Louise Glück, due poesie da L’iris selvatico

Louise Glück, due poesie da L’iris selvatico (Giano, 2003, traduzione di Massimo Bacigalupo)

Mattutino

Padre irraggiungibile, quando all’inizio fummo
esiliati dal cielo, creasti
una replica, un luogo in un certo senso
diverso dal cielo, essendo
pensato per dare una lezione: altrimenti
uguale… la bellezza da entrambe le parti, bellezza
senza alternativa… Solo che
non sapevamo quale fosse la lezione. Lasciati soli,
ci esaurimmo a vicenda. Seguirono
anni di oscurità; facemmo a turno
a lavorare il giardino, le prime lacrime
ci riempivano gli occhi quando la terra
si appannò di petali, qui
rosso scuro, là color carne…
Non pensavamo mai a te
che stavamo imparando a venerare.
Sapevamo solo che non era natura umana amare
solo ciò che restituisce amore.

Matins

Unreachable father, when we were first
exiled from heaven, you made
a replica, a place in one sense
different from heaven, being
designed to teach a lesson: otherwise
the same—beauty on either side, beauty
without alternative— Except
we didn’t know what was the lesson. Left alone,
we exhausted each other. Years
of darkness followed; we took turns
working the garden, the first tears
filling our eyes as earth
misted with petals, some
dark red, some flesh colored—
We never thought of you
whom we were learning to worship.
We merely knew it wasn’t human nature to love
only what returns love.

*

Tramonto

La mia grande felicità
è il suono che fa la tua voce
chiamandomi anche nella disperazione; il mio dolore
che non posso risponderti
in parole che accetti come mie.

Non hai fede nella tua stessa lingua.
Così deleghi
autorità a segni
che non puoi leggere con alcuna precisione.

Eppure la tua voce mi raggiunge sempre.
E io rispondo costantemente,
la mia collera passa
come passa l’inverno. La mia tenerezza
dovrebbe esserti chiara
nella brezza della sera d’estate
e nelle parole che diventano
la tua stessa risposta.

Sunset

My great happiness
is the sound your voice makes
calling to me even in despair; my sorrow
that I cannot answer you
in speech you accept as mine.

You have no faith in your own language.
So you invest
authority in signs
you cannot read with any accuracy.

And yet your voice reaches me always.
And I answer constantly,
my anger passing
as winter passes. My tenderness
should be apparent to you
in the breeze of the summer evening
and in the words that become
your own response.

.

Louise Elisabeth Glück (New York, 22 aprile 1943) è una poetessa, saggista e accademica statunitense. Nel corso della sua carriera ha pubblicato dodici antologie di poesie. Nel 1993 ha vinto il Premio Pulitzer per la poesia per la sua raccolta The Wild Iris, ottenendo il primo di una lunga serie di riconoscimenti. Nel 2014 ha vinto il National Book Award per la poesia, mentre nel 2003 era stata insignita del prestigioso titolo di poeta laureato degli Stati Uniti. Nel 2020 le è stato conferito il Premio Nobel per la letteratura “per la sua inconfondibile voce poetica che con austera bellezza rende universale l’esistenza individuale”. Insegna poesia all’Università di Yale. (Wikipedia)

Wallace Stevens, due poesie

Wallace Stevens (Reading, 2 ottobre 1879 – Hartford, 2 agosto 1955), due poesie 

La casa era silenzio e il mondo era calma

La casa era silenzio e il mondo era calma
Il lettore divenne il libro; e la notte estiva

Era il sentire del libro
La casa era silenzio e il mondo era calma

Le parole furono dette come se il libro non ci fosse
Se non che il lettore era chino sulla pagina,

Voleva stare chino, voleva molto tanto essere
Lo studioso a cui il suo libro dice il vero, a cui

La notte estiva è come una perfezione del pensiero.
La casa era silenzio perché così doveva essere.

Il silenzio era parte del senso, parte della mente:
Il passaggio che conduce la perfezione alla pagina.

E il mondo era calmo. La verità in un mondo calmo.
In cui non c’è altro senso, essa stessa

E’ calma, essa stessa è estate e notte, essa stessa
E’ il lettore che a tarda ora chino legge.

(da Transport to Summer, 1946 – dal web)

*

La poesia che prese il posto di un monte

Era là, parola per parola,
la poesia che prese il posto di un monte.

Ne respirava l’ossigeno
persino quando il libro stava voltato nella polvere del
……..tavolo.

Gli ricordava come avesse avuto bisogno
di un luogo da raggiungere nella sua direzione,

Come avesse ricomposto i pini,
spostato le rocce e trovato un sentiero fra le nuvole,

Per arrivare al punto d’osservazione giusto,
dove sarebbe stato completo di una completezza
……..inspiegata:

La roccia esatta dove le sue inesattezze
scoprissero infine la vista che erano andate guadagnando,

Dove potesse coricarsi e, fissando il mare in basso,
riconoscere la sua casa unica e solitaria.

(da Il mondo come meditazione, Guanda Ed.)

immagine d’apertura: fotografia di Ansel Adams, “After Thunderstorm, Garnet Lake”

Ospite ed ospiti della rubrica “Gioielli rubati” di Flavio Almerighi

Inizio col dire grazie di cuore a Flavio per aver inserito i miei versi in questa sua pregevole rubrica di ricerca di poesia contemporanea attraverso i mezzi telematici, social e blog. Quindi, saluto i poeti che conosco e di cui conosco la bravura e sono contenta di ospitare a mia volta nomi che leggo per la prima volta. Una scelta, quella di questi “gioielli rubati” n.108, che ha il sapore del viaggio fatto fino a questo atipico settembre e che, al contempo, ha il gusto di un bagaglio utile per i mesi a venire, ricco di spunti e inviti e ricordi e riflessioni…mi piace risuonare tra queste voci, in questa agorà poetica, qual è il blog di Flavio. [AnGre]

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Gioielli Rubati 108: Anna Maria Curci – Gisella Canzian – Sebastiano A. Patanè-Ferro – Elena Milani – Marco G. Maggi – Maria Natalia Iiriti – Barbara Auzou – Angela Greco.
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dal blog amArgine di Flavio Almerighi, 6 settembre 2020 (QUI)
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Asphaleia
a Otello Guidi, viandante e amico
Un passo dopo l’altro hai insegnato
di una via che tu sai aspra e succosa.
Che foggia hanno i tuoi sandali-scarponi?
Non paventano sdrucciole o altri suoni
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pregressi, già scanditi o risuolati,
magari in lingue irte di sentieri.
Fitta la mappa ne disegni ancora
della solidità, tu che precedi.
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Anna Maria Curci
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Non sono un granello di sabbia
se non per il tempo in cui le mosche ci si appoggiano –
convinte di albergare su feccia
cospargerla di saliva
e succhiarla.
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E’ nella decomposizione
la gestazione di nuove larve – l’ecosistema resiste
e gli uccelli non perderanno il loro trono.
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Gisella Canzian
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[i poeti muoiono prima della quiete
senza il conforto di quella parola
che hanno cercato da sempre
quel suono mai definito che voleva dire amore
ma era un’altra cosa]
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Sebastiano A. Patanè Ferro
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Ho fatto tutto nuovo
ogni giorno.
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Dai nostri anni
è nato l’oggi
Una torta di trentanove piani
senza ascensore
ci porta al belvedere.
Sembra ieri il giorno dei confetti,
la sua vigilia già abitata da noi.
Gli amici in casa da giorni,
la cucina profumata di maionese
e il bimbo che gattonava da un giorno.
Mia madre faceva avanti e indietro dal negozio
ora partecipando,
ora ostacolando.
Mio padre con il Grand Marnier in mano
e un viva la vita in tasca.
Beppe aveva il divieto di farsi un goccetto
ed io ero carica di bigodini.
Tu eri indifferente, ma sorridevi,
mi avevi già sposata anni prima,
dal primo momento,
le nozze erano una festa più grossa
per il tuo compleanno .
Assi e cavalletti ,tovaglie prese in prestito.
Don Abbondio chiuso in canonica
stava per sciogliere la scomunica.
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Due ragazzi nel sole
e un bimbo in volo da un braccio all’altro.
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30 agosto 81
mi sposavi.
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Elena Milani
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Anna e Mario
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Sembrava quasi ritornato il silenzio
forse non tutto viene per nuocere:
almeno c’è più tempo per pensare
e nel cielo ho rivisto un’azzurrità
come non incontravo da ragazzo
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Con Mario nell’orto mettevamo canne
per far crescere fagioli e tümàtic**
adesso anche Anna lo ha raggiunto
e poi dicono che c’è una sola madre
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Siamo cresciuti soli nella tempesta
senza riuscire a trattenere il vento.
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**di probabile provenienza austroungarica, nel mio dialetto sta per pomodori.
Marco G. Maggi
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Non so cosa fare di questa notte di luna piena, lucida come un metallo prezioso.
Non esiste morale in notti come questa, ma un finale scontato.
Agosto è finito e nemmeno io mi sento in forma smagliante.
Non so cosa farmene di questa ultima notte di agosto.
E tu, ottavo mese dell’anno, feroce e crudele, sei arrivato fino in fondo ai tuoi giorni.
Testardo e tenace come una tartaruga che riesce a diventare adulta,sopravvivendo agli ami e alla plastica tossica, viene a deporre il suo bottino sulla stessa spiaggia che ha conosciuto nascendo.
Magari la notte era la stessa, di fine agosto, di luna piena.Di poca gente e una lunga fila di ombrelloni spenti.
Il finale della storia è a sentimento. Gli ingredienti li lascio sulla sabbia: perplessità, fragilità, nostalgia, sale e peperoncino a occhio e croce. Prego, servitevi, pure.
Non esiste morale in notti come questa, ma un finale banale.
Stanotte non dormirò: veglierò sull’inizio di una nuova storia.
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Maria Natalia Iiriti
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Di nuovo
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Sono tornati nello stomaco e negli occhi
tutti i sogni dal più furtivo al più profondo
Non conosco altri modi per esistere e alimentare la mia guerra
tutto ciò che è aperto fiorisce in tutto ciò che è chiuso
racconto ancora i sorrisi incespicati della margherita
cento volte respinti dalla sua vita ieri, dimmelo di nuovo
mentre balla fino all’ultimo passo nonostante
la lancia del vento che l’attraversa
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Barbara Auzou (trad.di Flavio Almerighi)
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S’insinua un pensiero
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Un caprifico veglia
sulla soglia di casa,
sulla ferocia e sulla rovina
dell’ultimo ruggito di agosto.
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Col trascorrere dei chilometri
s’insinua un pensiero.
Sassi e ossa conoscono
il tempo e il suo procedere.
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Angela Greco
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Si ringrazia di cuore l’autore dell’articolo originale, sul cui blog, al link in apertura, è possibile riscontrare le fonti da cui sono tratti i versi.
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Andrej Hočevar, due poesie

Butterfly

due poesie di Andrej Hočevar

Ho atteso a lungo questo istante;
mi trovo nella stanza, da dove posso
vederti, me ne sto immobile, fumo, apro
vecchie scatole, nelle quali cerco i tuoi
capelli. Cerco e assieme abbandono me
stesso, questa stanza, questo appartamento.

Ho atteso a lungo questo istante:
qua e là dal mio corpo cola una goccia di cera
rappresa – mi chiami e io sono tutto il tempo
là, nella stanza, da dove mi vedo
giungere di nuovo e
di continuo da te.

Ti ho atteso a lungo. Cancello facilmente
quello che ho scritto e riscrivo tutto un’altra
volta, ma questo spazio, il cui profumo sa
anche di menzogna ed è come dicembre
in questi giorni, non lo lascerò mai
più. Chi mi dirà adesso che non c’è alcuna
differenza tra le nebbioline che salgono
lentamente per le scale
e questi fiocchi di neve che cadono qui
e potresti guardarli? Ma che importa dato che
piangiamo entrambi, io, quanto trito la cipolla
e penso a Pablo Neruda e tu senza alcuna ragione.
Ho paura. E temo che questa paura non torni
più. Adesso chi mai tratterrà per un momento
tutte quelle ore in cui non riuscivo a dormire,
essendo tutte nel tuo respiro e inoltre
io ti dirò ancora una volta,
di mattina sei bellissima.

Ti ho atteso a lungo
e adesso mi sono trasferito. Appena ora vedo
che non c’è differenza tra il silenzio e il sole
che all’alba svela il mistero –
all’alba mi trasferisco in te
e finalmente mi addormento.

.

Ci sono certi giorni
stretti stretti come un ponte intorno a te,
sopra una superficie liscia che ti cinge;
certi giorni sono fatti proprio così
che a furia di ripetizioni il richiamo
perdura, anche se non puoi rispondergli
perché puoi essere solo tu
a chiamare e nelle ripetizioni
ti avvicini, mentre io, certi giorni
sono proprio così, insieme a loro in
una goccia d’olio mi allontano
e cammino solo là dove le mie
impronte, ripetute, sono diventate tue.
Ci sono dei giorni in cui
mentre stai scendendo pensi a
ciò che contrae il tuo volto nello spasmo
e non cessa fino a quando in esso
non intorpidisco anch’io.

 Ricordi la forma del mio dito
quando sfiora le tue tempie? Che immagini
disegna sui tuoi palmi? Ricordi?
Io non ricordo: ci sono dei giorni che
svaniscono allo stesso ritmo di noi due,
se chiudiamo gli occhi e ascoltiamo –
se mediteremo a voce alta,
probabilmente ci sarà
più facile non udire
il richiamo dell’altro.

 

da Fili d’aquilone num.37  (http://www.filidaquilone.it/num037milic.html) — Traduzione dallo sloveno di Jolka Milič

*

Andrej Hočevar – poeta, saggista e critico sloveno è nato nel 1980 a Ljubljana, dove vive e lavora. Laureato in letteratura comparata è autore di cinque raccolte di poesia: Vračanja (Ritorni), 2002, finalista per la migliore opera prima; Ribe in obzornice (Pesci e linee d’orizzonte), 2005; Pesmi o koscih in podobnostih (Poesie dei falciatori e consimili), 2007; Privajanje na svetlobo (Assuefazione alla luce), 2009 e Leto brez idej (Un anno senza idee), 2011. È redattore della rivista Literatura e curatore della collana di poesia Prišleki. Ha fatto parte della rock band The Real Thing, e quindi – anche dopo aver smesso di suonare – ama talvolta coniugare la poesia con la musica, preferibilmente improvvisandola. Scrive anche saggi e critiche letterarie e musicali. Saltuariamente si dedica alla traduzione, affrontando soprattutto la poesia di lingua inglese.

Rossella Cerniglia legge Arcani di Angela Greco

ARCANI ,  di Angela Greco 

Ed. Achille e la Tartaruga (2020)

L’ultima raccolta di versi di Angela Greco, dal titolo Arcani, ha una struttura poematica articolata e complessa: una sapiente minuziosa costruzione che riceve un input creativo dalla magia di queste misteriose figurazioni, presenti nei Tarocchi, il cui significato allusivo, simbolico ed archetipico, è ben illustrato dalla stessa autrice in una nota al margine dell’intero libro. Nell’ambito complessivo dell’opera, questo legame sembra aver rivestito grande importanza nel costituirsi dell’architettura della stessa. Perché la suggestione di questo implicito riferimento, agisce, come dicevo, da input creativo, aggiungendo ulteriore fascino e nuovo significato all’intera creazione, proprio come avviene nella lettura dei Tarocchi secondo il “metodo delle tre carte”, per il quale, vicendevolmente, esse si influenzano nel definire il significato complessivo, che dà risposta ad una specifica domanda.

La sua articolata struttura, piena di rimandi e collegamenti che si interfacciano tra loro, ci dice, di per se stessa, della presenza di un pensiero di robusta sintesi che è nel suo fondamento, e che energicamente la sostiene. L’impianto appare subito straordinariamente ricco di spunti, di variabili e rimandi in cui ogni cosa che, a prima vista, poteva apparire elemento disparato, si lega poi, mirabilmente in visione organica di fruibile bellezza.

La dimensione temporale costituisce l’amalgama che tiene insieme le varie sezioni del libro: le prime tre, intitolate Claire – della solitudine e altri ritorni; I giardini del mago – del tempo e altri percorsi; ed Ein jeder engel ist schrecklich – dell’incerto e altri dettagli, si snodano secondo un concetto di tempo che è Temporalità, nel senso heideggeriano, la quale tiene in compresenza  le tre dimensioni di passato, presente e futuro che convivono, in un fitto rimando di interrelazioni, nella presenzialità dell’accadere.

Perciò, se nella prima sezione del testo, il personaggio di Claire può ricondurci ad un’idea di giovinezza e al presupposto di un albore della vita nella sua spontaneità e purezza, è da tener presente che la sua icona – che racchiude nella multiformità di aspetti, la singolarità del suo essere – permane sempre viva e presente, con l’andare di questo viaggio temporale e verticale che l’autrice compie nella propria interiorità e individualità.

A lei, infatti, come in un intimo colloquio, l’autrice si rivolge in questa prima sezione del libro. E questa rivisitata età, che vorrebbe forse essere l’anticipazione di quello che l’autrice sarà – è, in realtà, ciò che essa è nell’attualità. E la Claire, di cui si parla nel libro, è colei che vive nella dimensione del presente dell’autrice. Ci basta soffermarci su alcuni versi della p. 17 per avere riscontro di alcune delle cose dette e di altre ancora da dire: “ S’aggira Claire tra le parole non dette, tetti di vecchie/ memorie silenziate per antica abitudine; stringono,/ i vicoli del quotidiano incedere, gli occhi che anelano/ all’azzurro di quando si era fili tra i fili d’erba…” e più avanti “…Vorrebbe esserti foglio bianco a cui affidare le ombre,/ inchiostro che inciti i cavalli di fuoco, perché sia sole,/ anche tra le tue nuvole.(…) Nel pacco regalo, una clessidra/ dice che si può capovolgere questo momento.// Due rette parallele s’incontrano e s’intersecano/ in un territorio di confine, oltrepassando il noto fin qui.”

E questa dimensione interiore, che ha i tratti del personaggio Claire, è in larga misura attraversata da un’Attesa – da sempre propria della giovinezza – che ha contribuito a forgiare, con i suoi peculiari accenti, il presente e il futuro di Angela, l’autrice del libro. Sembra di indovinare in Claire, soprattutto, il viversi di questo senso dell’attesa: di essere quello che è, o meglio, quello che sente di essere nell’interiore percezione del sé: la sua vera essenza.

Claire è forse una primavera che ha espresso il suo frutto in potenza, in ciò che è ancora da venire, in un germoglio, in una promessa di vita.  Più avanti nel testo, lo stesso desiderio, più chiaramente si esprimerà in tensione di riconquista della pienezza e totalità della sua anima, e al contempo, come desiderio di essere dagli altri riconosciuta nel suo più intimo ed alto valore.

La visione di questo personaggio, alter ego primigenio della futura Angela, è perciò quella della stessa Angela del presente che vive il connubio fecondo col suo passato, che vive, e riplasma, quel che dal passato le giunge, una se stessa vicina e lontana cui rivolgersi in un colloquio intimo e pieno di abbandoni e mutevoli sentimenti ed umori.

Ma la visione presente in questa parte di testo, non rappresenta una peculiarità assoluta, – tranne forse che per un più insistito sguardo retrospettivo – né sostanzialmente si distacca da quella presente nelle altre parti del libro. Poiché la radice è sempre nel presente dell’autrice, nel presente del farsi di questa visione che riassume tutta se stessa nelle tre compresenti dimensioni temporali.

In tutto il libro ci troviamo di fronte una realtà contraddittoria e frantumata, a volte improbabile, mista di sogno e realtà insieme, di impervi voli e improvvise cadute, surrealtà che vive dentro di noi in mondi allucinati. Una visione caotica e inquieta, insoddisfatta come è l’anima che ce la mostra, poiché su tutto aleggia il sentimento di una Mancanza: di un’assenza radicale e difficilmente colmabile che sembra toglierci il respiro. E il senso della frammentazione di tale realtà non può che arrivarci per frammenti di immagini e pensieri, attraverso dirupi e scoscendimenti dell’anima, attraverso impervie atmosfere, tra ferite che stanno tra carne e spirito e nella materialità della terra. Un attraversamento, che ha, talvolta, i tratti visionari e drammatici del dantesco viaggio negli inferi.

Tuttavia, pur in seno a queste atmosfere, alcuni frammenti riescono talora a penetrare in nudi spiragli di bellezza e solarità e purezza immacolata, riferiti a una sorta di primigenia inviolabilità e sacralità, che idealmente afferisce alla giovane stagione della vita umana: “…Claire vede il verde/ di occhi echeggiare alla parete carsica;/ meraviglie nascoste dietro fessure di silenzi…” (p. 19)

“Nel percorso di strade e radici comuni Claire narra/ dei fiori rosa che s’impossessano dei ruderi, / del petalo che vince la pietra nella meraviglia/ persino del verde e della tua presenza,…” (p. 23)

Tuttavia, in questo movimentato quadro, la realtà ci appare, in genere, come un rompicapo convulso, aleatorio, i cui pezzi sembrano tornare a scomporsi e a ringarbugliarsi, componendo infinite variazioni sul tema. Un rincorrersi di scorci e visioni di sfuggita che si incuneano in altre immagini, alludono al mistero nascosto nell’essere che si cela in armonie dissonanti, in pensieri e percezioni e sensazioni che si insinuano, come fossero anch’essi cose, in quella che, nel suo primo apparire, si mostra appunto come una scombinata caotica visione.

Anche nella seconda e nella terza sezione del libro ci troviamo di fronte ad un’eguale percezione della realtà interiore e mondana, intramata ancora di disgregazione e inutilità, di mancanza di senso, e di buio: “…Il cielo ha una distanza incalcolabile. / Si consuma fiato per ciò che passa. // Nello spazio breve d’una permanenza/ si perde la cognizione del viversi …” (p. 30)

Anche in queste sezioni, ci si rivolge ad un Tu, complementare e imprecisato, che orienta il desiderio dell’autrice in questo parlare da sé a sé. Citiamo qualche verso che possa, in qualche modo, lasciarci intravedere questa lacerazione e provvisorietà del vissuto, approssimandoci all’idea della doppiezza e disgregazione, del sé e del tutto, in noi: “Da dove inizia il giorno? Dalle mie nuvole/ o dal tuo arcobaleno? Dal tuo silenzio/ o dal mio desiderio di cielo? / Dalla sera precedente, dalla tua voce/ inizia il giorno…” (p. 45).

Altri versi ci lasciano intuire l’idea della quotidiana ricerca di un  approdo comune,  su cui si tenta di radicare un senso: ” infiniti ostacoli infiniti/ (…) reiterazioni di affanni,/ trottole senza dimora;/ eppure dove non ti aspetti,/ (…) nuovi orizzonti radicano. // Non  è  un caso / la parola che  ci accomuna, / il silenzio che  avvicina…” (p. 50)

Ma, in effetti, una logica ferrea è sottesa all’insieme, e una ben orchestrata visione sorregge il tutto, pur nell’elemento di discontinuità, di costante antitesi e cozzo di visioni e sentimenti e passioni. Basta riflettere sull’alternanza di stati d’animo che si associano o si combinano agli elementi di quella che chiamiamo “la realtà concreta”, l’andare ad ogni passo incespicando in noi stessi e nelle cose che sembrano fronteggiarci, il doloroso scontro tra desiderio e realtà, la mancanza di linearità, di limpidezza e di senso che proiettiamo sulle cose, tutto ciò che non si attaglia al nostro sentire e ci rende mortalmente inquieti ed angosciati…Basta questa sintomatica nauseante percezione per darci l’idea chiara della nostra Caduta.

Su questo concetto – concetto biblico per eccellenza – è costruita la quarta sezione del libro intitolata Falling, a sua volta divisa in tre sottosezioni, intitolate Ac-caduto, Ac-cade e Ac-cadrà.

Falling, cioè Caduta, mantiene saldi legami con l’intero testo, ne costituisce anzi il nucleo radicale, e direi normativo, nella logica e nell’economia di tutta l’opera. È introdotto da un Prologo e concluso da un Epilogo, e l’ultima parte di esso – la sottosezione Ac-cadrà – è costituita da sei brevi prose poetiche, per cui, l’intero testo, nel suo insieme, potrebbe definirsi un prosimetro. Anche qui viene a riproporsi il senso della temporalità di questo accadere, rienucleando la condizione di quel che siamo oggi – del mondo dentro e fuori di noi – alla luce di questo fondamentale assunto che è la Caduta, simbolo della nostra terrestrità e imperfezione, simbolo dell’Ombra che ci abita, e che con noi abita il mondo.

La Caduta che si colloca in un ancestrale tempo della memoria, in un remotissimo passato che è radice della condizione attuale, è un continuum esistenziale simile alla condizione della nostra infanzia e giovinezza, che portiamo sempre con noi anche nell’età adulta, vale a dire per la durata dell’intera vita. È la radice di quel che oggi siamo – del nostro male tuttavia confinante col bene – poiché anche di bene si compone, in potenza, la nostra anima che, pur nella caduta, ha conservato la fiammella sopita del divino.

Oltre che da un solido impianto strutturale, la preziosità del testo è dovuta alla sua originale tramatura di immagini e di sensi; ad una verbalità misurata, calibrata su parole che hanno carattere radicale, fondativo, apodittico, talvolta epigrammatico, che è parte dell’impianto e dell’intera visione. L’ambiguità e il senso del mistero pervadono ampiamente il testo e costituiscono la matrice più vitale e profonda della poesia, e la sua più autentica fascinazione.

Rossella Cerniglia

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Per altri approfondimenti sul libro e per leggere altri versi,  clicca QUI

Angela Greco (AnGre) — Arcani

Yves Bonnefoy, due poesie

Yves Bonnefoy (Tours, 24 giugno 1923 – Parigi, 1º luglio 2016), due poesie 

 

Desiderio divenne Amore
Lungo le sue strade notturne
Nella mestizia dei secoli; e per la bellezza
Compresa, per il limite accolto, per la memoria,
Amore, il tempo, reca l’infante, − il segno.

E in noi e di noi, che ancora siamo
Oscuri tanto l’uno all’altra, e questo,
Ma fatale, è il peccato, essendo il dire
Sempre incompiuto non meno dell’essere,

La gioia prenda forma: a trattenere
L’acqua nell’effimera sua coppa; per riflettervi
Quel niente, che è il fuoco; per offrire
L’idea, almeno, del senso − a quella luce.

da L’opera poetica (Mondadori, 2010), a cura di F. Scotto

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Il fulmine

Questa notte è piovuto.
Il sentiero ha odore di erba bagnata,
poi nuovamente la mano del calore
sulla nostra spalla, come
per dire che il tempo non ci porterà via niente.

Ma là
dove il campo inciampa nel mandorlo,
ecco, un animale è balzato
da ieri a oggi attraverso le foglie.

E noi ci fermiamo, al di fuori del mondo.

E io ti vengo vicino,
finisco di strapparti dal tronco annerito,
ramo, estate nel fulmine
da cui la linfa di ieri, divina ancora, scorre.

da Ce qui fut sans lumière, 1987. Traduzione di Mario Benedetti.

Arcani, poesie di Angela Greco, ospite del blog Almerighi

Ascolta & Leggi: Benedetto Marcello (Adagio) Angela Greco (Arcani)   

Il nome non ha importanza; hai sempre pensato
si chiamasse in modo straniero, forse per via di sua madre.

Il non detto è parte integrante della poesia, così come il silenzio è per la musica. Arcano è mistero, divinazione, interpretazione della realtà e di quanto a venire attraverso i tarocchi. Quel che non viene mai detto, ma si legge tra le righe di questo libro, sorta di convitato di pietra, è l’ancestrale. Quanto l’autrice dice di sè, della sua storia personale che si fonde indissolubilmente con il legame con la sua terra, la Puglia. La mia, non vuole essere una recensione e nemmeno una nota di lettura, conosco Angela da anni, ho letto diversi suoi libri a partire da Personale Eden, ne ho seguita la scrittura e la sua progressiva maturazione. Arcani, uscito quest’anno per i tipi di Achille e la tartaruga Editore, rappresenta una prima tappa decisiva nella maturazione di Angela, è un libro importante, di cui consiglio vivamente la lettura. Il libro è reperibile qui:

Angela Greco (AnGre) — Arcani

eccone alcuni estratti, ognuno dei brani scelti è tratto da una delle sezioni, ad esclusione dell’ultima di cui ho inserito più frammenti, in cui l’opera si divide (Flavio Almerighi)

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da Claire (della solitudine e altri ritorni)

§6
Il sole pendola a un’ora ferma sulla grave
a sud di primavera anticipata; una sequenza
di rotti vetri colorati e legni e un ciondolo
appeso alla cipria del cielo, sul collo di un
pomeriggio casuale. Claire vede il verde
di occhi echeggiare alla parete carsica;
meraviglie nascoste dietro fessure di silenzio
e gatti in bilico tra troppe vite. Un falco sorvola
il luogo del prossimo nido incurante della sera
incipiente e dei suoi colori. Giochiamo a dare un senso
alle parole, che ci fraintendono prima della buonanotte.

Si sfuoca in lontananza la visione e per oggi siamo
fermi in questo cerchio, affacciati a un balcone .

*

da I giardini del mago (del tempo e altri percorsi)

§7
E alla pietra, dunque, lascio la profezia
dei giorni passati ad aspettare che
la storia raccontata a bordo sonno
diventi inciampo e ri-conoscenza.
Il vento fa dell’erba melodia sottile
fino alle ginocchia ancora illese e
nude; le cadute aspettano in difese
nuovamente il loro turno.

Abito l’antro dei miei avi; una cavità
graffiata nella nudità del risveglio,
appena dopo il sorgere del sole.
La radice nella sua ricerca
sfiora la volta e tace del ventre
in cui torniamo all’origine, risalendo
interstizi contro gravità e abitando
nuove prospettive.

Scomodi, in questa posizione umana,
attraversiamo spazi sospesi tra due sponde.

*

da “Ein jeder Engel ist schrecklich” (dell’incerto e altri dettagli)

§10
infiniti ostacoli infiniti
la crepa sul muro,
la siepe e la siepe,
reiterazioni di affanni,
trottole senza dimora;
eppure, dove non ti aspetti,
dove nemmeno tu
hai speranza di trovarti,
nuovi orizzonti radicano.

Non è un caso
la parola che ci accomuna,
il silenzio che avvicina,
lo sguardo inerme su giorni
e giorni da rincorrere,
spossati da bauli vuoti e
tesori mai riconosciuti.
Possiamo farcela, credimi,
anche perduti come siamo.

*

da Falling (caduta)

Profetico van Gogh, il suo campo graffiato,
i corvi troppo loquaci e le sue strade
senza punto di fuga. Accade, così,
di diventare fiume tra due sponde
nella croce da montare pezzo a pezzo.

Ho una sola salvezza, ora tra le dita,
nonostante l’artrosi circostante, l’en passe,
il giro di tango. Marzo porta sempre con sé
una follia e il mal di stomaco acconsente.
Qui, nonostante la terra copra le salme,
luce e fioritura si sperano comunque.

*

Nella terra bagnata decadente e struggente,
nel suo odore di ieri e bellezza,
inizia a fiorire la lavanda, le mie origini,
un messaggio tra opposti, rosso e azzurro che
s’incontrano tra pietre e gocce, in metamorfosi.
Nel ritrovarsi, raccolgo spighe a bordo strada,
mentre s’approssimano nuvole scure dietro la casa
dalla mezza finestra aperta sulla piazza vuota.

Dove non sei tu incomincia a piovere;
si fa intenso il verde, carnale, prossimo
al desiderio dei tuoi occhi, malachite
che cura il cuore in rovinosa caduta,
giada e acqua, che mostrano il fondo
dove annegare, in trasparenza e lontananza.

*

L’impersonalità appartiene ad altri, non a me
che abito di pelle e mani cespugli di rovi e rose,
sfiancando buonsenso e cautela, sfidando
genealogie di saggi, per il respiro di marzo,
prima delle idi, acque nascoste alla vista,
radici amare, stessa terra e voli altissimi.

Bruci anche più della prima ora, quando le nuvole
erano ancora una possibilità. Adesso, per quel
per sempre,
la pioggia è solo un leitmotiv. Si arrende
anche l’ultima goccia di diplomazia.

*

La sera del venerdì santo il paese vecchio si fa folla e inquieta bellezza; l’occhio si ferma; forse è la luna, che s’affaccia alla fine della strada, forse tu, che baratti un sorriso con la fine del giorno; campi verdi di prossimo grano, reggi nei tuoi palmi una volta (incipit e cielo); guarda la signora senza risposte, argentea e muta, e il letto nero lontanissimo, dove si riflette il ricordo di stradine imbiancate e case vuote; un cristo traballante sale tra le pietre sorretto da dubbi e attese e torno ai passi dell’orologio della piazza, ai battiti scanditi dal giorno, al colore delle tue scarpe e dei miei pensieri, in questa mattina di grafite, così fragile che si potrebbe piangere.

*****

Angela Greco è nata il primo maggio del ‘76 a Massafra (TA). Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Lupo, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Smasher, 2012); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015 – segnalato al XXIX Premio di Poesia e Prosa Lorenzo Montano sez. Opera Edita); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015, con ciclo fotografico dell’autrice e di Giorgio Chiantini); Anamòrfosi (Progetto Cultura, Roma, 2017 – 3° classificato ex aequo al Premio Internazionale Patria Letteratura 2017); Correnti contrarie (Ensemble, Roma, 2017); Ora nuda, antologia 2010-2017 (Quaderni di RebStein LXVII, 2017); Ancora Barabba (Collezione Bocche Naufraghe, YCP, 2018); All’oscuro dei voyeur (YCP, 2019, prefazione di Franco Pappalardo La Rosa e disegni di Angelo Bruno).
Le sue poesie sono incluse in numerose antologie nazionali ed internazionali, riviste letterarie, siti e blog e nel 2019, “Claire” – inclusa in Arcani – è stata segnalata nella sezione Raccolta inedita del XXXIII Premio di Poesia e Prosa Lorenzo Montano.
È ideatrice e curatrice del Lit-blog Il sasso nello stagno di AnGre (https://ilsassonellostagno.wordpress.com/).
Commenti e note critiche sono reperibili all’indirizzo https://angelagreco76.wordpress.com/.

Nazario Pardini legge AA.VV. FASE 1, e-Book

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AA.VV. FASE 1 (scaricabile QUI):

lettura del prof.Nazario Pardini, che si ringrazia,
tratta dal blog Alla volta di Leucade
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Angela Greco, Angelo Bruno, Sergio Angeli, Flavio Almerighi, Alfonso Graziano.

Cinque Autori che, nell’ambito della poesia, messisi assieme per una silloge di estrema attualità, raggiungono traguardi di vero interesse stilistico-emotivo; sintagmatico-contenutistico. L’opera è preceduta da una introduzione che fa, con tutta la sua energia figurativa, da antiporta a poesie di intensa vivacità partecipativa. Il tema è su questa pandemia improvvisa e sconvolgente; e lo spartito si diluisce in versi ben costruiti; di forma compatta e avvolgente, dove gli Autori non cadono mai nella trappola del mielismo o dello scontato; tutto è controllato con acuta esperienza verbale; mai si scade in deviazioni formali dacché costruzioni ben robuste evitano che le emozioni esondino oltre gli argini. Non è facile affrontare in poesia un argomento tanto attuale senza correre il rischio di cadere nel déja vu. Ogni poeta, con la propria incisiva personalità, evita tale rischio offrendosi al lettore con composizioni convincenti, di calore umano e di esperita riflessione vitale. Il contenuto, oggetto di triste contaminazione per le morti che ne conseguono, per avvenimenti che imprevisti e letali sovvertono la vita creando inquietudine e dolore, trova posto in una versificazione reificante stadi d’animo di forte impatto creativo. Dovessi classificare tale tipo di poesia non la inserirei di certo nella corrente minimalistico-prosastica, quella che mira alla spersonalizzazione, alla eliminazione del soggettivismo, dacché qui c’è una partecipazione intensa e attiva; una presa di posizione personale e fattiva che rende il tutto emotivamente acchiappante.

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Per leggere alcuni estratti clicca QUI

 

Voci recitanti e poesia

Ringrazio di cuore Francesco Paolo Dellaquila sia per la creazione del meraviglioso video dedicato ad un mio componimento, sia per la recitazione, insieme con Dolores Rotunno che ringrazio parimenti, dei miei versi ♥ …perché la Poesia è dono, partecipazione, condivisione e…sorpresa! Grazie!!

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Versi inclusi in ARCANI, poesie di Angela Greco AnGre, ed.Achille e La Tartaruga (Torino, 2020), prefazione di Franco Pappalardo La Rosa, disponibile al seguente link:

Angela Greco (AnGre) — Arcani

“buona giornata”

buona giornata

Tutto comincia tardi
da non voler consultare l’ora,
qualche orologio scarico
brilla sul comodino,
mette in risalto amnesie
di giorni e giorni.

Chiedessi il titolo
della canzone, o la forma
del portacenere là vicino
all’atto del mio concepimento,
non saprei dire, a volte
basterebbe un po’ di nebbia.

In attesa del risveglio
la casa è fredda, prova
il recupero della gioia di vivere
in atto estremo, eroico,
complicato dalla scarsa fantasia,
modesto, di amore in sé.

Flavio Almerighi, 21.04.2020 – inedito

si ringrazia l’Autore per la gentile concessione

[…]

Ancora un pomeriggio di mal di testa, di affollamento nonostante le distanze, di obbligate comprensioni e mancato silenzio. Si sta quasi in trincea, aspettando la contromossa di un nemico e che le corde tese emettano presto melodie al posto di rumori. S’attende speranzosi. Ho voglia di scrivere quasi quanto d’abbracciarti.

Angela Greco, da Questotempodivirus, 10.03.2020 – inedito

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— In apertura: fotografia di Man Ray, Larmes (Tears) per cortese concessione del sito The J. Paul Getty Museum; © Man Ray Trust ARS-ADAGP  – (dal web)

“isolamento _giorno 28”

#isolamento _giorno 28

Cerca di non piangere
Ancora
Anima mia
Questa coltre nera abbatterai
Non può esserci tristezza oltre questa nube
Muto intenso cemento
Sembra invalicabile
Grigio grigio freddo come non mai
Queste ali sono solo stanche
Vedrai…
toccheranno nuovi cieli
Disegneranno vortici di colori
tra le nubi di cotone.
Vedrai…
Alzati ora in un battito d’ali
E Tendimi la mano
Andremo via senza più lacrime.

Sergio Angeli, 25.04.2020 – inedito

si ringrazia l’Autore per la gentile concessione dei versi e dell’immagine

[…]

…su tutto, nel bianco/nero di giornate uguali a se stesse, il cielo e i suoi colori, nella finecorsa di un giorno, che scorre e trascorre tra sostentamento e gioco(forza). Torri di pazienza erette a guardia di quel che non si conosce e che pure abita accanto noi, fieri baluardi di domande, paure e speranza…

Angela Greco, da Questotempodivirus, 19.03.2020 – inedito

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— In apertura: opera e fotografia di Sergio Angeli —

Ancora Barabba

Il governatore era solito, per ciascuna festa di Pasqua, rilasciare al popolo un prigioniero, a loro scelta. Avevano in quel tempo un prigioniero famoso, detto Barabba. Mentre quindi si trovavano riuniti, Pilato disse loro: «Chi volete che vi rilasci: Barabba o Gesù chiamato il Cristo?». Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia.    Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: «Non avere a che fare con quel giusto; perché oggi fui molto turbata in sogno, per causa sua». Ma i sommi sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a richiedere Barabba e a far morire Gesù. Allora il governatore domandò: «Chi dei due volete che vi rilasci?». Quelli risposero: «Barabba!». Disse loro Pilato: «Che farò dunque di Gesù chiamato il Cristo?». Tutti gli risposero: «Sia crocifisso!». Ed egli aggiunse: «Ma che male ha fatto?». Essi allora urlarono: «Sia crocifisso!». Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto cresceva sempre più, presa dell’acqua, si lavò le mani davanti alla folla: «Non sono responsabile, disse, di questo sangue; vedetevela voi!». [Matteo 27, 15-24]

Nell’oscurità della propria insonnia
il turno, la chiusura dei conti, il ritorno;
in un silenzio asfissiante
si assottiglia il coraggio
e feroce svanisce l’illusione di riuscirci.
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Qui non importa essere figlio di dio.
Il cielo è così distante da confondere idee
e la sera è uno stato permanente.
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Il rumore della sopravvivenza
fuori da questo perimetro
ha qualcosa di conosciuto che
non si può più ignorare.
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[Ancora Barabba, plaquette di Angela Greco, 2018]
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Immagini (dall’alto verso il basso con link di approfondimento):  Riti della Settimana Santa a Taranto; scena dal Vangelo secondo Matteo di P.P.Pasolini, la crocifissione, Matera; Vincent Van Gogh, Pietà (dopo Delacroix).
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Fabrizio Bregoli legge Arcani, poesie di Angela Greco

Fabrizio Bregoli legge Arcani

(ed.Achille e La Tartaruga, 2020, prefazione di Franco Pappalardo La Rosa).

Leggendo la nuova raccolta di versi di Angela Greco, “Arcani”, si crederebbe, fermandosi all’evidenza del titolo, di trovarsi di fronte all’ennesima prova di poesia orfica che tanti epigoni incontra nella poesia contemporanea; pochi, in verità, con una personalità effettivamente incisiva e originale. In realtà, con piacevole sorpresa, quella che si incontra è invece una poesia-pensiero, di tipo esistenziale e, a tratti, argomentativa, che porta il lettore per mano in un mondo intricato di domande non risposte, dubbi irrisolti, indugi: l’esatto opposto di una poesia visionaria e dell’inconscio, allora, ma una poesia, come si diceva, della fattualità esistenziale, del dilemma fra vivere ed essere. Il tutto viene contestualizzato in un paesaggio che, con dovizia di dettagli descrittivi che però non cadono mai nel bozzetto di maniera, è quello della sua terra – le Murge -, con i suoi olivi e i suoi borghi antichi, un paesaggio che si offre come traslato di un’inquietudine di fondo sottesa lungo tutto il percorso del libro, che si fonda sulla constatazione della “caduta” (si veda la sezione “Falling”).

Di “ac-cadere” si parla più volte nel libro, come nell’ultima sezione dove viene declinato in accordo alle tre sequenze temporali di passato, presente e futuro (ac-caduto, ac-cade, ac-cadrà), secondo l’andamento tripartito di cui l’autrice parla nella nota finale in cui si spiega che il titolo è appunto da riferirsi alla tecnica di lettura delle tre carte, che viene effettuata ricorrendo agli arcani maggiori dei tarocchi: la variante proposta nel libro è quella però delle carte nella loro posizione corretta, e mai rovesciata (il che comporterebbe il capovolgimento del loro significato), perché la logica che permea questi versi è quella di un’indagine costruttiva, volta alla identificazione di senso, anche se mai consolatoria nell’accezione scontata del termine. L’idea di fondo, certamente condivisibile, è fondativa di una poesia come domanda aperta, alla ricerca di “un plurale / dal conto perso”, ossia un confronto serrato con il mondo, rifuggendo dal solipsismo ma nel bisogno di un rispecchiamento nell’altro (“Quante persone raccogli nel tuo volto?” e, ancora, “Torneremo ancora plurali”). Domina tutta l’opera, quindi, questo senso di caduta a cui rimediare, per riavvicinare la distanza fra cielo delle possibilità e terra in cui trova spazio la realtà dei luoghi e dei fatti, degli individui sempre più barricati nella propria straniante solitudine, ma sempre con l’orizzonte che prescrive di essere “alle soglie di un’umanità da riscrivere” perché, parafrasando l’autrice, si abitano assenze: ciascuno di noi ha la responsabilità morale, prima ancora il destino (e il riferimento a Rilke non è in questa ottica casuale) di prendersene carico pur consapevole di essere, come avviene per il ricordo che non può alterare il fatto, “maestro di imperfezione”. Nessuna consolazione, dicevamo, solo consapevolezza: “E siamo soli, / nella sera falsamente illuminata, carta pesta colorata e ferri / ad arrugginire sotto quel che tutti vedono”, o, ancora, “Miete vittime la mattina di festa e forse tornerà il freddo. / Siamo canti alternati a idi di marzo. Buongiorno.” (con una chiusa allusivamente spietata, nella sua ironia composta, misurata).

Le ultime due citazioni, in particolare, sono tratte dalla prima sezione della raccolta, giustamente segnalata, ancora inedita, al Premio Lorenzo Montano, forse la parte più interessante del lavoro: qui l’autrice cerca la strada di una versificazione più ampia, dall’impronta narrativa con inserti gnomici e sapienziali, in una forma stilistica più asciutta rispetto alle altre sezioni, in cui invece è più marcata l’impronta lirica. Questa sezione che porta il titolo della sua protagonista, “Claire”, è una sorta di romanzo di formazione non scritto, senza accadimenti circostanziati, sospeso fra desiderio e volontà, nel dubbio che si “insinua che forse non siamo mai stati” e che “sopravviviamo negli occhi / e dentro cumuli: di libri o di terra non fa differenza” (splendido undestatement che definisce con evidenza il linguaggio adottato dall’autrice). Si ha la sensazione di un destino che cerca di compiersi, senza però che riesca a prendere una forma consapevole e decifrabile, uno stato di perenne attesa, un accadere che sfiora e non delimita, che va trattenuto (e forse la poesia è una delle strade possibili): “Claire ripensa / alla giustizia della neve appena trascorsa, la stessa intenzione / a coprire tutto, alla generosità del silenzio” […]. Altrove si afferma anche, a evidente conferma, che ci si ritrova “frammenti del discorso / in codici ad intermittenza”; la nominazione delle cose e del mondo è sempre imperfetta, le parole sfuggono e confondono, occorre ricondurle alla misura dell’essenziale, fino alla scabrosità sul precipizio dell’afasia: “Anche la pietra ha una sua fertilità”.

La poesia, allora, diventa una difesa strenua, il non volersi arrendere al dato di fatto, alla circostanza contingente dell’ac-cadere: “la mano tenta inchiostro per non dubitare / della realtà”, quella realtà che attraversata con la circospezione debita “vorrebbe esserti foglio bianco a cui affidare le ombre, / inchiostro che inciti i cavalli di fuoco, perché sia sole, / anche tra le tue nuvole”. Il percorso non può avvenire se non spezzando questo cerchio di solitudine; ogni scrittura, per essere tale, pretende un’interlocuzione, la légge del confronto: “quando dici che devo scrivere senza farti leggere nulla, quasi fosse mai possibile togliere alla corolla il centro e il nettare per l’incauto impollinatore”. Solo in questo interscambio, che è osmosi fra parola e mondo, si può colmare la distanza della divisione, denudando, impudicamente se serve, “il vetro che urge nel petto” come strumento perché “l’ombra permett[a] di vedere quel che la luce non mostrava”.

E Angela Greco procede con sicurezza nella sua scrittura, con un linguaggio sobrio ma non scontato, con la lucidità dell’argomentazione, ma sempre strettamente intrecciata alla sua declinazione nella sfera emotiva (di frequente, dicevamo, mediante il rispecchiamento o il trasfert del paesaggio e della natura). Se si può credere ancora nell’utopia, come l’autrice ci avvisa nella sua nota, può avvenire solo a patto di non cedere alla letterarietà, partendo dal vissuto ma senza tentazioni di un facile autobiografismo; la strada dell’interiorità non è mai la retta che congiunge due punti con il percorso più breve, spesso è un movimento complesso di omotetie e convoluzioni, come appunto avviene per questi versi, all’apparenza diretti e di per sé evidenti, ma in realtà proiettati in uno spazio molto più ampio, che si offre a successivi e progressivi scandagli e interpretazioni. [Fabrizio Bregoli]

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Angela Greco (AnGre) — Arcani

Adonis, tre poesie

Adonis, tre poesie

(pseudonimo di Alī Ahmad Saʿīd Isbir, 1º gennaio 1930), poeta e saggista siriano.

IL SOGNO

Sogno dentro la mia mano un tizzone
sull’ala d’aria d’uccello giunto
d’avventuroso punto
la fiamma odoro – Cartagine dei tempi
la donna scorgo nella fiamma
nave divenne il suo canto si dice;
vi scorgo una donna – vittima del destino.
Sogno che il petto tutto è un tizzone
il suo incenso mi abbranca e mi accompagna verso Ba’albek
Ba’albek è scannata,
lì si dice un uccello la testa ha perso alla sua morte
si disse, in nome del suo mattino in nome di una nuova sorte, si incendia
della sua messe il sole e l’orizzonte.

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LE STELLE

Cammino e dietro camminano le stelle
verso il domani delle stelle
l’enigma, la morte, quel che fiorisce e la fatica
sfinisce i passi fanno sangue di me esangue
sono cammino non iniziato
non vi è giacimento a vista –
cammino verso me stesso
quel che verrà a me stesso
cammino e dietro camminano le stelle.

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IL NUOVO NOE’

1

Con l’arca e i remi partimmo,
nel fango e la pioggia, di Dio la promessa,
viviamo e l’uomo muore
Sull’onda e il vuoto partimmo
era una catena di morti cui le vite legammo,
e tra noi e il cielo aprimmo
una finestra per chiamare:
“Oh Dio, perché solo noi poi salvasti
fra tutti gli esseri gli uomini al mondo?
Ci butti dove, aldilà,
nella nostra terra di prima?
su foglie morte alito di vita?
Dentro di noi, Dio, nelle nostre arterie
c’è paura del sole non c’è speranza di luce
né fede di domani
di nuovo la vita cominceremo.
“Oh, senza essere semi
di generazioni, terra, e creato,
se fossimo rimasti mota
o brace di fuoco, a metà fra i due
per essere ciechi al mondo
per non vedere l’inferno, due volte, e Dio”.

2

Se ritornasse l’inizio del tempo
l’acqua arrivata al volto della vita
il tremito la terra e Dio chiedesse:
– Noè, salva i viventi – Non lo ascolterei,
all’arca andrei tolti i sassi
e la mota dalle orbite dei morti
al diluvio le viscere svuotando
bisbigliando dentro le loro vene
che dallo morire siamo tornati, fuori dalla caverna,
il cielo degli anni abbiamo rifatto
e dritto navighiamo, non torniamo,
per paura indietro, sordi alla parola di Dio
la morte è il nostro appuntamento, sponda
il tormento di cui intimi e paghi siamo,
un gelido mare dall’acqua di ferro
solchiamo verso la fine,
sordi a quel io ce ne andiamo
diverso da lui, un Dio nuovo cerchiamo.

*

da Adonis, Nella pietra e nel vento (Mesogea 1999; trad. e cura Francesca Corrao) – Per questi versi si ringrazia il sito casadellapoesia.org

Nazario Pardini legge Arcani, poesie di Angela Greco

Già ho letto ed ho scritto sulla poesia di Angela Greco. E la sua inondazione emotiva, il suo afflato lirico, la sua ampia elasticità verbale non mi hanno lasciato indifferente, ma sempre mi hanno preso e accompagnato in un mondo di alte suggestioni ontologiche.

Questo scrive la poetessa nella sua postfazione a proposito di “Arcani”: “Gli Arcani fanno parte dei Tarocchi, carte, che rappresentano icone,  archetipi, che parlano la lingua dei simboli; distinti in  Maggiori e Minori, il temine “arcano” contiene in sé la parola “arca”, ossia il contenitore in cui si trova qualcosa riposta e nascosta – forse anche dimenticata – all’interno di uno scrigno sicuro…” e conclude: “L’opera, in estrema sintesi, è un’analisi temporale ancorata da un lato all’utopia della poesia come necessità di sopravvivenza e, dall’altro, al realismo della inevitabile “caduta” dell’Uomo ad opera della sua stessa natura.”. Indicazioni di grande impatto umano ed esistenziale che ci fanno da prodromico avvio, da antiporta ad una analisi partendo dal presupposto di una visione futile e provvisoria di una storia e, al contempo, di una poesia che non potrà mai assumere, realisticamente, il ruolo di salvavita.

Credo sia opportuno iniziare da un lacerto di un mio scritto per entrare nel mare magnum della sua poetica: “Un poemetto di ampia suggestione, anche se l’autrice si lascia andare ad uno stile di positura minimalista, con poca intrusione di personale apporto. Tutto scorre  libero e frammentato sotto gli sguardi occasionali; gli ammicchi a perone ed oggetti che sembra non siano legati da un filo conduttore. Cosa non vera, dacché la poetessa, anche se fuori scena, fa sentire le sue emozioni sulla vita e la sua inesorabile piega. La casa vuota, Mina, il fiore ostinato, il gatto, Ignacio, il toro, il Bolero di Ravel, Giovanna, il portafotografie, Antonio, santo di metà gennaio… tante  immagini che si alternano in una visione realistica tipo stesura Anceschiana, o correlativo di stampo eliotiano. Ma non si può sfuggire, camminando, alle nostre impronte; e sono esse che parlano e dicono  di tante figure nella morsa di un tempo che scorre fregandosene di tutto e di tutti. Una cosa è certa. Angela Greco è alla ricerca di indirizzi nuovi che si distacchino dalla solita poesia convenzionale, basata su sinestesie e strutture dalla classica positura; e si concede ad ampie misure che richiedono quasi di stesura narrativa per raccontare la vita, mirandola, a sprazzi, dalla sua postazione, in disparte, senza ficcare il naso nel suo inesorabile consumarsi…  Ed è essa, la vita stessa, che ci tiene  imbrigliati nella sua rete-tramaglio lasciandoci poco spazio  d’intervento durante il prosieguo della vicenda. Forse è proprio da questo porsi in alto, sopra i fatti, che l’autrice ricava il leitmotiv che dà compattezza alla trama….” (daTaurominomachia di Angela Greco).

Questo è il breve scritto che riporto per iniziare una esegesi su Angela, scrittrice versatile, eclettica, che non teme di affrontare vie nuove, di nuova e epigrammatica veemenza scritturale, un po’ fuori dai canoni tradizionali, dove fa legge la solita prosodia immersa in un romanticismo di fiorellini e prati verdi. Angela prende il toro per le corna e si lascia trasportare da una forza interiore  verso orizzonti di ampia levatura; azzarda spazi e  cime che richiedono scarponi chiodati per inerpicarsi. Non le è sufficiente lo spazio dei mortali, deve guardare in alto, deve estendere l’occhio oltre la siepe, dacché è la sua natura di poetessa di razza proiettarsi oltre. Anche se è di ogni mortale ambire a qualcosa che svincoli, sleghi, Ella lo fa affidandosi alla sua verbalità profonda e espansa, come dimostra questo bel libro che mi è giunto  stamani 28 febbraio per sua  bontà. Un testo ben fatto, alla vecchia maniera, quando pubblicare era un’arte; e qui c’è tutta l’arte di Achille e la Tartaruga, casa Editrice di grande spessore, che fa dei suoi interessi artistici prodotti  belli a vedersi e a sfogliarsi. Arcani, il titolo del nuovo libro. Come abbiamo detto pubblicato per i caratteri di questa interessante casa editrice. Forse la poetessa ci vuole mettere da subito di fronte al mistero della poesia. Al mistero di questa nobile arte che ci cerca e ci trova, dacché è essa che vuole insediarsi dentro noi, per farsi padrona della nostra vita, dei nostri sentimenti, dal momento che, una volta catturatici, non molla la preda e pretende di farci girare per mondi e piane in cerca di nature vive e  morte, che si traducano in linguaggio, in reificazione dei nostri intendimenti.

E qui il linguaggio si fa ampio, ipertrofico, voluminoso, dove le parole si uniscono in iuncturae di grande contaminazione emotiva. Ci sembra difficile a  volte differenziare la sua poesia dalla prosa, tanto è esteso il suo dire. Ma il tutto deriva dal fatto che la  Nostra è piena, mai sazia, di meditazioni e riflessioni sulla vita e il suo processo infaticabile: solitudine, ritorni, memorie, affetti, realismo lirico, lirismo smussato, e tanta epigrammatica intrusione affidata a pomeriggi-talismani, a cicatrici che tagliano in  due la città; ma Claire va impassibile, attraversa la città vecchia dove profumi di tortine alla ricotta gironzolano nell’aria: “S’aggira Claire tra le parole non dette, tetti di vecchie memorie silenziate per antica abitudine”. Il “ti amo” è un progetto per l’indomani: creatività, invenzione, voli en haut, falchi che sorvolano il luogo del prossimo nido incuranti della sera incipiente. E’ dalla natura che Angela prende la ire per fare i ritratti di un animo  inquieto, gironzolone; e non  è detto che in questi ritratti non ci si trovi con tutta la voglia di uscire dal cerchio ristretto della vita. Segue Claire. Nei posti più impensati, anche presso i ruderi  dove crescono  petali che vincono la pietra, mentre la ruggine si attorciglia a un’eco del balcone, dell’isolato da dove giunge profumo di pane. Questa è la storia di un messaggio antropomorfo, abituale, comune, ma che nelle mani di Angela si fa diverso, oggetto di vera e rara creatività, dacché tutto viene detto e descritto en passant, senza posare troppo lo sguardo sulle cose. Comunque è da esse che la poetessa parte, dalle cose comuni, di ogni giorno, da quelle che si possono incontrare per strada ad ogni nostra uscita, poi da quelle si distacca  verso pianeti di epifanica rinascita. Possiamo anche seguirla nell’alcova dei suoi riposi, ma ci sfugge, perché si rifugia nella poesia che vibra e palpita ormai posseduta dalla sua incursione. Le invenzioni verbali si fanno sempre più fitte, per cui l’attesa cade dai rami incontro ai tuoi piedi, o arriveremo a Capo Horn con le rondini in tasca, o la  notte  ricomincia con le dita sugli strumenti. Insomma è tutto un lievitare di immagini che aiutano la poetessa a volare oltre la parola, perché anche lì, nel verbo, si sente prigioniera e fa di tutto per non lasciarsi imbrigliare. Ma noi seguiamola fino in fondo, mai stanchi delle sue magiche creazioni. Fino a quando anche la poesia: “ha smesso di credere in questo genere che di umano ha ormai ben poco”

di Nazario Pardini, Alla volta di Leucade

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