Gregory Corso, versi da Rapporto di campo con un approfondimento sull’autore

num008corsodisegno
Disegno di Corso che chiude “Rapporto di campo”

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da RAPPORTO DI CAMPO

La notte muore nell’alba
come un gigantesco sbadiglio
Sono fuori sul campo
a fare rapporto
A chi faccio rapporto, volete saperlo?
Gli uccelli non sono spie?
Fanno rapporto agli alberi;
gli alberi fanno rapporto al vento
e il vento fa rapporto a tutti –
Ma è sempre lo stesso messaggio
Da ciò questo rapporto…
Rompe la monotonia
Io vedo lo stesso che vedono gli uccelli
Solo trasmettiamo diversamente
Comunque sono fuori sul campo
e dovreste che non è uno scherzo
– sopra fioccano pallottole
non sono vere, sono pallottole poetiche
È la musa, chi altro?
là fuori sulla banchina di tiro
Ha con sé Pegaso
Lui avverte tutti a TESTA GIÙ
Io urlo TU VOLA E VAFFANCÙ
Lei ride
Sapevo che l’avrei fatta ridere
No, non è per niente facile
specialmente quando devo combattere
con la mia particolare visione del mondo

Oh dio! ecco che passa Kelly
voi non lo conoscete
io sì e lui deve morire
non è più una pancia da Buddha
sono suppergiù quaranta litri d’acqua
che porta in giro come una gravidanza
Ecco sul colle Capitan Bill che è
…un’ombra di me
Fra due settimane sarà morto anche lui
È duro
parlare sinceramente a Dio
dire quel che senti davvero
senza scoppiare a ridere
(…)

Ho sostato in Piazza Colonna
(nome di mia madre da ragazza)
su Via del Corso
(nome di mia madre da sposata)
Questo vi dice qualcosa?
Se Gregory non sono me
allora perché tutta questa bella gioventù
si sbraccia per me?
Un cerchio è vuoto
come molto tempo fa in boccio
Pace! Possa la mia bomba far cilecca
Pace! Oh mondo tieniti la tua belletta
(…)

Tremore! Abbandono!
dannate stanze ammobiliate!
Prigioni! dannato
andar su e giù, su e giù
dannate eternità di muri che si fronteggiano
ore e poi ore, e io
che non sono mai stato sulla luna
– mettetemi al muro!
ma io sono indispensabile senza di me –
Quando sei un orfano hai bisogno di te
Avendo raggiunto la paternità
ho ottenuto il diploma all’orfanità –
Consegno il mio rapporto: (così per ridere)
Non ci sono collegamenti misteriosi
né atteggiamenti frivoli
né lassismi alla moda
abbasso i giorni di morte predeterminati
ah, questo trattato queste ore
io a Roma in tutto il mio fulgore –
sì questa leggerezza brevità frivolezza
così liberi e comodi, cavalcata di buon umore!

(…)

STOP

1989-90

.

Gregory Corso, da Poesie (Mindfield – Campo Mentale) – trad. di Massimo Bacigalupo, Newton Compton Editori, 2007 — dalla rivista on-line da Fili d’aquilone – num.8

*

Approfondimento:  si riporta integralmente l’articolo del 6 novembre 2010 pubblicato in Notizie in… Controluce, n. X/3, marzo 2001, pp. 20-21 e tratto da sullaletteratura.blogspot.it/

«Morte di un poeta Beat. Gregory Corso è morto nel gennaio scorso» di Nicola D’Ugo
Aveva settant’anni Gregory Nunzio Corso (1930-2001), il poeta più europeista della Beat Generation, il movimento che dagli anni cinquanta aveva aperto la via alla contestazione giovanile in America. Si è spento a gennaio all’ospedale di North Memorial Medical Center di Robbinsdale, nel Minnesota, dove a settembre si era trasferito a casa della figlia Sheri Langerman, un’infermiera, per un tumore alla prostata.
Poeta autodidatta (lesse il russo Dostoevskij, il francese Stendhal e l’inglese Percy Shelley in carcere), il suo linguaggio è considerato tutt’oggi il più onirico della Beat Generation, addirittura il più ingenuo e naïf.
Nell’intento di portare la poesia a un linguaggio colloquiale, di strada, tipico dei poeti newyorchesi degli anni cinquanta e sessanta, seppe raccontare in modo diretto, come una cronaca vocale estemporanea, gli eventi e lo stato di salute degli americani. Anzitutto evitando la retorica di massa, dei proclami giovanili che, nella misura in cui volevano essere rivoluzionari, finivano per essere nuovamente dettati da schematismi, abitudini e vincoli formali che contrastavano con l’idea di uomo libero cui Corso aspirava. Con la sua ironia ha scritto pagine provocatorie anti-Beat, nella misura in cui, al tempo, essere Beat significava essere alla moda.
Neppure all’interno della Beat Generation fu sempre compreso. Jack Keroack e Allen Ginsberg lo indicavano come il migliore poeta d’America, mentre un altro grande scrittore del movimento Beat, l’editore di City Lights Lawrence Ferlinghetti, gli negò una pubblicazione, ritenendola fascista: solo anni dopo comprese di essersi sbagliato, che Corso non amava i proclami e le ideologie canonizzate da un gruppo.
gregory_corsoAnche la poesia più celebre di Corso, “Bomb” (Bomba, 1958), fu oggetto di fraintendimento. Scritta a forma di fungo nucleare, è un’elegia satirica, ricca di ironia e ritmo. Dopo aver assistito alla dimostrazione di un esperimento nucleare in Inghilterra e all’accanimento dei pacifisti contro la bomba, il poeta newyorchese se la prese con l’espressione violenta del pacifismo stesso, componendo una “lettera d’amore” alla bomba atomica, contro la stupidità umana che genera violenza: per Corso la bomba era un prodotto della storia, di una mentalità di fondo sbagliata che stava coinvolgendo tutti, militaristi e pacifisti allo stesso modo, che vedeva ora contrastarsi su un terreno della violenza, quale espressione socialmente indotta nell’individuo e condivisa da entrambe le fazioni.
Il celebre film di Stanley Kubrick Il dottor Stranamore, ovvero come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba uscì otto anni dopo, e assunse un linguaggio molto meno ambiguo della poesia di Gregory Corso. Del resto, questo modo ironico di scrivere un’elegia distruttiva contro il genere umano era già stato impiegato alla fine negli anni dieci dal più grande poeta della guerra e della pietà: Wilfred Owen (Poesie di guerra, Einaudi, Torino 1985).
Così, in “The American Way” (La Via Americana), gli strali del poeta italo-americano contro l’American dream prendono la piega di un discorso colloquiale, in cui addita, in linea con Walt Whitman, il male dell’America negli americani stessi e non nei loro governanti, che non sono consapevoli (e quindi responsabili) delle contraddizioni americane. La poesia di Corso, lo si nota nel parallelismo con la celebre poesia “America” di Allen Ginsberg, si colloca all’interno del processo storico, non solo nel proprio tempo e nell’attuale scenario politico.
Scrittore dal linguaggio ardito, senz’altro inconsueto, a volte bizzarro (come quando il mare gli dice che ciò che mangia è la madre adottiva e non un pesce), ma anche e specialmente da una lettura della vita fatta, prima che sui libri, per le strade, Gregory Corso era nato il 26 marzo 1930 a Greenwich Village, il quartiere bohémien di New York, dove sarebbero passati, oltre a Keroack e Ginsberg, personaggi leggendari come Dylan Thomas e Henry Miller e, quando divenne ricco, Bob Dylan. Tutt’altro che poetici i natali: i genitori non erano due bohémien, ma due adolescenti d’origine italiana di diciassette e sedici anni, che si lasciarono sei mesi dopo la nascita del poeta, e la madre ritornò in Italia.
Da allora la vita del bambino fu un susseguirsi impressionante di ricoveri in orfanotrofi, affidamenti a famiglie e fughe da casa del padre, che lo aveva ripreso con sé all’età di 11 anni. A dodici finisce in riformatorio, a diciassette sconta tre anni in carcere per il furto di una radio. È lì che apprende le difficoltà dei carcerati e la loro umanità, e comincia a scrivere poesie.
Uscito dal carcere, incontra in un bar di Greenwich Village frequentato da lesbiche il più noto poeta Beat, Allen Ginsberg, che lo introduce alla scrittura d’avanguardia, e di lì a poco alla fama fra gli scrittori newyorchesi. Ma non è una vita facile. A trent’anni passa da un lavoro all’altro, si imbarca per il Sudamerica e il Sudafrica, e approda infine in Europa. Nell’introduzione alla raccolta più celebre di Corso, Gasoline (Benzina), Allen Ginsberg segnala al lettore che Corso è forse il più grande poeta americano, ma di fatto fa la fame in Europa.
Erano anni in cui la Beat Generation subiva attacchi non solo dai circoli letterari tradizionali, ma dalle corti di giustizia, e in cui era facile essere additati come comunisti. Durante gli anni del terrore macarthista in America, Corso preferì abbandonare l’insegnamento della poesia di Shelley all’università piuttosto di sottoscrivere la dichiarazione di non essere un comunista. Più che al comunismo, l’attenzione di Corso era rivolta all’affrancamento dalle regole, attraverso la cultura classica e il buddismo, senza tralasciare il cristianesimo. Secondo Ann Douglas, professoressa di studi americani alla Columbia University, la poesia “Marriage” (Matrimonio) costituì un motivo di stimolo per l’emancipazione femminile:
«Le donne guardavano Corso e gli altri poeti Beat, e si chiedevano, “Se questi uomini stessi possono essere liberi dai ruoli prestabiliti del genere –sposarsi, lavorare per una corporazione e via dicendo– perché noi no?”» E ne seguivano l’esempio. Corso, che è stato sposato tre volte, terminava il componimento con: «Ah, eppure so bene che se una donna fosse possibile come io sono possibile allora il matrimonio sarebbe possibile.»
Sregolato, tossicodipendente e alcolista nella vita, anche negli ultimi tempi, da ammalato, non aveva perso l’attaccamento alla libertà di cui era noto in gioventù. La figlia Sheri Langerman racconta che lo scorso settembre lo aveva trovato in condizioni disperate, abbandonato a se stesso dentro casa, rifiutando l’aiuto degli amici:
Pensavo di dovergli già preparare il funerale, ma poi si era ripreso: abbastanza da bere, imprecare e organizzare di nuovo delle partite a poker.
Lo aveva portato con sé da New York in Minnesota, dove Corso, dopo un iniziale «shock culturale», si era messo a giocare con i nipoti e a uscire di casa. E non aveva perso neppure la vena umoristica:
Una volta lo abbiamo portato al casinò in sedia a rotelle, tutto avvolto in coperte a fiorellini, che pareva la madre di Whistler. Si è portato via 1.200 dollari dal tavolo del blackjack. Quando l’addetto del casinò lo ha chiamato “Signora”, lui ha commentato: “Lo prendo per un complimento. Vuol dire che ho una bella pelle.”
Corso ha continuato a lavorare fine all’ultimo. «La Poesia è il mio Paradiso,» diceva da ragazzo. La settimana prima di morire aveva registrato un CD di musica e poesia con Marianne Faithfull a casa della figlia Sheri. Ha lasciato cinque figli, sette nipoti e un pronipote. Prima di morire aveva espresso il desiderio che, dopo i funerali nella chiesa di Our Lady of Pompeii (Nostra Signora di Pompei) a Greenwich Village, le sue ceneri venissero seppellite in Italia, nel cimitero acattolico di Roma, accanto alla tomba del poeta romantico inglese Percy Shelley.
Leggere oggi la sua poesia aiuta a comprendere le atmosfere e le riflessioni di un uomo che ha vissuto e raccontato uno dei periodi più significativi e controversi del dopoguerra, nel quale, accanto al boom economico e alla guerra fredda, si manifestavano nuove esigenze di libertà individuale e repressione ideologica nel paese della democrazia più famosa.

 

Mark Strand, due poesie

Mark Strand, due poesie

da L’uomo che cammina un passo davanti al buio. Poesie 1964-2006 (Mondadori, 2007)

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L’IDEA
(The idea)

——————————————————-Per Nolan Miller

Anche per noi esisteva un desiderio di possedere
qualcosa oltre il mondo a noi noto, oltre noi stessi,
oltre quanto sapevamo immaginare, qualcosa in cui
nondimeno potessimo riconoscerci; e questo desiderio
veniva sempre di sfuggita, nella luce che svaniva, e
in un freddo tale che il ghiaccio sui laghi della valle
si spaccava e si rovesciava, e la neve soffiata dal vento
copriva tutta la terra che riuscivamo a vedere,
e le scene del passato, quando riaffioravano,
non apparivano più come una volta, ma spettrali
e bianche fra false curve e cancellature celate;
e neppure una volta sentimmo di essere prossimi
finchè il vento notturno non disse: “Perchè farlo,
specialmente adesso? Tornate da dove venite”;
e allora apparve, con le finestre accese, piccola,
lontana tra gli anfratti di ghiaccio, una baita;
e ci fermammo lì davanti, stupefatti dal suo essere
lì, e ci saremmo fatti avanti ad aprire la porta,
e saremmo entrati nel lucore a scaldarci, lì,
se non fosse che era nostra proprio non essendo
nostra, e che doveva restare vuota. Quella era l’idea.

§

da Quasi invisibile (Mondadori, 2014)

MELANCONIA ERMETICA
(Hermetic Melancholy)

 

Diciamo allora che è scesa la notte e il vento si è spento e gli
alberi verdeazzurri si sono fatti grigi e le montagne di
ghiaccio, levigate sotto la faccia butterata della luna, sono
come spettri, immobili in lontananza, e la luce fioca della
luna si riversa nella stanza dove siedi a un tavolo, fissi un
bicchiere di whisky, e dove sei stato tanto a lungo che la
notte, così inerte, così spoglia, è diventata non soltanto il tuo
giorno, ma tutta quanta la tua vita; e diciamo che mentre sei
lì il sole, il sole reale, è sorto, e ti viene in mente che ciò che
hai fatto della notte era solo una possibilità, un’indolore e
rarefatta forma di disperazione che potrebbe portare, se
protratta, a un esito indesiderato, e ti rendi conto che le
parole che avevi scelto non erano parole giuste – non sei mai
stato la persona che lasciavano intendere tu fossi; e allora
diciamo che in casa c’è una pistola con il colpo in canna e ti
trastulli con l’idea di usarla e dici: “Dai, sparati”, ma, anche in
questo caso, non sono le parole giuste, così, come hai già fatto
tanto spesso, le rettifichi prima che sia troppo tardi.
.
(da nuoviargomenti.net)

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Poeta e narratore, Mark Strand è nato nel 1934 a Summerside, nella Prince Edward Island in Canada, ed è cresciuto negli USA. Autore di vari volumi di poesia, e di racconti, saggi, libri per bambini e scritti sull’arte, ha ricevuto numerosi prestigiosi riconoscimenti, tra cui la McArthur Fellowship, la nomina a Poeta Laureato degli Usa (1990), il Premio Pulitzer per la Poesia (1999) e il Wallace Stevens Award (2004). E’ morto il 29 novembre 2014.

Dello stesso Autore, in questo blog: Sei tu tra gli ulivi al di là del cortile? (clicca qui)  — immagine: opera di Edward Hopper

Christoph Wilhelm Aigner, due poesie

1 Marc Chagall (1887-1985) Lovers-by-Marc-Chagall

Christoph Wilhelm Aigner, due poesie

Il contatto

Semplicemente lo voglio dire
E’ stato un contatto casuale
e anche un sorriso
Nulla più. Ma ancora
ne scaturiscono giorni quasi
la terra dondolasse appesa a
un grande ombrello di seta blu
.

§

Astronomia per due

Sotto la piccola città
serpeggia nella nebbia
Il cielo un
fuoco d’artificio raggelato
Venere era
esplosa in Scorpione
Sullo sfondo
il fruscio del nostro sangue
.

[trad.di Riccarda Novello]

*

versi tratti da AA.VV. Nuove poesie d’amore (a cura di Angela Urbano, Crocetti Editore — immagine: opera di Marc Chagall)

christoph_wilhelm_aigner_portraitNato nel 1954 a Wels, nell’Austria superiore, Christoph W. Aigner ha pubblicato diversi volumi: Katzenspur. Verse und Marginalien (1985, L’orma del gatto. Versi e note a margine), Weiterleben (1988, Continuare a vivere), Drei Sätze (1991, Tre frasi), Landsolo (1993, Assolo campestre), Das Verneinen der Pendeluhr (1996, Dice di no l’orologio a pendolo), Die Berührung (1998, Il Contatto). Nel 1995 Aigner ha curato l’edizione completa delle liriche profane del cosiddetto “Salzburger Mönch” (Il Monaco di Salisburgo), volgendole dal medio-alto tedesco: traduttore dall’italiano (nel 1997 ha curato e tradotto una scelta di testi di Federigo Tozzi, Tiere, Dingen, Personen, e nel 2003 di Giuseppe Ungaretti), l’autore ha pubblicato inoltre una raccolta di prose poetiche Mensch. Verwandlungen (Uomo. Metamorfosi), che in Germania è stata inserita nella lista dei 52 libri del Centenario, mentre dalla sua riflessione poetologica nasce il volume Engel der Dichtung (2000, Angelo della poesia) – tratto da crocettieditore.com

Czesław Miłosz, Notizia

fiona watson (immagine a cura di Cartesensibili)

NOTIZIA

Della civiltà terrestre che diremo?

Che era un sistema di sfere colorate, di vetro affumicato,
Dove si avvolgeva e svolgeva il filo di liquidi luminescenti.

O un agglomerato di palazzi raggiformi
Svettanti da una cupola coi portali inchiavardati
Dietro cui camminava un orrore senza volto.

E che ogni giorno si gettavano i dadi, e a chi capitava un numero basso
Veniva condotto al sacrificio: vecchi, bambini, ragazzi e ragazze.

O forse diremo così: che abitavamo in un vello d’oro,
In una rete iridescente, nel bozzolo di una nuvoletta
Appeso al ramo d’un albero galattico.
E questa nostra rete era intessuta di segni:
Geroglifici per l’occhio e l’orecchio, anelli d’amore.
E risuonava al suo interno un suono, che ci scolpiva il tempo,
Il tremolio, il garrito, il cinguettio della nostra favella.

E con che cosa potevamo tessere il confine
Fra il dentro e il fuori, la luce e l’abisso,
Se non con noi stessi, il nostro caldo respiro,
Il rossetto, lo chiffon e la mussola,
Col battito, che quando tace muore il mondo?

O forse della civiltà terrestre non diremo nulla.
Perché cosa fosse non lo sa realmente nessuno.

Berkeley, 1973

Czesław Miłosz, da Da dove sorge e dove tramonta il sole – tratta da Poesie (a cura di Pietro Marchesani, Adelphi, 2013)

Francisco Brines, due poesie

Ivan-Aivazovsky Tramonto sul mare - 1853

Francisco Brines, due poesie da Poesia spagnola del secondo Novecento (a cura di F.sco Luti, Vallecchi, 2008 — immagine: Ivan Aivazovsky, Tramonto sul mare, 1853)

L’ULTIMA COSTA

C’era lì una chiatta, con torvi personaggi,
poggiata sulla riva. La notte della terra,
sepolta.
E più in là, il vascello dalle luci sbiadite
dove si assiepava con fervore, benché triste,
una folla in gramaglie.
……………………..Di fronte, quella bruma
densa sotto un cielo senza più firmamento.
Una barca in attesa, delle altre arenate.
.
Arrivavamo esausti, con la pelle tesa, un po’ riarsa.
Un’aria immobile, con frange di umidità,
fluttuava sul posto.
Tutto era predisposto.
………………………La nebbia, ancora più densa,
esigeva di partire. Io avevo gli occhi velati dalle lacrime.
Sistemammo i remi consumati
e come schiavi, muti,
spingemmo sulle acque nere.
.
Mia madre mi guardava, fissandomi, dal vascello,
in quell’unico viaggio di tutti nella nebbia.
.
.
da L’ultima costa (1995)

.

§

.

SOGNO POSSENTE

Qual è la gloria della vita, ora
che non c’è nessuna gloria,
ma realtà impoverita?
Saper che forse il disinganno
quel desiderio fondo non ti strappa
di viver di più?
.
La gloria della vita fu il credere
che esisteva l’eterno;
o, forse, fu la gloria della vita
quel semplice potere
di creare, con il pensiero chiaro,
l’eternità fedele.
la gloria della vita, e il suo fallire.
.
.
da Ancora no (1971)
.
.
20140717104718_FOTO_BRINES_FRANCISCOFrancisco Brines
(Oliva, 1932): laureato in Legge e in Lettere, dal 2001 è membro della Real Academia Española. Esponente di spicco della generación del ’50, si caratterizza per una particolare attenzione allo stile e alla lingua. D’impostazione profondamente intimistica, la sua esperienza lirica lambisce la forza comunicativa della preghiera, in una dimensione che tende ad unificare l’umano e il sovrumano, la realtà conosciuta e lo spazio dell’ignoto. Poesia, dunque, non più come meraviglia, ma aperta rivelazione, assumendo così una funzione salvifica capace di preservare l’individualità e l’interiorità dell’uomo.

Francisco Brines

 

Mark Strand, Sei tu tra gli ulivi al di là del cortile?

MOSTRA

XX

Sei tu tra gli ulivi
al di là del cortile? Tu nel sole che mi fai cenno
di avvicinarmi con una mano mentre con l’ altra

ti schermi gli occhi dalla abbacinante luce che trasforma
tutto ciò che non è te in bianco assoluto? Sei tu
intorno a cui le foglie si spargono come spuma?

Tu nella notte sussurrante che  profuma
di menta ed è illuminata dal lontano territorio incontaminato
delle stelle? Sei tu? Sei davvero tu?

che ti innalzi sulla calligrafia delle onde, l’ estensione
del tuo corpo che mi getta un’ ombra improvvisa sulla mano
così che sento quanto  è fredda nel muoversi

sulla pagina? Tu che ti chini e posi
la bocca sulla mia in modo io sappia
che un bacio è solo l’inizio

di ciò che finora potevamo solo immaginare?
Sei tu o è il protratto vento pietoso
che mi mormora all’orecchio: ahimè, ahimè?

§

Is it you standing among the olive trees
Beyond the courtyard? You in the sunlight
Waving me closer with one hand while the other

Shields your eyes from the brightness that turns
All that is not you dead white? Is it you
Around whom the leaves scatter like foam?

You in the murmuring night that is scented
With mint and lit by the distant wilderness
Of stars? is it you? Is it really you

Rising from the script of waves, the lenght
Of your body casting a sudden shadow over my hand
So that I feel how cold it is as it moves

Over the page? You leaning down and putting
Your mouth against mine so I should know
That a kiss is only the beginning

Of what until now we could only imagine?
Is it you or the long compassionate wind
That whispers in my ear: alas, alas?

*
Mark Strand, da L’inizio di una sedia (a cura di Damiano Abeni, Donzelli  — versione in lingua originale tratta dal web — immagine: opera di Vincent Van Gogh)

mark-strand12Poeta e narratore, Mark Strand è nato nel 1934 a Summerside, nella Prince Edward Island in Canada, ed è cresciuto negli USA. Autore di vari volumi di poesia, e di racconti, saggi, libri per bambini e scritti sull’arte, ha ricevuto numerosi prestigiosi riconoscimenti, tra cui la McArthur Fellowship, la nomina a Poeta Laureato degli Usa (1990), il Premio Pulitzer per la Poesia (1999) e il Wallace Stevens Award (2004). E’ morto il 29 novembre 2014.

Margaret Atwood, Questa è una mia fotografia

149-Milano-Parco della Cave 19-09-2013
 .
Questa è una mia fotografia
di Margaret Atwood
.

È stata scattata qualche tempo fa.
A prima vista sembra
una copia
sciupata: contorni sfocati e chiazze grige
fuse nella carta:

poi se la esamini,
vedi nell’angolo a sinistra
qualcosa come un ramo: parte di un albero
(balsamina o abete) che affiora
e a destra, a metà di
quello che appare un dolce
declivio, una piccola casa di legno.

Sullo sfondo vi è un lago,
e oltre questo, basse colline.

(la foto è stata scattata
il giorno dopo che annegai.

Io sono nel lago, al centro
dell’immagine, appena sotto la superficie.

E’ difficile dire dove
con precisione, o dire
quanto grande o piccola io sia:
l’effetto dell’acqua
sulla luce inganna

ma se guardi abbastanza a lungo,
alla fine riuscirai a vedermi).

.

This Is a Photograph of Me

It was taken some time ago.
At first it seems to be
a smeared
print: blurred lines and grey flecks
blended with the paper;

then, as you scan
it, you see in the left-hand corner
a thing that is like a branch: part of a tree
(balsam or spruce) emerging
and, to the right, halfway up
what ought to be a gentle
slope, a small frame house:

In the background there is a lake,
and beyond that, some low hills.

(The photopraph was taken
the day after I drowned.

I am in the lake, in the center
of the picture, just under the surface.

It is difficult to say where
precisely, or to say

how large or small I am:
the effect of water
on light is a distorsion

but if you look long enough,
eventually
you will be able to see me).

 

da Margaret Atwood, Giochi di specchi – Tricks with Mirrors (a cura di Branko Gorjup e Francesca Valente; trad. di Laura Forconi, Caterina Ricciardi, Francesca Valente – Longo Editore, Ravenna, 2000)

*

atwood-margaret-2005-credit-jallenMargaret Eleanor Atwood nasce a Ottawa (Ontario, Canada) il 18 novembre 1939; seconda di tre figli, il padre Carl Edmund Atwood era entomologo, mentre la madre Margaret Dorothy Killiam era una dietologa e nutrizionista. A causa delle ricerche del padre la futura scrittrice trascorre molti periodi dell’infanzia nelle grandi foreste del Quebec. Non frequenterà la scuola a tempo pieno fino all’età di 11 anni. La giovane Margaret diviene vorace lettrice di raffinata letteratura; tra le letture preferite vi sono le fiabe delle fate dei fratelli Grimm, le storie di origini canadesi, i racconti e le poesie.
Attivista femminista, già nel 1950 la Atwood aveva cominciato ad occuparsi di temi sociali come la liberazione della donna e il cambiamento dei ruoli sessuali, prima che questi venissero divulgati dal movimento femminista. Oltre che poetessa e scrittrice, è ricordata come prolifica critica letteraria. Molte delle sue poesie sono state ispirate da miti e fiabe, che sono stati uno dei suo partcolari interessi fin dalla più tenera età. Autrice di fantascienza, Margaret Atwood è considerata una scrittrice tormentata e visionaria: i suoi lavori degli anni ’90 hanno visto una continua e profonda preoccupazione per la civiltà occidentale e per la politica, dall’autrice considerati all’ultimo stadio di disintegrazione. (dal web)

Wisława Szymborska, Impressioni teatrali

Teatro-Massimo-10

Wisława Szymborska, Impressioni teatrali

Per me l’atto più importante della tragedia è il sesto:
il risorgere dalle battaglie della scena,
l’aggiustare le parrucche, le vesti,
l’estrarre il coltello dal petto,
il togliere il cappio dal collo,
l’allinearsi tra i vivi
con la faccia al pubblico.
.
Inchini individuali e collettivi:
la mano bianca sulla ferita al cuore,
la riverenza della suicida,
il piegarsi della testa mozzata.
.
Inchini in coppia:
la rabbia porge il braccio alla mitezza,
la vittima guarda beata gli occhi del carnefice,
il ribelle cammina senza rancore a fianco del tiranno.
.
Il calpestare l’eternità con la punta della scarpina dorata.
Lo scacciare le morali con le falde del cappello.
L’incorreggibile intento di ricominciare domani da capo.
.
L’entrare in fila indiana di morti già da un pezzo,
e cioè negli atti terzo, quarto, e tra gli atti.
Il miracoloso ritorno di quelli spariti senza tracce.
.
Il pensiero che abbiano atteso pazienti dietro le quinte,
senza togliersi il costume,
senza levarsi il trucco,
mi commuove più delle tirate della tragedia.
.
Ma davvero sublime è il calare del sipario
e quello che si vede ancora nella bassa fessura:
ecco, qui una mano si affretta a prendere un fiore,
là un’altra afferra la spada abbandonata.
Solo allora una terza, invisibile,
fa il suo dovere
e mi stringe alla gola.
.
*
da “Ogni caso” (1972)
tratto da: Wisława Szymborska, Vista con granello di sabbia  poesie 1957 – 1993 (a cura di Pietro Marchesani, Adelphi Edizioni, 2009)
immagine: Teatro Massimo, Palermo, dal web