Giovanni Raboni, brevissima antologia

Magritte Gli Amanti seconda versione

Giovanni Raboni (1932 – 2004), brevissima antologia 

NOTIZIA

Solo qualche parola,
solo una notizia sul rovescio del conto
sbagliato dal padrone.
Forse è tardi, può darsi che la ruota
giri troppo in fretta perchè resti qualcosa:
occhi squartati, teste di cavallo,
bei tempi di Guernica.
Qui i frantumi diventano poltiglia.
E anch’io che ti scrivo
da questo luogo non trasfigurato
non ho frasi da dirti, non ho
voce per questa fede che mi resta,
per i fiaschi simmetrici, le sedie
di paglia ortogonali,
non ho più vista o certezza, è come
se di colpo mi fosse scivolata
la penna dalla mano
e scrivessi col gomito o col naso.

~

NON DI QUESTO PRESENTE ORA BISOGNA

Non di questo presente ora bisogna
vivere – ma in esso sì: non c’è modo,
pare, d’averne un altro, non c’è chiodo
che scacci questo chiodo. Nè a chi sogna

va meglio, che le più volte si infogna
a figuararlo, e fa più groppi al nodo
se cerca di disfarlo (sta nel todo
che si crede nel nada, sempre) o agogna,

ma con che lama? troncarlo. La mente
infortunata non ha altra fortuna,
dunque, che nel pensiero? Certo a niente

più la mia si consola che se in una
deposizione o un offertorio gente
dispersa solennemente s’aduna.

~

IL RIMORSO DI SAN GIOVANNI BATTISTA 

Silenzio. Udite. Io annuncio la sua morte
perchè sono di fronte a voi l’autore
della sua venuta e dei suoi giorni
disastrosi. Oh fossi morto prima,
nel deserto, come muoiono i cammelli
che si fidano troppo del proprio gozzo! Io così
della mia memoria, della memoria
che Dio mi concede sulle cose future.
Io non volevo ucciderlo
ma la mia fede si è tramutata in pietra o coltello, il mio            [battesimo
in violento scorpione. Mi perdoni
se troppo poco ho peccato! Io fiorisco di colpa
come la Vergine è fiorita in lui
nel grembo involontario.

~

ABBASTANZA POSTO

Passa il tempo, ci sentiamo
più grandiosi ogni giorno: però
siamo sempre la gente che tira su il sopracciglio
o si gratta la punta del naso, continuiamo
a pensare che tipi così (quello
che striscia e non ha palbebre quello che fa
l’amore con le forchette e con la corda) siano,
rispetto a noi, qualcuno – a non capire
che c’è abbastanza posto per ciascuno di loro
in ciascuno di noi.

~

ALBA

Ormai fa giorno. Non basta
sedere gravemente sulla sedia di paglia
vestito di canna e di sangue
ascoltando le ingiurie dei soldati, ospitando nel fianco
l’orma sintetica della lancia. Perché sia giorno bisogna
avere gli occhi lontani dalla guancia,
l’unghia sparsa dal dito,
una mano di calce sopra il cuore.

In apertura: R.Magritte, Gli amanti (seconda versione)

Versi di Rocco Scotellaro

Quattro poesie di Rocco Scotellaro

*

La terra mi tiene

Lunga strada seppur deserta

dove puoi menarmi non vedo

punto d’arrivo.

.

Scordarmi i vivi per ritrovarli

con tutto il peso che mi porto

della vita che m’è nata

i fiori son cresciuti la luce li accende.

.

Sradicarmi? la terra mi tiene

e la tempesta se viene

mi trova pronto.

.

Indietro

ch’è tardi

ritorno a quelle strade rotte in trivi oscuri.

.

(Tivoli, 1942)

.

.

Campagna

.

Passeggiano i cieli sulla terra

e le nostre curve ombre

una nube lontano ci trascina.

Allora la morte è vicina

il vento tuona giù per le vallate

il pastore sente le annate

precipitare nel tramonto

e il belato rotondo nelle frasche.

.

(1948)

.

.

Primavera

.

Stanotte il cielo è un mandorlo fiorito

e nella valle il cuculo già freme.

.

(1941)

.

.

Sempre nuova è l’alba

.

Non gridatemi più dentro,

non soffiatemi in cuore

i vostri fiati caldi, contadini.

.

Beviamoci insieme una tazza colma di vino!

che all’ilare tempo della sera

s’acquieti il nostro vento disperato.

.

Spuntano ai pali ancora

le teste dei briganti, e la caverna –

l’oasi verde della triste speranza –

lindo conserva un guanciale di pietra…

.

Ma nei sentieri non si torna indietro.

Altre ali fuggiranno

dalle paglie della cova,

perché lungo il perire dei tempi

l’alba è nuova, è nuova.

.

(1948)

.

Vittorio Sereni, due poesie

Edward Hopper Night Shadows

Due poesie da Gli strumenti umani di Vittorio Sereni (1913 – 1983)

*

Viaggio di andata e ritorno 

Andrò a ritroso della nostra corsa
di poco fa
che tanto bella mai ti sorprese la luna.
Mi resta una città prossima al sonno
di prima primavera.
O fuoco che ora tu sei
dileguante, o ceneri confuse
di campagna che annotta e si sfa,
o strido che sgretola l’aria
e insieme divide il mio cuore.

~

Ancora sulla strada di Zenna

Perché quelle piante turbate m’inteneriscono?
Forse perché ridicono che il verde si rinnova
a ogni primavera, ma non rifiorisce la gioia?
Ma non è questa volta un mio lamento
e non è primavera, è un’estate,
l’estate dei miei anni.
Sotto i miei occhi portata dalla corsa
la costa va formandosi immutata
da sempre e non la muta il mio rumore
né, più fondo, quel repentino vento che la turba
e alla prossima svolta, forse finirà.
E io potrò per ciò che muta disperarmi
portare attorno il capo bruciante di dolore.
Ma l’opaca trafila delle cose
che là dietro indovino: la carrucola nel pozzo,
la spola della teleferica nei boschi,
i minimi atti, i poveri
strumenti umani avvinti alla catena
della necessità, la lenza
buttata a vuoto nei secoli,
le scarse vite, che all’occhio di chi torna
e trova che nulla nulla è veramente mutato
si ripetono identiche,
quelle agitate braccia che presto ricadranno,
quelle inutilmente fresche mani
che si tendono a me e il privilegio
del moto mi rinfacciano.
Dunque pietà per le turbate piante
evocate per poco nella spirale del vento
che presto da me arretreranno via via
salutando salutando.
Ed ecco già mutato il mio rumore
s’impunta un attimo e poi si sfrena
fuori da sonni enormi
e un altro paesaggio gira e passa.

In apertura: Eduard Hopper, Night Shadows

Wisława Szymborska, due poesie

ph.AnGre

Maria Wisława Anna Szymborska (1923 – 2012) è stata una poetessa polacca. Premiata con il Nobel per la letteratura nel 1996 e con numerosi altri riconoscimenti, è generalmente considerata la più importante poetessa polacca degli ultimi anni e una delle poetesse più amate dal pubblico di tutto il mondo.

*

Amore a prima vista 

Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
È bella una tale certezza
ma l’incertezza è più bella.

Non conoscendosi, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da molto tempo potevano incrociarsi?

Vorrei chiedere loro
se non ricordano –
una volta un faccia a faccia
in qualche porta girevole?
uno « scusi » nella ressa?
un « ha sbagliato numero » nella cornetta?
– ma conosco la risposta.
No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio tempo
il caso giocava con loro.

Non ancora pronto del tutto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
tagliava loro la strada
e soffocando una risata
con un salto si scansava.

Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa
o lo scorso martedì
una fogliolina volò via
da una spalla a un’altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà, forse già la palla
tra i cespugli dell’infanzia?

Vi furono maniglie e campanelli
su cui anzitempo
un tocco si posava su un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà

~

La fine è l’inizio

Dopo ogni guerra
c’è chi deve ripulire.
In fondo un po’ d’ordine
da solo non si fa.

C’è chi deve spingere le macerie
ai bordi delle strade
per far passare
i carri pieni di cadaveri.

C’è chi deve sprofondare
nella melma e nella cenere,
tra le molle dei divani letto,
le schegge di vetro
e gli stracci insanguinati.

C’è chi deve trascinare una trave
per puntellare il muro,
c’è chi deve mettere i vetri alla finestra
e montare la porta sui cardini.

Non è fotogenico,
e ci vogliono anni.
Tutte le telecamere sono già partite
per un’altra guerra.

Bisogna ricostruire i ponti
e anche le stazioni.
Le maniche saranno a brandelli
a forza di rimboccarle.

C’è chi, con la scopa in mano,
ricorda ancora com’era.
C’è chi ascolta
annuendo con la testa non mozzata.

Ma presto lì si aggireranno altri
che troveranno il tutto
un po’ noioso.

C’è chi talvolta
dissotterrerà da sotto un cespuglio
argomenti corrosi dalla ruggine
e li trasporterà sul mucchio dei rifiuti.

Chi sapeva
di che si trattava,
deve far posto a quelli
che ne sanno poco.
E meno di poco.
E infine assolutamente nulla.

Sull’erba che ha ricoperto
le cause e gli effetti,
c’è chi deve starsene disteso
con una spiga tra i denti,
perso a fissare le nuvole.

Traduzioni di Pietro Marchesani

Juan Ramón Jiménez, brevissima antologia

Juan Ramón Jiménez Mantecón (Moguer, 24 dicembre 1881 – San Juan, 29 maggio 1958) è stato un poeta spagnolo. Premio Nobel per la letteratura nel 1956, è stato uno dei più importanti intellettuali della generazione del ’14.

*

CANZONE

Quando le tue mani erano luna,
colsero dal giardino del cielo
i tuoi occhi, violette divine.

Che nostalgia, quando i tuoi occhi
ricordano, di notte, il loro cespo
alla luce morta delle tue mani!

Tutta la mia anima, col suo mondo,
metto nei miei occhi della terra,
per ammirarti, moglie splendida!

Non incontreranno le tue due violette
il leggiadro luogo a cui elevo
cogliendo nella mia anima l’increato?

~

NOSTALGIA DEL MARE

Quanto dolore,
bellezza!

L’odio accende fuochi di passione
sui fuochi lontani fari, grandi fiori rossi,
delle coste del mare; grida all’erta
di fiamma bianca e verde,
sulle grida di fiamme
dei sogni, che, come nei sogni,
non si sa, in verità, se furono…
E sono quelli ancor mal desti
che brutta espressione, che freddo!
contro quelli ancor mal addormentati
che brivido, che espressione ancor più brutta!

E la morte si unisce con la vita

inaspettatamente, qua e là, come in bagliori
di cento colori tragici ed acuti;
si unisce con il sogno,
che preferisce morire anzichè svegliarsi.
si unisce con il sogno.

Comincia a far giorno rosso e bianco.
Coste che fumano, nel primo sole,
per quelli che vivono ancora!

~

CONVALESCENZA

Solo tu mi sei accanto, sole amico.
Come un cane di luce, lambisci il letto bianco;
e io perdo la mia mano entro il tuo pelo d’oro,
vinta dalla stanchezza.

Quante cose che furono
vanno via… ancora più lontano!
Taccio
e sorrido, come un
bimbo, mentre tu, buono, mi lambisci.

… Di colpo, sole, t’ergi,
guardia fedele della mia disfatta,
e con grida ardenti e pazze
abbai ai vani fantasmi
che, mute ombre, mi minacciano
dal deserto del tramonto.

~

INCONTRO DI DUE MANI

Incontro di due mani
in cerca di stelle,
nella notte!

Con che pressione immensa
si sentono le purezze immortali!

Dolci, quelle due dimenticano
la loro ricerca senza sosta,
e incontrano, un istante,
nel loro circolo chiuso,
quel che cercavano da sole.

Rassegnazione d’amore,
tanto infinita come l’impossibile!

~

Destino! Che albero invisibile e infinito
dà il tuo frutto, che l’anima
a volte raccoglie, maturo?
Quali di queste idee sono i tuoi rami,
di questi sentimenti sono i tuoi fiori,
di queste canzoni sono i tuoi uccelli,
di questi sorrisi i tuoi profumi?
Cosa alimenta le tue radici?
In che modo, da dove, come in questo limone
dalla mia finestra, tu entri
nella nostra stanza più interna
e lì sfiori, dolcemente, il cuore?

~

Venne, dapprima, pura,
vestita d’innocenza.
E l’amai come un bimbo.

Poi si venne coprendo
di non so quali vesti.
E venni odiandola, senza saperlo.

Diventò una regina,
fastosa di tesori…
Che amarezza iraconda e senza senso!

…Ma si venne spogliando.
Ed io le sorridevo.

Restò con la tunica
della sua antica innocenza.
Credetti nuovamente in lei.

E si tolse la tunica
e apparve tutta nuda…
Oh passione della mia vita, nuda
poesia, per sempre mia!

Erich Fried, tre poesie

cuore

Tre poesie di Erich Fried (Vienna, 1921 – Baden-Baden, 1988); poeta austriaco naturalizzato britannico. Ebreo, fu costretto ad abbandonare il suo paese nel 1938 dopo l’occupazione nazista; emigrato a Londra, fu giornalista e commentatore del programma in lingua tedesca della BBC.

*

TU

Dove non c’è libertà
tu sei la libertà
dove non c’è dignità
tu sei la dignità
dove non c’è calore
e vicinanza tra esseri umani
tu sei la vicinanza e il calore
cuore del mondo insensibile
Le tue labbra e la tua lingua
sono domande e risposte
Tra le tue braccia e nel tuo grembo
c’è qualcosa che somiglia alla pace
ogni tua forzata partenza
anela il ritorno
sei l’inizio del futuro
cuore di un mondo insensibile.
Non sei un concetto di fede
nessuna filosofia
nessuna regola o proprietà
a cui aggrapparsi
e puoi sbagliare e dubitare e lasciar correre
cuore del mondo insensibile.
Chi ha nostalgia di te
quando io ho nostalgia di te?
Chi ti accarezza
quando la mia mano ti cerca?
Sono io o sono
i resti della mia gioventù?
Sono io o sono gli inizi
della mia vecchiaia?
E’ il mio coraggio di vivere
o la mia paura di morire?
E perchè la mia nostalgia
dovrebbe dirti qualcosa?
E che cosa ti dà la mia esperienza
che mi ha solo reso triste?
E che cosa ti danno le mie poesie
in cui dico soltanto
come è diventato difficile
essere o dare?
Eppure brilla nel giardino
il sole nel vento prima della pioggia
e profuma l’ erba che muore
e il ligustro
e io ti guardo
e la mia mano tastando ti cerca.

~

LA VITA SAREBBE FORSE PIÙ SEMPLICE

La vita sarebbe forse più semplice
se io non ti avessi mai incontrata.
Meno tristezza
ogni volta che dobbiamo separarci
meno paura
della prossima separazione
e di quella che verrà ancora.
E anche poco
di quella nostalgia impotente
che quando non ci sei
vuole l’impossibile
e subito
e fra un istante
e che poi, poichè non è possibile,
resta turbata
e respira a fatica.
La vita sarebbe forse più semplice
se io non ti avessi mai incontrata,
soltanto non sarebbe la mia vita.

~

NEI PENSIERI

Pensarti
e pensare a te
e pensare soltanto a te

e pensare a berti
e pensare ad amarti
e pensare e sperare

e sperare e sperare

e sperare sempre più
di rivederti sempre.
Non vederti

e nei pensieri
non soltanto pensarti
ma già berti
e già amarti.

E soltanto allora aprire gli occhi
e nei pensieri
soltanto allora vederti
e poi pensarti

e poi di nuovo amarti
e poi di nuovo berti
e poi vederti sempre più bella

e poi vederti pensare
e pensare che ti vedo
E vedere che posso pensarti

e sentirti
anche se per tanto tempo ancora
non potrò vederti.

Salvatore Toma, due poesie

nuvole-rosse

Salvatore Toma (Maglie – LE, 1951–1987), tre poesie

*

Ci sono rocce desolate
sulla Badisco alta
giostrellate da un vento
profumato di rosmarino
e di erbe selvagge.
Un lontanissimo giorno
mi stesi a prendere il sole
a precipizio sul mare
illuso di possedere
il cielo e la terra.
Quasi quasi m’assopivo
se non c’era
il garrire alto del rondone
a volte urtante
a volte lento come d’estate
il miracolo dei papaveri.
Mi girai di lato
ammaliato da un maggiolino
a guardarlo con occhi di lente
da vicino. Mi pareva
una terrena stella vivente
amori impenetrabili segreti…
che ne sapevo
che tu eri già nata
dov’eri
e che le tue labbra di vela
i tuoi occhi
la tua smania di vivere
brillavano più dei suoi colori?

~

Arriverà la vita
arriverà
arriveranno le grandi cime
mosse dal vento
l’azzurro dei fiumi
e la neve
e i giorni senza peccato.
Arriverà
la squaw dei tuoi pensieri
l’anima ideale
i figli ideali
e la vita.
Arriverà la primavera
coi suoi fiocchi rosa
come se avesse partorito
la femminilità.
Arriverà la gioia di vivere
a costo di morire.
Ritorneranno le mandrie di bisonti
a ricordarci i polveroni americani.
All’orizzonte
li avvisteremo come
una enorme traumatica onda gialla.
Ritorneranno gli indiani
i bambini chiassosi
con gli archi finti fantasiosi.
Ritorneranno
le squaw a lavare i panni
sulle rive dei fiumi celestiali
e il cane randagio fra le tende
che nessuno si sogna di cacciare.
Ritornerà
la vista dei castori
innocenti roditori di tronchi
e le loro tane
le loro gallerie
l’aria delle praterie
e l’odore leggendario
dello sterco dei cavalli.
Ritornerà
il pioniere costruito d’avventure
di partenze di speranze
di terre promesse.
Arriverà la vita,
arriverà,
palazzi città auto ferrovie
saranno dilaniati come antilopi.
Il leone che è in noi
ruggirà in maniera mai sentita
sbranando uomini e donne
bambini invecchiati
e vecchi arroganti
malati di dominio.
Arriverà la pace
il silenzio mosso
da un canto divino.
Ci sentiremo lo stomaco
svuotato di carni
non avremo bisogno di mangiare
respireremo vento
aria neve gelsi
il selvatico che è in noi
prevarrà.
La verità
arriverà.

Miklós Radnóti, quattro poesie

Miklòs Radnòti,  (Budapest 1909 – Abda, Györ, 1944) poeta ungherese. Perseguitato per la sua origine ebraica, fu mobilitato dopo il 1941 nel servizio obbligatorio del lavoro e destinato prima in Ucraina, poi alle miniere di rame di Bor, in Iugoslavia. Venne ucciso dalle SS durante una marcia di trasferimento da un campo di deportazione a un altro. La sua prima antologia poetica, “Saluto pagano” (1930), è dominata da un tumultuoso senso di ribellione, con echi frequenti del surrealismo francese;  a essa seguì, nel 1931, la raccolta “Canti di pastore di nuova foggia”, immediatamente sequestrata, perché ritenuta sobillatoria e irreligiosa. Dal 1936 le note ricorrenti di una morte presentita (significativo il titolo di un volume di quell’anno: “Cammina, condannato a morte”) costituiscono il contrappunto drammatico alla costante aspirazione del poeta all’idillio, nelle sue molteplici forme di ricordo, nostalgia, sete o speranza di vivere. Durante gli anni più duri della guerra, nel dilagare delle persecuzioni e degli orrori, compose liriche che sono testimonianze uniche di dolore e di sofferenza. Il suo ultimo taccuino di versi gli fu trovato addosso quando il suo corpo fu riesumato dalla fossa comune.

***

Ode titubante

Mi preparo da tanto per dirti
il misterioso sistema stellare del mio amore;
in una sola immagine forse o solo l’essenziale.
Ma sei brulicante e trabocchi in me come il mio essere,
e a volte così sicura,così eterna,
come nella pietra la chiocciola pietrificata.
Sopra la mia testa scorre la notte striata dalla luna
e frusciando caccia i piccoli sogni fugaci.
E non so ancora dirti
eosa significa per me, quando lavoro,
sentire il tuo sguardo protettivo sulla mia mano.
Non c’è paragone che valga. Mi viene in mente, ma lo butto via.
L’indomani comincio tutto da capo,
perché io valgo quanto la parola
nei miei versi, e questo mi agita
finché non restano di me che le ossa e qualche ciuffo di capelli.
Sei stanca, e anch’io sento che il giorno è stato lungo,
cos’altro posso dire? gli oggetti sul tavolo
ti guardano incantati, ti ammira mezza zolletta
di zucchero, e una goccia di miele cade e brilla
sulla tovaglia come una pallina d’oro,
il bicchiere dell’acqua vuoto suona da solo.
È felice perché vive con te. E forse avrò ancora tempo
per dirti com’è l’attesa di te.
Il buio cadente del sonno ogni tanto ti sfiora,
vola via, poi torna sulla tua fronte,
gli occhi assonnati mi mandano ancora un cenno di saluto,
i tuoi capelli si sciolgono, si spandono in fiamme
e ti addormenti. L’ombra delle lunghe ciglia batte.
La tua mano cade sul mio cuscino, ramo di betulla che addormenta,

ma anch’io dormo in te, non sei un altro mondo.
E sento fin qui mutare le tante
linee sottili e misteriose
nel tuo fresco palmo.

*

Non posso sapere

Non posso sapere cosa significa per un altro questo paesaggio,
per me è la casa natia abbracciata dalle fiamme,
un piccolo paese, culla del mio lontano mondo infantile.
Mi ha generato, come il tronco dell’albero il fragile ramo,
anche il mio corpo, spero, sprofonderà in questa terra.
Sono a casa. E se a volte s’inginocchia ai miei piedi
un cespuglio, so il suo nome, ne conosco il fiore,
so dove va chi cammina per strada,
so cosa significa in un crepuscolo estivo
il rosso dolore che cola dai muri.
Per chi lo sorvola in aereo, il paesaggio è una carta geografica,
ignora dove ha abitato Vörösmarti Mihály;
quella carta cosa gli nasconde? A lui fabbriche e rozze caserme,
a me cavallette, buoi, torri e miti fattorie;
lui dal binocolo vede fabbriche e campi coltivati,
io invece anche il lavoratore che trema per il suo lavoro,
boschi, frutteti fischiettanti, vigneti e tombe,
tra le tombe la vecchina che piange in silenzio,
e ciò che dall’alto è ferrovia da distruggere, o fabbrica,
è la casa cantoniera, e il cantoniere è lì davanti,
con la bandierina rossa in mano e tanti bambini attorno,
nel cortile delle fabbriche un mastino si rotola per terra;
ed è lì anche il parco, l’impronta di vecchi amori,
il sapore dei baci nella mia bocca, a volte miele, o uva selvatica,
un giorno andando a scuola sul margine del marciapiede,
per non essere interrogato ho urtato una pietra,
ed eccola quella pietra, ma dall’alto non si vede,
non c’è strumento che possa mostrare tutto questo.

Certo, siamo colpevoli, come gli altri popoli,
e sappiamo in cosa abbiamo peccato, quando, dove e come,
ma qui vivono anche lavoratori, poeti innocenti,
e bimbi in fasce nei quali cresce la ragione,
li illumina da dentro, li veglia, nascosti in buie cantine,
finché il dito della pace non indicherà la nostra patria,
e alla nostra parola soffocata risponderanno loro con fresche parole.

Vigile nuvola notturna, stendi su di noi le tue grandi ali.

*

Ti ho nascosto

Ti ho nascosto a lungo,
come il ramo tra le foglie
il frutto che tarda a maturare,
e ora fiorisci ai miei occhi
come sullo specchio della finestra d’inverno
il fiore giudizioso del ghiaccio.
E so già cosa significa
quando posi la mano sui capelli,
e custodisco già nel cuore
il movimento della caviglia,
e il bell’arco delle costole
che ammiro con distacco,
come chi s’è riposato
su tali meraviglie che respirano.
Eppure nei miei sogni
spesso ho cento braccia
e come un dio in sogno
ti stringo nelle mie cento braccia.

*

È quello che credi. Conosco i tuoi nuovi versi.
È la rabbia che ti tiene in vita.
L’ira apparenta poeti e profeti, è nutrimento per il popolo,
è bevanda! Potrebbe viverne chi vuole finché arriva
il paese promesso da quel giovane allievo rabbino,
che ha obbedito alla Legge e alle nostre parole.
Vieni con me ad annunciare che si sta avvicinando l’ora,
già sta per nascere il paese. Mi chiedo: qual è lo scopo
del Signore? Guarda, è quello il paese. Mettiamoci in cammino, vieni,
uniamo il popolo, porta tua oglie e comincia a tagliare i bastoni.
Il bastone è un buon compagno per l’errante, guarda,
dammi quello, che sia il mio, perché lo preferisco se è nodoso.

Cesare Pavese, due poesie

Due poesie di Cesare Pavese (1908-1950)

*

Ti ho sempre soltanto veduta

Ti ho sempre soltanto veduta,
senza parlarti mai,
nei tuoi istanti più belli.
Ma ho l’anima ormai tanto tesa,
schiantata dalla tua figura,
che non trovo più pace
al suo brivido atroce.
E non posso parlarti,
nemmeno avvicinarmi,
ché cadrebbero tutti i miei sogni.
Oh se tale è il tremore orribile
che ho nell’anima questa notte,
e non ti conoscerò mai,
che cosa diverrebbe il mio povero cuore
sotto l’urto del sangue,
alla sublimità di te?
Se ora mi par di morire,
che vertigine folle,
che palpiti moribondi,
che urli di voluttà e di languore
mi darebbe la tua realtà?
Ma io non posso parlarti,
e nemmeno avvicinarmi:
nei tuoi istanti più belli
ti ho sempre soltanto veduta,
sempre soltanto sognata.

~

Lo spiraglio dell’alba

Lo spiraglio dell’alba
respira con la tua bocca
in fondo alle vie vuote.
Luce grigia i tuoi occhi,
dolci gocce dell’alba
sulle colline scure.
Il tuo passo e il tuo fiato
come il vento dell’alba
sommergono le case.
La città abbrividisce,
odorano le pietre ?
sei la vita, il risveglio.
Stella sperduta
nella luce dell’alba,
cigolio della brezza,
tepore, respiro ?
è finita la notte.
Sei la luce e il mattino.

L’ora fatale di Raymond Queneau

L’ora fatale di Raymond Queneau (1903 – 1976)
.
Quando noi riluttanti penetreremo a forza
entro il regno dei morti
e ci avremo le verruche e i pidocchi e i nostri cancri
proprio come ce l’hanno i morti
quando noi scenderemo sotterra con il naso turato
a raggiungerli i morti
gustate che avremo le funebri onoranze
delizie rinfrescanti per i morti
quando coi denti molli morderemo la polvere
sbriciolata dalle ossa dei morti
e ci avremo le orecchie tappate e il muso intinto nella birra
nel “Bar delle bare”- ritrovo dei morti
quando il corpo sarà sfiancato dagli sforzi midollari
che slombano i morti
col cervello poverello bucherellato come ’na groviera
specialità della casa dei morti
quando il coso sarà moscio e tutti i pezzi fuori uso
non si scopa tra i morti
e la schiena sarà gibbosa e la carcassa deforme
mica gli piace lo sport ai morti
andremo a trovare i vermoni e gli insetti
che si mangiano i morti
trascinandoci la bara fino alla nostra ultima stazione
là dove bofonchiano i morti
quando le bizzoche avranno recitato le dieci avemaria
che rassicurano i morti
e quando avremo rimesso le nostre cause alle carte notarili
che li escludono i morti
legando i nostri beni come i nostri inventari
eccoli qua i bagagli dei morti
ai sopravvissuti che infreddoliti come noi già fanno eccì
ma il naso gli cola molto di più, ai morti
Quando noi riluttanti penetreremo a forza
entro il regno dei morti
insomma ci toccherà come lugubri lumiere
spegnerci proprio come fanno i morti
d’improvviso chiuderemo di scatto il circuito della vita
e allora così ci aggregheremo ai morti
e le nostre famose ultime volontà noi le faremo
abbrustolire sopra il fuoco dei morti
e tu ti rivedi bimbetto e sorridi alla terra
che fa da coperchio ai morti
e sorridi al cielo tutto azzurro tutto luci
dimenticato dai morti
e sorridi agli spazi increspati del mare
che inghiotte in un boccone i morti
e sorridi alla fiamma la dolcissima incendiaria
si sbriciolano in cenere i morti
ti sorride la mamma ti sorride papà
eccoli qua già morti
e i cuginetti e i micetti e i nonni e le nonne
non dirmi che non lo sai che sono tutti morti
e il buon cagnetto Empy e il cagnolino Dudù
i morti fanno Bubù e Bubù
e non sono meno morti i suonati professori
della tua giovinezza sono da tempo belli che morti
e amen per il beccaio amen per la tabaccaia
è una città di morti
e poi eccoti là ragazzo e allora vai alla guerra
dove trovi un esercito di morti
e poi ti sposi e metti al mondo
chissà quanti futuri morti
con lo stipendio mica male tu vivi e già prosperi adesso
sulla pelle dei morti
ed eccoti canuto e allargato e panciuto
tu che detesti i morti
e ti prendono i malanni e gli acciacchi miserabili
ti preoccupano i morti
tossendo e tremolando a poco a poco tu degeneri
già ti avvicini ai morti
fino al dì che poi sarai fottuto e senza scampo e allora
con riluttanza giù ti ficcheranno poi tra i morti
intento a percepire la prima sensazione
che non è per i morti
alla fine ti piacerebbe recuperare la memoria di tutto
perché ti possa separare dai morti
lodevole proposito! giusto lavorìo! coscienza esemplare
di cui sorridono i morti però
perché sempre l’ora fatale ci distrarrà verrà

Rocco Scotellaro, tre poesie

ulivi - van gogh

Campagna

Passeggiano i cieli sulla terra
e le nostre curve ombre
una nube lontano ci trascina.
Allora la morte è vicina
il vento tuona giù per le vallate
il pastore sente le annate
precipitare nel tramonto
e il belato rotondo nelle frasche.

*

È già notte qui nei valloni
è già notte per le campagne
marine.
Dai paesi corrono piccole
nuvole di fumo verso il cielo.
Continua la vita nel gelo.
L’anima è questo respiro
che ci riempie e ci vuota.
E occorre guardarsi indietro
a vedere il giorno
dove corre.
Corre di fronte
alle luci accese dei pali
dove il Vulture adesso
si vede
sullo specchio rosso
di ponente…
Perché l’ombra è già
morta sui pini.

*

Ho capito fin troppo gli anni e i giorni e le ore
gl’intrecci degli uomini, chi ride e chi urla
giura che Cristo poteva morire a vent’anni
le gru sono passate, le rondini ritorneranno.
Sole d’oro, luna piena, le nevi dell’inverno
le mattine degli uccelli a primavera
le maledizioni e le preghiere.

***

Rocco Scotellaro (Tricarico 1923 – Portici 1953) fu uno dei maggiori poeti e intellettuali lucani impegnato nel vivo delle problematiche del secondo dopoguerra. Animato da una forte carica morale e ideale, profusa nella sua produzione letteraria e nell’impegno politico, ha assunto il valore emblematico delle lotte per il riscatto del popolo meridionale. Di umile origine, socialista, fu sindaco di Tricarico dal 1946 al 1950, quando fu arrestato sotto l’infondata accusa di irregolarità amministrative; in seguito, grazie all’intervento di C. Levi, ottenne un impiego presso l’Istituto agrario di Portici. Trasse dalla sensibilità ai problemi sociali della sua terra motivi per alcune opere comparse postume: l’inchiesta Contadini del Sud (1954), il romanzo autobiografico incompiuto L’uva puttanella (1955) e una serie di poesie (È fatto giorno, 1954). In seguito sono stati pubblicati il volume di racconti Uno si distrae al bivio (1974) e la raccolta di versi Margherite e rosolacci (1978). Nel 2019 la sua intera produzione letteraria è stata raccolta nel volume Tutte le opere.

In apertura: Vincent van Gogh, Ulivi

Robert Frost, due poesie

Due poesie da Robert Frost “Fuoco e ghiaccio”, trad.Silvia Bre, Adelphi, 2022.

*

Il taglio del fieno

Nessun rumore accanto al bosco, solo
la lunga falce sussurrava al suolo.
Sussurrava che cosa? Va’ a saperlo;
riguardava magari il sole caldo,
o forse invece l’assenza di rumore –
ecco perché sussurri e non parole.
Non era il dono in sogno di ore oziose
né l’oro alla portata di elfi o fate:
ogni aggiunta alla verità suonava fioca
al serio amore che allineava i fossi,
incluse lievi spighe di fiori (pallide
orchis) e impauriva un serpe verde lucido.
Il reale è il dolce sogno del lavoro.
Lei sussurrava, lasciando il fieno a farsi.

~

L’assalto

Sempre così, quando una notte fatale
la neve accumulata infine cade
bianca nel nero bosco, e con un canto
che mai ripeterà lungo l’inverno
sibilato sul suolo ancora sgombro,
guardando in alto e intorno io quasi inciampo
come uno che sorpreso dalla fine
rinuncia al compito e lascia che la morte
scenda su lui dov’è, senza agire
sul male, senza riportare trionfi,
come non fosse iniziata mai la vita.

Eppure dalla mia ho i precedenti:
so che la morte invernale sfida la terra
solo per fallire: la neve in lunghe tormente
può arrivare senza vento a un metro
contro le querce, le betulle, gli aceri,
ma non frena il gracidio argento delle rane;
e vedrò la neve precipitare a valle
nell’acqua di un rio d’aprile che guizza
tra felci e erbe morte dell’anno prima
come un serpente che sparisce. Nulla
di bianco rimarrà, se non qui una betulla,
un grappolo di case là con una chiesa.

*

Robert Lee Frost (1874 – 1963) è stato un poeta statunitense. È uno dei più noti e importanti poeti americani; fu anche traduttore, drammaturgo e vincitore per quattro volte del Premio Pulitzer.

Fernando Pessoa, tre poesie

nuvole-rosse

Tre poesie di Fernando Pessoa (Lisbona, 1888 – 1935)

*

La feritoia

Non verrò quando chiamerai,
perché quando chiami sono con te.
Quando tra me penso a te sei tu stessa,
e… il tuo pensiero di te.
La tua presenza è la tua assenza vestita
del corpo che nasconde la tua anima.
In me sei posseduta,
nei miei pensieri risiedi interamente.
Fuori da te, affidato al tempo e allo spazio,
il tuo corpo, la tua mera perdita per me,
partecipa al cambio, all’età e al luogo,
appartiene a leggi diverse dalle tue.
Nel mio sogno di te nulla ti cambia
in un’altra che non sia tu.
La tua presenza corporea è quella parte
di te che ti allontana da te.
Chiamami dunque, ma non aspettare.
La tua voce, unita al mio sogno di te,
aggiungerà nuova bellezza al pensiero
del tuo corpo che vive in me.
La tua voce sentita da lontano mi porterà
più vicino la tua presenza sognata.
Più luminosa e più chiara di quel che sembrava
si innalza nella mia immaginazione.
Allora non chiamarmi più.
La tua voce sentita due volte
nello spazio reale sarebbe ora
troppo vicina alla realtà.
La tua seconda voce
era forse la tua prima attenuata.
Chiamami una sola volta.
Chiudo gli occhi
e la tua seconda voce sia sognata,
la visione del tuo corpo balugini dolcemente
nel mio vedere il ricordo del tuo pianto.
La quiete, gli occhi chiusi perché tu non appaia,
saranno la chiara prosecuzione
della sinuosa perseveranza del mio sogno.
Resta lontano, in silenzio, non venire qui,
poiché tu non verresti tanto vicino per vedere
e fuori dai miei pensieri non andresti verso di te,
adagiando su di me il tuo corpo sognato,
(l’infinita forma-sogno del tuo corpo)
il tuo limite, la visibilità.

~

Penso a te nel silenzio 

Penso a te nel silenzio della notte
quando tutto è nulla,
e i rumori presenti
nel silenzio sono il silenzio stesso,
allora solitario di me, passeggero fermo
di un viaggio senza Dio, inutilmente penso a te.
Tutto il passato in cui fosti un momento eterno
è come questo silenzio di tutto.
Tutto il perduto, in cui fosti quel che più persi.
è come questi rumori,
tutto l’inutile, in cui fosti quel che non doveva essere,
è come il nulla che sarà
in questo silenzio notturno.
Ho visto morire o sentito che morirono,
quanto amai o conobbi,
ho visto non saper più nulla di quelli che un po’ andarono
con me, e poco importa se fu un’ora
o qualche parola;
o un passeggio emotivo e muto,
e il mondo oggi per me è un cimitero di notte,
bianco e nero di tombe e alberi e di chiardiluna,
ed è in questa quiete assurda di me e di tutto
che penso a te.

~

Lisbona rivisitata

Nulla mi lega a nulla.
Voglio cinquanta cose nel medesimo tempo.
Anelo con un’angoscia di fame di carne
quel che non che sia – definitamente per l’indefinito…
Dormo irrequieto, e vivo in un sognare irrequieto
di chi dorme irrequieto, mezzo sognando.
Mi chiusero tutte le porte astratte e necessarie.
Abbassarono cortine su tutte le ipotesi che avrei
potuto vedere nella via.
Non c‘è nella traversa trovata numero di porta che
m’hanno dato.
Mi sono svegliato alla stessa vita a cui m’ero
addormentato.
Perfino i miei eserciti sognati hanno patito sconfitta.
Perfino i miei sogni si sono sentiti falsi all’essere sognati.
Perfino la vita soltanto desiderata mi nausea – perfino questa vita…
Comprendo a intervalli sconnessi;
scrivo per lapsus di stanchezza;
e un tedio che è perfino del tedio mi scaraventa sulla spiaggia.
Non so che destino o futuro compete alla mia
angoscia senza timone;
non so che isole del Sud impossibile mi aspettano
naufrago;
o che palmeti di letteratura mi daranno almeno un verso.
No, non so questo, né altra cosa, né cosa alcuna…
E, nel fondo del mio spirito, ove sogno quel che ho sognato,
nei campi ultimi dell’anima, ove ricordo senza motivo
(e il passato è una nebbia naturale di lacrime false),
nelle strade e nei sentieri di foreste lontane
ove ho immaginato il mio essere,
fuggono smantellati, ultimi resti
dell’illusione finale,
i miei eserciti sognati, sconfitti senza essere esistiti,
le mie coorti da esistere, sfracellate in Dio.
Un’altra volta ti rivedo,
città della mia infanzia paurosamente perduta…
città triste e lieta, un’altra volta sogno qui…
Io? Ma sono lo stesso che qui è vissuto, e qui è tornato,
e qui è tornato a tornare, e a ritornare.
E qui di nuovo sono tornato a tornare?
O siamo tutti gli Io che sono stato qui o sono stati,
una serie di chicchi-enti legati da un filo-memoria,
una serie di sogni di me, di qualcuno fuori di me?
Un’altra volta ti rivedo,
col cuore più lontano, l’anima meno mia.
Un’altra volta ti rivedo – Lisbona e Tago e tutto – passeggero inutile di te e di me,
straniero qui come in ogni parte,
casuale nella vita come nell’anima,
fantasma errante in sale di ricordi,
al rumore dei topi e delle tavole che scricchiolano
nel castello maledetto di dover vivere…
Un’altra volta ti rivedo,
ombra che passa attraverso ombre, e brilla
un momento a una funebre luce sconosciuta,
e penetra nella notte come una scia di nave si perde
nell’acqua che cessa di udirsi…
Un’altra volta ti rivedo,
ma, ahi, me non rivedo!
S‘è rotto lo specchio magico in cui mi rivedevo identico,
e in ogni frammento fatidico vedo solo un pezzo di me – un pezzo di te e di me!…

Vittorio Bodini, due poesie

9~Leuca - Faro di Punta Palascia

Vittorio Bodini nasce il 6 gennaio del 1914 a Bari da genitori leccesi, che prestissimo si trasferiscono a Lecce con lui. A diciotto anni fonda un gruppo futurista e nel 1937 si iscrive alla Facoltà di Filosofia di Firenze, dove si laurea nel 1940; tornato a Lecce, con Oreste Macrì cura le pagine di alcune riviste e pubblica le prime poesie. Nel 1946 si trasferisce in Spagna come lettore d’italiano e poi antiquario e nel 1950 rientra a Lecce, dove dopo due anni riceve la cattedra di Letteratura Spagnola presso l’Università di Bari. Continua ad avere rapporti stabili con il Salento, anche se negli ultimi dieci anni si è trasferito a Roma, dove muore il 19 dicembre 1970. È autore di pochi, ma preziosi libri di poesia: La luna dei Borboni (1952), Dopo la luna (1956), Metamor (1967) e Poesie (1972, postuma).

*

Cade a pezzi a quest’ora sulle terre del Sud
un tramonto da bestia macellata.
L’aria è piena di sangue,
e gli ulivi, e le foglie del tabacco,
e ancora non s’accende un lume.

Un bisbigliare fitto, di mille voci,
s’ode lontano dai vicini cortili:
tutto il paese vuole far sapere
che vive ancora
nell’ombra in cui rientra decapitato
un carrettiere dalle cave. Il buio,
com’è lungo nel Sud! Tardi s’accendono
le luci delle case e dei fanali.

Le bambine negli orti
ad ogni grido aggiungono una foglia
alla luna e al basilico.

da La luna dei Borboni e altre poesie (1945 – 61)

~

Tutto un paese sorge contro un uomo
condannato al coraggio:
le torri aragonesi a rombo sulla scogliera
e le case alte un palmo
(e doverti pregare di sorridere!),
come il cucito su cui cade a picco
il profilo severo delle cucitrici
in una poca luce d’oleandri.
Mi sarebbe costato meno uccidere,
in quest’inefficace lume di luna
schiacciata ai poli e preda di vapori
d’un rissoso occidente,
che dover dire: «un uomo come me »,
e sentire lo spazio per tutti e quattro i costati
torcersi come rame bianco, e le stoppie bruciare
in fumo senza vampe.
Le cose si feriscono anche senza di noi.
Che cos’ha questo viso? Io non avrei dovuto
uscire così illeso dai miei naufragi e segnare
nuovi fatti insensati sul bilancio del vivere,
eppure il tempo non si vendica, serba una traccia
dell’antica fierezza che morì
nelle disabitate tombe sparse
fra questi scogli che corrode il mare
e lo zolfo di sommersi vulcani.
È lì che vaga la notte la tua anima
di uomo come me, di me che credo
in quegli avi sepolti per tanti secoli
con un profilo come il mio
con cui guidavano
il corso delle navi e dei cavalli
e amavano pazienti donne dagli occhi d’uva.
Come si dibatte l’omuncolo nell’intrico del sangue
di quell’offesa somiglianza – e intanto perde terreno!
Vedilo dunque saltare, saltare infinitamente
fra queste tombe greche
accecate di terra, in riva al mare,
sparire nelle grotte, ricomparire
col viso tumefatto dal dolciastro egoismo
d’essere ancora vivo senza pietà.

da “Dopo la luna” 1952-1955

*

in apertura: Faro di Punta Palascìa, Otranto (LE)

Michael Strunge, due poesie

ph.AnGre

Michael Strunge Jensen (n.1958), noto anche con lo pseudonimo di Simon Lack, è stato un poeta danese. Considerato come il poeta postmoderno danese più influente e il più studiato, ha scritto 12 raccolte di poesie dal debutto nel 1978 alla morte prematura nel 1986.

*

Nostro

Il nostro amore, una fluttuante poesia
di perfetta mancanza di forma
in cui nessuna regola ci lega le mani
quando cercano lo spirito dei nostri corpi
in cui diventiamo uno nel desiderio di contenere ed essere contenuti
e uno diventa due nel reciproco desiderio
in cui nessuna confusa nebbia ci frena gli occhi
quando cercano i corpi del nostro spirito
in cui diventiamo uno nel reciproco desiderio
e io/tu diventa due nel desiderio di essere contenuti e contenere
in cui nessun caos distorce i pensieri dei nostri sentimenti
quando cercano i pensieri dei nostri sentimenti
in cui diventiamo noi nel desiderio di contenere ed essere contenuti

l’uno dall’altra
in cui l’amore diventa una poesia.

~

Ciò che verrà 

Ciò che verrà
sono monti in fiamme di voglia di vivere
e uccelli che canteranno con voce sottile e forte
la resurrezione della terra.
Ciò che verrà
sono tuoni di voci
gridate sugli abissi della città, un tempo grondanti veleno,
con la forza del ronzio di tutti i sensi:

«Noi conquistiamo di nuovo il nostro pianeta
rompiamo le immagini di noi nei rigidi elaboratori elettronici
di cemento.
Siamo il nuovo popolo
cantiamo le nostre anime
cosicché la mediocrità degli ingannatori e dei potenti
finirà in pezzi e in angoscia.
Noi siamo la nuova chiarezza
conquistata nella lotta contro le macchine
noi siamo la nuova forza creativa
che crea bellezza ed eternità
dalle rovine del vecchio
nella tecnologia, nella natura
nella scienza, nell’arte
nell’accordo…
(nella città, nello spazio!)»

Ciò che verrà
sono vittoria e saggezza
conquistate col canto del bambino
sul segnale elettrico del fiore.

Ciò che verrà
è il nuovo/vecchio
l’estraneo/evidente/sconosciuto
la consapevolezza della coesione del tutto
trovata nell’amicizia e nelle parole
tra le stelle e il popolo del mondo.

*

Versi tratti da La velocità della vita (Elliot, 2014), a cura di B. Berni