Boris Pasternak, La neve cade

LA NEVE CADE di Boris Pasternak 

(traduzione di Angelo Maria Ripellino, tratta da “Poesie” Boris Pasternàk, Einaudi,1960)

La neve cade, la neve cade.
Alle bianche stelline in tempesta
si protendono i fiori del geranio
dallo stipite della finestra.

La neve cade e ogni cosa è in subbuglio,
ogni cosa si lancia in un volo,
i gradini della nera scala,
la svolta del crocicchio.

La neve cade, la neve cade,
come se non cadessero i fiocchi,
ma in un mantello rattoppato
scendesse a terra la volta celeste.

Come se con l’aspetto d’un bislacco
dal pianerottolo in cima alle scale,
di soppiatto, giocando a rimpiattino,
scendesse il cielo dalla soffitta.

Perché la vita stringe. Non fai a tempo
a girarti dattorno, ed è Natale.
Solo un breve intervallo:
guardi, ed è l’Anno Nuovo.

Densa, densissima la neve cade.
E chi sa che il tempo non trascorra
per le stesse orme, nello stesso ritmo,
con la stessa rapidità o pigrizia,

temendo il passo con lei?
Chi sa che gli anni, l’uno dietro l’altro,
non si succedano, come la neve,
o come le parole di un poema?
La neve cade, la neve cade,
la neve cade e ogni cosa è in subbuglio:
il pedone imbiancato,
le piante sorprese,
la svolta del crocicchio.

*

Immagine d’apertura: Paul Gauguin, Neve a Vaugirard

Friedrich W.Nietzsche, due poesie

William Turner - The Slave Ship

IL PINO E LA FOLGORE

Alto crebbi sull’uomo e sulla bestia:
E quando parlo nessuno mi parla.
Io crebbi solitario e troppo alto
Attendo, è vero: ma che cosa attendo?
.
Troppo vicine mi stanno le nubi
Aspetto il colpo della prima folgore.
.

§

ECCE HOMO!

Sì, lo so di dove vengo!
Insaziato, simile a fiamma
Ardo e me stesso consumo.
Luce diventa tutto quel che abbraccio,
E carbone diventa quel che lascio:
Fiamma, fiamma sono io sicuramente!
.

*

Friedrich W.Nietzsche, Poesie e lettere (trad.di Angelo Treves, Rusconi libri— immagine: William Turner, The Slave Ship)

Maria Luisa Spaziani, due poesie

a.

IV

Sono venuta a Parigi per dimenticarti
ma tu ostinato me ne intridi ogni spazio.
Sei la chimera orrida delle gronde di Notre-Dame,
sei l’angelo che invincibile sorride.

Veniamo a patti (il contadino e il diavolo):
lasciami il giorno per guardare, leggere,
sprecare il tempo, divertirmi, escluderti.
Notti e sogni, d’accordo, sono tuoi.

[da Diario di Francia]

.

II

Ora so come a notte può dolere,
diramare profonda nell’anima
la sua pena d’assenza, una mano
che non dovrà più scrivere il tuo nome.

Lingue di fuoco sembrano sfiorarla
e le dita si allungano in ghiaccioli,
le carezze s’inceppano nell’aria
e nemiche le rose le sfuggono.

Ma udì una voce un cuore come il mio
che in violenta tormenta si agitava:
chi ti fa pecora, chi ti fa brutto,
tu stesso condannalo alle fiamme.

[da Tre poesie da Parigi]

*

Maria Luisa Spaziani (Torino, 7 dicembre 1922 – Roma, 30 giugno 2014), da Tutte le poesie a cura di P.Lagazzi e G.Pontiggia, Meridiani – Mondadori

Seguendo una stella: due poesie sull’Epifania

Epifania di Mario Luzi

Notte, la notte d’ansia e di vertigine
quando nel vento a fiotti interstellare,
acre, il tempo finito sgrana i germi
del nuovo, dell’intatto, e a te che vai
persona semiviva tra due gorghi
tra passato e avvenire giunge al cuore
la freccia dell’anno… e all’improvviso
la fiamma della vita vacilla nella mente.
Chi spinge muli su per la montagna
tra le schegge di pietra e le cataste
si turba per un fremito che sente
ch’è un fremito di morte e di speranza.

In una notte come questa,
in una notte come questa l’anima,
mia compagna fedele inavvertita
nelle ore medie
nei giorni interni grigi delle annate,
levatasi fiutò la notte tumida
di semi che morivano, di grani
che scoppiavano, ravvisò stupita
i fuochi in lontananza dei bivacchi
più vividi che astri. Disse: è l’ora.
Ci mettemmo in cammino a passo rapido,
per via ci unimmo a gente strana.

Ed ecco
Il convoglio sulle dune dei Magi
muovere al passo dei cammelli verso
la Cuna. Ci fu ressa di fiaccole, di voci.
Vidi gli ultimi d’una retroguardia frettolosa.
E tutto passò via tra molto popolo
e gran polvere. Gran polvere.

Chi andò, chi recò doni
o riposa o se vigila non teme
questo vento di mutazione:
tende le mani ferme sulla fiamma,
sorride dal sicuro
d’una razza di longevi.

Non più tardi di ieri, ancora oggi.

(da “Onore del vero”, 1957)

*

[Eran partiti da terre lontane] di David Maria Turoldo

Eran partiti da terre lontane:
in carovane di quanti e da dove?
Sempre difficile il punto d’avvio,
contare il numero è sempre impossibile.
Lasciano case e beni e certezze,
gente mai sazia dei loro possessi,
gente più grande, delusa, inquieta:
dalla Scrittura chiamati sapienti!
Le notti che hanno vegliato da soli,
scrutando il corso del tempo insondabile,
seguendo astri, fissando gli abissi
fino a bruciarsi gli occhi del cuore!
Naufraghi sempre in questo infinito,
eppure sempre a tentare, a chiedere,
dietro la stella che appare e dispare,
lungo un cammino che è sempre imprevisto.
Magi, voi siete i santi più nostri,
i pellegrini del cielo, gli eletti,
l’anima eterna dell’uomo che cerca,
cui solo Iddio è luce e mistero.

(dal sito Avvenire)

In apertura, opera di Andrea Mantegna

Thomas Stearns Eliot, Canzone

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Canzone

Se spazio e tempo, come i saggi dicono,
sono cose che mai potranno essere,
la mosca che è vissuta un solo giorno
vissuta è a lungo proprio come noi.
Dunque viviamo per quanto ci è possibile,
finché l’amore e la vita sono liberi:
il tempo è il tempo, e il tempo scorre via,
per quanto i saggi non siano d’accordo.

I fiori a te inviati allorché la rugiada
tremolava sul tralcio rampicante,
prima che l’ape volasse a suggere
la roseIlina di macchia erano già appassiti.
Ma noi affrettiamoci a coglierne ancora
senza tristezza se poi languiranno;
se i fiori della vita sono pochi
facciamo almeno che siano divini.

§

Song

If space and time, as sages say,
Are things that cannot be,
The fly that lives a single day
Has lived as long as we.
But let us live while yet we may,
While love and life are free,
For time is time, and runs away,
Though sages disagree.

The flowers I sent thee when the dew
Was trembling on the vine
Were withered ere the wild bee flew
To suck the eglantine.
But let us haste to pluck anew
Nor mourn to see them pine,
And though the flowers of life be few
Yet let them be divine.

*

T.S.Eliot, Poesie (Bompiani, a cura di Roberto Sanesi, 2011 – ph.Elisabeth Lindroth)

Constantinos Kavafis – Quella, l’origine

Toulouse-Lautrec - Il letto

Quella, l’origine

Il loro lecito godimento li ha saziati.
Levarsi dal materasso, in fretta rivestirsi,
In silenzio. E via di corsa dalla casa,
Separati, furtivi.
Dal loro inquieto andare per la via
Un timore trapela di tradirsi,
E che il lettuccio dei loro sfoghi
Di poco fa, li additi.
.
Ma quale innalzamento della vita
Per un artista! Di forza inaudita
Domani e dopo, e tra molti anni,
Comporrà versi.
………………………L’origine fu quella.
.
[1921]
.
.
Constantinos Kavafis, Un’ombra di piacere (a cura di Guido Ceronetti, Adelphi, 2013; immagine: Toulouse-Lautrec, Il letto). Al link che segue, un breve video sul poeta di Alessandria:
.

Luiza Neto Jorge, versi da AA.VV. Gli abbracci feriti

Tamara de Lempicka - La Dormeuse, 1931-32

Versi di Luiza Neto Jorge (Lisbona, 1939-1989)

Difficile Poesia d’Amore (frammenti)

Mi separo da te nei solstizi d’estate, davanti al tavolo del giudice supremo degli amanti. Perché i giudici mi possano giudicare, conosceranno per prima cosa l’amore disonesto infinito fatto di maree ambulanti di spini nelle palpebre dove le strade sono i punti unici del furore erotico e dove tutti i punti unici dell’amore sono strade strettissime velocissime

che si percorrono come un filo a piombo senza oscillazione

Mai ti ho conosciuto – cosi spiego la tua sparizione. O piuttosto: mi sono separata da te nel solstizio di un’ state oltrepassata. Le donne camminavano per la città completamente nude di corpo e spirito. Gli uomini si mordevano in fregola. Imperturbabile mi sei appartenuto. Cosi ci ci siamo separati.

Il tuo amore spia il mio corpo di lontano. Di lontano gesti gli rispondo. Possiedo radici nei vulcani tenerezze intime paure recluse baci nei denti.

Solo l’amore ha una voce e un gesto persino nel volto dell’idea che mi sono imposta della morte.

Sei cosi unico tu, come la notte è un astro.

Sulla polvere che ti copre il petto lascio il mio biglietto da visita il mio nome professione domicilio telefono.

#

Difícil Poema de Amor (fragmentos)

Separo-me de ti nos solstícios de venão, diante da mesa do juiz supremo dos amantes. Para que os juizes me possam julgar, conhecerão primeiro o amor desonesto infinito feito de marés ambulantes de espinhos mas pálpebras onde as ruas são os pontos únicos do furor erótico e onde todos pontos únicos do amor são ruas estreitíssimas velocíssimas

que se percorrem como um fio de prumo sem oscilação

 Nunca te conheci – assim explico o teu desaparecimento. Ou antes: separei-me de ti no solstício de um verão ultrapassado. As mulheres viajavam pela cidade compIetamente nuas de corpo e espírito. Os homens mordiam-se com cio. Imperturbável pertenceste-me. Assim nos separàmos.

 O teu amor espreita o meu corpo de longe. De longe por gestos lhe respondo. Tenho raízes nos vulcões ternuras íntimas medos reclusos beijos nos dentes.

 Só o amor tem uma voz e um gesto mesmo no rosto da idéia que me impus da morte.

És tu tão único como a noite é um astro.

 Sobre a poeira que te cobre o peito deixo o meu cartão de visita o meu nome profissão morada telefone.

 Terra Imóvel, 1964

*

da AA.VV.Gli abbracci feriti, poetesse portoghesi di oggi – Universale Economica Feltrinelli, 1980; in apertura: Tamara de Lempicka, La Dormeuse (1932)

José Eduardo Degrazia, tre poesie da Pioggia Antica

José Eduardo Degrazia, tre poesie da Pioggia Antica

LA NITIDEZZA DELLE COSE

Nel silenzio di casa, quando il legno si spezza,
aspetto i movimenti degli ingranaggi del tempo,
la manifestazione evidente della macchina del mondo,
le pale del mulino che macinano la farina dei giorni,
i denti che recidono la pelle della feroce esistenza,
lo scorrere dei minuti dell’orologio naufrago dei domani.
Il ronzio della mosca contro la sua immagine nel vetro.

Nel silenzio di casa, quando tremano i mobili
e oscillano gli elettrodomestici nel riflesso del vetro,
stridendo in un coro liturgico tra le monete
nitide sotto il sole e le pale che tritano emozioni,
e la puleggia che bisbiglia parole contro l’indifferenza,
il destino delle posate e piatti prigionieri, lentamente
si disfano in argilla e ruggine mortale.

Le cose muoiono senza panico mentre guardiamo
distratti il vento che solleva le tende della stanza.

Soltanto le cose sono nitide e hanno un’anima, e credono
nella vita eterna.

§

A NITIDEZ DAS COISAS

No silêncio da casa, quando as madeiras estalam,
espero o movimento da engrenagem do tempo,
a manifestação evidente da máquina do mundo,
as pás do moinho moendo a farinha dos dias,
os dentes trincando a pele da feroz existência,
o rolar dos minutos no relógio náufrago da manhã,
o zumbido da mosca contra sua imagem no vidro.

No silêncio da casa, quando estremecem os móveis
e trepidam os eletrodomésticos nas redomas de vidro,
zunindo em uníssono cantochão entre as moedas
nítidas do sol e as moendas trituradoras de emoções,
a polia que range a palavra contra a indiferença,
o destino dos pratos e talheres prisioneiros, lentamente
desfazendo-se em barro e mortal ferrugem.

As coisas morrem sem pânico enquanto olhamos
distraídos o vento que levanta as cortinas da sala.

Só as coisas são nítidas e têm alma, e acreditam
na vida eterna.

*

IL TAVOLO DELLA FAMIGLIA

Legno invecchiato dal tempo.
Resina impregnata di tempo.
Cosi il tavolo e la famiglia riunita,
e i rischi del coltello nella carne del legno,
e il vino versato, la macchia,
il sale, la lacrima, sole sul legno.
La mano che levigò il solco, la vena,
la mano graffiata dal tempo: legno.
Albero notturno caduto, abbattuto dall’ascia,
albero piantato dal tempo.
Seduti attorno al tavolo, il padre,
la madre, i figli: album di ritratti.
Il tavolo rimane in mezzo alla stanza:
o di più: ombre.

§

A MESA DA FAMÍLIA

Madeira crestada de tempo.
Resina impregnada de tempo.
Assim a mesa e a família reunida,
e os riscos de faca no cerne da madeira,
e o vinho derramado, a mancha,
o sal, a lágrima, sol na madeira.
A mão que alisou o sulco, o veio,
a mão gretada de tempo: madeira.
Árvore noturna caída, pelo machado abatida,
árvore do tempo plantada.
À volta da mesa sentados, o pai,
a mãe, os filhos: álbum de retratos.
A mesa permanece no meio da sala:
o mais: sombras.

*

SILENZIO

Non pensare che questo silenzio
sia semplice assenza di voci,

c’è lo stupore del fiore che sboccia
abisso del passero notturno

che gratta furtivo lo specchio della memoria.
(Il silenzio è il seme di qualcosa di più antico.)

Nel silenzio l’esistenza attenua
una realtà di frutto.

Non pensare che questo silenzio
sia semplice assenza di voci.

§

SILÊNCIO

Não penses que este silêncio
é simples ausência de vozes,

há o espanto da flor nascendo
abismo de pássaro noturno

riscando o espelho furtivo da memória.
(O silêncio é semente de algo mais antigo.)

No silêncio a vivência adelgaça
uma realidade de fruto.

Não penses que este silêncio
é simples ausência de vozes.

*

da Pioggia Antica: Antologia Poetica (a cura di Gaetano Longo, trad. di Iris Faion, Franco Puzzo Editore, Trieste, 2013). Poesie e nota bio-bibliografica tratte da “Fili d’aquilone num.38” — In apertura: opera fotografica di  Francesca Woodman

*

José Eduardo Degrazia, poeta e narratore brasiliano, nonché medico oftalmologo, nasce a Porto Alegre nel 1951. È membro dell’Accademia Rio-Grandense di Lettere e ha pubblicato vari volumi di poesia, fra i quali Lavra Permanente (1975), Cidade Submersa (1979), A porta do sol (l982), O Amor essa Palavra (1982), Piano Arcano (1999), Três livros de poesia (antologia, 2002), A urna Guarani (2004), Um animal espera (2010), Corpo do Brasil (2011), A flor fugaz (2011), Nova Iorque – New York (2014). Ha dato alle stampe anche racconti, romanzi e libri per l’infanzia ed è presente in importanti antologie della poesia brasiliana contemporanea. In Italia sono uscite due raccolte, Lavoro Perenne (Trieste, 1996) e Pioggia antica (Franco Puzzo Editore, 2013), entrambe curate da Gaetano Longo. L’autore ha vinto prestigiosi premi in Brasile e all’estero, in Italia ha ricevuto nel 2013 il Premio Internazionale Trieste di Poesia. In lui, parallela alla genesi poetica, troviamo il certosino lavoro del traduttore di grandi scrittori, molti dei quali di lingua spagnola, come Pablo Neruda. È come se tra un libro e l’altro il poeta avesse bisogno di estraniarsi da se stesso, stabilendo un dialogo vivo con altri autori. Il contatto con poeti di lingua spagnola latinoamericani è probabilmente favorito non solo dalla posizione geografica della regione in cui è nato e cresciuto, al confine con l’Argentina, il Paraguay e l’Uruguay, ma anche dalla sua straordinaria apertura, curiosità e disponibilità ad accogliere l’altro, il che fa sì che rompa le frontiere tradizionali che da sempre separano gli scrittori di lingua portoghese da quelli di lingua spagnola, frontiera che si è proiettata dal Portogallo e dalla Spagna sulle loro colonie sudamericane e che dura fin quasi ai nostri giorni.

Angelo Maria Ripellino, due poesie da Sinfonietta

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Angelo Maria Ripellino, due poesie da Sinfonietta

61.

Ogni metafora, appena scritta, si dissolve
come una bolla di sapone. Ma che importa?
Mentre parlo di cielo, la mia stessa pagina
diventa una cala di nuvole con mongolfiere.
Basta la fiamma giallognola di una candela,
perché nella stanza fiorisca un immenso ghiacciaio,
e una risata, perché dalla porta che dà sulle dune
entri uno squamoso pagliaccio in bombetta
con un fascio di èrica.

 

63.

Ho gli occhi pieni del bianco delle vele,
confitte nella còncava conca del mare,
le dita intrise del verde miele
delle metafore, i capelli blu come nuvole.
Carri fioriti sfilano sul litorale, e in ciascuno
è una ragazza impettita come un sovrano,
che abbia ridotto l’imposta sulla birra.
Nel cielo di carta azzurrina
si va ritagliando un gabbiano.
Vecchie caracche cariche dei miei mali,
rullando sui crisantemi di lacera fiamma dei flutti,
salpano da Zeebrugge verso lidi lontani,
portandosi via la mia zavorra, la mia ruggine.
E un’esile gioia vacillante, pinguina,
la mia gioia contumace, assopita dai morbi e dai lutti,
si sveglia, sorride, si inebria, si adombra, si strugge,
la mia goffa gioia dignitosa in bombetta e marsina.
.
.

da A.M.Ripellino, Notizie dal Diluvio Sinfonietta Lo splendido violino verde (Giulio Einaudi Editore) — immagine: opera di Christian Schloe

Czesław Miłosz, Sortilegio

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Sortilegio

Bello e invincibile è l’intelletto umano.
Né inferriata, né filo spinato, né libri al macero,
Né verdetto di bando possono niente contro di lui.
Egli stabilisce nella lingua le idee generali
E ci guida la mano, scriviamo quindi con la maiuscola
Verità e Giustizia, e con la minuscola menzogna e offesa.
Egli sopra ciò che è innalza ciò che dovrebbe essere.
Nemico della disperazione, amico della speranza.
Non conosce Ebreo né Greco, schiavo né signore,
Affidandoci in gestione il comune patrimonio del mondo
Dall’immondo strepito di parole slabbrate
Salva frasi austere e chiare.
Egli ci dice che tutto è sempre nuovo sotto il sole.
Apre la mano rappresa di ciò che è già stato.
Bella e giovane assai è Filo-Sofìa
E la poesia sua alleata al servizio del Bene.
Appena ieri la natura ha festeggiato la loro nascita.
Ai monti ne hanno dato notizia l’unicorno e l’eco.
Famosa sarà la loro amicizia, il tempo loro senza confini.
I loro nemici si sono condannati alla distruzione.

Berkeley, 1968

*

Da “Czesław Miłosz, Poesie”, a cura di P. Marchesani, Adelphi, 2013 – Immagine d’apertura: Konstantin Juon, La Nouvelle Planète 1921, © Moscou, galerie nationale Tretiakov / ADAGP

Tomas Tranströmer, due poesie da La lugubre gondola

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DUE CITTA’

Ciascuna sul suo lato di uno stretto, due città
l’una oscurata, occupata dal nemico.
Nell’altra brillano le luci.
La spiaggia luminosa ipnotizza quella scura.
.
Io nuoto verso il largo in trance
sulle acque scure luccicanti.
Un sordo suono di tromba irrompe.
E’ la voce di un amico, prendi la tua tomba e vai.
.
.

§

LA LUCE FLUISCE DENTRO

Fuori dalla finestra c’è il lungo animale della primavera
il drago trasparente dello splendore del sole
corre via come un treno locale
interminabile – non siamo mai riusciti a vederne la testa
.
Le ville sulla spiaggia si spostano di lato
sono disdegnose come granchi.
Il sole fa sbattere le palpebre alle statue.
.
Il furioso oceano di fuoco fuori nello spazio
si fa terra e diviene carezza.
Il conto alla rovescia è cominciato.

 

*

Tomas Tranströmer (Stoccolma, 15 aprile 1931 – Stoccolma, 26 marzo 2015), La lugubre gondola, traduzione e curatela di Gianna Chiesa Isnardi, BUR Rizzoli, 2011.

Wisława Szymborska, Sorrisi

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Sorrisi

Il mondo vuol vedere la speranza sul viso.
Per gli statisti diventa l’obbligo il sorriso.
Sorridere vuol dire non darsi allo sconforto.
Anche se il gioco è complesso, l’esito incerto,
gli interessi contrastanti – è sempre consolante
che la dentatura sia bianca e ben smagliante.

Devono mostrare una fronte rasserenata
sulla pista e nella sala delle conferenze.
Un’andatura svelta, un’espressione distesa.
Quello dà il benvenuto, quest’altro si accomiata.
È quanto mai opportuno un volto sorridente
per gli obiettivi e tutta la gente lì in attesa.

La stomatologia in forza alla diplomazia
garantisce sempre un risultato impressionante.
Canini di buona volontà e incisivi lieti
non possono mancare quando l’aria è pesante.
I nostri tempi non sono ancora così allegri
perché sui visi traspaia la malinconia.

Un’umanità fraterna, dicono i sognatori,
trasformerà la terra nel paese del sorriso.
Ho qualche dubbio. Gli statisti, se fosse vero,
non dovrebbero sorridere il giorno intero.
Solo a volte: perché è primavera, tanti i fiori,
non c’è fretta alcuna, né tensione in viso.
Gli esseri umani sono tristi per natura.
È quanto mi aspetto, e non è poi così dura.

*

Wisława Szymborska, da Grande numero (1976)

in Vista con granello di sabbia, Biblioteca Adelphi, 2009

Ghiannis Ritsos, Il tuo corpo tagliato

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Il tuo corpo tagliato
da una lama di luce –
per metà carne
per metà ricordo.

Illuminazione obliqua,
il grande letto
intero,
il tepore lontano,
e la coperta rossa.

Chiudo la porta,
chiudo le finestre.
Vento con vento.
Unione inespugnabile.

Con la bocca piena
di un boccone di notte.
Ahi, l’amore.

*

Ghiannis Ritsos, trad. di Nicola Crocetti

da AA.VV. Nuove poesie d’amore, Crocetti Editore

Wisława Szymborska, Nulla è in regalo

un soffione

Nulla è in regalo

Nulla è in regalo, tutto è in prestito.
Sono indebitata fino al collo.
Sarò costretta a pagare per me
con me stessa,
a rendere la vita in cambio della vita.
.
È così che è stabilito,
il cuore va reso
e il fegato va reso
e ogni singolo dito.
.
È troppo tardi per impugnare il contratto.
Quanto devo
mi sarà tolto con la pelle.
.
Me ne vado per il mondo
tra una folla di altri debitori.
Su alcuni grava l’obbligo
di pagare le ali.
Altri dovranno, per amore o per forza,
rendere conto delle foglie.
.
Nella colonna Dare
ogni tessuto che è in noi.
Non un ciglio, non un peduncolo
da conservare per sempre.
.
L’inventario è preciso,
e a quanto pare
ci toccherà restare con niente.
.
Non riesco a ricordare
dove, quando e perché
ho permesso che aprissero
questo conto a mio nome.

La protesta contro di esso
la chiamiamo anima.
E questa è l’unica voce
che manca nell’inventario.

*

da “La fine e l’inizio” (1993)

Wisława Szymborska (Kórnik, 1923 – Cracovia, 2012), daVista con granello di sabbia, Adelphi 2009

Miklós Radnóti, Ode titubante

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Ode titubante, di Miklós Radnóti  (Budapest, 1909 – Abda, 1944) 

Mi preparo da tanto per dirti
il misterioso sistema stellare del mio amore;
in una sola immagine forse o solo l’essenziale.
Ma sei brulicante e trabocchi in me come il mio essere,
e a volte così sicura, così eterna,
come nella pietra la chiocciola pietrificata.
Sopra la mia testa scorre la notte striata dalla luna
e frusciando caccia i piccoli sogni fugaci.
E non so ancora dirti
cosa significa per me, quando lavoro,
sentire il tuo sguardo protettivo sulla mia mano.
Non c’è paragone che valga. Mi viene in mente, ma lo butto via.
L’indomani comincio tutto da capo,
perché io valgo quanto la parola
nei miei versi, e questo mi agita
finché non restano di me che le ossa e qualche ciuffo di capelli.
Sei stanca, e anch’io sento che il giorno è stato lungo,
cos’altro posso dire? gli oggetti sul tavolo
ti guardano incantati, ti ammira mezza zolletta
di zucchero, e una goccia di miele cade e brilla
sulla tovaglia come una pallina d’oro,
il bicchiere dell’acqua vuoto suona da solo.
È felice perché vive con te. E forse avrò ancora tempo
per dirti com’è l’attesa di te.
Il buio cadente del sonno ogni tanto ti sfiora,
vola via, poi torna sulla tua fronte,
gli occhi assonnati mi mandano ancora un cenno di saluto,
i tuoi capelli si sciolgono, si spandono in fiamme
e ti addormenti. L’ombra delle lunghe ciglia batte.
La tua mano cade sul mio cuscino, ramo di betulla che addormenta,
ma anch’io dormo in te, non sei un altro mondo.
E sento fin qui mutare le tante
linee sottili e misteriose
nel tuo fresco palmo.

1943

da “Mi capirebbero le scimmie”, Donzelli Poesia, 2009 (Traduzione di Edith Bruck)