René Magritte, Les Amants – sassi d’arte

René Magritte, Les amants (1928)
olio su tela, cm 54×73 – New York, MoMA
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René François Ghislain Magritte (Lessines, 21 novembre 1898 – Bruxelles, 15 agosto 1967), pittore belga considerato, insieme a Paul Delvaux, il maggiore esponente del surrealismo del suo Paese, realizzò nel 1928 due dipinti (olio su tela) con il medesimo titolo, Les Amants (Gli amanti): una versione, raffigura un bacio appassionato tra un uomo ed una donna (foto in apertura) ed è custodita presso il MoMa di New York; mentre la seconda versione, attualmente conservata presso la “National Gallery of Australia”, rappresenta i due soggetti guancia a guancia, come una foto ricordo (foto in chiusura) ed in entrambe le opere  i volti degli amanti sono coperti e avvolti da una stoffa bianca.

Quella del MoMA di New York è la versione più famosa di un tema, quello degli amanti, che ricorre spesso nella pittura di Magritte di quegli anni. Infatti esistono molte rappresentazioni  che hanno per soggetto un uomo e una donna affiancati, con il volto scoperto, oppure, in numero maggiore, con il volto coperto da lenzuoli bianchi. Ritroviamo il lenzuolo bianco in un’altra opera intitolata Storia centrale (1928), in cui non sono più due amanti ad avere il volto coperto, ma solo una figura femminile. Secondo molte interpretazioni il filo conduttore di queste opere sarebbe da rintracciare nel suicidio della madre del pittore avvenuto nel 1912, quando l’artista aveva solo 14 anni. La donna si gettò nel fiume Sambre con una camicia da notte avvolta sulla testa; secondo altre interpretazioni, invece, il volto coperto viene associato all’ossessione che il pittore aveva di coprire i volti anche nella vita reale.

Oltrepassate le accezioni psicologiche, questo bacio fra i due amanti è un’immagine decisamente conturbante, che parla di morte e di impossibilità di comunicare. Nascosti dietro i loro sudari, agli amanti è vietato di conoscersi, mentre si scambiano un amore muto incapace di un linguaggio diverso da quello del corpo, esprimendo una forte passione nonostante la mancanza di dialogo; si può anche considerare questo, il “bacio della morte”, un bacio tra due defunti, o in procinto di essere tali, privati dei sensi della vista e del tatto, dell’esperienza sensibile.

Le interpretazioni sono e saranno molteplici e la riflessione a cui l’opera deve condurre l’osservatore è stata da sempre la volontà dell’artista: un’interpretazione che non deve mai giungere ad una conclusione definitiva. Nascondendo i volti, rendendoli non visibili, il pittore vuole mostrare i molteplici significati del reale attraverso nuovi punti di vista. Un “vedere oltre” esoterico, oracolare e non razionale, che spesso si rifà anche alla poesia veggente di Arthur Rimbaud. Come spiega lo stesso pittore: « C’è un interesse in ciò che è nascosto e ciò che il visibile non ci mostra. Questo interesse può assumere le forme di un sentimento decisamente intenso, una sorta di conflitto, direi, tra visibile nascosto e visibile apparente. » (René Magritte).

Caratteristica comune a tutte le opere è l’assenza di razionalità cosciente, il privilegiare costantemente la dimensione onirica, tematiche tipiche del movimento surrealista. Ci troviamo di fronte a un amore prigioniero dalla morte, che è l’ultimo ostacolo alla vita. Inoltre il quadro è ricco di riferimenti ad un altro tema molto caro al pittore: la complessa questione del visibile e dell’invisibile, sul quale Magritte tornerà molto spesso. Egli stesso citerà in Le Parole e le immagini del 1929: « Un oggetto può implicare che vi sono altri oggetti dietro di esso.» Questo rapporto tra visibilità, che nel quadro corrisponde a tutta quella serie di elementi in più rispetto ai due soggetti, e di invisibilità, i volti dei due amanti, rimandano sempre a quell’immaginario onirico di un ipotetico sogno, che forse sogno non è.

René Magritte, detto anche le saboteur tranquille per la sua capacità di insinuare dubbi sul reale attraverso la rappresentazione del reale stesso, non avvicina il reale per interpretarlo, né per ritrarlo, ma per mostrarne il mistero indefinibile. Intenzione del suo lavoro è alludere al tutto come mistero e non definirlo. Il suo stile è definito illusionismo onirico. Egli illustra, ad esempio, oggetti e brani di realtà assurdi: un paio di scarpe che si tramutano nelle dita di un piede o un paesaggio simultaneamente notturno nella parte inferiore e diurno in quella superiore, ricorrendo a tonalità fredde, ambigue, antisentimentali quali quelle del sogno. Scopo dei suoi enigmatici quadri è di creare nell’osservatore un “cortocircuito” visivo. Magritte è l’artista surrealista che gioca con spostamenti del senso utilizzando sia accostamenti inconsueti sia deformazioni irreali; la sua pittura non vuole far emergere l’inconscio dell’uomo, bensì valorizzare oggetti usuali i quali decontestualizzati (ovvero sottratti al loro contesto naturale) appaiono inusuali, estranei all’esperienza. Questo il tema attraverso il quale lo stile svela tratti affini alla Metafisica (intesa come movimento artistico e non in campo filosofico); infatti, la svolta surrealista dell’artista belga avvenne con la scoperta dell’opera di de Chirico, in particolare con la visione del quadro Canto d’amore (1914), nel quale compare sul lato di un edificio la testa enorme di una statua greca ed un gigantesco guanto in lattice, esperienza che lo colpì profondamente.

Nell’opera Gli Amanti troviamo dei chiari riferimenti a De Chirico soprattutto, ad un’opera in particolare Ettore e Andromaca del 1917, in cui due manichini a figura intera tentano un analogo, impossibile abbraccio in un’atmosfera metafisica quasi melodrammatica. Ma, se i manichini tengono una certa distanza dallo spettatore, ne Gli amanti di Magritte l’angoscia è difficilmente evitabile: non siamo più di fronte a un’umanità simulata (manichini), ma siamo di fronte a una realtà negata nelle sue caratteristiche essenziali, mutilata dalla sua individualità. (tratto ed adattato da fonti varie dal web; Wikipedia)

Francis Bacon: “Ho sempre pensato di dipingere il sorriso, ma non ci sono mai riuscito” [cit.]

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F.Bacon, Studio dal ritratto di Innocenzo X di Velazquez (1953)

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“Ma che cosa pretendevate? Che mi mettessi a dipingere rose rosse nel secolo degli orrori?” (F. Bacon)

Francis Bacon nasce in Irlanda, a Dublino nel 1909 e muore a Madrid nel 1992; a sedici anni va a vivere senza la famiglia a Berlino, dove vive di lavori saltuari e nel 1926 è a Parigi, dove conosce le opere di Picasso, dalle quali nascerà il forte desiderio di  iniziare la propria carriera artistica.

“Bacon prende i corpi, li intrappola, crea in loro una forte tensione emotiva al punto da farli urlare; uno dei soggetti preferiti da Bacon è il Papa, per lui metafora della condizione umana. L’opera di riferimento, che lo ossessionava per la sua perfezione, è il “Ritratto di Papa Innocenzo X” di Velazquez, che Bacon giudicava una delle più importanti opere della storia. Nel famoso “Studio” dal “Ritratto di Innocenzo X” di Velazquez (1953) Bacon dà un’immagine sconvolgente del Papa, chiuso in una struttura tubolare, con un’espressione torturata, gravata dalla presenza di schizzi di sangue. Lo sfondo del quadro è percorso da tratti verticali che annebbiano la figura urlante, che siede, impotente, con i pugni chiusi. Nei suoi dipinti Bacon mette in evidenza le profondità sgradevoli della mente umana, immergendole in un’atmosfera da incubo. bacon_excerpt

La pittura di Bacon ha come compito il risveglio dell’uomo dal suo sogno di centralità assoluta nell’ordine delle cose per precipitarlo nell’incubo di appartenere all’ordine “corrotto” e “corruttibile” della materia. E’ quindi tipica in Bacon la rappresentazione di una figura in toni cupi, dalla testa senza occhi, di un viso che non ha più forma umana. Le figure di Bacon non si collocano nella storia e non hanno storia. Sono ad un passo dalla condizione animale, perché, come ha scritto Deleuze (filosofo), Bacon è un pittore di teste che rivelano lo spirito animale dell’uomo e il suo destino. Esse mostrano una verità che l’uomo rifiuta di conoscere, ma che da sempre conosce.” (Rosa Roselli, tratto da Francis Bacon in Arte di Rosa Roselli, Starrylink Editrice)

Francis Bacon, 1972, study for self-portrait

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Nel 2010 ebbi modo di vedere a Roma alcune opere di Bacon esposte a Galleria Borghese insieme con opere di Caravaggio, in una mostra che audacemente – pensai – affiancava due artisti molto distanti tra loro. Dopo un iniziale e comprensibilissimo momento di titubanza, guardai e riguardai le opere, osservando da vicino i lavori e mi resi conto che in entrambi si avvertiva molto forte la “tensione del genio”, che da sola valeva l’associazione tra i due.

Le “distorsioni” fisiche di Bacon, che richiamano aspetti interiori del pianeta “Uomo”, generano istintivamente empatia e desiderio di fuga in chi le osserva, per quella drammaticità – specchio dei tempi moderni – di cui sono fortemente pervase, difficile addirittura da accettare. Per guardare Bacon – secondo me – occorre “guardare oltre” il gusto estetico dominante, inevitabilmente destinato ad allontanare il fruitore dal mondo affascinante, inquieto ed inquietante di questo artista moderno, per avvicinarsi al quale occorre abbracciare una concezione ed una visione “più ampia” della pittura, dell’arte e dell’esistenza stesse (Angela Greco).

Egon Schiele, due opere (sassi di arte a cura di G.Chiantini & A.Greco)

Egon Schiele - L'abbraccio - sassi di arte scelti da AnGre

Egon Schiele, L’abbraccio, 1917

olio su tela, cm 100 x 170 Vienna, Österreichische Galerie Belvedere

Distesi su un letto sfatto, un uomo e una donna si stringono in un abbraccio indissolubile. I loro corpi nodosi sono marcati da un contorno nero, accentuato da pennellate rosse che evidenziano le forme scarne. Alle linee anatomiche tormentate fa eco il lenzuolo stropicciato in pieghe infinite. II giaciglio si confonde con lo sfondo in una serie di tocchi confusi dai colori aspri. I due amanti avvicinano i volti uno all’altra. L’uomo cinge le spalle della compagna, mentre lei gli accarezza il volto accoccolandosi sulla guancia. La sua chioma scura e fluente si spande intorno alle loro teste in ciocche arricciate. La dolcezza infinita di questo gesto si mischia a un implicito sentimento di angoscia, sempre presente nell’opera del pittore austriaco. Guardando i due amanti, i loro corpi lividi, i segni crudi del disegno, non possiamo fare a meno di pensare che forse questo potrebbe essere il loro ultimo incontro, spiegando così la forza del loro abbraccio.

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Egon Schiele - La morte e la ragazza - sassi di arte scelti da AnGre

Egon Schiele, La morte e la ragazza (uomo e ragazza), 1915

olio su tela, cm 150 x 180 – Vienna, Österreichische Galerie Belvedere

 Nel 1915 Schiele visse un momento di grandi cambiamenti: dopo aver sposato Edith Harms, venne chiamato alle armi. La tela diventa quindi un autoritratto attraverso il quale l’artista rielabora questi suoi mutamenti personali. La composizione prende le mosse dal Bacio di Klimt, rielaborato da Schiele secondo la sua tipica deformazione espressionistica dei corpi, segnati da un contorno marcato e dai colori spezzati. La morte, che in lingua tedesca è un sostantivo maschile, è rappresentata da un uomo dall’incarnato verdastro che, avvolto in un cappotto scuro, abbraccia una giovane donna. La attira a sé con le mani ossute per baciarla sulla nuca. I grandi occhi neri, che scrutano il nulla, sembrano due orbit vuote. Come nell’opera di Klimt, l’uomo, simile a un involucro, si stringe alla donna, che ricambia l’abbraccio diventando un tutt’uno con lui. In ginocchio su un giaciglio sfatto, ella si dona alla morte con uno slancio incondizionato.

[da Schiele, Autoritratto – I capolavori dell’arte, edizione speciale per il Corriere della Sera a cura di Philippe Daverio]

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Nota 

Egon Schiele, (Egon Leon Adolf Schiele, Tulln, 12 giugno 1890 – Vienna, 31 ottobre 1918), è stato un pittore e incisore espressionista austriaco della generazione successiva a quella di Gustav Klimt; appartenuto a quel momento storico in cui l’impero asburgico viveva le sue ultime glorie e che condurrà Sigmund Freud a dare alle stampe nel 1920 Eros e Thanatos (Amore e Morte), che ha riassunto nella sua arte e nella sua drammatica vita tutti quegli elementi compresi fra ansia, erotismo e presentimenti funebri di cui il passaggio di secolo si è nutrito.

Le opere scelte per questo spazio, infatti, rappresentano le tematiche di fondo della vastissima produzione di questo pittore (morto giovanissimo a causa della “febbre spagnola”) nato in una Vienna ottocentesca dai vivaci fermenti culturali, non estranea a dibattiti intellettuali su temi esistenziali e in particolare sulla sessualità, in un momento storico che mette termine alla concezione statica della condizione umana e segna l’inizio di un’epoca dove il “dubbio”, elemento cardine, induce alla riflessione e alla messa in discussione di certezze date per scontate fino a quel momento.

Un passaggio doloroso, dunque, che fa nascere, angosce, frustrazioni e senso di inquietudine in una mente già provata psichicamente dalla perdita del padre e dal rapporto conflittuale con la madre, che lo induce ad esasperare il fare introspettivo, divenendo prima che osservatore del mondo, osservatore di se stesso, in un’analisi personale, che renderà espliciti bisogni e ancor più paure (d’abbandono) nella sua arte. Arte colma di tratti nevrili, distorti, in figure prive di malizia mutilate e drammatiche, tormentate, estremizzate nella loro espressione degli stati emotivi, quasi fossero tavole anatomiche che mostrano l’aspetto intimo nell’esteriorità e spesso considerate scandalose per questa loro immediatezza. [Il sasso nello stagno di AnGre]