dal blog PERIPLI: 291 // PORTOFRANCO 24 // Angela Greco. Il mio turno

Grazie di cuore a Gianluca Asmundo!!!

Peripli // Post Scriptum

Pubblichiamo oggi un contributo per Portofranco, la rubrica in cui ospitiamo le vostre voci in tema di ospitalità, democrazia, dialogo. Anche questa poesia di Angela Greco è stata ascoltata da noi e dal mare durante la lettura corale per “riaprire il porto”, presso la bocca del Lido di Venezia, il 2 giugno 2019.

Il mio turno, il tuo turno. L’alterità e la prossimità. L’esercizio del potere sociale. Quale identità persiste nel gioco del reciproco arresto del passo? “Chi altri siamo diventati”, si domanda l’autrice in una splendida terzina, sofferta quanto aperta alla più profonda forma di umanità che sempre ci rimarrà incollata tra le dita e le corde vocali: il dubbio. Se e quando si dovesse perdere “quel che fu affidato alle mani / e prima ancora alla volontà”, voglio credere fermamente, insieme all’autrice, in questo ossimoro: la capacità salda di dubitare.

G. Asmundo

*

(Senza titolo)

Non ricordo dove…

View original post 171 altre parole

Portofranco a Venezia: Poesia per “aprire” il porto (a cura di Gianluca Asmundo)

Grazie alla voce e al cuore di Gianluca, ci sono stati anche i miei versi ❤

Peripli // Post Scriptum

Portofranco a Venezia. Presso la bocca di porto, leggendo parole aperte. Una risposta di poesia e nonviolenza a ogni chiusura, sposando il mare nel segno del dialogo, contrapposto al “vero e perpetuo dominio”. La data scelta era doppiamente simbolica, combaciando sia con lo Sposalizio del mare che con la Festa della Repubblica Italiana.

Parole libere, spaziando senza alcun confine o censura, dalla laguna alla Calabria, dall’Africa alla Puglia, da Roma all’India, si incrociavano qui, limpide, all’inizio e alla fine del Mediterraneo.

Le vostre voci si sono intrecciate con le nostre, le pagine delle vostre poesie con noi sulla battigia, tra la gente, tra i sorrisi, sventolando nella luce tiepida e radente, nel vento, liminali, cullate dallo sciabordio delle onde e dai gabbiani.
Grazie di cuore a tutte le persone che hanno partecipato, c’era tanta vicinanza, molta serena libertà.

View original post

Giovanni Luca Asmundo, Roma città aperta. Liberare lo spazio

.

da PERIPLI // POST SCRIPTUM  – blog di poesia a cura di Giovanni Asmundo, parte del progetto itinerante Peripli. Topografia di uno smarrimento che si ringrazia

*

Trascrivo dal taccuino una “deriva urbana” che ho compiuto a Roma in ottobre, con una riflessione sulla percezione dello spazio e la necessità della sua apertura.

«In quest’ultima Roma ho attraversato metà del mondo: dai compagni di viaggio centroafricani, generosi nonostante le parole stentate, scambiandoci nella notte storie e biscotti, ai turistoidi sciamanti multilingue ma allegri; dai balli brasiliani ai piedi dei tritoni, agli ameboidi individualisti da smartphone dell’ostello; di Moretti in Moretti, dalle architetture razionaliste coloniali con mostre food&art all’interno, al cinema Nuovo Sacher del caro vecchio Nanni; dal lungotevere di angeli e coppiette abbracciate, alle rive dei barboni ubriachi di plenilunio; dai coworking kitsch da designer (edera finta e ritratti-crosta di sultani), realizzati in malcapitate cappelle seicentesche, al cacio e pepe come ‘na volta con chiasso allegro; dalle poesie in romanesco di un calciatore a quelle in rima baciata dedicate da un anziano alla sua mamma – belle – fino a “poetesse” ingioiellate che organizzano “aperipoetry” in “location” non-meno-dei-castelli-romani e che fanno interpretare i propri testi soltanto da attori da telefilm poliziesco di punta; da precari che studiano appassionati per concorsi pubblici, ad aristoborghesie da aspettachemelatiroancora; dai petali di fiori che non galleggiano più nelle mie fontane preferite, ai fenicotteri rosa di plastica; dall’alba sui Fori alla realtà aumentata sui monumenti; dalle persone gentili sull’autobus della domenica, strette come sardine a Porta Portese, a un vecchio pescatore tiberino e alle ragazze sorridenti su un Gianicolo fiorito e tedesco; da un meraviglioso pranzo domenicale tra Terracina e un quartiere tranquillo, dal moscato alle Sante libanesi, fino a un indimenticabile incontro del dopopranzo con vere anime belle, lettori sinceramente appassionati e professori che conversavano di ebrei marrani, calabresi e acqua brillante; dai ladri di biciclette ai bangladini che vendono caricabatterie; dalle colonne antiche di notte e dall’aurora sulle rovine commoventi, alla luce metafisica dell’EUR con figure spaesate più della Vitti e della Moreau messe insieme in Antonioni».

Due giorni e due notti a piedi attraverso l’umanità romana, 40 km al giorno di ironia e disincanto, scegliendo di liberarsi dalle soluzioni di continuità. Pubblico solo oggi la prima parte di questo esperimento – che alcuni di voi hanno letto in anteprima – dopo averlo rimandato per mesi nell’attesa di avere tempo per costruire un reportage più completo, per una ragione precisa: in queste ultime settimane mi sembra sempre più urgente insistere con vigore sulla necessità di una costruzione alternativa della narrazione del reale, in senso antimediatico.

Tengo a una città democratica, orizzontale, in cui lo spazio sia comune a tutti e tutti si guardino in viso, in cui i vernissage d’arte coesistano con i samosa in una via semicentrale. Uno spazio che noi tutti edifichiamo con azioni e parole aperte, quotidianamente, senza nemmeno accorgercene, poiché si tratta di un processo assolutamente naturale. Tuttavia, la lettura e l’interpretazione spontanea della realtà oggettiva stanno diventando sempre più un campo in cui giocare sottilmente la partita della manipolazione dell’opinione pubblica.

Spingendosi oltre, tale storytelling politico-mediatico può trasformarsi in uno strumento attraverso il quale alimentare esclusioni sociali costruite ad hoc, che mascherino le marginalità reali in cui larga parte della popolazione viene progressivamente relegata, tendendo a quella metropoli privata di qualità che Danilo Dolci definiva “omile”.

L’osservazione-ascolto e la rappresentazione della realtà fisica e delle sue stratificazioni, dunque, mi sembrano sempre più necessarie per toccare con mano una “verità” dei fenomeni, così come la vita delle persone.

Dal punto di vista del metodo, ad esempio, è possibile decidere come collocarsi fisicamente e spostarsi nello spazio urbano, come compiere un moto liberato, tagliando la città in pianta e in sezione. Muoversi attraverso di essa senza condizionamenti diviene sempre più una scelta culturale rilevante, un atto democratico.

Decostruire le gerarchie esistenti e un immaginario basato sulla sola informazione, oltrepassando vetri invisibili, aprendo lo spazio in cui viviamo, può consentire tanto un’esperienza quanto una rappresentazione della realtà ben più prossima a ciò che davvero ci circonda.

(Articolo e foto di G. Asmundo)

PS. Il pretesto per il viaggio a Roma in cui si è svolto l’esperimento è stato la lettura di una poesia sulle migrazioni senza tempo nel Mediterraneo, tra nòstoi e barconi, partecipando all’evento internazionale no profit 100 Thousand Poets for Change.

*

Giovanni Luca Asmundo (QUI – in questo blog), architetto, vive e lavora a Venezia. Vincitore di concorsi nazionali di poesia, narrativa e prosa lirica, è presente nelle antologie Poesia e luce: Venezia, a cura di Marco Nereo Rotelli (2015) e Trittico d’esordio, a cura di Anna Maria Curci (Edizioni Cofine, 2017), oltre che in una serie di e-book curati dal blog “La presenza di Erato”. È tra i fondatori del progetto di poesia e fotografia “Peripli. Topografia di uno smarrimento”  ed è stato co-curatore di “Congiunzioni. Festival di poesia e video arte 2015”.