Lalla Romano, tre poesie

Lalla Romano, tre poesie

*

Amore

Se negli occhi mi guardi, non ascolto
le tue parole;
altre parole dicono i tuoi occhi,
anzi una sola:
la più dolce, la sola che intendo.
Ma pur la temo:
ché se poi taci, ancor chieggo parole.

~

Il richiamo

Nasce dalla mia pena questo canto
che sale nel meriggio sonnolento
più accorato di un pianto?

Io tenevo segreto il mio pianto,
e ritorna più vasto e più lento.

S’è mutata in aperto lamento
la gelosa amarezza del pianto:

e il richiamo profondo vi sento,
che risponde nel muto mio pianto.

~

Distacco

Soffre il fiore strappato dal cespo?
Forse dolgono i gambi recisi,
più non guarda beata nel sole,
stanca piega la bella corona.

Ed a me non è ignoto quel male;
anch’io so come duole ogni vena,
quando i polsi tremanti ho staccato
che il tuo collo cingevano, amato.

*

Lalla Romano (Graziella detta Lalla, 1906-2001), è stata una poetessa, scrittrice, giornalista, aforista e una delle figure più significative del Novecento letterario italiano. L’autrice, nota soprattutto per i suoi lavori in prosa, esordì tuttavia con una raccolta poetica, e lei stessa definì il suo intero lavoro letterario «un cammino dalla poesia alla prosa»: l’esperienza poetica lasciò un’impronta chiaramente ravvisabile nei suoi libri di narrativa a causa del prevalere in essi, o nella maggior parte di essi, di alcuni elementi tipicamente lirici. Montale diceva che esistono libri in prosa che sono di poesia, e libri scritti in versi che sono prosa. Questo pensiero è significativo per comprendere l’intero lavoro letterario della scrittrice, che anche nella narrativa non smise mai di essere poetessa. La scrittura poetica non deve essere necessariamente in versi, e lei utilizzò il linguaggio della poesia anche per scrivere le sue opere in prosa. Affermò ella stessa severamente: «Se uno non è dotato di sensibilità – intellettuale e sensuale – per la poesia, è meglio che non legga i miei libri. Lo deluderebbero.»

*

Per queste condivisioni si ringrazia il sito “L’altrove appunti di poesia”.

Émile Nelligan, tre poesie da Un lungo grido di corno

W.Kalf,Natura morta con corno potorio e astice

Émile Nelligan, Un lungo grido di corno – cura e traduzione di Roberto Bertoldo, Mimesis-Hebenon Ed.2021.

Émile Nelligan (Montreal, 1879 – 1941) è considerato oggi una voce fondamentale della poesia canadese e più precisamente del Quebec. Talento precoce, alla Rimbaud, scrisse tutte le sue poesie prima dei vent’anni, fino a quando non venne internato in manicomio. (Quarta di copertina)

*

Cuori stanchi

I loro occhi si sono spenti nell’ultima notte;
hanno voluto la vita, hanno cercato il sogno
per i loro cuori blasfemi da cui la speranza sempre fugge.
Non hanno mai trovato la linfa vera e buona.
.
Invano hanno ucciso l’anima della dissolutezza,
rimangono ancora, spaventosi, i tormenti del Rimorso.
L’Angelo livido si erge e si pone alla loro sinistra,
gli lacera il cuore rantolante fino alla morte.

~

Sogni recintati

Rinchiudiamoci malinconici
nel piacevole brivido delle camere,
dove i vasi di fiori di settembre
profumano come reliquie.
.
I tuoi capelli ricordano l’ambra
del capi delle vergini cattoliche
nei vecchi quadri delle basiliche,
sugli ori carnali delle tue membra.
.
Scoppia la tua chiara risata di smalto
su un vivido scrigno scarlatto
dove si incrosta la noia di vivere.
.
Ah! Possa tu verso la speranza calma
far spuntare come una palma
il mio cuore cristallizzato di brina!

~

Un poeta

Lasciatelo vivere così senza fargli del male!
Lasciatelo andare; è un sognatore che passa;
è un’anima angelica aperta sullo spazio,
che porta in sé un cielo di primavera aurorale.
.
È una poesia così triste e pura
che proviene da lui in un vortice d’oro.
La stella la comprende, la stella che si addormenta
nel suo candore celeste dai fruscii di trina.
.
Non vuole sapere niente, ama senza amore.
Non lo guardate! che nessuno se ne occupi!
Ditegli che è anche vittima del suo destino!
Ridete di lui!…Che importa! bisogna morire un giorno…
.
Allora, nel paese dove dimora il buon Dio,
vi verrà rivelato, con amaro rimprovero,
quello che ci fu di candido sotto quella forma semplice e fiera,
e di tristezza in quel grande occhio grigio che piange!

*

In apertura: Willem Kalf, “Natura morta con corno potorio e astice”, 1653, National Gallery, Londra.

Quattro poesie d’amore

ph.Angela Greco AnGre per Il sasso nello stagno di AnGre

Il tuo modo d’amare di Pedro Salinas

Il modo tuo d’amare
È lasciare che io ti ami.
Il si con cui ti abbandoni
è il silenzio. I tuoi baci
sono offrirmi le labbra
perché io le baci.
Mai parole o abbracci
mi diranno che esistevi
e mi hai amato: mai.
Me lo dicono fogli bianchi,
mappe, telefoni, presagi,
tu, no.
E sto abbracciato a te
senza chiederti nulla, per timore
che non sia vero
che tu vivi e mi ami.
E sto abbracciato a te
senza guardare e senza toccarti.
Non debba mai scoprire
con domande, con carezze,
quella solitudine immensa
d’amarti solo io.

~

Il tuo cuore lo porto con me di Edward Estlin Cummings

Il tuo cuore lo porto con me
Lo porto nel mio
Non me ne divido mai.
Dove vado io, vieni anche tu, mia amata;
qualsiasi cosa sia fatta da me,
la fai anche tu, mia cara.
Non temo il fato
perché il mio fato sei tu, mia dolce.
Non voglio il mondo, perché il mio,
il più bello, il più vero sei tu.
Questo è il nostro segreto profondo
radice di tutte le radici
germoglio di tutti i germogli
e cielo dei cieli
di un albero chiamato vita,
che cresce più alto
di quanto l’anima spera,
e la mente nasconde.
Questa è la meraviglia che le stelle separa.
Il tuo cuore lo porto con me,
lo porto nel mio.

~

Parlare… di Paul Eluard

Parlare
senza avere niente da dire
comunicare
in silenzio
i bisogni dell’anima
dar voce
alle rughe del volto
alle ciglia degli occhi
agli angoli della bocca
parlare
tenendosi per mano
tacere
tenendosi per mano.

~

Se tardi a trovarmi, insisti di Walt Whitman

Se tardi a trovarmi, insisti.
Se non ci sono in nessun posto,
cerca in un altro, perchè io sono
seduto da qualche parte,
ad aspettare te…
e se non mi trovi piú, in fondo ai tuoi occhi,
allora vuol dire che sono dentro di te.

*

[20\10\21]

Walter de la Mare, una poesia con traduzione

Lighthouse and Buildings, Portland Head, Cape Elizabeth, Maine, 1927 - Edward Hopper

Walter John de la Mare (1873 – 1956), scrittore e poeta inglese; dotato di una fantasia singolarmente incline al misterioso e al fiabesco continua in parte quella tradizione di letteratura anglosassone che conta come sommi rappresentanti Coleridge e Poe. In questa vena sono concepiti i più dei suoi versi, tra i quali The Listeners and Other Poems (1912), Collected Poems (1920).

*

The listeners 

‘S there anybody there?’ said the Traveller,
Knocking on the moonlit door;
And his horse in the silence champ’d the grasses
Of the forest’s ferny floor:
And a bird flew up out of the turret,
Above the Traveller’s head:
And he smote upon the door again a second time;
‘Is there anybody there?’ he said.
But no one descended to the Traveller;
No head from the leaf-fringed sill
Lean’d over and look’d into his grey eyes,
Where he stood perplex’d and still.
But only a host of phantom listeners
That dwelt in the lone house then
Stood listening in the quiet of the moonlight
To that voice from the world of men:
Stood thronging the faint moonbeams on the dark stair,
That goes down to the empty hall,
Hearkening in an air stirr’d and shaken
By the lonely Traveller’s call.
And he felt in his heart their strangeness,
Their stillness answering his cry,
While his horse moved, cropping the dark turf,
‘Neath the starr’d and leafy sky;
For he suddenly smote on the door, even
Louder, and lifted his head:–
‘Tell them I came, and no one answer’d,
That I kept my word,’ he said.
Never the least stir made the listeners,
Though every word he spake
Fell echoing through the shadowiness of the still house
From the one man left awake:
Ay, they heard his foot upon the stirrup,
And the sound of iron on stone,
And how the silence surged softly backward,
When the plunging hoofs were gone.

.

Gli ascoltatori

“C’è nessuno?”disse il Viaggiatore,
bussando alla porta rischiarata dalla luna;
e il suo cavallo nel silenzio brucava erba
dal terreno coperto di felci nella foresta:
e un uccello volò fuori dalla torretta,
sopra la testa del Viaggiatore:
 e lui bussò alla porta una seconda volta;
“C’è nessuno?” disse.
Ma nessuno discese verso di lui;
non una testa dal davanzale coperto di foglie
si sporse per guardare nei suoi occhi grigi,
là dove era rimasto, perplesso e silenzioso.
Ma solo una folla di ascoltatori spettrali
che dimorava nella casa solitaria,
allora rimase ad ascoltare nella quiete lunare
quella voce uscita dal mondo degli uomini:
immobile a guardare i pallidi raggi di luna sulla scala oscura,
che va giù nell’atrio deserto,
ascoltando in un’aria scossa e turbata
il richiamo del Viaggiatore solitario.
E li sentì nel suo cuore, strani
e immobili, rispondere al suo grido,
mentre il cavallo si muoveva, brucando le zolle scure,
sotto un cielo di stelle e di foglie;
e lui improvvisamente picchiò alla porta, ancora
 più forte, e sollevò la testa:
 “Di’ loro che sono venuto e nessuno ha risposto,
che io ho mantenuto la mia parola” , disse.
 Non si mossero gli ascoltatori,
sebbene ogni parola da lui pronunciata
 cadesse echeggiando nell’oscurità della casa silenziosa
 dall’unico uomo rimasto sveglio:
 sì, essi udirono i suoi piedi sulla staffa,
 e il rumore del ferro sulla pietra,
e il silenzio cadde di nuovo su tutto,
quando il rumore degli zoccoli si allontanò.
.
.
(1913)
In apertura: Edward Hopper, Lighthouse and Buildings, Portland Head, Cape Elizabeth, Maine, 1927

Salvatore Toma, versi su poeti e poesia

nuvole-rosse

Salvatore Toma (Maglie- LE, 1951-1987), tre poesie

*

Vivere in eterno
coi tuoi versi
passare alla storia
per rara genialità….
essere ricordati…ma
ne vale la pena?
Ne ho visti di trucidati
in luridi convegni,
indagati frugati fustigati
menzognificati e sfruttati
imbavagliati di motivi inesistenti
storpiati reinventati….!
Meglio una morte
sola per noi soli
quest’ultima emozione
questo scoppio di felicità
questo smembramento leggero.

~

Il poeta è ùno scienziato
ùno scienziato
coi piedi per terra
sùlla lùna c’è andato
da appena nato.
Il poeta è ùn ùomo
ùn poco morto
e conosce cose orrende
chissà come
per qùesto ride di voi
di tùtti voi.

~

Ogni tanto aprono la bocca!

Ci sono poeti
che di vivere
fanno solo finta.
Si profumano
si aggraziano
si atteggiano
conoscono almeno mille
termini inglesi e francesi
i più sofisticati
e parlano solo se sanno
di non essere capiti
così di loro si dirà:
ma come parla bene!
poeti diffidenti
inaccostabili divini
che non valgono niente
convinti che ad ogni costo
che tutto è deludente.
Nei loro versi si decanta
l’invincibile infelicità
la grande incomunicabilità
ma in verità tutto questo
proprio non ce l’hanno
se lo vanno a cercare
per un triste poetare
e traggono l’arte in inganno.
Ogni tanto aprono la bocca
e ti mostrano la lingua
per farti vedere
che oltre a parlare
sanno anche leccare.
Evviva il poeta!
evviva la sua canzone
di bestia in estinzione!

*

versi da “Canzoniere della morte”

John Keats, All’autunno

foglie

All’autunno di John Keats

Stagione di nebbie e morbida abbondanza,
tu, intima amica del sole al suo culmine,
che con lui cospiri per far grevi e benedette d’uva
le viti appese alle gronde di paglia dei tetti,
tu che fai piegare sotto le mele gli alberi muscosi del casolare,
e colmi di maturità fino al torsolo ogni frutto;
tu che gonfi la zucca e arrotondi con un dolce seme
i gusci di nocciola e ancora fai sbocciare
fiori tardivi per le api, illudendole
che i giorni del caldo non finiranno mai
perché l’estate ha colmato le loro celle viscose:

chi non ti hai mai vista, immersa nella tua ricchezza?
Può trovarti, a volte, chi ti cerca,
seduta senza pensieri sull’aia
coi capelli sollevati dal vaglio del vento,
o sprofondata nel sonno in un solco solo in parte mietuto,
intontita dalle esalazioni dei papaveri, mentre il tuo falcetto
risparmia il fascio vicino coi suoi fiori intrecciati.
A volte, come una spigolatrice, tieni ferma
la testa sotto un pesante fardello attraversando un torrente,
o, vicina a un torchio da sidro, con uno sguardo paziente,
sorvegli per ore lo stillicidio delle ultime gocce.

E i canti di primavera? Dove sono?
Non pensarci, tu, che una musica ce l’hai.
Nubi striate fioriscono il giorno che dolcemente muore,
e toccano con rosea tinta le pianure di stoppia:
allora i moscerini in coro lamentoso, in alto sollevati
dal vento lieve, o giù lasciati cadere,
piangono tra i salici del fiume,
e agnelli già adulti belano forte del baluardo dei colli,
le cavallette cantano, e con dolci acuti
il pettirosso zufola dal chiuso del suo giardino:
si raccolgono le rondini, trillando nei cieli.

Vittorio Sereni, tre poesie da Gli strumenti umani

citta

Vittorio Sereni, versi da “Gli strumenti umani”

*

Viaggio di andata e ritorno 

Andrò a ritroso della nostra corsa
di poco fa
che tanto bella mai ti sorprese la luna.
Mi resta una città prossima al sonno
di prima primavera.
O fuoco che ora tu sei
dileguante, o ceneri confuse
di campagna che annotta e si sfa,
o strido che sgretola l’aria
e insieme divide il mio cuore.

~

Fissità 

Da me a quell’ombra in bilico tra fiume e mare
solo una striscia di esistenza
in controluce dalla foce.
Quell’uomo.
Rammenda reti, ritinteggia uno scafo.
Cose che io non so fare. Nominarle appena.
Da me a lui nient’altro: una fissità.
Ogni eccedenza andata altrove. O spenta.

~

Intervista a un suicida

L’anima, quello che diciamo l’anima e non è
che una fitta di rimorso,
lenta deplorazione sull’ombra dell’addio
mi rimbrottò dall’argine.

Ero, come sempre, in ritardo
e il funerale a mezza strada, la sua furia
nera ben dentro il cuore del paese.
Il posto: quello, non cambiato – con memoria
di grilli e rane, di acquitrino e selva
di campane sfatte -­
ora in polvere, in secco fango, ricettacolo
di spettri di treni in manovra
il pubblico macello discosto dal paese
di quel tanto…

In che rapporto con l’eterno?
Mi volsi per chiederlo alla detta anima, cosiddetta.
Immobile, uniforme
rispose per lei (per me) una siepe di fuoco
crepitante lieve, come di vetro liquido

indolore con dolore.
Gettai nel riverbero il mio perché l’hai fatto?
Ma non svettarono voci lingueggianti in fiamma,
non la storia d’un uomo:
simulacri,
e nemmeno, figure della vita.

La porta
carraia, e là di colpo nasce la cosa atroce,
la carretta degli arsi da lanciafiamme…
rinvenni, pare, anni dopo nel grigiore di qui
tra cassette di gerani, polvere o fango
dove tutto sbiadiva, anche
– potrei giurarlo, sorrideva nel fuoco –
­anche… e parlando ornato:
«mia donna venne a me di Val di Pado»
sicché (non quaglia con me – ripetendomi –
­non quagliano acque lacustri e commoventi pioppi

non papaveri e fiori di brughiera)
ebbi un cane, anche troppo mi ci ero affezionato,
tanto da distinguere tra i colpi del qui vicino mattatoio
il colpo che me lo aveva finito.
In quanto all’ammanco di cui facevano discorsi
sul sasso o altrove puoi scriverlo, come vuoi:

NON NELLE CASSE DEL COMUNE
L’AMMANCO
ERA NEL SUO CUORE

Decresceva alla vista, spariva per l’eterno.
Era l’eterno stesso
puerile, dei terrori
rosso su rosso, famelico sbadiglio
della noia
col suono della pioggia sui sagrati…
Ma venti trent’anni
fa lo stesso, il tempo di turbarsi
tornare in pace gli steli
se corre un motore la campagna,
si passano la voce dell’evento

ma non se ne curano, la sanno lunga
le acque falsamente ora limpide tra questi
oggi diritti regolari argini,
lo spazio
si copre di case popolari, di un altro
segregato squallore dentro le forme del vuoto.
…Pensare
cosa può essere – voi che fate
lamenti dal cuore delle città
sulle città senza cuore -­
cosa può essere un uomo in un paese,

sotto il pennino dello scriba una pagina frusciante
e dopo
dentro una polvere di archivi
nulla nessuno in nessun luogo mai.

.

(da “Gli strumenti umani”)

Corrado Govoni, San Francesco e gli uccelli

GIOTTO, Compianto delle Clarisse, 1290-95, affresco_ Assisi, Basilica superiore di San Francesco San Francesco e gli uccelli di Corrado Govoni

Tu sì che lo sapevi
perché sono felici gli uccelletti,
tutt’ali per volare e gole per cantare:
perché toccan la terra
soltanto per dormire e per morire.
Erano i tuoi fratelli tripudianti,
anch’essi mendicanti
che campan di minuzie
raccolte per le strade e nei cortili.
E con un cenno della mano
li radunavi tutti:
dai cespugli, vicino; dai boschi, lontano.
Allora ti volavan sulle spalle e sulla testa
e, beccandoti e tirandoti la tonaca,
ti facevano festa
senza sapere quello che volevi.

Poi si quietavano guardandoti
per ascoltare ciò che tu dicevi.
« Lodate sempre il nostro buon Signore!
Lo dovete lodare a tutte le ore!
Non sapete né filare né cucire:
v’ha dato un vestimento duplicato;
perché non seminate né mietete,
vi pasce; e vi dà i fiumi per bere,
e per i nidi gli alberi in fiore.
Lodato sempre sia nostro Signore!»
Gli uccelli rispondevano a gran voce,
e tu li benedivi e licenziavi
con un segno di croce.

Oh! quante volte ti fermasti ad
ammirarli lungo le siepi, sotto i pini,
affaccendati ad intrecciar le culle
di fuscelli, di bioccoli e di crini,
ed a covare zitti e segreti!
La tortorella, quand’era stanca
di stare con la pancia sopra l’uova
calde che tu; toccavi con un dito
per sentir muovere i pulcini,
usciva fuori a picchiare
il maschio, con piccoli gridi:
lo costringeva a far da mamma.
Quante volte parlasti con le rondini,
coi loro rondinini ancora ignudi
che facevano sporco fuor dei nidi!

*

(In apertura: Giotto, Saluto di Chiara e delle sue compagne a Francesco; Assisi, Basilica Superiore)

Emily Dickinson, tre poesie sugli angeli

Emily Dickinson, tre poesie sugli angeli

Angeli vedi nella prima luce
tra la rugiada curvarsi,
Cogliere e volar via con un sorriso:
crescon per loro i fiori?

Angeli vedi quando il sole infuria
tra le sabbie roventi,
cogliere e volar via con un sospiro:
ed i fiori avvizziti con sé portano.

~

L’anima dovrebbe sempre star socchiusa
perché ove il cielo chieda
non sia obbligato ad aspettare
o temendo di disturbarla

se ne vada, prima che lei faccia scorrere
il chiavistello nella porta
per scoprire che il cortese ospite,
il suo visitatore, non c’è più –

~

Io so bene che dentro la mia stanza
c’è un amico invisibile,
non si rivela con qualche movimento
né parla per darmi una conferma.

Non c’è bisogno che io gli trovi posto:
è una cortesia più conveniente
l’ospitale intuizione
della sua compagnia.


La sola libertà che si concede
è di essere presente.
Né io né lui violiamo con un suono
l’integrità di questa muta intesa.

Non non potrei mai stancarmi di lui:
sarebbe come se un atomo ad un tratto
si annoiasse di stare sempre insieme
agli innumerevoli elementi dello spazio.

Ignoro se visti anche altri,
se rimanga con loro oppure no.
Ma il mio istinto lo sa riconoscere:
il suo nome è Immortalità.

*

(In apertura opera di Joanna Sierko Filipowska; poesie dal web)

Juan Rodolfo Wilcock, tre poesie

ph. Angela Greco AnGre per Il sasso nello stagno di AnGre

poesie di Juan Rodolfo Wilcock (1919-1978; poeta, scrittore, critico letterario e traduttore argentino naturalizzato italiano.)

*

Mostrami il mondo, mostrami la gente,
come una lampada da cinquemila watt
la tua bellezza ne fa un mosaico d’oro
i visi lustri scintillano smalti
azzurri e gialli e verdi, gioielli insomma
e intorno un cielo semplice con palme
e sulle palme pecore di una razza aerea,
e ignari passano trasformati in gioielli
e dico a un tale, «ogni volta che passi
mi pare che rispunta il sole
quindi sono sette giorni che ci vediamo»,
ma so che il sole non è lui, sei tu,
che lo rivesti con quella luce fortissima
di criniere da leone zodiacale,
e tornerà nel buio, come quell’altra
col suo vestito come una candela
avvolta in fiamme rosse su scarpe rosse.
Mostrami il mondo con i suoi cortei,
mostrami gli autobus come un foresta,
mostrami il Tevere dove sembra il Danubio
e la piana dall’altro dei Parioli
dove combattono Massenzio e Costantino,
difatti sono pronto ormai a credere
che il mondo l’hai creato tu,
come di nuovo lo stai creando ancora
con quella luce da cinquemila watt;
e con il mondo avrai creato la storia.

~

Comunque sia, questo mondo è per te.
Mi sono domandato molte volte
a che serviva, e non serviva a niente,
ma adesso grazie a te ritorna utile.
Fa il conto della merce abbandonata
da Dio e prendila, l’hanno fatta per te
millenni di uomini che non ti conoscevano
ma che cercavano di prefigurare
in templi e tombe di roccia e biblioteche
uno stupore come quello che effondi
quando sorridi e fai fermare il tempo
e tutti ammutoliscono rapiti
e ti alzi e dici, «io me ne vado a letto».
Dormi, al risveglio sarà lì il tuo retaggio:
una città che fu famosa assai,
un fiume sporco cantato dai poeti,
il cinema dove hanno ucciso Giulio Cesare;
e intorno valli, montagne, mari, oceani,
e capitali, e continenti e selve,
e piramidi, e versi, e adoratori
della tua forma esterna o quella interna
e in alto il cielo e il sole e le stelle e la luna
e sulla terra le bestie ubbidienti
a te che infine vieni a giustificare
la loro straordinaria varietà.
È tutto tuo e non finisce mai.

~

Vieni con me non dico, dico portami.
Davanti a un Santo o a una Madonna chi
direbbe, « vieni, andiamo in Tunisia »?
Ma se l’immagine se ne andasse in giro
chi non vorrebbe accompagnarla, chi?
A trenta metri vedo molto bene,
vorrei seguirti sempre a trenta metri,
e a volte, presso un fiume o una fontana,
avvicinarmi a tanto irraggiamento,
se dormi, se riposi, se sorridi,
per poi la sera chiudermi nel buio
e accertare che splendo anche da solo
e che al di sopra del registratore
col nastro inciso con la tua voce
si addensano apparenze luminose
che in altri tempi si chiamavano angeli,
forme sospese, spiriti apprendisti
che da te vogliono in quei rari paraggi
imparare purezza e tenerezza,
ritegno, verità e altre arti angeliche
mai viste insieme, né in quei luoghi né altrove,
o come si asservisce una nazione
abbassando le palpebre semplicemente.

(Per queste condivisioni si ringrazia il sito Nuovi Argomenti)

Sulla scuola, poesie

libro

Scuola di Sandro Penna

Negli azzurri mattini
le file svelte e nere
dei collegiali. Chini
sui libri poi. Bandiere
di nostalgia campestre
gli alberi alle finestre.

~

La scuola dei grandi di Gianni Rodari

Anche i grandi a scuola vanno
tutti i giorni di tutto l’anno.
Una scuola senza banchi,
senza grembiuli né fiocchi bianchi.
E che problemi, quei poveretti,
a risolvere sono costretti:
“In questo stipendio fateci stare
vitto, alloggio e un po’ di mare”.
La lezione è un vero guaio:
“Studiare il conto del calzolaio”.
Che mal di testa il compito in classe:
“C’è l’esattore delle tasse”!

~

Papà, radice e luce di Maria Luisa Spaziani

Papà, radice e luce, portami ancora per mano
nell’ottobre dorato del primo giorno di scuola.
Le rondini partivano, strillavano:
fra cinquant’anni ci ricorderai.

~

molti zero di Charles Simic

Senza voce l’insegnante si alza davanti a una classe
di pallidi bambini dalle labbra serrate.
La lavagna alle sue spalle tanto nera quanto il cielo
che dista anni luce dalla terra.

È il silenzio che l’insegnante ama,
il gusto dell’infinito che trattiene.
Le stelle come le impronte di denti sulle matite dei bambini.
Ascoltatelo, dice felice.

~

L’amicizia di Kahlil Gibran

Il vostro amico è il vostro bisogno saziato.
È il campo che seminate con amore e mietete con riconoscenza.
È la vostra mensa e il vostro focolare.
Poiché, affamati, vi rifugiate in lui e lo ricercate per la vostra pace.

Quando l’amico vi confida il suo pensiero,
non negategli la vostra approvazione, né abbiate paura di contraddirlo.
E quando tace, il vostro cuore non smetta di ascoltare il suo cuore:
Nell’amicizia ogni pensiero, ogni desiderio, ogni attesa
nasce in silenzio e viene condiviso con inesprimibile gioia.
Quando vi separate dall’amico non rattristatevi:
La sua assenza può chiarirvi ciò che in lui più amate,
come allo scalatore la montagna è più chiara della pianura.
E non vi sia nell’amicizia altro scopo che l’approfondimento dello spirito.
Poiché l’amore che non cerca in tutti i modi lo schiudersi del proprio mistero
non è amore,
ma una rete lanciata in avanti e che afferra solo ciò che è vano.

E il meglio di voi sia per l’amico vostro.
Se lui dovrà conoscere il riflusso della vostra marea,
fate che ne conosca anche la piena.
Quale amico è il vostro, per cercarlo nelle ore di morte?
Cercatelo sempre nelle ore di vita.
Poiché lui può colmare ogni vostro bisogno, ma non il vostro vuoto.
E condividete i piaceri sorridendo nella dolcezza dell’amicizia.
Poiché nella rugiada delle piccole cose
il cuore ritrova il suo mattino e si ristora.

(Dal web)

T.S.Eliot, tre poesie

ph Angela Greco AnGre - Massafra

T.S.Eliot, tre poesie

Su un ritratto

Fra una folla di sogni tenui, ignoti
a noi di mente inquieta e piedi stanchi,
sempre di corsa su e giù per strada,
essa indugia di sera, sola nella stanza.

Non come una dea tranquilla scolpita in pietra
ma evanescente, come se incontrassimo
una lamia pensosa in un ritiro agreste,
una fantasia smateriata di nostra invenzione.

Nessuna meditazione gaia o minacciosa
disturba quelle labbra, o muove le mani fini;
i suoi occhi neri i loro segreti nascondono,
oltre l’ambito dei nostri pensieri essa sosta.

Il pappagallo sulla stanga, spia silenziosa,
la osserva con occhio paziente e curioso.

~

Canto di Simeone

Signore, i giacinti romani fioriscono nei vasi
e il sole d’inverno rade i colli nevicati:
l’ostinata stagione si diffonde…
La mia vita leggera attende il vento di morte
come piuma sul dorso della mano.
La polvere nel sole e il ricordo negli angoli
attendono il vento che corre freddo alla terra deserta.
Accordaci la pace.
Molti anni camminai tra queste mura,
serbai fede e digiuno, provvedetti
ai poveri, ebbi e resi onori ed agi.
Nessuno fu respinto alla mia porta.
Chi penserà al mio tetto, dove vivranno i figli dei miei figli,
quando arriverà il giorno del dolore?
Prenderanno il sentiero delle capre, la tana delle volpi
fuggendo i volti ignoti e le spade straniere.
Prima che tempo sia di corde verghe e lamenti
dacci la pace tua.
Prima che sia la sosta nei monti desolati,
prima che giunga l’ora di un materno dolore,
in quest’età di nascita e di morte
possa il Figliuolo, il Verbo non pronunciante ancora e impronunciato
dar la consolazione d’Israele
a un uomo che ha ottant’anni e che non ha domani.
Secondo la promessa
soffrirà chi Ti loda a ogni generazione,
tra gloria e scherno, luce sopra luce,
e la scala dei santi ascenderà.
Non martirio per me – estasi di pensiero e di preghiera –
nè la visione estrema.
Concedimi la pace.
(Ed una spada passerà il tuo cuore,
anche il tuo cuore).
Sono stanco della mia vita e di quella di chi verrà.
Muoio della mia morte e di quella di chi poi morrà.
Fa che il tuo servo partendo
veda la tua salvezza.

(Trad. di Eugenio Montale)

~

Il nome dei gatti

E’ una faccenda difficile mettere il nome ai gatti;
niente che abbia a che vedere, infatti,
con i soliti giochi di fine settimana.
Potete anche pensare a prima vista,
che io sia matto come un cappellaio,
eppure, a conti fatti,
vi assicuro che un gatto deve avere in lista,
TRE NOMI DIFFERENTI. Prima di tutto quello che in
famiglia
potrà essere usato quotidianamente,
un nome come Pietro, Augusto, o come
Alonzo, Clemente;
come Vittorio o Gionata, oppure Giorgio o Giacomo
Vaniglia –
tutti nomi sensati per ogni esigenza corrente.
Ma se pensate che abbiano un suono più ameno,
nomi più fantasiosi si possono consigliare:
qualcuno pertinente ai gentiluomini,
altri più adatti invece alle signore:
nomi come Platone o Admeto, Elettra o
Filodemo –
tutti nomi sensati a scopo familiare.
Ma io vi dico che un gatto ha bisogno di un nome
che sia particolare, e peculiare, più dignitoso;
come potrebbe, altrimenti, mantenere la coda
perpendicolare,
mettere in mostra i baffi o sentirsi orgoglioso?
Nomi di questo genere posso fornirvene un quorum,
nomi come Mustràppola, Tisquàss o Ciprincolta,
nome Babalurina o Mostradorum,
nomi che vanno bene soltanto a un gatto per volta.
Comunque gira e rigira manca ancora un nome:
quello che non potete nemmeno indovinare,
né la ricerca umana è in grado di scovare;
ma IL GATTO LO CONOSCE, anche se ma lo confessa.
Quando vedete un gatto in profonda meditazione,
la ragione, credetemi, è sempre la stessa:
ha la mente perduta in rapimento ed in contemplazione
del pensiero, del pensiero, del pensiero del suo nome:
del suo ineffabile effabile
effineffabile
profondo e inscrutabile unico NOME.

(Trad. di Roberto Sanesi)

*

Thomas Stearns Eliot [Saint Louis (Stati Uniti) 26 Settembre1888 – 4 gennaio 1965, Kensington, Londra, Regno Unito], americano, ma naturalizzato inglese, e convertito al cattolicesimo, è considerato il massimo poeta anglosassone oltre che critico di primo piano, particolarmente noto in Italia per i suoi studi su Dante. E l’influsso dantesco è sensibilissimo nella sua poesia, animata da una intensa simbologia, in un intenzionale ritorno ai Metafisici inglesi del ‘600. Ma anche la musica, la sua struttura e qualità tematica, piuttosto che il suo carattere melodico, ha lasciato tracce profonde nella architettura dei suoi poemi (Quattro Quartetti è il titolo del suo libro di versi ). Nel 1948 ha conseguito il Premio Nobel per la letteratura. [dal web]

Eugenio Montale, versi da Satura

Eugenio Montale

Eugenio Montale, versi da “Satura”

*

Niente di grave

Forse l’estate ha finito di vivere.
Si sono fatte rare anche le cicale.
Sentirne ancora una che scricchia è un tuffo nel sangue.
La crosta del mondo si chiude, com’era prevedibile
se prelude a uno scoppio. Era improbabile
anche l’uomo, si afferma. Per la consolazione
di non so chi, lassù alla lotteria
è stato estratto il numero che non usciva mai.

Ma non ci sarà scoppio. Basta il peggio
che è infinito per natura mentre
il meglio dura poco. La sibilla trimurtica
esorcizza la Moira insufflando
vita nei nati-morti. È morto solo
chi pensa alle cicale. Se non se n’è avveduto
il torto è suo.

~

Tempo e tempi

Non c’è un unico tempo: ci sono molti nastri
che paralleli slittano
spesso in senso contrario e raramente
s’intersecano. E’ quando si palesa
la sola verità che, disvelata,
viene subito espunta da chi sorveglia
i congegni e gli scambi. E si ripiomba
poi nell’unico tempo. Ma in quell’attimo
solo i pochi viventi si sono riconosciuti
per dirsi addio, non arrivederci.

~

[Vedo un uccello fermo sulla grondaia]

Vedo un uccello fermo sulla grondaia,
può sembrare un piccione ma è più snello
e ha un po’ di ciuffo o forse è il vento,
chi può saperlo, i vetri sono chiusi.
Se lo vedi anche tu, quando ti svegliano
i fuoribordo, questo è tutto quanto
ci è dato sapere sulla felicità.
Ha un prezzo troppo alto, non fa per noi e chi l’ha
non sa che farsene.

Giuseppe Ungaretti, cinque poesie

Cinque poesie di Giuseppe Ungaretti 

*

Rosso e azzurro

Ho atteso che vi alzaste,
Colori dell’amore,
E ora svelate un’infanzia di cielo.

Porge la rosa più bella sognata.

~

Risvegli

Ogni mio momento
io l’ho vissuto
un’altra volta
in un’epoca fonda
fuori di me

Sono lontano colla mia memoria
dietro a quelle vite perse

Mi desto in un bagno
di care cose consuete
sorpreso
e raddolcito

Rincorro le nuvole
che si sciolgono dolcemente
cogli occhi attenti
e mi rammento
di qualche amico
morto

Ma Dio cos’è?

E la creatura
atterrita
sbarra gli occhi
e accoglie
gocciole di stelle
e la pianura muta

E si sente
riavere

~

Allegria di naufragi

E subito riprende
il viaggio
come
dopo il naufragio
un superstite
lupo di mare

~

Dannazione

Chiuso fra cose mortali
(Anche il cielo stellato finirà)
Perché bramo Dio?

~

Eterno

Tra un fiore colto e l’altro
donato l’inesprimibile nulla.

Nina Cassian, due poesie

Due poesie di Nina Cassian, pseudonimo di Renée Annie Cassian-Mătăsaru (1924 – 2014), poetessa, scrittrice e traduttrice romena.

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SERENO

Sarà un tempo sereno, un tempo da inni.
Con un sol gesto l’aria fenderò,
pronuncerò solo parole immacolate.
Dirò “cielo”, “fonte”, dirò “sole”
e “lacrima” e “musica”, “immunità”.
Sarà il tempo in cui il mio ricordo
non sarà sfiorato da eco di massacri
ma da aliti soavi di poesia
ché a volte anche il sangue alita.
Di tutto quel che un tempo era promiscuo
conservo solo il sacro e mossa al perdono
loderò i contrasti perdonanti.
Dirò “cielo” e “sole” ma anche “musica”
e sarà “sole”, “musica” e “cielo”
intorno a me e intorno al mondo.
Le vocali assumeranno, naturali, la loro gloriosa aureola.
E verrà il tempo sonoro, scintillante,
un tempo solenne e puro, un tempo da inni
e verrà un giorno il tempo! Oh se verrà!

~

VEGLIA

Ero bella, quando mamma moriva.
Avevo pianto e vegliato. E i miei occhi angusti
ringiovanivano sullo specchio del mio volto.
Lei non mi guardava più. Poteva venire
il peggior bandito a spaccarmi il cranio
ma la sua mano non si sarebbe levata
in mia difesa.
Eppure ero bella, come mi desiderava lei,
e la primavera era alle porte: un verde umido
di frammenti vegetali, corrugati,
minacciava di graffiare a sangue il giardino.Ma prima di allora mamma moriva
ignara di tutto e di tutti
imbrattando il cielo di un sospiro
più impetuoso che mai
– e io contavo
e c’erano venti sospiri
intensi, e dieci appena percepiti,
mentre la notte s’imbiancava adagio
e solo la pioggia colpevole
di nero intonacava il mio muro esterno.
Eppure ero bella, intenta lì a contare
quei sospiri di lotta
ma lei non mi vedeva.
E d’ora in poi nessuno mi vedrà
in quel modo, mai.

*

da “C’è modo e modo di sparire” Poesie 1945-2007, Adelphi Edizioni 2013