Ezra Pound, Quello che veramente ami rimane

Ezra Pound (Hailey, 30 ottobre 1885 – Venezia, 1 novembre 1972)

Quello che veramente ami rimane

Quello che veramente ami rimane,
il resto è scorie
Quello che veramente ami non ti sarà strappato
Quello che veramente ami è la tua vera eredità
Il mondo a chi appartiene, a me, a loro
o a nessuno?
Prima venne il visibile, quindi il palpabile
Elisio, sebbene fosse nelle dimore d’inferno,
Quello che veramente ami e’ la tua vera eredita’
La formica e’ un centauro nel suo mondo di draghi.
Strappa da te la vanità, non fu l’uomo
A creare il coraggio, o l’ordine, o la grazia,
Strappa da te la vanità, ti dico strappala
Impara dal mondo verde quale sia il tuo luogo
Nella misura dell’invenzione, o nella vera abilità dell’artefice,
Strappa da te la vanità,
Paquin strappala!
Il casco verde ha vinto la tua eleganza.
“Dominati, e gli altri ti sopporteranno”
Strappa da te la vanità
Sei un cane bastonato sotto la grandine,
Una pica rigonfia in uno spasimo di sole,
Metà nero metà bianco
Né distingui un’ala da una coda
Strappa da te la vanità
Come son meschini i tuoi rancori
Nutriti di falsità.
Strappa da te la vanità,
Avido di distruggere, avaro di carità,
Strappa da te la vanità,
Ti dico strappala.
Ma avere fatto in luogo di non avere fatto
questa non è vanità. Avere, con discrezione, bussato
Perché un Blunt aprisse
Aver raccolto dal vento una tradizione viva
o da un bell’occhio antico la fiamma inviolata
Questa non è vanità.
Qui l’errore è in ciò che non si è fatto, nella diffidenza che fece esitare.

(da Canti Pisani – Canto LXXXI. Testo tratto dal web)

§

What thou lovest well remains,
the rest is dross
What thou lov’st well shall not be reft from thee
What thou lov’st well is thy true heritage
Whose world, or mine or theirs
or is it of none?
First came the seen, then thus the palpable
Elysium, though it were in the halls of hell,
What thou lovest well is thy true heritage

The ant’s a centaur in his dragon world.
Pull down thy vanity, it is not man
Made courage, or made order, or made grace,
Pull down thy vanity, I say pull down.
Learn of the green world what can be thy place
In scaled invention or true artistry,
Pull down they vanity,
Paquin pull down!
The green casque has outdone your elegance.

“master thyself, then others shall thee beare”
Pull down thy vanity
Thou art a beaten dog beneath the hail,
A swollen magpie in a fitful sun,
Half black half white
Nor knowst’ou wing from tail
Pull down thy vanity
Fostered in falsity,
Pull down thy vanity,
Rathe to destroy, niggard in charity,
Pull down thy vanity,
I say pull down.

But to have done instead of not doing
this is not vanity
To have, with decency, knocked
That a Blunt should open
To have gathered from the air a live tradition
or from a fine old eye the unconquered flame
This is not vanity.
Here error is all in the not done,
all in the diffidence that faltered . . .

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Cintio Vitier, Il volto

per questo testo si ringrazia il blog Poesia in Rete

IL VOLTO, poesia di Cintio Vitier

Ti ho cercato nella scrittura degli uomini che ti hanno
amato. Non miravo alla lettera, ma volevo sentire la
voce che a volte miracolosamente passa attraverso;
ascoltare come loro, vedere coi loro occhi.
Volevo esser loro, viverli, per vederti.

Eri lì, certo; ma sempre dopo, come le parole di una poesia;
imprendibile come il centro di una melodia; disperso,
come i petali d’un fiore che il vento ha strappato.

E più m’inoltravo nella soave, ardente frenesia del boschetto,
più ti allontanavi. Eri quel luccichìo di foglia
o d’ala? Eri quel lungo rumore, o sibilo? Quel silenzio,
quei massi d’un tratto così pallidi?

Eri tutto questo, certo; ma come ricomporti, pezzo a pezzo,
da luccichìi, rumori, pause? Stavi dietro, respirando
e brillando intero: astro che loro avevano visto di
fronte, o intravisto nella nebbia o cercato come io ti
cercavo, e allora tutto ciò che mi restava in mano era
sempre la notte del desiderio, il tremito della speranza.

Ti cercai nei paesaggi vergini d’ogni alfabeto, dove nessuno
è sceso a mettervi un sudario, e che stanno in palmo
di mano a Dio come reliquie: lo sguardo nuziale
delle cordigliere della Sierra o il puro idillio pensante
della Hanabanilla,

e quella sera, dal belvedere di San Biagio, come
nel primo vaporoso mattino del mondo,

e quella notte, sotto l’aspra e dolce stellata dell’Escambray,
sul capo di Cristo giacente che guarda il Padre
viso a viso: la conca dell’occhio della roccia, la narice
e le labbra di roccia, i capelli e le barbe di alberi enormi
e innocenti.

E certo stavi lì; ma un velo ci separava, sottile e insuperabile.
Nel respiro della natura, sempre lontana, sentivo
il tuo silenzioso richiamo e dono, ma non potevo rispondergli,
perché eri e non eri lì, il tuo esser diffuso
era un indicarmi un luogo altro che non sapevo trovare;
me ne tornavo eccitato e triste, il raggio di grazia
scivolato di mano, la gloria soave che ripiomba in petto
e si dissolve.

E anche ti cercavo sempre in me stesso. Non eri forse del
mio lignaggio, del mio sangue? Non eri in qualche
modo me stesso? Non mi bastava infatti calarmi nella
memoria per riplasmarti, nei sapori più segreti, come
l’orfano che al buio tasta i lineamenti della madre?

Ma è davvero possibile ricostruire un’alba? E poi, non
ero io stesso il maggior ostacolo? Quella continua coscienza
di una perdita, di una caduta, di un impossibile,
non era proprio quanto sempre m’impediva di
afferrare la tua realtà?

Ti ho cercata senza tregua, tutta la vita, e ogni volta più
ti travestivi, lasciando mettere al tuo posto grottesche
simulazioni, immagini di vuoto e di vergogna.

Diventavi l’enigma di una follia, un banale quiz, e più non
sapevamo chi eravamo, da dove venivamo, il sapore
dei cibi del corpo e dello spirito.

Invece oggi finalmente ti vedo, volto di patria mia! È stato
semplice come aprire gli occhi.

So che la visione presto cesserà, sta già svanendo, e che
l’abitudine minaccia di nuovo di invadere tutto con le
sue vaste mareggiate. Perciò mi affretto a dire:

Il volto vivo, mortale ed eterno della mia patria è nel volto
di questi uomini umili che son venuti a liberarci.

Io li guardo come uno che beve l’unica cosa che può saziarlo.
Li guardo per riempire l’anima di verità. Perché
essi sono la verità.

Perché in nessun libro, in nessuna poesia né paesaggio né
coscienza né ricordo, ma in questi contadini, si
verifica la sostanza della patria come nel giorno della
resurrezione.

6.1.59

*

dalla rivista “Poesia”, Anno XXV, Novembre 2012, N. 276, Crocetti Editore, trad. di Nicola Licciardello

*

Cintio Vitier – Poeta cubano (Key West, Florida, 1921 – L’Avana 2009). Esponente del gruppo Orígenes, sorto intorno a J. Lezama Lima, ha dedicato ai poeti che lo costituirono importanti studî (Diez poetas cubanos1948Cincuenta años de poesía cubana. 1902-1952, 1952) e parte di un’ampia produzione saggistica (Lo cubano en la poesía1958Temas martianos1969 e 1982). Nella sua poesia, la parola si fa veicolo di conoscenza, alla ricerca del significato ultimo dell’essere e delle cose (Vísperas. 1938-1953, 1953Testimonios. 1953-1968, 1968La fecha al pie1981Poemas de mayo y junio1990; Nupcias1993Antología poética1993Dama pobreza1995Poesía1997). Da ricordare il romanzo di memorie De Peña pobre (1980). Della sua corposa produzione saggistica sono ancora da citare i più recenti: Prosas leves(1993); Para llegar a Orígenes (1994); Lecciones cubanas (1996); Resistencia y libertad (1999). Nel 2002 gli è stato assegnato il premio Juan Rulfo. (tratto da enciclopedia Treccani)

Osip Mandel’štam , A Pietroburgo ci incontreremo di nuovo – traduzione di A.M.Ripellino

Osip Mandel’štam (Varsavia, 15 gennaio 1891 – Vladivostok, 27 dicembre 1938)

 A Pietroburgo ci incontreremo di nuovo (trad.di A.M.Ripellino)

A Pietroburgo ci incontreremo di nuovo
come se vi avessimo sepolto il sole,
e una beata insensata parola
per la prima volta pronunceremo.

Nel nero velluto della notte sovietica,
nel velluto del vuoto universale,
cantano sempre i cari occhi di donne beate,
sempre fioriscono fiori immortali.

Come una gatta selvatica s’inarca la capitale,
sul ponte sta una pattuglia,
soltanto un cattivo motore corre nella nebbia
e grida dannatamente, come un cuculo.

Io non ho bisogno del lasciapassare notturno,
non ho paura delle sentinelle:
per una beata insensata parola
io pregherò nella notte sovietica.

Sento un leggero fruscio teatrale
e un ah! di fanciulle –
e un mucchio enorme di rose immortali
sta tra le braccia di Ciprigna.

Ad un falò noi ci riscaldiamo dalla noia,
forse i secoli trascorreranno,
e le leggiadre braccia di donne beate
raccoglieranno la leggera cenere.

Chissà dove, le aiuole rosse della platea,
fastosamente rigonfi gli stipi dei palchi,
la bambola a molla di un ufficiale;
non per le anime nere e per i vili santoni…

Ebbene, spegni, ti prego, le nostre candele
nel nero velluto del vuoto universale,
cantano sempre le sode spalle di donne beate,
ma non ti accorgerai del sole notturno.

 25 novembre 1920

.

В Петербурге мы сойдёмся снова

В Петербурге мы сойдёмся снова,
Словно солнце мы похоронили в нём,
И блаженное, безсмысленное слово
В первый раз произнесём.
В чёрном бархате советской ночи,
В бархате всемирной пустоты,
Всё поют блаженных жён родные очи,
Всё цветут безсмертные цветы.

Дикой кошкой горбится столица,
На мосту патруль стоит,
Только злой мотор во мгле промчится
И кукушкой прокричит.
Мне не надо пропуска ночного,
Часовых я не боюсь:
За блаженное, безсмысленное слово
Я в ночи́ советской помолюсь.

Слышу лёгкий театральный шорох
И девическое «ах» —
И безсмертных роз огромный ворох
У Киприды на руках.
У костра мы греемся от скуки,
Может быть, века́ пройдут,
И блаженных жён родные руки
Лёгкий пепел соберут.

Где-то грядки красные партера,
Пышно взбиты шифоньерки лож,
Заводная кукла офицера —
Не для чёрных душ и низменных святош…
Что ж, гаси, пожалуй, наши свечи
В чёрном бархате всемирной пустоты.
Всё поют блаженных жён крутые плечи,
А ночного солнца не заметишь ты.

25 ноября 1920
immagine d’apertura: foto di Pavel Borisovich

.

Juan Gelman, Usignoli di nuovo

Usignoli di nuovo, di Juan Gelman

nel grande cielo della poesia
o per meglio dire
nella terra o mondo della poesia che include cieli
astri
dei
mortali
canta l’usignolo di keats
sempre
passa rimbaud impugnando i suoi 17 anni come la fiamma di amore viva di san giovanni

a teresa si raddoppia il dolore e il suo cavallo sbriciola
la polvere innamorata di francisco de quevedo e villegas
il dolce garcilaso arde negli inferni di john donne
da césar vallejo cadono cammini lungo i quali camminano i piedi della poesia

piedi che calpestano silenziosi come un asinello andino
baudelaire tira giù un albatros dal suo regno celeste
con il frac dell’albatros mallarmé va alla festa del nulla possibile
suona il violino di verlaine nella festa del nulla possibile
ricorda

che il sangue è possibile nel mezzo del nulla
che girondo liublimará perrinunca lamora
e gireranno le barchette di tunòn
contro il metallo spaventoso che violò apollinaire

oh lou che disamasti l’eternità del viaggio
il palazzo dell’eccesso in cui entrò la saggezza di blake
il paco urondo che foderava di lamé la felicità
per evitarle il freddo dell’epoca

roque dalton che si arrampicava sull’albero più alto della sua anima e gridava “Rivoluzione”
e vedeva la Rivoluzione e la Rivoluzione era la sola terra ferma che vedeva
e javier heraud che se ne andò tenerissimo nella selva
e aprì la selva della bocca col suo torrente chiaro

e il padre darío che disse no agli yankye
come sandino disse no
e il fronte ampio della poesia e della guerra tornò a dir loro no
e nicaragua brilla nel suo esercizio di amare

martí che va e viene nell’aria con i cari morti
che vide volare come una rosa bianca
non vedi i miei compagni volare nell’aria ottanta anni dopo?
sei sveglio per poter continuare a dire no?

i morti si imbiancano come Maddalena quando
impastava il suo pane con più lacrime che farina?
fino a che venga il giorno?
il giorno in cui tutta l’america latina si solleverà lentamente?
amorosamente?
navigando come fanno i miei pianeti del sud?

ora canta l’usignolo del greco alla fine dei secoli
passa walt whitman con l’usignolo sulla spalla cantando in paumanok
passa il comandante guevara sulle spalle dell’usignolo
passa l’usignolo che si allontanò dalla vita silenzioso come un asinello andino

in rappresentanza di quelli che cadono per la vita
passa la luna dalle dita di rosa
passa saffo che protegge l’usignolo
che canta
canta
canta

(traduzione di Raffaella Marzano – per questo articolo si ringrazia il sito potlatch.it dov’è possibile leggere la versione in lingua originale.)

*

Juan Gelman (Buenos Aires, 3 maggio 1930 – Città del Messico, 14 gennaio 2014) è stato un poeta, scrittore e giornalista argentino. Tra i maggiori poeti contemporanei di lingua spagnola, vincitore nel 2007 del Premio Cervantes, è una delle voci poetiche più amate del Latinoamerica, oltre che una figura di riferimento per intere generazioni nella resistenza alla dittatura. Nato a Buenos Aires da una coppia di immigrati ebrei ucraini, lascia gli studi universitari (chimica) e si dedica completamente alla poesia. Nel 1955 fonda il gruppo letterario El pan duro, costituito da giovani militanti comunisti, collettivo che nel 1956 pubblica il suo primo libro Violín y otras cuestiones. Nel 1963, durante la dittatura di José María Guido, è incarcerato insieme ad altri scrittori comunisti. Liberato, in seguito alle vibranti proteste del mondo politico e intellettuale, abbandona il Partito Comunista argentino e si avvicina ai movimenti peronisti-guevaristi (Fuerzas Armadas Revolucionarias).
A partire dal 1967 inizia la sua attività di giornalista per varie riviste nazionali e internazionali. Nel 1975 per decisione del suo stesso gruppo politico abbandona l’Argentina, per poter proseguire dall’estero l’attività di opposizione alle politiche repressive già in atto nel paese, rifugiandosi prima a Roma e poi spostandosi tra Ginevra, Madrid, Managua, Parigi, New York, per stabilirsi infine in Messico. Nel frattempo, in seguito al colpo di Stato militare del 1976, che andava sotto il sinistro nome di Proceso de Reorganización Nacional il regime militare argentino sequestra e uccide suo figlio Marcelo Ariel e sua nuora Maria Claudia García Iruretagoyena, genitori di una bimba nata in carcere e della quale si perde ogni traccia. Grazie all’intervento di vari capi di Stato, la cui protesta è pubblicata su Le Monde, nel 1988 Gelman viene sollevato da ogni pendenza giudiziaria per la sua militanza di sinistra. Tuttavia Gelman respinge l’indulto promulgato dall’allora presidente argentino Carlos Menem, atto “di grazia” che contemporaneamente lasciava impuniti numerosi responsabili delle torture di quegli anni.
Nel 1990 vengono identificati i resti del figlio Marcelo, ucciso con un colpo alla nuca e sepolto in un bidone riempito di sabbia e cemento. Nel 1999 Gelman ritrova la nipote scomparsa, data in adozione a una famiglia di Montevideo. Insieme alla nipote, che ha poi ripreso il nome dei suoi veri genitori (Macarena Gelman), ha portato avanti una battaglia civile per il riconoscimento dei diritti giuridici delle famiglie dei desaparecidos. Per oltre vent’anni, e fino alla sua morte (avvenuta all’età di 83 anni per una mielodisplasia), visse a Città del Messico con la seconda moglie, la psicologa argentina Mara La Madrid. Nel 2007 gli è stato attribuito il prestigioso Premio Cervantes. Le sue opere sono state tradotte in numerose lingue e pubblicate in tutto il mondo. Alla sua morte il governo argentino ha decretato tre giorni di lutto nazionale, a onorare nella sua figura quella di chi seppe mantenere limpida la richiesta di giustizia e alta la dignità e la memoria di un’intera generazione spazzata via dalla brutalità della dittatura. Per queste ragioni in Argentina la sua persona è molto amata e riconosciuta, la sua opera, anche quella giornalistica, è diffusa e studiata, messa in scena e musicata.

James Merrill, Prisma / Prism

della terza raccolta di James Merrill, Water Street (1962)

PRISMA

……………………un fermacarte

Avendo di recente preso residenza
in una suite di stanze
senza vento, compatte e soleggiate, alloggio
ideale per l’ipofisi di Euclide
se non per un “gentiluomo scapolo (referenziato)”,
ti sei abituato alle giocose scomodità,
i pavimenti che ti scivolano da sotto alla rinfusa,
pareti invisibili erette mentre muovi
un passo, lasciandoti deforme per il resto del giorno,
come un cucchiaio in acqua; anche quel piombare improvviso
di colore insensato dall’angolo alla pagina,
che come niente consuma quest’ultima
giù giù fino alla tua firma,
dopo di che non c’è niente da fare se non ritirarsi,
leccandosi la ferita, nel… nel…
Guarda: (In precedenza
si sarebbe potuto dire dove si stava guardando,
dentro o fuori. Ma adesso è quasi…)… Guarda,
questo hai sognato:
fondersi in fuochi presi in prestito, affogare
in profondità inesistenti. Avresti voluto
far riposare le ossa in un cofanetto di vellutino rossiccio,
sonnecchiando per far passare il vecchio vaudeville, di mente e oggetto,
poco prevedendo il loro effetto su di te,
quegli insaziati attori dagli occhi di daga
che dalla prima falsa intuizione
fino al più recente tradimento delle prospettive,
cristallo, atomo ipnotico,
ti hanno trattenuto rapito, la prova, il figlio
non voluto da nessuno dei due. Di tanto in tanto
è dato vedere chiaramente. Là
c’è quello che resta di te, un corpo
dalla barba incolta, buttato sul sofà. Macchie d’uovo
si incrostano attorno alla bocca, il fumo ancora
sale tra le dita o dalle narici.
Gli occhi deflettono le stelle attraverso anni di lacune.
La tua agitazione in momenti del genere
è fin troppo umana. Tu e le stelle
sembrate entrambi in via d’estinzione, ciascuno
completamente alla mercé dell’altro. Eppure la gemma
orbita nello spazio, la visione si allontana.
Un valzer inespressivo luccica nella casa degli specchi grande come un cece.
Il giorno sta spezzando il cuore di un altro.

§

PRISM

……………….a paperweight

Having lately taken up residence
In a suite of chambers
Windless, compact and sunny, ideal
Lodging for the pituitary gland of Euclid
If not for a “single gentleman (references),”
You have grown used to the playful inconveniences,
The floors that slide from under you helter-skelter,
Invisible walls put up in mid-
Stride, leaving you warped for the rest of the day,
A spoon in water; also that pounce
Of wild color from corner to page,
Straightway consuming the latter
Down to your very signature,
After which there is nothing to do but retire,
Licking the burn, into — into —
Look: (Heretofore
One could have said where one was looking,
In or out. But now it almost — ) Look,
You dreamed of this:
To fuse in borrowed fires, to drown
In depths that were not there. You meant
To rest your bones in a maroon plush box,
Doze the old vaudeville out, of mind and object,
Little foreseeing their effect on you,
Those dagger-eyed insatiate performers
Who from the first false insight
To the most recent betrayal of outlook,
Crystal, hypnotic atom,
Have held you rapt, the proof, the child
Wanted by neither. Now and then
It is given to see clearly. There
Is what remains of you, a body
Unshaven, flung on the sofa. Stains of egg
Harden about the mouth, smoke still
Rises between fingers or from nostrils.
The eyes deflect the stars through years of vacancy.
Your agitation at such moments
Is all too human. You and the stars
Seem both endangered, each
At the other’s utter mercy. Yet the gem
Revolves in space, the vision shuttles off.
A toneless waltz glints through the pea-sized funhouse.
The day is breaking someone else’s heart.

traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan

James Merrill (New York, 3 marzo 1926 – Tucson 6 febbraio 1995) è tra i maggiori poeti statunitensi del Novecento. Da The Black Swan (1946) a A Scattering of Salts (1995) ha pubblicato dodici raccolte di poesia, oltre al monumentale poema tripartito The Changing Light at Sandover (1982). Ha anche pubblicato due lavori teatrali, due romanzi, un libro di saggi e una notevole autobiografia, A Different Person (1993). Nel corso degli anni ha ricevuto numerosi prestigiosi premi quali due National Book Award, il Bollingen Prize, il Pulitzer per la poesia, e il primo Bobbitt Prize della Library of Congress. Attualmente la traduzione italiana delle sue poesie più importanti è parte del progetto grazie al quale Moira Egan e Damiano Abeni hanno ricevuto una Fellowship della James Merrill House a Stonington.

per questo articolo si ringrazia il sito Le parole e le cose. In apertura, opera di Edward Hopper: Office in a Small City

AA.VV. Sulla riva del fiume

Arte poetica di Jorge Luis Borges

Guardare il fiume fatto di tempo e acqua
e ricordare che il tempo è un altro fiume,
sapere che ci perdiamo come il fiume
e che i visi passano come l’acqua.

Sentire che la veglia è un altro sonno
che sogna di non sognare e che la morte
che teme la nostra carne è quella morte
di ogni notte, che si chiama sonno.

(da Poesie 1923-1976, Rizzoli, trad. it. Livio B. Wilcock)

.

I fiumi  (1916) di Giuseppe Ungaretti 

Mi tengo a quest’albero mutilato
Abbandonato in questa dolina
Che ha il languore
Di un circo
Prima o dopo lo spettacolo
E guardo
Il passaggio quieto
Delle nuvole sulla luna

Stamani mi sono disteso
In un’urna d’acqua
E come una reliquia
Ho riposato

L’Isonzo scorrendo
Mi levigava
Come un suo sasso
Ho tirato su
Le mie quattro ossa
E me ne sono andato
Come un acrobata
Sull’acqua

Mi sono accoccolato
Vicino ai miei panni
Sudici di guerra
E come un beduino
Mi sono chinato a ricevere
Il sole

Questo è l’Isonzo
E qui meglio
Mi sono riconosciuto
Una docile fibra
Dell’universo

Il mio supplizio
È quando
Non mi credo
In armonia

Ma quelle occulte
Mani
Che m’intridono
Mi regalano
La rara
Felicità

Ho ripassato
Le epoche
Della mia vita

Questi sono
I miei fiumi

Questo è il Serchio
Al quale hanno attinto
Duemil’anni forse
Di gente mia campagnola
E mio padre e mia madre.

Questo è il Nilo
Che mi ha visto
Nascere e crescere
E ardere d’inconsapevolezza
Nelle distese pianure

Questa è la Senna
E in quel suo torbido
Mi sono rimescolato
E mi sono conosciuto

Questi sono i miei fiumi
Contati nell’Isonzo

Questa è la mia nostalgia
Che in ognuno
Mi traspare
Ora ch’è notte
Che la mia vita mi pare
Una corolla
Di tenebre

(da in L’Allegria – Vita d’un uomo. Tutte le poesie, Mondadori)

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La notte della luna in fiore sul fiume di primavera di Zhang Ruoxu (VII sec. d.C.)

Le acque rigonfie del fiume di primavera
s’innalzano al livello del mare,
sul mare, la luna chiara si solleva
insieme alla marea.
Brillante è la luce che insegue le onde
per decine di migliaia di li,
lungo tutti i fiumi in primavera
dove non risplende la luna?
Il loro corso sinuoso serpeggia
nei campi fragranti,
la luna illumina i fiori nel bosco
come fiocchi di neve.
La brina volteggia per l’aria,
invisibile è il suo passaggio,
la sabbia bianca sulle rive
è impercettibile alla vista.
Il fiume e il cielo sono di un’unica tinta
senza un granello di polvere,
nel cielo limpido s’innalza solitaria la luna.
Sulla riva del fiume a vederla
chi è stato il primo?
in quale anno la luna sul fiume
iniziò ad illuminare le genti?
L’umanità vive all’infinito,
generazione dopo generazione,
il fiume e la luna ogni anno
sembrano immutati.
E non si sa di chi siano in attesa,
si vede solo lo scorrere delle acque
del lungo fiume.
Passa adagio una coltre di nuvole bianche,
sulla riva di Qingfeng,
regna una tristezza infinita.
Chi è in viaggio stasera sulla barca?
dov’è la donna nostalgica della torre
al chiarore della luna?
Con compassione sopra la torre
la luna s’indugia,
irradiando la luce sulla specchiera
della donna.
Ella avvolge la tenda della sua camera,
ma non riesce a nascondere la luce della luna,
strofina la pietra del lavatoio,
ma la luce ritorna.
In questo momento guardiamo entrambi la luna,
ma non possiamo sentirci,
vorrei seguire la luce della luna
che scorre sino ad illuminarti.
Le grandi oche selvatiche, capaci di volare lontano,
non portano con sé la luce,
i pesci drago, abili nel saltare sott’acqua
increspano solo la sua superficie.
Stanotte sul calmo laghetto
ho sognato i fiori caduti,
è passata metà della primavera,
peccato che io non possa ancora tornare.
Le acque del fiume scorrono insieme alla
primavera
e stanno per esaurirsi,
sopra il laghetto la luna cala ad occidente.
La luna calante è ormai sommersa
nelle nebbie marine,
dal monte Jieshi ai fiumi Xiao e Xiang,
la via è infinita.
Non si sa con questa luna,
quanti possano far ritorno a casa,
il tramonto della luna e l’affanno del cuore
impegnano gli alberi del fiume.
(dal web)

.

Qui dove scorre il Tara di Angela Greco (2018, inedito)

Scorri dal tramonto al mare,
tra erbe alte e margherite gialle
a bordo strada, senza perdere né
l’azzurro, né il verde.
.
Scheletri d’antica manodopera
si lasciano attraversare dal declino
del sole, che sbiadito
taglia una differente sorte.
.
Pochi metri appena ed è miracolo,
fango e santi a fermare l’invasore;
una libellula conquista la saggezza
del giunco, che parla al vento.
.
.
in apertura: Vasily Kandinsky, Fiume d’autunno, olio su cartone (20×30,5 cm); Museo di Stato Russo di San Pietroburgo.

Salvatore Toma, versi da Canzoniere della morte

da Salvatore Toma, Canzoniere della morte (Einaudi, a cura di Maria Corti)

Un amore

Non si può soffocare a lungo
un amore.
Lo si può ritardare questo sì
per vari comodi
o per estreme deludenti sensazioni
ma alla fine trionfa.
Lo si può nascondere
con violenza per anni
o con indifferenza
lo si può pietosamente subire
e soffrire in silenzio
ma alla fine trionfa.
E’ un plagio istintuale
rapace che ci assale
serenamente ci opprime.
Così accadde a noi
tanti anni fa.
Dopo il fulmine
cercammo storditi
umanamente il sereno
il refrigerio del distacco
sperammo a lungo con passione
nella morte dell’altro
adducendo l’imprevedibile
trincerandoci ostili a combatterlo
armati di nuove prove
e insormontabili difficoltà.
Ma l’ultimo appuntamento
sarà inesorabile
più delle nostre vili paure.
Come tanti anni fa
riaccadrà.

Quando sarò morto
e dopo un mese appena
come denso muco
color calce e cemento
mi colerà il cervello dagli occhi
se mi si prende per la testa
(l’ho visto fare a un mio cane
disseppellito per amore
o per strapparlo ai vermi)
per favore non dite niente
ma che solo si immagini
la mia vita
come io l’ho goduta
in compagnia dell’odio e del vino.
Per un verme una lumaca
avrei dato la vita:
tante ne ho salvate
quando ero presente
sciorinando senza vergogna
l’etichetta della pazzia
con l’ansia favolosa di donare.
Per favore non dite niente.

Non ti credo
ma c’è chi giura che esisti,
forse non ti so cercare
o rassegnarmi a cadere
e tu giochi a nasconderti
non ti fai trovare,
sembriamo
due strani innamorati
ma io ti sento
qui alle mie spalle,
a volte mi sento toccare.

[Quad. XIX, 12 ]

*

Avanzava il capodoglio
nella notte nera
a gran velocità
enorme
aveva lasciato
l’immensità dell’oceano
per venire a morire sulla sabbia.
Sfrecciava tra i bagnanti
senza toccarli
senza nemmeno sfiorarli
non vedeva che la morte
davanti a sé il sonno eterno
il plagio irreversibile
lì fra le scogliere.
Ma una volta arenato
i pescatori gli tagliarono
il ventre con lame acuminate
lo rimorchiarono al largo
giocavano con l’idea
di veder l’acqua tingersi di rosso
divertendosi a corrompere usurpare
la purezza invincibile del mare.
Allora dalla vicina scogliera
un dio superbo un po’ demone
sottoforma di mantello
volò nell’aria
catturò i vigliacchi
li frustò allo svenimento
li rese mendicanti
spogli di tutto
venditori per le vie del mondo
di collane ciondoli souvenirs
quadretti raffiguranti
corpi marini balenotteri
squali scene segrete
del profondo mare.
Il cielo inabissò
nel vuoto più completo
solo una luce strana violenta
riservata ai grandi eventi
serpeggiò nell’aria
per un attimo illuminò l’oceano
e gli uomini si tinsero
dei loro veri volti
crudeli spaventosi
ineguagliabili belve
senza forma e senza speranza.

Io spero che un giorno
tu faccia la fine dei falchi,
belli alteri dominanti
l’azzurrità più vasta,
ma soli come mendicanti.

[Quad. XIX, 11 ]

.

Nel 1951 nacque a Maglie, cittadina situata in provincia di Lecce, Salvatore Toma, poeta decadente, di famiglia di fioristi di antica tradizione, morto suicida a 37 anni. La redazione della prima, raffinata, lungimirante antologia delle sue liriche, pubblicata per Einaudi nel 1999, è stata curata da Maria Corti, che divide le produzioni di Toma, o Totò Franz, come amava farsi chiamare, in tre sezioni, riprendendo la suddivisione già proposta da Donato Valli: la vita e la morte, l’uomo e la bestia, il sogno e la realtà. Frequenta il liceo classico, ma non prosegue gli studi, anche se coltiva da autodidatta le materie che più gli interessano: letteratura e ovviamente poesia. Vive nella tenuta dei genitori occupandosi della campagna e trascorrendo ore in un bosco di querce, “le Ciàncole”, appostato comodamente sui rami di un grande albero. Pubblica (dal 1979 al 1983) sei raccolte di poesie, rispettivamente: PoesieAd esempio una vacanzaPoesie scelteUn anno in sospesoAncora un anno e Forse ci siamo. Dopo la scomparsa della Corti, avvenuta nel 2002, la poesia di Toma rischiava di essere definitivamente dimenticata. Un folto gruppo di intellettuali meridionali promosse una raccolta di firme per chiedere la ristampa del volume al tempo esaurito, tentando anche di rilevare i diritti di autore per pubblicare il libro altrove. L’iniziativa provoca una vasta eco in tutta Italia e la casa editrice decide, di ristampare il Canzoniere. (notizie dal web)

Charles Bukowski, E così vorresti fare lo scrittore?

Charles Bukowski, E così vorresti fare lo scrittore?

se non ti esplode dentro
a dispetto di tutto,
non farlo.

a meno che non ti venga dritto dal
cuore e dalla mente e dalla bocca
e dalle viscere,
non farlo.

se devi startene seduto per ore
a fissare lo schermo del computer
o curvo sulla
macchina da scrivere
alla ricerca delle parole,
non farlo.

se lo fai per soldi o per
fama,
non farlo.

se lo fai perché vuoi
delle donne nel letto,
non farlo.

se devi startene lì a
scrivere e riscrivere,
non farlo.

se è già una fatica il solo pensiero di farlo,
non farlo.

se stai cercando di scrivere come qualcun
altro,
lascia perdere.

se devi aspettare che ti esca come un
ruggito,
allora aspetta pazientemente.
se non ti esce mai come un ruggito,
fai qualcos’altro.

se prima devi leggerlo a tua moglie
o alla tua ragazza o al tuo ragazzo
o ai tuoi genitori o comunque a qualcuno,
non sei pronto.

non essere come tanti scrittori,
non essere come tutte quelle migliaia di
persone che si definiscono scrittori,
non essere monotono e noioso e
pretenzioso, non farti consumare dell’auto-
compiacimento.
le biblioteche del mondo sbadigliano
fino ad addormentarsi
per tipi come te.
non aggiungerti a loro.
non farlo.

a meno che non ti esca
dall’anima come un razzo,
a meno che lo star fermo
non ti porti alla follia o
al suicidio o all’omicidio,
non farlo.

a meno che il sole dentro di te stia
bruciandoti le viscere,
non farlo.

quando sarà veramente il momento,
e se sei predestinato,
si farà da
sé e continuerà
finché tu morirai o morirà in
te.

non c’è altro modo.

non c’è mai stato.

tratto dal blog Disfonie di Nunzio Tria, che si ringrazia — immagine d’apertura: Quadrato rosso e quadrato nero di Kasimir Malevich, 1915.

Bertolt Brecht, due poesie

Due poesie di Bertolt Brecht (Augusta, 1898 – Berlino Est, 1956) 

A CHI ESITA
.

Dici:
per noi va male. Il buio
cresce. Le forze scemano.
Dopo che si è lavorato tanti anni
noi siamo ora in una condizione
più difficile di quando
si era appena cominciato.

E il nemico ci sta innanzi
più potente che mai.
Sembra gli siano cresciute le forze. Ha preso
una apparenza invincibile.
E noi abbiamo commesso degli errori,
non si può negarlo.
Siamo sempre di meno. Le nostre
parole d’ordine sono confuse. Una parte
delle nostre parole
le ha travolte il nemico fino a renderle
irriconoscibili.

Che cosa è errato ora, falso, di quel che abbiamo detto?
Qualcosa o tutto? Su chi
contiamo ancora? Siamo dei sopravvissuti, respinti
via dalla corrente? Resteremo indietro, senza
comprendere più nessuno e da nessuno compresi?

O contare sulla buona sorte?

Questo tu chiedi. Non aspettarti
nessuna risposta
oltre la tua.

da Poesie, Einaudi, Torino, 1992

§

TRA TUTTE LE OPERE

Tra tutte le opere
io prediligo quelle usate.
I bacili di rame ammaccati, appiattiti sugli orli,
le forchette e i coltelli dai manici di legno
che molte mani hanno logorato : queste mi parvero
le più nobili forme. Così anche i selci
che circondano le vecchie case,
smussati dai molti piedi che li calpestarono,
coi ciuffi d’erba che vi crescono in mezzo : queste
sono felici opere.

Entrate nell’uso molteplice, sovente variando aspetto,
migliorano la loro guisa, si fanno pregevoli
perché sovente saggiate.
Persino i frammenti di sculture
con le loro mani mozze m’incantano. Per me
vissero anch’essi. Furono portati anche se poi lasciati cadere.
Anche se travolti stettero pure a non grande altezza.
Gli edifici mezzo diroccati
riprendono l’aspetto di maestosi disegni
ancora incompiuti : le loro belle misure
sono già intuibili; è necessario però
il nostro intendimento. Eppure
hanno già servito, sono anzi già sorpassati. Il sentirlo
mi rende felice.

da Poesie inedite e sparse 1913-1933 – dal web

Paruyr Sevak, due poesie tradotte da Paolo Statuti

Paruyr Sevak, due poesie

Suppongo
.
.
Io posso supporre
Che quest’acqua non sia torbida, ma limpida.
Io posso supporre
Che questa casupola sia una splendida dimora.
Io posso supporre
Che questo fumo
Sia carbone che evapora.
E una rossa stoffa sottile
Non sia uno straccio, ma una lingua di fuoco.
.
Io posso supporre che tu sia con me,
Malgrado ci dividano valli e montagne.
Io posso supporre
Che tu sia modesta e timida.
Ma in realtà,
Tu semplicemente non ti accorgi di me…
.
Io posso supporre
Che un sogno sia realtà,
E una pesante sconfitta
Sia una straordinaria vittoria.
E una pera… una grande anfora,
E un giorno di festa…un funerale,
E una montagna…una grande fossa capovolta,
E una piccola penna stilografica
Sia il il mio dito,
Che, sembra, si chiami esattamente mignolo…
.
Io posso supporre,
Ma a che pro? (E allora?)…
.
.
§
.
.
Lo stretto delle mani
.
Le nostre mani si sono unite,
Soltanto due mani.
Ma è come se
Non fossero le nostre mani,
Ma… soltanto uno stretto:
Ci siamo mescolati,
Come due mari vicini,
A lungo divisi…
.
tradotte dal russo da Paolo Statuti
.
Paruyr Rafaelovič Kazarjan, una delle voci più rilevanti della poesia armena del XX secolo, nacque il 24 gennaio 1924 nel villaggio di Chanakhchi. Quando propose a una rivista la pubblicazione delle sue prime poesie, gli dissero che il cognome Kazarjan non sonava bene per un poeta e gli consigliarono di trovarsi uno pseudonimo. Dopo averci pensato un po’ scelse «Sevak», cioè il nome di un poeta vittima del genocidio degli Armeni. E da allora si chiamò così. Dopo gli studi di Filologia presso l’Università di Erevan (1940) e quelli di Letteratura armena all’Accademia armena delle Scienze (1945), conseguì la laurea presso l’Istituto di Letteratura  Gor’kij di Mosca (1955). Qui sposò Nina Menagarišvili, dalla quale ebbe due figli – Armen e Korjon. Dal 1957 al 1959 lavorò presso questo Istituto, traducendo in armeno tra gli altri: Puškin, Lermontov, Esenin, Blok, Brjusov e Majakovskij. Nel 1960 tornò a Erevan, dove fino alla morte occupò posti di rilievo in campo letterario e politico.
Le prime poesie di Paruyr Sevak uscirono sulla rivista Letteratura sovietica. La prima raccolta, Ordini immortali, uscì nel 1948 a Erevan in tremila copie in due volumi. Essa esprimeva l’onestà e l’integrità del suo pensiero, la prima battaglia contro la consolidata corruzione culturale da lui iniziata e vinta. Ad essa seguirono: La strada dell’amore (1954), Di nuovo con te (1957), L’uomo in palma di mano (1963), E sia la luce (1969) e I tuoi conoscenti  (1971). Una profonda impronta lasciò nella sua creazione la fuga dei genitori dall’Armenia Occidentale sotto il governo della Turchia Ottomana, e il fatto di essere scampati al genocidio degli Armeni, consumato nel 1915 dai Giovani Turchi. Le riflessioni del poeta su  questa tragedia nazionale sono espresse in particolare nel poema Il campanile non tace (1959), dove il tema principale è la vita e la morte del religioso, compositore e musicologo Komitas,  e nel poema Liturgia a tre voci  (1965), dedicato al cinquantenario del genocidio.
Morì assieme alla moglie Nina il 17 giugno 1971 in un incidente stradale avvenuto in circostanze non del tutto chiarite, e dove, considerando il suo atteggiamento critico riguardo alla corruzione della classe dirigente sovietica, molti Armeni vedono la mano del KGB. Infatti fino all’ultimo restò fedele al suo impegno: «Prometto di non essere un esattore delle imposte, ma un figlio del difficile secolo, come esso è e come io sono. Ma prometto di perdere il mio tempo o di giocare, piuttosto che diventare un agitatore di una letale ideologia».E’ sepolto nel giardino della sua abitazione a Zangakatun, attualmente un museo a lui intitolato.
(dal blog musashop.wordpress.com di Paolo Statuti, che si ringrazia — in apertura, foto Carmen Buffa, dal web)

clicca QUI per leggere altre poesie armene tradotte in italiano

Francis Ponge, Il pane

IL PANE

di Francis Ponge (Montpellier, 27 marzo 1899 – Le Bar-sur-Loup, 6 agosto 1988)

La superficie del pane è meravigliosa prima di tutto per l’impressione quasi panoramica che dà: come se si avesse a disposizione, sotto mano, le Alpi, il Tauro o la Cordigliera delle Ande.
Così dunque una massa amorfa in stato di eruzione fu introdotta per noi nel forno stellare, dove indurendo si è foggiata in valli, creste, ondulazioni, crepe… E tutti quei piani subito così nettamente articolati, quelle lastre sottili dove la luce allunga con cura i suoi fuochi, – senza uno sguardo per l’ignobile mollezza sottostante.
Quel flaccido e freddo sottosuolo che chiamano mollica ha il tessuto simile a quello delle spugne: foglie o fiori vi stanno come sorelle siamesi saldate gomito a gomito tutte assieme. Quando il pane si rafferma i fiori appassiscono e si restringono: si staccano allora gli uni dagli altri, e la massa si fa friabile…
Ma rompiamola: nella nostra bocca infatti il pane deve essere piuttosto oggetto di consumo che di riverenza.

da Il partito preso delle cose, Einaudi, 1979

*

Altri due testi ed una nota sull’Autore, QUI 

In apertura: Salvador Dalì, Cestino di pane, 1926 (pittura smalto su tavola, cm 31,5 x 31,5 – Saint Petersburg, The Salvador Dalì Museum, già E. e A. Reynolds Morse Collection)

 

Boris Pasternak, due poesie da Il dottor Zivago

Boris Pasternak (Mosca, 1890 – Peredelkino, 1960),

due poesie da Il dottor Zivago, Feltrinelli, 1957.

AMLETO

S’è spento il brusio. Sono entrato in scena.
Poggiato allo stipite della porta,
vado cogliendo nell’eco lontana
quanto la vita mi riserva.

Un’oscurità notturna mi punta contro
mille binocoli allineati.
Se solo è possibile, abba padre,
allontana questo calice da me.

Amo il tuo ostinato disegno,
e reciterò, d’accordo, questa parte.
Ma ora si sta dando un altro dramma
e per questa volta almeno dispensami.

Ma l’ordine degli atti è già fissato,
e irrimediabile è il viaggio, sino in fondo.
Sono solo, tutto affonda nel farisaismo.
Vivere una vita non è attraversare un campo.

.

IL VENTO

Io sono già morto e tu vivi ancora.
E il vento, con gemiti e pianto,
fa oscillare il bosco e la dacia.
E non per proprio conto ogni pino,
ma tutti insieme gli alberi
nella loro distesa sconfinata,
come armature di velieri
sulla superficie d’una baia.
E non per tracotanza
o per vano furore,
ma per trovare nell’angoscia le parole
d’un canto di culla per te.

(trad. di M. Socrate)

Finisterre – Finibus terrae, versi di Sylvia Plath e Vittorio Bodini

Finisterre, di Sylvia Plath (Boston, 27 ottobre 1932 – Londra, 11 febbraio 1963)

Qui finiva la terra: le estreme dita,
nocchiute e reumatiche, rattrappite sul nulla.
Ammonitori neri dirupi,
e il mare che esplode senza fondo,
o alcunché d’altro al di là, bianco di visi d’annegati.
Adesso è soltanto tetro, un ammasso di rocce –
soldati sbandati di vecchie, confuse guerre.
Il mare gli cannoneggia gli orecchi, ma loro non mollano.
Altre rocce nascondono i loro rancori sott’acqua.

Il precipizio ha un orlo di stelle, trifogli e campanule
ricamate si direbbe da dita, prossime a morte,
piccole al punto che quasi sfuggono alle brume.
Le brume sono parte dell’antico armamentario –
anime, rotolate nel cupo lamento del mare.
Cancellano le rocce, poi le rifanno alla luce.
Salgono senza speranza, come sospiri.
Ci passo in mezzo, mi riempiono la bocca di cotone.
E quando me ne libero sono imperlata di lacrime.

Nostra Signora dei Naufraghi va verso l’orizzonte,
le sue vesti di marmo sventolanti all’indietro come ali.
Assorto a lei s’inginocchia un marinaio di marmo
a cui s’inginocchia la donna vestita di nero
pregando al monumento del marinaio che prega.
Nostra Signora dei Naufraghi è tre volte il naturale,
e dolci le sue labbra di celestialità.
Non sente quel che dicono il marinaio o la donna –
è tutta presa dalla bella informità del mare.

Nastri color gabbiano svolazzano alla brezza
accanto ai chioschi di cartoline illustrate.
I contadini li ancorano a conchiglie.
“Comprate” dicono: “I bei gioielli che il mare nasconde,
piccoli gusci che fanno bamboline e collane.
Non vengono dalla Baia dei Morti laggiù,
ma da un altro posto, azzurro e tropicale,
dove non siamo mai stati.
Comprate le nostre frittelle, mangiatele ancora calde”.

 

*

Finibus terrae, di Vittorio Bodini (Bari, 6 gennaio 1914 – Roma, 19 dicembre 1970)

Vorrei essere fieno sul finire del giorno
portato alla deriva
fra campi di tabacco e ulivi, su un carro
che arriva in un paese dopo il tramonto
In un’aria di gomma scura.
Angeli pterodattili sorvolano
quello stretto cunicolo in cui il giorno
vacilla: è un’ora
che è peggio solo morire, e sola luce
è accesa in piazza una sala da barba.
Il fanale d’un camion,
scopa d’apocalisse, va scoprendo
crolli di donne in fuga
nel vano delle porte e tornerà
il bianco per un attimo a brillare
della calce, regina arsa e concreta
di questi umili luoghi dove termini,
meschinamente, Italia, in poca rissa
d’acque ai piedi d’un faro.
E’ qui che i salentini dopo morti
fanno ritorno
col cappello in testa.

(dal web – immagine d’apertura: Leuca (LE), Faro di Punta Palascia)

 

 

Ars poetica, Arte poetica

Paul Verlaine (Metz, 30 marzo 1844 – Parigi, 8 gennaio 1896) 

Arte poetica

La musica prima di ogni altra cosa,
E perciò preferisci il verso dispari
Più vago e più solubile nell’aria,
Senza nulla in esso che pesi o posi…
.
È anche necessario che tu non scelga
le tue parole senza qualche errore:
nulla è più caro della canzone grigia
in cui l’Incerto al Preciso si unisce.
.
Sono dei begli occhi dietro i veli,
è la forte luce tremolante del mezzogiorno,
è, in mezzo al cielo tiepido d’autunno,
l’azzurro brulichio di chiare stelle!
.
Perché noi vogliamo la Sfumatura ancora,
non il Colore ma soltanto sfumatura!
Oh! la sfumatura solamente accoppia
il sogno al sogno e il flauto al corno
.
Fuggi lontano dall’Arguzia assassina,
dallo Spirito crudele e dal Riso impuro,
che fanno piangere gli occhi dell’Azzurro,
e tutto quest’aglio di bassa cucina
.
Prendi l’eloquenza e torcile il collo!
E farai bene, in vena d’energia,
a moderare un poco la Rima.
Fin dove andrà, se non la sorvegli?
.
Oh, chi dirà i torti della Rima?
Quale fanciullo sordo o negro folle
ci ha forgiato questo gioiello da un soldo
che suona vuoto e falso sotto la lima?
.
Musica e sempre musica ancora!
Sia il tuo verso la cosa che dilegua
che si sente che fugge da un’anima che va
verso altri cieli ad altri amori.
.
Che il tuo verso sia la buona avventura
Sparsa al vento increspato del mattino
Che porta odori di menta e di timo…
E tutto il resto è letteratura.
(dal web)

*

Ezra Pound (Hailey, 30 ottobre 1885 – Venezia, 1 novembre 1972)

Ars Poetica (I-IV)

I
La poesia dev’essere scritta altrettanto bene quanto la prosa. La lingua dev’essere bella e in nessun modo allontanarsi dalla parola detta, se non per un’accresciuta intensità (cioè semplicità). Non devono esservi parole libresche, niente perifrasi, niente inversioni. Dev’essere semplice come la prosa di Maupassant e dura come quella di Stendhal.
Non sono ammesse le interiezioni, non le parole che volano via nel nulla. Ammesso che non si può ad ogni colpo far centro, si almeno questa l’intenzione. Il ritmo deve avere un significato. Non può essere una semplice partenza, senza presa, senza stretta sulle parole e il senso.
Niente clichés, niente frasi fatte, stereotipie giornalistiche. Il solo modo di sfuggire a questo è la precisione, che è il risultato di un’attenzione concentrata a ciò che si sta scrivendo. La prova di uno scrittore è la sua capacità di simile concentrazione e la sua facoltà di rimanere concentrato finché non sia arrivato alla fine del suo lavoro, siano due versi o duecento.
Oggettività e ancora oggettività ed espressione. Niente code al posto delle teste, niente aggettivi a cavalcioni (come “putridi muschi fradici”). Niente, niente che non si possa in qualche momento, nella stretta di qualche emozione, effettivamente dire. Ogni letterarismo, ogni parola libresca sgretola via un pezzetto della pazienza del lettore, un po’ del suo sentimento della vostra sincerità. Quando uno sente e pensa veramente, egli balbetta le parole più semplici.
La lingua è fatta di cose concrete. Espressioni generiche in termini non-concreti sono pigrizia; sono conversazione, non creazione.
Il solo aggettivo che valga la pena di usare è l’aggettivo essenziale al senso del passaggio. Mai l’aggettivo decorativo.

II
Concisione, ovvero stile, ovvero dire ciò che s’intende dire col minor numero di parole e le più chiare.
Effettiva necessità di creare o costruire qualcosa; di presentare una immagine o più immagini di oggetti concreti, disposti in modo da toccare il lettore. Al di là di questi oggetti concreti si possono fare semplici constatazioni del sentimento sui fatti; come “sono stanco” o “alla morte non può seguire peggiore male”, ecc.
Io credo vi debbano essere più, molti più oggetti che constatazioni e conclusioni, essendo queste ultime puramente ipotetiche (optional), non essenziali, spesso superflue e quindi pessime.
Ma bisogna che vi sia l’emozione, o la cadenza e il ritmo saranno rapidi e senza interesse.
Il compito del poeta è definire e ancora definire finché il particolare alla superficie sia in accordo con la radice nella giustizia.
In nessun caso la costipazione del pensiero, sia pure nel particolare, consentirà bella scrittura.
Lucidità…

III
Poesia è l’arte di caricare ogni parola del suo massimo significato.

IV
Buttate fuori tutti i critici che usano vaghi termini generici; non solo quelli che usano vaghi termini generici perché sono troppo ignoranti per dar loro un significato, ma quelli che usano vaghi termini per nascondere il significato; e tutti quei critici che usano i loro termini in modo così vago che il lettore può immaginare siano d’accordo con lui o gli diano ragione mentre non è così: col che intendo dire che i loro articoli possono sempre apparire in solide e rispettate riviste senza scatenare una zuffa o provocare le proteste degli abbonati. La prima credenziale che noi dobbiamo esigere da un critico è la sua ideografia del bello, di ciò che egli considera scrittura valida e di tutti, tutti i suoi termini generici. Allora sapremo a che punto si trova.
Non potrò mai ripetere troppo spesso o con troppa energia la mia diffidenza (caution) per i cosiddetti critici che parlano tutto intorno all’argomento e non definiscono i loro termini e non sanno dire francamente che certi autori sono una scocciatura maledetta. Fatevi dire da un uomo prima, e con tutti i particolari, quali sono per lui i buoni scrittori: solo dopo ne ascolterete le spiegazioni.

(da Cristina Campo, La tigre assenza (Adelphi) – trad. Cristina Campo)
*
.
Vicente Huidobro (Santiago del Cile, 10 gennaio 1893 – Cartagena, 2 gennaio 1948)
.
Arte poetica
.
Che il verso sia come una chiave
che apre mille porte.
Come una foglia; qualcosa passa in volo;
Quando guardano gli occhi sia creato,
E l’anima di chi ascolta resti a tremare.
.
Inventa nuovi mondi e cura la parola;
L’aggettivo, quando non da vita, uccide.
.
Siamo nel ciclo dei nervi.
Il muscolo pende,
Come un ricordo, nei musei;
Ma non per questo abbiamo meno forza:
Il vero vigore
Risiede nella testa.
.
Perché cantate la rosa, o poeti!
Fatela fiorire nella poesia;
Solo per noi
Vivono tutte le cose sotto il Sole.
.
Il poeta è un piccolo Dio.
(da Antologia della poesia spagnola e ispanoamericana, trad. G. Morelli – La biblioteca di Repubblica – dal web)

*

Jorge Luis Borges (Buenos Aires, 24 agosto 1899 – Ginevra, 14 giugno 1986)

Arte poetica

Guardare il fiume fatto di tempo e acqua
e ricordare che il tempo è un altro fiume,
sapere che ci perdiamo come il fiume
e che i visi passano come l’acqua.

Sentire che la veglia è un altro sonno
che sogna di non sognare e che la morte
che teme la nostra carne è quella morte
di ogni notte, che si chiama sonno.

(da Poesie 1923-1976 (Rizzoli), trad. Livio B. Wilcock)

*

Czesław Miłosz (Šeteniai, 30 giugno 1911 – Cracovia, 14 agosto 2004)

Ars poetica

Ho sempre aspirato a una forma più capace,
che non fosse né troppo poesia né troppo prosa
e permettesse di comprendersi senza esporre nessuno,
né l’autore né il lettore, a sofferenze insigni.

Nell’essenza stessa della poesia c’è qualcosa di indecente:
sorge da noi qualcosa che non sapevamo ci fosse,
sbattiamo quindi gli occhi come se fosse sbalzata fuori una tigre,
ferma nella luce, sferzando la coda sui fianchi.

Perciò giustamente si dice che la poesia è dettata da un daimon,
benché sia esagerato sostenere che debba trattarsi di un angelo.
È difficile comprendere da dove venga quest’orgoglio dei poeti,
se sovente si vergognano che appaia la loro debolezza.

Quale uomo ragionevole vuole essere dominio dei demoni
che si comportano in lui come in casa propria, parlano molte lingue,
e quasi non contenti di rubargli le labbra e la mano
cercano per proprio comodo di cambiarne il destino?

Perché ciò che è morboso è oggi apprezzato,
qualcuno può pensare che io stia solo scherzando
o abbia trovato un altro modo ancora
per lodare l’Arte servendomi dell’ironia.

C’è stato un tempo in cui si leggevano solo libri saggi
che ci aiutavano a sopportare il dolore e l’infelicità.
Ciò tuttavia non è lo stesso che sfogliare mille
opere provenienti direttamente da una clinica psichiatrica.

Eppure il mondo è diverso da come ci sembra
e noi siamo diversi dal nostro farneticare.

La gente conserva quindi una silenziosa onestà,
conquistando così la stima di parenti e vicini.

L’utilità della poesia sta nel ricordarci
quanto sia difficile rimanere la stessa persona,
perché la nostra casa è aperta, la porta senza chiave
e ospiti invisibili entrano ed escono.

Ciò di cui parlo non è, d’accordo, poesia,
perché è lecito scrivere versi di rado e controvoglia,
spinti da una costrizione insopportabile e solo con la speranza
che spiriti buoni, non maligni, facciano di noi il loro strumento.

(da Poesie Adelphi, Milano, 1983, trad.Pietro Marchesani )
– in apertura, opera di Ishtvan-Oros –

Octavio Paz, due poesie ed un articolo

DUE POESIE DI OCTAVIO PAZ ED UN ARTICOLO

Madrigale

Più trasparente
di quella goccia d’acqua
tra le dita del rampicante
il mio pensiero tende un ponte
da te stessa a te stessa
Guardati
più reale del corpo che abiti
ferma in mezzo alla mia fronte

Sei nata per vivere in un’isola

da “O.Paz, Vento Cardinale e altre poesie” (Lo Specchio, Mondadori, 1984 – Trad, di Franco Mogni).

§

Due corpi, uno di fronte all’altro,
sono a volte due onde
e la notte è oceano.

Due corpi, uno di fronte all’altro,
sono a volte due pietre
e la notte deserto.

Due corpi, uno di fronte all’altro,
sono a volte radici
nella notte intrecciate.

Due corpi, uno di fronte all’altro,
sono a volte coltelli
e la notte lampo.

Due corpi, uno di fronte all’altro,
sono due astri che cadono
in un cielo vuoto.

da Libertà sulla parola (Guanda, 1965), a cura di G. Bellini

§

dal sito L’intellettuale dissidente, 26 maggio 2014 :

OCTAVIO PAZ – L’immagine non può essere spiegata concettualmente, deve essere ricreata come una comunione poetica tanto da risultare simile all’esperienza religiosa, nondimeno alla magia. L’uomo ha la possibilità di vivere, nel momento poetico, una sorta di rapimento, una epifania estatica che è fondamentale per il recupero di un’esistenza autentica. Octavio Paz, scrittore, poeta e saggista latinoamericano, utilizza molti modi per scrivere di tale esperienza, parlando di alterità e partecipazione. L’estetica paziana recupera oltremodo, attraverso il pensiero di Bergson e Ortega y Gasset, la dimensione del tempo e del senso della vita mediante la poesia. Concilia i contrari, l’affermazione con la negazione, giacché disvela la tirannia più feroce, mascherata a libertà, per mezzo dell’immaginazione poetica. Si avvicina letterariamente a Pessoa, a Quevedo e ad Ortega, sceglie di dialogare con Othón Salazar ed il suo movimento di maestri dissidenti; dialoghi che illuminano una civilizzazione, la sua.
Nasce a Città del Messico quando il paese è in piena lotta rivoluzionaria, nel 1914, l’anno della Grande Guerra che da inizio al Secolo breve, e si spegne nove anni dopo la caduta della Cortina di Ferro. E’ un uomo del suo secolo, intellettuale che ha dedicato la propria vita ad analizzare i molti spigoli storici, sociali e, dunque, anche politici che delineavano il suo presente. Dal tempo della giovinezza, Paz ha scritto di letteratura, arte, politica, storia e persino di antropologia. Ha permesso il dialogo tra poesia e società, portando in seno la tradizione letteraria messicana che mai lo ha abbandonato, colorando i suoi scritti di modernità e avanguardia artistica. Ha sempre inteso la poesia come quell’altra voce in grado di sovvertire i cliché del commercio, della politica e del giornalismo, poiché era davvero un discendente di quei romantici e di quei surrealisti che avevano come missione lo sconvolgimento delle abitudini del pensiero borghese, come ad esempio il suo mentore, André Breton. Appassionata è la critica alla società moderna, quella società di mercato ove l’economia è la parte visibile della merce, il frammento percettibile di una realtà in cui sono le cose a praticare l’umanità per mezzo degli uomini, relegati a parte invisibile, in silenzio. Un mondo che vede l’uomo confinato in un unico dormitorio abitato da anime compranti, consumatori e di prodotti e di tempo.
E’ commovente la riflessione politica di Octavio Paz che si compone in versi nelle sue opere, a difesa della cultura. «Quando una società si corrompe, a imputridire per primo è il linguaggio. La critica della società inizia quindi con la grammatica e il ristabilimento dei significati». E’ chiaro che la parola appare al poeta messicano come l’unico antidoto alla tecnica, rimedio necessario per rimarcare costantemente, attraverso una sofisticata critica, la modernità globale, la quale non si misura dai progressi dell’industria, ma dalla capacità di autocritica che permette di interiorizzare i cambiamenti ancor prima di farli nostri. La parola, dunque, icastica arma che permette di confrontare la politica e, vocazione ancora più nobile, di difendere la libertà. Bisogna «fare, abitare le parole».
Abbiamo creato un mondo dove le più importanti fonti di paura tra gli esseri umani non sono né calamità naturali né tantomeno punizioni divine: sono, malgrado, proprio altri esseri umani. Quando riceve il Premio internazionale per la pace degli editori tedeschi nel 1984, pronuncia queste parole: «La violenza aggrava le differenze e impedisce alle persone di parlare e ascoltare». Chi legge Paz contempla poeticamente il mondo e, poi, lo nomina. «L’uomo, persino quello avvilito dal neocapitalismo e dallo pseudo socialismo dei nostri giorni, è un essere meraviglioso perché, a volte, parla. Il linguaggio è il marchio […] Attraverso la parola possiamo accedere al regno perduto e così recuperare gli antichi poteri». Ebbene la poesia di Paz, quella poetica che è capace di purificare la nostra percezione e ci libera dai luoghi comuni della mente e del corpo, intensificando la nostra esperienza, non è fantasia, ma contemplazione. La sua posizione critica, in bilico tra tradizione e rottura, maturata dietro una lunga trincea analitica, costringe a prendere coscienza delle degradazioni dell’industrializzazione, quali, per esempio, l’avidità e il consumismo. Dopo tutto, egli era un moralista, pervaso da uno scetticismo che si intreccia con la saggezza orientale, l’erotismo e la sensualità.
Octavio Paz, premio Nobel messicano per la letteratura nel 1990, è affascinato dalla politica. Tutto ha inizio durante le numerose contraddizioni che stavano fiorendo tra le élite intellettuali di Città del Messico ad inizio secolo, che le vedeva incerte tra la spinta europea e il richiamo, insistente, dell’appartenenza americana. Paz non si sottrae all’esigenza di assumere posizioni politiche radicali in questo scontro culturale, posizioni che cambieranno nel corso della sua vita. Attraverso la metafora del labirinto, una delle sue preferite, riflette sul motivo che spinge i messicani a sentirsi inferiori rispetto agli Stati Uniti al punto da restare intrappolati nella solitudine. E’ dal vuoto di identità del suo popolo che nasce una delle opere più belle, Il labirinto della solitudine (1950), in cui i suoi pensieri trovano collegamenti molto stretti con la nozione heideggeriana dell’esistenza autentica. Rimane inizialmente affascinato dall’ideologia comunista, ne prende gradualmente le distanze durante la guerra civile in Spagna, maturando una visione critica dell’Unione Sovietica e delle sue strategie interne e in politica estera. L’ideologia e, conseguentemente, la politica di Stalin, ha creato nel poeta l’esigenza di modellare una nuova filosofia politica che coinvolgesse quei concetti a lui molto cari, di libertà, fraternità e uguaglianza. Fuori dal coro, critica coraggiosamente i fondamenti ideologici del comunismo russo — e per estensione quello dei partiti comunisti di Cina e Cuba — tanto quanto si impegna nella critica all’imperialismo americano. Nel 1968 la lotta sociale diverrà per lui fondamentale e necessaria a seguito del massacro di Plaza de Tres Culturas, teatro di una cruenta repressione esercitata dal governo messicano durante le Olimpiadi per soffocare le proteste degli studenti.
«La memoria —scrive —non è ciò che ricordiamo, ma ciò che ci ricorda».
— in apertura: opera di Lucio Fontana, Concetto-spaziale-attese —