Osip Mandel’štam, A Pietroburgo ci incontreremo di nuovo

Osip Mandel’štam (1891–1938) è stato un poeta, letterato e saggista russo. Prosatore e saggista, esponente di spicco dell’acmeismo e vittima delle Grandi Purghe staliniane «è stato uno dei grandi poeti del XX secolo».

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Riproponiamo A Pietroburgo ci incontreremo di nuovo nella traduzione di A.M.Ripellino.

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A Pietroburgo ci incontreremo di nuovo
come se vi avessimo sepolto il sole,
e una beata insensata parola
per la prima volta pronunceremo.

Nel nero velluto della notte sovietica,
nel velluto del vuoto universale,
cantano sempre i cari occhi di donne beate,
sempre fioriscono fiori immortali.

Come una gatta selvatica s’inarca la capitale,
sul ponte sta una pattuglia,
soltanto un cattivo motore corre nella nebbia
e grida dannatamente, come un cuculo.

Io non ho bisogno del lasciapassare notturno,
non ho paura delle sentinelle:
per una beata insensata parola
io pregherò nella notte sovietica.

Sento un leggero fruscio teatrale
e un ah! di fanciulle –
e un mucchio enorme di rose immortali
sta tra le braccia di Ciprigna.

Ad un falò noi ci riscaldiamo dalla noia,
forse i secoli trascorreranno,
e le leggiadre braccia di donne beate
raccoglieranno la leggera cenere.

Chissà dove, le aiuole rosse della platea,
fastosamente rigonfi gli stipi dei palchi,
la bambola a molla di un ufficiale;
non per le anime nere e per i vili santoni…

Ebbene, spegni, ti prego, le nostre candele
nel nero velluto del vuoto universale,
cantano sempre le sode spalle di donne beate,
ma non ti accorgerai del sole notturno.

 25 novembre 1920

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В Петербурге мы сойдёмся снова

В Петербурге мы сойдёмся снова,
Словно солнце мы похоронили в нём,
И блаженное, безсмысленное слово
В первый раз произнесём.
В чёрном бархате советской ночи,
В бархате всемирной пустоты,
Всё поют блаженных жён родные очи,
Всё цветут безсмертные цветы.

Дикой кошкой горбится столица,
На мосту патруль стоит,
Только злой мотор во мгле промчится
И кукушкой прокричит.
Мне не надо пропуска ночного,
Часовых я не боюсь:
За блаженное, безсмысленное слово
Я в ночи́ советской помолюсь.

Слышу лёгкий театральный шорох
И девическое «ах» —
И безсмертных роз огромный ворох
У Киприды на руках.
У костра мы греемся от скуки,
Может быть, века́ пройдут,
И блаженных жён родные руки
Лёгкий пепел соберут.

Где-то грядки красные партера,
Пышно взбиты шифоньерки лож,
Заводная кукла офицера —
Не для чёрных душ и низменных святош…
Что ж, гаси, пожалуй, наши свечи
В чёрном бархате всемирной пустоты.
Всё поют блаженных жён крутые плечи,
А ночного солнца не заметишь ты.

25 ноября 1920
immagine d’apertura: foto di Pavel Borisovich

8 marzo 2012 – 2022:

Il sasso nello stagno di AnGre compie 10 anni!!! 

Grazie di cuore a tutti per l’affetto e la stima 

Osip Mandel’štam, due poesie

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Osip Mandel’štam (Varsavia, 1891 – Vladivostok, 1938), due poesie

*

[Mi lavavo all’aperto che era notte]

Mi lavavo all’aperto ch’era notte;
di grezze stelle ardeva il firmamento.
Il loro raggio è sale a fior d’ascia; la botte
colma, orli rasi, ghiaccia e si rapprende.

La porta del cortile è ben sprangata;
dura è la terra, secondo coscienza.
Rintraccerai a stento piú puro ordito della
verità d’una tela di bucato.

Si disfa come sale, nella botte, una stella;
piú buia è l’acqua gelida, piú pura
la morte, piú salata la sventura,
ed è piú onesta e paurosa la terra.

da “Ottanta Poesie”, Einaudi, 2009, trad. di Remo Faccani.

~

Notre Dame

Dove il giudice di Roma giudicava gente straniera, –
Si erge un duomo, e gioioso e primo,
Come un tempo Adamo, tendendo i nervi,
Gioca con i muscoli la volta a crociera.

Ma si tradisce all’esterno il segreto piano:
Qui la forza si prende cura degli archi,
Perché non si frantumi la massiccia parete,
E della proterva volta resta inattivo l’ariete.

Labirinto irruente, bosco impenetrabile,
Dell’anima gotica ragionevole abisso,
Potenza egizia e cristiana timidezza,
Un giunco e una quercia, e ovunque il re e il piombino.

Ma quanto più attento, rocca di Notre Dame,
Io studiavo le tue costole mostruose, –
Tanto più spesso pensavo: da una cattiva gravezza
Anch’io un giorno creerò belle cose.

da “30 poesie scelte“, CFR, 2014, trad. di Paolo Statuti

*

In apertura: René Magritte, Il modello rosso, 1935 – Olio su tela, cm 56×46 – Paris, Musée National d’Art Moderne

Osip Ėmil’evič Mandel’štam, Tristia

Tristia di Osip Ėmil’evič Mandel’štam

1
Ho imparato la scienza dell’addio
dai gemiti in capelli della notte.
Ulula il lupo e gocciola l’attesa,
delle urbane vigilie ultima ora.
Di quella notte onoro il rito, quando
del duolo delle strade alzando il peso,
guardavan lungi umidi occhi e a pianto
di femmine si univa inno di musa.
.
.
2
Chi può sapere della parola addio
quale distacco il fato ci prepara,
quel che il canto del gallo a noi predice
allorquando un incendio arde l’Acropoli:
e perché all’alba d’una nuova vita,
del lupo al lungo ululo nel buio,
il gallo araldo della nuova vita
le ali sbatte sul cerchio delle mura.
.
.
3
Io amo le abitudini del filo:
il fuso ordisce, ronza l’arcolaio.
Quasi peluria candida di cigno,
ecco giungere Delia a piedi nudi.
Debole tronco della nostra vita,
com’è scarna la lingua della gioia.
Tutto già fu ed ancora si ripete.
Ma il riconoscimento è sempre dolce.
.
.
4
Così sarà: la diafana figura
sta sulla pura creta del vassoio,
quasi vello trafitto di candore.
Guarda china la cera una fanciulla.
Per noi è chiuso l’Erebo dei Greci:
cera s’addice a donne, bronzo agli uomini.
Guerra è il nostro destino: a loro è dato
sortilegi di trarre e di morire.

*

“Tristia” è un poemetto eponimo della raccolta omonima, dove si allude al costume delle fanciulle russe di trarre oroscopi dalle figure formate nell’acqua dalla cera fusa.

[da Il fiore del verso russo a cura di R.Poggioli, Passigli Editori]

*

Osip Ėmil’evič Mandel’štam (in russo Осип Эмильевич Мандельштам) è stato un poeta russo, esponente di spicco dell’acmeismo e vittima delle Grandi purghe staliniane. Mandel’štam nacque a Varsavia il15 gennaio 1891 da una benestante famiglia ebraica, che poco dopo la nascita del futuro poeta si trasferì a San Pietroburgo. Nel 1900 Mandel’štam si iscrisse alla prestigiosa scuola Teniševskij, sul cui annuario, nel 1907, apparve la sua prima poesia. Nel 1908 decise di entrare alla Sorbona di Parigi per studiare letteratura e filosofia, ma già l’anno seguente si trasferì all’Università di Heidelberg per poi passare, nel 1911, a quella di San Pietroburgo. Sempre nel 1911 si covertì al Cristianesimo metodista.

Nel 1911 aderì alla “Gilda dei poeti”; intorno a questo gruppo si sviluppò il movimento letterario dell’Acmeismo: Mandel’štam fu, nel 1913 tra gli autori del manifesto della corrente, pubblicato solo nel 1919. Nello stesso annò pubblicò la sua prima raccolta di poesie, La pietra. Nel 1922 si trasferì a Mosca con la moglie, mentre a Berlino veniva pubblicata la sua seconda raccolta, Tristia. In seguito, e per diversi anni, trascurò la poesia per dedicarsi principalmente a saggistica, critica letteraria, memorie (Il rumore del tempo e Fedosia, entrambe del 1925), e brevi testi in prosa (Il francobollo egiziano, 1928). Per sostenersi, eseguì numerose traduzioni e collaborò con un giornale.

Le tendenze anticonfromiste e di critica al sistema staliniano di Mandel’štam, che pure nei primi anni aveva convintamente aderito al Bolscevismo, deflagrarono nel novembre del 1933, quando compose e diffuse il celebre Epigramma di Stalin. Sei mesi più tardi fu arrestato una prima volta, ma scontò la condanna al campo di lavoro; venne tuttavia inviato con la moglie al confino sugli Urali e, in seguito, dopo un suo tentativo di suicidio, la pena fu attenuata e si ridusse al divieto di ingresso nelle grandi città e sempre con la moglie scelse di stabilirsi a Voronež. Nel 1938 dopo essere stato arrestato nuovamente fu condannato ai lavori forzati e trasferito nell’estremità orientale della Siberia. Morì a fine dicembre nel gulag di Vtoraja rečka, un campo di transito presso Vladivostok, ufficialmente a causa di una non meglio specificata malattia. Il suo ricordo fu conservato, per lungo tempo clandestinamente, dalla moglie Nadežda, che aveva imparato a memoria numerosi testi poetici del marito. (da Wikipedia)

Osip Mandel’štam , A Pietroburgo ci incontreremo di nuovo – traduzione di A.M.Ripellino

Osip Mandel’štam (Varsavia, 15 gennaio 1891 – Vladivostok, 27 dicembre 1938)

 A Pietroburgo ci incontreremo di nuovo (trad.di A.M.Ripellino)

A Pietroburgo ci incontreremo di nuovo
come se vi avessimo sepolto il sole,
e una beata insensata parola
per la prima volta pronunceremo.

Nel nero velluto della notte sovietica,
nel velluto del vuoto universale,
cantano sempre i cari occhi di donne beate,
sempre fioriscono fiori immortali.

Come una gatta selvatica s’inarca la capitale,
sul ponte sta una pattuglia,
soltanto un cattivo motore corre nella nebbia
e grida dannatamente, come un cuculo.

Io non ho bisogno del lasciapassare notturno,
non ho paura delle sentinelle:
per una beata insensata parola
io pregherò nella notte sovietica.

Sento un leggero fruscio teatrale
e un ah! di fanciulle –
e un mucchio enorme di rose immortali
sta tra le braccia di Ciprigna.

Ad un falò noi ci riscaldiamo dalla noia,
forse i secoli trascorreranno,
e le leggiadre braccia di donne beate
raccoglieranno la leggera cenere.

Chissà dove, le aiuole rosse della platea,
fastosamente rigonfi gli stipi dei palchi,
la bambola a molla di un ufficiale;
non per le anime nere e per i vili santoni…

Ebbene, spegni, ti prego, le nostre candele
nel nero velluto del vuoto universale,
cantano sempre le sode spalle di donne beate,
ma non ti accorgerai del sole notturno.

 25 novembre 1920

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В Петербурге мы сойдёмся снова

В Петербурге мы сойдёмся снова,
Словно солнце мы похоронили в нём,
И блаженное, безсмысленное слово
В первый раз произнесём.
В чёрном бархате советской ночи,
В бархате всемирной пустоты,
Всё поют блаженных жён родные очи,
Всё цветут безсмертные цветы.

Дикой кошкой горбится столица,
На мосту патруль стоит,
Только злой мотор во мгле промчится
И кукушкой прокричит.
Мне не надо пропуска ночного,
Часовых я не боюсь:
За блаженное, безсмысленное слово
Я в ночи́ советской помолюсь.

Слышу лёгкий театральный шорох
И девическое «ах» —
И безсмертных роз огромный ворох
У Киприды на руках.
У костра мы греемся от скуки,
Может быть, века́ пройдут,
И блаженных жён родные руки
Лёгкий пепел соберут.

Где-то грядки красные партера,
Пышно взбиты шифоньерки лож,
Заводная кукла офицера —
Не для чёрных душ и низменных святош…
Что ж, гаси, пожалуй, наши свечи
В чёрном бархате всемирной пустоты.
Всё поют блаженных жён крутые плечи,
А ночного солнца не заметишь ты.

25 ноября 1920
immagine d’apertura: foto di Pavel Borisovich

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Osip Mandel’štam, versi da Libertà al crepuscolo

Emil Nolde - Ponte sull'Elba per Il sasso nello stagno di AnGre
Emil Nolde, Ponte sull’Elba
dipinto ad acquerello – Kunstmuseum, Collezione Sprengel, Hannover

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Per qualche tempo ancora proverò meraviglia

del mondo, dei bambini, della neve,

ma come una strada è aperto il mio sorriso,

non docile, non servo …

 

[1936]

 

*    *    *

 

Lo dirò in brutta copia, a fior di labbra,

ché non è ancora venuto il momento:

il gioco del cielo irresponsabile

si attinge col sudore e l’esperienza …

 

E sotto il cielo dimentichiamo spesso

– sotto un purgatoriale cielo effimero –

che il felice deposito celeste

è una mobile casa della vita.

 

[1937]

 

*    *    *

 

Quanto vorrei, oh quanto

– non visto, non sentito –

volare dietro a un raggio

là dove non esisto.

 

E tu nel cerchio irradia –

non c’è altra beatitudine –

e da una stella impara

che significhi luce.

 

Ciò che ti voglio dire

è che sto bisbigliando

e sottovoce affido

te, mia bambina, a un raggio.

 

[1937]

 

*

da Osip Mandel’štam, Libertà al crepuscolo, a cura di Remo Faccani – Un secolo di poesia a cura di Nicola Crocetti, edizione speciale per Corriere della Sera 2012 (pubblicato su licenza di Giulio Einaudi editore S.p.A., Torino)