Notte in stazione, una pagina di diario di Cataldo Antonio Amoruso

Piacenza-1939-StazioneBig

ore 02.18

 ecco, ora sono solo, o quasi… anzi no, il numero dei presenti non è mutato, diversamente dal mio stato d’animo: quello sì, è cambiato, è meno rabbioso, accoglie la notte più alta, o più profonda, o più nera, a scelta, oppure tutte queste condizioni messe insieme, basta che nessuno senta i miei pensieri… non chiedo molto, in fondo, in cambio di questo impegno notturno, che non scade, non scema, benché mi senta fortemente attratto, in questo punto della notte, da una insopprimibile necessità di solitudine: per nessun motivo vorrei qualcuno accanto, ma gentilmente, gentilmente declinando, fosse anche a capo chino, perché nessuno se ne abbia a male, se ne adonti…

 è l’ora in cui le locomotive in sosta sul piazzale sembrano quasi perdere le loro certezze, la prepotenza allo spunto rinfoderata, i finestrini delle vetture come solo abbozzati, i grandi orologi delle pensiline avvolti in un che di liquido, come un alone di incertezza, di inquietudine, sì, a questa altezza della notte l’ora è meno esatta, meno importante, si può trattare e, volendo, anche ingannarsi: conta la luce dell’alba, se e quando sarà, queste di colore nero sono ore a perdere, quelle che nessuno si sognerebbe di comprare, e nemmeno di prendere in affitto: non sono un buon investimento, sono, appunto, una perdita di tempo…

 da tanti anni vivo in queste ore che nessuno raccoglie, che molti, i più, non conoscono…ormai ci sappiamo, sappiamo i nostri limiti, la limitazione dell’essere, dell’esistere, dello stare, in questo punto del giorno capovolto…ma poi vai a sapere, se non è il giorno ad essere una notte capovolta… existere, esistere al di fuori…mah!

 le locomotive luccicano sottovoce, ma sono solo riflessi, le lisciano luci di paline svogliatamente dispettose: qualsiasi corazza, di animale, di mezzo meccanico o cosa, rilucerebbe di questa luce impropria…

 gli addetti alle pulizie lavorano in silenzio, ovviamente sono quasi tutti immigrati, eppure sono loro che conoscono ogni anfratto di carrozza, di marciapiede, di angolo della stazione, ogni tanto qualcuno sbuca da dietro un materiale in sosta, con una agilità che colpisce… e qualcosa vorrà pur dire in questa Italia in affanno, vabbè…

 le luci sono basse, lo stomaco è stanco di vedere e pensare, e anche di compresse; io sono stanco di me, e di queste notti non so cosa dire, certamente che mi hanno dato da pensare, che mi hanno scavato, come io le ho scavate, forse senza capire -ancora!- se qualcosa ho trovato e cosa; ad ogni buon conto, raramente riesco a trovare il tempo di scrivere al mio diario, che di sicuro non mi legge… tanto più che sappiamo benissimo entrambi, io e il mio diario, che sarà sempre lui a precedermi, come il destino sempre in agguato sulla strada che faccio per evitarlo… almeno fino a quando sarà lui, fatalmente, giornalmente, a inscrivermi…

 intanto posso guardare, e godermi, la fila di rotaie, oscenamente, -spietatamente- asintotica, che va a sparire verso un punto che non è buona cosa conoscere… che importa, del resto… prima o poi, una svolta si impone, proprio in quel punto, esatto più di quanto si possa immaginare, in cui le rotaie sembrano confondersi… invece no, è solo l’ottica a illudere: sono serpi, semplicissime serpi in amore, svestite a maggio…

 e va bene, il giorno è pronto a ricomporci… sento le serpi tossire, ma ancora per poco, poi tutto ricomincia daccapo, il primo pantografo si alza dal tetto della locomotiva, tocca il filo della ”tremila” con uno schiocco, li conto, due, tre schiocchi in successione, un tremolio nell’aria, e poi la locomotiva comincia a fare i suoi versi, le altre la seguono, quasi ridestate ad un segnale, e così numeri e formichine riprendiamo la marcia… la notte esita ancora un po’, la luna spegne i suoi buchi, e come tanti piccoli vermi rientriamo nel trionfo del giorno… un’altra notte buttata al vento, e il solito merlo che comincerà a cantare mentre metto in moto la macchina per andar via… credo che sia sempre lo stesso merlo, da trentadue anni, ogni mattino, che piova, nevichi, o ci sia il sole… ”credo che sia”? forse dovrei dire ”credo si tratti”, ma mi trattengo, giusto per un po’ di ambiguità, o di contegno.

ore 03.31

 Cataldo Antonio Amoruso – diario, pagina 02.05.XXXX_20110727_1246394278

Jacques Prévert, Alicante

ITALY, Sicily, Barcellona  artist Emilio ISGRO' holding an orange in his hand.
fotografia di Emilio Isgrò

Alicante

Une orange sur la table
Ta robe sur le tapis
Et toi danse mon lit
Doux présent du présent
Fraîcheur de la nuit
Chaleur de ma vie.

*

Un’arancia sulla tavola
Il tuo vestito sul tappeto
E nel mio letto tu
Dolce presente del presente
Freschezza della notte
Calore della mia vita.

Jacques Prévert

Giovanni Raboni, versi da Berceuse

s.

 

2

Notte. Di nuovo Cherubino.

Al grillo che si spegne,

al lupo che tremando s’avvicina

m’arrendo, rendo il mio cuore

mentre – ma non posso – vorrei soffiare insieme a te

sulla candela demente.

*

Giovanni Raboni, da Berceuse

tratto da Giovanni Raboni, Nell’ora della cenere, a cura di Patrizia Valduga

collana Un secolo di poesia a cura di N.Crocetti, ed. speciale per Corriere della Sera

Antonin Artaud, La notte opera

o.

 

Negli otri delle lenzuola gonfie

dove la notte intera respira,

il poeta sente i suoi capelli

crescere e moltiplicarsi.

 

Sopra ogni banco della terra

si innalzano bicchieri sradicati,

il poeta sente il suo pensiero

e il suo sesso abbandonarlo.

 

Poiché qui la vita è chiamata in causa

e il ventre del pensiero;

le bottiglie urtano i crani

dell’aerea assemblea.

 

Il Verbo spunta dal sonno

come un fiore o un bicchiere

pieno di forme e di fumi.

 

Si urtano il ventre e il bicchiere,

la vita è chiara

nei crani di vetro.

 

L’aeropago ardente dei poeti

si raccoglie intorno al tappeto verde,

il vuoto gira.

 

La vita attraversa il pensiero

del poeta dai capelli folti.

 

Nella strada solo una finestra,

si mescolano le carte;

alla finestra deliberatamente

la donna esibisce il ventre.

*

Artaud, Poesie della crudeltà (1913 – 1935) – Trad. a cura di Pasquale Di Palmo, Stampa Alternativa

La musa di Anna Achmatova

Sunset Over Blue Mountains - Emil Nolde
Emil Nolde, Sunset Over Blue Mountains (1938-1945)

 

La musa

 

Quando la notte attendo il suo arrivo,

la vita sembra sia appesa a un filo.

Che cosa sono onori, libertà, giovinezza

di fronte all’ospite dolce

col flauto nella mano? Ed ecco è entrata.

Levato il velo, mi guarda attentamente.

Le chiedo: «Dettasti a Dante tu

le pagine dell’Inferno?» Risponde: «Io».

 

(1924)

*

da Anna Achmatova, La corsa del tempo, Einaudi Editore 1992

 

Lune aperte nella notte (versi di Cataldo A.Amoruso)

65653 per Il sasso nello stagno di AnGre

.

Lune aperte nella notte

Ferite di donna

Grembi

Occhi che vanno

Senza un perché compagno

Spalle che tornano

Lente

Verso case fredde

Il suono dei passi coperto dal vento

È freddo di sera

Quando torni

E le mani non si scaldano

E forse non hai voglia di cercare

Altro calore a perdersi

Altro affanno

Negli occhi stretti rimangono le strade

E le punte fredde dei piedi

Sospinte a fatica

 

Viene voglia solo di essere in sonno

Di abbandonare le mani al volo

Di essersi alzati dallo strapunto del letto

E tirare scarpe contro i vetri

Sono urla che nessuno sente

Come questo scivolare lento

Verso un fondo

Verso un appiglio

È già notte

E gli occhi si chiudono

Con forza

Con forza pari

Li solleverà l’alba

Ripartirà il giorno

Non sarà successo nulla

Si staccherà un’altra pagina diaria

Nessuna nuova ruga apparente

Non sarà cambiato nulla

Sarà semplicemente giorno

Incredibilmente notte.

 

*

Cataldo A.Amoruso, http://krimisa.blogspot.it/2014/01/lune-aperte-nella-notte.html

Rifugio d’uccelli notturni di Salvatore Quasimodo

Alberto Burri, Nero I
Alberto Burri, Nero I

.

In alto c’è un pino distorto;

sta intento ed ascolta l’abisso

col fusto piegato a balestra.

 

Rifugio d’uccelli notturni,

nell’ora più alta risuona

d’un battere d’ali veloce.

 

Ha pure un suo nido il mio cuore

sospeso nel buio, una voce;

sta pure in ascolto, la notte.

 

*

[da Ed è subito sera – Acque e terre, 1920-1929

S.Quasimodo, Tutte le poesie – Oscar Mondadori]

dai Poemetti di W.Shakespeare

Duy Huynh

“[…] Sbrigata a questo modo la notte, io m’affretto verso la mia diletta;

il cuore ottiene l’avverarsi delle sue speranze e gli occhi la vista che tanto han desiderato,

e l’affanno è mutato in gioia, e la gioia è mescolata all’affanno;

ché, nel chiedermi di tornare all’indomani, ella ha messo un sospiro.

S’io la passassi con lei, la notte passerebbe troppo presto,

ma ora i minuti hanno la lunghezza di ore;

e per mia disperazione ogni munuto mi sembra una luna;

ah, che sorga il sole a illuminare, se non me, almeno i fiori che ne succhian la vita!

Vattene, o notte; vieni, o mio buon giorno, e togli a prestito quanto tempo puoi più alla notte!

Fatti il più breve possibile, o notte, e allungati a sue spese, o giorno!”

*

[tratto da: Il pellegrino appassionato, XVI, trad. Gabriele Baldini per Fabbri Editori]

il ramo rubato (Pablo Neruda)

melo in fiore - Piet Mondrian, 1912

Nella notte entreremo

a rubare

un ramo fiorito.

 

Passeremo il muro,

nelle tenebre del giardino altrui,

due ombre nell’ombra.

 

Ancora non se n’è andato l’inverno,

e il melo appare

trasformato d’improvviso

in cascata di stelle odorose.

 

Nella notte entreremo

fino al suo tremulo firmamento,

e le tue piccole mani e le mie

ruberanno le stelle.

 

E cautamente,

nella nostra casa,

nella notte e nell’ombra,

entrerà con i tuoi passi

il silenzioso passo del profumo

e con i piedi stellati

il corpo chiaro della Primavera.

*

[da I versi del Capitano, Passsigli Poesia]

per te che sei come il mare…

 
 *

Se lo guardi non te ne accorgi: di quanto rumore faccia. Ma nel buio…

 Tutto quell’infinito diventa solo fragore, muro di suono, urlo assillante e cieco.

 Non lo spegni, il mare, quando brucia nella notte.

 [Alessandro Baricco]

 *

(con un abbraccio di ringraziamento a Daniela Cattani Rusich per avermi fatto conoscere questo bellissimo pezzo di prosa)