Franco Fortini, due poesie: Ultime sulle rose, I lampi della magnolia

per-il-sasso-nello-stagno-di-angre

Ultime sulle rose

Quando da qui si guarda l’età del passato
veramente diventa possibile l’amore.
Mai così belli i visi e veri i pensieri
come quando stiamo per separarci, amici.
Esercizio della ragione e sentimento
sono due cose e vivacemente si legano
come la rosa è forma di mente e stupore.
.
.
– da La poesia delle rose, 1962 in Una volta per sempre (1960-62) –
.
.
.
I lampi della magnolia 
.
Vorrei che i vostri occhi potessero vedere
questo cielo sereno che si è aperto,
la calma delle tegole, la dedizione
del rivo d’acqua che si scalda.
.
La parola è questa: esiste la primavera,
la perfezione congiunta all’imperfetto.
Il fianco della barca asciutta beve
l’olio della vernice, il ragno trotta.
.
Diremo più tardi quello che deve essere detto.
Per ora guardate la bella curva dell’oleandro,
i lampi della magnolia.
.
.
– da Il vero che è passato, in Paesaggio con serpente (versi 1973-1983) –
.
.
.
Franco Fortini, Tutte le poesie, a cura di Luca Lenzini (OscarMondadori)
immagine: a sinistra, Salvador Dali, Enigma of the Rose ; a destra, Magnolia, pittura stampata su tela tradizionale cinese.
.

Quattro sassi con…autori contemporanei in 4 poesie: Pierluigi Cappello

Quattro sassi con…autori contemporanei in 4 poesie: Pierluigi Cappello
(8 agosto 1967 – 1 ottobre 2017)

PIOVE

Piove, e se piovesse per sempre
sarebbe questa tua carezza lunga
che si ferma sul petto, le tempie;
eccoci, luccicante sorella,
nel cerchio del tempo buono, nell’ora
indovinata
stiamo noi, due sguardi versati in un corpo,
uno stare senza dimora
che ci fa intangibili, sottili come un sentiero
di matita
da me a te né dopo né dove, amore,
nello scorrere
quando mi dici guardami bene, guarda:
l’albero è capovolto, la radice è nell’aria.

.

LETTERA PER UNA NASCITA

Scrivo per te parole senza diminutivi
senza nappe nè nastri, Chiara.
resto un uomo di montagna,
aperto alle ferite,
mi piace quando l’azzurro e le pietre si tengono
il suono dei “sì” pronunciati senza condizione,
dei “no” senza margini di dubbio;
penso che le parole rincorrano il silenzio
e che nel tuo odore di stagione buona
nel tuo sguardo più liscio dei sassi di fiume
esploda l’enigna del “sì” assordante che sei.

Scriverti è facile; e se potessi verserei
la conoscenza tutta intera delle nuvole
la punteggiatura del cosmo
la forza dei sette mari, i sette mari in te
nel bicchiere dei tuoi giorni incorrotti.

Ma non sono che un uomo, e quest’uomo
ti scrive da un tavolo ingombro
e piove, oggi, e anche la pioggia ha le sue beatitudini
sulla casa dalle grondaie rotte
quando quest’uomo ti pensa e fra tutte le parole da scegliere
non sa che l’inciampo nel dire come si resta
e come si preme
nel mistero del giorno nuovo in te
che prima non c’era
adesso c’è.

.

GERICO

È raro sentire cantare in strada
molto più raro sentire fischiare
o fischiettare
se qualcuno lo fa
l’aria sembra fargli spazio
ti sembra che un refolo muova
la flora dei tuoi pensieri
ti metta dove prima non eri;
ma come passa chi fischia
la noia stende le vertebre al sole
e tu rientri dov’eri
dietro il douglas dei serramenti
dentro il livore
degli appartamenti
al tango delle dita sul tavolo ti chiedi
da quali trombe scosse
scrollate le mura
per quali brecce potremo vedere
– fresca –
come un sogno appena sbucciato
la terra che calpesteremo, allegri.

.

PAROLE POEVERE

Uno, in piedi, conta gli spiccioli sul palmo
l’altro mette il portafoglio nero
nella tasca di dietro dei pantaloni da lavoro.

Una sarchia la terra magra di un orto in salita
la vestaglia a fiori tenui
la sottoveste che si vede quando si piega.

Uno impugna la motosega
e sa di segatura e stelle.

Uno rompe l’aria con il suo grido
perché un tronco gli ha schiacciato il braccio
ha fatto crack come un grosso ramo quando si è spezzato
e io c’ero, ero piccolino.

Uno cade dalla bicicletta legata
e quando si alza ha la manica della giacca strappata
e prova a rincorrerci.

Uno manda via i bambini e le cornacchie
con il fucile caricato a sale.

Uno pieno di muscoli e macchie sulla canottiera
Isolina portami un caffé, dice.

Uno bussa la mattina di Natale
con una scatola di scarpe sottobraccio
aprite, aprite. È arrivato lo zio, è arrivato
zitto zitto dalla Francia, dice, schiamazzando.

Una esce di casa coprendosi un occhio con il palmo
mentre con l’occhio scoperto piange.

Una ride e ha una grande finestra sui denti davanti
anche l’altra ride, ma non ha né finestre né denti davanti.

Una scrive su un involto da salumiere
sono stufa di stare nel mondo di qua, vado in quello di là.

Uno prepara un cartello
da mettere sulla sua catasta nel bosco
non toccarli fatica a farli, c’è scritto in vernice rossa.

Uno prepara una saponetta al tritolo
da mettere sotto la catasta e il cartello di prima
ma io non l’ho visto.

Una dà un calcio a un gatto
e perde la pantofola nel farlo.

Una perde la testa quando viene la sera
dopo una bottiglia di Vov.

Una ha la gobba grande
e trova sempre le monete per strada.

Uno è stato trovato
una notte freddissima d’inverno
le scarpe nella neve
i disegni della neve sul suo petto.

Uno dice qui la notte viene con le montagne all’improvviso
ma d’inverno è bello quando si confondono
l’alto con il basso, il bianco con il blu.

Uno con parole proprie
mette su lì per lì uno sciopero destinato alla disfatta
voi dicete sempre di livorare
ma non dicete mai di venir a tirar paga
ingegnere, ha detto. Ed è già
il ricordo di un ricordare.

Uno legge Topolino
gli piacciono i film di Tarzan e Stanlio e Ollio
e si è fatto in casa una canoa troppo grande
che non passa per la porta.

Uno l’ho ricordato adesso adesso
in questo fioco di luce premuta dal buio
ma non ricordo che faccia abbia.

Uno mi dice a questo punto bisogna mettere
la parola amen
perché questa sarebbe una preghiera, come l’hai fatta tu.

E io dico che mi piace la parola amen
perché sa di preghiera e di pioggia dentro la terra
e di pietà dentro il silenzio
ma io non la metterei la parola amen
perché non ho nessuna pietà di voi
perché ho soltanto i miei occhi nei vostri
e l’allegria dei vinti e una tristezza grande.

da “Mandate a dire all’imperatore”

.

Pierluigi Cappello (Gemona del Friuli, 8 agosto 1967 – Cassacco, 1° ottobre 2017) è stato un poeta italiano. Ha scritto numerose opere in lingua friulana, rientrando nell’omonima letteratura. Originario di Chiusaforte, dove ha trascorso la fanciullezza, dopo aver compiuto gli studi superiori a Udine, ha frequentato la facoltà di Lettere presso l’Università di Trieste. Nel 1999 assieme a Ivan Crico ha ideato, e diretto per diverso tempo, La barca di Babele, una collana di poesia edita dal Circolo Culturale di Meduno, che accoglie autori noti dell’area friulana, veneta e triestina. È poi vissuto a Cassacco, dove scriveva e dove era impegnato in un’intensa attività artistica e di diffusione della cultura anche nelle scuole e all’università. Numerosi i premi nazionali vinti con i suoi libri di versi enotevole anche la sua opera di prosatore e traduttore. Ha pubblicato: in poesia, Le nebbie (Campanotto, Udine 1994); La misura dell’erba (I. M.Gallino, Milano 1998); Il me Donzel (Boetti, Mondovì 1999); Amôrs (Campanotto, Udine 1999); Dentro Gerico (La Barca di Babele, Circolo Culturale di Meduno, Pn, 2002); Dittico (Liboà editore in Dogliani, Cn, 2004); Assetto di volo (Crocetti Editore, Milano 2006); Mandate a dire all’imperatore (Crocetti Editore, Milano 2010); Azzurro elementare. Poesie 1992-2010 (BUR contemporanea, Rizzoli, Milano, luglio 2013); Ogni goccia balla il tango. Rime per Chiara e altri pulcini (Illustrazioni di Pia Valentinis, Rizzoli, Milano, settembre 2014); Stato di quiete, Poesie 2010-2016 (BUR contemporanea, Rizzoli, Milano 2016). In prosa: Il dio del mare (Lineadaria Editore, Biella 2008); Questa libertà (Rizzoli, Milano, settembre 2013); Il dio del mare (BUR contemporanea, Rizzoli, Milano 2015).

L’immagine del poeta è condivisa da lastampa.it; per i testi si ringrazia il blog Almerighi.

Quattro sassi con…autori contemporanei in quattro poesie: Luigi Paraboschi

Quattro sassi con…autori contemporanei in quattro poesie: Luigi Paraboschi

Vanità

ci sono mattine nel centro
di questa città impiombata
.
che mi vedo passare
e mi specchio nel vetro
dei negozi deserti.
.
Il mio corpo riflesso ritrova
la sagoma che nella notte sfioravi,
.
ravvivo i capelli con un tocco
mi discosto di un passo
prima che l’autobus fermi.
.
……………………– hai ragione-
convengo,
ho caviglie sottili che slanciano
in pieno le gambe ed il piede
.
e ripenso alla cura che
impieghi nello spogliarmi
.
.

.

Un gioco di parole

nelle stelline dei gerani a pioggia
nel rosso dell’ ibiscus
………………………….bocca aperta
ritrovo la passione del tuo ventre
.
nel girasole la tua abbronzatura.
.
Sei l’estate del mio corpo
che ti sfiora fin dal mattino
quando l’aria mi frizza nelle vene
.
le strade sono pensieri netti
ed i semafori sempre rossi
per lasciarmi il tempo di sostare
nel ricordo della tua risata
.
la sera che dicesti seria-seria
.
……………………“ dovrò farmi un avvocato “
.
pensando ai tuoi problemi di divorzio,
ed io ti chiesi maliziosa,
giocando su quel
……………………………… – farmi? –
.
– io non ti basto più? –
.
.

.

Gatte come noi

mi bastava anche un poco di pietà sodale
quei barlumi di tenerezza intermittente
…………………………………………..che donavi
quando l’anima nera non ti soffocava
…………………………………………….ma ora
…………….che non ti sei portata via
neppure la certezza della tua fragilità
.
davvero credi che senza com-passione
potrai sopportarti mentre sorseggi
……………………………………………..con avidità
il dolore delle foglie
……………………. quando ingrigiscono le strade ?
.
Come camminerai senza gli archi delle illusioni
e senza i ponti tra le nostre esistenze così ombrose ?
.
Non c’è rancore in questo avvilupparmi
come bruco che non sarà mai farfalla
né sarò uovo d’aquila,
………………………………………… sono piena
della stanchezza che hanno i pesci
quando boccheggiano nel retino fuori dall’acqua
.
sono ala di pipistrello in fondo alla grondaia
dopo tanto battere invano alla persiana.
.
Ma non bussare più
……………………………………….se mai l’ hai fatto
ai vetri della cella dove mi sono chiusa
non aprirò neppure per arieggiare i crisantemi
.
perché anche i cavalli, le mucche e i cani
hanno bisogno d’un cavezza, magari lenta
.
…………………………………………solo le gatte
…………………………………….come tu ed io siamo
.
cercano una zampa tenera
che faccia una carezza senza gli artigli
mentre passeggiano da sole sopra i muri
quando la luna affila ed affina i sensi.
.
.

.

Ancora mi perdo in te

sei la risposta alla muta invocazione
tu che conosci il macerare del corpo
nel lenzuolo e l’ondeggiare del capo
sul cuscino, l’assalto della memoria
ad occhi che solo il buio sanno intuire
.
e quando la mia mano ti sublima
torni violenta nello spasimare
sei finalmente guizzo di fiamma
che m’accende, e si ripete in solitaria
ascesa l’inseguimento dietro
una speranza assurda e monca
.
ma la tua pelle manca al mio girovagare
attorno ai bordi di quel laghetto
e quando esplode la meraviglia
di luce a pioggia, quando urli
tra i miei denti la solitudine di questa
condizione, rinnovi la mia giovinezza.
 .
*

…….Luigi Paraboschi, classe 1938, piacentino di nascita e residente in un piccolo comune della stessa provincia, dopo aver viaggiato per lavoro, oggi è in pensione e si occupa della famiglia, del giardino di casa e di poesia, collaborando con il sito Versante Ripido di cui è membro della redazione. Acuto ed arguto osservatore di questo tempo, ama la poesia e l’arte contemporanea e nel web, in uno dei suoi commenti si legge: “[…] mi commuove molto di più Hopper di quando non sappia fare Raffaello con la sua perfezione, che non dice nulla al mio cuore di uomo del 2000. Mi intriga più una rivisitazione di Bacon che il vero Velasquez al quale egli si ispira; mi fa tremare più un paesaggio di Morandi che il trionfo della nuvola di Constable e mi turba di più “il canto notturno” di Leopardi che i voli astrusi di Sanguineti in Laborintus. E ancora sulla poesia, confesso che leggere qualcosa della Szymborska, mi coinvolge molto molto di più che tornare a leggere i Sepolcri di Foscolo, o quelli di Byron, perché pur essendo io un “vecchio” ritengo che la poesia debba esprimersi con il linguaggio del proprio tempo e, soprattutto, sono convinto.” (dal sito Poliscritture, gennaio 2016).

Le quattro poesie più una che oggi leggiamo su Il sasso nello stagno di AnGre evidenziano bene innanzitutto la capacità che Paraboschi ha di ascoltare, rimanendo sulla soglia del buongusto e della tentata obiettività, il tempo che gli accade intorno, di partecipare allo stesso con garbo ed una ormai non più usuale gentilezza, che lo rendono quasi estraneo al modo di porsi che ci aggredisce quotidianamente. Luigi Paraboschi non nasconde una sensibilissima partecipazione all’evento poetico, prendendo alla lettera quanto Pessoa nella sua “Autopsicografia” afferma: il poeta è un fingitore e nello specifico Paraboschi assume non solo il sentire dei personaggi, che nel primo gruppo di quattro poesie ci presenta, ma finanche la fisicità, la fisiologia e la fisionomia, parlando con voce, pensieri e gesti al femminile, da donna, ma non solo, rivolgendosi finanche ad un’altra donna, in una condizione lontanissima dalla propria, quindi, ma lucida e assimilata nel dettaglio che coinvolge e meraviglia il lettore. Una capacità inusuale di abbandonare se stesso per entrare letteralmente nell’altro (nell’altra in questo caso), calandosi in un vissuto che, sebbene sia in parte o del tutto inventato, ma questo non inficia sull’esito, non esclude nessun aspetto sia positivo che negativo, frutto senza dubbio di acuta osservazione, di una empatia stra-ordinaria e di una capacità di introspezione non indifferente.

Le poesie dedicate all’amore saffico e scritte calandosi nei panni di una donna, accarezzano con la malia propria del genere muliebre, affidandosi talvolta anche ad alcuni cliché (il gatto ad esempio), che, però, non distraggono il lettore, perché utilizzati per ampliare la visione tramite il sapiente uso della metafora. Metafora, che raggiunge un notevole esito nella quinta poesia di questa breve antologia, “Requiem per due lampadine fulminate”, in cui l’autore circoscrive nell’immagine delle due lampadine ormai fuori uso un rapporto di coppia giunto al capolinea, inserendovi con dovizia tutti gli elementi utili al lettore per immaginare il corso di questa storia d’amore, mantenendo salda la capacità di non indulgere sul lirismo o su eccessi di romanticismo, ma inglobando anche quegli aspetti più duri che inevitabilmente la vita comporta e che questo autore ha scelto, con plauso, di non escludere dalla sua poesia; poesia che per Luigi Paraboschi comunque comporta il vivere e l’aver vissuto, senza troppo spazio per elementi imaginifici e non concreti. [Angela Greco]

Requiem per due lampadine fulminate

I tuoi silenzi d’ossidiana sono come il gelo nelle grondaie
di Pietroburgo che inizia con novembre e dura fino a marzo
ed è inverno anche sulle imposte di questa casa sugli Appennini
ove pronuncio parole acciottolate nella sera di mezza estate
e m’illudo che rassomiglino a preghiere, ma sorridono
i miei Penati perché nulla dei nostri crucci li coinvolge,
.
restiamo solamente tu ed io e le nostre deboli volontà
per allargare questo vallo di Adriano ed allagarlo poi
senza il conforto di credere più alle parole
che non sappiamo più scrivere ed imbucare,
forse le pensiamo ma le lasciamo scorrere giù dai vetri
sperando che il disgelo che verrà ce le riconsegni intatte.
.
Qui resto con le labbra dubitanti, e sgretolo di te
ogni dolcezza, qui scavo fosse ove seppellisco
versi sulle nostre stagioni di aspra lontananza
ed ora il mio pacemaker quasi non manda più impulsi
troppi sono i bypass per i tubi incrostati della memoria.
.
E’ ora di staccare i fili del mio monitor, anche s’è
ancora viva sullo schermo la riga lunga della tua risata,
non mi so decidere a premere il pulsante off, forse tu
l’ hai già fatto, ma io ti conservo in vita come si fa
talvolta con quelle lampadine che ci appaiono fulminate
e poi, se le scrolli un poco tra le mani, i fili prendono
la corrente e si fa luce attorno, anche se per poco.
.

Fabio Vicari legge Naufragi di Giuseppe Schembari

Giuseppe Capogrossi - Superficie 56

Il sasso nello stagno di AnGre propone ai suoi lettori le prime pagine dell’attenta lettura di Naufragi di Giuseppe Schembari, a cura di Fabio Vicari, docente trapiantato al Nord per lavoro, ma nato a Perugia (dove ha vissuto i primissimi mesi di vita) da  genitori siciliani e, come si apprende dalle sue stesse parole, “siciliano a tutti gli effetti, fuorché anagraficamente”: un pregevole contributo scritto con perizia e passione che, con stima, illustra l’ultima silloge edita del poeta ibleo (sull’argomento leggi anche qui e qui) . Buona lettura!

∼∼∼


Leggendo “NAUFRAGI” di Giuseppe Schembari (Sicilia Punto L, 2015)

 ANDATA E RITORNO SENZA SCONTI – Appunti di viaggio di Fabio Vicari

NOTE PER IL LETTORE: Nei riferimenti di questo testo ho usato: ASZ = Al di sotto dello zero, Sicilia Punto L, 1989, primo testo edito dell’autore, che qui mi è tornato utile riprendere; mentre i versi senza sigla si riferiscono all’ultima raccolta Naufragi (Sicilia Punto L, 2015). Ho attribuito a queste mie flessioni dei titoletti; lascio, poi, ad ognuno il piacere di leggere, rileggere e approfondire dai testi per trovare nuovi spunti e sollecitazioni. Per accostarsi a questa silloge forse valgono nella sostanza, più che tante parole, il titolo dato dal poeta, Naufragi, ed il titolo di questi stessi miei appunti, Andata e ritorno senza sconti. Auguro che questa disamina desti curiosità e voglia di avere materialmente il libro tra le mani e rechi un emozionante ricordo a quanti ne hanno già apprezzato i versi. (Fabio Vicari)
  • QUESTIONE DI SCELTE

Giuseppe Schembari ci invita a compiere un viaggio in salita che parte dall’Abisso e, attraverso i naufragi, sensibilmente impressi nel reale, ci conduce nel suo personale quadro esistenziale, dove si alternano luci e ombre, tepore e gelo della contemporaneità soffocante in cui “Non c’è bisogno di guide / per rifugi vicini” (da “Un rebus” pag. 27).

Perché l’autore ha scelto, nel vasto mare della sua variegata produzione, proprio queste poesie per comporre la sua ultima silloge? Rispondere farà capire il senso del suo naufragare, quello del suo approdo e, più in generale, i modi e i contenuti del suo comunicare.

Leggiamo Bisogna fingere:Forse / questo è il momento / d’indossare gli abiti del ruolo / murati i vestiboli dell’apparenza”. I poeti dell’apparenza, i falsi sensibili, quelli dell’inganno, della prosopopea, dello sfruttamento, “della viscida devozione”, incarnazioni ossimoriche dell’assurdo, vorrebbero vederlo “svendere in parole”, ma egli questo non lo farà mai. Ce lo dice attraverso le parole del “vecchio amico poeta /… / la dignità e la fierezza / ormai sono banalità in disuso / … / ma tu / non cambiare mai / la poesia / per forza di cose / ci salverà.”

Raggiunto l’approdo, tornato dal viaggio, fa il punto del suo peregrinare dentro e fuori di sé e, spalancandoci le porte, ci fa gioire e soffrire insieme a lui. Avanti, entrate! Così è scritto sulla sua porta: “Aspetto chi viene / con la trepidazione di chi parte, / un lento rincorrersi un calmo tornare” (Nulla è fuori posto, pag. 41). Se entreremo indossando l’abito della sensibilità saremo a rischio, prima o poi ci imbatteremo nella sua gioia, ma anche nel suo dolore e ne usciremo vestiti di una nuova emozione.

L’autore, con molta onestà, non si presenta come colui che prescrive ricette infallibili ed eterne, ma come un viaggiatore che si pone discretamente al nostro fianco per esplorare terre quasi sempre oscure e con l’insistenza del buio ci svela la bellezza, la semplicità e l’apparente inafferrabilità della luce.

La maturità, la consapevolezza di questa più recente raccolta sta nel nuovo viaggio intrapreso dal poeta, nell’aver trovato la voglia di raccontare con chiarezza (a partire dal titolo “Naufragi”) alcune tappe del suo viaggio, senza lasciare che esse prevalessero sull’esperienza sociale.

La parola non racchiude la voce solipsistica, anche nelle immagini più buie e silenziose c’è sempre la volontà di dialogo con il resto del mondo. Il silenzio è, infatti, un elemento importante del dialogo e testimonia la capacità e l’atteggiamento di ascolto, quello che gli fa sentire, di volta in volta, il male e la bellezza che lo circondano. Con la sua poesia testimonia contemporaneamente il male del mondo e il suo sentimento di dolore e d’impotenza di fronte ad esso, ma ciò nonostante egli non vi sottrae, non potrebbe a meno di sentirsi inadeguato e inconcludente.

La maggior ricchezza della parola talvolta è presente proprio là dove il contenuto riguarda la povertà di bellezza, quasi a mettere in evidenza, con il contrasto tra forma e contenuto, il sentire doloroso, l’universale / malessere (L’inganno, pag. 35, ASZ). Ecco soltanto qualche esempio: balbettio, pugnace, guado (Abisso); deturpava (Ancora); vestiboli (Bisogna fingere); effige, maliarda, ineluttabile (Dimenticanza); residuale, iconoclasta, sciaborda (Era già previsto); simposio, staglia (Indugiano ancora).

  • L’OSCURITÀ, LE OMBRE E IL CHIARORE, IL FUOCO.

C’è un continuo alternarsi di sentimenti e situazioni, d’intense e interne migrazioni di stati d’animo che mettono in evidenza il dolore di vivere e la delusione correlati a immagini notturne, buie e altri che esortano la ripresa e il riscatto, legati a simboli di luce e di fuoco.

Il paesaggio è spesso buio, notturno, desolato, duro, freddo, gelido; gli uomini e le cose sembrano unirsi a esso nella comune sorte dell’invisibilità (soltanto qualche esempio, i riferimenti sono tantissimi e all’ultimo momento ho deciso di non inserirli tutti): “In una notte come questa / la città si scolora / … / Nel simposio dei disperati / l’ombra staglia / gli esili contorni / dei corpi tumefatti” (Indugiano ancora, pag. 17); “ Il buio che pioveva dalla notte, fagocitava la luna inossidabile(La stazione, pag. 19).

La luce, le immagini più nitide, il calore fiammeggiante e la consapevolezza del ritorno, nello specchiarsi con lucidità, prevalgono nella seconda parte del libro e talvolta la luce fa da contrappeso al buio interiore

  • IL SOGNO

Giuseppe Schembari non è rassegnato, ma deluso da “questa umanità in decadenza” (Era già previsto, pag. 16), “forse sognare non basta” (La stirpe dell’esilio, pag. 54) e, mentre un tempo diceva “la nostra arma è il futuro” dando addirittura questo titolo a una poesia (La nostra arma è il futuro, ASZ, pag.43), oggi dice “la vita è una continua sottrazione / è il futuro che manca” (Si dimentica, pag. 60).

  • IL CORPO

Qui ritroviamo il tema dei corpi uniti nella disgrazia, già presente in ASZ, “Se ne stanno ammassati / in un’unica stanza / bimbi rincoglioniti / sotto la minaccia del bastone” (Quando i bimbi, pag. 13): “Accalcati uno sull’altro / a rubarsi il fiato in gola” (In fuga, pag. 49). Situazioni diverse, certo, ma pur sempre corpi trattati senza umanità e uniti da una fine dolorosa.

Il corpo molle e abbietto dei potenti, invece, occupa comodamente irremovibili poltrone: e i soliti culi grassi e fistolosi / occupano le poltrone di sempre” (Si dimentica, pag. 60); “L’uomo dal sorriso d’avorio / sprofondato / sulla sua comoda poltrona / di pelle umana” (I venditori di sogni, pag. 38, ASZ).

La falsità degli uomini senza scrupoli, incoscientemente delegati a farci del male, si rivela appena aprono la bocca: “La falsa lucentezza / dei loro denti / … / L’uomo dal sorriso d’avorio” (I venditori di sogni, ADZ 38); “il ghigno minaccioso / del vostro viso” (Al di sotto dello zero, ADZ, pag. 44); “Soffocati da quell’atmosfera / di perbenismo scadente / abbiamo spezzato le catene / delle vane promesse / e dei falsi sorrisi d’avorio” (Un’ombra, pag. 61).

La memoria del corpo non l’abbandona mai e le immagini corrispondenti vivono in un’atmosfera cupa e indelebile come un “lugubre tatuaggio / inciso sulla pelle” (in Abisso) e “Ancora / porto i segni / sulle braccia” (in Ancora, pag. 12).

L’intero intervento è disponibile in pdf, gratuitamente scaricabile, al seguente link:

 Fabio Vicari legge “Naufragi”di Giuseppe Schembari (clicca qui) 

(immagini: in apertura, opera di Giuseppe Capogrossi, Superficie 56; in chiusura, copertina del libro)

Giuseppe Schembari - Naufragi - Sicilia Punto L Edizioni

Arsenij Aleksandrovič Tarkovskij, Dedica

Cielo

Arsenij Aleksandrovič Tarkovskij

DEDICA

I
 
In me vive la profonda inquietudine
delle chiome di legno, che non dormono di notte,
io, come i versi, predico la peculiarità
conferite alle persone e alle cose.
 
Per il fatto che respiravo, come respira la parola,
io ero l’eco tra gli alunni,
ero la risonanza della voce altrui,
smarrita nel coro delle voci.
 
Il mondo, come un bambino di sette anni, è agile;
la tempesta fioriva – il mondo, come un fanciullo, si placava
ma cumuli di errori ereditati
giacevano in quei giorni nelle mie mani.
 
Tutta la mia vita arrivò e mi stava accanto,
come se davvero fossero passati tanti anni
e con estraneo, verdastro sguardo
mi rispose lo specchio.
 
Io sobbalzavo ad ogni suono bugiardo,
pensavo: fammi vuotare le mani.
E, dormendo, liberavo le mani
per imparare di nuovo a parlare.
 
Spaventandomi, tastavo gli oggetti –
I corpi delle meduse nel mare scintillante,
la radice degli alberi, rianimata dalla musica
e il marmo, riverso verso la stella.
 
Ed io imparai a parlare, come nell’infanzia
col mio libro balbuziente.
Ma se i figli serberanno memoria dell’eredità
tutto quello che posseggo, a loro lascerò.
 
II
 
E ciascuno ricorda la luminosa città dell’infanzia,
l’aul sulle montagne, la stanitsa sul fiume,
dove dai padri abbiamo preso in eredità
l’amore per la terra, per sempre cara.
 
Dove le madri accanto alle nostre culle
Non dormivano di notte, dove abbiamo imparato,
dove per la prima ispirazione fremevano
sul libro le nostre giovani menti.
 
Dove per la prima volta abbiamo amato, senza temere
di ammettere che eravamo cresciuti nella lotta,
dove abbiamo giurato davanti alla nostra coscienza
eterno amore a te…
 
Rumoreggiano gli alberi del viale cittadino,
come fiaccole di verde fuoco.
Io te li darò, sono più necessari a te,
vieni, prendi da me gli alberi.
 
Vieni, prendi tutta la mia città, sarà
tua – e tu ti addormenterai nella mia erba.
Il sibilo delle mie rondini ti sveglierà,
io te le darò, sono più necessarie a te.
 
Tutto quello che ho vissuto per tanti anni da allora,
per tante verste dal tuo ricordo,
tu lo evocherai, senza compiere il miracolo,
senza troncare il complotto delle ombre.
 
Io sono il primo ospite nel giorno della tua nascita
E mi è stato concesso di vivere in due assieme a te,
di entrare nei tuoi sogni notturni
e di riflettermi nel tuo specchio.
 
III
 
Come ragnatela si tende il residuo
di tutto quello che mi sembrava caro
ed è per me strano che una fittizia impronta
lascerò ai miei eredi.
 
E forse, i figli che giocano,
pur ricordandosi di me in estate,
non distingueranno le sconnesse interiezioni
dalle parole che indicano la cecità.
 
Io non ero cieco. Vedevo tutto quello che era,
che diveniva la vita dei miei coetanei
che il tempo con la sua firma convalidò
e portò dinanzi agli occhi sonnolenti dei ciechi.
 
Io vedevo tutto quello che era visibile ai vedenti
come la luce dell’alba attraverso il telaio dei rami.
Prendi anche l’amaro, che ingiustamente nascondiamo
ai nostri figli e alle nostre figlie.
 
IV
 
Così io imparai di nuovo a parlare
e ricevetti il difficile dono nell’anno terribile
in cui l’amore bruciava le mie gote
e stringeva al cuore il ghiaccio mortale.
 
E la gelosia si stringeva al capezzale
E mi sussurrava all’orecchio:
• ——————Guarda,
mentre tu dormi, torturato dall’amore,
hanno spento i lampioni della città.
 
Io, fedele, ti aprirò gli occhi:
liberata per sempre per te,
tra le lenzuola, sul far dell’alba rosata,
giace la tua ultima stella…
 
Ed io correvo dalla mia soglia
là, dove la luce dà una sventola sul viso,
lungo la città mi incalzava l’inquietudine –
ed io vidi il telaio dei fulmini.
 
Volavano come uno stormo di cigni,
non li contai, erano più di cento,
volavano lontano sulla piazza deserta
e l’altezza faceva dondolare i loro becchi.
 
Volavano così lentamente che sembrava –
arda pure davanti agli occhi stessi il nuovo giorno –
come se questa amarezza si fermasse per sempre,
i loro riflessi resteranno vicino a noi.
 
Prendi anche loro, sono più necessari a te
che li tocchi la mano infantile
e sfiora la gelosia ancora più delicatamente
perché l’amore ti sia lieve.
 
V
 
Ed il cielo si fece azzurro, rinascendo,
e l’altezza cominciò ad abbassarsi
e sotto le ruote del primo tram
si stendeva il selciato dell’alto ponte.
 
E nell’ora in cui la tua gigantesca città
tutta in verde si spande all’alba –
tu giaci, figlio, nel grembo materno
nella semitrasparente delicata bolla.
 
E, forse, tu non vedi nulla
ma il sole nuota sopra di te…
 
 
(1934-1937)
.

tratte dal volume Stelle sull’Aragaz, edito nel 1988 ad Erevan – traduzione di Donata De Bartolomeo

.

andrei-and-arseny-tarkovsky
Arsenij e Andrej Tarkovskij

Arsenij Aleksandrovič Tarkovskij  in russo: Арсений Александрович Тарковский (Elisavetgrad, 25 giugno 1907 – Mosca, 27 maggio 1989) è stato un poeta e traduttore russo, di origine ucraina dal temperamento alquanto instabile, padre del famoso regista Andrej Arsen’evič Tarkovskij. Alla fine degli anni venti Arsenij Tarkovskij inizia la collaborazione con alcune riviste e scrive drammi per la radio sovietica. Nel 1932, accusato di misticismo, deve abbandonare il suo lavoro e si dedica quindi all’attività di traduttore dall’arabo, dall’ebraico, dall’armeno, dal georgiano, dal turkmeno e da altre lingue ancora. Inizia, sempre in quel periodo, a frequentare Anna Achmatova e Osip Mandel’štam, attirando su di sé ulteriori attenzioni da parte del regime, che gli costeranno una censura durata sino agli anni sessanta. Arruolato come soldato nella seconda guerra mondiale, nel 1943 viene insignito dell’Ordine della Stella Rossa per il suo eroismo in battaglia e in seguito, gravemente ferito, deve subire l’amputazione di una gamba. A partire dal 1962 inizia la pubblicazione delle sue poesie, che consisteranno in una decina di raccolte in tutto. Muore a Mosca il 27 maggio 1989.

(tratto da www.giorgiolinguaglossa.com/index.php/giorgio-linguaglossa-critica10)

Izet Sarajlić, due poesie: 30 febbraio; Leggendo la vecchia poesia sul 30 febbraio

07Emilio Tadini - Citt_110825045324

30 febbraio

Senza contare le periodiche misteriose scomparse del 29 febbraio
ogni anno in amore
ci depredano di un giorno.
.
Quand’ero giovane non ne tenevo conto,
anche senza quello
c’erano abbastanza sabati e mercoledí.
.
Oggi per me è importante ogni giorno
in cui ti posso guardare.
.
Il nostro feudo
che si estendeva per cinquant’anni di futuro
si è ridotto ad un piccolo podere contadino.
.
[1976]
.
.
.
.
Leggendo la vecchia poesia sul 30 febbraio

.

Un tempo,
finché avevamo ancora una qualche provvista di futuro,
mi ribellavo all’idea che ogni anno
ci derubassero di quel giorno di febbraio.
.
Ora anche il 31 dicembre può venire subito dopo il 29 febbraio.
.
Tanto io non ho più giorni miei.
Tutti fino all’ultimo sono rimasti nella vita trascorsa.
.
[Luglio 1998]
.
.
.
da Izet Sarajlić, Chi ha fatto il turno di notte, a cura di Silvio Ferrari (Einaudi)
immagine: opera di Emilio Tadini
.
.
izet-sarajlic-1Izet Sarajlić nato a Doboj nel 1930, è scomparso a Sarajevo il 2 maggio del 2002. Laureato in lettere alla facoltà di filosofia di Sarajevo, inizia a scrivere nel primo dopoguerra. Nel 1954, fonda il “Gruppo 54” che dà inizio alle nuove correnti di poesia moderna in Bosnia-Erzegovina. Negli anni ’60 e ’70, anima diversi gruppi di poeti ed edizioni di poesia. Tra il 1962 e il 1972 si occupa del festival “Giornate poetiche di Sarajevo”. Dopo il primo libro di poesie (1949), pubblica “Grigio week-end” considerato pietra miliare per la giovane poesia jugoslava. È autore di una trentina di raccolte poetiche e di una autobiografia (1975). È considerato unanimemente uno dei principali poeti del Novecento ed è il più tradotto poeta di tutti i tempi dalla lingua serbo-croata (da autori come Brodskij, Evtušhenko, Hans Magnus Enzensberger, Roberto Retamar, Charles Simic e altri ancora). È stato il poeta testimone di una grande tragedia: la guerra di Bosnia e l’assedio di Sarajevo e la grande voce della Sarajevo città martire dalla quale si è rifiutato di fuggire. Nella guerra ha perso le sorelle Nina e Raza, e subito dopo la guerra, la moglie, provata dagli stenti e dalle ristrettezze. Di famiglia musulmana, membro del “Circolo 99” di Sarajevo, sposato con una cattolica, con un genero di religione ortodossa, ha lottato per il mantenimento di quella cultura laica della pluralità e della convivenza, che è l’eredità storica della Bosnia-Erzegovina. È stato amico fraterno di Alfonso Gatto (la sorella Raza, nota italianista aveva tradotto in serbocroato Gatto e tanti altri scrittori italiani: Morante, Rodari, ecc.).
Una corrispondenza con il poeta salernitano è stata presentata nel corso dei seminari collaterali a “Verba Volant. Incontri internazionali di poesia” (1997).
Ha aderito con entusiasmo al progetto Casa della poesia diventando Presidente onorario del Comitato scientifico e ha preso parte a diversi Incontri internazionali di poesia organizzati da Multimedia Edizioni / Casa della poesia (“Verba Volant”, “Lo spirito dei luoghi”, “Napolipoesia”, “Parole di Mare”, “Il Cammino delle comete”, “Poesia contro la guerra”, “Sidaja”). Per questi suoi antichi e recenti legami con la città di Salerno ha ricevuto la cittadinanza onoraria che purtroppo non ha fatto in tempo a ritirare. Ha ricevuto premi e riconoscimenti in tutto il mondo, in Italia il Premio Moravia 2001, per la raccolta “Qualcuno ha suonato”, pubblicata dalla Multimedia Edizioni, amorevolmente tradotta dai cari amici Sinan Gudžević e Raffaella Marzano. Ha intrattenuto un epistolario con Erri De Luca, che ha anche scritto una prefazione al libro “Qualcuno ha suonato”.
Nell’ottobre 2002 è stata organizzata a sua nome la prima edizione degli “Incontri internazionali di poesia di Sarajevo” sempre curati dalla Multimedia Edizioni / Casa della poesia e nel giugno 2003 un grande evento a Salerno per ricordare il grande poeta sarajevese ora anche un po’ salernitano. Da allora, ogni anno, in suo ricordo, a Sarajevo, vengono organizzati gli “Incontri internazionali di poesia”.
Nella nuova struttura di Casa della poesia, una casa-alloggio per poeti (la “casa dei poeti”), inaugurata il 21 marzo 2008, proprio su una vecchia idea di Sarajlic, una sua grande foto e la sua linea “anche i versi sono contenti quando la gente si incontra” all’ingresso, danno il benvenuto a tutti i poeti e gli appassionati di poesia.
Nell’aprile 2009 è stato ristampato il suo libro “Qualcuno ha suonato” accompagnato da un cd audio di Sarajlic che legge le proprie poesie (Multimedia Edizioni / Casa della poesia) – Tratto dal sito Casa della poesia.

 

Angela Greco, Fotografia – tratto da: Prospettive. Omaggio di parole a Sarah Ann Loreth a cura di Words Social Forum

sarah-ann-loreth

Angela Greco, Fotografia

versi per l’opera di Sarah Ann Loreth

.

Pietre nere. Terra nuda. Fiamme.
L’occhio guarda dentro.
Si contorce la razionalità.
L’abito è lo strato esterno del malessere.

La caduta ha scomposto movimenti e domenica.
Altrove da qui qualcuno guarda in basso.
Alla fine rimarrà soltanto cenere,
mentre suonano le campane.

Innata, l’eleganza
si fa ricordare. Il rosso
non è soltanto un colore.

(inedito)

.

Sarah Ann Loreth è una fotografa d’arte che crea provocanti pensieri, attraverso la cattura d’immagini che riflettono i suoi sentimenti più intimi. Lei sviluppa fotografie emotive che raccontano una storia per chiunque le stia guardando. (by WSF)

CLICCA SU QUESTO LINK PER LEGGERE L’ARTICOLO COMPLETO  E TUTTI I CONTRIBUTI

*

Ercole de’ Roberti, Maddalena piangente – sassi d’arte

maddalenadipinto

Ercole de’ Roberti (Ferrara, 1451\1456 – 1496), Maddalena piangente (1490)

affresco staccato, 25,5 x 28,5 cm – Bologna, Pinacoteca Nazionale

*

Questo volto costituisce l’unico lacerto superstite del celebre ciclo di affreschi che decorava la cappella dell’Assunzione in San Pietro a Bologna. Dopo la morte di Francesco del Cossa (1478), che aveva avviato i lavori su commissione di Domenico Garganelli, toccò ad Ercole de’ Roberti completare l’impresa entro il 1486: se Francesco aveva fatto in tempo a dipingere le figure dei profeti e dei padri della chiesa sugli otto spicchi della volta e l’Annunciazione sulla controfacciata, Ercole si occupò di redigere le due scene parietali con la Crocifissione di Cristo e la Morte della Vergine. Da questo glorioso avvicendamento scaturì “il più gran fatto figuarativo di tutta Italia tra il 1475 e il 1485” (Longhi, 1934).

Negli ultimi anni del Cinquecento, a causa dei lavori di ampliamento della cattedrale imposti dal vescovo in carica, si decise di abbattere alcune colonne cruciformi della navata centrale, causando il crollo della volta di San Pietro: il fragoroso incidente avvenne il 2 giugno 1599 e comportò, tra le altre cose, la rovine della cappella Gargnelli. Prima che il sacello fosse definitivamente demolito nel 1605, furono ingaggiati dal fabbricere Alessandro Tanari, Francesco Carboni e Giacinto Giglioli per eseguire delle copie su tela – oggi divise tra la Pinacoteca di Bologna, il Louvre e il museo Ringling di Sarasota – delle due scene con la Crocifissione e la Morte della Vergine dipinte da Ercole de’ Roberti. Lo stesso Tanari ordinò lo stacco a massello di alcune porzioni degli affreschi che fece trasferire nella sua abitazione di via Galliera dove rimasero incorniciati fino al 1820, anno in cui vennero donati all’Accademia di Belle Arti di Bologna e abbandonati in un deposito.

Il lacerto della Maddalena piangente, invece, giunto in Pinacoteca nel 1958, fu ritrovato nel 1943 in casa della famiglia Boschi a Bologna; a scoprirlo fu Guido Zucchini che ne intuì il collegamento con la Crocifissione proprio grazie alla copia seicentesca di Carboni. Il volto di donna, inserito in un’antica intelaiatura chiusa da una tavoletta, apparteneva infatti alla figura della Maddalena, slanciata in una corsa disperata verso la croce di Cristo. maddalenadipinto

Il barano pittorico, seppur lacunoso, dimostra la straordinaria cura impiegata dall’autore sulle pareti della cappella petrina, che secondo l’iperbolica testimonianza di Vasari (1568) richiese ben dodici anni di lavori, “sette per condurla a fresco e cinque in ritoccarla a secco”. maddalenadipintoFu con miracolosa perizia, ben degna di un maestro fiammingo, che Roberti si impegnò nel descrivere le turgide stille adamantine, le gote imporporate dallo spasmo, i fili scarmigliati della chioma, perfino il lucore stridente della finissima dentatura. La potenza espressiva dell’immagine non si esaurisce però in questa fenomenologia analitica del dolore, ma trova sfogo nell’urlo lacerante della donna sconvolta d’amore e di pietà: un sibilo sordo, capace di gelare le lacrime e di impetrare il creato, secondo la lezione altamente drammatica delle passioni troppo umane messe in scena nel gran teatro del Compianto di Cristo, imbastito da Nicolò dell’Arca in Santa Maria della Vita a Bologna già a partire dal 1463. (Giacomo Calogero)

tratto e adattato dal catalogo La Maddalena tra peccato e penitenza, SilvanaEditoriale

*

Approfondimento: cliccando sul link della scheda in pdf , è possibile visionare l’opera di Francesco Carboni, Crocifissione di Gesù, copia da Ercole de’ Roberti – sec. XVII, Pinacoteca Nazionale di Bologna, in deposito nella sagrestia della Cattedrale di San Pietro – ed altri dettagli sull’articolo odierno.

scheda_de_roberti

*

Max Jacob, Indifferenza

jacob-racine

INDIFFERENZA

———-1.

Quando ho incontrato i Napoleoni della vita
tutti i Napoleoni della fiera della vita
grandissimi furono il mio stupore e il mio stordimento.
Niente toga e peplo come si hanno nella storia
e nei bassorilievi che mi avevano mostrato
non avevano nemmeno calze bianche, calze nere
ma rivoltella in pugno e dita che sanguinavano
quando ho incontrato i Napoleoni della vita
ero troppo stupefatto per invidiarli
per pensare di imitarli.
Conservavo, ho conservato in fondo alla mia memoria
il tuo ricordo, peplo! e voi calze di seta nera
E’ da questo paragone che li ho giudicati
ora è a voi, mio Dio, che paragono;
al mio orrore la croce mischiata di pietà
sono con la debolezza e voglio restarci..
.
.

———-2.

La notte sulle scogliere
peschiere in ghiaccio smussato sono palazzi
e in questi cubi di notte e luce
passano degli arabi, delle vergini e le loro madri
marionette tra i lamenti e le stelle
I vuoti sono riempiti da ciliegi in fiore
e da piante mucose
C’è un mezzo cerchio di dodici soli la notte
e dodici cavalli bianchi sotto i dodici soli
come di quell’arazzo di gran pregio
sentirebbe la chiamata disperata delle quinte
il lamento del mare che piange e si umilia
chi capirà mai il lamento del mare
Ascoltate! ascoltate il mio pianto, arazzo di gran pregio
ma voi non ascoltate la gente del retroscena e io
voglio
restarci.
.
.

*

Max Jacob, I penitenti in calze rosa , a cura di Gabriele Fredianelli, Barbes, Firenze — immagine: Max Jacob, Racine, acquarello e inchiostro di china su carta, 1902.

.

jacob_max_1876-1944_-_1934_-_foto_carl_van_vechten_library_of_congressMax Jacob nasce nel 1876, da una famiglia di origine tedesca. Nel 1901 diventa amico di Picasso e comincia a frequentare Braque, Derain, Utrillo, Modigliani, Cocteau, Apollinaire. Ritratto più volte da Modigliani (foto in basso a destra), vive a Montmartre, interessandosi di cabala, astrologia, occultismo, scrivendo e dipingendo. Diventa uno dei personaggi più eccentrici della vita artistica francese, il re incontrastato delle notti parigine, omosessuale dichiarato e maitre à penser. Nelle sue opere burlesche e fantasiose si passa dai giochi di parole alle immagini oniriche, dalla beffa al nonsense, dall’ironia alla mistificazione. Tra le sue prove più riuscite si annoverano il primo romanzo per bambini, Histoire du roi Kaboul Ier et du marmiton Gauvain (Storia del re Kabul I e dello sguattero Galvano, 1904) e il ciclo di Saint Matorel (1912). modigliani_amedeo_1884-1920_-_ritratto_di_max_jacob_1876-1944Nel 1909 ha un’apparizione di Cristo (che definirà “l’Ospite”) e la profonda inquietudine condurrà Jacob, di origine ebrea, a convertirsi al cattolicesimo con il battesimo di cui sarà padrino Picasso (1915). Di grande interesse le opere successive: Le cornet à dés (Il bussolotto per dadi, 1917), poemi in prosa che esaltano il caso nella creazione poetica; le poesie Laboratoire central (Laboratorio centrale, 1921), in cui angoscia e ossessione della morte si celano dietro l’umorismo sarcastico e il virtuosismo verbale; i poemi in prosa Méditations réligieuses (Meditazione religiose, 1948 postumo), mossi da un’intensa ricerca mistica e spirituale. Morì nel campo di concentramento di Drancy il 5 marzo del 1944.

Roberto Bertoldo, quattro poesie da Il popolo che sono commentate da Angela Greco

velocità-luce

Roberto Bertoldo, Il popolo che sono (Mimesis, Milano 2015), quattro poesie

.

Io parlo poesie
.
Io parlo poesie come i fabbri schegge
e festuche i falegnami,
amo per quel diluvio
che non potete dimenticare,
vivo come i veggenti,
scrivo da passatore.
Ho spade di legno
e l’arca di ferro,
una pagina di idee
e altri materiali sul ceppo.
Conosco la morte
perché è stata sulla penna
che ha scritto ‘bambini’,
conosco le mani disonorate
perché il vento vi ha inciso
le sue folate,
so dei rapaci che volano bassi
più della mia colpa
e aspettano che forgi il verso
di cui farmi sepolto.
Ma io ho, dentro di me,
il popolo che sono.
.
.
.
I distici della notte
.
Vi abbiamo addossato le nostre tomaie
per affrancarvi dalla parola venduta,
la poesia ha decretato l’offesa:
non morirete con il canto alla gola,
le nostre mani che hanno terra
tra le fessure delle falangi
gridano con gli ultimi tendini,
fino a troncare il colore pingue
dei vostri aggettivi.
La notte opprime i distici,
vuole un’ampia dichiarazione,
impoetica per di più.
Sulla grata del confessionale
i versi si frantumano,
la tonaca si macchia di rime
e accessori annessi,
il rosario che sproloquia
sulle gambe del messia
sputa i semi delle metafore.
Qualcuno ha gridato la verità
più fortemente delle vostre lamentele,
nababbi di apollo,
gentilizi dell’anima.
Oh poeti, poeti, quale emblema
il mio osso di popolo vi estorce
quando la bocca avete sulla platea
per la tenia degli applausi?
.
.
.
Poema delle folate (il popolo tradisce)
.
Si sono riaperte, dentro, le note della malinconia
per il perdersi dei giorni
forse qualcuno capirà questa spesa di emozioni
e avrà carezze per i marmi
ma le notti di solitudine nascondono la pelle
come fosse mille volte dietro i ceri
e file di pellegrini dalle mani bacate
non riempiranno d’amore la cesta dove crolla il mio capo.
Chi mi ha ucciso conosce i rantoli
li porta sul sorriso della sua lama
e chi ha assistito alle folate dei secoli
tra i miei capelli sepolti
sa che gli inverni portano ancora
i fiocchi freddi dei deserti.
.
.
.
Iraq
.
Fatemi delirare l’amore
prima di sorprendere i mercati
coi vostri deliri di glicerina nitrata,
io li conosco gli avventori,
i loro occhi, la bocca e lo scarnito,
la fame che farfugliano,
rinvengo le verità e le altre carabattole
nel campo delle mie aritmie.
Oh, questi versi che marciscono
per troppa passione, tra le mie scapole
incontrano la notte che ghermisce.
.
.

popoloHo riletto queste quattro poesie di Roberto Bertoldo proposte da Giorgio Linguaglossa in un commento sulla sua Rivista L’Ombra delle Parole; un lavoro complesso, che si estende su differenti piani del sapere e del sentire. Non è semplice uscire dall’idea di poesia come ancora oggi la si legge e troppo spesso intende, ovvero avere a che fare con una poesia completamente spoglia di lirismo e di orpelli, dove ogni parola – come giustamente ha osservato lo stesso Linguaglossa – è un termine, un punto di arrivo, un capolinea da cui è anche possibile intraprendere la corsa successiva, ma dove il più delle volte ogni termine è un piccolo mondo a se stante dove sostare, ruotando il capo intorno per riuscire a percepire l’intera poesia. Questi quattro testi di Bertoldo si configurano nella mia mente in una scena precisa (e già siamo oltre la semplice immagine in cui una poesia riuscita dovrebbe configurarsi; ma ancor di più qui l’esito finale sembra essere dato dalla poesia e dal lettore insieme): il lettore, solo, immerso in uno spazio senza muri e senza limiti, quasi vagasse nell’universo, simile all’astronauta che esce dalla navicella e inizia ad esplorare uno spazio del tutto nuovo, mentre su di lui convergono, da ogni punto i termini e i versi, come frecce appuntite che colpiscono in ogni punto. E, suppongo, che in questo si concretizzi quella pluridimensionalità di cui in un commento di Linguaglossa (Qui), ovvero una poesia capace di procedere in ogni direzione, che ti arriva addosso e dentro e tu devi muoverti a 360° e sopra e sotto anche, per intenderla nel suo insieme, nella sua pluralità.

Sono sicuramente poesie in cui il poeta si pone in un luogo privilegiato, come se già conoscesse qualcosa che è accaduto [Io parlo poesie; Conosco la morte] e tentasse di dirne al lettore; ma, di fatto, nonostante la precisione di alcuni riferimenti (mestieri e materiali ad esempio) non è dato di sapere il luogo e il tempo della poesia. Sempre nel primo testo, il valore dell’Io è di fatto un plurale, che viene reso manifesto dall’ultimo verso [il popolo che sono] e, quindi, un uso del pronome agli antipodi con quanto accade nella poesia maggiormente diffusa oggi, dove “io” è accentramento, egocentrismo, personalismo, qui, invece, l’io sviluppa una forza centrifuga. Ancora nel primo dei testi proposti, si legge:

so dei rapaci che volano bassi
più della mia colpa
e aspettano che forgi il verso
di cui farmi sepolto
.

una metafora in cui incontriamo uccelli in procinto di predare qualcosa, forse il poeta stesso, che sa bene che questa sua poesia lo condurrà a questo scontro, tra lui e coloro che aspettano il suo passo falso; il poeta, però, trae forza [Ma io ho, dentro di me, / il popolo che sono] da tutto quanto ha ed è ed è interessante notare come Bertoldo in due soli versi sia capace di racchiudere tutta la tradizione e il vissuto nella parola “popolo”, che comprende tutto un campo semantico della vita quotidiana, storica, sociale e civile.

I versi seguono una consequenzialità che (forse) è nota solo al poeta e al lettore non rimane che arrendersi a questa onda – sinusoide per la precisione, come lo ha definito Giorgio Linguaglossa, che bene rende l’idea materialmente grafica – seguendone i movimenti di serpente, abile con un solo tratto (quello del verso steso sul foglio simile a quello del rettile steso sul terreno) a schivare ogni ostacolo e capace di percorrere ogni distanza in qualsiasi verso-direzione (e penso al serpente-verso che sulla sabbia-foglio procede in diagonale, ad esempio); intendendo con questo che a questa poesia, se fosse un essere vivente concreto, non servirebbero mani e piedi per spostarsi, ma le basterebbe la sua sola natura, ovvero sottolineo l’eliminazione di tutto un corredo di elementi superflui di cui spesso la poesia è infarcita. Un sinusoide-serpente, la poesia di Bertoldo, capace di staccarsi anche dalla superficie piana dov’è adagiata, toccando ambiti intimi-interiori, come si può leggere nel “Poema delle folate (il popolo tradisce)”. In quest’ultima poesia, scelta non a caso credo per questa piccola rassegna estratta dal libro “Il popolo che sono”, il poeta appare meno spigoloso e più comprensibile anche ad una lettura meno approfondita – assolutamente necessaria, mi sembra, per ogni testo – in cui anche la malinconia abbandona il suo connaturale significato e non scade in un abbandono, quanto piuttosto sfocia in una sorta di dimostrazione dello stato dei fatti [ma le notti di solitudine nascondono la pelle]; il poeta-popolo (perché in quell’io, io continuo a leggere un plurale) rimane vigile e non cede alla lusinghe del sentimentalismo in cui troppo spesso deriva la malinconia stessa:

Chi mi ha ucciso conosce i rantoli
li porta sul sorriso della sua lama
e chi ha assistito alle folate dei secoli
tra i miei capelli sepolti
sa che gli inverni portano ancora
i fiocchi freddi dei deserti.
.

Dell’ultima poesia proposta, “Iraq”, mi ha colpito il fatto che la verità sia qualcosa di poco conto [rinvengo le verità / e le altre carabattole /nel campo delle mie aritmie], che si rinviene al di fuori del ritmo ordinario dei giorni [aritmie], che altera il normale andamento del battito cardiaco ormai intonato sul ritmo della non-verità. Una presa di posizione netta, fin dal titolo, che mette in luce pur senza dirlo, il ruolo del poeta…

Una lettura molto impegnativa, quella di Roberto Bertoldo, che fuga ogni dubbio sulla semplicità che taluni intendono per “poesia” e sulla relativa semplicità di scriverne; una poesia che vaga dentro per molto tempo prima di trovare approdo alla comprensione e alla quale non è consigliato opporsi, cercando il senso stretto di ogni termine o, appunto, la comprensione logica di ogni verso, ma alla quale è consigliato affidarsi-sintonizzarsi, una volta percepita la lunghezza d’onda.

Angela Greco AnGre

*

roberto-bertoldo-1Roberto Bertoldo – Nato a Chivasso il 29 aprile 1957. Laureato in Lettere e filosofia all’Università degli Studi di Torino nel 1981 con una tesi sul petrarchismo negli ermetici fiorentini. Si è interessato in particolare di filosofia e di letteratura dell’Ottocento e del Novecento. Dopo una militanza negli anni ’70 come redattore di riviste, poeta e narratore, si è ritirato per 15 anni al fine di proseguire la sua personale ricerca di scrittore. Di questi anni sono una serie di libri di poesia (Nuvole in agonia, Il pan-demonio, Il rododendro) e di narrativa (L’abitudine, Il cammello oltre la cruna, Le favole del fiume d’ebano, I nichilisti, Satio) tuttora inediti. Ha svolto per vari anni consulenze esterne di poesia e narrativa per alcune case editrici. Nel 1996 è tornato all’attività pubblica fondando la rivista internazionale di letteratura “Hebenon”, che dirige, con la quale ha affrontato lo studio della poesia italiana e straniera moderna e contemporanea. Teorico del ‘nullismo’ come superamento del nichilismo assiologico (Nullismo e letteratura, Interlinea, Novara 1998 – nuova ed. riveduta e ampliata, Mimesis, Milano 2011; Anarchismo senza anarchia, Mimesis, Milano 2009; Chimica dell’insurrezione, Mimesis, Milano 2011) e della ‘fenomenognomica’ come titanica proiezione fenomenologica (Principi di fenomenognomica con applicazione alla letteratura, Guerini, Milano 2003; Sui fondamenti dell’amore, Guerini, Milano 2006;Istinto e logica della mente. Una prospettiva oltre la fenomenologia, Mimesis, Milano 2013), ha approfondito varie questioni di teoria della letteratura. I suoi ultimi libri creativi finora editi sono i romanzi Il Lucifero di Wittenberg – Anschluss, Asefi-Terziaria, Milano 1998,Anche gli ebrei sono cattivi, Marsilio, Venezia 2002, Ladyboy, Mimesis, Milano 2009, L’Infame, La Vita Felice, Milano 2010,Satio. La vera leggenda della fine del mondo, Achille e la tartaruga ed., Torino 2015; e i libri di poesia Il calvario delle gru, Bordighera Press, New York 2000, L’archivio delle bestemmie, Mimesis, Milano 2006, Pergamena dei ribelli, Joker, Novi Ligure 2011, Il popolo che sono, Mimesis, Milano 2015. Dirige collane di poesia straniera e di saggistica. (da http://www.hebenon.com/roberto_bertoldo/index.html)

.

angela-greco-angre-ottobre-2016Angela Greco (AnGre) – è nata il primo maggio del ‘76 a Massafra (TA), dove vive con la famiglia; ha studiato per diventare perito agrario e ha gettato alle spalle quattro anni di Medicina Veterinaria. Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio(racconti,  Lupo Editore, con prefazione di Michelangelo Zizzi, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Edizioni Smasher, con una nota di Roberto Ranieri, 2012, di cui è in preparazione la seconda edizione); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013);Personale Eden (La Vita Felice, con prefazione di Rita Pacilio, 2015); Attraversandomi(Limina Mentis, con una nota di Nunzio Tria, 2015, con ciclo fotografico realizzato con Giorgio Chiantini); Anamòrfosi (in uscita). Premiata con segnalazione alla XXIX (2015) e alla XXX (2016) edizione del Premio Nazionale di poesia Lorenzo Montano rispettivamente nelle sezioni “Opera edita” e “Una poesia inedita” è presente anche in diverse antologie e su diversi siti e blog. Ha realizzato: Uscita d’emergenza (2014) eGenerazione senza (2014), libri d’artista; Irrivelato segreto (2015), opera poetico-fotografica su alluminio; Messa a fuoco (2015), fotografia su legno, per la sensibilizzazione sul tema Ulivo di Puglia. È ideatrice e curatrice del collettivo Il sasso nello stagno di AnGre (https://ilsassonellostagno.wordpress.com/).

.

La cappella Spada in San Girolamo della Carità in Roma a cura di Giorgio Chiantini – sassi d’arte

ph-giorgio-chiantini-la-cappella-spada-in-san-girolamo-della-carita

La cappella Spada in San Girolamo della Carità in Roma

La chiesa di San Girolamo della Carità cela un piccolo gioiello del Seicento: è la deliziosa Cappella Spada uno degli esempi più eleganti e bizzarri della teatralità barocca. La cappella è un piccolo ambiente a pianta rettangolare che si apre sul fianco destro della navata della chiesa: sulla parete di fondo è collocato l’altare, inquadrato da due bassi sgabelli rivestiti da finti drappi in marmo e coronati da due urne reliquari: al di sopra dell’altare è posta un’antica icona della Madonna incorniciata da una corona d’alloro in marmo verde antico e da una seconda corona, più esterna, in marmo giallo a foglie di palma; ai lati vi sono due medaglioni ovali con ritratti a rilievo in marmo bianco su sfondo giallo, identificati come San Francesco e San Bonaventura, che sembrano appesi a finti cordoncini in marmo giallo. Ma è guardando più in basso che l’effetto “salotto” della cappella è ancora più evidente: sopra raffinati divani di marmo nero con cuscini di alabastro e abbigliati all’antica sono infatti sdraiati, come fossero vivi, a sinistra Bernardo Lorenzo Spada, vescovo di Calvi, e a destra, Giovanni Spada.

ph-giorgio-chiantini-giorchi-la-cappella-spada-in-san-girolamo-della-carita

La cura minuziosa posta nel rievocare l’atmosfera domestica trova soluzione figurativa nella perizia con cui viene trattato il marmo quasi fosse seta decorativa. Anche la balaustra non assomiglia affatto al solito parapetto marmoreo: al suo posto, l’originale idea di sostituirla con due angeli inginocchiati, che reggono un drappo di marmo in diaspro rosso listato di giallo e di bianco, mentre l’accesso è garantito lateralmente, alle spalle dell’angelo di destra, le cui ali sono in legno e ruotano su cardini come un cancelletto.

ph-giorgio-chiantini-la-cappella-spada-in-san-girolamo-della-carita

La singolarità della cappella, che non ha confronti con altre opere realizzate a Roma negli stessi anni, risiede però nel rivestimento in marmi che ricopre interamente pareti, altare e pavimento e che rappresenta un anomalo caso, nella città papale, di modelli decorativi prettamente napoletani. Inoltre, a differenza delle opere di Borromini e perfino dei modelli partenopei, nella cappella si nota una totale assenza di presenze architettoniche: al suo interno non vi sono colonne o paraste che ne esplicitino la struttura e tutto scompare dietro un parato marmoreo continuo, che si dispiega lungo le pareti interne. Sulla parete di fondo si alternano quattro fasce verticali a motivi vegetali in marmo giallo antico intarsiati su fondo rosso e altre tre fasce verticali in alabastro cotognino di Montalto. La composizione prosegue sulla mensa dell’altare, suddivisa in due riquadri laterali intarsiati e uno centrale in alabastro; mentre su ognuna delle pareti laterali della cappella è adagiata, invece, una sola fascia intarsiata inquadrata da due pannelli di alabastro. I gradini dell’altare e il pavimento – in bardiglio grigio – sono disseminati da un tappeto di fiori recisi in marmo giallo antico.

ph-giorgio-chiantini-la-cappella-spada-in-san-girolamo-della-carita

Recenti studi hanno rivelato con una certa sorpresa che il suo autore in realtà è Virgilio Spada, fratello dell’eccentrico cardinale Bernardino Spada e non, come a lungo erroneamente ritenuto, un capolavoro poco noto del genio di Francesco Borromini, che sicuramente venne interpellato insieme ad altri artisti e del quale esiste solo un disegno del paliotto dell’altare.
La realizzazione della cappella è legata a due diverse generazioni della famiglia Spada, originaria di Brisighella, in Romagna: Orazio (1537–1607), che la ottiene nel 1595; il fratello Paolo (1541–1631), che nel suo testamento vincola alla costruzione e al restauro delle cappelle di famiglia considerevoli somme, e infine due figli di quest’ultimo, Virgilio (1596–1661) e Bernardino (1594–1661) – l’uno oratoriano, l’altro cardinale – che investono parte dei legati testamentari del padre nella piccola cappella romana, conferendole, fra il 1654 e il 1657, l’aspetto attuale. (Fonti varie dal web e dal libro “I tesori nascosti di Roma” di Gabriella Serio)
.
.
– articolo e fotografie di Giorgio Chiantini –
.

Tre poesie armene tradotte in italiano scelte dall’Antologia proposta nel sito Italiarmenia

finiviaggi-it

Tre poesie armene tradotte in italiano scelte dall’Antologia proposta nel sito Italiarmenia

“Allo scopo di dare al lettore un’idea della poesia armena, dalle origini fino ai giorni nostri, abbiamo scelto alcuni brani poetici tra i più significativi, sia dal punto di vista storico-letterario che artistico.” – clicca qui per leggere tutta l’antologia

*

Inno di Vahagn

In doglie era il cielo, in doglie era la terra,
in doglie era anche il mare purpureo,
da doglie in mezzo al mare era presa la piccola canna rossa.
Usciva fumo dalla gola della canna,
usciva fiamma dalla gola della canna,
e dalla fiamma balzava un giovinetto biondo.
Di fuoco aveva i capelli,
di fiamma aveva la barba,
e i piccoli occhi erano due soli.

          Traduzione di Boghos Levon Zekiyan

.

.

ANTASDAN
(Benedizione per i campi dei quattro angoli del mondo)

Nelle plaghe d’Oriente
sia pace sulla terra…..
non più sangue, ma sudore
irrori le vene dei campi,
e al tocco della campana di ogni paese
sia un canto di benedizione.

Nelle plaghe dell’Occidente
sia fertilità sulla terra….
Che da ogni stella sgorghi la rugiada
e ogni spiga si fonda in oro,
e quando gli agnelli pascoleranno sul monte
germoglino e fioriscano le zolle.

Nelle plaghe dell’Aquilone
sia pienezza sulla terra…..
Che nel mare d’oro del grano
nuoti la falce senza posa,
e quando i granai s’apriranno al frumento
si espanda la gioia.

Nelle plaghe del Meridione
sia ricca di frutti la terra….
Fiorisca il miele degli alveari,
trabocchi dalle coppe il vino,
e quando le spose impasteranno il pane buono
sia il canto dell’amore.

Pubblicata nel 1914 in R. Zartarian, Meghaked (libro di letture per le scuole medie).

          Traduzione di Boghos Levon Zekiyan

.

.

Ode all’Armenia

Io della mia dolce Armenia amo la parola dal sapore di sole,
Della nostra antica lira amo le corde dai pianti di lamento,
Dei fiori color sangue e delle rose il profumo ardente
E delle fanciulle di Nayiri amo la danza morbida e agile.

Amo il nostro cielo turchese, le acque chiare, il lago di luce,
Il sole d’estate e d’inverno la fiera borea stanante il drago,
Le nostre pareti inospitali delle capanne sperdute nel buio
E delle antiche città amo la pietra dei millenni.

Non dimenticherò i nostri canti lamentosi, ovunque io sia,
Non dimenticherò i nostri libri incisi con lo stilo, divenuti preghiera,
Per quanto lacerino il cuore le nostre piaghe sprizzanti sangue,
Amerò ancor più la mia Armenia amorosa, orfana, ardente di sangue.

Non vi è alcun’altra leggenda per il mio cuore colmo di nostalgia,
Simile al Narekatsi e a Kučhak non vi è fronte luminosa,
Attraversa il mondo, non vi è simile all’Ararat vetta bianca,
Qual cammino di gloria inaccessibile, il mio monte Masis io amo.

          Traduzione di Boghos Levon Zekiyan

.

*

Nell’immagine d’apertura: Sevanavank, il monastero di Sevan – conosciuto anche col nome “Mariamashen”, cioè “costruito da Mariam” – patrimonio dell’Armenia (dal web)

*

 

 

Maria da Saudade Cortesão, Ruminação do Minotauro

minotauro-1

Ruminazione del Minotauro

.
c’era una cadenza della luce
una pausa esatta in apnea
la luce assente che esplodeva: il sole dicevano
dicevano è il giorno, e al largo
della notte nel silenzio il rumore
di un franare lento che era il mare.
e c’era un Nome sospeso in alto
nella più oscura altezza, Pasifae
dicevano, Pasifae che a volte
era uno sguardo remoto, attimo
di una spada immota eretta
sopra di me nudo e mi impediva. Pasifae
in rosso e tutta sola. Pasifae dicevano.
allora il tempo era divenire, corpo fluido
dei giorni. adesso è lo stagnare
del presente, un sempre adesso-sempre
l’opaco il peso lo spessore del sempre.
e io sto nel centro
dei corridoi di lava indurita
nel cieco laccio di vene
dove il sangue insensato si frantuma in pietra.
io non sono, o sono questa roccia, ma
respiro come quel mare di altro tempo.
e odo nelle gallerie parallele
gridi lamenti e appelli
che lo specchio dell’eco duplica.
che svaniscono aerei,
come la luce là fuori ricorrenti.
perché, pur non essendo, sto? perché la mia esclusione
dall’umano se io da donna sono nato?
la particola animale in voi occulta
si proclama in me. nostra viltà uguale
e compiutezza io derelitto ho assunto
e voi rinnegate.
dal profondo clamavo.
.
.
mi gettarono al pozzo
mi negarono il giorno
mi spezzarono le ossa
mi imputarono i crimini
che altri hanno compiuto.
mi amputarono dal corpo
collettivo degli uomini.
.
.
dal profondo clamavo.
quando era ancora fresca la mia ferita.
mentre si è putrefatta la mia piaga.
.
.
ah c’era una cadenza della luce
e nella pausa emergeva
una luce che era la nudezza della luce
dicevano la luna
e dicevano
.

*

“… \ havia uma cadência da luz \ uma pausa exacta em apneia \ a luz ausente que explodia: o sol diziam \ diziam que era o dia, e ao largo \ da noite no silêncio o rumor \ dum desmoronar lento que era o mar. \ e havia um Nome que pairava ao alto \ na mais sombria altura, Pasiphaê \ diziam Pasiphaê que às vêzes \ era um olhar remoto, átimo \ duma espada imota erguida \ sobre mim nu e me tolhia.  Pasiphê \ de vermelho e sozinha.  Pasiphê diziam. \ o tempo era devir então, corpo fluido \ dos dias. agora è o estagnar \ do presente, um sempre agora-sempre \ o peso a opacidade o espessor do sempre. \ e eu estou no centro \ dos corredores de lava endurecida \ no cego atado de veias \ onde o sangue insensato em pedra se esboroa. \ eu não sou, ou sou esta rocha, mas \ respiro como aquele mar de outrora. \ e ouço nas galerias paralelas \ gritos queixumes e apelos \ que o espelho do eco duplica \ aéros se desvanecendo, \ como a luz lá fora recorrentes. \ porquê, sem ser, estou? porquê minha exclusão \ do humano se eu de mulher nasci? \ a parcela animal em vós oculta \ proclama-se em mim. nossa vileza igual \ e completude eu desvalido assumi \ e renegais.  do profundo clamava. \ \ \ atiraram-me ao poço \ negaram-me o dia \ quebraram-me os ossos \ imputaram-me os crimes \ que um outro cometia. \ me amputaram do corpo \ colectivo dos homens. \ \ \ do profundo clamava. \ quando ainda era fresca a minha ferida. \ enquanto apodreceu a minha chaga. \ \ \ … \ ah havia uma cadência da luz \ e na pausa emergia \ uma luz que era a nudez da luz \ diziam que era a lua \ e diziam”

 

Fragmentos de um Labirinto, 1973-1978

(tratto da Gli abbracci feriti, Universale Economica Feltrinelli, 1980)

*

Maria da Saudade Cortesão Mendes (Port 1913 – Lisbona, 2010) – Poeta.  Figlia di Jaime, ha vissuto gran parte della sua vita all’estero, seguendo suo padre in esilio, prima a Parigi (1927), poi a Madrid e, infine, a Rio de Janeiro, dove ha incontrato il poeta Murilo Mendes che ha sposato nel 1947. Tra il 1952 e il 1956 gira l’Europa con il marito per incarichi di diffusione culturale della letteratura brasiliana. Nel 1957 si stabilisce a Roma, dove per 18 anni la sua casa sarà luogo di riferimento per scrittori e artisti; amica di Albert Camus, René Char, Carlos Drummond de Andrade, João Cabral de Melo Neto, Luciana Stegagno Picchio, Sophia de Mello Breyner e Maria Helena Vieira da Silva, tra gli altri. Il suo libro d’esordio Danced Destiny ha conseguito il Premio Fabio Prado Poesia. Ha tradotto Omicidio nella cattedrale di TS Eliot, Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare e Caligola di Albert Camus. Ha pubblicato anche traduzioni dall’ italiano e poesie in riviste e antologie in Brasile e in Italia. (fonte: Centro di documentazione di autori portoghesi, traduzione dal web)

Bob Dylan, Mr. Tambourine Man – sassi sonori a cura di Giorgio Chiantini

cbs_ep_6078

Considerato il tema della canzone e l’esecuzione folk purista di Dylan Mr. Tambourine Man sarebbe stato un brano perfetto per l’album del 1964 (nel video, qui) del cantautore ed effettivamente era stata scritta per quell’album, che si intitolava non a caso Another Side of Bob Dylan, ma poi rimandata per la pubblicazione nel successivo, perché ancora non del tutto pronta ed uscita, quindi, nel marzo del 1965 sul primo degli album della svolta elettrica di Bob Dylan, Bringing It All Back Home.

La notorietà e anche il successo con una versione con chitarre elettriche, batteria e tutto il resto in quell’anno 1965 sono arrivati effettivamente, ma non ad opera di Bob Dylan, bensì dei Byrds, che proprio con questa cover arrivarono in brevissimo tempo ai vertici della popolarità tra i giovani USA (e subito dopo nel resto del mondo). Ascoltando a confronto le due versioni si apprezza senza dubbio la nitidezza e la intensità di quella originale di Dylan, ma non si può non considerare che è stato l’eccellente lavoro di McGuinn, Crosby & soci – che hanno estratto da questo brano tutto il suo potenziale musicale – a farla diventare un cult. L’introduzione dell’uso delle chitarre elettriche,  che creavano quasi un muro di suono, in uno stile che, in assonanza proprio con il refrain di questa canzone, creò quello che si sarebbe poi chiamato “jingle-jangle” e che sarebbe rimasto anch’esso per sempre nel mondo del rock, ripreso molte altre volte e da molti altri gruppi nei decenni successivi.

Mr Tambourine (*) Man

Hey mister tambourine man
play a song for me
I’m not sleepy and
there is no place I’m going to
hey mister tambourine man
play a song for me
in the jingle jangle morning
I’ll come following you

though I know that evening’s empire
has returned into sand
vanished from my hand
left me blindly here to stand
but still not sleeping
my weariness amazes me
I’m branded on my feet
I have no one to meet
and the ancient empty streets
too dead for dreaming

take me on a trip upon
your magic swirling ship
my senses have been stripped
my hands can’t feel to grip
my toes too numb to step
wait only for my bootheels
to be wandering
I’m ready to go anywhere
I’m ready for to fade
into my own parade
cast your dancing spell my way
I promise to go under it

though you might hear laughing
spinning swinging madly across the sun
it’s not aimed at anyone
it’s just escaping on the run
and but for the sky
there are no fences facing
and if you hear vague traces
of skipping reels of rhyme
to your tambourine in time
it’s just a ragged clown behind
I wouldn’t pay it any mind
it’s just a shadow you’re seeing
that he’s chasing

then take me disappearing
through the smoke rings of my mind
down the foggy ruins of time
far past the frozen leaves
the haunted frightened trees
out to the windy beach
far from the twisted reach
of crazy sorrow
yes to dance beneath the diamond sky
with one hand waving free
silhouetted by the sea
circled by the circus sands
with all memory and fate
driven deep beneath the waves
let me forget about today until tomorrow

hey mister tambourine man
play a song for me
I’m not sleepy and
there is no place I’m going to
hey mister tambourine man
play a song for me
in the jingle jangle morning
I’ll come following you

 

Traduzione a cura di Ermanno Tassi:

Mister Tambourine

Ehi mister tambourine
suona una canzone per me
non ho sonno
e non ho un posto dove andare
ehi mister tambourine
suona una canzone per me
nel tintinnare del mattino
camminerò con te

sebbene sappia che l’impero della sera
è ritornato nella sabbia
svanito dalla mia mano
lasciandomi in piedi accecato
ma ancora senza sonno
la mia stanchezza mi sorprende
i miei piedi sono segnati
non ho nessuno da incontrare
e le antiche strade vuote
troppo morte per sognare

portami in viaggio sulla
tua nave magica ondeggiante
i miei sensi sono denudati
le mie mani non sentono la presa
i piedi insensibili per camminare
aspettano soltanto che i tacchi
incomincino a vagare
sono pronto ad andare ovunque
sono pronto a svanire
nella parata di me stesso
getta verso di me il tuo incantesimo di danza
io mi sottoporrò

anche se sentirai risate
rotolare ondeggiando pazze verso il sole
non sono rivolte a nessuno
fuggono semplicemente corrono
ed eccetto per il cielo
non hanno barriere davanti
e se senti confuse tracce
di brandelli di rime saltellanti
al tempo del tuo tamburello
non hanno dietro che un clown lacero
non gli presterei attenzione
è solo un’ombra quella che vedi
che lui sta inseguendo

allora portami scomparendo
attraverso gli anelli di fumo della mia
giù per le rovine nebbiose del tempo
lontano oltre le foglie gelate
gli alberi tormentati atterriti
fuori sulla spiaggia ventosa
lontano dal confuso accesso
del dolore senza senso
sì danzare sotto il cielo diamantino
con una mano libera ondeggiante
stagliato contro il mare
circondato dall’anfiteatro di sabbia
con tutti i ricordi e il fato
spinti in profondità sotto le onde
fammi dimenticare l’oggi fino a domani

ehi mister tambourine
suona una canzone per me
non ho sonno
e non ho un posto dove andare
ehi mister tambourine
suona una canzone per me
nel tintinnare del mattino
camminerò con te

(*) Tambourine = significa tamburello, o cembalo, da cui Tambourine Man, suonatore di tamburello, ma in gergo significa spacciatore di droga, quindi il brano potrebbe essere imperniato sul doppio senso.

.

bob_dylanBob Dylan (in foto, oggi), nato con il nome di Robert Allen Zimmerman (Duluth, 24 maggio 1941), è un cantautore e compositore statunitense distintosi anche come scrittore, poeta, attore, pittore, scultore e conduttore radiofonico, è una delle più importanti figure degli ultimi cinquant’anni nel campo musicale, in quello della cultura popolare e della letteratura a livello mondiale. La maggior parte delle sue canzoni più conosciute risale agli anni sessanta, quando l’artista si è posto come figura chiave del movimento di protesta americano; canzoni come Blowin’ in the Wind e The Times They Are A-Changin’ sono diventate gli inni dei movimenti pacifisti e per i diritti civili. I testi delle sue prime canzoni affrontano temi politici, sociali e filosofici e risentono di influenze letterarie, sfidando le convenzioni della musica pop e appellandosi alla controcultura del tempo. Nel corso degli anni Dylan ha ampliato e personalizzato il suo stile musicale arrivando a toccare molti generi diversi come country, blues, gospel, rock and roll, rockabilly, jazz e swing, ma anche musica popolare inglese, scozzese ed irlandese.

Oltre ad aver di fatto inventato (o re-inventato) la figura del cantautore contemporaneo, a Dylan si devono, tra le altre cose, l’ideazione del folk-rock (in particolare con l’album Bringing It All Back Home, del 1965, il primo singolo di successo ad avere una durata non commerciale (gli oltre 6 minuti della celeberrima Like a Rolling Stone, del 1965) e il primo album doppio della storia del rock (Blonde on Blonde, del 1966). Il video promozionale del brano Subterranean Homesick Blues (1965) è considerato da alcuni il primo videoclip in assoluto.

Tra i molti riconoscimenti che gli sono stati conferiti vanno menzionati almeno il Grammy Award alla carriera nel 1991, il Polar Music Prize (ritenuto da alcuni equivalente del premio Nobel in campo musicale[16]) nel 2000, il Premio Oscar nel 2001 (per la canzone Things Have Changed, dalla colonna sonora del film Wonder Boys, per la quale si è aggiudicato anche il Golden Globe), il Premio Pulitzer nel 2008[19], la National Medal of Arts nel 2009 e la Presidential Medal of Freedom nel 2012.

La rivista Rolling Stone lo inserisce al secondo posto nella lista dei 100 miglior artisti e al settimo in quella dei 100 migliori cantanti. (fonti varie dal web)

a cura di Giorgio Chiantini