Henrik Nordbrandt, tre poesie

carta e penna

Henrik Nordbrandt, tre poesie

*

Se un giorno ci venisse in mente di incontrarci
(cosa di cui in fondo dubito)
allora per amor di Dio scegliamo un luogo
in cui nessuno di noi  è mai stato prima.
Una qualche isola in disparte nell’Egeo
o una spiaggia nei pressi di Alessandria.
Un posto dove i giardini notturni non ci portino
subito a vedere noi stessi
come fantasmi, dove la gente scorgendoci
non finisca subito per pensare
a chi è morto dopo il nostro ultimo incontro
e dove non compariamo nelle loro storie.
Potremmo passare la notte insieme
a bere, a parlare di nulla
e magari remare sul mare al chiaro di luna
e se non ci venisse in mente di annegarci
potremmo separarci prima dell’alba
felici, prima di essere tornati sobri.
– Se dunque esiste un posto così
(cosa di cui come ho detto dubito)
un posto in cui persino certi tardi sprazzi di sole
e i profumi di certi alberi notturni
di tanto in tanto non ci ricordino che abbiamo provato
tutto questo tante volte prima, senza successo.
Oppure lasciamo perdere l’idea di incontrarci.

***

Cominciai presto, a grande distanza,
quando le mie parole erano ancora solo parole.
A ora di pranzo erano diventate pietre,
quando le pietre sembravano troppo leggere
e i miei passi continuavano la memoria
che non riusciva più a tenergli dietro.

La strada era ancora al suo inizio
più incerta a ogni istante
che superava le stesse grigie rocce.
Venni scoperto dalla mia ombra,
quando l’ombra scomparve sotto di me
ma non abbastanza a lungo da fermare il mio discorso.

Ciò che dicevo non riusciva più
a sopportare il peso del tempo che passava.
Perciò avanzavo camminando all’indietro.
Lancio dopo lancio le pietre mi raccoglievano
dal paesaggio sul quale cadevano.
Il senso di tutto divenne il suono

della mia mezza impresa. Non andava.
Non era più possibile camminare
laddove l’incedere era ascoltare la propria fine.
Laddove le pietre pronunciavano forte il proprio peso
e ogni parola soppesava la sua particolare pietra
man mano che le raccoglievo.

Così abbiamo costruito la Casa di Dio.

La casa di Dio (Kolibris, 2014)

***

Sorriso

Quando ti vidi in sogno
ti voltasti verso di me

con il dito sul labbro
e le sopracciglia alzate

sorridendo, prima di continuare
camminando sulle punte

attraverso la stanza
illuminata dalla luna, abbandonata,

che d’improvviso compresi
avrebbe rappresentato la mia vita.

Il nostro amore è come Bisanzio (Donzelli, 2000)

*

Poeta danese, nato a Copenaghen il 21 marzo 1945. Fin dal suo esordio nel 1966 con il volume di liriche Digte (Poesie) si è rivelato tra i maggiori talenti del suo paese, dove ha ottenuto numerosi riconoscimenti. Dal 1977 N. ha viaggiato e soggiornato frequentemente in Spagna, Turchia, Grecia e Italia.

Nella poesia di Henrik Nordbrandt il misticismo e la sensualità dei personaggi si oppongono ad atmosfere di freddo grigiore nordico. Tutta la sua produzione, da Ode til blæksprutten og andre kærlighedsdigte (1975, Ode alla seppia e altre poesie d’amore) a Ormene ved himlens port (1995, I vermi alle porte del cielo) e Drømmebroer (1998, Ponti dei sogni), è impregnata di vitalismo mediterraneo; mentre gli oggetti e i particolari, anche i più minuti, assumono una valenza simbolica che ne trascende l’apparente insignificanza (Forsvar for vinden under døren, 1980, Apologia del vento sotto la porta). In Håndens skælven i november (1986, Il tremito della mano a novembre) Nordbrandt esprime il suo disagio per il grigiore del mese di novembre e di riflesso per il clima e per la vita del Nord Europa. (Treccani Enciclopedia)

Derek Walcott, versi da Mappa del Nuovo Mondo

estate

Derek Walcott (1930-2017), è stato un poeta e scrittore santaluciano, insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1992, noto soprattutto per le sue opere poetiche e teatrali in lingua inglese. L’altro idioma usato in alcune opere minori è il creolo delle Antille, il creolo della sua terra natale, l’isola di Saint Lucia.

*

Versi da Mappa del Nuovo Mondo (Adelphi)

Epilogo

Le cose che non esplodono:
vengon meno, sbiadiscono,

come il sole sbiadisce dalla carne,
come la schiuma esala nella sabbia,

anche il fulmineo lampo dell’amore
non ha un epilogo tonante,

muore invece con un suono di fiori
che sbiadiscono come fa la carne

sotto la pietra pomice sudante,
tutto concorre a dare questa forma

finché restiamo soli col silenzio
che circonda la testa di Beethoven.

~

Concludendo

Vivo sull’acqua,
solo. Senza moglie né figli.
Ho circumnavigato ogni possibilità
per arrivare a questo:

una piccola casa su acqua grigia,
con le finestre sempre spalancate
al mare stantio. Certe cose non le scegliamo noi,

ma siamo quello che abbiamo fatto.
Soffriamo, gli anni passano, lasciamo
tante cose per via, fuorché il bisogno

di fardelli. L’amore è una pietra
che si è posata sul fondo del mare
sotto acqua grigia. Ora, non chiedo nulla

alla poesia, se non vero sentire:
non pietà, non fama, non sollievo. Tacita sposa,
noi possiamo sederci a guardare acqua grigia,

e in una vita che trabocca
di mediocrità e rifiuti
vivere come rocce.

Scorderò di sentire,
scorderò il mio dono. È più grande e duro,
questo, di ciò che là passa per vita.

Tahar Ben Jelloun, due poesie

Paul Klee - 1914 - Garden in St Germain in Tunisia

Due poesie di Tahar Ben Jelloun (Fes, Marocco, 1944), scrittore, poeta e saggista marocchino, principalmente noto per i suoi scritti sull’immigrazione e il razzismo.

*

La luce del giorno lentamente traccia sul
campo pudico di terra bianca il contorno di un
corpo amoroso.
Sul corpo nudo scivola la brezza del mattino.
Un vento breve drizza il seno
poi le anche. Sulla cima del ginocchio
impazzisce l’uccello del paradiso.
È un cuore che palpita
o è la terra che si spazientisce?
Il desiderio si è disteso nel letto del fiume lontano.
Corpo d’amore
brace di luce
attendi la notte per l’amplesso solitario.
Son io che ti invento
ti guardo fremere e muovere
la tempesta ti gonfia le labbra e t’irrigidisce il busto
una palma si china sui tuoi capelli che spandono fuoco
ti so fiume, leggenda e musica.
Ma il tramonto ti ha spento,
ultima stella che accompagnava il sole.
Giunta la notte, nessun pensiero ti esalta.
Questa è la solitudine:
un corpo appena nominato è portato via dalle parole.

~

La mia patria è un volto

La mia patria è un volto
un chiarore essenziale
una fontana di sorgente viva
È mano che attende
trepida il crepuscolo
per posarsi sulla mia spalla
È una voce
di singhiozzi e di risa
un sussurro per labbra che tremano
La mia patria non ha altro orizzonte
che trattenuta tenerezza
negli occhi neri
una lacrima di luce
sulle ciglia
È un corpo di tormenti
preziosi
come un fascio di radici
vicino alla tera calda
È poesia
generata dall’assenza
un paese che nasce
sul bordo del tempo e dell’esilio
dopo un sonno profondo
sospeso a un albero
dai fragili rami
agitati nel vento
La mia patria è un incontro
avvenuto su un letto di foglie
una carezza per dire
e uno sguardo per dormire
paese lontano dalle parole
tanto da calpestare il ricordo
Tra le nostre dita
un ruscello
perché il silenzio sia
Il mio viso è di quel cielo ostinato
vuoto
ferito dall’eleganza del rifiuto
La mia caduta il nostro amore
albero dissanguato
sfigurato dalla grazia spezzata
lo stesso dolore
ha afferrato i nostri corpi
Restano quei versi
cordoglio tardivo
per una patria che non ha più volto.

*

da Stelle velate. Poesie 1966-1995 (Einaudi, 1998), trad. it. Egi Volterrani — Per questi versi si ringrazia il sito Internopoesia.

In apertura: Paul Klee, 1914, Garden in St Germain in Tunisia.

Ghiannis Ritsos, tre poesie

Poesie da Molto tardi nella notte, trad.di Nicola Crocetti, Crocetti, 2020.

*

Insuccesso

Vecchi giornali gettati in cortile. Sempre le stesse cose.
Malversazioni, delitti, guerre. Che cosa leggere?
Cade la sera rugginosa. Luci gialle.
E quelli che un tempo avevano creduto nell’eterno sono invecchiati.
Dalla stanza vicina giunge il vapore del silenzio. Le lumache
salgono sul muro. Scarafaggi zampettano
nelle scatole quadrate di latta dei biscotti.
Si ode il rombo del vuoto. E una grossa mano deforme
tappa la bocca triste e gentile di quell’Uomo
che ancora una volta provava a dire: fiore.

Karlòvasi, 4.VII.87

~

Lentezza

Mezzanotte passata. Dove vuoi andare a quest’ora?
I bar del porto sono chiusi. I marinai
si sono tolti le divise bianche. Forse dormiranno. Alcune
chiatte,
pesanti come fossero gravide, cariche di legname,
navigano lente sull’acqua scura con i vetri rotti
della povera luna. L’una e mezzo, le due, le tre e un quarto.
Le ore si trascinano,
e l’odore del legno appena tagliato, umido,
non cancella l’enorme ombra che sta in agguato davanti
alla dogana,
là dove, appena ieri, bei giovani pescatori subacquei
sbattevano sugli scogli i robusti polpi
tra un liquido bianco denso come sperma.

Karlòvasi, 16.VIII.87

~

Qualcosa resta

Dopo tanti bombardamenti a tappeto
rimase intatto soltanto un muro della grande chiesa
con l’alta finestra; intatta anche
la bella vetrata della finestra
con colori viola, arancioni, azzurri, rossi
e raffigurazioni di fiori, uccelli e santi.
Perciò confido ancora nella poesia.

Atene, 2.II.88

*

Ghiannis Ritsos è stato un poeta greco (Monemvasìa 1909 – Atene 1990). La sua vita, segnata da lutti e da miserie, fu animata da un’incrollabile fede negli ideali marxisti, oltre che nelle virtù catartiche della poesia. La sofferta visione decadente caratterizza costantemente la sua poetica, articolandosi di volta in volta su temi quali la memoria, il fascino delle opere e delle cose, la rivoluzione etica e sociale. (Treccani Enciclopedia).

Versi da Aiguiller di Angela Greco AnGre

Cagnaccio di S.Pietro -Donna allo specchio-1927

Torna l’immagine della cornice annerita;
dalla strada esalano differenti umanità.
Un odore eccessivo tormenta il pomeriggio;
un fuso orario che confonde lo stomaco.
Vaghi segnali di rottura con l’ultimo periodo.
Un’attesa si staglia contro il vetro rotto, mandando
in frantumi la visione del giorno; torna anche Amleto
e la sfera di vetro e la poesia mi meraviglia ancora.
Venezia è sempre di acque e cristalli e
tento di riprendere i fili del discorso.
Ho eliminato ogni macchia dagli specchi, ma
ancora non è nitida la visione.
Caduti ai piedi di un imprevisto, viene maltrattata
ogni sicurezza acquisita con fatica e piccoli passi.
Della maschera abbiamo ancora notizie e bisogno,
nonostante il palcoscenico tenti di cambiare.
Vasti incendi si sviluppano intorno e dentro;
potrebbe essere dicembre, noi saremmo gli stessi.
«E, quindi?» mi domandi con la stessa curiosità
«Non so» rispondo sistemando i chiodi nei polsi.
Un’agonia s’attarda tra azioni e pensieri, mentre
intorno le superfici divengono specchi abbaglianti.
La riflessione è obbligatoria.
[…]

~

Angela Greco AnGre, Aiguiller (Ladolfi Editore, 2022)

In apertura: ” Donna allo specchio”, opera di Cagnaccio di San Pietro

Tomas Tranströmer, tre poesie

unDiaAntesDeLunaNueva

Tomas Tranströmer (Stoccolma 1931 – 2015) è uno dei maggiori poeti svedesi di ogni tempo. Maestro riconosciuto, ammirato e imitato da grandi contemporanei come Iosif Brodskij, Derek Walcott e Adonis, ha dato vita a una poesia fondata sulla metafora attraverso ardite associazioni di elementi appartenenti ad aree semantiche lontanissime, coniugando brevità di enunciato e massima compressione linguistica. Il suo percorso poetico, lungo cinquant’anni, va dalle 17 Poesie del 1954 – esordio subito segnato da uno straordinario successo – all’ultima opera, Il grande mistero, pubblicata nel 2004. Pianista di talento e psicologo, T. ha affrontato, a partire dal 1990, la dolorosa esperienza della malattia, che ne ha limitato le capacità motorie e persino la facoltà di parlare. Nel 2011 è stato insignito del Premio Nobel per la letteratura.

*

Pagina di un libro notturno

Sono sbarcato in una notte di maggio
in un gelido chiarore lunare
in cui l’erba e i fiori erano grigi
ma la fragranza verde.
.
Son scivolato su per il pendio
nella notte ignara dei colori
mentre pietre bianche
segnalavano la luna.
.
Uno spazio di tempo
lungo alcuni minuti
largo cinquantott’anni.
E dietro di me
oltre le acque luccicanti come piombo
c’era l’altra riva
e quelli che dominavano.
.
Uomini con il futuro
al posto del viso.
.

~

Una notte d’inverno

La tempesta poggia la sua bocca alla casa
e soffia per emettere un suono.
Dormo inquieto, mi giro, leggo
il testo della tempesta assopita.

Ma gli occhi del bambino sono spalancati al buio
e il temporale mugola per lui.
Entrambi amano le lampade che dondolano.
Entrambi sono a metà strada dal linguaggio.

La tempesta ha mani infantili e ali.
La carovana si lancia verso la Lapponia.
E la casa avverte la sua costellazione di chiodi
che tiene insieme le pareti.

La notte è immobile sul nostro pavimento
(dove tutti i passi attutiti
riposano come foglie affondate in uno stagno)
ma fuori infuria la notte!

Sul mondo passa una piú grave tempesta.
Poggia la sua bocca alla nostra anima
e soffia per emettere un suono – temiamo
che la tempesta soffiando ci svuoti.

~

I ricordi mi vedono

Un mattino di giugno, troppo presto
per svegliarsi, troppo tardi per riprendere sonno.

Devo uscire nel verde gremito
di ricordi, e mi seguono con lo sguardo.

Non si vedono, si fondono totalmente
con lo sfondo, camaleonti perfetti.

Cosí vicini che li sento respirare
benché il canto degli uccelli sia assordante.

*

da Poesia dal silenzio, Crocetti Editore

Seamus Heaney, due poesie

Due poesie di Seamus Justin Heaney (1939 – 2013), poeta irlandese, Premio Nobel per la letteratura nel 1995, massimo rappresentante contemporaneo del rinascimento poetico irlandese.

*

Scavando

Tra il mio pollice e l’indice
sta la comoda penna, salda come una rivoltella.
Sotto la finestra, un suono chiaro e graffiante
all’affondare della vanga nel terreno ghiaioso:
è mio padre che scava. Guardo dabbasso
finché la sua schiena piegata tra le aiuole
non si china e si rialza come vent’anni fa
ritmicamente tra i solchi di patate
dove andava scavando.

Con lo stivale tozzo accoccolato sulla staffa, il manico
contro l’interno del ginocchio sollevato con fermezza,
sradicava alte cime e affondava la lama splendente
per dissotterrare le patate novelle che noi raccoglievamo
amandone tra le mani la fresca durezza.
Il mio vecchio potrebbe impugnare una vanga presso Dio,
proprio come il suo vecchio.

Mio nonno estraeva più torba in un giorno
di qualsiasi altro uomo su, alla palude Toner.
Una volta gli portai del latte in una bottiglia
turata alla meglio con un pezzo di carta. Si raddrizzò
e lo bevve, poi subito riprese a lavorare
intaccando e dividendo, mentre con piote
sulle spalle andava sempre più a fondo
in cerca di buona torba. Scavando.

L’odore freddo dei solchi di patate, il tonfo
e lo schiaffo dell’umida torba, i tagli netti di una lama
tra le radici vive si destano nella mia memoria.
Ma non ho una vanga per succedere a uomini come loro.
Tra il mio pollice e l’indice
sta comoda la penna. Scaverò con quella.

~

Il maestro

Dimorava in se stesso
come un corvo in una torre senza tetto.

Per accostarlo dovevo inerpicarmi
a lungo su per bastioni deserti
senza battere ciglio o alzare gli occhi
per cercare degli occhi che scrutassero
dalla sua vedetta di clausura.

Deliberatamente disserrava
il suo libro di reticenze
una pagina alla volta e non era nulla
di arcano, solo vecchie regole
che tutti avevamo iscritto sulle nostre lavagne.
Ogni carattere bloccato sulla pergamena sicuro
nel suo volume e misura.
Ad ogni massima il suo spazio.

Dì il vero. Non temere.
Nozioni durevoli, ostinate,
come martelli di minatori e cunei saggiati
da un intransigente servizio.
Come la pietra della cimasa su cui ci si ristora
nel balsamo della fonte.

Che fragile mi sentivo scendendo
la scala senza ringhiera delle mura,
sentendomi sopra il battito d’ali
del proposito e del rischio.

Ogni giorno ha il suo santo che cambia – versi da Aiguiller di Angela Greco AnGre

carta e penna

da Aiguiller (Ladolfi Editore, 2022) di Angela Greco AnGre 

*

Ogni giorno ha il suo santo che cambia.
Lo sguardo al cielo non è facile se soffri di cervicale;
Pietro ha sofferto non poche esitazioni lungo il cammino
eppure mia madre non ha mai smesso di seguirlo.

Un fado portoghese racconta solitudine;
davanti allo specchio le dita intrecciano note
e la fisarmonica riempie la stradina in attesa.
Mi ha guardato la luna pochi passi prima;
tra le foglie di basilico si nasconde il mare.
Che attinenza abbiano i santi con il vecchio paese
lo sanno soltanto quelle note e la stessa luna.

L’anziano musicista si guarda allo specchio per farsi compagnia.
La casa ha l’uscio socchiuso su una calla bianca: è appena fiorita,
ma a lui importa soltanto il suo ricordo.
Esco dalla casa difronte per incontrare la sua donna;
sono in molti a pensare che lei non ci sia più
eppure la musica l’abbiamo ascoltata tutti.

«Lasciami i santi a cui raccontare bugie»
non ha tutti i torti la fisarmonica.
Mentre il fado raggiunge il mare
stridono le pietre nella manovra che ci riporterà a casa.

[…]

*

Il libro è disponibile sui maggiori store on-line (link nei commenti) o si può richiedere all’indirizzo della casa editrice.

AIGUILLER Poesia di Angela Greco AnGre Ladolfi Ed.

Thierry Metz, versi e prosa

Versi e prosa di Thierry Metz

***

Dov’è il fratello alchemico
uomo della prima
dell’ultima cena
dalla voce scarlatta, lieto
nell’avvampare delle mani
sulla tavola inventata
il volto in fiamme
come un’alba
come acqua
che si ritira meravigliata
come una notte
che si consuma
in oscura creta
il volto
come un uccello semplificato

 da Sulla tavola inventata (trad. di R. Corsi, Edizioni degli Animali, 2018)

~

16 giugno. L’agenzia di lavoro temporaneo mi ha trovato un impiego in una cooperativa operaia. Otto ore al giorno. Salario minimo.

Dopo i macelli, la fabbrica, torno all’edilizia.

Il cantiere si trova in una piccola via a senso unico. Si trasforma una fabbrica di scarpe in residenza di lusso. Sono rimasti solo i muri. L’interno è vuoto, né pavimento, né tramezzo. È vecchio. Tutto da rifare: consolidare le fondazioni esistenti, aprire le entrate dei garage, posare i pavimenti, costruire il vano per l’ascensore, armare la scala. Tutto. C’è da lavorare.

Un badile, un piccone. Il manovale deve cercare con questo, fare il giro, perdersi…

Un principiante: ecco cos’è. La sua memoria è solamente una rete d’acqua, una sorgente dimentica del fiume.

I suoi movimenti sono semplici: quelli di un uccello. Sale, scende, raccoglie ramoscelli, paglia, cortecce. Quello che capita.

Per delimitare il campo che si stende intorno al suo nome, gli occorre tracciare un cerchio con quello che ha: terra, rovine, pietre, istruzioni, pezzi di gesso, attese, stanchezze…

Qualcosa su cui meditare un giorno. Nient’altro.

da Diario di un manovale (traduzione di A. Ponso, Edizioni degli animali, 2020).

~

Vagavo tra losanghe
Con tutti gli alfabeti della terra
Nelle tasche
E scrivevo sui muri
Sui portoni
Incollavo grandi lettere alitanti
Come rospi
Cifre color spiga
Che suonavano la pietra con i tacchi
Immane la fatica di dire tutto alle case
Lo sforzo di estrarle dall’argilla.

da Dire tutto alle case (traduzione e cura di Mia Lecomte, Interno poesia, 2021)

***

Nato a Parigi nel 1956, autodidatta, Thierry Metz, dopo il servizio militare, a ventun anni si sposa e si trasferisce nei dintorni di Agen, nel dipartimento di Lot-et-Garonne. Qui lavora come manovale e operaio a giornata e comincia a scrivere, incoraggiato dalla moglie e dai tre figli.

Nel 1988 esce la sua prima raccolta; lo stesso anno Vincent, il secondo figlio di otto anni, muore davanti ai suoi occhi travolto da un’auto. Metz crolla da allora in una deriva psichiatrica di depressione e alcolismo che dopo il trasferimento a Bordeaux, nel 1996, e due ricoveri ospedalieri, il 16 aprile 1997 lo porterà al suicidio.

In vita ha pubblicato nove raccolte poetiche, di cui due con l’editore Gallimard, a cui sono finora seguite otto pubblicazioni postume.

Margaret Atwood, due poesie da Esercizi di potere

carta e penna

Margaret Atwood, poetessa, scrittrice e ambientalista canadese nata ad Ottawa nel 1939; due poesie da “Esercizi di potere” (Power Politics, 1971) trad. Silvia Bre per Nottetempo Edizioni, 2020. 

*

Prima mi avevano dato secoli
di attesa nelle caverne, in tende
di pelli, sapendo che non saresti mai tornato

Poi andò più veloce: solo
vari anni tra
il giorno in cui scampanellavi
in mezzo ai monti, e il giorno (di nuovo
a primavera) in cui alzavo lo sguardo dal telaio
del ricamo all’entrata del messaggero.

Avvenne un paio di volte, o forse
più; e ce ne fu una, non tanto
tempo fa, che ti andò male,
e tornasti su una sedia a rotelle
con i baffi e bruciato dal sole
ed eri insopportabile.

Qualche tempo addietro però, ricordo
di aver avuto otto mesi buoni tra
la corsa di lato al treno, sollevando la gonna, porgendoti
violette al finestrino
e l’apertura della lettera; ho fissato
la tua istantanea sbiadire per vent’anni.

E l’ultima volta (sono corsa in auto all’aeroporto
ancora con la tuta
della fabbrica, l’arnese
che avevo scordato spuntava dalla tasca
dietro; ed eccoti lì
elmetto e cerniere chiuse, era l’ora
zero, hai detto Fatti
Coraggio) fu soltanto tre settimane prima di ricevere
il telegramma e poter dare inizio al rimpianto.

Ma di recente, le serate nere,
passano solo secondi
tra l’avviso alla radio e
l’esplosione; le mani
non ti raggiungono

e nelle notti più quiete
salti su dalla
sedia senza neanche toccare la cena
e riesco appena a salutarti con un bacio
prima che tu corra in strada e loro sparino

***

Mio bel comandante di legno
con la tua passione di medaglie
fatte di legno, che aggiusti
ogni volta cosi quasi vinci,

tu brami di farti bendare
prima di ferirti.
Il mio amore per te è l’amore
di una statua per un’altra: in tensione

e statico. Generale, arruoli
il mio corpo nella tua eroica
battaglia per diventare vero:
se pure prometti salvezze di bronzo

per la caviglia sinistra tu mi tieni
cosi che la mia testa sfiora terra,
ho gli occhi accecati,
i capelli si riempiono di nastri bianchi.

Ci sono orde di me adesso, simili
e paralizzati, ti seguiamo
spargendo tributi floreali
sotto i tuoi zoccoli.

Maestoso sul cavallo di legno
indichi con la mano frangiata;
il sole tramonta, e il popolo tutto
si avvia dall’altra parte.

Aiguiller, poesie di Angela Greco AnGre (Ladolfi, 2022) – presentazione dell’opera

AIGUILLER Poesia di Angela Greco AnGre Ladolfi Ed.

AIGUILLER, poesie di Angela Greco AnGre (Ladolfi Ediotre, 2022)

Il titolo è in francese e tradotto ha valenza di “indirizzare, orientare, dirigere; deviare la conversazione su un altro argomento” secondo il senso figurato del termine “Aiguiller”(da leggersi “eɡɥije”) riportato dal dizionario Garzanti, ma anche, più in generale, “sterzare, cambiare direzione” con riferimento alla poesia in uso in Italia attualmente; l’opera consta di una significativa variazione di due precedenti editi, ai quali ho voluto dare nuova luce, convinta del fatto che la Poesia sia sempre qualcosa in divenire, mai ferma, con l’aggiunta di una sezione inedita scritta negli ultimi anni e nell’anno in cui mia figlia, a cui è dedicato il libro, ha compiuto dieci anni. Tutto il progetto qui presentato esprime il mio concetto di poesia e di costituzione dell’atto poetico, alla luce di riferimenti artistici e letterari di cui si dà nota nel testo e a fine dello stesso, utilizzando un verso libero ed ipermetrico”. [Angela Greco AnGre, estratto dalla Presentazione del testo]

*

[…]

Fermi per dirci vivi contiamo grani
capovolti nella clessidra. Inganniamo specchi
e virtù. Morirò appena compiuti due anni.
Mi riconosco solo a ritroso.

Se nessuno rivolge la domanda, so benissimo chi sei;
ma all’interrogazione non lo so più. Riprendo dal letto
di semina, la mano e la vanga a spostare il dato per scontato.
Poi, con la benevolenza inesausta del cielo stellato, propongo
appunti di raccolta, che soltanto domani e fra tre secoli
daranno quanto cercato oggi. Un solco è promessa di città.

[…]

“devi conoscere l’abisso prima della risurrezione”
e qui non è implicato nessun dio.

Euridice lo sa di cosa stiamo parlando.
E lo sa bene l’avvoltoio nella sua attesa.
Arriva sempre l’orario di chiusura del teatro,
la deposizione delle maschere.
Forse il patibolo è insito nella scrittura.

Canta ancora Orfeo.
Dobbiamo tornare negli inferi.

Gli inferi sono una questione strettamente personale
pochissimi sono gli accompagnatori.
Non si può ripetere il viaggio di qualcun altro.

[…]

Sì, ti abbraccio, prima che sia troppo tardi e
torno ai miei pensieri, alle domande che continuo a pormi e
a quest’oggi così pieno di croci e calvari tutti da salire scalzi.

Evoluzione o involuzione davvero non saprei.
Accadono le cose, cadono le persone, ma
si procede, in qualche modo.
Forse, semplicemente, ancora non abbiamo capito.

Sì, sorrido, figlia mia. Per il tuo decimo compleanno.

***

Quando ho dato alle stampe Aiguiller pensavo che il cambio di direzione fosse nei confronti della Poesia attualmente scritta in Italia, dalla quale, negli ultimi anni, mi sono alquanto allontanata…Invece, all’uscita del libro, mi sono resa conto che il cambio di direzione era riferito a quello che stavamo e stiamo vivendo…

Il libro, allora, è diventato, suo malgrado, una “risposta”: la Poesia è una risposta alle atrocità, alla discordia, alla mancanza di pace…Una responsabilità non indifferente, se si tiene conto della “facilità” con cui si scrive e produce poesia nel nostro Paese…

Consegno, quindi, Aiguiller al Lettore, come un momento di riflessione, di pausa e – soprattutto – di domande…

Angela Greco AnGre

Il libro è disponibile sui maggiori store on-line o si può richiedere all’indirizzo della casa editrice.
Ringrazio di cuore Giuliano Ladolfi per aver creduto ancora una volta nella mia Poesia e soprattutto in questo progetto a cui sono molto legata. Per me è stato emozionante pubblicare una seconda opera con il medesimo Editore, realizzando in questo modo la mia idea di crescita in un gruppo di lavoro con il quale condivido molto in materia di poesia; esperienza ormai difficile da concretizzare in tempi, come quelli che abitiamo, votati al  consumo rapido di persone e cose e letteralmente privi di competenza e lungimiranza sul lungo periodo.
Grazie per l’attenzione ♥

Mirkka Rekola, due poesie

carta e penna

Due poesie da Siedo in questo treno lungo un viaggio (Joker, 2016, trad. it. A. Parente) di Mirkka Rekola (1931-2014); vincitrice di vari premi letterari è annoverabile tra i classici della poesia finlandese ed è uno dei maggiori rappresentanti del “modernismo finnico”.

🕊

Sono forse io quegli elementi di cui mi servo?
Oggi dico no,
oggi, che ne sono prigioniera,
devo ripetere ancora una volta no.
Annuncio soltanto il fuoco: pronto è il giorno,
terra che in me brucia in questo modo.

Eri talmente a settentrione
che lo sguardo raggiunse l’orizzonte,
e l’unica parola che lasciai per te
mi infreddolì.
Qui per te sono il pegno del nulla
il flutto dismesso dal vento
e puoi guardare.

Il giorno accreditato come un bonifico
su un conto a me ignoto,
e talmente corporea mi sento
per quanto sia possibile in questa situazione.
Ogni notte procede affiancata al giorno
né prima, né dopo.
Come quel merlo corvino
canta di giorno, di notte.
E una bruma minuta si alza sulla breve serata
dalle foglie degli alberi, dai volti,
a volte di anonima origine,
respiro sulla pelle della tua mano e dico:
così fa il vento quando gli piaci.

*

Al mio posto

I miei occhi sempre all’ombra del falco.
Temo il colpo improvviso
né mi celo in foglie di cavolo
eccomi qui
immersa tra tronchi sottili.

Dico che ce ne sono diverse
di linee taglienti che passano
loro devono volare
perché io rimanga qui
l’ombra deve mutare di continuo.
Altrimenti giungerà in me l’uccello del vento
alla fine in picchiata la sua ombra
il becco aperto.

Quattro sassi con…autori contemporanei in 4 poesie: Cipriano Gentilino

Quattro sassi con - Il sasso nello stagno di AnGre

Quattro sassi con…autori contemporanei in 4 poesie: Cipriano Gentilino

.
Sera
.
Due bignè ancora di ieri
e due fiocchi di neve
questa sera,
.
una videochiamata a sud
e un film di guerra a est,
.
e a luci spente
due germogli di narcisi
al riparo dal gelo .
.
.
.
Inquietudine
.
In questo imbrunire
un’inquietudine
di assenza antica,
scricchiolo di foglia
anonima,
si baratterebbe
per un nome
o solo una parola
adagiata sul fondo.
.
.
.
Farfalle
.
Forse tu lo sapevi già
quando non hai più volato
e i numeri non piegarono più il cielo
ai pezzi smontati del tuo aliante,
.
ci sono scivolate dalle mani
le bandiere e ora i manifesti
sono in mostra nelle periferie
nostalgiche a tempo perso,
.
ti scrivo perché ti ho rivisto,
quaderno e lapis,
al mercato in riva all’Ellero
a Mondovì,
.
entrambi distratti da una farfalla.
.
(inediti)
.
.
OUTLET
.
Col vestito dell’outlet
grigio scuro,
composto tra gelsomini e
un pezzo di jazz del 53,
senza un dio,
biodegradabile,
ritornerò
a casa mia.
.
(estratto da Parabole, Ed.Nulla Die, 2021)
.
.
.

Cipriano GentilinoCipriano Gentilino è nato a Erice e vive a Mondovì. Psichiatria e psicoterapeuta – interessato sia ai linguaggi del mondo interiore che alle tematiche sociali – amministra un blog di poesia. Ha pubblicato poesie su riviste letterarie on-line. Con Oèdipus ha pubblicato nel 2019 Versi nel retrobottega, mentre con Nulla Die, nel settembre 2021, ha pubblicato Parabole.

Ingrid De Kok, due poesie

 Ingrid De Kok, due poesie da Other Signs (Kwela Books, 2011)

Per questo articolo si ringrazia la rivista “Atelier poesia”.
.
Vocazione
.
Ci sono venuta da sola ma la via del nettare mi ha aiutato.
Ci sono stati altri segni, come sempre ci sono.
La bussola di mio padre per darmi la direzione.
I messaggi in aria di mia madre,
.
Frecce bianche agli incroci, dipinte da amici,
Il codice dell’infanzia, tutti e sette i sensi,
Segnali di pericolo lanciati da sconosciuti,
Le tombe del mio paese, i suoi recinti elettrici.
.
Uno zaino di canzoni, una mappa di parole,
Perfino un rimario.
Una Bibbia, dieci penne, carta filigranata.
Oggetti ordinari per lo più.
.
Le stelle sono state indispensabili, certo,
Anche la luna, a volte una pillola amara.
E un po’ di vento ha continuato a battere le ali venate
Piegando me e il salice al suo volere.
.
Per trovare la strada mi raccontavo storie.
Quella di Arianna mi è servita ma il suo filo di seta
Ti lega le caviglie se non fai attenzione.
E non mi sono persa, anche se tutto si è ridotto
.
A una dimora che un tempo respirava
Occupata per poco
Dove canzoni, il suono del liuto,
Perfino il graffio della penna, non si sentono più.
.
Dal tetto in rovina
Proviene un unico suono:
Il verso indifferente di un gufo.
Ruota il capo,
Inclina i ciuffi delle orecchie,
Getta lo sguardo
Nel buio
Guardando, aspettando, come deve,
.
Che io e altri cantori,
Altre prede necessarie,
Troviamo la strada nella boscaglia
Ci liberiamo dei nostri zaini preziosi
.
Miglio dopo ultimo miglio,
Mentre veniamo qui
Di nuovo all’inizio e alla fine,
Silenzio, luogo di riposo.
.
.
*
.
Vocation
.
I led myself here though the honeyguide helped.
There were other signs, as there always are.
Father’s compass to spin me around,
Mother’s messages in the air,
.
White arrows at crossoroads, painted by friends
Childhood’s morse, all seven senses,
Warning flares fired by strangers,
My country’s graves, its electric fence.
.
A backpack of songs, a map of words,
Even a rythming dictionary.
A bible, ten pens, watermarked paper.
Most things quite ordinary.
.
The stars of course were indispensable,
Also the moon, though sometimes a bitter pill.
And a little wind kept beating its veined wings
For the willow and me to bend to its will.
.
To find my way I told myself stories.
Ariadne’s helped but her silken twine
Encircles your ankles if you’re not careful.
And I am not lost, though things are winding down
.
To a once breathing house
On short-term lease
Where song, recorded lute,
Even pen’s scrape, have almost ceased.
.
From the crumbling roof
Only one sound left:
An owl’s indifferent hoot.
It swivels its head,
Tilts its tufted ear,
Casts its eyes
Into the dark
Watching, waiting, as it must,
.
For me and other singers,
Other necessary prey,
To find our way through the brush,
To shed our precision packs
.
Mile by last mile,
As we lead ourselves here
Back to the beginning and the end,
Silence, resting place.
.
.
.
Tutto considerato
.
Non si poteva fare più
Di quanto è stato fatto
.
Non è colpa di nessuno
Solo indifferenza ordinaria
.
Poteva andare peggio
Tutto distrutto
.
Famiglie intere sepolte
Lunghe file di rifugiati
.
Incendi da spegnere
Inondazioni da governare
Letti di ossa
Crateri
.
Disastro di più vasta scala
Di fronte a tutto questo
.
Una piccola morte
Quasi senza peso
.
Tutto considerato
.
.
*
.
All things considered
.
Not much more could have been done
That was done
.
Nobody culpable
Just normal indifference
.
It could have been worse
Everything ruined
.
Whole families buried
Long lines of refugees
.
Fires to extinguish
Floods to manage
.
Bone beds
Craters
.
Disasters on a bigger scale
Balanced against this
.
Small death
Almost weightless
.
All things considered
.
.
(Traduzioni dall’inglese di Paola Splendore)
.
.

Ingrid De Kok: nata nel 1951 nei pressi di Johannesburg, Ingrid De Kok emigra in Canada negli anni settanta. Nel 1983 torna in Sudafrica dove tuttora dirige un programma di educazione per adulti presso l’Università di Cape Town ed è impegnata in varie attività editoriali e culturali. Quattro le raccolte poetiche principali: Familiar Ground (1988), Transfer (1997), Terrestrial Things (2002) e Seasonal Fires (2006). La poesia di De Kok, tradotta in molte lingue europee e in giapponese, appare per la prima volta in traduzione italiana nell’antologia Mappe del corpo edita nel 2008 da Donzelli.

Versi d’amore (ogni giorno)

cuore

[I tuoi occhi chiudono il cerchio]

I tuoi occhi chiudono il cerchio
della perfezione tanto a lungo cercata,
del senso profondo di quel che si vive,
delle tante spiegazioni mai arrivate.
Attraverso quel verde si torna all’eden,
prima che altri intervenissero a svelare
quel che oggi mi porta a queste parole;
una umanità da ricordare, prima ancora
che da ricostruire. Appena dopo il paradiso,
il racconto della beatitudine di
aver incontrato l’origine e il cardine, il motivo
ambìto per il quale si sono spesi secoli di parole
e ancora se ne scriveranno, cercando invano.
Inizia il giorno in essi e la luce prosegue
persino all’ombra della luna, incredula di tanto,
perché non ha mai guardato quel che vedo io,
quando, seppur lontani, ti sento accanto, qui,
con il tuo sguardo di spazi senza confini.
Specchio di qualcosa ancora da venire,
aggiungono battiti alla mia mitralica stonata,
passando dalla tua voce di carezze prossime al sogno.
Lieta notizia, novella di trascorsi
troppo a lungo messi da parte per abitare
una quotidianità senza semi, pre-occupata di occasioni
di decadenza, troppo di corsa per sentire
i sussurri, le parole di uno sguardo,
incipit di gioia ritrovata, ancora nuovo inizio per questo dire.

di Angela Greco AnGre (Ananke, Ladolfi Ed.)

Canto d’amore 

Come potrei trattenerla in me,
la mia anima, che la tua non sfiori;
come levarla oltre te, all’infinito?
Potessi nasconderla in un angolo
sperduto nelle tenebre;
un estraneo rifugio silenzioso
che non seguiti a vibrare
se vibra il tuo profondo.
Ma tutto quello che ci tocca, te
e me insieme
ci tende come un arco
che da due corde un suono solo rende
Su quale strumento siamo tesi,
e quale violinista ci tiene nella mano?
O dolce canto.

di R.M.Rilke

L’amore quando si rivela

L’amore, quando si rivela,
Non si sa rivelare.
Sa bene guardare lei,
Ma non le sa parlare.

Chi vuol dire quel che sente
Non sa quel che deve dire.
Parla: sembra mentire…
Tace: sembra dimenticare…

Ah, ma se lei indovinasse,
Se potesse udire lo sguardo,
E se uno sguardo le bastasse
Per sapere che stanno amandola!

Ma chi sente molto, tace;
Chi vuol dire quello che sente
Resta senz’anima né parola,
Resta solo, completamente!

Ma se questo potesse raccontarle
Quel che non oso raccontarle,
Non dovrò più parlarle,
Perché le sto parlando…

di Fernando Pessoa

È come una mancanza di respiro 

È come una mancanza
di respiro e un senso di morire,
quando mi stringe improvviso
il desiderio di te tanto lontano
e nulla può calmarlo, altro pensiero
non può occuparmi, tranne il Paradiso
che sarebbe per me lo starti accanto.
Ma poiché ciò m’è negato, più cara,
molto più cara che una fredda pace
mi è la stretta indicibile
quasi marchio di fuoco che proclami
ancora e sempre quanto sono tua.
A nessun costo vorrei separarmi da questo mio dolore.

di Margherita Guidacci

heart-2109237_960_720