Wisława Szymborska, due poesie

Wisława Szymborska (Kórnik, 1923 – Cracovia, 2012) , due poesie

Amore a prima vista

Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
E’ bella una tale certezza
ma l’incertezza è più bella.

Non conoscendosi prima, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da tempo potevano incrociarsi?

Vorrei chiedere loro
se non ricordano –
una volta un faccia a faccia
forse in una porta girevole?
uno “scusi” nella ressa?
un “ha sbagliato numero” nella cornetta?
– ma conosco la risposta.
No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio
il caso stava giocando con loro.

Non ancora del tutto pronto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
gli tagliava la strada
e soffocando un risolino
si scansava con un salto.

Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa
o il martedì scorso
una fogliolina volò via
da una spalla all’altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà, era forse la palla
tra i cespugli dell’infanzia?

Vi furono maniglie e campanelli
in cui anzitempo
un tocco si posava sopra un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.

.da “Amore a Prima vista”, Adelphi, trad. di Pietro Marchesani.

*

Ogni caso 

Poteva accadere.
Doveva accadere.
È accaduto prima. Dopo.
Più vicino. Più lontano.
È accaduto non a te.

Ti sei salvato perché eri il primo.
Ti sei salvato perché eri l’ultimo.
Perché da solo. Perché la gente.
Perché a sinistra. Perché a destra.
Perché la pioggia. Perché un’ombra.
Perché splendeva il sole.

Per fortuna là c’era un bosco.
Per fortuna non c’erano alberi.
Per fortuna una rotaia, un gancio, una trave, un freno,
un telaio, una curva, un millimetro, un secondo.
Per fortuna sull’acqua galleggiava un rasoio.

In seguito a, poiché, eppure, malgrado.
Che sarebbe accaduto se una mano, una gamba,
a un passo, a un pelo
da una coincidenza.

Dunque ci sei? Dritto dall’attimo ancora socchiuso?
La rete aveva solo un buco, e tu proprio da lì?
Non c’è fine al mio stupore, al mio tacerlo.
Ascolta
come mi batte forte il tuo cuore.

da “Ogni caso”, Libri Scheiwiller, trad. di Pietro Marchesani

Octavio Paz, breve selezione di poesie

Octavio Paz (Città del Messico, 1914 – 1998), breve selezione di versi 

Ascoltami

Ascoltami come chi ascolta piovere,
né attenta né distratta,
passi lievi, pioviggine,
acqua che è aria, aria che è tempo,
il giorno non finisce di andarsene,
la notte tuttavia non arriva,
figure della nebbia
voltano l’angolo,
figure del tempo
nell’ansa di questa pausa,
ascoltami come chi ascolta piovere,
senza ascoltarmi, ascoltando quel che dico
con gli occhi aperti verso dentro,
addormentata e vigili i cinque sensi,
piove, passi lievi, rumori di sillabe,
aria e acqua, parole che non pesano:
quel che fummo e siamo,
i giorni e gli anni, questo istante,
tempo senza peso, pesantezza enorme,
ascoltami come chi ascolta piovere,
riluce l’umido asfalto,
il vapore si alza e cammina,
la notte si apre e mi guarda,
sei tu e la tua forma di vapore,
tu e il tuo volto di notte,
tu e i tuoi capelli, lampi lenti,
traversi la strada ed entri nella mia fronte,
passi d’acqua sopra le mie palpebre,
ascoltami come chi ascolta piovere,
l’asfalto riluce, tu traversi la strada,
è la nebbia errante della notte,
è la notte addormentata nel tuo letto,
è l’onda del tuo respiro,
le tue dita d’acqua bagnano la mia fronte,
le tue dita di fiamma bruciano i miei occhi,
le tue dita d’aria aprono le palpebre del tempo,
sorgere di apparizioni e resurrezioni,
ascoltami come chi ascolta piovere,
passano gli anni, tornano gli istanti,
ascolti i tuoi passi nella stanza vicina?
non qui né lì: li ascolti
in un altro tempo che è proprio ora,
ascolta i passi del tempo
inventore di spazi senza peso né luogo,
ascolta la pioggia scorrere per la terrazza,
la notte è ormai più notte fra gli alberi,
fra le foglie si è annidato il fulmine,
vago giardino alla deriva
– entra, la tua ombra copre questa pagina.

Temporale       

Nella montagna nera
il torrente delira a voce alta
a quella stessa ora
avanzi tra precipizi
nel tuo corpo sopito
Il vento lotta al buio col tuo sogno
boscaglia verde e bianca
quercia fanciulla quercia millenaria
il vento ti sradica e trascina e rade al suolo
apre il tuo pensiero e lo disperde
Turbine i tuoi occhi
turbine il tuo ombelico
turbine e vuoto
Il vento ti spreme come un grappolo
temporale sulla tua fronte
temporale sulla tua nuca e sul tuo ventre
Come un ramo secco
il vento ti sbalza
Nel tuo sogno entra il torrente
mani verdi e piedi neri
rotola per la gola
di pietra nella notte
annodata al tuo corpo
di montagna sopita
Il torrente delira
fra le tue cosce
soliloquio di pietre e d’acqua
Sulle scogliere
della tua fronte passa
come un fiume d’uccelli
Il bosco reclina il capo
come un toro ferito
il bosco s’inginocchia
sotto l’ala del vento
ogni volta più alto
il torrente delira
ogni volta più fondo
nel tuo corpo sopito
ogni volta più notte.

Due corpi

Due corpi, uno di fronte all’altro,
sono a volte due onde
e la notte è oceano.

Due corpi, uno di fronte all’altro,
sono a volte due pietre
e la notte deserto.

Due corpi, uno di fronte all’altro,
sono a volte radici
nella notte intrecciate.

Due corpi, uno di fronte all’altro,
sono a volte coltelli
e la notte lampo.

Quest’ora ha la forma di una pausa
La pausa ha la tua forma
Tu hai la forma di una fontana
non d’acqua ma di tempo
In cima allo zampillo della fonte
saltano i miei pezzi:
fui sono non sono ancora
La mia vita non pesa
Il passato si assottiglia
Il futuro è un po’ d’acqua nei tuoi occhi.

 

(dal web)

Ezra Pound, tre poesie

Ezra Weston Loomis Pound (Hailey, ottobre 1885 – Venezia, novembre 1972), tre poesie

Histrion

Nessuno mai osò scrivere questo,
ma io so come le anime dei grandi
talvolta dimorano in noi,
e in esse fusi non siamo che
il riflesso di queste anime.
Così son Dante per un po’ e sono
un certo Francois Villon, ladro poeta
o sono chi per santità nominare
farebbe blasfemo il mio nome;
un attimo e la fiamma muore.
Come nel centro nostro ardesse una sfera
trasparente oro fuso, il nostro “Io”
e in questa qualche forma s’infonde:
Cristo o Giovanni o il Fiorentino;
e poi che ogni forma imposta
radia il chiaro della sfera,
noi cessiamo dall’essere allora
e i maestri delle nostre anime perdurano.

.

Soffitta

Vieni, compiangiamoli quelli che stanno meglio di noi.
Vieni, amica, e ricorda
che i ricchi han maggiordomi e non amici,
e noi abbiamo amici e non maggiordomi.
Vieni, compiangiamo gli sposati e i non sposati.

L’aurora entra a passettini
come una dorata Pavlova,
e io son presso al mio desiderio.
Né ha la vita in sé qualcosa di migliore
che quest’ora di chiara freschezza,
l’ora di svegliarsi in amore.

.

Litania notturna a Venezia

“O Dieu, purifiez nos coeurs!
 purifiez nos coeurs!

Oh sì, la mia strada hai segnato
in piacevoli luoghi,
E la bellezza di questa tua Venezia
m’hai rivelata
Che la sua grazia è divenuta in me
 una cosa di lacrime.

O Dio, quale grande gesto di bontà
abbiamo fatto in passato,
e dimenticato,
Che tu ci doni questa meraviglia,
O Dio delle acque?

O Dio della notte,
Quale grande dolore
Viene verso di noi,
Che tu ce ne compensi così
Prima del tempo?

O Dio del silenzio
Purifiez nos coeurs,
Purifiez nos coeurs,
Poiché abbiamo visto
La gloria dell’ombra della
Immagine della tua ancella,
Sì la gloria dell’ombra
della tua Bellezza ha camminato
Sull’ombra delle acque
In questa tua Venezia.
E dinnanzi alla santità
Dell’ombra della tua ancella
Mi sono coperto gli occhi,
O Dio delle acque.

O Dio del silenzio,
Purifiez nos coeurs,
Purifiez nos coeurs,
O Dio delle acque,
illimpidiscici il cuore
Poiché ho visto
L’ombra di questa tua Venezia
Fluttuare sulle acque,
E le tue stelle
Hanno visto questa cosa, da loro corso remoto
Hanno visto questa cosa
O Dio delle acque,
Come le tue stelle
A noi son mute nella loro corsa remota,
Così il mio cuore
in me è divenuto silenzioso.

Purifiez nos coeurs,
O Dio del silenzio,
Purifiez nos coeurs,
O Dio delle acque.”


(testi dal web - in apertura, foto di Gianni Berengo Gardin) 

Costantinos Kavafis, due poesie

Sulla nave

In questo segno grafico lieve
Tracciato in fretta a bordo della nave
Ritrovo, sì, i suoi tratti.
.
Noi cinti dal mare ionico,
Stregato il pomeriggio.
.
I suoi tratti. Ma bello
Molto più di così mi appare
Ora, nel rievocarlo.
.
Una morbosità nel sentimento
Tale, la sua, da renderne
Abbagliante lo sguardo.
.
Così riemerge
Dentro di me – dal Tempo.
.
Dal Tempo… Eventi tanto
Remoti… Quel ritratto,
La nave, il pomeriggio…
C.Kavafis, da Un’ombra fuggitiva di piacere, Adelphi

*

Dal cassetto

Volevo appenderla a un muro della stanza.
.
Ma l’umidità del cassetto l’ha guastata.
.
Non la metto in un quadro questa foto.
.
Dovevo conservarla con più cura.
.
Queste le labbra, questo il viso –
ah, per un giorno solo, per un’ora
solo tornasse quel passato.
.
Non la metto in un quadro questa foto.
.
Mi fa soffrire vederla così guasta.
Del resto, se anche non fosse guasta,
che fastidio badare a non tradirmi –
una parola o il tono della voce –
se mai qualcuno mi chiedesse chi era.
C.Kavafis, da Poesie erotiche, Crocetti — immagine d’apertura, opera di Yves Klein

Meira Delmar, due poesie ed una nota sull’autrice

Meira Delmar, due poesie ed una nota sull’autrice

Il miracolo

Ti penso.
La sera,
non è più una sera;
è il ricordo
di quell’altra, azzurra,
in cui amore
si fece in noi
come un giorno
si fece luce nelle tenebre.
Adesso
quando la invoco credo
di essere stata testimone
di un miracolo.

*

Immigranti

Una terra con cedri, con olivi,
una dolce regione di fresche vigne,
lasciarono vicino al mare, abbandonarono
per il fuoco d’America.

Conservavano tra le labbra
il sapore della resina,
e il fumo profumato del narguileh
negli occhi,
mentre la nave si perdeva tra le onde
lasciandosi dietro le pietre di Beritos,
la valle gioiosa ai piedi delle colline,
e i banchetti del vino attorno alla tavola
preparata nell’estate
sotto il cielo pieno di gemme.

Il mare cambiò nome
una volta, un’altra e un’altra ancora
fino ad arrivare alla scottante riva
dove veloci raffiche
di uccelli dipingevano
di colori e musica improvvisa
l’istante,
e il fragore dei fiumi imitava il ruggito
del giaguaro e del puma
nascosti nella selva.

Su rive e su montagne costruirono case
come in passato la tenda nelle verdi oasi
l’antico avo, e le vecchie parole
iniziarono a scambiare
con le parole nuove
per chiamare le cose,
e seppero condividere il cuore con grandezza
come prima l’otre d’acqua nella sete del deserto.
A volte quando suona il liuto della memoria
e la prima stella
brilla nella sera
ricordano il giorno
in cui il bled scomparve lentamente
dietro l’orizzonte.

(Traduzione dallo spagnolo di Giulia Spagnesi)

*

Meira Delmar – Nel 1921 a Barranquilla (Colombia) nacque Olga Isabel Chams Eljach, figlia di due libanesi, Julian E. Chams e Isabel Eljach. Col tempo, una volta definita la sua vocazione di scrittrice, avrebbe scelto per sé il nome, molto simbolico, di Meira Delmar, talvolta trascritto Del Mar. Studiò nel collegio femminile della città e alla Scuola di Belle Arti dell’Università dell’Atlantico. A nove anni, nel 1931, Olga raggiunse con i suoi genitori e i suoi fratelli il Libano. Il viaggio via mare fu un’avventura interminabile e, soprattutto, indimenticabile. Pochi anni dopo, nel 1937, apparvero nella sezione “Poetesse d’America” di una rivista de L’Avana chiamata «Vanidades», alcune poesie con la firma di Meira Delmar. I quattro componimenti poetici, Tú me crees de piedraCadenaPromesa e El regalo de la lluviaerano i primi componimenti di Olga Isabel Chams Eljach, che aveva già scelto lo pseudonimo con il quale sarebbe diventata famosa. La giovane autrice scelse il suo cognome d’arte per via del suo grande amore per il mare, che la accompagnerà sempre e comunque. Per il nome, invece, fece ricorso alle sue origini arabe e, partendo da Omaira, studiò tutta la serie di possibilità e variazioni che questo nome le poteva offrire. Infine, scelse Meira.
La giovane artista decise di pubblicare i suoi primi versi senza esporsi troppo, ovvero celando la sua vera identità, per timore delle reazioni di familiari e conoscenti. Tuttavia, la sua collaborazione con la rivista cubana proseguì e furono pubblicate altre sue poesie. Nello stesso periodo, altri giornali si manifestarono interessati.
All’età di 20 anni Olga Isabel Chams Eljach, ormai a tutti nota come Meira Delmar, pubblicò la sua prima raccolta poetica, Alba de olvido. Nel 1999 quest’opera fu giudicata dai critici colombiani come uno tra i cento migliori libri del XX secolo e collocata tra le venti migliori opere poetiche dell’intero Novecento. Due anni dopo Alba de olvido, uscì Sitio del amor, seguito nel 1946 da Verdad del sueño. Per questa raccolta Meira ricevette la prima delle tante onorificenze assegnatele nella sua lunga carriera poetica dalle più svariate autorità, associazioni culturali e università. Nel 1951 uscì la sua terza opera, Secreta Isla, nella quale la voce poetica è sempre più nitida e forte.
Nel 1958 Meira fu nominata direttrice della Biblioteca Pública Departamental del Atlántico, carica che lasciò dopo 36 anni. Per decreto governativo oggi tale Biblioteca porta il nome di Meira Delmar, come del resto, anche altri edifici, sale di lettura e centri di ricerca.
Nel 1960 la poesia Soneto a una rosa fu giudicata come uno dei trenta componimenti poetici più belli, facendole vincere un premio dell’Academia Hispanoamericana de Letras.
Undici anni dopo, le venne conferita la Laurea Honoris Causa in Lettere dall’Università dell’Atlantico. Nello stesso anno, uscì una sua prima antologia poetica, col titolo Huésped sin sombra. Appena quattro anni dopo, la poetessa fu eletta Donna dell’anno. Successivamente, si recò negli Stati Uniti, dove sarebbe tornata nel 1985 per partecipare ad un congresso sulla poesia tenuto all’Università di Washington.
Dall’inizio degli anni ’80 si moltiplicano le onorificenze conferite alla poetessa che, inoltre, venne insignita dai più nobili ed importanti titoli colombiani e internazionali.
I tanti riconoscimenti furono poi coronati, nel 1993, dalla Medaglia Simón Bolivar, assegnatale dal Ministero dell’Educazione. Si tratta infatti della massima onorificenza che il governo nazionale può concedere.
Nel 1995 uscì Laúd memorioso e Antología e in questo stesso anno si congedò dalla Biblioteca e fu eletta Membro Onorario della Società Bolivariana della Regione Atlantico.
Negli anni successivi uscirono altre due raccolte, Palabras (1997) e Alguien pasa(1998), e uno studio a lei dedicato, Dossier Meira Delmar, pubblicato dalla Universidad del Norte.
L’Istituto Caro y Cuervo di Bogotà pubblicò Pasa el viento nel 2000, proprio nello stesso periodo in cui l’Università del Atlántico creava il Premio Poesia Meira Delmar.
Dal 2001 ad adesso Meira ha continuato a ricevere riconoscimenti e a essere invitata ai più famosi convegni letterari e alle più celebri fiere librarie della nazione colombiana. Nel 2003 il Congresso della Repubblica la insignì con la Orden de la Democracia Simón Bolívar durante un omaggio reso alla scrittrice dalla Unione Colombo-Araba.
(per questo articolo si ringrazia Fili d’aquilone n.10; per leggere altre poesie ed altre notizie sull’Autrice cliccare sul seguente link: http://www.filidaquilone.it/num010delmar.html)

 

Octavio Paz, due poesie ed un articolo

DUE POESIE DI OCTAVIO PAZ ED UN ARTICOLO

Madrigale

Più trasparente
di quella goccia d’acqua
tra le dita del rampicante
il mio pensiero tende un ponte
da te stessa a te stessa
Guardati
più reale del corpo che abiti
ferma in mezzo alla mia fronte

Sei nata per vivere in un’isola

da “O.Paz, Vento Cardinale e altre poesie” (Lo Specchio, Mondadori, 1984 – Trad, di Franco Mogni).

§

Due corpi, uno di fronte all’altro,
sono a volte due onde
e la notte è oceano.

Due corpi, uno di fronte all’altro,
sono a volte due pietre
e la notte deserto.

Due corpi, uno di fronte all’altro,
sono a volte radici
nella notte intrecciate.

Due corpi, uno di fronte all’altro,
sono a volte coltelli
e la notte lampo.

Due corpi, uno di fronte all’altro,
sono due astri che cadono
in un cielo vuoto.

da Libertà sulla parola (Guanda, 1965), a cura di G. Bellini

§

dal sito L’intellettuale dissidente, 26 maggio 2014 :

OCTAVIO PAZ – L’immagine non può essere spiegata concettualmente, deve essere ricreata come una comunione poetica tanto da risultare simile all’esperienza religiosa, nondimeno alla magia. L’uomo ha la possibilità di vivere, nel momento poetico, una sorta di rapimento, una epifania estatica che è fondamentale per il recupero di un’esistenza autentica. Octavio Paz, scrittore, poeta e saggista latinoamericano, utilizza molti modi per scrivere di tale esperienza, parlando di alterità e partecipazione. L’estetica paziana recupera oltremodo, attraverso il pensiero di Bergson e Ortega y Gasset, la dimensione del tempo e del senso della vita mediante la poesia. Concilia i contrari, l’affermazione con la negazione, giacché disvela la tirannia più feroce, mascherata a libertà, per mezzo dell’immaginazione poetica. Si avvicina letterariamente a Pessoa, a Quevedo e ad Ortega, sceglie di dialogare con Othón Salazar ed il suo movimento di maestri dissidenti; dialoghi che illuminano una civilizzazione, la sua.
Nasce a Città del Messico quando il paese è in piena lotta rivoluzionaria, nel 1914, l’anno della Grande Guerra che da inizio al Secolo breve, e si spegne nove anni dopo la caduta della Cortina di Ferro. E’ un uomo del suo secolo, intellettuale che ha dedicato la propria vita ad analizzare i molti spigoli storici, sociali e, dunque, anche politici che delineavano il suo presente. Dal tempo della giovinezza, Paz ha scritto di letteratura, arte, politica, storia e persino di antropologia. Ha permesso il dialogo tra poesia e società, portando in seno la tradizione letteraria messicana che mai lo ha abbandonato, colorando i suoi scritti di modernità e avanguardia artistica. Ha sempre inteso la poesia come quell’altra voce in grado di sovvertire i cliché del commercio, della politica e del giornalismo, poiché era davvero un discendente di quei romantici e di quei surrealisti che avevano come missione lo sconvolgimento delle abitudini del pensiero borghese, come ad esempio il suo mentore, André Breton. Appassionata è la critica alla società moderna, quella società di mercato ove l’economia è la parte visibile della merce, il frammento percettibile di una realtà in cui sono le cose a praticare l’umanità per mezzo degli uomini, relegati a parte invisibile, in silenzio. Un mondo che vede l’uomo confinato in un unico dormitorio abitato da anime compranti, consumatori e di prodotti e di tempo.
E’ commovente la riflessione politica di Octavio Paz che si compone in versi nelle sue opere, a difesa della cultura. «Quando una società si corrompe, a imputridire per primo è il linguaggio. La critica della società inizia quindi con la grammatica e il ristabilimento dei significati». E’ chiaro che la parola appare al poeta messicano come l’unico antidoto alla tecnica, rimedio necessario per rimarcare costantemente, attraverso una sofisticata critica, la modernità globale, la quale non si misura dai progressi dell’industria, ma dalla capacità di autocritica che permette di interiorizzare i cambiamenti ancor prima di farli nostri. La parola, dunque, icastica arma che permette di confrontare la politica e, vocazione ancora più nobile, di difendere la libertà. Bisogna «fare, abitare le parole».
Abbiamo creato un mondo dove le più importanti fonti di paura tra gli esseri umani non sono né calamità naturali né tantomeno punizioni divine: sono, malgrado, proprio altri esseri umani. Quando riceve il Premio internazionale per la pace degli editori tedeschi nel 1984, pronuncia queste parole: «La violenza aggrava le differenze e impedisce alle persone di parlare e ascoltare». Chi legge Paz contempla poeticamente il mondo e, poi, lo nomina. «L’uomo, persino quello avvilito dal neocapitalismo e dallo pseudo socialismo dei nostri giorni, è un essere meraviglioso perché, a volte, parla. Il linguaggio è il marchio […] Attraverso la parola possiamo accedere al regno perduto e così recuperare gli antichi poteri». Ebbene la poesia di Paz, quella poetica che è capace di purificare la nostra percezione e ci libera dai luoghi comuni della mente e del corpo, intensificando la nostra esperienza, non è fantasia, ma contemplazione. La sua posizione critica, in bilico tra tradizione e rottura, maturata dietro una lunga trincea analitica, costringe a prendere coscienza delle degradazioni dell’industrializzazione, quali, per esempio, l’avidità e il consumismo. Dopo tutto, egli era un moralista, pervaso da uno scetticismo che si intreccia con la saggezza orientale, l’erotismo e la sensualità.
Octavio Paz, premio Nobel messicano per la letteratura nel 1990, è affascinato dalla politica. Tutto ha inizio durante le numerose contraddizioni che stavano fiorendo tra le élite intellettuali di Città del Messico ad inizio secolo, che le vedeva incerte tra la spinta europea e il richiamo, insistente, dell’appartenenza americana. Paz non si sottrae all’esigenza di assumere posizioni politiche radicali in questo scontro culturale, posizioni che cambieranno nel corso della sua vita. Attraverso la metafora del labirinto, una delle sue preferite, riflette sul motivo che spinge i messicani a sentirsi inferiori rispetto agli Stati Uniti al punto da restare intrappolati nella solitudine. E’ dal vuoto di identità del suo popolo che nasce una delle opere più belle, Il labirinto della solitudine (1950), in cui i suoi pensieri trovano collegamenti molto stretti con la nozione heideggeriana dell’esistenza autentica. Rimane inizialmente affascinato dall’ideologia comunista, ne prende gradualmente le distanze durante la guerra civile in Spagna, maturando una visione critica dell’Unione Sovietica e delle sue strategie interne e in politica estera. L’ideologia e, conseguentemente, la politica di Stalin, ha creato nel poeta l’esigenza di modellare una nuova filosofia politica che coinvolgesse quei concetti a lui molto cari, di libertà, fraternità e uguaglianza. Fuori dal coro, critica coraggiosamente i fondamenti ideologici del comunismo russo — e per estensione quello dei partiti comunisti di Cina e Cuba — tanto quanto si impegna nella critica all’imperialismo americano. Nel 1968 la lotta sociale diverrà per lui fondamentale e necessaria a seguito del massacro di Plaza de Tres Culturas, teatro di una cruenta repressione esercitata dal governo messicano durante le Olimpiadi per soffocare le proteste degli studenti.
«La memoria —scrive —non è ciò che ricordiamo, ma ciò che ci ricorda».
— in apertura: opera di Lucio Fontana, Concetto-spaziale-attese —

Malcolm Lowry, due poesie

Malcolm Lowry (Birkenhead, Regno Unito, 1909 – Ripe, 1957), due poesie 

 

Felicità

Azzurre montagne innevate, fredde acque azzurre di torrente,
un cielo selvaggio brulicante di stelle nascenti 
e Venere e la luna gibbosa dell’alba,
gabbiani seguono controvento un motoscafo,  
alberi coi rami radicati in aria –
sedendo al sole di mezzogiorno, con l’ombra 
del camino furiosamente fumante della baracca –
le aquile seguono unite la strada del vento,
le rondini marine virano all’indietro,
alle undici un’altra presa di tabacco, 
e il mio amore tornato con l’autobus delle quattro 
–  Mio Dio, perché proprio a noi donasti tutto questo?

[trad. di Francesco Dalessandro, condivisa dal blog “poesie senza pari”]

*

Joseph Conrad

Questa battaglia, come di marinai con la burrasca
Che vola sottovento mentre loro, uniti
In quel caos, si voltano, ognuno sull’annottata
Cuccetta, per sognare nuovamente del caos, o di casa
Il poeta stesso, in lotta con la forma
Della sua opera in spire, conosce; avendo scambiato
Il monotomo mare col proposito, invitando
A irrompergli nella stanza alberi da carico.
Eppure nel suo sangue un fermento marinaro
Benché il cuore girovago senta sforzare il ferro
E il canto delle navi declinanti la rotta di levante
Lo sorregge a domare o essere domato.
Nel sonno tutta notte si arraffia a una vela!
Ma al di là della vita delle navi continuano a sognare le parole.
[condivisa da girodivite.it]

• In apertura: Giovanni Fattori, La torre rossa (o La torre rossa sul mare), forse 1866; olio su tavola, cm 14 x 28; Museo civico Giovanni Fattori, Livorno (immagine dal web)

César Vallejo, due poesie

César Vallejo (Santiago de Chuco, Perù, 1892 – Parigi, 1938), due poesie

 

Era domenica

Era domenica nelle chiare orecchie del mio asino,
del mio asino peruviano in Perù (scusate la tristezza).
Ma oggi sono già le undici alla mia esperienza personale,
esperienza di un solo occhio, inchiodato in pieno petto,
di una sola asineria, inchiodata in pieno petto,
di una sola ecatombe, inchiodata in pieno petto.

È così che rivedo le colline ritratte della mia terra,
ricche in asini, figli di asini, genitori a venire,
che ritornano già dipinte di credenze,
colline orizzontali dei miei dolori.

Sulla sua statua, di spada,
Voltaire incrocia la sua cappa e guarda il piedistallo,
però il sole mi penetra e caccia dai miei incisivi
un numero crescente di corpi inorganici.

E sogno allora di una pietra
verdastra, diciassette,
roccia numerale che ho dimenticato,
suono di anni nel rumore di ago del mio braccio,
pioggia e sole in Europa, e come tossisco! come vivo!
come mi fanno male i capelli a presagire i secoli settimanali
e anche, per contraccolpo, il mio ciclo microbico,
voglio dire la mia tremante, patriottica pettinatura!

*

Parigi, ottobre 1936

Di tutto ciò sono il solo che parte.
Me ne vado da questo banco, dai miei pantaloni,
dalla mia grande situazione, dalle mie azioni,
dal mio numero sezionato da parte a parte,
da tutto ciò sono il solo che parte.

Dagli Champs-Elysées o girando
nella strana Rue de la Lune,
la mia morte se ne va, se ne parte la mia nascita,
e circondata da gente, sola, in fuga
la mia immagine umana si gira
e congeda una a una le sue ombre.

E mi allontano da tutto, perché tutto
là resta a far da copertura:
la mia scarpa, il suo occhiello, anche il suo fango,
fino alla piega del gomito
della mia propria camicia abbottonata.

∼•∼

Le poesie sono condivise da “editrice petite plaisance”(che si ringrazia), dove, cliccando sul link azzurro, si possono leggere un interessante contributo sull’autore e altre poesie.

Nâzim Hikmet, da Lettere dal carcere a Munevvér

Istanbul_-_Hagia_Sophia

In questa notte d’autunno
sono pieno delle tue parole
parole eterne come il tempo
come la materia
parole pesanti come la mano
scintillanti come le stelle.
dalla tua testa dalla tua carne
dal tuo cuore
mi sono giunte le tue parole
le tue parole cariche di te
le tue parole, madre
le tue parole, amore
le tue parole, amica
erano tristi, amare
erano allegre, piene di speranza
erano coraggiose, eroiche
le tue parole
erano uomini.

(1948)

*

I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
che tu venga all’ospedale o in prigione
nei tuoi occhi porti sempre il sole.

I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
questa fine di maggio, dalle parti d’Antalya,
sono così, le spighe, di primo mattino;

i tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
quante volte hanno pianto davanti a me
son rimasti tutti nudi, i tuoi occhi,
nudi e immensi come gli occhi di un bimbo
ma non un giorno ha perso il loro sole;

i tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
che s’illanguidiscono un poco, i tuoi occhi
gioiosi, immensamente intelligenti, perfetti:
allora saprò far echeggiare il mondo
del mio amore.

I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
così sono d’autunno i castagneti di Bursa
le foglie dopo la pioggia
e in ogni stagione e ad ogni ora, Istanbul.

I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
verrà giorno, mia rosa, verrà giorno
che gli uomini si guarderanno l’un l’altro
fraternamente
con i tuoi occhi, amor mio,
si guarderanno con i tuoi occhi.

(1948)

*

Nâzim Hikmet, da Lettere dal carcere a Munevvér, prigione di Bursa, Anatolia

Juan Gelman, Usignoli di nuovo

Usignoli di nuovo, di Juan Gelman

nel grande cielo della poesia
o per meglio dire
nella terra o mondo della poesia che include cieli
astri
dei
mortali
canta l’usignolo di keats
sempre
passa rimbaud impugnando i suoi 17 anni come la fiamma di amore viva di san giovanni

a teresa si raddoppia il dolore e il suo cavallo sbriciola
la polvere innamorata di francisco de quevedo e villegas
il dolce garcilaso arde negli inferni di john donne
da césar vallejo cadono cammini lungo i quali camminano i piedi della poesia

piedi che calpestano silenziosi come un asinello andino
baudelaire tira giù un albatros dal suo regno celeste
con il frac dell’albatros mallarmé va alla festa del nulla possibile
suona il violino di verlaine nella festa del nulla possibile
ricorda

che il sangue è possibile nel mezzo del nulla
che girondo liublimará perrinunca lamora
e gireranno le barchette di tunòn
contro il metallo spaventoso che violò apollinaire

oh lou che disamasti l’eternità del viaggio
il palazzo dell’eccesso in cui entrò la saggezza di blake
il paco urondo che foderava di lamé la felicità
per evitarle il freddo dell’epoca

roque dalton che si arrampicava sull’albero più alto della sua anima e gridava “Rivoluzione”
e vedeva la Rivoluzione e la Rivoluzione era la sola terra ferma che vedeva
e javier heraud che se ne andò tenerissimo nella selva
e aprì la selva della bocca col suo torrente chiaro

e il padre darío che disse no agli yankye
come sandino disse no
e il fronte ampio della poesia e della guerra tornò a dir loro no
e nicaragua brilla nel suo esercizio di amare

martí che va e viene nell’aria con i cari morti
che vide volare come una rosa bianca
non vedi i miei compagni volare nell’aria ottanta anni dopo?
sei sveglio per poter continuare a dire no?

i morti si imbiancano come Maddalena quando
impastava il suo pane con più lacrime che farina?
fino a che venga il giorno?
il giorno in cui tutta l’america latina si solleverà lentamente?
amorosamente?
navigando come fanno i miei pianeti del sud?

ora canta l’usignolo del greco alla fine dei secoli
passa walt whitman con l’usignolo sulla spalla cantando in paumanok
passa il comandante guevara sulle spalle dell’usignolo
passa l’usignolo che si allontanò dalla vita silenzioso come un asinello andino

in rappresentanza di quelli che cadono per la vita
passa la luna dalle dita di rosa
passa saffo che protegge l’usignolo
che canta
canta
canta

(traduzione di Raffaella Marzano – per questo articolo si ringrazia il sito potlatch.it dov’è possibile leggere la versione in lingua originale.)

*

Juan Gelman (Buenos Aires, 3 maggio 1930 – Città del Messico, 14 gennaio 2014) è stato un poeta, scrittore e giornalista argentino. Tra i maggiori poeti contemporanei di lingua spagnola, vincitore nel 2007 del Premio Cervantes, è una delle voci poetiche più amate del Latinoamerica, oltre che una figura di riferimento per intere generazioni nella resistenza alla dittatura. Nato a Buenos Aires da una coppia di immigrati ebrei ucraini, lascia gli studi universitari (chimica) e si dedica completamente alla poesia. Nel 1955 fonda il gruppo letterario El pan duro, costituito da giovani militanti comunisti, collettivo che nel 1956 pubblica il suo primo libro Violín y otras cuestiones. Nel 1963, durante la dittatura di José María Guido, è incarcerato insieme ad altri scrittori comunisti. Liberato, in seguito alle vibranti proteste del mondo politico e intellettuale, abbandona il Partito Comunista argentino e si avvicina ai movimenti peronisti-guevaristi (Fuerzas Armadas Revolucionarias).
A partire dal 1967 inizia la sua attività di giornalista per varie riviste nazionali e internazionali. Nel 1975 per decisione del suo stesso gruppo politico abbandona l’Argentina, per poter proseguire dall’estero l’attività di opposizione alle politiche repressive già in atto nel paese, rifugiandosi prima a Roma e poi spostandosi tra Ginevra, Madrid, Managua, Parigi, New York, per stabilirsi infine in Messico. Nel frattempo, in seguito al colpo di Stato militare del 1976, che andava sotto il sinistro nome di Proceso de Reorganización Nacional il regime militare argentino sequestra e uccide suo figlio Marcelo Ariel e sua nuora Maria Claudia García Iruretagoyena, genitori di una bimba nata in carcere e della quale si perde ogni traccia. Grazie all’intervento di vari capi di Stato, la cui protesta è pubblicata su Le Monde, nel 1988 Gelman viene sollevato da ogni pendenza giudiziaria per la sua militanza di sinistra. Tuttavia Gelman respinge l’indulto promulgato dall’allora presidente argentino Carlos Menem, atto “di grazia” che contemporaneamente lasciava impuniti numerosi responsabili delle torture di quegli anni.
Nel 1990 vengono identificati i resti del figlio Marcelo, ucciso con un colpo alla nuca e sepolto in un bidone riempito di sabbia e cemento. Nel 1999 Gelman ritrova la nipote scomparsa, data in adozione a una famiglia di Montevideo. Insieme alla nipote, che ha poi ripreso il nome dei suoi veri genitori (Macarena Gelman), ha portato avanti una battaglia civile per il riconoscimento dei diritti giuridici delle famiglie dei desaparecidos. Per oltre vent’anni, e fino alla sua morte (avvenuta all’età di 83 anni per una mielodisplasia), visse a Città del Messico con la seconda moglie, la psicologa argentina Mara La Madrid. Nel 2007 gli è stato attribuito il prestigioso Premio Cervantes. Le sue opere sono state tradotte in numerose lingue e pubblicate in tutto il mondo. Alla sua morte il governo argentino ha decretato tre giorni di lutto nazionale, a onorare nella sua figura quella di chi seppe mantenere limpida la richiesta di giustizia e alta la dignità e la memoria di un’intera generazione spazzata via dalla brutalità della dittatura. Per queste ragioni in Argentina la sua persona è molto amata e riconosciuta, la sua opera, anche quella giornalistica, è diffusa e studiata, messa in scena e musicata.

Federico García Lorca, versi diversi

Notte alta dell’amore insonne (1935-1936)

Notte alta, noi due e la luna piena;
io che piangevo, mentre tu ridevi.
Un dio era il tuo scherno; i miei lamenti
attimi e colombe incatenate.

Notte bassa, noi due. Cristallo e pena,
piangevi tu in profonde lontananze.
La mia angoscia era un gruppo di agonie
sopra il tuo cuore debole di sabbia.

L’alba ci ricongiunse sopra il letto,
le bocche su quel gelido fluire
di un sangue che dilaga senza fine.

Penetrò il sole la veranda chiusa
e il corallo della vita aprì i suoi rami
sopra il mio cuore nel sudario avvolto.

§

Il poeta dice la verità (1935-1936)

Voglio piangere sopra la mia pena
e te lo dico perché tu mi pianga
e m’ami in un tramonto di usignoli
con un pugnale e con baci insieme a te.

Voglio uccidere il solo testimone
presente all’assassinio dei miei fiori
e mutare l’angoscia del mio pianto
in grano duro, in un covone eterno.

Quella matassa mai non si dipani
del t’amo m’ami, di tutto ardore sì!
con decrepito sole e vecchia luna.

Quello che non mi dai non te lo chiedo,
no, ma muoia e di sé non lasci traccia
nell’estremo sussulto della carne.

da Sonetti dell’amore oscuro (Newton Compton, trad.Claudio Rendina)

§

Madrigale appassionato (1919)

Vorrei stare sulle tua labbra
per spegnermi nella neve
dei tuoi denti.
Vorrei stare sul tuo petto
per disfarmi nel sangue.
Vorrei sognare per sempre
nella tua chioma d’oro.
Che il tuo cuore si facesse
tomba del mio dolente.
Che la tua carne fosse la mia carne
che la tua fronte fosse la mia fronte.
Vorrei che tutta la mia anima
entrasse nel tuo piccolo corpo
ed essere io il tuo pensiero
ed essere io la tua bianca veste.
Per far sì che t’innamori di me
con una passione così forte
da consumarti cercandomi
senza mai incontrarmi.
Perché tu vada gridando
il mio nome fino a ponente,
chiedendo di me all’acqua,
bevendo triste le amarezze
che prima il mio cuore
nel desiderarti lasciò sul sentiero.
E intanto io entrerò
nel tuo corpo dolce e debole,
io sarò donna, sarò te stessa,
restando in te per sempre,
mentre tu invano mi cerchi
da Oriente ad Occidente,
finché fine ci brucerà
la fiamma grigia della morte.

da Tutte le poesie e tutto il teatro (Newton Compton, trad.Claudio Rendina) — immagine d’apertura:opera di E. Munch, Il bacio

Wallace Stevens, tre poesie da The Rock

Un vecchio addormentato

I due mondi sono addormentati, dormono, ora.
Un senso muto li possiede in una sorta di solennità.

L’io e la terra: i tuoi pensieri, sentimenti
Le simpatie e antipatie, la meta tua propria,

Il rosso dei tuoi castagni rossastri,
Il moto del rivo, il moto sonnolento del rivo R.

Le scogliere irlandesi di Moher

Chi è mio padre in questo mondo, in questa casa,
Alle fondamenta dello spirito?

Il padre di mio padre, il padre di suo padre, il…
Ombre come venti

Risalgono a un genitore prima del pensiero, della parola,
In capo al passato.

Risalgono alle scogliere di Moher che sorgono dalla nebbia,
Sopra il reale,

Sorgendo dal luogo e tempo presente, sopra
L’erba verde, bagnata.

Questo non è paesaggio, pieno dei sonnambulismi
Della poesia

E del mare. Questo è mio padre, o forse
E’ come era lui,

Una somiglianza, uno della razza dei padri: terra
E mare e aria.

Vuoto nel parco

Marzo... Qualcuno ha attraversato la neve,
Qualcuno che cercava non sapeva cosa.

E' come una barca che si è mossa
Dalla costa di notte ed è scomparsa.

E' come una chitarra lasciata sulla tavola
Da una donna che se n'è dimenticata.

E' come lo stato d'animo di un uomo
Tornato a vedere una certa casa.

I quattro venti soffiano attraverso la rustica pergola,
Sotto le sue matasse rampicanti.

*

da The Rock \ La roccia in Wallace Stevens, Il mondo come meditazione (a cura di Massimo Bacigalupo,Guanda)

*

In occasione del 19 marzo riproponiamo anche la lettura di poesie dedicate al padre:

https://ilsassonellostagno.wordpress.com/2018/03/18/nel-nome-del-padre-autori-vari/

https://ilsassonellostagno.wordpress.com/2019/03/19/nel-nome-del-padre-autori-vari-2/

Wisława Szymborska, L’acrobata

Marc Chagall acrobat 1930

L’acrobata di Wisława Szymborska

Da trapezio a
a trapezio, nel silenzio dopo
dopo un rullo di tamburo di colpo muto, attraverso
attraverso l’aria stupefatta più veloce del
del peso del suo corpo che di nuovo
di nuovo non ha fatto in tempo a cadere.
Solo. O anche meno che solo,
meno, perché imperfetto, perché manca di
manca di ali, gli mancano molto,
una mancanza che lo costringe
a voli imbarazzati su una attenzione
senza piume ormai soltanto nuda.
Con faticosa leggerezza,
con paziente agilità,
con calcolata ispirazione. Vedi
come si acquatta per il volo? Sai
come congiura dalla testa ai piedi
contro quello che è? Lo sai, lo vedi
con quanta astuzia passa attraverso la sua vecchia forma e
per agguantare il mondo dondolante
protende le braccia di nuovo generate?
Belle più di ogni cosa proprio in questo
proprio in questo momento, del resto già passato.

*

da Wisława Szymborska, Vista con granello di sabbia, Adelphi 2009 — in apertura, Marc Chagall, L’acrobata (1930), olio su tela, 65x 32 cm. – Parigi, Centro Georges Pompidou

Denise Levertov, due poesie

La veglia / The vigil

Quando i topi si svegliano
ed escono alla ricerca
di vita, briciole di vita,
io siedo tranquilla nella mia stanza segreta
cercando di calmare la mente dalle chiacchiere,
dicerie ed eventi, e trovo
la vita, briciole di vita, per nutrirla
fino a quando in silenzio,saziato,
il dio animale all’interno del
santuario ingombro non si mette a parlare. Ahimè!
poveri topi – Non ho lasciato
niente per loro, né pane,
né grasso, né un piatto sporco.
Andate attraverso i muri verso altre cucine;
fate silenzio qui.
Siederò vegliando
ed attenderò il Gatto
che in una lingua umana
pronuncia oracoli inumani
o delicatamente, con i suoi artigli, apre
una serie di scatole cinesi, contenenti ognuna
il Mondo e la sua ombra.
.
§
.
When the mice awaken
and come out to their work of searching
for life, crumbs of life,
I sit quiet in my back room
trying to quiet my mind of its chattering,
rumors andevents, and find
life, crumbs of life, to nourish it
until in stillness, replenished,
theanimal god within the
cluttered shrine speaks. Alas!
poor mice – I have left
nothingfor them, no bread,
no fat, not an unwashed plate.
Go through the walls to otherkitchens;
let it be silent here.
I’ll sit in vigil
awaiting the Cat
who with humantongue
speaks inhuman oracles
or delicately, with its claws, opens
Chinese boxes,each containing
the World and its shadow.
.
.
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La lezione / The lesson
.
Marta, 5 anni, scarabocchia un disegno e mormora
«Questi sono due angeli. Queste sono due bombe.
Splendono nel sole. La magia
gocciola dalle ali degli angeli».
Nik, 4 anni, ha gridato
attraverso il campo di stoppie, «Guarda,
i fiori stanno danzando ai piedi
dell’albero, e l’albero
guarda giù con tutti i suoi occhi-mela».
Senza esitazione né disputa, parole
adoperate e subito dimenticate.
.
§
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Martha, 5, scrawling a drawing murmurs
‘These are two angels. These are two bombs. They
are in the sunshine. Magic
is dropping from the angels’ wings’.
Nik, at 4, called
over the stubble field, ‘Look,
the flowers are dancing underneath the
tree, and the tree
is looking down with all its apple-eyes’.
Without hesitation or debate, words
used and at once forgotten.
.
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Denise Levertov, tratto da Beat city blues – kerouac and Co., Stampa alternativa
(clicca qui per leggere tutto il libro bilingue)
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Denise Levertov (Ilford, 24 ottobre 1923 – 20 dicembre 1997), scrittrice e poetessa britannica naturalizzata statunitense. È stata influenzata dalla poesia di William Carlos Williams. Le sue liriche, dedicate alla natura e alla quotidianità, vennero apprezzate da Ferlinghetti che le pubblicò nella collana “Pocket Poets” della City Lights Books. Tra le sue raccolte, Here and Now del 1947 e The Jacob’s Ladder (1961). In italiano è stata realizzata una sola traduzione antologica curata da Mary De Rachelwitz per Mondadori nel 1969.
Traduzione di Simonetta Ferrini; immagine d’apertura: Wassily Kandinsky, Several Circles, 1926

José Saramago, tre poesie

Silenzi
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Oggi non era giorno di parole,
con mire di poesie o di discorsi,
né c’era strada che fosse nostra.
A definirci bastava solo un atto,
e visto che a parole non mi salvo,
parla per me, silenzio, ch’io non posso.
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Oceanografia
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Giro le spalle al mare che conosco,
al mio essere umano me ne torno,
e quanto c’è nel mare lo sorprendo
nella pochezza mia di cui son conscio.
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Di naufragi ne so più del mare,
dagli abissi che sondo torno esangue,
e perché da me nulla lo separi,
vive annegato un corpo nel mio sangue.
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Acqua che all’acqua torna

Acqua che all’acqua torna, di luce sfrangiata,
si apre l’onda in spuma.
Movimento perpetuo, arco perfetto,
che si erge, ricade e rifluisce,
onda del mare che il mare stesso nutre,
amore che di se stesso si alimenta.

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versi di José Saramago (1922 – 2010) tratti dal web
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