Novembre

Carl Gustav Carus, Monumento a Goethe, 1832

Novembre
di Giovanni Pascoli
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Gémmea l’aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l’odorino amaro
senti nel cuore.
Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.
Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile.
E’ l’estate, fredda, dei morti.
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Nel cimitero di Corbetta 
di Corrado Govoni 
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Povera creatura inutile!
io ti conosco, forse.
Eri una delle tante bambine
ch’io vidi nei cortili delle cascine;
scalza, seduta sul limitare
con la tazza di latte sui ginocchi
e un gran pane di frumentone ai denti
e con le compagne intenta a giocare.
Eri anche bella ed accarezzata
da tutti: quando il male
ti spense in un istante.
Ora t’hanno sepolta e più nessuno
stasera si ricorderà di te.
Tranne tua madre che non dormirà,
sospirerà guardando il tuo lettino
vuoto, accanto alla finestra nera
aperta sulla notte di primavera
pensando ch’eri così piccola …
(…sì, ma il becchino
ha sudato scavandoti la fossa
profonda come la sua vanga!
sì, ma non tanto
che tua madre per te non pianga!)
e che sei qui sotto, sola nella tomba oscura,
e che forse hai paura,
tu ch’eri così piccola
che bastava una lucciola
pendula ad uno stelo a farti lume
lungo la via,
così piccola e leggera
nella tua culla, che bastava a muoverla
l’onda dell’avemaria!
O povera innocente, dormi in pace!
Ché anche tu avrai, come ogni misero,
la tua fresca coroncina
di vetro, che il ragno,
che tesse tesse e non sa nulla,
ti rinnoverà ogni mattina;
e invece del tuo lettino bianco
nella camera nera
sei adagiata in una culla
d’odori di primavera,
e se non senti più la voce della tua mamma
hai l’usignolo che ti canta la ninna nanna.
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Messa al campo
di Gabriele D’Annunzio
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L’altare è innalzato in mezzo ai pioppi
ingialliti, coperto di lana rozza, senza ornamenti.
I soldati sono schierati dall’una all’altra banda,
col fucile e la baionetta inastata. Hanno un aspetto
vigoroso e fiero. Comincia la messa, officiata
da un prete dalla barba fulva, robusto, possente.
«In ginocchio!» grida il generale. I soldati
si inginocchiano, poggiandosi al fucile. Come
nei templi la preghiera è sostenuta dalle guglie
e dai pinnacoli, oggi è sostenuta dalle punte delle
baionette. Una preghiera irta e aguzza. Volti
reclinati di giovani imberbi, di uomini maturi,
teste toccate dalla Morte, segnate dall’Operaia
terribile. Una massa di carne da macello.

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Quando verrà 
di Rabindranath Tagore
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Il giorno
che la Morte picchierà alla tua porta,
cosa gli offrirai?
Presenterò alla mia ospite
la coppa piena della mia vita,
non lascerò che se ne vada a mani vuote.
Giunto al termine dei miei giorni,
quando la morte verrà alla mia porta,
presenterò a lei
la soave vendemmia dei miei giorni d’autunno
e delle mie notti estive
e tutto ciò che ho guadagnato
o raccolto durante la mia vita.
In questa poesia si trova racchiusa la grande saggezza indiana che indica quanto sia importante non presentarsi alla morte,
quando essa giungerà, con le mani vuote di meriti guadagnati con il lavoro e lo sforzo.
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Giorno di novembre 
di Rainer Maria Rilke
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Il freddo autunno ha imbavagliato il giorno.
Taccion le mille sue voci festanti.
Giù dalla torre della cattedrale,
campane a morto nella nebbia gemono.
Sovra gli umidi tetti si distende
candido in sonno, un fulgido vapore.
Con le gelide dita il vento batte
entro la gola del camino, a stormo,
gli ultimi accordi d’una marcia funebre.
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(in apertura: Carl Gustav Carus, Monumento a Goethe, 1832)
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Rainer Maria Rilke, Il giardino degli ulivi

22 aprile, Earth Day – Giornata Mondiale della Terra: Il sasso nello stagno di AnGre, in poesia e arte, dedica questo giorno agli Ulivi del Salento e a tutti coloro che si impegnano nella difesa della propria terra.

ulivi - van gogh

IL GIARDINO DEGLI ULIVI
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Egli salì sotto il fogliame grigio,
tutto grigio e confuso al paese degli ulivi,
e la fronte affondò piena di polvere
nella polvere delle mani ardenti.
Dopo tanta speranza, questa fine.
E ora devo andarmene, mentre gli occhi s’oscurano;
e perché vuoi ch’io dica che tu esisti
se più non ti ritrovo.
Io non ti trovo più. No, non in me.
E non negli altri. Non in questa pietra.
Io non ti trovo più. Io sono solo.
Solo con tutta la miseria umana
che tentai di alleviare nel tuo nome,
di te, che non esisti. O vergogna infinita…
Dopo, si raccontava, venne un Angelo-.
Perché un Angelo? Ahimè, venne la notte,
e sfogliò con indifferenza gli alberi.
Nei sogni si agitavano i discepoli.
Perché un Angelo? Ahimè, venne la notte.
E la notte che venne non fu insolita;
cento ne passano simili a questa.
Là sono pietre, là dormono cani.
Ah, una notte triste, una qualsiasi,
che aspetta finché sia di nuovo l’alba.
Perché chi così prega non lo visitano angeli,
né notti di prodigio per lui scendono.
Tutti lasciano solo chi si perde,
e sono abbandonati anche dai padri
ed esclusi dal grembo delle madri.

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da Nuove poesie a cura di Giacomo Cacciapaglia (immagine: van Gogh, Ulivi)

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rainer-maria-rilkeRainer Maria Rilke – Poeta boemo di lingua tedesca (Praga 1875 – Muzot, Svizzera, 1926). Indirizzato dal padre alla carriera delle armi, tradizionale nella famiglia, a 16 anni abbandonò l’accademia militare. Passando da Linz a Praga, di qui ancora a Monaco e a Berlino, fece studî irregolari. La certezza di una vocazione poetica gli venne a Monaco, dove fu nel 1896 e dove conobbe Lou Andreas-Salomé, di 14 anni più anziana, legandosi a lei in un singolare rapporto affettivo. Determinanti per lo sviluppo della sua personalità furono le esperienze di viaggio in Toscana (Florenzer Tagebuch, 1898) e soprattutto in Russia (1898 e 1899), dove fu ricevuto dal vecchio Tolstoj. La sensibilità per le arti figurative spinse R. a vivere per due anni (1900-02) a Worpswede, villaggio di artisti nei pressi di Brema, dove si unì in matrimonio di breve durata alla scultrice Clara Westhoff, allieva di Rodin. Dal 1903 R., che non aveva ancora avuto una stabile residenza, trovò a Parigi una specie di patria, e in Rodin un interlocutore privilegiato e un modello per la sua ricerca formale. Ma anche durante gli anni parigini continuò la serie dei suoi viaggi per tutta l’Europa e anche in Africa; tra l’altro a Roma (1903-04) e al castello di Duino presso Trieste (1911-12), dove fu ospite della principessa von Thurn und Taxis. Allo scoppio della guerra nel 1914, fu trattenuto in Germania, dove prestò servizio, a Monaco, in un ufficio di estrema retrovia. Finita la guerra, distrutto in Europa, dall’Austria alla Russia, il mondo in cui aveva posto fiducia, R. si stabilì, dopo un nuovo e più breve soggiorno a Parigi, nel piccolo castello alpino di Muzot, nel Vallese, ospite di un nuovo mecenate. Gli ultimi anni furono molto penosi, a causa del rapido declino fisico; morì di leucemia, all’età di 51 anni.
Fu narratore squisito (Am Leben hin, 1898; Zwei Prager Geschichten, 1899; Die Letzten, 1902) e si cimentò anche nel teatro, recependo suggestioni naturalistiche (Ohne Gegenwart, 1898; Das tägliche Leben, 1902). Ma fu soprattutto, o forse esclusivamente, un lirico, fra i più significativi e fra i più fortunati del secolo. Già le sue prime esperienze poetiche sono caratterizzate da musicalità malinconica (Leben und Lieder, 1894; Wegwarten, 1895-96; Larenopfer, 1896), tentativo anche di un ancoraggio alle tradizioni della città natale, che però, per lui di radice e cultura tedesca, non fu mai interamente sua. Traumgekrönt (1897) e Advent (1898) preludono a Mir zur Feier (1899), in cui per la prima volta emerge la tematica dell’angelo, centro di una religiosità sofferta e ben presto discosta da ogni confessionalità. È di quello stesso anno, anche se pubblicato solo nel 1906, il volumetto in prosa lirica Die Weise von Liebe und Tod des Cornets Christoph Rilke, serie di rapide impressioni su cui corre, con languore neoromantico, una struggente nostalgia di vita sospinta verso la meta di una prematura dissoluzione. Intanto nel 1902 uscì Das Buch der Bilder, raccolta di liriche di ricca suggestione figurativa, dettata dall’esperienza di Worpswede, e nel 1905 Das Stundenbuch, libro di meditazioni religiose, testimonianza di una sete di Dio ricercato sotto ogni forma e presso ogni creatura, primo capolavoro di R. per carica concettuale e per rigoglio stilistico. Nei Neue Gedichte (2 voll., 1907-08)
Assorbì la lezione di Rodin, affidandosi alla lirica per attingere quella che egli definiva “visibile inferiorità delle cose”, plastificando in un linguaggio di ricercata semplicità una sfera che di continuo sfiora l’ineffabile. Un momentaneo ritorno alla prosa si ebbe col romanzo Die Aufzeichnungen des Malte Laurids Brigge (1910), nel cui giovane protagonista, poeta e nobile, si riflette l’esasperata sensibilità fisica e spirituale dell’autore. Passarono varî anni prima che R. tornasse a pubblicare; ma quando lo fece, nel 1923, diede insieme, in una sintomatica polarizzazione, le sue prove più organicamente coordinate, le Duineser Elegien e Die Sonette an Orpheus. Le 10 Elegien, concepite e scritte, con ampî intermezzi, lungo l’arco di oltre 10 anni, ripropongono ed esaltano la tematica dell’angelo e, per suo tramite, una nuova mistica cosmica, che ignora Dio ma non il divino, pervasa da un’aspirazione non sempre tutta espressa ed esprimibile verso l’unità dell’essere germinale, tanto più urgente per quanto più funesta si è fatta, con gli sconvolgimenti intervenuti e con quelli incombenti, l’età presente. I Sonette, in integrazione e insieme in contrapposizione alle Elegien, cantano la gioia della contemplazione poetica in un’epoca impoetica, espressione di un simbolismo decadentistico giunto, nel momento stesso in cui si esalta, alla sua estenuazione. (Enciclopedia Treccani)

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Flavio Almerighi, due poesie

Fattori-Tramonto-sul-mare-1890-95

luoghi in ombra
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luoghi in ombra sensazioni
il cuore esce dal petto
va a viversi in pace
un’autobiografia languida
bocche di pesca dove fuggire,
restare indolente
fino alla morte solitaria del cacciatore,
il desiderio più che tiepido
ondeggia tranquillo in mare,
dov’è libertà dov’è il caso
non a caso a Sud,
dove il mondo si apre
in due come una melagrana
e la luna è dello stesso colore
.
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§
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ancora mare
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Avrò tempo di riflettere
sull’infinita concia del pensiero,
che la mia vita non vale l’altra
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sibila ogni steccato,
il passato emozionato dimentica
ossida ogni argento
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sul mio bagaglio di fragori vuoti
differenza con quel che sono,
avrò tempo di riflettere
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ancora mare, il mare
indimenticato rigurgito di spine
mi dà il braccio.
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Flavio Almerighi 

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altre poesie dello stesso Autore, in questo blog, ai seguenti link:

https://ilsassonellostagno.wordpress.com/2016/06/16/quattro-sassi-con-autori-contemporanei-in-4-poesie-flavio-almerighi/ 

https://ilsassonellostagno.wordpress.com/2015/09/25/flavio-almerighi-due-poesie/   

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— immagine d’apertura: G.Fattori, Tramonto sul mare, 1890-95 —

Voci poetiche commentate da Giorgio Linguaglossa: Anna Ventura, tre poesie

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Anna Ventura, dall’antologia Tu Quoque (poesie 1978-2013), EdiLet, 2014

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Il giardino
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Sempre abbiamo bussato
a porte chiuse: dentro
poteva esserci un giardino. Ma quelle porte
non si aprivano mai; solo talvolta
si schiudeva uno spiraglio:
qualcosa verdeggiava, là dentro; ma guai
a fare un passo avanti: la porta
si chiudeva di scatto
tornava a essere muro. Eppure c’era
un modo per superarla:
non bussare a nessuna porta,
non guardare da nessuno spiraglio;
aspettare di incontrare il giardino
che non ha porte, ma solo un arco fiorito
attraverso il quale si passa leggeri,
senza neppure sapere di essere entrati.
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L’angelo freddo
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Chi può dire che cosa non ci appartiene,
chi segna i confini delle proprietà,
chi chiude le porte e col gesso scrive
i limiti del possibile?
Chi, se non un angelo malvagio,
al quale bruciamo inutili incensi,
l’angelo conformista di un galateo di menzogne,
l’angelo di pietra che sta sulla tomba,
e aspetta solo che gli stiamo a tiro,
ma non ha fretta,
perché già ci possiede?
A quest’angelo freddo
è inutile strizzare l’occhio:
ignora spirito e fantasia;
non ha la luciferina gaiezza
del Satana piede caprino,
né la buia durezza del Maligno:
alita soavemente sulle nostre case arredate,
governa le nostre automobili,
i bambini grassi e le serve.
E’ la nostra ottusa certezza,
la fede indegna di essere creduta.
I ladri, i rapitori, il dolore
sono l’unico baluardo
contro di lui.
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Res
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Res è cosa,
e cosa rimanda
al ruvido, al grezzo, al colore
paglierino oppure ocra o marrone,
di forma semplice e tonda,
di consistenza solida,
senza odore, a temperatura normale.
Cosa è un uovo o una pietra,
un sacco pieno di grano,
un cavallo di legno.
Anche la terra è cosa,
e così la sedia, la ruota,
la brocca di coccio, il sale.
Cosa è la zappa e il falcetto,
la trappola per il lupo e il remo.
E così elencando,
per tutta una serie di oggetti
connessi con la vita,
il lavoro e la morte,
il ciclo eterno dell’uomo,
immutabile, inevitabile.
Che poi le cose, res,
divengano res gestae, res adversae
o res secundae
ci interessa meno, come
non ci interessano Cose belle e Cosa Nostra:
l’anima della parola è all’origine,
nel fulcro antico del mondo,
quando la selce fu oggetto e arma,
il fuoco, dono degli dei
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Lettura di Giorgio Linguaglossa – Anna Ventura scrive: bisogna restituire «la parola alle cose»; il mondo va visto con gli occhi delle cose, sono la «cose۹ che devono parlare. La Ventura non osserva il mondo con una visione gerarchica, dà attenzione alle cose più insignificanti, le «minuscole storie», le solitudini, gli «oggetti / che sfuggono alla legge / dell’ordine e del bello». Utilizza il pensiero sghembo, uno sguardo diffratto, distopico, come l’ombrellino di carta colorata sulle coppe di gelato: «una volta ho mangiato / un gelato mostruoso: / non c’era altro modo / per avere una coccarda di carta velina / che c’era confitta sopra». La Ventura è una acutissima osservatrice del mondo, sceglie «non i nobili suoni, / ma i semplici rumori», i «gesti semplici, sapienti, responsabili». Le cose emergono alla pagina chiare e concrete, colte nella loro cubatura spazio-temporale: «Res è cosa / e cosa rimanda / al ruvido, al grezzo, al colore / (…) di forma semplice e tonda, / di consistenza solida». Le cose «durano più della gente», ci parlano delle persone, sono permeate di vissuto, di storie: «oggetti vetusti, / levigati dall’uso, scuriti dal fumo / corrosi dalla ruggine» come l’impronta di verderame lasciata dallo scudo del guerriero riemerso dagli scavi: «parlava di vita», la «giovane vita» che gli era stata tolta; la tartaruga di Volterra parla con i sarcofaghi sommersi, e «il filo d’argento di una solitaria lumaca» che percorre gli etruschi sposi di pietra. Le «cose» «vogliono un grande silenzio / prima di prendere la parola». Le «cose» sono i frammenti che ci rimandano all’infinito: «dietro la tenda di trina / c’è il mondo, immenso» mentre «passa il fischio del treno, / sempre alla stessa ora» quelle «cose» semplici come i «biscotti fatti con l’anice» o le «coperte lavorate ai ferri». L’atto poetico di Anna Ventura vuole «trasformare in infinito / il quotidiano finito».

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Anna Ventura è nata a Roma, da genitori abruzzesi. Laureata in lettere classiche a Firenze, agli studi di filologia classica, mai abbandonati, ha successivamente affiancato un’attività di critica letteraria e di scrittura creativa. Ha pubblicato raccolte di poesie, volumi di racconti, due romanzi, libri di saggistica. Collabora a riviste specializzate, a quotidiani, a pubblicazioni on line. Ha curato tre antologie di poeti contemporanei e la sezione “La poesia in Abruzzo” nel volume Vertenza Sud di Daniele Giancane (Besa, Lecce, 2002). Ha tradotto il De Reditu di Claudio Rutilio Namaziano e alcuni inni di Ilario di Poitiers per il volume Poeti latini tradotti da scrittori italiani, a cura di Vincenzo Guarracino (Bompiani,1993). Dirige la collana di poesia “Flores” per la Tabula Fati di Chieti. Suoi diari, inseriti nella Lista d’Onore del Premio bandito dall’Archivio nel 1996 e in quello del 2009, sono depositati presso l’Archivio Nazionale del Diario di Pieve Santo Stefano di Arezzo. È presente in siti web italiani e stranieri; sue opere sono state tradotte in francese, inglese, tedesco, portoghese e rumeno pubblicate in Italia e all’estero in antologie e riviste. È presente nei volumi: AA.VV.- Cinquanta poesie tradotte da Paul Courget, Tabula Fati, Chieti, 2003; AA.VV. El jardin, traduzione di Carlos Vitale, Emboscall, Barcellona, 2004. Nel 2014 per EdiLet di Roma esce la Antologia Tu quoque (Poesie 1978-2013). Dieci sue poesie sono presenti nella Antologia di poesia Come è finita la guerra di Troia non ricordo a cura di Giorgio Linguaglossa (Roma, Progetto Cultura, 2016).

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Giorgio Linguaglossa

Quattro sassi con…autori contemporanei in 4 poesie: Davide Cortese

Quattro sassi con - Il sasso nello stagno di AnGre

Quattro sassi con…autori contemporanei in 4 poesie: Davide Cortese

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Le mie dita non sono mai state
un pettine tra i tuoi capelli,
ma non si struggono per questo:
disegnano folletti per i bambini
e raccolgono le chiavi che perdo.
Le mie dita non sono mai state
intrecciate alle tue dita
ma a dire il vero non ci pensano
e scrollano le briciole dalla mia maglia.
Loro indicano stelle cadenti.
Loro fermano gli autobus.
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Disfare una barchetta di carta
per scrivere sul foglio piegato
versi che bramano l’avventura.
Rileggere parole migranti
che salpano per sempre lontano
muovendo con la mano un addio.
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Abito un tempo lambito dal tuo colore,
il colore dei tuoi occhi
e del gioco dei tuoi sorrisi.
Traghetto istanti di silenzio
tra le onde dei tuoi capelli.
Abito il tempo in cui si schiude la tua voce
e canta inquieta bellissime tristezze.
Accolgo bellezza e crudeltà delle parole,
dolcezza e verità nelle parole.
Bevo una luce che è solo tua
e il colore che posi su di me
è solo nostro, è mio e tuo.
Lontano da qui e da te
non c’è luce che assomigli alla tua
ed io non avrò più il mio colore.
Ma sono qui adesso, e tu ci sei.
Abito un tempo toccato dal tuo sguardo.
E sono vivo e cullo demoni bambini,
accarezzo le sirene del deserto.
Respiro attimi saturi del tuo nome
e del sogno di te, puro e di fuoco.
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RIVE GOSH
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Alla scintilla sul ramo
e alla gente che passa
affido un silenzio
che ora spicca il volo.
Lo guardo controluce
e ha ali di sera.
Vola
e in lui volo.
Me ne sto sotto il cielo.
Solo e con te.
A respirare addii.
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davide-cortese-foto-di-mel-carraraDavide Cortese è nato nell’ isola di Lipari nel 1974 e vive a Roma. Si è laureato in Lettere moderne all’Università degli Studi di Messina con una tesi sulle “Figure meravigliose nelle credenze popolari eoliane”. Nel 1998 ha pubblicato la sua prima silloge poetica, titolata “ES” (Edas, Messina), alla quale sono seguite le sillogi: “Babylon Guest House” (Libroitaliano, Ragusa, 2004), “Storie del bimbo ciliegia” (un’autoproduzione del 2008), “ANUDA” (Aletti Editore, Roma, 2011. In versione e.book per LaRecherche.it nel 2014), “OSSARIO” (Arduino Sacco Editore, Roma, 2012), “MADREPERLA” (LietoColle, Como, 2013) e “Lettere da Eldorado” (Progetto Cultura, Roma, 2016). I suoi versi sono inclusi nelle antologie “200 giovani poeti europei in nove lingue” (Edizioni CIAS, CLUB UNESCO),  “Poliantea” (Edizioni Mazzotta), “A cuore aperto” (Accadueo), “Salon Proust” (La Recherche), “Le strade della Poesia” (Delta 3 Edizioni), “Viaggi di versi – Nuovi poeti contemporanei” (Pagine), “Maledetta scrittura – Un’antologia poetica” (Ilmiolibro.it), “Caro Dante” ( Ilmiolibro.it), “R.I.P. Read in peace – Necrologi poetici di autori viventi” (Matisklo), “Un viaggio infinito di chiocciola” (I Quaderni di Erato),  “L’ORTO BOTANICO DI MONSIEUR PROUST”    (La Recherche), “Ombre in cornice” (I Quaderni di Erato), “Tra i vuoti delle costole” (I Quaderni di Erato),  “LUCI DEL CONTEMPORANEO – La Poesia è di Casa” (Sigismundus), “VOCEVERSO” (Libra), “PORTE” (Progetto Cultura), “Fermarti non posso” (L’Erudita), “Diramazioni urbane” (Edizioni Cofine), nel libro fotografico “Magia” di Eduardo Fiorito (Lepisma) e in numerose riviste cartacee e on line, tra cui “Poeti e Poesia”- la rivista internazionale diretta da Elio Pecora – e “I fiori del male”. Insieme a Roberto Raieli e Stefano Amorese ha pubblicato il libro di poesie “In moto senza casco” (LaRecherche.it), che ha illustrato con 34 suoi disegni.
 Le poesie di Davide Cortese nel 2004 sono state protagoniste del “Poetry Arcade” di Post Alley, a Seattle. Il poeta eoliano, che nel 2015 ha ricevuto in Campidoglio il Premio Internazionale “Don Luigi Di Liegro” per la Poesia, è anche autore di due raccolte  di racconti: “Ikebana degli attimi”  (L’Autore Libri, Firenze, 2005), “NUOVA OZ” (EscaMontage, Roma, 2016), del romanzo “Tattoo Motel” (Lepisma Edizioni, Roma, 2015) e di un cortometraggio, “Mahara”(2004), che è stato premiato dal Maestro Ettore Scola alla prima edizione di EOLIE IN VIDEO e all’EscaMontage Film Festival  nel 2013. (nel riquadro, Davide Cortese – foto di Mel Carrara, per gentile concessione dell’autore)

Angela Greco, L’isola nell’isola – da Zenit poesia progetto < 40 volume secondo

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Per i tipi de La Vita Felice è uscito il secondo volume (2016) dell’antologia ZENIT POESIA – Progetto 4×10<40 (leggi qui) a cura di Sebastiano Aglieco e Marco Bellini. L’antologia contiene anche un breve poemetto inedito di Angela Greco (AnGre), un omaggio alla terra di Sicilia dedicato all’amico fraterno e poeta ibleo contemporaneo Giuseppe Schembari. Il volume sarà presentato, nell’ambito della rassegna BookCity Milano 2016 (leggi qui), venerdì 18 novembre p.v., alle ore 17.30, presso la Casa delle Arti-Spazio Alda Merini.

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Nota critica di Sebastiano Aglieco 

Il Mediterraneo di Angela Greco è lo spazio in cui gli uomini hanno immaginato, nel tempo, una storia di grandezze e miserie. Piccole azioni quotidiane si sono alternate a grandi gesti: feste, funerali, commemorazioni, guerre…tutto il teatro dell’umano è qui splendidamente apparecchiato.
Spazio circolare, dunque, della ripetizione e della rappresentazione incessante di ogni cosa che si disperde, «in entrata e in uscita» che, eppure, vorrebbe esistere,resistere, conservare la dignità del nome.
S’incontrano, in questi testi, parole antiche e moderne, mentre ogni giorno si alza il sipario di una rappresentazione barocca fatta di persone, oggetti, sentimenti e risentimenti…Appaiono i profili smozzicati di città mediterranee, esattissime tra l’azzurro del cielo e del mare, sfondi di partenze e ritorni che hanno i nomi degli esuli di ogni continente e tempo.
Queste disarmonie appartengono anche al nostro quotidiano, al tentativo di comprendere una storia più grande di noi stessi: «Saliamo sugli edifici più alti / per meglio vedere domani cosa accadrà». Poesia come «il diario di bordo senza data lasciato aperto sulle assi».
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pagg. 27 – 28 (estratto)
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Tra le fughe del tempo
il muro bianco di una volta racconta i tetti
e le case sono limoni sospesi contro l’azzurro
indicibile.
In lontananza passa un cielo stupito
di questa curva di sereno affacciato sul baratro.
 .
La pelle rasata e la strada narrano cicatrici
dove è meno difficile incontrare il tuo volto
nel mattino inoltrato all’angolo di due vite.
 .
[…]
 .
(oggi mi abiti il ventre senza altro dire che un silenzio
capriccio del giorno che non si tinge d’azzurro.
 .
Oggi che mi abiti il ventre ti lascio il mio spazio chiaro
dove naufragare in amniotica gioia (le tue parole),
estremo bisogno in questo sgraziato passaggio quotidiano.)
 .
All’ombra di San Giovanni Battista e ai piedi della luna
l’ultima strega torna dal rogo ridendo della libertà;
seduti tra sedie verdi e azzurre si ricorda Giordano
(e non è un caso questo 17 di febbraio).
 .
“Però ho sempre scritto poesie”
è la preghiera di salvezza dall’odore di mandorlo in fiore
un respiro di futuro in anticipo negli anni della polvere.
Vero così t’avrei immaginato soltanto
tra le pagine bianche ancora da scrivere.
 .
[…]
 .
(La sera ha sfumature di iris selvatico
tra spine di agave, il ricordo riporta il deserto:
esita un poco la tua voce ed è già abbastanza
per sentire un tremore di terra)
 .
Pietra su pietra è trascorsa anche questa notte.
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angela-greco-angre-ottobre-2016Angela Greco è nata il primo maggio del ‘76 a Massafra (TA), dove vive con la famiglia; ha studiato per diventare perito agrario e ha gettato alle spalle quattro anni di Medicina Veterinaria. Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Lupo Editore, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Edizioni Smasher, 2012 di cui è in preparazione la seconda edizione); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015, con ciclo fotografico realizzato con Giorgio Chiantini); Anamòrfosi (in uscita). Premiata con segnalazione alla XXIX (2015) e alla XXX (2016) edizione del Premio Nazionale di poesia Lorenzo Montano rispettivamente nelle sezioni “Opera edita” e “Una poesia inedita” è presente anche in diverse antologie e su diversi siti e blog. Ha realizzato: Uscita d’emergenza (2014) e Generazione senza (2014), libri d’artista; Irrivelato segreto (2015), opera poetico-fotografica su alluminio; Messa a fuoco (2015), fotografia su legno, per la sensibilizzazione sul tema Ulivo di Puglia. È ideatrice e curatrice del collettivo di poesia, arte e dintorni Il sasso nello stagno di AnGre (ilsassonellostagno.wordpress.com). Tutto quanto è stato scritto sui suoi versi è reperibile all’indirizzo angelagreco76.wordpress.com

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guarda questo articolo anche sulla testata on-line ViviMassafra , che si ringrazia, cliccando QUI

Nella fotografia in basso, partendo da sinistra, in piedi nell’ordine incontriamo: Diana Battaggia, Marco Bellini, Michele Ramondino e Sebastiano Aglieco; sul divano, da sinistra: Ksenja Laginja, Melania Panico, Sabrina Amadori, AnGre  presso Casa delle Arti – Spazio Alda Merini a Milano (fotografia di Francesca Riva).

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Cesare Pavese, Il paradiso sui tetti

Dipinto di Gianni Gianasso

Il paradiso sui tetti

Sarà un giorno tranquillo, di luce fredda
come il sole che nasce o che muore, e il vetro
chiuderà l’aria sudicia fuori del cielo.

Ci si sveglia un mattino, una volta per sempre,
nel tepore dell’ultimo sonno: l’ombra
sarà come il tepore. Empirà la stanza
per la grande finestra un cielo più grande.
Dalla scala salita un giorno per sempre
non verranno più voci, né visi morti.

Non sarà necessario lasciare il letto.
Solo l’alba entrerà nella stanza vuota.
Basterà la finestra a vestire ogni cosa
di un chiarore tranquillo, quasi una luce.
Poserà un’ombra scarna sul volto supino.
I ricordi saranno dei grumi d’ombra
appiattati così come vecchia brace
nel camino. Il ricordo sarà la vampa
che ancor ieri mordeva negli occhi spenti.

[11-16 gennaio 1940]

*

Cesare Pavese, Lavorare stanca 1936-1943, in Le poesie (Einaudi) — immagine: dipinto di Gianni Gianasso, coll.privata.

Per leggere altre due poesie da “Lavorare stanca” in questo blog clicca QUI

 

Per Sassi d’arte fotografiamo una bellissima e anonima croce e sei mesi dopo annunciano che la stessa è opera di Francesco Borromini…

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Per Sassi d’arte fotografiamo una bellissima e anonima croce in Trastevere, semplicemente perché ci piace, e sei mesi dopo annunciano che la stessa è opera di Francesco Borromini…

 “Ritrovata la croce del Borromini” (TG3 Lazio) – E’ opera di Francesco Borromini e del mosaicista G.B. Calandra la straordinaria croce lavorata a micro-mosaico murata a fianco della porta di un’antica chiesetta romana; croce della quale si era persa memoria da quasi quattro secoli. L’opera ritrovata è posta in Santa Maria in Cappella, piccola chiesa situata nel cuore di Trastevere, ancora di proprietà dei principi Doria Pamphilj. La croce fu realizzata nel 1625 per essere collocata, alla chiusura del Giubileo, sull’intonaco della Porta Santa della Basilica Vaticana, impreziosita nel suo disegno dalle api araldiche di Urbano VIII Barberini; venticinque anni dopo, all’apertura del nuovo Giubileo, la croce staccata dal muro, fu donata da Papa Innocenzo X Pamphilj alla nipote Donna Olimpia, che la collocò, quasi come reliquia, in quella piccola cappella dove è visibile ancora oggi, senza attribuirle l’importanza dovuta e farne in tal modo perdere nel tempo la memoria.

Il 1° maggio 2016, passeggiando per Trastevere con Angela (Greco, che in quel periodo era in visita a Roma per il suo compleanno e con la sua famiglia n.d.r.), notammo questa piccola chiesetta e, non conoscendola, decidemmo di visitarla. Inutile dirlo, che ad affascinarci fu proprio questa croce – dal particolare colore azzurro – tanto da scattare diverse foto, ma senza certo immaginare che stessimo ammirando addirittura un’opera di uno dei più importanti architetti del Seicento romano!

Oggi, 8 novembre 2016, il TG3 regionale annuncia il ritrovamento proprio di quella bella croce della chiesetta trasteverina così lontana dai circuiti di massa… Occasione propizia per riflettere sul fatto che le cose belle, anche di fattura anonima, riescono sempre a richiamare l’attenzione, creando quell’emozione di cui indubbiamente si ha ancora bisogno.

Giorgio Chiantini & Angela Greco

s_m_in-cappellafotografie di Giorgio Chiantini 

La Piccola Orchestra Italiana Avion Travel e Il giudizio di Paride – sassi sonori a cura di Giorgio Chiantini

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Quella della Piccola Orchestra Italiana Avion Travel è l’ideale storia di una piccola band che, dopo aver trascorso anni a suonare in piccoli club e teatri, improvvisamente compie il salto di qualità. Nati a Caserta, all’alba degli Ottanta, all’inizio di una delle tante rivoluzioni rock, gli Avion Travel, come allora si chiamavano, sembravano destinati a scomparire dopo una manciata di dischi poco fortunati; invece, nel 1998, si affermano presso il grande pubblico grazie al Festival di Sanremo, dove la loro canzone “Dormi e sogna” viene premiata con il Premio della Critica e della Giuria di Qualità, come migliore musica e migliore arrangiamento. Nel 2000 gli Avion Travel si presenteranno nuovamente alla cinquantesima edizione dello stesso festival e vinceranno a sorpresa con “Sentimento”, brano denso di arrangiamenti raffinati e melodie struggenti, aggiudicandosi ancora il Premio Speciale della Critica e della Giuria di Qualità per le categorie “Migliore Musica” e “Migliore Arrangiamento”. Un successo inaspettato per una band che aveva fatto del suo essere “alternativa” un vanto, ma a volte anche un limite.

Peppe Servillo, più che un leader, è la “faccia” di questo gruppo di musicisti, che veste le canzoni con la particolare mimica del suo volto, raccontandole con poeticità. La Piccola Orchestra corona il suo percorso di ricerca curiosa e indipendente con Bellosguardo, pubblicato nel 1992; un disco che, per la sua specificità e per la sua concentrata bellezza, rappresenta di fatto il manifesto musicale della band. Nel 1993, a seguito dell’incontro con Caterina Caselli e del contratto con la Sugar, esce l’album Opplà, un tassello decisivo nel raffinato mosaico musicale degli Avion Travel, che ottiene buoni riscontri da parte della critica e comincia a schiudere al gruppo le porte del successo. Nell’ottobre del 1995 è la volta di Finalmente Fiori, che si rivela la naturale conclusione del trittico iniziato un anno prima con Bellosguardo.

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a Lecce, Anfiteatro

Nell’estate ’97, gli Avion Travel sono in tour in Italia e all’estero e da questa fitta attività concertistica (più di 200 concerti in due anni) avrà origine il primo album live, Vivo di canzoni. Nel gennaio del 1999 esce l’album Cirano, firmato dal produttore Arto Lindsay, uno dei padri della “no wave” newyorkese di Sonic Youth e Lydia Lunch, musicista eterodosso, militante negli anni Ottanta in tante formazioni rock-jazz e con all’attivo già storiche collaborazioni con David Byrne, Ryuichi Sakamoto, Caetano Veloso e Marisa Monte. Un personaggio intellettualmente conflittuale, che ha coinvolto gli Avion Travel in un gioco nuovo: quello di coniugare l’armonia e il bel canto di Peppe Servillo con le chitarre elettriche e le tastiere trattate alla sua maniera. E’ grazie a questo lavoro che, dopo la tournée nei principali teatri e piazze italiane, La Piccola Orchestra Avion Travel sbarca in Europa, esibendosi con numerosi concerti nei teatri in Germania, Austria, Svizzera, Belgio, Olanda e Spagna. Cresce, nel frattempo, l’interesse per la musica degli Avion Travel anche fuori dal Vecchio Continente, al punto da indurli a realizzare un Best of per il mercato internazionale.

Il bisogno di esplorare nuovi orizzonti musicali spinge il gruppo verso progetti molto diversi fra loro. Le esperienze e le influenze assorbite in questi anni di progetti “paralleli” spingono il gruppo a tornare in studio dopo tre anni, con una nuova importante sfida: un album di canzoni di Paolo Conte, interpretate da loro stessi e registrate sotto la direzione artistica dello stesso Paolo Conte, che ha anche scritto un brano appositamente per questo album (“Il Giudizio di Paride”) e interpretato una strofa di “Elisir”, insieme a Gianna Nannini. L’album Danson Metropoli – Canzoni di Paolo Conte include undici fra i maggiori successi del cantautore astigiano e segna il debutto della nuova formazione degli Avion Travel divenuta un quartetto composto da Peppe Servillo (voce), Fausto Mesolella (chitarra), Mimì Ciaramella (batteria) e Vittorio Remino (basso) – (fonti varie, dal web) -.

A proposito ricordo una loro esibizione presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma, mi sembra nel 2008, nella quale dettero ampia dimostrazione delle loro qualità musicali regalando al pubblico un concerto indimenticabile, una vera e propria epifania musicale.

Il giudizio di Paride, il pezzo proposto in questa sede, scritto e pensato da Conte esclusivamente per il gruppo, è un brano sospeso tra cabaret e canzone napoletana, dove si riconosce subito l’ironia del suo autore. La canzone descrive in maniera burlesca l’episodio che vede Paride impegnato nell’arduo compito di assegnare il pomo di oro alla più bella tra tre dee, Hera, Atena e Afrodite, di cui Peppe Servillo dà una gustosissima interpretazione

by Giorgio Chiantini

Il giudizio di Paride

Delle tre la prima è dolce e paffuta
La seconda ha una classe infinita
E la terza un bell’andar
Leonino e muscolar, cosa devo far?

Me dicettene e’ purta’ un pomo d’oro
E di consegnarlo ad una di loro
Già’ che c’ero n’ accattai
Quattro chili e li guardai
Belli, belli assai

Me, tu devi scegliere me
Il premio lo dai a me

Io m’addimanne e cche’, neh!
Vanno cercanno ste tre

Ho le natiche più tonde del mondo
Ho negli occhi un bel mistero profondo
E io tengo un bell’andar
Leonino e muscolar, tu chi vuo’ premiar?

Statte zitte che pe’ ffa’ a’ pummorola
Comme Zeus commanna int’a casseruola
Ci va il tempo che ci va
Trallallero trallalla’
Oue’ chi vo’ pruva’
Me, dammene nu poco a mme’
‘na cucchiarata, ecche’, neh
Chella lussuria che te,’ oue’
Un ultimo assaggio pe’ mme’

Poi la storia racconto’ tutt’e cose
Di tre dee tutt’e tre vanitose
Che vulettene, vois-la’!
Miss italia organizza’,
Hue’, chi vuo’ mbruglia’?

*

Mariella Colonna, una poesia e due commenti – sassi di versi

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INFANZIA ROMA IO TU
di Mariella Colonna 
.
.
Infanzia oceano
piume colorate di uccelli
rive deserte cieli feriti.
Ignara del male.
Fiori aromi nascere morire
inconsci desideri, è umana pietà, umano destino
cercare soltanto la tua anima nuda
dove numero forma fuoco secoli distanza
toccano come se non toccassero e non bruciassero
questo tuo cuore di poeta e una bimba ferita
desiderando universi, parole, sole, pietre,
gridando al nulla. Bimba errante
in una terra non sua sotto un cielo non mio.
Cittadina del vento lei,
senza giardino e radici
tu io sotto una volta di solitudini
e Roma disfatta
ricca come non mai
fiorisce splende
ai bordi delle strade, in una polla d’acqua
toccata dal sole
e fili d’erba e il resto della vita là dove scorre il fiume
graziata dall’ombra delle parole
siamo qui.
.
.
.

«Infanzia», «Roma», «io tu», sono tre grafemi che formano il titolo di una poesia in verso libero che trova la sua unificazione ritmica e semantica negli equivalenti che si dispongono secondo le esigenze del verso libero per via di contiguità paradigmatica in vista della funzione ritmica e acustica. La tripartizione del titolo in tre grafemi si riverbera nel testo lirico in una pluralità di appercezioni, di sensazioni e di impressioni che conferiscono leggerezza lirica alla lirica tenuta insieme da due verbi all’infinito e da due gerundi, coniugazioni che connotano una stasi dell’azione, una fissità della rammemorazione. (Giorgio Linguaglossa)

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La successione dei primi versi, ai quali va aggiunto anche il titolo, priva di verbi e non per questo meno ricca d’azione e movimento, accelera la lettura, trasporta oltre l’impedimento del foglio dove per forza di cose ha trovato alloggio la poesia. Mariella Colonna tratteggia così l’inizio della più grande delle avventure, la Vita, che tra il quarto ed il quinto verso subito passa dall’infanzia al senso ultimo (Ignara del male. / Fiori aromi nascere morire) in un cortocircuito espresso senza timori nell’antitesi dei due verbi all’infinito – fulcro dell’intero componimento – ad indicare, oltre il modo verbale, appunto, l’eterno accadimento di ogni genere vivente. L’accelerazione del ritmo sembra essere una connotazione di questo componimento e la si ritrova anche in altri versi-sequenza, che riconducono sempre al dualismo bambina-adulta, quindi all’intera esistenza della scrivente; adulta, che diventa poeta con il compito di riunire i diversi tasselli e far convergere le differenti strade verso l’unica meta della consegna di questo scritto-vissuto al lettore e, quindi, ai posteri. Attrae, nonostante una certa pluralità di elementi, che non farebbero certo pensare alla solitudine, il verso in cui quest’ultima fa la sua comparsa, in quella volta di solitudini evocata prima dell’introduzione di una città precisa, identificata col nome proprio, Roma, che dalla biografia dell’autrice sappiamo essere l’approdo dove si è deciso (per forza o per scelta non ci è dato saperlo) di vivere o, meglio, di continuare a vivere, il resto della vita là dove scorre il fiume fino a quel verso finale schietto, breve e dalla voce fortissima, siamo qui, in cui il verbo essere assume tutta la condizione di aver vita, realtà ed esistenza al contempo. (Angela Greco)

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sulla stessa Autrice leggi qui — immagine dal web

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Sophia de Mello Breyner Andresen, Per attraversare con te il deserto del mondo

ÇÊÉÈ

Per attraversare con te il deserto del mondo
.
.
Per attraversare con te il deserto del mondo
Per affrontare insieme il terrore della morte
Per vedere la verità per perdere la paura
A fianco dei tuoi passi ho camminato
.
Per te ho lasciato il mio regno il mio segreto
La mia notte veloce il mio silenzio
La mia perla rotonda ed il suo oriente
Il mio specchio la mia vita la mia immagine
E abbandonai i giardini del paradiso
.
Qui fuori alla luce senza velo del giorno duro
Senza gli specchi vidi che ero nuda
E lo spazio aperto si chiamava tempo
.
Perciò con i tuoi gesti mi vestisti
E imparai a vivere in pieno vento.
.
.
§
.
.
Para atravessar contigo o deserto do mundo
.
.
Para atravessar contigo o deserto do mundo
Para enfrentarmos juntos o terror da morte
Para ver a verdade para perder o medo
Ao lado dos teus passos caminhei
.
Por ti deixei meu reino meu segredo
Minha rápida noite meu silêncio
Minha pérola redonda e seu oriente
Meu espelho minha vida minha imagem
E abandonei os jardins do paraíso
.
Cá fora à luz sem véu do dia duro
Sem os espelhos vi que estava nua
E ao descampado se chamava tempo
.
Por isso com teus gestos me vestiste
E aprendi a viver em pleno vento
.
.

[Sophia de Mello Breyner Andresen, tratta da Livro Sexto, Obra Poética, Editoria -trad.di Roberto Maggiani]

*

Notizie sull’autrice – Sophia de Mello Breyner Andresen è senza dubbio una delle maggiori voci poetiche portoghesi del Novecento. Nacque a Porto, da famiglia aristocratica, il 6 novembre 1919, morì a Lisbona il 2 luglio 2004. Trascorse la sua felice infanzia e la prima giovinezza tra queste due città. Tra il 1940 e il 1942 frequentò un corso di Filologia Classica presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Lisbona, ma senza terminarlo. Sposò il giornalista, politico e avvocato Francisco Sousa Tavares, ragione per la quale si trasferì definitivamente a Lisbona. Dal suo matrimonio ebbe cinque figli, furono la motivazione che la portò a scrivere bellissime favole per bambini. Nel 1944 si affacciò sulla scena letteraria con un libro intitolato semplicemente Poesia, da quel momento la sua carriera poetica fu caratterizzata da un crescendo di popolarità. Divenne una delle figure più rappresentative di una inclinazione politica liberale, denunciando i falsi criteri del regime salazarista e dei suoi seguaci più radicali. Fu fermamente ostile alla dittatura che dominava il suo Paese impegnandosi in una attività di opposizione non violenta, anche sfruttando la diffusione dei suoi libri. Sophia scrisse molte poesie di denuncia, la sua opera Livro Sexto, pubblicata nel 1962, ne fu l’apice, tanto da essere insignita, nel 1964, del Grande Prémio de Poesia da Sociedade Portuguesa de Escritores. Dopo la rivoluzione del 25 aprile 1974, vista la sua attività di antagonista al regime dittatoriale salazarista, venne eletta deputato per l’Assemblea Costituente nelle liste del Partito Socialista, impegnandosi così nella stesura della Costituzione del proprio paese e cercando di promuovere una rivoluzione culturale. Accanto alla produzione poetica, Sophia scrisse anche racconti, testi per il teatro, articoli di opinione, saggi. Tradusse in portoghese vari autori, tra cui Shakespeare, Paul Claudel, Euripide e Dante, per la sua traduzione del Purgatorio di Dante ricevette una medaglia dal Governo italiano. Fu insignita di numerosi premi, particolarmente importanti sono: Prémio Teixeira de Pascoaes (1977),Prémio Camões (1999), Prémio Max Jacob Étranger (2001), Prémio Rainha Sofiade Poesia Iberoamericana (2003) – tratto dal blog di A.Caponnetto

Rembrandt, Lezione di anatomia del dottor Tulp – sassi d’arte

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Rembrandt, Lezione di anatomia del dottor Tulp, 1632

olio su tela, cm 169,5 x 216,5 – firmato e datato “REMBRANDT. F:1632” –  conservato al Mauritshuis dell’Aia.

*

Lo studio dal vero costituisce il punto di partenza dell’arte di Rembrandt, che approda a soluzioni diverse dalla visione analitica e descrittiva della realtà tipica della pittura olandese, orientandosi piuttosto verso una rappresentazione interiorizzata del mondo e delle vicende umane. In quest’opera giovanile, che mostra un approccio ancora scientifico, l’elemento dominante è la piena comprensione del dato naturale, disinvoltamente utilizzato per descrivere una scena incentrata sull’azione del medico e le reazioni del pubblico durante una dissezione. Il dottor Tulp, con il distacco caratteristico dello scienziato, illustra  il sistema nervoso e muscolare del braccio di un cadavere, suscitando la curiosità e lo stupore del folto gruppo di astanti.Con una pennellata accurata che presta un’attenzione particolare agli effetti chiaroscurali della luce, Rembrandt analizza le differenti reazioni psicologiche  degli spettatori e rappresenta oggettivamente la situazione, realizzando un capolavoro del genere del ritratto collettivo. (da Rembrandt – I capolavori dell’arte, Corriere della Sera)

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 ——Approfondimento – Il quadro del 1632, è tra i più noti dell’artista olandese. L’immagine centrale punta su due figure: quella del dottor Nicholas Tulp,  presidente della Gilda dei chirurghi e anatomisti e quella del cadavere di Aris Kindt.

Il dottor Nicholas Tulp, che commissionò il quadro, nacque nel 1593 ad Amsterdam; studiò medicina a Leida ed appartenne all`alta società di Amsterdam. Durante la creazione della tela fece parte del consiglio comunale e fu presidente della Gilda dei chirurghi. Conosciuto per le sue ricerche di anatomia, per primo studiò la struttura della scimmia in confronto con il corpo umano e fu responsabile delle farmacie della sua città; Rembrandt sottolineò l’alta posizione di questo medico, raffigurandolo con un cappello – dato che avere il privilegio di indossare un cappello al chiuso era segno di appartenenza all’alta società – e ponendo alla sua destra sette membri della medesima Gilda dei chirurghi, alla quale fu consegnato il cadavere ritratto anch’esso nel dipinto per la pubblica autopsia. Tale autopsia venne eseguita su Aris Kindt, rapinatore catturato e portato nella prigione di Utrecht dove, nel tentativo di fuggire, ferì gravemente la guardia carceraria e fu condannato per questo all’impiccagione.

rembrandt-a-licao-de-anatomiaCaratteristica inusuale dell’opera è la scelta di Rembrandt di mostrare completamente il cadavere senza coprire testa e occhi, ma ponendo questi ultimi appena in ombra per mezzo del vestito di uno dei testimoni all`autopsia; ciò sembrò una provocazione nel XVII secolo, mentre Rembrandt giocava sul contrasto tra luce ed oscurità, quasi a voler mostrare l’ombra stessa della morte. E’ rilevabile nel dipinto che il braccio sinistro ha lunghezza differente rispetto al braccio destro: forse perché il soggetto era storpio ed il suo corpo sproporzionato, oppure – secondo altre fonti – trattasi di errore artistico, che farebbe emergere la poca competenza in materia di anatomia umana del pittore.  Infine, esistono varie interpretazioni su un’altra interessante peculiarità dell`opera, ovvero il principio del taglio autoptico a partire dall’avambraccio e non già – secondo i canoni medievali delle dissezioni pubbliche che duravano alcuni giorni – dall’addome, per poi proseguire attraverso torace, addome e cranio, e soltanto alla fine, interessare gli arti.

La dissezione dell’avambraccio può essere collegata con la teoria di tale Andreas Vesalius, che rivoluzionò l’anatomia umana, descrivendo l’avambraccio e la mano “come principale strumento medico”; teoria, che un secolo dopo, Tulp acquisì con la finalità di essere considerato il Vesalio del suo tempo. Nei secoli XVI – XVII, quando venivano condotte pubbliche autopsie, il presidente della Gilda dei chirurghi aveva il compito di spiegare che lo studio dell’anatomia era la via per conoscere Dio, considerando la mano come testimonianza più prossima della presenza dello stesso Dio nell’uomo. Tulp, con buona probabilità, fece sue queste nozioni e ciò spiegherebbe anche un certo messaggio religioso del quadro: si credeva che, come il Signore avesse “gestito” il popolo, nel senso di aver fatto eseguire al popolo la sua volontà, così i tendini della mano fossero capaci di gestire le dita. Tulp, con buona probabilità, decise di far adottare al pittore l’idea convenzionale per la quale la scienza del suo tempo doveva dimostrare il potere di Dio sull’uomo. Altre incongruenze anatomiche sono presenti ad un’analisi dettagliata dell’opera, che fanno azzardare l’ipotesi che Rembrandt fosse assente durante l’autopsia, ma nessuna toglie fascino e attrattiva all’opera stessa (notizie tratte ed adattate dal web by Angela Greco).

*

 

P.P.Pasolini, L’alba meridionale da Poesia in forma di rosa

a.

 

L’alba meridionale

Camminavo nei dintorni dell’albergo – era sera –
e quattro o cinque ragazzetti comparvero,
nella pelle di tigre dei prati, senza
una rupe, un buco, un po’di vegetazione
dove ripararsi da eventuali spari: ché
Israele era lì, sulla stessa pelle di tigre,
cosparsa di case di cemento e vani
muretti, come in ogni periferia.
Li raggiunsi, in quell’assurdo punto,
lontano dalla strada, dall’albergo,
dal confine. Fu un’ennesima amicizia,
una di quelle che durando una sera,
straziano poi tutta la vita. Essi,
i diseredati, e, per di più, figli
(che, dei diseredati hanno il sapere
del male – il furto, la rapina, la menzogna –
e, dei figli, l’ingenua idealità
del sentirsi consacrare al mondo),
essi, ebbero subito la vecchia luce d’amore
– come gratitudine – nel fondo degli occhi.
E, parlando, parlando, finché
scese la notte (e già uno mi abbracciava,
dicendo ora che mi odiava, ora che no,
mi amava, mi amava), seppi, di loro, ogni cosa,
ogni semplice cosa. Questi erano gli dei,
o figli di dei, che misteriosamente sparavano,
per un odio che li avrebbe spinti giù dai monti di creta,
come sposi assetati di sangue, sui Kibutz invasori
sull’altra metà di Gerusalemme…
Questi straccioni, che vanno a dormire, ora,
all’aperto, in fondo a un.prato di periferia.
Coi loro fratelli maggiori, soldati
armati di un vecchio fucile e di due baffi
di mercenari rassegnati a vecchie morti.
Questi sono i Giordani terrore di Israele,
questi che davanti a me piangono
l’antico dolore dei profughi. Uno di essi,
deputato all’odio, già quasi borghese (al moralismo
ricattatore, al nazionalismo che sbianca di furore
nevrotico) mi canta il vecchio ritornello
imparato dalla sua radio, dai suoi re –
un altro, nei suoi stracci, ascolta assentendo,
mentre, come un cucciolo, si stringe a me,
non provando altro, nel prato di confine,
nel deserto giordano, nel mondo,
che un misero sentimento di amore.

*

da Poesia in forma di rosa

Pier Paolo Pasolini, Poesie – Edizione Mondolibri su licenza Garzanti Libri 1999

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Tramonta il sole in Occidente – inedito di Angela Greco con commento

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TRAMONTA IL SOLE IN OCCIDENTE

Il giorno nasce con la piega greve
della maschera che ti accompagna
al posto comprato e numerato.
.
L’ attesa si sveste di silenzio. Inizia la rincorsa
a qualunque cielo sia in grado di ascoltare,
ad ogni dio che abbia occhi per i suoi piedi
e per quelle mani che edificano preghiera.
.
La notte ha sbarrato le palpebre;
ha perso le stelle. Si affittano speranze
anche usate, purché risuolate bene.
.
Il nuovo giorno non ha tardato
altri accanto aspettano ancora.
La folla inferocita sentenzia senza esitare
i mezzi di comunicazione di massa annotano
la domanda multipla e l’unisona risposta.
.
A quale regno apparteniamo
quando abbiamo paura
e a chi si deve riconoscenza
del mutato destino
è ora di domandarselo.
L’intima distorsione affligge
genera deformità e cambia connotati
fino al disconoscimento.
.
Giungono tempeste da sud.
Il falco rosso e grigio guarda
immobile dall’alto della pietra
la città piccola
osserva muto
il velo di sabbia sulle parole,
sui silenzi e sulle preghiere:
apre le ali a croce
e segna il cielo.
.
Tramonta il sole in occidente.
.
.
Angela Greco (inedito)
.
.
.

—-In questa poesia di Angela Greco, nel discorso poetico, al modo di raggruppamento del discorso ordinario subentra un modo di raggruppamento insolito. Non appare fondata, qui, l’opinione di Wundt secondo il quale il ritmo poetico è come una sottolineatura, un condensamento, del ritmo del parlato. Il ritmo del parlato è uno di quei fattori, che non dinamizzano (ovvero, non complicano) il discorso, ma esauriscono in sé la loro funzione comunicativa e di sottolineatura, quindi di condensamento del ritmo del parlato, in una certa direzione è possibile forse dirne solo nel caso di una analisi del ritmo della prosa d’arte.

Il ritmo delle proposizioni in questa poesia è uno dei fattori del sistema dinamico del ritmo; in particolare esso si incontra con le articolazioni metriche. Il ritmo di questa poesia, in pratica, è come la risultante di molti fattori, uno dei quali è il ritmo del discorso; se ne deduce, quindi, che la parola poetica è sempre oggetto simultaneo di varie categorie enunciative e ciò complica e deforma singolarmente il modo di enunciare la stessa parola poetica. Ogni coincidenza, che conduce alla concretizzazione della parola poetica può, dunque, essere intesa come facilità di enunciazione ed ogni mancata coincidenza, di contro, come difficoltà.

La caratteristica moto-energetica del ritmo coincide, in questa poesia, anche con la gerarchia degli elementi ritmici, essendo infatti la componente principale del ritmo il metro.

(Giorgio Linguaglossa)

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Oggetto:  Premio Letterario Nazionale “CITTA’ DI MESAGNE”- Comunicazioni ai Concorrenti  XIV ed. : “Come da bando di concorso in data 23.03.2016, parag. 5-6-7, questa Associazione comunica che il Comitato d’Onore-Giuria preposto alla valutazione delle opere pervenute in concorso alla XIVed., analizzandone liberamente e riservatamente tematica, contenuto, stile, forma, originalità e conformità alle modalità di partecipazione, ha ritenuto la Sua lirica “TRAMONTA IL SOLE …” meritevole di 6° (sesto) posto ex-aequo per la Sez.POESIA cat. A – “inediti”

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Norcia, Basilica di San Benedetto – sassi d’arte

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Norcia, Basilica di san Benedetto, corona

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Norcia (Umbria, Italia), Basilica di San Benedetto

(omaggio al nostro Patrimonio artistico duramente provato dal sisma degli ultimi giorni)

Sul lato destro del palazzo comunale vi è la basilica di S.Benedetto. L’ edificio è il risultato di una stratificazione di interventi costruttivi e di restauro avvenuti nel corso dei secoli. La chiesa, secondo la tradizione cristiana, sorge sopra la casa natale del Santo, il cuore della chiesa, nell’area della cripta sono visibili i ruderi di una struttura romana datata intorno al I sec. d.C. L’ accesso alla cripta è consentito attraverso una scala che si apre a sinistra dell’ingresso della basilica. L’ interno, a croce latina, ha subito varie modifiche nel corso dei secoli, e non segue uno stile ben preciso: elementi romanici, gotici e barocchi si mescolano tra loro. Alle pareti si possono ammirare interessanti tele di pittori locali, riguardanti la vita del santo. Da ricordare il dipinto di Filippo Napoletano rappresentante l’incontro tra San Benedetto e Totila del 1621 e La resurrezione di Lazzaro, di Michelangelo Carducci,del 1562. L’esterno della chiesa si presenta con una maestosa facciata (ampiamente restaurata nella parte alta) arricchita da un bel rosone, accompagnato dai simboli dei quattro evangelisti, e da un ricco portale abbellito da rilievi e statue. Uscendo dalla porta principale e volgendo a sinistra, sotto un portico del 1500 si allineano le antiche “Misure” (XIV sec.), grossi recipienti di pietra, usate durante i mercati come unità di misura per le merci. (dal sito norcia.net – in foto, i dettagli della facciata)

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Norcia, Basilica di San Benedetto, rosone

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dettagli lato sinistro

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dettagli lato destro

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Il sasso nello stagno di AnGre è vicino alle popolazioni colpite dal sisma, che nella prima mattinata del 30 \ 10 \’16 ha abbattuto un’importante parte della nostra storia dell’arte e non solo. Portiamo in noi queste immagini per raccontarle a chi verrà…

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