AA.VV. un bacio, solo uno…

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E ti bacio la bocca bagnata di crepuscolo

No, non voglio baciarti
in una giornata di sole.
Non voglio che sia estate.
Non voglio che sia in mezzo alla folla.
Vorrei baciarti in una di queste sere d’inverno,
quando il sole scolora nel grigio e nel freddo;
quando sarà più facile
trovare, insieme,
l’alba dentro l’imbrunire.

Pablo Neruda

*

Prolungamento di un bacio

Ieri ti ho baciato sulle labbra.
Ti ho baciato sulle labbra. Intense,
rosse. Un bacio così corto
durato più di un lampo,
di un miracolo, più ancora.
Il tempo
dopo averti baciato
non valeva più a nulla
ormai, a nulla
era valso prima.
Nel bacio il suo inizio e la sua fine.

Oggi sto baciando un bacio;
non solo con le mie labbra.
Le poso
non sulla bocca, no, non più
– dov’è fuggita? –
Le poso
sul bacio che ieri ti ho dato
sulle bocche unite
dal bacio che hanno baciato.
E dura questo bacio
più del silenzio, della luce.
Perché io non bacio ora
né una carne né una bocca
che scappa, che mi sfugge.
No.
Ti sto baciando più lontano.

Pedro Salinas

*

Quando ti bacio

Quando ti bacio
non è solo la tua bocca
non è solo il tuo ombelico
non è solo il tuo grembo
che bacio
io bacio anche le tue domande
e i tuoi desideri
bacio il tuo riflettere
i tuoi dubbi
e il tuo coraggio
il tuo amore per me
e la tua libertà da me
il tuo piede che è giunto qui
e che di nuovo se ne va
io bacio te
così come sei
e come sarai
domani e oltre
e quando il mio tempo sarà trascorso.

Erich Fried

*

Il bacio

Poi lei si rigirò su un fianco,
posò il capo sul mio braccio.
La guardai.
Tutto il cielo e la terra
si specchiavano nei suoi occhi.
Seguitammo a guardarci.
Mi pareva che avrei potuto
annegarci nei suoi occhi.
Poi l’accarezzai sul viso,
ci baciammo, la trassi a me.
La strinsi.
Con l’altra mano
le frugavo fra i capelli.
Fu un bacio d’amore,
un lungo bacio di puro amore.

Charles Bukowski

*

Brano scelto da Una lacrima e un sorriso, 1914.

Il primo bacio è il primo sorso del calice riempito dagli dèi alla limpida fonte dell’Amore. Il confine tra il dubbio che rattrista il cuore e la certezza che lo rallegra. Il primo verso nel cantico della vita celeste; il primo capitolo della storia dell’uomo nello spirito. Un legame tra la meraviglia del passato e lo splendore del futuro; che unisce il silenzio del sentimento alla sua canzone. Una parola pronunciata da quattro labbra, che fa del cuore un trono, dell’amore un sovrano e dell’appagamento una corona.

Un soffice tocco, simile alle dita della brezza quando sfiora la rosa, portando un sospiro di gioia e un dolce lamento. Il principio del turbamento e il tremore che separano gli amanti dal mondo della materia e li trasportano nei territori dell’ispirazione e dei sogni. E se il primo sguardo è come il seme che la dea dell’amore semina nel campo del cuore umano, il primo bacio è il primo fiore sul primo ramo dell’albero della vita.

Kahlil Gibran

Paul Celan, tre poesie

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Tre poesie di Paul Celan 

***

Già sono posati i cavi
per collegare la felicità
dietro di te
e le sue ben munite
linee d’emergenza,

nelle città ausiliari,
rivolte a te,
dove a spruzzo diffondono
generatori di salute,
delle melodiche antitossine
annunciano
lo sprint finale
attraverso la tua coscienza.

*

Da Luce coatta e altre poesie postume, trad. Giuseppe Bevilacqua.

~

Corona

L’autunno mi bruca dalla mano la sua foglia: siamo amici.
Noi sgusciamo il tempo dalle noci e gli apprendiamo a camminare:
lui ritorna nel guscio.

Nello specchio è domenica,
nel sogno si dorme,
la bocca fa profezia.

Il mio occhio scende al sesso dell’amata:
noi ci guardiamo,
noi ci diciamo cose oscure,
noi ci amiamo come papavero e memoria,
noi dormiamo come vino nelle conchiglie,
come il mare nel raggio sanguigno della luna.

Noi stiamo allacciati alla finestra, dalla strada ci guardano:
è tempo che si sappia!
È tempo che la pietra accetti di fiorire,
che l’affanno abbia un cuore che batte.
È tempo che sia tempo.

È tempo.

*

da Papavero e memoria, 1952, trad. di Giuseppe Bevilacqua.

~

Espembaum (Pioppo)

Dente di leone, così verde è l’Ucraina.
La mia bionda madre non tornò a casa.

Nube di pioggia, tu ti trattieni ai bordi delle fonti?
La mia sommessa madre piange per tutti.

Stella rotonda, tu stringi il nodo al nastro dorato.
Di mia madre il cuore si piagò di piombo.

Porta di quercia, chi ti scardinò?
La mia mansueta madre non può giungere.

*
da Mohn und Gedächtnis, trad. di Anna Maria Curci (dal web)

***

Paul Celan (Czernowitz, Bucovina, 1920 – Parigi 1970) poeta rumeno di origine ebraica, ha scritto in lingua tedesca; scampato allo sterminio nazista, visse dal 1948 a Parigi, dove morì suicida. La sua poesia, influenzata da Mallarmé, dall’espressionismo e dal surrealismo, esprime le sofferenze del poeta, della sua famiglia e del suo popolo e la tragedia dei sopravvissuti (Papavero e memoriaMohn und Gedächtnis, 1952) e col passare del tempo il linguaggio diventa sempre più metaforico ed evocativo: la lingua realistica diventa, così, inutilizzabile in quanto lingua di quel potere che ha reso possibili crimini atroci. La parola poetica si fa quasi evanescente e le poesie si compongono di spazi vuoti e delle parole che sono state strappate al silenzio. L’apertura al Dio ebraico in La rosa di Nessuno (Die Niemandsrose, 1963) non cancella la solitudine e l’abbandono, che nemmeno la speranza di libertà, rinata dopo il viaggio a Gerusalemme (Dimora del tempoZeitgehöft, postumo 1976), ha potuto colmare.

J.R.Wilcock, due poesie

Due poesie di Juan Rodolfo Wilcock (Buenos Aires, 1919 – Lubriano, 1978) è stato un poeta, scrittore, critico letterario e traduttore argentino naturalizzato italiano.

*

Amanti

L’amore che fa dolce chi aspro era
non si concede ai gregari.
L’amore che ordina le varie percezioni
non resiste alle musiche volgari.
L’amore che fa azzurri l’acqua e l’aria
non può tutto transustanziare.
L’amore che dà senso al mondo esterno
ama il silenzio, la solitudine, il mare

Tu fuso di fuoco interno,
casta rosa radioattiva,
che il transitorio in eterno
muti nella fiamma viva,
effluvio della materia
per te spirito rifatta,
e della nostra miseria
singola ricchezza astratta,
tu brace di ghiaccio emani
la tua immortalità
solo a chi ha pure le mani
dalla comune viltà.

~

Comunque sia, questo mondo è per te

Comunque sia, questo mondo è per te.
Mi sono domandato molte volte
a che serviva, e non serviva a niente,
ma adesso grazie a te ritorna utile.
Fa il conto della merce abbandonata
da Dio e prendila, l’hanno fatta per te
millenni di uomini che non ti conoscevano
ma che cercavano di prefigurare
in templi e tombe di roccia e biblioteche
uno stupore come quello che effondi
quando sorridi e fai fermare il tempo
e tutti ammutoliscono rapiti
e ti alzi e dici, «io me ne vado a letto».
Dormi, al risveglio sarà lì il tuo retaggio:
una città che fu famosa assai,
un fiume sporco cantato dai poeti,
il cinema dove hanno ucciso Giulio Cesare;
e intorno valli, montagne, mari, oceani,
e capitali, e continenti e selve,
e piramidi, e versi, e adoratori
della tua forma esterna o quella interna
e in alto il cielo e il sole e le stelle e la luna
e sulla terra le bestie ubbidienti
a te che infine vieni a giustificare
la loro straordinaria varietà.
È tutto tuo e non finisce mai.

Cesare Pavese, Donne appassionate

Gauguin - Fatata Te Miti (Near The Sea)

Donne appassionate di Cesare Pavese
.
Le ragazze al crepuscolo scendono in acqua,
quando il mare svanisce, disteso. Nel bosco
ogni foglia trasale, mentre emergono caute
sulla sabbia e si siedono a riva. La schiuma
fa i suoi giochi inquieti, lungo l’acqua remota.
.
Le ragazze han paura delle alghe sepolte
sotto le onde, che afferrano le gambe e le spalle:
quant’è nudo, del corpo. Rimontano rapide a riva
e si chiamano a nome, guardandosi intorno.
Anche le ombre sul fondo del mare, nel buio,
sono enormi e si vedono muovere incerte,
come attratte dai copi che passano. Il bosco
è un rifugio tranquillo, nel sole calante,
più che i greto, ma piace alle scure ragazze
star sedute all’aperto, nel lenzuolo raccolto.
.
Stanno tutte accosciate, serrando il lenzuolo
alle gambe, e contemplano il mare disteso
come un prato al crepuscolo. Oserebbe qualcuna
ora stendersi nuda in un prato? Dal mare
balzerebbero le alghe, che sfiorano i piedi,
a ghermire e ravvolgere il corpo tremante.
Cl son occhi nel mare, che traspaiono a volte.
.
Quell’ignota straniera, che nuotava di notte
sola e nuda, nel buio quando muta la luna,
è scomparsa una notte e non torna mai più.
Era grande e doveva esser bianca abbagliante
perché gli occhi, dal fondo del mare, giungessero a lei.

.

(da Lavorare stanca, 1936 — in apertura, opera di Paul Gauguin)

 

Due poesie di Eugenio Montale

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Due poesie di Eugenio Montale

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
Perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

~

Esitammo un istante
e dopo poco riconoscemmo
di avere la stessa malattia.
Non vi è definizione
per questa mirabile tortura,
c’è chi la chiama spleen
e chi malinconia.
Ma se accettiamo il gioco
ai margini troviamo
un segno intelleggibile
che può dar senso al tutto.

Nâzim Hikmet, Notturno in tram a Berlino

Notturno in tram a Berlino

La vecchiaia la solitudine e io
E poi una malinconia tutti
E quattro camminiamo fianco a fianco senza parlarci
Ciascuno cammina solo ma siamo
L’uno a fianco dell’altro
Che cosa non avremmo dato gli uni
E gli altri per non sentire
Il rumore dei passi gli uni degli altri
Dentro di noi abbiamo pietà imprechiamo
Gli uni contro
Gli altri ma ci amiamo perchè non crediamo
Gli uni negli altri
Che cosa non avremmo dato per arrivare
A un incrocio e infilare presto
Quattro strade diverse ma non so
Se uno di noi morisse se
Quelli che restano sarebbero contenti
La vecchiaia la solitudine e io
E poi una malinconia tutti e
Quattro camminiamo fianco a fianco
La notte prendiamo il tram i tram
Che non sappiamo dove vadano
La notte i tram puliti larghi a tre vagoni ci portano in
Qualche luogo con stridori sferragliamenti
A un tratto si levano davanti a noi
Dei muri bruciati e sotto
Il riverbero dei lampioni marciano
Diritti e testardi verso di noi
Delle finestre appaiono davanti a noi
E vengono in folla verso
Di noi schiacciandosi l’una con l’altra
Finestre che non hanno né vetri né  infissi
Che non sono finestre
Delle stanze degli uomini ma finestre del vuoto
Passiamo davanti alle porte senza battenti le porte
Che aprono su nulla
Sui marciapiedi degli uomini con tre punti
Sopra il bracciale aspettano il tram
Sono appoggiati sui loro bastoni
Dalle punte di gomma
Non so se tutti i muti sono anche dei sordi
Ma certo la maggior
Parte dei ciechi sono dei ciechi
Con gli occhi aperti e le luci dei
Tram cadono nei loro occhi aperti ma loro
Non si rendono conto
Che la luce cade nei loro occhi
Vecchie bigliettaie stanche fanno salire
I ciechi sui tram
Donne che mi avete guidato teneramente
Tenendomi per mano
A quasi tutte voi non ho dato che qualche poesia
E forse un po’ di tristezza
Sono grato a voi tutte
Traversiamo le tenebre degli spiazzi vuoti
Dove crescono i ciuffi d’erbacce
I tram traversano le piazze i cui palazzi barocchi
Sono distrutti
E le pietre bruciate spezzate si somigliano
Talmente che la testa
Ci gira e giriamo in tondo
Questa città è tutta bucata perchè ha mandato
I suoi soldati
A distruggere altre città
Ho visto città rase al suolo avevano mandato
I loro soldati a distruggere
Altre città e i soldati delle altre città le avevano
Rase al suolo
Ho visto città che preparavano i loro soldati
Per mandarli
A distruggere altre città ed essere distrutte esse stesse
Dei violinisti salgono in tram con le scatole
Dei violini sotto
Il braccio e i loro lunghi capelli tristi non riescono a
Nascondere la loro calvizie
Questo agosto è forse l’ultimo agosto del mondo
Ha chiesto uno dei
Violinisti alla bigliettaia in una lingua
Che non conosco
Sulle piattaforme dei tram ci sono dei giovani
In collera
Credo ch’essi stessi non sappiano perchè e contro
Chi sono in collera
Che ora sarà adesso all’avana amore mio
Sarà notte o giorno
Le ragazze scendono dai tram
Le loro gambe sono abbastanza ben fatte
Senza fare un gesto seduto dove sono le seguo
E sotto il ponte
Di pietra sento vicinissimo al mio viso il calore
Delle loro bocche e
Volto la testa a una giovane donna che mi tocca
La spalla senza ch’io sappia dov’è
I suoi capelli son paglia d’oro le sue ciglia azzurre
Il suo collo bianco è lungo e rotondo
Alle fermate vecchie donne terribili con cappelli di
Paglia nera traversano le rotaie tenendosi per mano
L’uomo seduto alla mia destra s’è inabissato
Dentro se stesso
S’è perduto dentro se stesso
È così lo so è così che la vecchiaia comincia
Tuttavia non è in mio potere non cadere nelle
Onde tristi
Così comincia la vecchiaia
L’uomo seduto alla mia destra è caduto ancora
Nelle onde tristi
Alla porta del deposito siamo scesi dall’ultimo tram
Rientriamo a piedi
Tutti e quattro
La vecchiaia la solitudine e io e poi una malinconia
Quando arriviamo all’albergo il sole
Comincia a spuntare
Nella nostra stanza apriamo la radio
Parla dei vascelli cosmici.

*

Nâzım Hikmet (1902 – 1963), in italiano spesso scritto Nazim Hikmet, all’anagrafe Nâzım Hikmet Ran è stato un poeta, drammaturgo e scrittore turco naturalizzato polacco. Definito “comunista romantico” o “rivoluzionario romantico”, è considerato uno dei più importanti poeti turchi dell’epoca moderna.

Versi di Guido Gozzano

Guido Gozzano (1883 – 1916)

*

Il gioco del silenzio 

Non so se veramente fu vissuto
quel giorno della prima primavera.
Ricordo – o sogno? – un prato di velluto,
ricordo – o sogno? – un cielo che s’annera,
e il tuo sgomento e i lampi e la bufera
livida sul paese sconosciuto…

Poi la cascina rustica sul colle
e la corsa e le grida e la massaia
e il rifugio notturno e l’ora folle
e te giuliva come una crestaia,
e l’aurora ed i canti in mezzo all’aia
e il ritorno in un velo di corolle…

– Parla! – Salivi per la bella strada
primaverile, tra pescheti rosa,
mandorli bianchi, molli di rugiada…
– Parla! – Tacevi, rigida pensosa
della cosa carpita, della cosa
che accade e non si sa mai come accada…

– Parla! – seguivo l’odorosa traccia
della tua gonna… Tutto rivedo
quel tuo sottile corpo di cinedo,
quella tua muta corrugata faccia
che par sogni l’inganno od il congedo
e che piacere a me par che le spiaccia…

E ancor mi negasti la tua voce
in treno. Supplicai, chino rimasi
su te, nel rombo ritmico e veloce…
Ti scossi, ti parlai con rudi frasi,
ti feci male, ti percossi quasi,
e ancora mi negasti la tua voce.

Giocosa amica, il Tempo vola, invola
ogni promessa. Dissipò coi baci
le tue parole tenere fugaci…
Non quel silenzio. Nel ricordo, sola
restò la bocca che non diè parola,
la bocca che tacendo disse: Taci!…

~

L’assenza

Un bacio. Ed è lungi. Dispare
giù in fondo, là dove si perde
la strada boschiva, che pare
un gran corridoio nel verde.

Risalgo qui dove dianzi
vestiva il bell’abito grigio:
rivedo l’uncino, i romanzi
ed ogni sottile vestigio…

Mi piego al balcone. Abbandono
la gota sopra la ringhiera.
E non sono triste. Non sono
più triste. Ritorna stasera.

E intorno declina l’estate.
E sopra un geranio vermiglio,
fremendo le ali caudate
si libra un enorme Papilio…

L’azzurro infinito del giorno
è come seta ben tesa;
ma sulla serena distesa
la luna già pensa al ritorno.

Lo stagno risplende. Si tace
la rana. Ma guizza un bagliore
d’acceso smeraldo, di brace
azzurra: il martin pescatore…

E non son triste. Ma sono
stupito se guardo il giardino…
stupito di che? non mi sono
sentito mai tanto bambino…

Stupito di che? Delle cose.
I fiori mi paiono strani:
Ci sono pur sempre le rose,
ci sono pur sempre i gerani…

Versi di Ada Negri

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Versi di Ada Negri (1870-1945) è stata una poetessa, scrittrice e insegnante italiana. È ricordata anche per essere stata la prima e unica donna a essere ammessa all’Accademia d’Italia

*

Pioggia d’autunno

Vorrei, pioggia d’autunno, essere foglia
che s’imbeve di te sin nelle fibre
che l’uniscono al ramo, e il ramo al tronco,
e il tronco al suolo; e tu dentro le vene
passi, e ti spandi, e si gran sete plachi.
So che annunci l’inverno: che fra breve
quella foglia cadrà, fatta colore
della ruggine, e al fango andrà commista,
ma le radici nutrirà del tronco
per rispuntar dai rami a primavera.

Vorrei, pioggia d’autunno, esser foglia,
abbandonarmi al tuo scrosciare, certa
che non morrò, che non morrò, che solo
muterò volto sin che avrà la terra
le sue stagioni, e un albero avrà fronde.

~

La folla

Fluttuo con te, nel tuo sordo tumulto
perduta; e tu mi porti e tu mi spingi
e mi rigetti, e d’ignorarmi fingi,
ma ben m’abbranca il tuo potere occulto.

Sai di sudore umano, e di sporcizia
mascherata d’aromi, e del sentore
d’ogni travaglio: ogni odio ed ogni amore
per oscuro fermento in te s’inizia.

Mi piaci per l’enorme onda vitale
che tutta mi ravvoltola, muggente
e rischiumante, carne e cuore e mente
impregnando del tuo libero sale.

Ogni volto che a lampi appare e spare
forse è il mio: chè mio corpo non è questo
solo ch’io sento e curo e movo e vesto:
chi vi noma e vi scinde, onde del mare?…

D’essere innumerevole è mia gloria
e mia superbia; e multiforme, come
te, folla; e in preda a tutti i venti, come
te, che a folate scardini la storia;

e, se fremito passi di sommossa,
ingigantir con te, con te disvellere
i sassi e i cuori, ed oscurar le stelle
col divampar della mia furia rossa.

~

Pensiero d’autunno

Fammi uguale, Signore, a quelle foglie
moribonde, che vedo oggi nel sole
tremar dell’olmo sul piú alto ramo.
Tremano, sí, ma non di pena: è tanto
limpido il sole, e dolce il distaccarsi
dal ramo, per congiungersi alla terra.
S’accendono alla luce ultima, cuori
pronti all’offerta; e l’agonia, per esse,
ha la clemenza d’un mite aurora.
Fa ch’io mi stacchi dal piú alto ramo
di mia vita, cosí, senza lamento,
penetrata di Te come del sole.

~

Jorge Luis Borges, due poesie

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Jorge Luis Borges, due poesie

*

Notti penose della lunga insonnia
che anelavano all’alba e la temevano,
giorni che vanamente ripetevano
gli ieri, uguali. Oggi li benedico.
Potevo mai presentire in quegli anni
di deserto d’amore che le atroci
favole della febbre e le feroci
aurore fossero solo i gradini
incerti, le vaganti gallerie
per i quali sarei giunto alla pura
vetta azzurra che nell’azzurro dura
della sera d’un giorno, dei miei giorni?
Nella mia è la tua mano, Elsa. Guardiamo
lenta nell’aria la neve e l’amiamo.

da Elogio dell’ombra (Einaudi, 1971), trad. di Francesco Tentori Montalto

~

Buenos Aires

E adesso la città quasi è una mappa
di tanti fallimenti e umiliazioni;
da questa porta ho ammirato i tramonti,
davanti a questo marmo ho atteso invano.
Qui l’indistinto ieri e l’oggi nitido
mi hanno elargito gli ordinari casi
d’ogni destino; qui i miei passi intessono
il loro labirinto incalcolabile.
Qui l’imbrunire di cenere aspetta
il frutto che gli deve la mattina;
qui l’ombra mia si perderà, leggera,
nella non meno vana ombra finale.
Ci unisce la paura, non l’amore;
sarà per questo che io l’amo così tanto.

da L’altro, lo stesso (Adelphi, 2002), trad. di Tommaso Scarano

Corrado Alvaro, tre poesie

Corrado Alvaro (San Luca, Reggio Calabria, 1895 – Roma 1956), tre poesie

*

Pastorale

Ad inseguire il lupo per le terre,
a ricondurre i bovi alla pianura,
a snidare aquilotti per le forre,
non ce n’è, come me, senza paura;
a scuotere dagli alberi le pere
e a fare una crudele potatura,
e a veder pianger sulla terra scura
tutte le viti ci vuole il mio cuore.

Se non potrò cantare sotto i cieli
perché dovrò vegliare nell’agguato,
questa canzone prima di partire
io dico ad ogni monte addormentato,
a mamme che non possono dormire,
all’armento odoroso che ho lasciato,
e prego Dio che mi faccia tornare
con un abito verde di soldato.

Ora i lupi saranno un’altra gente
cristiana e come lor dovrò scuoiarla.
Snidare gli aquilotti non è niente.
Io conosco il mio braccio che non falla.
Se la mia vita ha qualche pretendente
venga se ha tanto sangue da comprarla.
Per ogni sciabolata ne vo’ cento
e cento tutti in fila ad ogni palla.

Chi vuole? La mia vita costa cara.
Per me vivon tre figli e la mia casa.
Quante pietre ci vollero a fabbricarla,
quante tegole stanno a ripararla,
quanti sospiri vuole il focolare
a cuocer la minestra alla mia casa,
tanti uomini non bastano a pagare
questa mia vita tanto lavorata.

Dico questa canzone alla montagna
che questa notte mi vede partire,
alla nube che passa e che la bagna,
agli alberi che vogliono fiorire,
alla mia agnella chiusa che si lagna,
che, se perduta, non potrò inseguire.
Questa canzone è detta a chi la sente.
Chi non la vuole la venga a zittire.

~

Consolazione

Non lo piangete: buono era e più bello
d’un olivo, ma voi non lo piangete.
Ci sono, come lui, tanti felici
che non sanno altro ch’esser buoni e santi.
Se invecchiano son nuvole a levante
che vaporano quando nasce il sole.

E costoro non san nulla creare
perché non sanno ch’esser belli e buoni,
e stanno ad aspettare
il giorno che dovrà, forse, venire,
per far vedere che sanno morire
come soltanto san fare i leoni.
Non lo piangete; non era egli forte
ed ha scelto per suo capolavoro
la morte.

~

Febbre

Venne ad affacciarsi nel sonno
come s’affaccia la luna
le sere d’estate sul mondo,
e crescono ad una ad una
smisuratamente le cose
diafane, fatte d’ombra.
Così s’affacciò, ma vicina
coi suoi grandi occhi d’opale
respirando come la cima
degli alberi al vento serale.

Vicina, ma pure assai
lontana e intangibile come
la faccia della luna,
quando sorge a contemplare
gli uomini e gli animali,
e il calmo respiro dei fiumi.
Sopra di me ch’ero la terra
si chiudevano le case oscure
col loro parlottare umano
e il soffio delle stalle sicure.

Saltavano le volpi, i monti
scuotevano i loro alberi
come criniere impetuose.
Come la terra ridevo
di questo immenso trascorrere
sopra il mio corpo in riposo.
Scoppiavano in quel riso i semi
delle piante, s’ aprivano i fiori,
e a un tratto sentii zampillare
il canto notturno dei miei pastori.

Tomas Tranströmer, tre poesie

carta e penna

Tre poesie di Tomas Tranströmer (Stoccolma 1931 – 2015, Premio Nobel 2011 per la Letteratura) — tratte da F. Buffoni, Songs of Spring. Quaderno di traduzioni (Marcos y Marcos).

*

Palazzo

Entrammo. Un’unica enorme sala,
Silenziosa e vuota, dal pavimento
Come ghiaccio per pattinare. Abbandonato.
Tutte le porte chiuse. L’aria grigia.

Alle pareti dai quadri si affollavano
Immagini senza vita: scudi,
Bilance, pesci e figure di combattenti
In un mondo sordomuto sull’altro lato.

Una scultura era esposta nel vuoto:
Da solo in mezzo alla sala un cavallo.
Dapprima non lo notammo
Presi da tutto quel vuoto.

Più debole di un sospiro in una conchiglia
Era il suono, e le voci dalla città
Salivano in quella stanza deserta,
Mormorando e cercando un potere.

Ma anche altro, qualcosa di oscuro
Si installò sulla soglia dei nostri sensi
Senza oltrepassarla.
Scorreva la sabbia nelle clessidre mute.

Era ora di muoversi.
Ci avvicinammo al cavallo. Era gigantesco,
Nero come un ferro. Un’immagine del potere stesso
Rimasta dopo che i principi se ne erano andati.

Il cavallo parlò: “Io sono l’Unico.
Ho disarcionato il vuoto che mi cavalcava.
Questa è la mia stalla. Cresco lentamente.
E mangio il silenzio che regna qui dentro”.

~

Le pietre

Sento cadere le pietre che abbiamo gettato,
Cristalline negli anni. Nella valle
Volano le azioni confuse dall’attimo
Gridando da cima a cima degli alberi, tacciono
Nell’aria più leggera del presente, planano
Come rondini da cima
A cima dei monti finché
Raggiungono l’altopiano più remoto
Lungo la frontiera con l’aldilà.
Là cadono
Le nostre azioni cristalline
Su nessun fondo,
Tranne noi stessi.

~

I ricordi mi vedono

Una mattina di giugno in cui era troppo presto
Per svegliarmi ma troppo tardi per riprendere sonno,

Devo uscire nel verde che è colmo
Di ricordi, e mi seguono con lo sguardo.

Non si vedono, si fondono completamente
Al paesaggio, perfetti camaleonti.

Sono così vicini che li sento respirare
Benché il  canto degli uccelli dia stupore.

per questi versi si ringrazia il sito leparoleelecose.it

Versi sulla nebbia

Luigi Russolo Solidità della nebbia - 1912

Nella nebbia di Herman Hesse

Strano, vagare nella nebbia!
E’ solo ogni cespuglio ed ogni pietra,
né gli alberi si scorgono tra loro,
ognuno è solo.

Pieno di amici mi appariva il mondo
quando era la mia vita ancora chiara;
adesso che la nebbia cala
non ne vedo più alcuno.

Saggio non è nessuno
che non conosca il buio
che lieve ed implacabile
lo separa da tutti.

Strano, vagare nella nebbia!
Vivere è solitudine.
Nessun essere conosce l’altro
ognuno è solo.

~

Effetto Nebbia di Corrado Govoni

Nella nebbia luminosa del mattino
la casa dolcemente indietreggia e s’appanna;
si piegan sullo stelo, nel giardino,
dolci fiori di spuma e di manna.

~

…nebbia di Giorgio Caproni

Perché è nebbia, e la nebbia è nebbia, e il latte
nei bicchieri è ancor nebbia, e nebbia ha
nella cornea la donna che in ciabatte
lava la soglia di quei magri bar
dove in Erebo è il passo. E, Proserpína
o una scialba ragazza, mentre sciacqua
i nebbiosi bicchieri, la mattina
è lei che apre alla nebbia che acqua
(solo acqua di nebbia) ha nella nebbia
molle del sole in cui vana scompare
l’arca alla vista…

*

In apertura: Luigi Russolo, Solidità della nebbia, 1912

(olio su tela 100 x 65 cm).

Voci dall’Algeria

Paul Klee - 1914 - Garden in St Germain in Tunisia

Rachid Kaci, Cantare la fonte

Cantare la fonte
di queste lacrime
Oh così rassicuranti,
appannaggio di coloro i quali
sperano un giorno
di ricavare la felicità
dalla pietraia.

Cantare il passaggio
di questo sguardo estraneo
illuminato di mille riflessi,
sguardo che si abbassa
sotto il peso di tutti i suoi fiotti
di mendicità.

Cantare l’infallibile sogno
fra quattro mura viscide,
l’infallibile chiarore ritrovato
nell’oceano di sgomento
nella solitudine plurale.

Cantare il poeta
dalle palpebre ricucite,
dal sorriso smembrato,
mutilato del potere delle sue parole.

Cantare di essere più numerosi a gemere,
a serrare i denti
contro questo corpo imponente
indesiderabile per il suo voler impedire
l’infernale melodia dei lamenti.

Esser lì, tutti insieme
a cantare la terribile avventura
l’incredibile ballata
al di là dei cuori

Poi… poi distendermi finalmente
vicino al mio corpo e gridare con tutta la forza
del mio pianto, la mia ultima canzone!

~

Youcef Mérhai, Il poema possibile 

Il poema possibile
Ad ogni appello del suicidio
Ad ogni questione del passato
La parola riconquistata
La madre riconosciuta
La mia pelle bianca
Il mio verbo pagano
Dio è in tutti i cuori?

*

In apertura, opera Paul Klee; per i versi si ringrazia il sito “The Poeti”

Sandro Penna, selezione di poesie

penna e calamaio

Versi di Sandro Penna (Perugia, 1906 – Roma, 1977).

*

Io  vivere vorrei addormentato
entro il dolce rumore della vita.

~

E poi son solo. Resta
la dolce compagnia
di luminose ingenue bugie.

~

Il giorno ha gli occhi di un fanciullo. Chiara
la sera pare una ragazza altera.
Ma la notte ha il mio buio colore,
il colore di un cupo splendore.

~

L’amore in elemosina, solfeggio detto
Oh luce del meriggio senza un cenno.
Ritornerà più tardi, ricco d’ali
l’incendio dei ricordi personali.

~

La vita… è ricordarsi di un risveglio
triste in un treno all’alba: aver veduto
fuori la luce incerta: aver sentito
nel corpo rotto la malinconia
vergine e aspra dell’aria pungente.
Ma ricordarsi la liberazione
improvvisa è più dolce: a me vicino
un marinaio giovane: l’azzurro
e il bianco della sua divisa, e fuori
un mare tutto fresco di colore.

~

Il mare è tutto azzurro.
Il mare è tutto calmo.
Nel cuore è quasi un urlo
di gioia. E tutto è calmo.

~

Le nere scale della mia taverna
tu discendi tutto intriso di vento.
I bei capelli caduti tu hai
sugli occhi vivi in un mio firmamento
remoto. Nella fumosa taverna
ora è l’odore del porto e del vento.
Libero vento che modella i corpi
e muove il passo ai bianchi marinai.

~

Ero per la città, fra le viuzze
dell’amato sobborgo. E m’imbattevo
in cari visi sconosciuti… E poi,
nella portineria dov’ero andato
a cercare una camera, ho trovato…
Ho trovato una cosa gentile.
La madre mi parlava dell’affitto.
Io ero ad altra riva. Il mio alloggio
era ormai in paradiso. Il paradiso
altissimo e confuso, che ci porta
a bere la cicuta… Ma torniamo
alla portineria, a quei sinceri
modi dell’una, a quel vivo rossore…
Ma supremo fra tutto era l’odore
casto e gentile della povertà.

Ingeborg Bachmann, due poesie

Due poesie di Ingeborg Bachmann (Klagenfurt 1926 – Roma 1973) poetessa, scrittrice e giornalista austriaca. I motivi ideologici della sua formazione intellettuale (Heidegger, Wittgenstein) si incontrarono con il tema della generazione venuta dopo gli orrori della guerra nella dimensione di un linguaggio spesso tormentato e astruso, ma sempre autentico.

*

Stelle di marzo

Ancora la semina è lontana. Si vedono
terreni inzuppati di pioggia e stelle di marzo.
Nella formula di pensieri infecondi
si configura l’universo seguendo l’esempio
della luce, che non sfiora la neve.

Sotto la neve ci sarà anche polvere
e, non disfatto, il futuro nutrimento
della polvere. Oh il vento che si leva!
Altri aratri dirompono l’oscurità.
Le giornate tendono a farsi più lunghe.

Nelle lunghe giornate, non richiesti,
veniamo seminati entro quei solchi storti
e diritti, e si eclissano stelle. Nei campi
prosperiamo o ci corrompiamo a caso,
docili alla pioggia, e infine anche alla luce.

~

Nella penombra

Ancora mettiamo entrambi le mani nel fuoco:
tu per il vino del lungo fermento notturno,
io per la mattinale acqua sorgiva, che non conosce i torchi.
il mantice attende il maestro, in cui confidiamo.

Non appena l’ansia lo scalda, il soffiatore giunge.
Va via prima di giorno, arriva prima del tuo richiamo:
è antico, come la penombra sopra le nostre ciglia rade.

Di nuovo egli fonde il piombo nella caldaia di lagrime:
per una coppa a te – occorre solennizzare il tempo perduto –
a me per il coccio pieno di fumo – che sarà versato nel fuoco.
Mi scontro così con te, facendo tintinnare le ombre.

Scoperto è chi esita, adesso,
chi ha scordato la formula magica.
Tu non puoi e non vuoi conoscerla,
bevi sfiorando l’orlo, dove è fresco:
come un tempo, tu bevi e resti sobrio,
le ciglia ti crescono ancora, tu ancora ti lasci guardare!

Io  con amore all’attimo protesa sono già, invece:
il  coccio mi cade nel fuoco, piombo mi ridiventa
qual’era. E dietro al proiettile sto,
monocola, risoluta, defilata,
e incontro al mattino lo invio.