due poesie di Vladimir Majakovskij

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Franz Marc, Birds (1914)

 

Ma voi potreste?

Imbrattai di colpo la carta dei giorni triti,

spruzzandovi colore da un bicchiere;

su un piatto di gelatina mostrai

gli zigomi sghembi dell’ oceano.

Sulla squama d’un pesce di latta

lessi gli inviti di nuove labbra.

Ma voi

potreste

suonare un notturno

su un flauto di grondaie?

(1913)

 

*

 

Il grande inferno della città

Le finestre schiantarono il grande inferno della città

in piccoli inferni poppanti con le luci.

Diavoli rossicci, le automobili s’impennavano,

facendo esplodere le trombe proprio sotto l’ orecchio,

 

Intanto, sotto l’insegna delle aringhe di Kerc,

un vecchietto smarrito si palpava cercando gli occhiali,

e pianse quando, nel tifone della sera calante,

un tram sbatté le pupille di rincorsa.

 

Nei buchi dei grattacieli, dove il minerale ardeva

e il ferro dei treni sbarrava l’ accesso,

gettò un grido un aereo e cadde

dove al sole ferito lacrimava l’ occhio.

 

Fu allora che, spiegazzate le coltri dei lampioni,

la notte oscena e ubriaca si snervò d’amore,

mentre arrancava dietro i soli delle strade,

inutile a tutti, la flaccida luna.

(1913)

 

* * *

da Majakovskij, Il flauto di vertebre – Prime poesie 1912-1916, Passigli Poesia

Nâzım Hikmet, poesie d’amore

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La marchande de fleurs, 1968 © Atelier Robert Doisneau

 

Rubai

(Componimento poetico secondo la metrica tradizionale arabo-persiana)

 

 Istanbul, 1933

 

È l’alba. S’illumina il mondo

come l’acqua che lascia cadere sul fondo

le sue impurità. E sei tu, all’improvviso

tu, mio amore, nel chiarore infinito

di fronte a me.

 

Giorno d’inverno, senza macchia, trasparente

come vetro. Addentare la polpa candida e sana

d’un frutto. Amarti, mia rosa, somiglia

all’aspirare l’aria in un bosco di pini.

 

Chi sa, forse non ci ameremmo tanto

se le nostre anime non si vedessero da lontano

non saremmo così vicini, chi sa,

se la sorte non ci avesse divisi.

 

È così, mio usignolo, tra te e me

c’è solo una differenza di grado:

tu hai le ali e non puoi volare

io ho le mani e non posso pensare.

 

Finito, dirà un giorno madre Natura

finito di ridere e piangere

e sarà ancora la vita immensa

che non vede non parla non pensa.

*

Rubai

1948

 

Il raggio è riempito di miele

i tuoi occhi son pieni di sole.

I tuoi occhi, mia rosa, saranno cenere

domani, e il miele continuerà

a riempire altri raggi.

 

Non mi fermo a rimpiangere i giorni passati

– salvo una certa notte d’estate –

e anche l’ultima luce dci miei occhi azzurri

ti annuncerà lieti giorni futuri.

 

Un giorno, madre natura dirà: «Mia creatura

hai già riso, hai già pianto abbastanza».

E di nuovo, immensa

sconfinata, ricomincerà

la vita, senza occhi, senza parola, senza

pensiero…

 

*  *  *

da Poesie d’amore, Hikmet-Doisneau – Oscar Mondadori, 2006

Amici de Il sasso nello stagno: Franco Floris

sassizen

 

Sul tuo seno

Fammi riposare

con la mia testa sul tuo seno

fammi dimenticare

questo vuoto che mi opprime il cuore

forse tu puoi

distillare da me il mio veleno

e porre un confine al mio dolore.

Rapide fuggono con te le ore

e ritrovo il mio cuore di bambino

e sereno su te

potrei morire.

(2014)

 

Laddove il vento tace.

 Laddove il vento tace

 lento s’appoggia il mare

 si fermano le fronde

 tutto è una sacra pace

 Galleggiano le nuvole

 pigre solcano il cielo

 e nella pace cerco il tuo ricordo

 quando vento e cielo e mare

 guardavano ammirati

 il nostro amore.

(2014)

La parola è.

La parola è una puttana

che offre sé stessa

agli angoli di strada.

 

La parola è una madonna

pura e immacolata

che dall’alto si mostra

intoccabile e inviolata.

 

La parola è una massaia affaccendata

che impasta e mescola

e cuoce e inforna

e lava, e stira, e cuce ed ai bambini

dispensa uno schiaffo

e una risata.

 

La parola è una donna innamorata

che accarezza il viso dell’amante

e piange, e ride

e semina visioni

e dolce e calda

arruffa le lenzuola.

 

La parola è la donna in nere vesti

che in alte grida piange

il figlio amato

e lacera l’anima ai presenti.

 

La parola è l’aedo che in battaglia

canta le imprese dei vili

e degli eroi

e paura, e coraggio, e amor di vita

e come l’uno e l’altro sangue

la terra impasta.

 

La parola è la madre

che se scrivo

mi coccola, e blandisce, e mi carezza

lieve i capelli mentre scorre

dolce sul foglio

la mia anima.

(2010)

*

Interloquendo con l’autore…

D: Benvenuto Franco su Il sasso nello stagno e grazie in primis per l’amicizia, quindi per la tua grande disponibilità e gentilezza nell’aver partecipato alle iniziative del blog e poi per aver accettato la mia proposta di questa breve intervista per  questo collaborativo. Voglio condividere con i nostri lettori la gioia della bella persona che sei e così, come per mia natura, bypasso ogni altro convenevole e ti chiedo senza mezzi termini qual è il ruolo, il luogo e il peso della poesia nei tuoi giorni.

R: Ho cominciato relativamente da poco a scrivere poesie ma la poesia mi ha interessato fin dai tempi del liceo. Oggi per me la poesia è una compagna inseparabile; penso in poesia, respiro in poesia…La poesia è la mia compagna di strada.

D: Francesco (Franco) Floris nasce in provincia di Oristano nel 1956; a Oristano svolge gli studi superiori diplomandosi al Liceo Classico e a Cagliari si laurea in Lingue e Letterature Straniere con una tesi sulla traduzione e da allora insegna Lingua e Letteratura Inglese alle scuole Superiori; le tue traduzioni di sonetti di Shakespeare sono state pubblicate nella rivista universitaria Portales. Quanto ha influito il tuo iter di studi sulla tua scrittura poetica?

R: Direi tantissimo. Soprattutto Dante e Shakespeare, ma tutta la poesia che ho letto credo abbia contribuito a insegnarmi ad amare la musicalità dei versi. E poi credo mi abbia aiutato tantissimo la mia passione per la musica.

D: “Un poeta è tale sempre” mi hai detto in una delle nostre conversazioni e a parer mio tu lo sei in tutto; a tale riguardo mi incuriosisce il tuo rapporto con la pubblicazione delle poesie stesse: il tuo rilevante flusso poetico per ora è affidato soltanto alle note del tuo profilo sul social network blu, nel cui universo gestisci anche una pagina di traduzioni dei sonetti di Shakespeare (Shakespeariana). Nutri dunque così tanta fiducia nei moderni mezzi di diffusione di massa o diffidi del mondo dell’editoria?

R: Le mie prime poesie erano “segrete”, le scrivevo su un’agenda e nessuno le leggeva. Sai, scrivere poesie è un po’ mettersi a nudo, e ci vuole un po’ di tempo per abituarsi all’idea che tutti vedano nel tuo intimo. Poi piano piano ho cominciato a pubblicarle su Facebook per i miei amici, che allora erano pochi. E così ho continuato…….

D: Nel ringraziarti di cuore per queste risposte – anche se la curiosità sarebbe in maggior misura –  sicuramente servite a farti conoscere un po’di più al di là della tua naturale riservatezza, ti domando infine cosa ne pensi della collaborazione tra poeti e non solo, vista anche la tua partecipazione al progetto-antologia che questo blog ha realizzato e intitolato “Inside the stone – dentro il sasso, un noi collaborativo ai tempi dell’individualismo” attualmente in fase di pubblicazione per le Edizioni Smasher.

R: Scrivere insieme è un incontro di anime; è molto difficile scrivere insieme, bisogna trovare la persona giusta…Comparire insieme in un’antologia – esperienza che ritengo assolutamente positiva –  è, invece, più semplice e, pur mettendo in risalto le differenze tra i diversi modi di scrivere, lascia comunque la propria individualità inalterata.

[Angela Greco & Franco Floris]

due poesie di Romeo Raja

Vladimir-Pajevic-

 

Dentro un giardino

_____________________________________________________

E non ci rimane che la follia
la follia di credere di non essere
qui
altrove
comunque
se non dentro le nostre parole
in un mondo che crede
la follia tutto quello che è fuori

______________________________________________________

 

 

* * *

 

 

misericordio.

_______________________________________________________

C’è uno sguardo dove finisco i respiri

che respira

riassunto di mille parole

che ora non ne ha una

le lascia dire a te

rovistando fra quelle che sai

per non pronunciare quelle che devi.

_________________________________________________________

 

 

(Romeo Raja)

 

* * *

[nota: le due poesie si riferiscono al marzo 2009, la prima, e al settembre 2013, la seconda, e sono state volutamente riportate tal quali come compaiono tra le note scritte dallo stesso autore sul profilo di un social network]

Pronta ai baci resuscitanti di Paul Eluard

Opera di Emilio Greco - Commiato n.23
Emilio Greco – Commiato n.23

.

Non posso vivere povero nell’ignoranza

Mi occorre vedere sentire e abusare

Sentirti nuda e vederti nuda

Per abusare delle tue carezze

 

Per fortuna o per disgrazia

Io conosco a memoria il tuo segreto

Tutte le porte del tuo impero

Quelle degli occhi quelle delle mani

Dei seni e della bocca dove ogni lingua si scioglie

 

E la porta del tempo aperta tra le tue gambe

Il fiore delle notti d’estate alle labbra della folgore

Alla soglia del paesaggio dove il fiore ride e piange

Pur serbando questo pallore di perla morta

Pur donando il tuo cuore pur aprendo le tue gambe

 

Sei come il mare tu culli le stelle

Sei il campo d’amore tu unisci e separi

I folli e gli amanti

Sei la fame il pane la sete la grande ebbrezza

 

E l’ultimo connubio tra sogno e virtù.

*

[Paul Eluard, Ultime poesie d’amore – Passigli Poesia]

come la terra…versi da Krimisa di Cataldo A.Amoruso

tramonto da madonna di mare - cirò marina, foto di AnGre
tramonto sullo Jonio da Madonna di mare, Cirò Marina (KT) – foto di AnGre

.

come la terra

come la terra d’ogni dove
sento vecchio il mio cuore
mi confonde, se annaspa
– o ma è solo,
come un sussurro
poi riprende
lento
come tutte le erbe che attendono
– o ma è solo,
una carezza
un fremito
o pure il vento che torna
a scompigliare pagine rivolte,
margherite spente.

 *

 dov’erravate

dove erravate parole
che tenere era lusso
e spreco un’energia
di rinnovato
interesse che a perdere solevo
solo
a giocare innumeri plessi
di nuvole e scomposte
aeree, azzurriformi
e tese dissonanze

già sconfinano
parole in foglie comode
di pratiche
confezioni che a dividere
oh, che semplici porzioni!
e fresche, come d’acqua-qua
le chesì a un senso, o non

se un foro, e puff!
mi attendo
che un calo sia
dovuto: è la natura delle cose
e poi altro?
non importa,
che l’etichetta
una parola
un detto
ma che stampigli
o meglio, purché sia
un fondo, un appiglio.

.

[Cataldo A.Amoruso]

versi tratti da http://krimisa.blogspot.it/

*

è, inoltre, possibile conoscere una leggenda di questi luoghi dal fascino senza tempo e dalla suggestiva bellezza al seguente link https://sites.google.com/site/appartenenze/lisitania, che rimanda al Sito dell’Autore – uno spazio ampio e luminoso sulla lingua, le tradizioni e la storia della sua terra d’origine Cirò Marina, l’antica Krimisa, sempre nel cuore – 

Un grazie specialissimo a Cataldo per i contributi gentilmente prestati al Sasso e per la sua poesia sempre capace di emozionare. (AnGre)

*

[Diletta, le tue mani – due cigni] (Sergej Esenin)

Catrin Welz-Stein

Diletta, le tue mani – due cigni

Che scompigliano l’oro della mia chioma.

Al mondo non si fa altro

Che cantare e ricantare l’amore.

.

E anch’io in un tempo lontano l’ho fatto

E ancora, e di nuovo,

Perché hanno un respiro profondo

Le parole della tenerezza.

.

Se l’anima davvero potesse amare

Il cuore si muterebbe in una zolla d’oro.

Eppure so che non basta

La tiepida luna di Teheran a riscaldarmi.

.

Come vivrò mi è ignoto.

Diverrò cenere fra le carezza di Sciaga?

O, vecchio, mi struggerò dolente

Per aver smarrito il filo del canto?

.

Tutto ciò che esiste ha una sua natura:

Questo è per l’orecchio, quello per l’occhio,

E se uno di queste parti scrive una brutta canzone

Non è sicuramente di Shiraz.

.

Chi sa come la gente un giorno

Giudicherà i miei versi: dirà

Che forse avrei cantato meglio se due cigni

Il respiro non m’avessero mozzato.

.

[1925, Motivi persiani, da Russia e altre poesie]

Macchie d’inchiostro (Mirta De Riz)

Marina Marcolin

Sere d’inverno
con l’abito lungo di madonne dimenticate,
resa di lacrime d’addio sui muri,
palco per inquiete ombre danzanti
alla luce fioca di un camino stanco;
E fuori la neve amava la terra
.
Sembrava non dovessero mai finire
quei giorni di macchie d’inchiostro, regole a memoria,
odori di veli e messali,
prigionieri in quel cassetto di noce,
profumi di cera e mele cotogne
.
Ed io crescevo in silenzio,
nell’anima di quel tempo d’incanto
.
Poi il tempo cavalcò cavalli senza morso
e i sogni schioccarono e si spensero come faville
.
E sferzò la pioggia e offese la grandine
.
Pellegrina confusa e stanca
chiedo al tempo dolce sollievo,
ma solo una bambola rotta
fa la guardia alle rovine di una casa,
e di un cuore

e corsi (Cataldo A.Amoruso)

Patrick Gonzales - Sans Titre

e corsi
come un angelo
fino a raggiungerli
gli angoli
nel loro freddo
di battigia lineari
non c’eran versi
ché le parole tutte
formavano già spigoli

vedevo le mie spalle
abbandonate e pure
stringermi
come tra’ denti serrarmi
e la lingua
riarsa:

non ci fu verso
la mia poesia
fu la prima volta
amara e irraggiungibile
ché subito seppi:

non ero io, chi cerco

*

http://krimisa.blogspot.it/2013/01/e-corsi.html

come mancasse qualcosa…(di Francesco Bax)

Come mancasse qualcosa.  

Il pezzo mancante di un puzzle. Un impulso impossibilitato a scattare, una vista sbiadita, un cuore stanco…

La scatola di un cervello ormai troppo consumata per essere ancora aperta. Una macchina mal funzionante; la suola di uno stivaletto davvero chic da riparare…

Uno strato di pelle assente. Un’età eccessiva (forse) per un adulto imbavagliato; una farfalla in bianco e nero o una libellula costretta …

…e una vita ancora d’avanti in un tempo uggioso.

Fuori piove e dentro e’ inverno.

*

un bell’esempio di quella che si potrebbe definire ‘prosa poetica’, quello del nostro autore, che con i suoi vent’anni ancora da compiere conduce il lettore in metafore immediate e schiette, come il suo sguardo su questo mondo incomprensibile di adulti incomprensibili, sempre troppo stretto per ali che vogliono solo aprirsi sul domani…Immagini di grande impatto, quelle proposte in questo breve testo, ma capaci e coinvolgenti; una voce che vuole esprimere la sua presenza, cercando la collocazione più consona in questo contesto che ci è stato affidato e che chiamiamo ‘vita’. (A.G.)

Così è nata la fiaba di Alice.. (Salvatore Fuggiano)

Così è nata la fiaba di Alice,
Di fretta, in un giorno infelice,
In una stanza, che poi era questa,
La raccontavo a un’intera Foresta.
E quando la storia sarà terminata
… Sotto ogni Aspetto sarà cominciata.
Questa storiella di Alice rimane
Soltanto un sogno di vicende lontane,
Solo un ricordo, un rifl esso malato,
Un rapido scorcio su un altro passato.
Un mondo, un tempo, perduto e tradito
La cui Storia adesso diventerà Mito.
… si smarrì.