Paul Valéry, tre poesie

nuvole-rosse

Paul Valéry, tre poesie

I PASSI

Nati dal mio silenzio,
posati santamente,
lentamente, i tuoi passi
procedono al mio letto
di veglia muti e gelidi.

Persona pura, ombra
divina, come dolci
i passi che trattieni.
O iddii, quali indovino
i doni che mi attendono
sopra quei piedi nudi!

Se da protese labbra,
per’ acquietarlo, all’ospite
dei miei sogni prepari
d’un bacio il nutrimento,
non affrettarlo il gesto
tenero, dolcezza
di essere e non essere:

io vissi dell’attesa
di te, il mio lento cuore
non era che i tuoi passi.

~

UN CHIARO FUOCO

Un chiaro fuoco m’abita e vedo freddamente
la violenta vita, illuminata tutta…
io non posso più amare oramai che dormendo
i suoi graziosi atti mescolati di luce.

I giorni miei, la notte, mi riportano sguardi
dopo i primi momenti di un infelice sonno,
quando sparsa nel buio è la sventura stessa,
tornano a farmi vivere, mi danno ancora occhi.

Se erompe quella gioia, un’eco che mi sveglia
ributta solo un morto, alla mia riva di carne.
E al mio orecchio sospende, il mio riso straniero

come alla vuota conchiglia un sussurro di mare,
il dubbio – sul bordo di un’estrema meraviglia,
se io sono, se fui; se dormo oppure veglio…

~

EFFETTO NOTTURNO

Notte. Pioggia. Un cielo sbiadito che ritaglia
di guglie e torri traforate un profilo
di città gotica perduta in grigie lontananze.
Pianura. Un patibolo carico d’impiccati contorti;
scossi dall’avido becco delle cornacchie
danzano nell’aria nera gighe ineguagliabili,
e intanto i loro piedi sono pasto dei lupi.
Qua e là cespugli di rovi e qualche agrifoglio
drizzano a destra e a manca l’orrido fogliame
sull’oscuro guazzabuglio di uno sfondo d’abbozzo.
E poi, intorno a tre lividi prigionieri
che vanno a piedi nudi, un drappello di alti armigeri
in marcia: le loro lance dritte, come ferri d’erpice,
brillano in senso contrario alle lance della pioggia.

Paul Valery, (Cantiques des colonnes)

Cantico delle colonne, Paul Valéry (1871–1945) 

À Léon-Paul Fargue
Dolci colonne, dai
Capelli fasciati di luce,
Ornati d’uccelli veri
Che camminano intorno,
.
Dolci colonne, o
L’orchestra dei fusi!
Ognuno immola il
Silenzio all’unisono.
.
– Che portate tanto in alto,
Egualmente radiose?
– Al desiderio senza difetto
Le nostre grazie studiose!
.
Cantiamo e tutte noi
Portiamo i cieli!
O sola e saggia voce
Che per gli occhi canti!
.
Guarda che candidi inni!
Quali sonorità
I nostri elementi limpidi
Prendono alla chiarezza!
.
Così fredde e dorate
Fummo dai nostri letti
Staccate dalle forbici,
Per divenire gigli!
.
Dai nostri letti di cristallo
Noi fummo risvegliate,
E artigli di metallo
Ci hanno sagomate.
.
Per affrontar la luna,
La luna e il sole,
Ognuna fu levigata
Come unghia del piede!
.
Serve senza ginocchi,
Sorrisi senza figure,
La bella davanti a noi
Sente le gambe pure.
.
Piamente eguali,
Naso sotto cornice
E le ricche orecchie
Sorde del bianco peso,
.
Un tempio sopra gli occhi
Neri in eternità,
Andiamo senza gli dei
Alla divinità!
.
Antiche giovinezze,
Carne opaca e belle ombre,
Fiere delle finezze
Che nascono dai numeri!
.
Figlie dei numeri d’oro,
Forti della legge del cielo,
Su noi cade e s’addorme
Un dio color del miele.
.
Dorme contento, il Giorno,
Che ogni giorno offriamo
Sulla tavola d’amore
Aperta sopra la fronte.
.
Sorelle incorruttibili,
Metà arse, metà fresche,
Prendemmo per danzatori
Brezze e foglie secche,
.
E i secoli a decine,
E i popoli passati,
È il profondo passato,
Mai abbastanza passato!
.
Sotto gli stessi amori,
Più pesanti del mondo
Attraversiamo i giorni
Come una pietra l’onda!
.
Camminiamo nel tempo
E i nostri corpi brillanti
Hanno passi ineffabili
Che sopra favole s’imprimono…
(traduzione di Beniamino dal Fabbro – quotidiano.net; in apertura: Crotone, Capo Colonna, il promontorio che determina il limite occidentale del golfo di Taranto, dove sorgeva il tempio dedicato ad Hera Lacinia – dal web)