di potere?

Quel bimbo, il viso splendido ai riflessi
di nastri e fiocchi dell’abete scintillante,
è chiaro, non so perché, ma è chiaro,
vivrà, lo so, due volte più di me.

E corra, lui, su e giù nel cosmo, sì. Ma questo è niente.
Altro e grandioso il prodigio sulla terra che vedrà:
sarà il trionfo della nazione umana unita a sfavillare.
Amici miei, sono ottimista io, e scorro insieme all’acqua …

Mosca, 7 gennaio 1959

*

da “Poesie sparse”

Nâzim Hikmet, Poesie d’amore e di lotta (Mondadori)

immagine di apertura dal web; immagine di chiusura by AnGre

Tre attimi d’autunno

In questa notte d’autunno di Nazim Hikmet (Salonicco, 1901 – Mosca, 1963)

In questa notte d'autunno
sono pieno delle tue parole
parole eterne come il tempo
come la materia
parole pesanti come la mano
scintillanti come le stelle.
Dalla tua testa dalla tua carne
dal tuo cuore
mi sono giunte le tue parole
le tue parole cariche di te
le tue parole, madre
le tue parole, amore
le tue parole, amica.
Erano tristi, amare
erano allegre, piene di speranza
erano coraggiose, eroiche
le tue parole
erano uomini
.
.

Foglie gialle di Trilussa (Roma, 1871 – 1950)

Ma dove ve ne andate,
povere foglie gialle,
come tante farfalle spensierate?
Venite da lontano o da vicino?
Da un bosco o da un giardino?
E non sentite la malinconia
del vento stesso che vi porta via?

.

Pioggia d’autunno di Ada Negri (Lodi, 1870 – Milano, 1945)

Vorrei, pioggia d’autunno, essere foglia
che s’imbeve di te sin nelle fibre
che l’uniscono al ramo, e il ramo al tronco,
e il tronco al suolo;e tu dentro le vene
passi, e ti spandi, e si gran sete plachi.
So che annunci l’inverno: che fra breve
quella foglia cadrà, fatta colore
della ruggine, e al fango andrà commista,
ma le radici nutrirà del tronco
per rispuntar dai rami a primavera.

Vorrei, pioggia d’autunno, esser foglia,
abbandonarmi al tuo scrosciare, certa
che non morrò, che non morrò, che solo
muterò volto sin che avrà la terra
le sue stagioni, e un albero avrà fronde.

AA.VV. Ha messo chiome il bosco d’autunno / e-book scaricabile gratuitamente

Versi d’Autunno by Il sasso nello stagno di AnGre

(clicca Qui per scaricare gratuitamente la raccolta)

◊◊◊

Bosco d’autunno di Boris Pasternak (Mosca, 1890 – Peredelkino, 1960)
.
Ha messo chiome il bosco d’autunno.
Vi dominano buio, sogno e quiete.
Né scoiattoli, né civette o picchi
lo destano dal sogno.
E il sole pei sentieri dell’autunno
Entrando dentro quando cala il giorno
Si guarda intorno bieco con timore
Cercando in esso trappole nascoste.
.
.
Autunno di Emily Dickinson (Amherst, 1830 – Amherst, 1886) 
.
Sono più miti le mattine
E più scure diventano le noci
E le bacche hanno un viso più rotondo,
La rosa non è più nella città.L’acero indossa una sciarpa più gaia,
E la campagna una gonna scarlatta.
Ed anch’io, per non essere antiquata,
Mi metterò un gioiello.
.
Autunno di Kinmochi Saionji (Kyoto, 1849 – Tokyo, 1940)
.
Dove vanno le foglie arrossate
che il vento stacca dagli alberi?
Volano e passano: il brusio del vento
è tutto ciò che rimane dell’autunno.
.
.
[Vorrei, pioggia d’autunno, essere foglia] di Ada Negri
(Lodi – MI, 1870 – Milano, 1945)
.
Vorrei, pioggia d’autunno, essere foglia
che s’imbeve di te sin nelle fibre
che l’uniscono al ramo, e il ramo al tronco,
e il tronco al suolo; e tu dentro le vene
passi, e ti spandi, e si gran sete plachi.
So che annunci l’inverno: che fra breve
quella foglia cadrà, fatta colore
della ruggine, e al fango andrà commista,
ma le radici nutrirà del tronco
per rispuntar dai rami a primavera.
Vorrei, pioggia d’autunno, esser foglia,
abbandonarmi al tuo scrosciare, certa
che non morrò, che non morrò, che solo
muterò volto sin che avrà la terra
le sue stagioni, e un albero avrà fronde.
.
.
Foglia appassita di Hermann Hesse (Calw, 1877 – Montagnola, 1962)
.
Ogni fiore vuol diventare frutto,
ogni mattino sera,
di eterno sulla terra non vi è
che il mutamento, che il transitorio.
.
Anche l’estate più bella vuole
sentire l’autunno e la sfioritura.
Foglia, fermati paziente,
quando il vento ti vuole rapire.
.
Fai la tua parte e non difenderti,
lascia che avvenga in silenzio.
Lascia che il vento che ti spezza
ti sospinga verso casa.
.
.
.Autunno di Carlo Emilio Gadda (Milano, 1893 – Roma, 1973)
.

Tàcite imagini della tristezza
Dal plàtano al prato!
Quando la bruma si dissolve nel monte
E un pensiero carezza
E poi lascia desolato – la marmorea fronte;
Quando la torre, e il rattoppato maniero,
Non chiede, al vecchio architetto, più nulla:
Allora il feudo intero – fruttifica una susina
Bisestile, alla collina
Dolce e brulla.
Tace, dal canto, il prato.
Il pianoforte della marchesina
Al tocco magico delle sue dita
S’è addormentato:
E dopo sua dipartita – l’autunno
S’è scelto un nuovo alunno:
Il passero!, lingua di portinaia
Dal gelso all’aia:
E il cancello e lo stemma sormonta
La nenia del campanile – e racconta
I ritorni, all’aurata foresta:
Garibaldeggia per festa
Sopra il travaglio gentile
Perché alla bella il ragazzo piaccia,
Quello che lassù canta, quello che lassù pesta.
Il vecchio marchese ha inscenato una caccia
Con quindici veltri, e galoppa,
Diplomatico sconsolato
Sul suo nove anni reumatizzato.
Della volpe nessuna notizia, nessuna traccia!
Il cavallo ha un nome inglese: e il corno sfiatato
Assorda nella tana il ghiro
Che una nocciòla impingua!
Al docicesimo giro
La muta s’è messa un palmo di lingua
E, mòbile macchia, cicloneggia bianca
Nella deserta brughiera
Là, verso il passaggio a livello,
Dove arriva stanca,
Salendo, la vaporiera.
Passa il merci e il frenatore – più bello,
Lungo fragore! – vana bandiera!
Ha incantato la cantoniera.
Ecco il diretto galoppa – verso città lontane
E il cavallo inglese intoppa
Negli sterpi dannati e calpesta
I formicai vuoti e le tane.
Ma dal campanile canta l’ora di festa – canta
Tristezze vane!

Autunno di Salvatore Quasimodo (Modica- RG, 1901 – Napoli, 1968)

Autunno mansueto, io mi posseggo
e piego alle tue acque a bermi il cielo,
fuga soave d’alberi e d’abissi.
.
Aspra pena del nascere
mi trova a te congiunto;
e in te mi schianto e risano:
.
povera cosa caduta
che la terra raccoglie.
.
.
In questa notte d’autunno di Nazim Hikmet (Salonicco, 1901 – Mosca, 1963)
.
In questa notte d’autunno
sono pieno delle tue parole
parole eterne come il tempo
come la materia
parole pesanti come la mano
scintillanti come le stelle.
dalla tua testa dalla tua carne
dal tuo cuore
mi sono giunte le tue parole
le tue parole cariche di te
le tue parole, madre
le tue parole, amore
le tue parole, amica.
Erano tristi, amare
erano allegre, piene di speranza
erano coraggiose, eroiche
le tue parole
erano uomini.
.
.
Mi ricorderò di questo autunno di Leonardo Sinisgalli
(Montemurro-PZ, 1908 – Roma, 1981)
.

Mi ricorderò di questo autunno
splendido e fuggitivo dalla luce migrante,
curva al vento sul dorso delle canne.
La piena dei canali è salita alla cintura
e mi ci sono immerso disseccato dalla siccità.
Quando sarò con gli amici nelle notti di città
farò la storia di questi giorni di ventura,
di mio padre che a pestar l’uva
s’era fatti i piedi rossi,
di mia madre timorosa
che porta un uovo caldo nella mano
ed è più felice d’una sposa.
Mio padre parlava di quel ciliegio
piantato il giorno delle nozze, mi diceva,
quest’anno non ha avuto fioritura,
e sognava di farne il letto nuziale a me primogenito.
Il vento di tramontana apriva il cielo
al quarto di luna. La luna coi corni
rosei, appena spuntati, di una vitella!
Domani si potrà seminare, diceva mio padre.
Sul palmo aperto della mano guardavo
i solchi chiari contro il fuoco, io sentivo
scoppiare il seme nel suo cuore,
io vedevo nei suoi occhi fiammeggiare
la conca spigata.

Autunno di Octavio Paz (Città del Messico, 1914 – Città del Messico, 1998)
.
In fiamme, nell’incendio degli autunni
arde a volte il mio cuore,
puro e solo. Il vento che lo desta
tocca il suo centro e lo sospende
nella luce che sorride per nessuno:
quanta bellezza liberata!Anelo mani,
una presenza, un corpo,
quel che frantuma i muri
e fa nascere le forme inebriate,
un tocco, un suono, un giro, solo un’ala,
celesti frutti della luce nuda.Nel mio intimo cerco
ossa, violini intatti,
vertebre oscure e delicate,
labbra che sognano labbra,
mani sognanti uccelli…Qualcosa che non si conosce e dice: “mai”
cade dal Cielo,
da te, mio Dio e mio avversario.
(testi tratti dal web)

Parigi, Notre-Dame ci unisce tutti


Parigi, Notre-Dame ci unisce tutti…credo che nel rogo di Notre-Dame ognuno di noi pianga e riviva le ferite della propria terra, dal mio Salento alle grandi città, dai paesini sconosciuti alle terre sfruttate e maltrattate, da Nord a Sud, dal Medio Oriente agli USA, da Est a Ovest, ognuno ha perso, giorno dopo giorno, un pezzetto di identità, sacrificata per le cause più disparate, ed è per questo che, al cadere dei secoli in una manciata di ore, ci sentiamo tutti feriti (AnGre)

*

«Monsieur oggi Parigi brucia.

Che senso ha quello che diciamo, oggi?»
L’uomo non risponde. La fissa solamente negli occhi.
Aspettava quella domanda.

Silenzio.

(la piazza adesso è un florilegio buio come la notte appena trascorsa.
Myosotis neri piovono da un cielo non diverso e volano bassi identici uccelli…)

Angela Greco, versi da Anamòrfosi (Ed.Progetto Cultura, Roma, 2017 — in commento il testo completo)

*

Parigi, storia della Cattedrale di Notre-Dame (leggi qui)

La cattedrale di Notre-Dame, calembour simbolico (leggi qui)

*

[…] vorrei una notte di maggio
….una di queste notti
………sul lungosenna Voltaire
…………..baciarti nella bocca
e andando poi a Notre-Dame
….contempleremmo il suo rosone
e a un tratto serrandoti a me
….di gioia paura stupore
….piangeresti silenziosamente
e le stelle piangerebbero
mischiate alla pioggia fine…

versi da Prima che bruci Parigi di Nazim Hikmet, Poesie d’amore (trad. di Joyce Lussu, Oscar Mondadori, 2006 — in commento il testo completo)

*

Parigi, dopo il rogo la cattedrale di Notre-Dame non è più la stessa, ma la struttura è salva (leggi qui) — immagini dal web*

S’Amor non è, che dunque è quel ch’io sento ? Anticonvenzionali per San Valentino / e-book scaricabile gratuitamente

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“S’Amor non è, che dunque è quel ch’io sento ?” *

a cura di Angela Greco (I parte) & Flavio Almerighi (II parte)

.

[Addormentarsi adesso]

“Addormentarsi adesso
svegliarsi tra cento anni, amor mio…”

“No,
non sono un disertore.
Del resto, il mio secolo non mi fa paura
il mio secolo pieno di miserie e di scandali
il mio secolo coraggioso grande ed eroico.
Non ho mai rimpianto d’esser venuto al mondo troppo presto
sono del ventesimo secolo e ne son fiero.
Mi basta esser là dove sono, tra i nostri,
e battermi per un mondo nuovo…”
“Tra cento anni, amor mio…”
“No,
prima e malgrado tutto.
Il mio secolo che muore e rinasce
il mio secolo
i cui ultimi giorni saranno belli
la mia terribile notte lacerata dai gridi dell’alba
il mio secolo splenderà di sole, amor mio
come i tuoi occhi…”

Nazim Hikmet

.

§

Contro la mia morte
 .
Le mie ossa
inchiodate a croce sul tuo corpo
si quietano perché il mio risorga
intatto nel suo spirito.
 .
Non mi sprecare nel tragitto:
ti sto accanto per ricostruirmi
struggendo con la testa graffiata di spine
che si allevia insanguinandoti
sul ventre docilmente fertile e liquido quanto
una fuga di Bach.
(19 giugno 2001)

Alfredo de Palchi

.

§

[Noi adesso ce ne andiamo a poco a poco]

Noi adesso ce ne andiamo a poco a poco
verso il paese dov’è gioia e quiete.
Forse, ben presto anch’io dovrò raccogliere
le mie spoglie mortali per il viaggio.
.
Care foreste di betulle!
Tu, terra! E voi, sabbie delle pianure!
Dinanzi a questa folla di partenti
non ho forza di nascondere la mia malinconia.
.
Ho amato troppo in questo mondo
tutto ciò che veste l’anima di carne.
Pace alle trèmule che, allargando i rami,
si sono specchiate nell’acqua rosea.
.
Molti pensieri in silenzio ho meditato,
molte canzoni entro di me ho composto.
Felice io sono sulla cupa terra
di ciò che ho respirato e che ho vissuto.
.
Felice di aver baciato le donne,
pestato i fiori, ruzzolato nell’erba,
di non aver mai battuto sul capo
le bestie, nostri fratelli minori.
.
So che là non fioriscono boscaglie,
non stormisce la ségala dal collo di cigno.
Perciò dinanzi a una folla di partenti
provo sempre un brivido.
.
So che in quel paese non saranno
queste campagne biondeggianti nella nebbia.
Anche perciò mi sono cari gli uomini
che vivono con me su questa terra.
(1924)
Sergej Aleksandrovič Esenin

.

“Anticonvenzionali per San Valentino” **

.

Selva d’amore
.
Gaudio l’amarti,
illimitato gaudio
credere al riso dei tuoi occhi,’
è vertigine ancora
la certezza d’esser da te cantata,
oh più tardi, negli anni non più miei,
or che tremare la vita sento
sul ciglio estremo…
.
Sibilla Aleramo

.

§

Love story
.
Lunedì sera.
Cinque persone in un vagone della metropolitana.
Uno comincia a parlare,
gli altri giocano con il cellulare.
Siediti accanto a me.
Mi chiede il mio nome,
gli dico un nome e aggiungo: stanca.
Anche lui dice un nome.
Sei fermate ancora.
E’ andato a teatro, ma si è annoiato a morte.
Mi chiede se faccio la contabile e
si scusa subito.
Dice che nessuno è contento della propria vita.
Io si invece.
Lui: non ci credo.
Chiudo gli occhi, la vie, la vie, quelle connerie la guerre…
Riapro gli occhi.
Chiede se qualche volta possiamo bere un caffè insieme.
Dico che non ho mai tempo perché devo volare.
Dice che mi farà un paio di ali.
Rispondo, grazie.
Mi alzo.
Capolinea.
.
Stefanie Golisch

.

§

Lei
.
Lei non ha colpa se è bella,
se la luce accorre al suo volto,
se il suo passo è disciolto
come una riva estiva,
se ride come si sgrana una collana.
Lo so. Lei non ha colpa
del suo miele pungente di fanciulla,
della sua grazia assorta
che in sé non chiude nulla.
Se tu l’ami, lei non ha colpa.
Ma io – la vorrei morta.
.
Fernanda Romagnoli
.

.

(*) Francesco Petrarca, primo verso del sonetto CXXXII dal Canzoniere
(**) Titolo originale di Flavio Almerighi

al seguente link Anticonvenzionali per San Valentino – poesie (clicca qui) è possibile scaricare questa breve antologia in formato pdf \ e-book

*

 

Nazim Hikmet, Prima che bruci Parigi

willy-ronis-gli-innamorati-della-bastiglia-1957

Nazim Hikmet, Prima che bruci Parigi

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore
finché il mio cuore è sul suo ramo
vorrei una notte di maggio
….una di queste notti
………sul lungosenna Voltaire
…………..baciarti nella bocca
e andando poi a Notre-Dame
….contempleremmo il suo rosone
e a un tratto serrandoti a me
….di gioia paura stupore
….piangeresti silenziosamente
e le stelle piangerebbero
mischiate alla pioggia fine.

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore
finché il mio cuore è sul suo ramo
in questa notte di maggio sul lungosenna
….sotto i salici, mia rosa, con te
….sotto i salici piangenti molli di pioggia
ti direi due parole le più ripetute a Parigi
….le più ripetute, le più sincere
….scoppierei di felicità
….fischietterei una canzone
….e crederemmo negli uomini.

In alto, le case di pietra
….senza incavi né gobbe
….appiccicate
coi loro muri al chiar di luna
e le loro finestre diritte che dormono in piedi
e sulla riva di fronte il Louvre
….illuminato dai proiettori
….illuminato da noi due
………il nostro splendido palazzo
…………di cristallo.

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore
finché il mio cuore è sul suo ramo
in questa notte di maggio, lungo la Senna, nei depositi
….ci siederemmo sui barili rossi
….di fronte al fiume scuro nella notte
per salutare la chiatta dalla cabina gialla che passa
– verso il Belgio o verso l’Olanda? –
davanti alla cabina una donna
….con un grembiule bianco
……..sorride dolcemente.

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore.

Parigi, 1958

*

Nazim Hikmet, Poesie d’amore (trad. di Joyce Lussu, Oscar Mondadori, 2006) — Fotografia di Willy Ronis, Gli innamorati della Bastiglia, 1957.

Nâzım Hikmet, Mosca 1961

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Nâzım Hikmet – Mosca, 1961

Le sei del mattino.
Ho aperto la porta del giorno ci sono entrato
ho assaporato
l’azzurro nuovo nelle finestre
le rughe della mia fronte di ieri
sono rimaste sullo specchio

sulla mia nuca una voce di donna
tenera peluria di pesca
e le notizie del mio paese alla radio

vorrei correre d’albero in albero
nel frutteto delle ore

verrà il tramonto, mia rosa
e al di là della notte
mi aspetterà
spero
il sapore di un nuovo azzurro.

*

da N.Hikmet, Poesie d’amore (trad di Joyce Lussu, OscarMondadori, 2006 — immagine: Marc Chagall, Lovers with half moon, 1926)

Nâzım Hikmet, I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi

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I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi

I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
che tu venga all’ospedale o in prigione
nei tuoi occhi porti sempre il sole.

I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
questa fine di maggio, dalle parti d’Antalya
sono così le spighe, di primo mattino;

i tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
quante volte hanno pianto davanti a me
son rimasti tutti nudi, i tuoi occhi
nudi e immensi come gli occhi di un bimbo
ma non un giorno han perso il loro sole;

i tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
che s’illanguidiscano un poco, i tuoi occhi
gioiosi, immensamente intelligenti, perfetti:
allora saprò far echeggiare il mondo
del mio amore.

I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
così sono d’autunno i castagneti di Bursa
le foglie dopo la pioggia
e in ogni stagione e ad ogni ora, Istanbul.

I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
verrà un giorno, mia rosa, verrà giorno
che gli uomini si guarderanno l’un l’altro
fraternamente
con i tuoi occhi, amor mio,
si guarderanno con i tuoi occhi.

[1948]

*

Nâzım Hikmet, Poesie d’amore – OscarMondadori

Nâzım Hikmet, versi da Poesie d’amore

Henri-Cartier-Bresson-In-treno-Romania-1975-©-Henri-Cartier-Bresson-Magnum-Photos-Contrasto

 

Il vento cala e se ne va
lo stesso vento non agita
due volte lo stesso ramo
di ciliegio
gli uccelli cantano nell’albero
ali che voglion volare
la porta è chiusa
bisogna forzarla
bisogna vederti, amor mio,
sia bella come te, la vita
sia amica e amata come te

so che ancora non è finito
il banchetto della miseria
ma finirà…

(1947)

§

Anima mia
chiudi gli occhi
piano piano
e come s’affonda nell’acqua
immergiti nel sonno
nuda e vestita di bianco
il più bello dei sogni
ti accoglierà

anima mia
chiudi gli occhi
piano piano
abbandonati come nell’arco delle mie braccia
nel tuo sonno non dimenticarmi
chiudi gli occhi pian piano
i tuoi occhi marroni
dove brucia una fiamma verde
anima mia.

(1948)

*

Nâzım Hikmet, Lettere dal carcere di Munevvér, Prigione di Bursa (Anatolia) in Poesie d’amore, traduzione di Joyce Lussu – Oscar Mondadori (2006)

immagine d’apertura: Henri Cartier-Bresson, In treno (Romania, 1975 – © Henri Cartier-Bresson, Magnum Photos)

Nâzım Hikmet, Berlino 1961

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Berlino, 1961

Ciò che ho scritto di noi è tutta una bugia
è la mia nostalgia
cresciuta sul ramo inaccessibile
è la mia sete
tirata su dal pozzo dei miei sogni
è il disegno
tracciato su un raggio di sole

ciò che ho scritto di noi è tutta verità
è la tua grazia
cesta colma di frutti rovesciata sull’erba
è la tua assenza
quando divento l’ultima luce all’ultimo angolo della via
è la mia gelosia
quando corro di notte fra i treni con gli occhi bendati
è la mia felicità
fiume soleggiato che irrompe sulle dighe

ciò che ho scritto di noi è tutta una bugia
ciò che ho scritto di noi è tutta verità.

*

Nâzım Hikmet, Poesie dall’esilio

Nâzım Hikmet, poesie d’amore

03-La-marchande-de-fleurs-1968-©-Atelier-Robert-Doisneau
La marchande de fleurs, 1968 © Atelier Robert Doisneau

 

Rubai

(Componimento poetico secondo la metrica tradizionale arabo-persiana)

 

 Istanbul, 1933

 

È l’alba. S’illumina il mondo

come l’acqua che lascia cadere sul fondo

le sue impurità. E sei tu, all’improvviso

tu, mio amore, nel chiarore infinito

di fronte a me.

 

Giorno d’inverno, senza macchia, trasparente

come vetro. Addentare la polpa candida e sana

d’un frutto. Amarti, mia rosa, somiglia

all’aspirare l’aria in un bosco di pini.

 

Chi sa, forse non ci ameremmo tanto

se le nostre anime non si vedessero da lontano

non saremmo così vicini, chi sa,

se la sorte non ci avesse divisi.

 

È così, mio usignolo, tra te e me

c’è solo una differenza di grado:

tu hai le ali e non puoi volare

io ho le mani e non posso pensare.

 

Finito, dirà un giorno madre Natura

finito di ridere e piangere

e sarà ancora la vita immensa

che non vede non parla non pensa.

*

Rubai

1948

 

Il raggio è riempito di miele

i tuoi occhi son pieni di sole.

I tuoi occhi, mia rosa, saranno cenere

domani, e il miele continuerà

a riempire altri raggi.

 

Non mi fermo a rimpiangere i giorni passati

– salvo una certa notte d’estate –

e anche l’ultima luce dci miei occhi azzurri

ti annuncerà lieti giorni futuri.

 

Un giorno, madre natura dirà: «Mia creatura

hai già riso, hai già pianto abbastanza».

E di nuovo, immensa

sconfinata, ricomincerà

la vita, senza occhi, senza parola, senza

pensiero…

 

*  *  *

da Poesie d’amore, Hikmet-Doisneau – Oscar Mondadori, 2006