Arthur Rimbaud, due poesie

Due poesie di Arthur Rimbaud

Sensazione

Le sere turchine d’estate andrò nei sentieri,
Punzecchiato dal grano, calpestando erba fina:
Sentirò, trasognato, quella frescura ai piedi,
E lascerò che il vento m’inondi il capo nudo.

Non dirò niente, non penserò niente: ma
L’amore infinito mi salirà nell’anima,
E andrò lontano, più lontano, come uno zingaro
Nella Natura – felice come con una donna.

*

Le mani di Jeanne-Marie

Jeanne-Marie ha mani forti,
mani scure che l’estate abbronza,
mani pallide come mani di morti
– sono queste le mani di Juana?

Han forse preso le brune creme
sui mari della voluttà?
Si sono immerse nelle lune
negli stagni delle serenità?

Hanno bevuto i cieli barbari,
calme su incantevoli ginocchia?
Hanno arrotolato sigari
o trafficato diamanti?

Sugli ardenti piedi di Madonne
hanno forse appassito fiori d’oro?
È il sangue nero di belledonne
che nel loro palmo esplode e dorme.

Mani cacciatrici di dìtteri
le cui azzurrità vibrano
aurorali, verso i nettari?
Mani decantatrici di veleni?

Oh, quale Sogno le ha afferrate
nei loro abbandoni?
Un sogno inaudito di Asie
di Khenghavar o di Sion?

– Queste mani non hanno mai venduto arance,
né si sono scurite ai piedi degli dei:
queste mani mai hanno lavato le fasce
di pesanti neonati senza occhi.

Non sono mani di cugina
né di operaia dalla fronte ampia
che brucia, nel fetido bosco d’una fabbrica,
un sole ebbro di catrame.

Sono curvatrici di schiene,
sono mani che mai fanno male,
più fatali di macchine,
più forti di un intero cavallo!

Irrequiete come fornaci
e scuotendosi di brividi
la loro carne canta Marsigliesi,
non gli Eleison!

Potrebbero stringervi al collo, o donne
malvage, stritolarvi le mani,
nobildonne, le vostre mani infami
piene di bianco e di carminio.

Lo splendore di queste amorevoli mani
fa girare la testa alle pecore!
Nelle loro falangi saporite
il grande sole mette un rubino!

Una macchia di plebaglia
le brunisce come un seno di ieri:
il dorso di queste Mani è la terra
baciata da tutti i fieri rivoltosi!

Sono impallidite, meravigliose,
al gran sole carico d’amore,
sul bronzo delle mitragliatrici
attraverso l’insorta Parigi!

– Ah! Talvolta, o mani benedette,
ai vostri polsi, mani dove tremano le nostre
labbra mai disincantate,
stride una catena con due chiari anelli!

E c’è uno strano soprassalto
nel nostro essere, quando talvolta
vi si vede sbiancare, Mani d’angelo,
quando vi fanno sanguinare le dita!

Dicembre in poesia

Pissarro Camille Boulevard Montmartre De Noche 1897

Dicembre a Porta Nuova di Leonardo Sinisgalli (Italia, 1908 – 1981)

Mi raccoglie nel suo gomito
Inerte la fredda sera d’autunno.
Scorre deserta sulle foglie
E mi ridesta a ogni tonfo
Dei castagni. Tutto il bene
Che mi resta forse è in quest’ora
Calma che si accerta,
A questa svolta che si gonfia
D’acque perché la ripa si fa stretta.
Poi rotta la dolcezza dell’indugio
Ogni cosa decade con più fretta
E non mi duole l’alito d’ombra
Che mi gela la fronte.
Sopra la spalletta curvo
Mi assale il vento dalla buca del ponte.

*

[Dicembre è sempre stato il mese] di Lars Gustafsson (Svezia, 1936 – 2016)

Dicembre è sempre stato il mese
in cui si smetteva di esistere.
Si diventava una parentesi nel buio, o poco più.
Si accendevano lanterne, lampade e candele.
Ma era evidente
che non bastavano
contro il fiume straripante delle tenebre.
È facile capire
un messaggio natalizio
più pagano, più primitivo:
A qualsiasi costo con torce e fiaccole
riavere una luce solare
il cui ritorno non era mai scontato.

*

Ciò che vorrei donarti per l’avvento di Christine Busta (Austria, 1915 – 1987)

Un suono d’organo antidoto al mattino cupo,
il mio respiro contro il vento gelido del giorno,
fiocchi di neve come promessa di stelle la sera
e una luce per la via di chi era dato per perso,
l’angelo, che nel cuore della notte
annuncia la rinascita dell’amore.

*

Mattino di dicembre di Fëdor Ivanovič Tjutčev (Russia, 1803 – 1873)

La luna in cielo, e imperturbata
l’ombra notturna è tuttavia:
regna tranquilla, senza darsi conto
che il giorno ormai già s’è scrollato,
che, sebben pigri e dubitosi,
l’uno s’aggiunge all’altro raggio
nel mentre il cielo del notturno
trionfo tutto ancora splende.
Ma non andranno due, tre istanti,
vaporerà la notte dalla terra,
e col fulgore delle apparizioni,
ci avrà afferrati il mondo diurno…
.
In apertura: Boulevard Montmartre di notte, dipinto a olio su tela di Camille Pissarro, databile al 1897 e conservato nella National Gallery di Londra.

Emily Dickinson, due poesie con traduzione

erica-scozia

Se tutti i dolori che dovrò provare
Venissero in una volta oggi,
Sono così felice che credo
Riderebbero e scapperebbero.

Se tutte le gioie che dovrò provare
Venissero in una volta oggi,
Non potrebbero essere grandi come questa
Che a me si manifesta ora.

If all the griefs I am to have
Would only come today,
I am so happy I believe
They’d laugh and run away.

If all the joys I am to have
Would only come today,
They could not be so big as this
That happens to me now.

*

I disordini del cuore
La polizia non può reprimere
Il tumulto una volta iniziato
È autorizzato come la pace.

Non certificato dalla vista
O rivelato dal suono
Ma in crescendo come un uragano
In un terreno congeniale.

The mob within the heart
Police cannot suppress
The riot given at the first
Is authorized as peace

 Uncertified of scene
Or signified of sound
But growing like a hurricane
In a congenial ground.

Emily Dickinson, The Complete Poems

Traduzione e note di Giuseppe Ierolli – http://www.emilydickinson.it/

Johann Wolfgang Goethe, due poesie

Mi batteva il cuore; svelto, a cavallo!
E via! Con l’impeto dell’eroe in battaglia.
La sera cullava già la terra,
e sui monti si posava la notte;
se ne stava vestita di nebbia la quercia,
gigantesca guardiana, là
dove la tenebre dai cespugli
con cento occhi neri guardava.
.
Da un cumulo di nubi la luna
sbucava assonnata tra le nebbie;
i venti agitavano le ali sommesse,
sibilavano orridi al mio orecchio;
la notte generava migliaia di mostri,
ma io mille volte più coraggio avevo;
il mio spirito era un fuoco ardente,
il mio cuore intero una brace.
.
Ti vidi, e una mite gioia
passò dal tuo dolce sguardo su di me;
fu tutto per te il mio cuore,
fu tuo ogni mio respiro.
Una rosea primavera
colorava l’adorabile volto,
e tenerezza per me, o numi,
m’attendevo, ma meriti non avevo.
.
L’addio, invece, mesto e penoso.
Dai tuoi occhi parlava il cuore;
nei tuoi baci quanto amore,
oh che delizia, e che dolore!
Partisti, e io restai, guardando a terra,
guardando te che andavi, con umido sguardo;
eppure, che gioia essere amati,
e amare, o numi, che gioia!
.
.
.
Il pescatore
.
(Mentre) l’acqua mormorava, l’acqua si gonfiava,
un pescatore era dunque là seduto,
ed osservava la sua angelica tranquillità
ed era in pace dentro al suo cuore.
E mentre sedeva ed ascoltava attentamente,
il flutto si spezzava verso l’alto;
e dall’acqua agitata venne in su
una donna gocciolante (d’acqua).
.
Ella gli cantò e gli parlò:
”Perché attenti ai miei figli
con scaltrezza e furbizia umana
verso la brace (ardente) della morte?”
Se tu sapessi come sta comodo
il pesciolino sul fondale,
scenderesti senza pensarci due volte
e saresti subito sanato.
.
Non si ristora il caro sole,
come pure la luna, sopra il mare?
Non gira forse ondeggiando
lo sguardo suo due volte più bello?
Non ti incanta il profondo cielo,
con il suo splendido azzurro?
Non ti alletta la tua strana figura
nella rugiada perenne?”
.
L’acqua mormorava, l’acqua si gonfiava,
e gli inumidiva il piede bagnato
il suo cuore si riempiva di desiderio,
come nel più caro degli incontri.
Lei gli cantò, lei gli parlò;
e questo accadde a lui:
un po’ lei lo trascinò ed un po’ scivolò da solo
e nessuno lo vide più.
(dal web)

Paul Verlaine, tre poesie

Spleen

Le rose erano tutte rosse
e l’edera tutta nera.

Cara, ti muovi appena
e rinascono le mie angosce.

Il cielo era troppo azzurro
troppo tenero, e il mare

troppo verde, e l’aria
troppo dolce. Io sempre temo

– e me lo debbo aspettare!
Qualche vostra fuga atroce.

Dell’agrifoglio sono stanco
dalle foglie laccate,

del lustro bosso e dei campi
sterminati, e poi

di ogni cosa, ahimè!
Fuorché di voi.

.

*

Viviamo in tempi infami

Viviamo in tempi infami
dove il matrimonio delle anime
deve suggellare l’unione dei cuori;
in quest’ora di orribili tempeste
non è troppo aver coraggio in due
per vivere sotto tali vincitori.

Di fronte a quanto si osa
dovremo innalzarci,
sopra ogni cosa, coppia rapita
nell’estasi austera del giusto,
e proclamare con un gesto augusto
il nostro amore fiero, come una sfida.

Ma che bisogno c’è di dirtelo.
Tu la bontà, tu il sorriso,
non sei tu anche il consiglio,
il buon consiglio leale e fiero,
bambina ridente dal pensiero grave
a cui tutto il mio cuore dice: Grazie!

.

*

Noi saremo

Noi saremo, a dispetto di stolti e di cattivi
che certo guarderanno male la nostra gioia,
talvolta, fieri e sempre indulgenti, è vero?

Andremo allegri e lenti sulla strada modesta
che la speranza addita, senza badare affatto
che qualcuno ci ignori o ci veda, è vero?

Nell’amore isolati come in un bosco nero,
i nostri cuori insieme, con quieta tenerezza,
saranno due usignoli che cantan nella sera.

Quanto al mondo, che sia con noi dolce o irascibile,
non ha molta importanza. Se vuole, esso può bene
accarezzarci o prenderci di mira a suo bersaglio.

Uniti dal più forte, dal più caro legame,
e inoltre ricoperti di una dura corazza,
sorrideremo a tutti senza paura alcuna.

Noi ci preoccuperemo di quello che il destino
per noi ha stabilito, cammineremo insieme
la mano nella mano, con l’anima infantile
di quelli che si amano in modo puro, vero?

.

(dal web)

Walt Whitman: Noi due, quanto a lungo fummo ingannati

Noi due, quanto a lungo fummo ingannati,
ora metamorfosati fuggiamo veloci come fa la Natura,
noi siamo Natura, a lungo siamo mancati, ma ora torniamo,
diventiamo piante, tronchi, fogliame, radici, corteccia,
siamo incassati nel terreno, siamo rocce,
siamo querce, cresciamo fianco a fianco nelle radure,
bruchiamo, due tra la mandria selvaggia, spontanei come chiunque,
siamo due pesci che nuotano insieme nel mare,
siamo ciò che i fiori di robinia sono, spandiamo profumi
nei sentieri intorno i mattini e le sere,
siamo anche sterco di bestie, vegetali, minerali,
siamo due falchi, due predatori, ci libriamo in alto nell’aria e guardiamo sotto,
siamo due soli splendenti, siamo noi che ci bilanciamo
sferici, stellari, siamo come due comete,
vaghiamo con due zanne e quattro zampe nei boschi, ci lanciamo sulla preda,
siamo due nuvole che mattina e pomeriggio avanzano in alto,
siamo mari che si mescolano, siamo due di quelle felici
onde che rotolano una sull’altra e si spruzzano l’un l’altra,
siamo ciò che l’atmosfera è, trasparente, ricettiva, pervia, impervia,
siamo neve, pioggia, freddo, buio, siamo ogni prodotto, ogni influenza del globo,
abbiamo ruotato e ruotato sinché siamo arrivati di nuovo a casa, noi due
abbiamo abrogato tutto fuorché la libertà, tutto fuorché la gioia.

*

Walt Whitman, Foglie d’erba, Milano, Mondadori, 1991

Arthur Rimbaud, Une Saison en enfer (Una Stagione all’inferno) – testo d’apertura

Edvard Munch - Gelosia - 1896

dalla Prefazione a Una stagione all’inferno

L’inferno

A Bruxelles, Verlaine non voleva che Rimbaud partisse, e le suppliche, le minacce si concretizzarono in un colpo di rivoltella che per fortuna ferì soltanto lievemente l’amico al polso. Di­chiarazioni, interrogatori, deposizioni al commissario di polizia e al giudice istruttore. Condanna di Verlaine. Il dramma si con­sumava. Nel periodo che seguì, Rimbaud si ritirò a Roche, nella sua campagna vicino a Charleville, e terminò nell’agosto 1873 la composizione di Una Stagione all’inferno iniziata nell’aprile dello stesso anno. Prima voleva chiamare l’opera «Libro paga­no» o «Libro negro», infine optò sempre per un titolo aderente al contenuto. Non avendo pagato l’editore, entrarono in circolazione solo pochi esemplari. Nacque il mito. Ritenendola l’ ulti­ma opera del poeta (seguono invece le Illuminazioni e gli «scritti africani»), piacque immaginare che Rimbaud avesse distrutto, bruciato le copie della Saison («autodafé»). La «storia» poté al­lora nutrirsi del mito del silenzio, dell’abbandono della poesia, così cari al nostro secolo. Furono poi trovate per caso le copie negli scantinati dell’editore e, distrutte quelle deteriorate, furo­no messe in vendita le altre. La tesi cambiò di poco, fu adattata e da quei tempi la «certezza» non fu mai ristabilita come Rim­baud stesso aveva permesso – lo vedremo – moltiplicando le letture della sua opera. E i miti continuarono.

Eppure, a parte le elucubrazioni critiche, permesse appunto dal poeta e da lui stesso chiamate «ultime piccole vigliacche­rie», si tratta proprio di quanto indica il titolo, cioè di Una Sta­gione all’inferno:

– Ma, caro Satana, ti scongiuro, uno sguardo meno irritato! e aspettando le ultime piccole vigliaccherie, tu che ami nello scrittore l’assenza di facoltà de­scrittive o istruttive, per te stacco questi pochi orribili foglietti dal mio taccui­no di dannato.

L’opera tentata, se non come una rivincita di Lucifero contro Dio, almeno come riscatto di una innocenza mistica dal peso del peccato, capolavoro estremo della letteratura dell’Ottocento, non solo visionaria, segna in ogni caso la sconfitta irrimediabile della vecchia poesia e la facile labilità dei suoi valori:

Mi stesi nel fango. Mi asciugai al vento del crimine. E giocai brutti tiri alla follia.

Rimbaud con la Stagione giunge infatti all’ultimo crac:

Ora, recentemente essendomi trovato sul punto di fare l’ultimo crac! ho pensato di ricercar la chiave dell’antico festino, per riprendere forse appetito.”

Ma quella chiave non apre due volte! Poi, si dovrà reinventa­re la vita, l’amore per raggiungere di nuovo la libertà. 

[cura e versione di Gabriele-Aldo Bertozzi]

*  *  *  *  *

«Un tempo, se ben ricordo, la mia vita era un festino dove si schiudeva ogni cuore, ogni vino scorreva.

Una sera, feci sedere la Bellezza sulle mie ginocchia. – E la trovai amara. – E l’ingiuriai.

Mi armai contro la giustizia.

Fuggii. Oh streghe, oh miseria, oh odio, a voi il mio tesoro fu affidato!

Riuscii a cancellare dal mio spirito ogni speranza umana. Su ogni gioia per strangolarla feci il balzo sordo della bestia feroce.

Invocai i carnefici per mordere morendo il calcio dei loro fu­cili. Invocai i cataclismi per soffocarmi con la sabbia, il sangue. La sciagura fu la mia dea. Mi stesi nel fango. Mi asciugai al ven­to del crimine. E giocai brutti tiri alla follia.

E la primavera mi portò il riso orrendo dell’idiota.

Ora, recentemente essendomi trovato sul punto di fare l’ulti­mo crac! ho pensato di ricercar la chiave dell’antico festino, per riprendere forse appetito.

La carità è questa chiave. – Tale ispirazione prova che ho so­gnato!

«Resterai iena, ecc … , » prorompe il demonio che mi incoro­nò di così graziosi papaveri. «Giungi alla morte con tutti i tuoi appetiti, e il tuo egoismo e i tuoi peccati capitali.»

Ah! Ne ho fin troppo: – Ma, caro Satana, ti scongiuro, uno sguardo meno irritato! e aspettando le ultime piccole vigliacche­rie, tu che ami nello scrittore l’assenza di facoltà descrittive o istruttive, per te stacco questi pochi orribili foglietti dal mio tac­cuino di dannato.

*

tratto da Rimbaud, Una Stagione all’inferno – Tascabili economici Newton (1995) – in apertura: Edvard Munch, Gelosia (1896)

Arthur Rimbaud: La mia bohème e Sensazione

La mia bohème (Fantasia)

Con i pugni nelle tasche bucate camminavo;
Finanche il mio cappotto diventava ideale;
Vagavo sotto il cielo, e ti ero sempre leale;
Oh! là! là! Musa, che amori splendidi che sognavo!

Le mie uniche braghette, ormai da buttare.
— Sgranavo rime in corsa, Pollicino sognatore.
Il mio solo albergo era nell’Orsa Maggiore.
— Le mie stelle su nel cielo, che dolce sussurrare

E le ascoltavo seduto sul bordo della strada,
Le notti di settembre in cui sentivo la rugiada
Fresca sulla fronte come un vino di vigore;

E allora in mezzo a ombre fantastiche facevo
Rime, e come delle lire le stringhe tendevo
Delle mie scarpe ferite, a un piede dal cuore.

*

Sensazione

Andrò per i miei sentieri nelle sere blu d’estate,
Pizzicato dal grano a calpestare l’erba delicata:
E sognando, le mie caviglie ne saranno rinfrescate.
Lascerò il vento bagnare la mia testa denudata.

Non penserò più a nulla, e mai più parlerò invano:
Ma l’anima mia si colmerà d’un amore sconfinato,
E come un vagabondo me ne andrò lontano, lontano,
Nella Natura, come con una fanciulla — appagato.

.

Traduzione di Marco Settimini per la rivista Pangea, che si ringrazia, sulla quale è possibile leggere un approfondimento sull’argomento (http://www.pangea.news/lanima-mia-si-colmera-dun-amore-sconfinato-linsoddisfatto-inafferrabile-rimbaud-in-una-nuova-traduzione/) — foto d’apertura: manoscritto di Ma Bohème, dal web

Percy Bysshe Shelley, versi da Adonais

Percy Bysshe Shelley (1792-1822), animato da uno slancio lirico intensissimo e da un soggettivismo emotivo a volte esasperato, fu poeta dalle voci diverse e contrastanti. La sua poesia, fatta soprattutto di idee e costantemente proiettata verso dimensioni rarefatte, ha fatto di lui l’interprete per eccellenza del genio mistico e rivoluzionario, oltre che uno dei massimi rivendicatori della funzione profetica e oracolare del poeta; egli fa una difesa della poesia come mezzo di espressione dell’immaginazione. I poeti sono gli esseri dotati del massimo grado di immaginazione, con la quale possono realizzare la rappresentazione artistica. Se i poeti sono i “misconosciuti legislatori del mondo” per il legame tra bellezza e verità (e perciò promotori non solo delle arti, ma anche dell’ordine e dell’avvento della società civile), essi sono dotati della capacità di vedere oltre la realtà immediata e diventano anche profeti di una possibile riforma. Solo il poeta può stabilire un vero contatto con la realtà attraverso il linguaggio e trasmetterne il significato autentico. Shelley fu il solo vero poeta radicale tra i romantici inglesi, capace della massima idealizzazione visionaria della realtà. Egli sentì acutamente “l’inadeguatezza della condizione dell’uomo nei confronti delle sue idee” e la sua reazione non fu lo scetticismo satirico di Byron, ma una continua lotta per una rigenerazione morale dell’umanità. Si dichiarò ateo, materialista e riformatore sociale ma, se riformatore sociale fu veramente e rimase per tutta la vita, invece di ateismo e materialismo sarebbe più opportuno parlare di una vaga forma di panteismo. (dal sito sapere.it)

*

da “Adonais”, Adone nella morte di Giovanni Keats, elegia di Percy Bysshe Shelley. 

XLIX

Su, vai a Roma, — che è insieme il Paradiso, la tomba,
e la città e il deserto; e passa dove le rovine s’ergono
come montagne frantumate, e le gramigne
fiorenti e le piccole selve profumate
vestono l’ossa nude della Desolazione,
finché lo spirito del luogo guiderà i tuoi passi
a un declivio il cui accesso è verdeggiante,
dove come il sorriso di un bambino
fra l’erba sopra i morti si distende
una luce di fiori sorridenti; e mura grigie

L

vi si sfanno attorno – le smangia il Tempo ottuso
simile a un fuoco lento sopra un vecchio ramo;
e una sublime piramide aguzza si leva
come una fiamma trasformata in marmo
quasi creando un padiglione alla polvere
di chi la disegnò come rifugio della sua memoria;
e sotto s’apre un campo dove una nuova schiera ha posto
nel sorriso dei Cieli il suo campo di morte, e accoglie
colui che perdiamo con un respiro che s’è da poco spento.

LI

Férmati qui: queste tombe
sono ancora troppo giovani per essere
cresciute al di là del dolore che consegnò a ciascuna
il fardello dovuto; e se anche il sigillo è stato posto
qui sulla fonte di un unico spirito in lacrime,
non lo spezzare tu! ché certamente
se torni a casa anche tu troverai la tua fonte ricolma
di lacrime a di fiele. Dal vento amaro del mondo ricerca
un rifugio nell’ombra del sepolcro. Perché dovremmo temere
di diventare quello che Adonais è già?

LII

L’Uno rimane, i molti mutano e passano;
la luce del Cielo risplende eternamente,
ma l’ombre della Terra sempre fuggono; la Vita
macchia il bianco splendore dell’Eternità come una cupola
di vetro dai moti colori, finché non vi passa la Morte
e la frantuma. – Muori se vuoi unirti
a ciò che stai cercando! Segui anche tu le cose che sono
già fuggite! Il cielo azzurro di Roma, i fiori, le rovine,
le parole e le statue e la musica, sono
fragili troppo per dire con parole esatte
la gloria che trasfondono. Perché, dunque, indugiare?

LIII

Perché volgersi indietro, perché appartarsi, o Cuore?
Le tue speranze sono corse avanti, si sono già staccate
da tutte queste cose; ora anche tu dovresti!
Dall’anno che si volge, dall’uomo e dalla donna
s’è già staccata una luce; e le cose che ancora sono care
attraggono soltanto per schiacciare, respingono
per disseccare il tuo spirito. Il cielo sorride
soavemente, — il vento lieve ti mormora accanto:
ed è Adonais che chiama! Oh, affrettati, impedisci
che la vita separi ciò che la morte unisce.

LIV

Quella luce che accende l’Universo
col suo sorriso, quella Bellezza in cui tutte le cose
operano e si muovono, quella Benedizione
che la Maledizione eclissante della nascita
non potrà mai soffocare, quell’Amore
che sostiene e attraverso la tela dell’essere
intessuta alla cieca dall’uomo e dalla bestia,
dalla terra dall’aria e dal mare arde splendido o fioco
secondo che ognuno rispecchi la fiamma
di cui sono assetati, ora su di me irraggia
consumando le ultime nubi della mortalità più fredda.

LV

Discende su di me quel soffio il cui potere
ho invocato nel canto; la nave del mio spirito
è spinta ormai lontano dalla riva, lontano
dalla turba tremante le cui vele mai
furono offerte alla tempesta; la solida terra
e la sfera del cielo si sono spaccate!
E io sono sospinto oscuramente, paurosamente lontano;
mentre bruciando al pari di una stella
nel più intimo velo dei Cieli, l’anima d’Adonais rifulge
dalla dimora in cui stanno gli Eterni.

(Versi 433-Fine dal sito keats-shelley-house.org)

foto d’apertura: John William Waterhouse (1849 – 1917), Il risveglio di Adone (1900)

Jules Laforgue, Apoteosi – con una nota al testo

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APOTEOSI

Da ogni parte, e per sempre, il Silenzio formicola
Di stelle d’oro a grappoli, che mischiano i loro giri.
Somigliano a giardini con viali di diamanti,
Ma ognuno, solitario, risplende cupamente.
.
E là in fondo, in quell’angolo ignoto, che sfavilla
D’un solco di rubini melanconicamente,
Tremola una scintilla, che ammicca con dolcezza:
Patriarca che guida col lume la famiglia.
.
La famiglia: uno sciame di grevi globi in fiore.
E sull’uno, la terra, Parigi è un punto giallo,
Dove, appesa a una lampada, veglia un povero folle:
.
Nell’armonia del cosmo, fragile meraviglia.
L’unica! Ne è lo specchio d’un giorno¹, e la conosce.
Vi fantastica a lungo, poi ne cava un sonetto.
.
¹ L’uomo riflette l’armonia del cosmo per brevissimo tempo (un giorno), poiché brevissima è la sua vita.

.

Nota al testo – Un primo manoscritto della poesia recava per titolo “Un parigino del XIX secolo” con la dedica A Paul Bourget, potrebbe essere la sua apoteosi. Un secondo manoscritto fu intitolato: “Un parigino nel 1880”. In entrambi la parola “apoteosi” figurava solo in margine: interessante che sia divenuta l’unico titolo nella redazione definitiva – ciò significherebbe che l’omaggio a  Bourget era sembrato col tempo meno importante di ciò che questo scrittore veniva qui a rappresentare: l’immagine dell’uomo-poeta che riesce a intendere col suo genio l’armonia dell’universo e decide di cantarla. All’individuazione dell’uomo-poeta Laforgue arriva attraverso un processo di ‘zoom’, cominciando a descrivere l’immensa quiete del cosmo formicolante di luci, per giungere poi alla rappresentazione del Sole, e quindi, attorno, del sistema solare, e all’interno di questo sistema, della Terra, sulla quale viene a scoprire un punto: Parigi. E in una casa di Parigi, ecco il “povero folle” che veglia, l’uomo-poeta, ironicamente definito folle poiché è, pascalianamente, canna pensante: quella lampada accesa e quel suo vegliare stando a significare, oltre metafora, la luce e il lavoro dell’intelligenza.

*

da Jules Laforgue, Poesie (a cura di Enrico Guaraldo, BUR Rizzoli, 1998)