Vetro soffiato di Angela Greco AnGre

Sfondo di luci di Natale

Vetro soffiato

Avvolti in questa evocazione d’oriente,
blu, stelle e oro al bordo d’una ritrovata sera,
tra il tuo respiro e la mano a carezzare
la frattura tra il giorno e il sogno. Prendiamoci
in questo momento, non più tardi di adesso,
sospesi tra il grecale e l’arrivo della neve,
al caldo buono della tua voce, che ridimensiona
distanze e dilata luoghi, luci e desiderio.
Di ogni parola ne faccio una sfera di vetro soffiato
per leggere in trasparenza destino e risposte
a questi segni scomposti dalla gioia d’averti ritrovato
dopo i giorni forzati della festa, degli addobbi
e dell’assenza.

*

Angela Greco AnGre, da ANANKE, Giuliano Ladolfi Editore, 2021

https://www.ladolfieditore.it/index.php/it/catalogo/perle-poesia/ananke.html

ANANKE poesie di Angela Greco AnGre - Ladolfi Editore

Fabrizio Bregoli, estratti da Notizie da Patmos

Il sasso nello stagno di AnGre poesia edita

Fabrizio Bregoli, estratti da NOTIZIE DA PATMOS (La Vita Felice, 2019)

Dalla prefazione di Pietro Marelli:

[…] Questa è la personale Apocalisse (catastrofe o rivelazione?), con le sue notizie poetiche ed esistenziali, la sua appartenenza, e insieme la sua inappartenenza, che forse neppure una speranza “matematica” riesce a portare a risarcimento del suo laboratorio linguistico, quello che si è impegnato a risemantizzare una parte del lessico scientifico contemporaneo, proponendolo come personale metafora. Una poesia che, soprattutto, cerca di agire sul destino dell’autore inteso come personaggio di fondo, monologante, dove, però, la traccia che rimane rivela un’impossibilità (ancora montaliana?) di concludersi in una prospettiva o almeno in un’ipotesi possibile di senso, cercato sì, ma continuamente rimandato in un altrove che, probabilmente, esiste prima e dopo la poesia stessa.

Poesie esistenziali, dunque, continuamente in attesa di questo altrove, tenendo soprattutto una continua, indicibile, non so se delusione o altro, ma il tutto disposto in una memoria emotiva e linguistica. Il “gioco” di questo poeta è però severo, senza la minima concessione all’enfasi o, peggio, a qualche tentativo di personale poetica assoluzione, sotto la cappa di un tempo continuamente interferente nel suo desiderio di congiunzione perfetta tra parola e mondo. Cammino che Bregoli ha deciso di non interrompere. Certamente il suo “io” (è possibile diversamente?) è naturalmente presente in questi versi, ma costretto in una condizione temporale, che vuol dire storica, chiedendo alle parole una “spiegazione” che il suo io lirico, per adesso, fatica ancora a concedere, anche se a questa scientificità si contrappone un’auroralità di scrittura che ha come compagno il bisogno di dire attraverso un altrove lessicale non sempre facile da accettare e non sempre disposto, nella sua giurisdizione prosodica, a farsi disponibile. […]

.

IL NOSTRO SPAZIO
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I pomodori, quel nostro orto minimo
georgica di un credo elementare.
Piantine trapiantate in doppia fila
disposte a bina, ai lati dell’aiola,
le foglie che sanno farsi arco. Mani.
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Nel mezzo il solco cupo della terra
quella frontiera brada, inospitale
erbe infestanti, un verde da scerpare.
L’esilio necessario.
.
Noi le mani che separano, creano
il vuoto per la congiunzione, tracciano
integro il deserto.
Nos…………..traNostra missione
vivere quella zolla inabitata,
la divisione il solo nostro spazio.
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GEOGRAFIA DI CONFINE
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Avevi la passione dei confini
tracciare fronti di demarcazione,
la loro geografia compiuta. Solida.
Per questo t’affidavi alle cartine
quella certezza di valichi e passi,
ciò che serve a dare ordine alle vite,
fosse anche un limbo nel deserto, un muro
una zona demilitarizzata.
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A noi non è servito confinarci
ciascuno in un cordone sanitario
perché c’è sempre una metà che manca,
l’amore che rimane impronunciato.
C’è bastato credere
franca una terra di nessuno, noi
intatti territori d’oltremare,
colonie di un’uguale solitudine.
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ISTRUZIONI ALCHEMICHE PER IL COMPOSTAGGIO
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Raccogliere e impilare sfalci d’erba,
gusci di noci, fondi di caffè
filtri del tè, ossa, altre immondizie buone.
Rivoltare due o tre volte l’anno, piano
per riattivare il ciclo del silenzio.
Di quando in quando innaffiare, aggiungere
qualche altra scoria, emersa da uno specchio
dimenticato. Pressare a dovere
come a reprimere un singhiozzo buio,
un ricordo di frodo.
Poi maturare a fondo, concedere
varco al tempo, alla sua lama gentile.
.
Talvolta – dopo un terremoto d’anni –
vi affiora una poesia.
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Bregoli Notizie da Patmos

Fabrizio Bregoli, è laureato in Ingegneria Elettronica, lavora nelle telecomunicazioni e coltiva da sempre la passione per la poesia. Ha pubblicato alcuni libri fra cui “Il senso della neve” (puntoacapo, 2016), “Zero al quoto” (puntoacapo, 2018), “Notizie da Patmos” (La Vita Felice, 2019). Gli sono stati assegnati il Premio “Guido Gozzano” e il Premio “Città di Umbertide” per l’edito, Il Premio “Dante d’Oro”, “Città d’Acqui Terme” e “San Domenichino” per l’inedito. Presente su molte antologie e riviste letterarie, fa parte della redazione della pagina Facebook “Poeti Oggi” per cui cura la rubrica “Blocchi di partenza” e del lit-blog “Laboratori Poesia” per cui cura la rubrica “Poesia a confronto”. È tra i fondatori e membro della redazione del blog di cultura e letteratura “Casamatta”. Il sito dedicato alla sua poesia è: https:// fabriziobregoli.com

Flavio Almerighi, alcuni estratti da Lettere

Il sasso nello stagno di AnGre poesia edita

Flavio Almerighi, estratti da LETTERE (Macabor Editore, 2021)

Con affetto
.
Gesù Cristo, mi piacerebbe
essere di nuovo felice!
Salire su un autobus
e, dopo la colletta, tornare a casa.
.
Non è più lo stesso senza te.
Preferisco non sentire
gli anni sbagliarmi addosso,
vorrei ascoltare altra musica.
.
Qui il più legale è bandito.
Spiana la canna sotto il mento,
alzi le mani d’istinto
mentre ti vuota le tasche.
Sorride prima di spezzarti i denti.
.
In ogni epoca tutti sono amici,
fino a quando cominciano i soldi.
La scena si consuma,
l’avarizia divora, strappa ogni piuma
d’inutili orpelli ai vivi.
.
Con affetto.
.
.
.
Dimenticare tutto
.
Cosa raccontiamo. Smembrata la Compagnia,
ognuno ha ripreso la propria strada
oltre i campi, verso la nuova età dell’oro.
in fondo, servono guerre per arrivare alla Luna.
Le divergenze parallele porgono cordiali saluti.
.
Salgono docili le biciclette su treni e romanzi pieni
di zitelle, vocazioni negate in aste per baci sporchi
dentro case di incontri e anime lontane
Dimenticato del tutto il fumo dei camini
persi nel vento, nelle rose continuamente lisciate
di luce mai vista, nemmeno sentita, ma ovunque
presente, supplica di ogni giorno bene in evidenza.
.
Dove andiamo. Della mia uniforme conservo fregio,
mostrine, scarpe ancora disposte a proseguire, ricordi
di vicinanze sbranate dal tempo
e chiusi i negozi di dischi
.
Dove siamo adesso. Saldi a una fermata, non si sa
di tante speranze quale sia stata la prima a morire,
l’ultima ancora in piedi, fuori a fumare senza timori
per l’arrivo di una nuova brutta stagione.
.
Dove sarà Dio È rimasto ad Auschwitz a sbucciare zucche,
a scolpire ciottoli, a dimenticare
.
.
.
Le campane di Forte Interrotto
.
sulla via
fossili di vita trascorsa
e lo squillare senza fonte
di campane mosse dal vento.
sono venuto a vivere il silenzio
di fantaccini falciati,
derubati anche del nome
e dispersi nella furia della Vaia
.
in attesa del rientro
a morire di cicale e zanzare,
anche noi carne da cannone:
questa volta
non prenderanno prigionieri
ma siamo già in gabbia,
poveri e illusi
.
.
.
VI
.
Sarà buio per tutti
presto o tardi, salvo rimandi
e successive proroghe.
Guardatevi da fratelli
da sorelle.
Guardatevi dalle famiglie,
mirano a spartire
dividersi il nulla.
.
A un certo punto assenti
si diventa nessuno
per taluni memoria,
nemmeno sufficiente
a riempire un minuto
di silenzio
.
Lettere Almerighi

Flavio Almerighi è nato a Faenza il 21 gennaio 1959. Sue le raccolte di poesia Allegro Improvviso (Ibiskos 1999), Vie di Fuga (Aletti, 2002), Amori al tempo del Nasdaq (Aletti 2003), Coscienze di mulini a vento (Gabrieli 2007), durante il dopocristo (Tempo al Libro 2008), qui è Lontano (Tempo al Libro, 2010), Voce dei miei occhi (Fermenti, 2011) Procellaria (Fermenti, 2013), Sono le tre (LietoColle, 2013), Caleranno i Vandali (Samuele, 2016), Storm Petrel (edizione bilingue di “Procellaria”, Xenos Books Los Angeles, 2017), Cerentari (antologia fuori commercio Tempo al Libro 2017), Isole (Ensemble, 2018), Ignoti (e book gratuito Collana Lotta di Classico a cura di Massimo Sannelli, 2018), Lettere (Macabor Editore 2021).

Antonio Sagredo, Elegia viola per Annita

Tracciava un cerchio che non quadrava degli universi 
i confini, i pensieri musicali e le note razionali 
accatastati nei cortili.
Il compasso della mia mente era mutilato 
agli angoli nel febbraio dei roghi e delle streghe, 
e sorrise per i presagi a malincuore. 
Non sapevo nulla di vessilli e marosi spenti!

In binario andamento e improvvisato avanzavano 
danzando un violino, una chitarra e un flauto.

E partiamo verso Citera, e lasciamo in disparte 
il pianto a farsi pietra. Voltai le spalle al tramonto 
ossuto che non riuscii a bere in una tazza… 
nel suo fondo si dimenavano i sentieri dei lamenti 
biforcuti, come lingue di rettili in fuga …  
gramigne e ortiche mi invitavano ai festini dei tormenti 
prima delle ore antelucane… 
il telefono nero non fu più muto alle radici 
e il colore del Nulla  nel quadro 
chiuse un’epoca… schizzavo un ritratto 
al pianto che occhi non aveva… 

L’avanguardia delle lagrime spalancò il cancello 
prima delle mani ingessate e distrasse il pennello 
dalla sua arte ultraterrena, ma l’ostinazione 
della candela alla fiamma fatua non era  visibile 
e si sgonfiava il ventre giallastro, disidratato 
come una vela in panne… 
e non sai se respiro o sospiro è il mantice… 


 -   e la marea che starnazza sulle lamie e deforma i volti
 -   e i fari che non sanno rallegrare le grida dei naufraghi
 -   e i cipressi che crollano come guerrieri lontani 
dalle proprie ombre e, in ginocchio, sono gelosi 
dello sguardo di putti alati…
un cristo invano si sbroda in lagrime tra le luminarie 
e l’incenso per l’estrema unzione, 
l’apocalissi dietro il vicolo s’accende una lanterna rossa, 
e le ombre danzano, danzano e sono maschere. 
Già il fardo dai binari è sulle spalle e ricolma fino
a luna piena la pancia di legno del bastimento.


La soglia come una lingua lavica dettava frasi latine,
il vento rabbioso latrava gelido sulle vetrate variopinte,
ma dalla latrina alla tomba il passo è ovale e lieve come neve
e i singhiozzi, in una chiesetta sconsacrata, fra le tue mani
come una culla una madonna fosforescente ho deposto.

Il volto era incurvato sulla chiavica 
di mostri tufacei e angelici che la finzione 
sapevano più della tragedia in atto sul nero legno 
e aveva ragione, John, quando la fisica 
era la meta d’ogni poeta 
e che il piacere delle ossa liberate dall’anima 
è imitare la carne primigenia e, sfatare sul palco 
ogni inganno, sotto uno stendardo bianco 
al vento, era un viaggio senza ritorno verso Citera. 


Le maschere non si somigliano più, gridò.


E strizzava a sangue il rosario e l’occhiolino 
coi suoi denti untuosi la Morte murata 
che non conosce amore gravido del Nulla.
E la Dama del boia ingravida e carezza
e finge il pianto dei  gradini in corsa, 
e a scatti sorride l’umida dentiera 
per una rotta serratura che s’inchiavarda, 
come una marionetta sulla  scena. 


Ed era sublime e dura quella, come Marcela nel suo tango,
ma l’ombra ricorda al corpo un tip tap sotto i lampioni.


E non era eterna quella Sorte infantile che cantai, 
e, quando visitai intestini e aruspici dei sembianti 
in sonno, luminosi vampiri mi restituirono gli occhi, 
come se sulla scena i gesti e le parole 
dalla fossa  dettassero mistiche visioni.


Quale sogno in vita è reale se la neve è davvero lieve
e ovale nel debutto? 
E il montaggio degli arti nella tarlata rovina 
delle quinte è caduto giù e pure la voce degli avanzi 
reclama una vittoria di macerie e trucioli … 
un solo passo avanti per l’occhio di bue, e lo sfacelo 
è dei trionfi dei legnosi suoni e delle gesta epicuree.


… e si risveglia e rifiorisce dalle ceneri del Nulla 
una forma vaga di risurrezione… 
umana mai sapremo, ma al nuovo giorno almeno 
ci ridestiamo da defunti. 


E ci ridestiamo dalle ossa senza speranza… 
una fatica del sangue l’erezione… 
aveva ragione Thomas: nella Morte non c’è vita sessuale!



Nelle nerastre pozze di via dei Coronari miravo le fameliche zoccole che vomitavano frasi latine, ancora! – e celebrando i fasti dei ceri danzavano un bughi bughi… 
e ancheggiando squittivano a squarciagola pure gli angeli 
e i corali dalle strepitose finestre: Citera, Citera Citera! 


“Avevate ragione, Lazzaro, si risorge solo per finta, altrimenti è terribile  il viaggio verso l’ignoto! Non esiste ritorno! Lazzaro, Io non ritornerò! Lazzaro, non ti arrendere, rientra, perDio! Avevate ragione, Lazzaro, si risorge solo per finta, non vi dirò nulla!”.


E dalle canne degli organi velati sgorgavano note scapigliate, 
e luride variopinte lucciole, e sensuale era il frastuono 
di un tango che rauco modulava le parole e gli occhi assordanti
di Carlos Gavito, il tanguero che balla il silenzio e la morte.
                            

Divina e secolare Carmencita, il tango è un poesia triste che si balla.
… e non ti fare sedurre: non esiste ritorno!
Lazzaro, la vita che tu cerchi non la potrai trovare altrove.



E la marina dove Annita mi portava vestito bene
di domenica dal lontano suburbio cappuccino 
lungo  tutta l’Appia etilica e fetida… 
e Lucio era con noi… 
e coi trucioli ancora in tasca  discuteva 
coi portuali gravidi d’oriente 
e per i fardi  gonfio era  il ventre dei bastimenti.  


La camera è l’esistenza ardente che con noi la sorte si divide.


*

Antonio Sagredo
Roma, 20-22 marzo 2021

Il sasso nello stagno di AnGre ringrazia l’Autore per aver voluto condividere qui questi versi scritti in memoria della madre scomparsa negli scorsi giorni.

Gianluca Asmundo legge ARCANI di Angela Greco

Si assiste, nella silloge Arcani di Angela Greco, a una rigorosa quanto delicata ricerca di forma e, al contempo, di risposte, in merito all’effimero e alla durata, all’attesa e al ritorno, alla corporeità e allo spazio. La raccolta ha una complessa articolazione in filigrana, che tocca e sviluppa numerosi temi, con ricchezza di sfaccettature; e non procede per frammenti, bensì per compiutezze.

Una lettura critica complessiva esula dalle intenzioni di questi appunti: in questa occasione si è scelto di soffermarsi su alcuni aspetti e fili del racconto che appaiono trasversali, forse minimi o secondari, ma con il desiderio di coglierne, da punti di vista aggiuntivi, il dipanarsi sottotraccia.

L’esplorazione dello spazio interiore dell’autrice si sovrappone agli attraversamenti di quello urbano da parte del “personaggio” nominato «”Claire”», che si muove sulla singolare rivisitazione di una scena di teatro magno-greco, un «paese vecchio» reale quanto immaginario, agendo dinanzi e dietro le quinte delle cicatrici, dei desideri e della città.

Recentemente Claire è emersa non come “personaggio”, poiché sfocato, ma come “figura” felliniana e rilkiana, in una limpida, ricca e affascinante lettura di Giorgio Galli (Perìgeion, 20/12/2020 – qui –). A questa visione può essere complementare quella di una Claire personaggio, in quanto superstite di un “dramatis personae”, in un dramma incerto e su una scena incerta, ma al contempo tangibili grazie alle ricostruzione semantica del microcosmo di Claire operato dall’autrice. Un personaggio “in cerca”, all’apparenza muto, in movimento attraversando scene mute, che può rimandare al teatro d’avanguardia novecentesco o al cinema bergmaniano; una maschera che desidererebbe riconnettere personaggio e persona, espressiva senza discorso diretto, il cui linguaggio poetico nasce da quello del montaggio – tra inquadrature, raccordi e piani sequenza, per tornare alla metafora filmica – e dalla narrazione distaccata quanto partecipe dell’autrice.

In una dialettica tra personaggio e scena prendono corpo l’intimità di Claire e la città, quest’ultima a volte vista come polis comunitaria, non scevra di ironie. Una città che può divenire anche stanchezza di sedimentazione, simbolo di una veste da cui liberarsi: «Nella sera tinta dal melograno / le tue dita incrociano il mio desiderio / di liberarti dalla città. Ti spoglio / sul ciglio che sovrasta le terrazze / lasciate al caso e all’odore di resina» (§9, p. 35).

L’autrice sceglie spesso un punto di vista dall’alto, che in questa raccolta potrebbe trovare una chiave di lettura anche nella “Torre e la realtà” degli Arcani, da lei stessa citata in una nota conclusiva. Ma in questa percezione e rappresentazione spaziale si può ritrovare una forte continuità con le opere precedenti. I riferimenti allo spazio scenico emergono non casuali dalla poesia dell’autrice, nella quale gli elementi del teatro moderno divengono simboli e le azioni compiute si fanno allegorie.

La relazione tra personaggi e scenografie, tra figure e fondali, tra finzioni e disvelamenti, tra luci e ingranaggi di scena riaffiora in diverse occasioni, in una dialettica tra intimità e spazio teatrale destrutturato nel porsi domande. Se i riferimenti al teatro erano espliciti in poesie quali il secondo testo della sezione Solitudini nella silloge All’oscuro dei voyeur (2019 – qui), in Arcani esse si disciolgono e addensano in tutta la raccolta. Qui gli attraversamenti delle piazze deserte a mezzogiorno o deliranti di volti a carnevale (§9, p. 21) le rileggono colme di senso per la stratificazione del tempo personale e collettivo; analogamente, si cammina tra case bianche di calce e profumi quotidiani che richiamano metafore dell’appartenenza allo spazio anche in termini identitari, appartenenza posseduta ma instancabilmente ricercata come necessaria. Indagando le assenze, si instaura una relazione intima con ogni appiglio di elemento naturale visibile, il quale si fa simbolo di presenza e diviene partecipe delle mancanze e del fluire delle «utopiche» stagioni che si dipanano sul filo dei desideri: foglie d’ulivo intraviste oltre i muri, «palme emerse dopo il diluvio» fino a una metamorfosi: «il volto arborescente della pietra bianca» (§8, p. 20). Simili elementi riaffiorano nella seconda sezione, intitolata I giardini del mago (del tempo e altri percorsi), nella quale tornano la positiva e ironica ostinazione, contromano, dell’autrice («Si cresce spontanei / nel poco spazio a disposizione») e la fertilità della pietra (§5, p. 31). Pietra alla quale si può lasciare la profezia del tempo intergenerazionale, della «ri-conoscenza», del ritorno all’origine, della ricerca «risalendo interstizi contro gravità e abitando / nuove prospettive» (§7, p. 33).

La percezione e la riscrittura dello spazio si intrecciano con lo scorrere del tempo, talvolta avviluppato nel sonno o costretto in clessidre, talaltra libero di termini o definizioni e dunque dell’anelata compiutezza, nei momenti in cui le vedute panoramiche dello spazio urbano o del paesaggio marino si intuiscono, mentre i personaggi o l’autrice si ritrovano affacciati da balconi e terrazze o di fronte al mare, con visioni che prendono corpo controluce, in assenza metaforica di limiti visuali. O ancora, emergendo dal fertile buio di una notte ravvivata dalla grazia di un plenilunio o da fuochi lontani sui molti tetti e pietre, in cui il sorgere del sole scorto dalla cima della cavea urbana si sovrappone a un «incipit di mattini da comporre, sole / sul rigo più basso» e al ritorno/risalita/risveglio (§3, p. 29) dei due personaggi che si sostanziano nella raccolta in prima e in seconda persona. Una simile relazione tra visioni in soggettiva e in oggettiva dello spazio era già presente in opere precedenti, come emergeva ad esempio dall’incipit della silloge Ancora Barabba (2018 – qui).

Lo sguardo dell’autrice spazia sia attraversando la solidità delle cose presenti e assenti, sia traguardando orizzonti lontani e tempi estesi al fluire delle stagioni (§11, p. 37); ma al contempo concentrandosi sui dettagli, che divengono di volta in volta simboli di incertezze o appigli di certezze, nell’ora del demone meridiano o nel profondo notturno e nella costruzione delle riflessioni. Accade così che, tra le molte domande della terza sezione, si possano delineare i contorni dell’afa marina, delle ore vuote, dei chilometri, in cui «noce e mandorlo si spartiscono / virtù e sacrilegio al trascorrere del giorno» (§3, 43), ma dialogando intimamente con errori e gioie, ripensamenti, stanze, fino a mettere a fuoco con estrema lucidità – al centro della raccolta – una condizione quotidiana e universale del tempo pienamente vissuto, tra certezza e incertezza di sé e dell’altro, cercando risposte al suo fluire proprio nella relazione tra singolarità e pluralità, tra identità individuale e inclusiva: «Occorre ancora una volta ricominciare; / alla tua voce mi alzerò da questo letto / e volterò pagina. Torneremo ancora plurali» (§4, p. 44).

Nel corso dell’intera raccolta, l’autrice sceglie con perseveranza la costruzione di un’anatomia lessicale in bilico tra presenza e assenza, fondata su binomi dalla sempre sottesa forma dialogica con determinate alterità. Un’analisi del sapore del tempo e una declinazione dell’accadere “per caduta” i quali divengono sia scena sia cavea per figure tanto inafferrabili, quanto permeate di umanità e positività. Nel dipanarsi dei versi ipermetrici si annidano affinati chiasmi di ottonari e senari, le strofe nascoste alla vista ma non all’orecchio. L’autrice descrive una partitura, un lavoro musicalmente complesso, in grado di coniugare in uno stile personale una ricerca sul suono, di matrice europea e novecentesca, con un sillabare dal ritmo innato, che affonda le proprie radici nella Magna Grecia. La silloge disegna una danza, in punta di piedi, su pietra bianca, «al primo buio»; e al contempo appare orientata dal desiderio di serbare e trasmettere positività come custodite in arche, in una fresca penombra. [Giovanni Luca Asmundo]

https://achilleelatartaruga.net/prodotto/angela-greco-angre-arcani/

Rossella Cerniglia, poesie da Ipostasi di buio

Inauguriamo un nuovo spazio dedicato alla Poesia italiana contemporanea edita: chi volesse proporre i propri versi può scrivere un commento qui e verrà contattato tramite mail. Buona lettura!

*

Rossella Cerniglia, poesie da Ipostasi di buio (Guido Miano Editore Milano, 2020)

 Da “PROFONDO INFERNO” – sezione della silloge “IPOSTASI DI BUIO”

II
Un tempo svilito ottenebrato
guida il mio angusto cammino
tra sassi e sterpaglie che non s’aprono
a nessuna fioritura, che il dio
non volle mai creare, ma ci furono
per un evento strano, un caso
un destino.
.
L’ombra mi segue
come un cane fedele segue il suo padrone
e non l’abbandona per nulla
neanche se egli all’improvviso
in un malaugurato buco nero
andasse a sprofondare.
.
Non so dove i miei passi mi portano
non hanno più bussola le mie pantofole
di un tempo, si è fermato il loro orologio.
Ed io sono invischiato in questi
oscuri budelli, in questi gineprai
senza fine, in labirinti
dove un rombo risuona fastidioso molesto
per negare l’armonia
che a volte sfiata da non so dove
e la cerchi senza sapere
dove si sia infilata, dove nascosta
per sfuggire alla noia o al caos
ingombrante della vita.
.
Sei sempre tu eppure non più tu
non quello che conoscevo un po’
di tempo fa, non quello
che qualche volta mi appariva amico
dietro quella barba e gli occhiali
ed ora ne è rimasta la maschera
che ride e non ha senso il suo ridere
non ha legami con la vita o il mondo gli altri.
.
Che resta, alla fine di tutto
di questo mare sporco di impressioni
di questa luminaria fatiscente
che vorrebbe gioire e non gioisce,
di questo amore divelto dal mio cuore
con mani sacrileghe e inesperte?
Dove andranno i miei giorni e le mie ore
dove s’allineeranno la mie spente candele
a formare ininterrotta fila verso il nulla?
.
.
.
III
Ti chiamo nel vento senza fine
che ha voce di bufera ma è inutile
il chiamare per chi non ha orecchie
per sentire.
Si perde la mia notte nelle contrade buie
del sonno e della morte, dove un’acqua
cristallina si annuncia nel finire
e il pallido alone d’un sole remoto
si mostra nelle perdute lontananze
limitrofe del niente e si vela e nasconde
lasciando nel suo fondo un desiderio
pronto a morire, un’ala lontana non più ala
moritura inarrivabile.
.
Ti conosco, miope sole nascosto
che astuto giochi con la flebile anima
gemente. Non largirai ancora una volta
illusioni per un gusto nefasto che ti possiede?
Non sarai il mellifluo seduttore
che trascina la vita verso il baratro
dove più non si spalancano le ore?
.
Ma è già domani
e il canto del gallo non annuncia
che il nulla da venire
declinato nelle sue variabili forme
insipienza e indifferente clamore
con la veste barocca e l’anima piena di niente.
.
Avanza nei cortei nelle piazze
sbandierando una fede che non possiede
nei vicoli del caos cittadino
sempre temerario insorgente
con pugni di polvere negli occhi
e strepitando incalza il mondo
leader di paglia con gregge smisurato
inconcludente epigone di un oceano
di bizzarri profeti, di matti scapestrati
inutile ciarpame che si mescola alla vita.
Ora dirò: che resta di questo
strepito immane, del multiforme vuoto
che ci incalza ad un agire vano ed insensato
che resta di questa misera spoglia della vita
quando il muro del tempo ormai crollato
d’ogni incombenza ci libererà
forse per altro oceano più insensato e vuoto?
.
.
.
IV
Chi ti condusse a vivere
in questo tempo morto
senza alate chimere
senza luce
che illuminò lo sguardo
di nuvola accesa nel sole?
.
Dove siete finiti giorni illustri
e terre e mari amati sconosciuti?
Viveste solo un’ora un giorno
un tempo di una primavera lontana
e nella memoria vaga
che mi attraversa l’oggi
di navicella fragile
di carta
che navigò controvento
per raggiungervi
e un refolo
risospinse sulla riva.
.
Quali miraggi ti recavano
sulle loro ali di vento
per questo sonnolento etere
pieno di fumi e noia?
.
Si è fatto arido tutto ciò che resta
franta la terra e scoscesa.
Nel crepuscolo lagnosi fantasmi pigolanti
emergono da crepe millenarie
-piene di chissà che altre ombre moleste-
e a sera gli è permesso di tornare alla ribalta
a un vecchio palcoscenico che simula la vita
in grottesche patetiche movenze
mentre nell’oltretempo
di qualche inaccessibile mistero
una fame germina di visioni inattese
e una fine che non ha mai fine…
.
Come colmare l’esiziale desiderio
che rechi in grembo, nel cuore
della tua notte
mentre vai per strade non battute
con in tasca l’ora dell’orologio
che incalza e corrode i giorni?
.
Raggranellerai alla fine
le morenti cadenze di speranza
in un corpo ormai chiuso
nell’unica visione di chi
non ti respira più dentro la vita
un alito selvaggio che divora?
.
Il giorno s’è scambiato
con una notte che non finisce
niente albe o inutili tramonti
neppure puoi permetterti di frugare
dentro le pieghe segrete di un destino
che porta morte con sé
non più pensare aperti cieli
o desideri pronti a sconfinare.
.
Sei, oltre la soglia, andato
nel turbine della vita
che invade ogni senso
sei morto
nei giorni lontani che aprono baratri
incolmabili infiniti.
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V
…giacché non ero io quando ero io
non parlavo da me o per me, ma una parte
di me mi parlava dentro
a mia insaputa, oscura impenetrabile.
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Condensano strepito impazzito
queste ali di pipistrello nella notte
in meandri di tempo
dove non viene giorno
e la paura
nel sonno da noi ci divide.
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Un mondo frana nelle impervie
regioni dell’essere e un recinto
dice “mio, solo mio”, dice “io” prima
e sopra tutti, che scavalco calpesto
e niente me ne importa…
uno dei tanti che parla inconsapevole
dentro una spelonca risuonante di voci.
.
Ma nessuna vetta dell’essere
a spasso se ne vanno in frantumi
scienza arte saperi e con falso sorriso
-zigzagando per stradicciole fuori mano-
fingono per gioco un’amicale intesa
che non c’è.
.
E barcollando avanzano
i residui cultori di un nulla conclamato
come fantasmi smarriti nella tenebra
brancolando urtando nei cantoni
per strade impervie solitarie
verso recinti calcinati
senza abbracci di luce indeclinabile
e spazi impreveduti oltreumani:
.
un frutto magro sterile
come da pianta che ha esili radici
e niente foglie
è il parto di questa sconosciuta
inseguita follia
e nell’ombra
in teche di stantii reperti
giace uno scheletro di vita
dentro muri ermetici
che occludono il fiato dell’Immenso.
.
Nella torre d’avorio
che ha un cielo senza l’aria
cadono giù con lettere di piombo
criptati connubi di parole
verbo vacuo e altisonante silenzio
che crolla come la torre di Babele
e fuori rovina dal reticolo sacro
che in un Destino lega l’esistente.
.
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Rossella Cerniglia è nata a Palermo, e da poco si è trasferita a Marsala. Laureata in Filosofia è stata a lungo docente di materia letterarie nei Licei palermitani. La sua attività letteraria ha inizio con la pubblicazione di Allusioni del Tempo (con presentazione di Pietro Mazzamuto), ed. ASLA – Palermo 1980; seguono Io sono il Negativo (con prefazione di Nicola Caputo), ed. Circolo Pitrè – Palermo 1983; Ypokeimenon (con introduzione di Elio Giunta), ed. La Centona – Palermo 1991; Oscuro viaggio, ed. Forum/Quinta Generazione – Forlì 1992; Fragmenta (con introduzione di Giulio Palumbo), Edizioni del Leone – Venezia 1994; Sehnsucht (con prefazione di Maria Grazia Lenisa), ed. Bastogi – Foggia 1995; Il Canto della Notte (con nota critica di Ferruccio Ulivi), ed. Bastogi – Foggia 1997; D’Amore e morte, stampato a Palermo nell’anno 2000; L’inarrivabile meta (con prefazione di Elio Giunta), ed. Ila Palma – Palermo 2002; Tra luce ed ombra il canto si dispiega (antologia e studio critico comprendente anche i testi di altri quattro autori palermitani, a cura da Ester Monachino), ed. Ila Palma – Palermo 2002; Mentre cadeva il giorno (con introduzione di Giorgio Barberi Squarotti), ed. Piero Manni – Lecce 2003; Aporia (con prefazione di Salvo Zarcone), ed. Piero Manni – Lecce 2006; Penelope e altre poesie (con prefazione di Pietro Civitareale), ed. Campanotto – Pasian di Prato 2009. Nel giugno del 2013, per l’Editore Guido Miano di Milano, ha pubblicato un’Antologia che propone poesie scelte dalle prime dodici sillogi poetiche, con disamina di Enzo Concardi.  Infine, risultata vincitrice, per l’inedito, al Premio “I Murazzi” di Torino, nel 2017, le è stata stampata la raccolta di versi Mito ed Eros – Antenore e Teseo con altre poesie. Le ultime due sillogi poetiche Il retaggio dell’ombra, con prefazione di Nazario Pardini, come anche Ipostasi di buio con prefazione di Enzo Concardi, sono state stampate dall’Editore G. Miano nel corrente anno 2020.

Per quel che riguarda la narrativa, nel 1999 ha pubblicato il romanzo Edonè…edonè, ed. La Zisa di Palermo; nel 2007, ancora per l’editore Piero Manni di Lecce, viene stampato il suo secondo romanzo dal titolo Adolescenza infinita e infine, per l’Editore Aletti di Villalba di Guidonia, il libro di racconti Il tessuto dell’anima. Tra le ultime pubblicazione è il saggio “Riflessioni, temi e autori”, tra le opere premiate a “I Murazzi” 2018 “con dignità di stampa”, e “La nascita di un’idea” su un’opera di G. Dino.

Collabora o ha collaborato con alcune riviste, tra cui“Vernice” e Alcyone 2000 e a quelle telematiche LinkSicilia Palermomania, meridionews, Culturelite, Alla volta di Leucade ed altre. Ha ricevuto favorevoli riconoscimenti e attestazioni da parte di numerosi critici e letterati ed è stata premiata in diversi concorsi letterari. Suoi versi e profili critici sono presenti in antologie e riviste letterarie, tra cui L’Altro Novecento (vol. II e III) a cura di Vittoriano Esposito edito da Bastogi, 1997; nella rivista Poesia dell’editore Crocetti di Milano; in Poeti scelti per il terzo millennio (2008), in Storia della Letteratura italiana (vol. IV,  (2009)  e in Poeti italiani scelti di livello europeo ( 2012), dell’Editore Guido Miano di Milano; più recentemente in Il rumore delle parole ed. Edilet, 2014, e in Come è finita la guerra di Troia non ricordo, ed. Progetto Cultura, Roma, a cura, entrambi, di G. Linguaglossa, e più volte sulla rivista telematica L’Ombra delle parole.