Ospite ed ospiti della rubrica “Gioielli rubati” di Flavio Almerighi

Inizio col dire grazie di cuore a Flavio per aver inserito i miei versi in questa sua pregevole rubrica di ricerca di poesia contemporanea attraverso i mezzi telematici, social e blog. Quindi, saluto i poeti che conosco e di cui conosco la bravura e sono contenta di ospitare a mia volta nomi che leggo per la prima volta. Una scelta, quella di questi “gioielli rubati” n.108, che ha il sapore del viaggio fatto fino a questo atipico settembre e che, al contempo, ha il gusto di un bagaglio utile per i mesi a venire, ricco di spunti e inviti e ricordi e riflessioni…mi piace risuonare tra queste voci, in questa agorà poetica, qual è il blog di Flavio. [AnGre]

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Gioielli Rubati 108: Anna Maria Curci – Gisella Canzian – Sebastiano A. Patanè-Ferro – Elena Milani – Marco G. Maggi – Maria Natalia Iiriti – Barbara Auzou – Angela Greco.
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dal blog amArgine di Flavio Almerighi, 6 settembre 2020 (QUI)
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Asphaleia
a Otello Guidi, viandante e amico
Un passo dopo l’altro hai insegnato
di una via che tu sai aspra e succosa.
Che foggia hanno i tuoi sandali-scarponi?
Non paventano sdrucciole o altri suoni
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pregressi, già scanditi o risuolati,
magari in lingue irte di sentieri.
Fitta la mappa ne disegni ancora
della solidità, tu che precedi.
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Anna Maria Curci
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Non sono un granello di sabbia
se non per il tempo in cui le mosche ci si appoggiano –
convinte di albergare su feccia
cospargerla di saliva
e succhiarla.
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E’ nella decomposizione
la gestazione di nuove larve – l’ecosistema resiste
e gli uccelli non perderanno il loro trono.
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Gisella Canzian
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[i poeti muoiono prima della quiete
senza il conforto di quella parola
che hanno cercato da sempre
quel suono mai definito che voleva dire amore
ma era un’altra cosa]
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Sebastiano A. Patanè Ferro
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Ho fatto tutto nuovo
ogni giorno.
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Dai nostri anni
è nato l’oggi
Una torta di trentanove piani
senza ascensore
ci porta al belvedere.
Sembra ieri il giorno dei confetti,
la sua vigilia già abitata da noi.
Gli amici in casa da giorni,
la cucina profumata di maionese
e il bimbo che gattonava da un giorno.
Mia madre faceva avanti e indietro dal negozio
ora partecipando,
ora ostacolando.
Mio padre con il Grand Marnier in mano
e un viva la vita in tasca.
Beppe aveva il divieto di farsi un goccetto
ed io ero carica di bigodini.
Tu eri indifferente, ma sorridevi,
mi avevi già sposata anni prima,
dal primo momento,
le nozze erano una festa più grossa
per il tuo compleanno .
Assi e cavalletti ,tovaglie prese in prestito.
Don Abbondio chiuso in canonica
stava per sciogliere la scomunica.
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Due ragazzi nel sole
e un bimbo in volo da un braccio all’altro.
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30 agosto 81
mi sposavi.
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Elena Milani
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Anna e Mario
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Sembrava quasi ritornato il silenzio
forse non tutto viene per nuocere:
almeno c’è più tempo per pensare
e nel cielo ho rivisto un’azzurrità
come non incontravo da ragazzo
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Con Mario nell’orto mettevamo canne
per far crescere fagioli e tümàtic**
adesso anche Anna lo ha raggiunto
e poi dicono che c’è una sola madre
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Siamo cresciuti soli nella tempesta
senza riuscire a trattenere il vento.
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**di probabile provenienza austroungarica, nel mio dialetto sta per pomodori.
Marco G. Maggi
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Non so cosa fare di questa notte di luna piena, lucida come un metallo prezioso.
Non esiste morale in notti come questa, ma un finale scontato.
Agosto è finito e nemmeno io mi sento in forma smagliante.
Non so cosa farmene di questa ultima notte di agosto.
E tu, ottavo mese dell’anno, feroce e crudele, sei arrivato fino in fondo ai tuoi giorni.
Testardo e tenace come una tartaruga che riesce a diventare adulta,sopravvivendo agli ami e alla plastica tossica, viene a deporre il suo bottino sulla stessa spiaggia che ha conosciuto nascendo.
Magari la notte era la stessa, di fine agosto, di luna piena.Di poca gente e una lunga fila di ombrelloni spenti.
Il finale della storia è a sentimento. Gli ingredienti li lascio sulla sabbia: perplessità, fragilità, nostalgia, sale e peperoncino a occhio e croce. Prego, servitevi, pure.
Non esiste morale in notti come questa, ma un finale banale.
Stanotte non dormirò: veglierò sull’inizio di una nuova storia.
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Maria Natalia Iiriti
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Di nuovo
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Sono tornati nello stomaco e negli occhi
tutti i sogni dal più furtivo al più profondo
Non conosco altri modi per esistere e alimentare la mia guerra
tutto ciò che è aperto fiorisce in tutto ciò che è chiuso
racconto ancora i sorrisi incespicati della margherita
cento volte respinti dalla sua vita ieri, dimmelo di nuovo
mentre balla fino all’ultimo passo nonostante
la lancia del vento che l’attraversa
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Barbara Auzou (trad.di Flavio Almerighi)
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S’insinua un pensiero
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Un caprifico veglia
sulla soglia di casa,
sulla ferocia e sulla rovina
dell’ultimo ruggito di agosto.
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Col trascorrere dei chilometri
s’insinua un pensiero.
Sassi e ossa conoscono
il tempo e il suo procedere.
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Angela Greco
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Si ringrazia di cuore l’autore dell’articolo originale, sul cui blog, al link in apertura, è possibile riscontrare le fonti da cui sono tratti i versi.
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Ne Le stanze di carta – Annuario 2019, una poesia di Angela Greco

E’ sempre un piacere per un autore, quando un valente luogo letterario riconosce un suo lavoro e ne promuove la lettura; è il caso de Le stanze di carta, che – come si legge nella mission – risulta “tra i principali blog e siti letterari per la diffusione di poesia classica e contemporanea. Dal 2016 si adopera a scopi culturali, senza fini di lucro, per una presenza più influente della poesia nella nostra cultura, sostenendo eventi letterari e iniziative editoriali gratuite, supportando gli scrittori e le scritture con recensioni e spazi di visibilità. […] Il sito Le stanze di carta esiste grazie al sostegno dei suoi lettori, visitatori, appassionati di arte e cultura che ne condividono il progetto letterario e la filosofia partecipativa con cui lo realizza, oltre che al filantropico contributo di Ilaria Cino e Lavinia Frati, suoi fondatori.”

In questi giorni di fine anno, Le stanze di carta ha redatto un Annuario, come dono per i suoi lettori.

“L’Annuario di poesia 2019, – si legge nella pagina di presentazione – consultabile e scaricabile gratuitamente (al link in chiusura), raccoglie le pubblicazioni più interessanti proposte da Le stanze di carta nel corso del tempo, incluso una rosa di dodici autori contemporanei: Angela Greco, Davide Morelli, Francesco Innella, Loredana Borghetto, Lorenzo Mullon, Lucia Triolo, Maria P. Mischitelli, Marina Pizzi, Michele Nigro, Serenella Menichetti, Simona Giorgi, Vittorio Orlando. 
Oltre ai numerosi contributi tra scritture critiche, interviste e recensioni che lo rendono un libro prezioso, l’eBook promuove una serie di libri di poesia contemporanea, assieme ai liberi eBook realizzati da Le stanze di carta. Per prenotazioni della copia cartacea scrivere un’email a lestanzedicarta@libero.it”

Ringrazio di cuore gli amici di queste Stanze, per aver incluso nell’Annuario un mio inedito scritto in questo 2019, ma soprattutto per la professionalità e la passione con cui lavorano, augurando loro, con stima, di raggiungere e realizzare tutti i loro traguardi e, soprattutto, i loro sogni. [AnGre]

clicca qui per scaricare Annuario 2019 pdf 

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Si torna a casa di Angela Greco

Si torna a casa con una nuvola aggiunta,
righi d’alba alla finestra, assenze dilatate;
forse arriverà la pioggia alla fine dello sterrato e
magari, tu, in questo incipit d’autunno tanto atteso.
Desiderato. Un giro di flamenco e uno di chiave
per ritrovarsi al culmine di uno non-ce-la-faccio-più.
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Mon ami, di questo tempo non ho notizia certa;
soltanto una sensazione di eco; contrasti tra
il buonsenso e l’egocentricità. Ma tu, tu, invece,
ci sei, stella fissa a indicare il momento preciso,
l’incanto, la meraviglia di riscoprirsi nudi, nell’atto
di uno specchio. Del resto, degli altri, nessuna parola.
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Incalzano le dita in questa rincorsa; s’invola l’azzurro
nel verso del cielo e curva lo sguardo tra strada e imposte
non curanti di vetri rotti e ricordi di bambini. I giardini
si illuminano di ninfee e magnolie e il primo incontro
si perpetra ad ogni passo, in questo silenzio. Un rumore
d’acque lontane riedifica madre e qualcosa di precedente.
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[…] i circoli chiusi, gli altari addobbati da erosi drappi rossi,
un ballo a corte col vestito buono; parole che reiterano 
i tempi sempre stati, gli stessi modi di fare, la conservazione
della specie peggiore. Tu, invece, mon ami, appartieni 
ad altro, sei fuori da queste umane insolvenze; in debito 
soltanto con quel cielo, che non riconosce più quel che ricopre.
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L’umidità di questo inizio di settembre ha del difficile.
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Omaggio al Salento: saperi e parole tra i vicoli di Matino (LE)

Domenica 11 agosto c.m. l’ass. La Scatola di Latta ha organizzato un prezioso “Mercatino dei saperi e delle parole in un vicolo d’arte” a Matino, un piccolo borgo nel cuore del Salento, in provincia di Lecce (Puglia). “Omaggio al Salento in tre atti” è il contributo, scelto tra gli inediti della mia produzione dell’ultimo anno, che leggerò in compagnia di tanti altri amici, tra i quali ringrazio Agata De Nuccio per l’invito. Se passate da quelle parti siete tutti invitati! [AnGre]

Omaggio al Salento in tre atti di Angela Greco

I atto
La sera salentina è un arco e una diagonale
tra due mete da stabilire, chianche diseguali
che pavimentano il richiamo verde dei tuoi occhi;
un gatto pigro sulle scale che giallo e nero
guarda prima di confondersi col disco notturno.
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La sera salentina è una scala da percorrere
tra l’ombra e il bianco, poco prima del letto,
senza conoscere l’esito del vicolo che svela
una corte intagliata e una chiave lasciata
all’esterno, nella lingua dei padri.
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L’ultima quercia guarda dall’alto del muretto
secco d’acqua e di paesani, nella controra che
affina le dita sugli strumenti per la notte appena
iniziata. Si balla nella sera salentina, si scaccia
la malattia e ci si libera prima che sia troppo tardi.
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II atto
Ognuno offre il suo tempo e la parola diventa
il ritmo dove incontrarsi, tra l’angolo della piazza
e le sedie allineate dalla curiosità di rugosi uomini
increduli ‘ca li fimmine’ possano aver perso il velo
e sole aggirarsi oggi per tortuose stradine.
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La sera salentina aspetta la prima alba, a pochi passi
dalle case che non dormono, dal cuscino sudato
e dal tuo volto che sente addosso queste parole
e dimentica i chilometri, appena dopo quella svolta
e il grande arco col cuore di pietra nello stemma.
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La sera salentina ha luminarie che pazientano in piazza
in attesa del santo e dita di danzatori frementi sui telefoni,
vegliando un tempo mai andato via e mentre il caldo
e l’afa fanno azzuffare pensieri e silenzi, i piedi
sanno queste strade e la costrizione delle scarpe.
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III atto
Dal piccolo balcone sfacciata la pianta fiorita di capperi
striscia su tre gradini lasciati al caso; il cane scodinzola
e il sole nascosto tra i pomodori matura sulle guance
sfrenate. Il tuo bacio è una fetta d’anguria che toglie
sete e sonno, qui, tra camion carichi e campi assolati.
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L’ulivo zittisce e attende il giorno buono; la spiaggia ad est
è un atto di resistenza in questo sud che vuole cogliere vita
a piene mani, acino dopo acino, tra filari d’incomprensioni
e verderame. Poi sarà ancora festa e pietra da scavare,
per raccontare questi intagli ricavati per sottrazione.
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La sera salentina sono queste mani, che fermano l’attimo
e faticano senza sosta; dita intrecciate ai fili di un ragno
che ride guardando dove siamo finiti. Pagina dopo pagina
finisce anche la terra, a sud, col cappello in mano, tra santi
e madonne che ingoiano acque e restituiscono stupore.
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La sera salentina ha sguardo lucido: «Torna e abitami,
non lasciarmi solo paese d’agosto; la città, lo sai, ha
spazi grandi che perdono la misura del gesto, dell’occhio
e del respiro; c’è qualcosa che non si può spiegare, ma
solo vivere, qui, tra monaci volanti e capre segnate».
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***
(immagini: in apertura R.Magritte, Paese dei miracoli, 1964; in chiusura, Faro di Punta Palascia, Capo d’Otranto)

Nazario Pardini legge due inediti di Angela Greco

dal blog Alla volta di Leucade qui – che si ringrazia di cuore

N. PARDINI LEGGE: “DUE POESIE D’AMORE” DI ANGELA GRECO

Poesie passionali, ispirate da un  sentire fortemente partecipativo, dove i versi, con euritmica fluidità, accompagnano i movimenti emotivi della Greco. Tutto è morbido, gentile, contagiante, e la  luminosità dei verbi  trova l’innesto giusto in iuncturae di iperboliche sinestesie. Senz’altro poesia armonica, di tradizionale presa lirico-nostrana, che tradisce, volutamente, per limpidezza formale e disciplinare, ogni tentativo di riforma prosastica che ha tentato di contagiare, negativamente,  il corso della nostra tradizione:

Piove da abbattere difese, nei giorni colorati
da un incipiente autunno, piove; poco altro
da aggiungere a noi d’acqua e terre emersi…
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Piove e il cielo cupo irrora di lacrime le strade, i campi, la selva. Tutto è in mano ad un cielo brontolone che invia i suoi singhiozzi  a una terra dimessa e triste come le  gramaglie di un autunno che piange una fine. L’amore si fa vivo, sempre più presente, in un crescendo da sinfonia wagneriana, rinvigorendo  i palpiti di un cuore sempre più caldo e in sintonia con i rubini di stagione. C’è aria di fuga; il tentativo di sottrarsi ad una sorte che tutto dispone. La voglia di abbracciare il sereno,  di aprire la finestra alla luce per ascoltare una voce che parli ancora di erotiche avances. Non lasciamoci vincere dal tempo, ma lottiamo, anche col semplice ricordo, lottiamo a ché torni la sagoma di un volto che è dentro noi, e che la poetessa chiama con parenetico grido:

Ci incontreremo appena più in là
di queste ore, in un biglietto di sola andata, che
ritorna inesorabile, per questa voglia di correre
nella direzione esatta delle tue mani e della tua bocca.
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Ci incontreremo appena più in là; nella direzione dei nostri desideri; in un mondo di chiarori e di sogni, dove il destino piangerà la sua sconfitta, e dove capirà che è possibile correre verso la pulcritudine di eros. Basta amare e tutto sarà splendente come un giorno di primavera. La natura si fa complice coi suoi innesti visivi, con l’incastro di argomenti scomodi:

Gli scoiattoli fanno incetta di provviste per l’inverno;
man mano che hanno tempo, gli alberi ingialliscono
e sperduti romantici raccolgono i colori in una tazza
di tè, cardiotonico per il buio delle giornate a venire.
La forma a cuore del tiglio richiama un argomento
scomodo, mentre bevo il secondo caffè della giornata.
.

Finché si fa dominante ricorrendo al mare, alla casetta di legno, alle lenzuola, al tutto: quello che conta è ricominciare, e amare, verso un traguardo di erotismo catulliano:

Spogliami davanti al mare, tra le tue onde, nella casetta
di legno che odora di sale e ridi; tra le lenzuola sei un atto
di ribellione a quest’ordine stabilito. Riconfiguriamo un
attimo senza anestesia e lasciamo alle conchiglie il compito
di narrarne le gesta a chi porgerà l’orecchio prima della marea.
Dopo, dormiremo senza pensieri, se non quello di ricominciare

Nazario Pardini

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Due inediti di Angela Greco

«La poesia deve avere in sé qualcosa
che è barbaro, immenso e selvaggio.»
(Denis Diderot)
1.
Piove da far crollare argini, nelle notti
scure di lampi viola, piove; alle spalle
tuona con straordinaria voce il cielo.
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Si confondono acque e pensieri, dita
intrecciate alla coperta pregano il nome
tuo, spiando stelle nascoste nella piega
dell’insonnia. Ipotesi d’azzurro e del tuo volto
s’affacciano alle prime luci; l’aurora diserta
la chiamata e la Polinesia non è poi così
distante da questo atollo di meraviglia.
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Sconfiniamo allora oltre chilometri di buio,
in un rettilineo dalla prospettiva precisa;
il salone delle feste con il pavimento a scacchi
e il grande specchio a moltiplicarci. Piove,
non ha voglia di smettere e nemmeno noi;
affaccendati tra vie traverse accadiamo
per caso, per erranza del fato, coincidenti
in un punto preciso dove non si tocca il fondo.
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La finestra è uno scorcio della cappella Rothko,
mentre Klein sorride dalle sue profondità blu,
così simili alle tue parole da trovare il mare
anche qui. Ci incontreremo appena più in là
di queste ore, in un biglietto di sola andata, che
ritorna inesorabile, per questa voglia di correre
nella direzione esatta delle tue mani e della tua bocca.
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Piove da abbattere difese, nei giorni colorati
da un incipiente autunno, piove; poco altro
da aggiungere a noi d’acqua e terre emersi.
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2.
A quale maltempo appartiene questo presente
di dimenticanze? Dove stiamo andando? Lo domando
ancora, anche in questa poesia senza esito.
L’autostoppista fermo sul ciglio ha una speranza;
la fretta della borsa narra di quel che si è perso.
Ci prendiamo per istinto animale e ci auguriamo
ogni benedizione; ma cosa sta accadendo? E, noi?
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Il canadair sorvola fuoristagione il bosco e la strada
taglia il pericolo di propagazione incendi; si gioca
d’anticipo, una strenua difesa senza oscillazioni,
orologi che hanno perso il senso del tempo per colpa
della batteria. Le mani, dopo le previste ore di lavoro,
non avvitano più nulla; si perde così la relazione, il
contatto con questo trascorrere ipnotico e silenzioso
d’uomo. La domenica mattina è un salmo reiterato.
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Gli scoiattoli fanno incetta di provviste per l’inverno;
man mano che hanno tempo, gli alberi ingialliscono
e sperduti romantici raccolgono i colori in una tazza
di tè, cardiotonico per il buio delle giornate a venire.
La forma a cuore del tiglio richiama un argomento
scomodo, mentre bevo il secondo caffè della giornata.
.
Spogliami davanti al mare, tra le tue onde, nella casetta
di legno che odora di sale e ridi; tra le lenzuola sei un atto
di ribellione a quest’ordine stabilito. Riconfiguriamo un
attimo senza anestesia e lasciamo alle conchiglie il compito
di narrarne le gesta a chi porgerà l’orecchio prima della marea.
Dopo, dormiremo senza pensieri, se non quello di ricominciare.
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(ottobre 2018 — in apertura: fotografia di Mimmo Jodice, Figure del mare 10)

letture amArgine: Tre inediti di Angela Greco

grazie di cuore a Flavio Almerighi!

via letture amArgine: Tre inediti di Angela Greco 

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συμβάλλω (*)
(settembre 2018)

La pioggia ha benedetto il nodo cruciale della notte;
il vento ha beatificato questo inizio. Nella penombra
un cavallo azzurro scende in direzione del muro opposto.
La curva del suo dire ha la rotondità del risveglio invaso
dalla luce benefica del primo vagito e dell’ultimo ricordo.
I bottoni segnano la nera; bisogna prestare molta attenzione
per non schiantarsi nel fuoripista. I negozi sono ormai chiusi
e l’ultima croce brilla verde e intermittente all’angolo.
Si confondono la vegetazione alle spalle ed i rumori.
[…]
Nella savana metropolitana fiere vanno a fare la spesa
senza nemmeno scomodare artigli e denti; all’ombra
si addomesticano principi e battaglie. Tu, dove abiti?
[…]
Prima della cacciata avevamo piume a sufficienza per
ogni cielo; sapevamo bene la direzione e dove sorgeva.
I tuoi capelli ricci hanno qualcosa di familiare, ma non
ricordo bene il motivo che mi ha condotto fino a te.
Squilla improvviso il telefono tra le mani e scorre
una luce votiva a cui affidare silenzio e attesa. La penna
tace nella tasca, mentre si ricompone senza fretta
il prossimo inverno. Mi stringerai a te sulla soglia bianca,
tra due porte opposte e vetri appannati, appena prima
dell’apocalisse e dei suoi animali al galoppo. Aspetto.
[…]
L’affanno del corso principale intasa l’ingresso alle Poste.
Difetti di comunicazione emergono senza preavviso.
Pagare l’ultima bolletta rende asmatici. Eppure si insiste.
[…]
Questo oggetto spezzato ci avvicina; una metà per uno,
ci inizia. Settembre sembra davvero essere arrivato.
Un dislivello della strada ci riporta occhi negli occhi, ma
preferisco scendere per ascoltare il tuo petto ininterrotto.
Si sciolgono così le braccia e, conserti, rimandiamo tutto
ad un desiderio a data da destinarsi. Il buio vela il gesto e
appari per quello che realmente sei fin da novembre.
Una macchia verde invade la fuga e penso che non sia mai
accaduto un ricordo simile a questo, un ritrovo, una croce
di luce nella macchia scura di un universo in divenire. Accadi.
[…]
Franz Marc aspetta sul tavolo, qui accanto; io, seduta
al mio tavolo e alla mia scrittura, che tu scorra tutti i luoghi
di lavoro. Il rivenditore automatico ci offre una bevanda.
[…]
Sul mare corriamo contro le onde su uno scafo di fortuna,
che ha conservato il motore dopo la tempesta. Ci assomiglia
questa radura d’acqua lasciata al caso e senza ripensamenti
sbarchiamo sull’isola opposta alla piazza. Qui c’è ancora una
forma di peste che ci separa dal resto dell’umanità. Portiamo
addosso i segni di quell’incomprensione senza soffrirne; gli
esiti si attardano in cicatrici cartacee e in questo abbraccio.

__________________
(*) METTERE INSIEME, FAR COINCIDERE

***

Un brano questo a seguire, che accosta tempo e profondità, partendo da un episodio accaduto nella vita dell’autrice proprio nei giorni in cui è nata questa composizione, circa un mese fa. E’ proprio questo attrito tra le ovvie stanchezze di ogni giorno (in cui la vita sembra girare sempre allo stesso modo) e un evento importante legato a una persona venuta a mancare, che crea di nuovo il desiderio mai sopito per la comunicazione persa con chi si è conosciuto nei primi anni di vita, e col quale si sarebbe voluto interloquire molto di più. Il finale è struggente, il bisogno umano che lo crea altrettanto. Signori, questa è Poesia. Questo brano è già stato incluso nella rubrica domenicale “Gioielli Rubati”. (Flavio Almerighi)

OLTRE IL BIANCO

Voglio avere ogni giorno l’età esatta
corrispondente a giorno mese anno
senza altro sforzo, senza aggiungere
null’altro e nemmeno senza togliere
persone fatti ricordi in quest’ordine.
Voglio abbracciare i tuoi occhi verdi,
le tue mani creatrici e anche la pietra
senza altro sforzo, senza aggiungere
null’altro, nemmeno una parola di meno
rispetto al tuo silenzio e alla mia logorrea.

Continuo a chiedere scusa per questo cuore,
affaccendato a vivere, stanco di ragionare.
Adesso che metterò da parte anche i segni
sei sicuro che riuscirai a comprendermi?
Appartengo ad una clessidra che fatica
granello dopo granello, perché non si perda
il rimpiantissimo momento fuggente. E, tu?
Il prezzo dei loculi e tutto il bianco del cimitero
nuovo, non corrispondono al rispetto dovuto;
diventammo civili con il culto dei morti, ma oggi?

Ti direi «abbracciami», ma non ti corrisponde
e hai sempre troppe domande in agguato.
Un altro anno sta passando e «se proprio devo
innamorarmi di qualcuno» sicuramente sarà di te.
Scrivimi, quando arrivi a destinazione.
Scrivimi la destinazione.
Scrivimi.

***

Cambia il colore alla foglia, dalle il rame
per fondere luoghi antichi dove ritrovarsi.

Strade e pietre raccolte all’ombra d’autunno;
la terra ci abita dal principio. Oggi mancano
sfumature d’acqua, volute di conchiglia e tu.
Dimmi, di che colore diventa quel che ci guarda,
quando ti sfioro? La mano non dimentica la carezza,
né l’assolo di silenzio, l’ago e la stella. Dopo, dici?

L’attesa cade dai rami incontro ai tuoi piedi,
stringati nel giorno delle carte, delle bollette
e del viaggio tanto atteso. Arriveremo a Capo Horn
con le rondini in tasca e i piedi nudi; allora dirai
del trascorso e dell’a venire, confluenze oceaniche
e risate, germogli nell’emisfero opposto.

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Angela Greco (AnGre) è nata il primo maggio 1976 a Massafra (TA), dove vive. Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, 2008); in poesia: A sensi congiunti (2012); Arabeschi incisi dal sole (2013); Personale Eden (2015); Attraversandomi (2015); Anamòrfosi (2017); Correnti contrarie (2017); Ora nuda, antologia 2010-2017 (Quaderni di RebStein LXVII, 2017); Ancora Barabba (Youcanprint, 2018).

In apertura: fotografia di Josephine Sacabo, The Writer

letture amArgine: Tre estratti da Correnti contrarie di Angela Greco

dal blog di Flavio Almerighi che si ringrazia:

letture amArgine: Tre estratti da Correnti contrarie (Ensemble Ed.) di Angela Greco

“Ecco la poesia come dovrebbe essere ogni giorno! Parole sempre pronte ad assumere significati nuovi, spogliate di ogni orpello, del culto della personalità e di tutto quanto non sia connesso alla Poesia nel senso più stretto del termine. Angela Greco sa raccontare attraverso la sua poesia, sa creare descrivendo. Ne vengono versi densi, che nulla concedono alla pesantezza o al tentativo di stupire: versi suoi, un lettore normodotato giunge in fretta, leggendoli, a riconoscere la mano e il talento di questa autrice. Un altro contributo della poesia del Sud, trascurata un po’ troppo da critici e media, forse troppo concentrati sui fenomeni, da non accorgersi che la Poesia c’è o non c’è. E qui ce n’è tanta, buona lettura.” (Flavio Almerighi)

#
La meridiana segna un’ora nuova
sulla parte bassa del vestito di Clara.
Il fiore dall’ombra sanguigna
dice che è il momento.

Clara guarda nello specchio
e sente premere alle spalle.
La mano dalle unghie corte racconta
l’ultimo lavoro e l’immaginazione è
il miglior salario garantito.

L’armadio nasconde parole.
Si è persa la chiave.
Clara racconta di sé ridendo.

La voce fuori campo scrive
sola sul foglio bianco.

#
Clara resuscita dopo dodici giorni
dalle costrizioni del grande freddo.
Rinasce nuda primavera
in una mattina insolitamente calda,
in una foto sfuocata dalla fretta.

Desiderio feroce di appartenersi.
La strada, una lastra di ghiaccio,
tende l’agguato, minando la traversata.
Hopper guarda seduto alla scrivania
i fianchi larghi che ripongono fascicoli.
Appena sotto l’oscurità di ripiano e ventre
preme un’altra stagione.

#
The Man With The Child In His Eyes
sorride quando si sente al sicuro.
Clara sa aspettare la sua ricompensa.
Poi accende una sigaretta e pensa.
Clara sa ascoltare il fumo dalle sue labbra.
Adesso il bagliore di un ricordo futuro
dà parole per una nuova poesia.
Clara sa già di cosa parleranno domani
e disegna cerchi dorati su un foglio nero.

L’uomo conosce il controluce del volto di Clara
e lei gli svela una spalla e un neo.
Si conoscono per successione di promesse.
Sanno dell’usignolo e dell’allodola, il nome e la guerra.

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il libro è acquistabile qui:
https://www.edizioniensemble.it/prodotto/correnti-contrarie/

immagine d’apertura: Josephine Sacabo, The writer

letture amArgine: Interno n. 42 di Angela Greco

 dal blog di Flavio Almerighi che ringrazio

Bisogna dirlo senza perifrasi, quando la poesia c’è si riconosce senza nessuno sforzo.
E’ il caso di Angela Greco qui proposta con Interno n. 42, un ottimo inedito. Angela (tra l’altro) sa raccontare attraverso la poesia, sa non perdersi in sciocche banalità di serie, sa cos’è la poesia. La struttura e l’articolazione di questo inedito, come se ce ne fosse bisogno, lo dimostrano ancora una volta.
Ultimamente amArgine si occupa con particolare interesse del fermento che gira intorno alla nuova poesia pugliese, la Greco ne è una delle punte di diamante. Lasciamoci quindi attraversare dalla lettura di questo brano, dalla sua ricchezza di chiari e scuri, dal suo pizzico di surrealismo.
L’eleganza e l’ampia leggibilità dei versi completerà una lettura alquanto soddisfacente fino al dono del rosso di murgia.
(Flavio Almerighi)

*

La sfera dorata dondola al polso;
sei la mia anamorfosi fatta persona.
«Appena ho sentito muovere il letto,
mi sono chiesto, cosa ci facessi qui».
S’allunga il giorno quasi a toccarti;
nella luce un altro cielo sbaraglia
nuvole al suono d’un pomeriggio
di quiete solo apparente. È sabato
e tu sei nella tempesta in agguato.

«Sei una conchiglia mancata – dici –
in grazie e volute, nei vuoti e nei pieni
del vivere, della scrittura, della grafia,
il piacere avvolge, s’avvolge e si cerca,
sonaglio e mantra che ammalia, stupisce,
trance per un mondo mancato per poco,
giusto per resistenza di sopravvivenza.
Merletto veli lo sguardo, acqua ti muovi
attorno alla pietra». «Tu, lasciati attraversare».

In questa distrazione di dio dammi tu la mela;
fatti mordere al risveglio.
Dell’invenzione della luce ci occuperemo
più tardi, appena prima della luna;
dell’amore e di altri demoni non avere cura,
ma accendi la candela e danziamo con la fiamma
al suono feroce dello scorrere di acque.
Alle 12 lascia i rintocchi al petto, non ad altri.
Siamo palindromi fin dal mattino.

Di Venezia conosco pagine ingiallite
e strade liquide; una sola volta basta
alla tachicardia. Poi è soltanto ritorno.
Così il paese, le mura e l’incontro, luci
e riflessioni sulla superficie, trattenendo
profondità per un solonostro a posteriori.
Sale la via verso te all’ora senz’ombra
ed ogni casa guarda dall’angolo
il rosso di murgia che porto addosso.

Angela Greco è nata il primo maggio del ‘76 a Massafra (TA), dove vive con la famiglia. Ha pubblicato in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, 2008) e in poesia: A sensi congiunti (2012); Arabeschi incisi dal sole (2013); Personale Eden (2015); Attraversandomi (2015); Anamòrfosi (2017); Correnti contrarie (2017); Ora nuda, antologia 2010-2017 (formato elettronico, Quaderni di RebStein LXVII. Settembre 2017). È ideatrice e curatrice de Il sasso nello stagno di AnGre. Commenti e note critiche all’indirizzo https://angelagreco76.wordpress.com/.

 

immagine d’apertura: opera di István Orosz, Atlantis anamorphosis

 

Angela Greco al Festival della Poesia nella cortesia – 28 aprile 2018 a San Giorgio del Sannio (BN)

Domani, qui. Vi aspettiamo! 
Grazie di cuore a Rita Pacilio per l’invito.

.

di Angela Greco 

Lascio che mi si ripeta un paio di volte chi sei;
non ho mai concesso ai due mondi di sfiorarsi,
ma questa volta sembra che debba accettare il fato.
Cautamente.
.
Il mattino squilla poco dopo l’alba;
un suono rosso nel cielo
ancora addormentato. Il lenzuolo
stenta nel suo letargo, eppure
doveva essere estate, ma il maestrale
in forza a maggio non concede tregua
alle maniche lunghe, né alle calze. Così
attraverso il solito corridoio di domande
e guardo dalla finestra:
la tua polo bianca è sempre stata
precisa per i pantaloni blu,
quelli un po’ larghi rispetto all’esilità
della tua parlantina. Non smetterò mai
di meravigliarmi dei percorsi e dei ritorni
ed è così che ti abbraccio,
piegata sulle ginocchia.
.
Cosa dico, adesso? Che parole posso usare
tra quegli undici anni ed il 2018?
Sabato prossimo compirò settant’anni,
anche se non li dimostro. Ho contato le pietre
che hai lasciato a bordo strada.
.
Il pomeriggio giochiamo a riconoscerci.
Il foglio bianco ci contiene
ed i tasti sono un florilegio al ricordo
che pensavo distante, mai più rintracciabile
nella Creta di questi anni di filo spinato.
Il petto asmatico rallenta la rincorsa sfrenata
ed una sospensione si innesta
sulla branca principale: la corona tra le tue dita,
ricarica e speranza di nuovo frutto.
Una pacificazione in attesa del finale.
.
.
(inedito)

Ranieri Teti su Studi comparati di Angela Greco

Carte nel Vento, periodico on-line del Premio Lorenzo Montano a cura di Ranieri teti

Aprile 2018, anno XV, numero 39

Angela Greco, una poesia inedita, “Studi comparati”, nota di Ranieri Teti

“Perché siamo qui, Angela? Dove stiamo andando?”

Se pensiamo a generi collaterali alla poesia come siamo soliti immaginarla, con gli a capo canonici, restando nell’ambito lineare e senza sconfinamenti nel visivo o nel sonoro, probabilmente viene subito in mente la prosa poetica.

Angela Greco, in questo “Studi comparati”, propone invece un testo di poesia narrativa: è poesia, ci sono gli a capo, ma tutto si configura come un racconto. Con tanto di frammenti dialogici, flash-back, stacchi e inquadrature da cinema, musica e recitazione, “fuorionda” colti nel momento massimo della verità. Le voci fuori campo dettano il tempo di una sceneggiatura complessa, serrata e insieme profonda. Una sorta di “marchio di fabbrica”, ripensando a una precedente prova dell’autrice, “Campo di grano con corvi”.

Ma è necessario porre molta attenzione, perché tutto quello che viene messo in scena, talvolta abbagliando, in altri momenti in modo sommesso, potrebbe depistare noi lettori dalla costante visione, esclusivamente poetica, che innerva l’intero brano. La poesia è nel pensiero che sottende interamente il testo, ora carsico e appena percepibile, ora affiorante e portatore di rara, e inedita, espressività. Forse siamo davvero diretti dove abbiamo sbagliato, oppure dove possiamo liberamente confondere i segni con i sogni, soffermandoci su una vecchia foto che ancora ci parla. (Raniei Teti)

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Studi comparati 

«Dove abbiamo sbagliato, Claire? Dove siamo diretti?
Chi ha preso il nostro posto?»
Non sappiamo più leggere i segni, i sogni,
il fondo delle tazze di caffè e nemmeno il Braille.
Sono lontane le stelle, le notti chiare e le mattine senza dolori.
Si ride per una bugia. Inizia a piovere.
.
Il grigio ha valenza plurima e capacità statica.
Giorno monocromatico da vecchio film muto
aggressione inevitabile alla giugulare.
E’ tutto un gioco di fogli bianchi e mascelle.
Anche il cielo morde.
Al piano inferiore spostano continuamente le sedie
in un gioco da bambini che ogni volta ne sottrae una.
.
Il falegname bussa tutti i pomeriggi dopo pranzo.
Dal balcone guarda i miei giorni stesi ad asciugare.
Io lo saluto sempre. Per l’ultima volta.
Inverno rigido tra febbraio e aprile;
maggio è soltanto un ricordo.
.
Le gocce sui vetri mosaicano l’immagine.
«Claire, non allontanarti. Ho bisogno di mani, di fiato
e di presenza, in questo quotidiano senza punteggiatura».
La luce accesa nella stanza col soffitto blu aspetta la sera.
Temo il suo silenzio più che la neve.
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Astronomy domine, cinquant’anni di anticipo.
Scatola degli spilli, forma avveniristica, un altro secolo:
uso sapiente di mani, rotazione di vinili, asole da riparare.
Fili tutti tirati.
.
Lascia che giochi, Claire, oggi. Fuori c’è confusione.
Cinque settimane per ritrovarsi e un bonus per sola andata.
Penso spesso che sia necessaria una vacanza dalla poesia,
ma poi qualcosa arriva e tutto allora diventa chiaro, lucido.
A marzo sarà un anno dalla foto in bianco e nero con foulard.
.
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(segnalata nella sezione “una poesia inedita” al XXXI Premio Lorenzo Montano)
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in apertura: opera di Edward Hopper

Angela Greco, Quaderni di RebStein, LXVII

Quaderni di RebStein LXVII. Settembre 2017.  Scaricabile gratuitamente al link:

Fai clic per accedere a angela-greco-ora-nuda-2010-2017.pdf

*

…….C’è, in questa poesia, il fascino non vuoto e non fine a sé stesso di una continua concreta ricerca, di una ricca minuziosità. Angela Greco non tenterà mai di gabbare il lettore, di “stupirlo con effetti speciali”. Il dettaglio, l’arabesco, la capacità di crearne e renderli particolarmente evidenti senza sforzo, rendono questa poesia potente, ma femminile nella migliore accezione del termine. Insomma la poesia di Angela si riconosce. E’ il frutto di un lavoro durato anni, decisivi, spesi bene, che l’hanno vista poeticamente crescere in modo esponenziale. Lo si noterà bene leggendo questo, che è un sunto dei suoi primi sette anni da autrice cosciente di sé e della propria meta. Insomma di cosa stiamo parlando? Di una poesia che amo definire “carsica” per quel suo immergersi, quasi sparire, e riemergere prepotente, improvvisa, teatrale. Ma quel che conta è la poesia, non la casacca che indossa. La scelta di questa autrice è proprio quella di non indossarne, di vivere la propria creatività senza costringersi in scuole, gruppi di pensiero, sette di teoretici, compromessi. In effetti il porsi in cerca di strade, di versificazioni e soluzioni nuove, o comunque non usuali e logore, è il suo intendimento principale. Questo senza mai trascurare la persona, la propria persona, quella che è dietro questo intenso sforzo creativo. L’evoluzione di Angela Greco è ben riscontrabile su queste pagine, dal 2010 a oggi molte cose, salvo l’onestà, sono cambiate, o meglio si sono evolute.  Non a caso la Nostra ha sempre più dilatato e variato col tempo la lunghezza del proprio verso e della composizione, fino a prediligere la forma del poemetto, questo non senza trascurare la ricchezza delle metafore e la chiara fruibilità del testo. L’inedito “Giorni iblei” del 2017 ne è un recentissimo, brillante esito.

Flavio Almerighi, Introduzione ad “Ora Nuda, Antologia 2010-2017 di Angela Greco”

*

(fuori programma)
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L’imprevedibilità dei risvegli, i mattini diversi
per condizioni atmosferiche e conseguente umore,
le calze smagliate e il caffè, amaro nella sua abitudine,
a ristabilire l’ordine del giorno. Improvvisa fotografia:
distratto dal libro che hai tra le mani sembri altrove,
sul limite di un silenzio ancora da scrivere.
.
Un bottone dopo l’altro avvicino quel pensiero
che ruga la fronte per quello che accade e si tace.
La poesia è insubordinazione, stazione viaria, azione,
passaggio in auto-stop verso una nuova galassia.
Seduti scomodi sul secolo breve finito per te nel 1989
intoniamo canti da raccolta di cotone per farne bende.
.
Sembra che a vedere la ginestra siano in pochi;
il giallo non confondibile nella macchia verde dell’orbo.
Un collage di inerti catramati al verbo sbagliato:
“sono stato” è una questione multifattoriale.
.
Raccolgo aghi dal fondo del bosco per forare palloncini.
L’aria sarà sempre un futuro semplice eppure irraggiungibile
quasi quanto l’aver osato libertà in regime mono teocratico.
Avremo nuovamente voce per raccontare al fuoco della notte,
quella in cui al posto del sonno si contarono acini luminosi.
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*

Un GRAZIE di cuore a La dimora del tempo sospeso per l’ospitalità, a Francesco Marotta per l’invito, a Flavio Almerighi per l’introduzione, ad Adeodato Piazza Nicolai per una traduzione e ad ogni Lettore che vorrà condividere con me questa gioia! (AnGre)

Immagine d’apertura: Mark Rothko, New forms

21 aprile, Natale di Roma

Il Natale di Roma, anticamente detto Dies Romana e conosciuto anche con il nome di Romaia, è una festività laica legata alla fondazione della città di Roma, festeggiata il 21 aprile. Secondo la leggenda, narrata anche da Varrone, Romolo avrebbe infatti fondato la città di Roma il 21 aprile del 753 a.C. La fissazione al 21 aprile, riportata da Varrone, si deve ai calcoli astrologici del suo amico Lucio Taruzio. Da questa data in poi derivava la cronologia romana, definita infatti con la locuzione latina Ab Urbe condita, ovvero “dalla fondazione della Città”, che contava gli anni a partire da tale presunta fondazione.

La celebrazione dell’anniversario dell’Urbe come elemento della propaganda imperiale finì per attribuire alla questione dell’anno della fondazione un’importanza fondamentale. A partire dall’imperatore Claudio il metodo di calcolo dell’età della Città, proposto da Marco Terenzio Varrone prevalse su tutti gli altri. Claudio fu il primo a far celebrare l’anniversario di Roma nel 47, ottocento anni dopo la presunta data della fondazione. Nel 147-148 Antonino Pio diede corso a una simile celebrazione e nel 248 Filippo l’Arabo celebrò il primo millennio di Roma, assieme ai Ludi Saeculares (celebrati ogni cento anni), in quanto Roma compiva dieci secoli. Sono pervenute monete che celebrano l’evento. Su una moneta del pretendente al trono Pacaziano, appare esplicitamente “1001”, da dove si evince come i cittadini dell’Impero romano avevano compreso di essere all’inizio di una nuova era, di un “Saeculum Novum”. Quando l’Impero romano divenne cristiano, nei secoli successivi, questa immagine millenaria venne utilizzata in un senso più metafisico. (da Wikipedia)

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DUE ANNI FA, RICORDANDO…

21 aprile ’15, natale di Roma  – Presentare per un caso fortuito o semplicemente per destino benevolo questo nuovo lavoro in versi e fotografie dedicato alla città di Roma proprio nel giorno del natale della Città Eterna di questo 2015 di poesia per me, ha qualcosa di magico, di particolare, di bello, di speciale, di deciso altrove dalla razionalità…

Un libro nato la scorsa estate, che custodisce il ricordo di una persona cara e troppo presto scomparsa, il poeta Gianmario Lucini – il primo lettore entusiasta di questo viaggio a cui ancora oggi va il mio grazie per la fiducia e per i consigli – edito da Limina Mentis.Un progetto di poesia e fotografia (quest’ultima in collaborazione con Giorgio Chiantini) introdotto dal sound d’inchiostro del poeta pugliese Nunzio Tria, che nella sua nota scrive: Un viaggio, reale e metafisico nello stesso tempo, che attraversa in lungo e in largo i luoghi di Roma e l’anima dell’Autrice, immortalando i primi in fotogrammi e i secondi in scrittura […] Un viaggio ‘on the road and in the soul’ urbano/interiore lungo il quale, pensiero su pensiero, scatto dopo scatto, si sono disvelati reminiscenze, attese, desideri, aspirazioni, sogni e giù, fino in fondo, alle cose che ritualmente “non si dovrebbero” dire…

Grazie ad ogni Affetto che mi ha sostenuta ed incoraggiata in tutto questo e…buon compleanno mia cara Roma! E che tu sia, con la tua perseveranza nel rimanere in vita nonostante tutto, metafora del destino di chi, me compresa, sceglie di affidare la sua ‘eternità’ alla poesia e all’arte. (AnGre)

*

versi e fotografie estratti da Attraversandomi (LiminaMentis 2015) di Angela Greco

Roma è bella ogni momento che passa e che passi nel suo utero
materna di secoli che scorrono in ognuna delle sue acque libere
nonostante la forzatura del tempo inesorabile che arrugginisce
ma non ferma le stesse mani da sempre costruttrici di difese
fino alla sera di due numeri che sommati non danno più
la stessa cifra e la medesima importanza alle architetture
edificate in uno spazio adesso troppo esiguo per respirare

.

quando mi accadi improvvisa ed è questo il momento
frani la staticità di una montagna addosso:
ogni centimetro di razionalità degrada addosso
e m’affretto all’incoerenza prima che svanisca l’incanto
ti vivo sortilegio d’altro universo benevolo e mi stupisco
della ritrovata socievolezza alla meraviglia di cui ignoro
in tua assenza lo stupore dei colori e la forma delle nuvole
.
il trascorrere delle ore trattiene le crepe a dire passato
ma tu, tu
sei l’imbiancata di calce viva che disinfetta l’abitudine
.
.
.

in due è un balcone colorato Piazza Navona d’arte svestita
inanimate mani a reggere marmi bagnate di fiumi e sguardi
e racconto una leggenda alla tua voglia fanciulla di sorriso
che mi prende a sé a ricordarmi quando null’altro intorno
stringeva nel fare della città la corsa fino al perdifiato
della crema aromatizzata al limone che m’aspettava calda
sul tavolo di storia dalle gambe vacillanti e cinque sedie attorno
al raccontarsi casa in mezzo a tutto quello che trascorreva fuori

mi perdo in un barocco di ricordi coloratissimi come quelle petunie
e petalo a petalo raccolgo anni per infiorare il tuo petto immacolato
mentre spieghi ali e pagine di noi a chi non comprende il volo
a gioia radente d’essersi accorti della bellezza di un respiro comune

.

abitiamo gli interstizi che piastrellano il momento
siamo fughe dalle ore di luce in rincorsa perenne
tra le maglie slargate di una rete che ci ingabbia
allora passeggiamo un metro alti rispetto agli altri
tradendo regole fisiche e lasciando che il sole ci colori
mentre attraversiamo col semaforo rosso
e riguardiamo quei passi dedicati di cui siamo esiti:

non voltarti adesso che ti ho raggiunta con l’ansia dei miei anni

.

Campo di grano con corvi, poesia di Angela Greco, nota di Ranieri Teti

Tratto da Carte nel Vento, Aprile 2017, anno XIV, numero 35

Angela Greco, poesia inedita “Campo di grano con corvi”, nota di Ranieri Teti

Potenza della poesia, quando è poesia d’autore.

Come nel caso di “Campo di grano con corvi” di Angela Greco, dove l’avan-testo dichiaratamente artistico cita significativi dettagli di due emblemi della pittura, molto diversi tra loro ma caratterizzati da una simile tensione interiore: Vincent Van Gogh e Edward Hopper.

Da questa premessa che ne costituisce l’inaudito sfondo poetico, Greco agisce nell’ambientazione inserendovi una struttura dialogica in versi, come se le figure, quasi appena disegnate, diventassero infine protagoniste in un’opera del tutto nuova, ricca di dettagli colti nel momento massimo della loro forza comunicativa.

L’accrescimento figurale, un uomo e una donna, determina nello stesso tempo l’approfondimento del senso, in un moltiplicarsi di scene e frasi nelle infinite riflessioni di opposti specchi, tracciando con disincanto le possibili declinazioni delle solitudini.

Il risultato ultimo sembra corrispondere alla scena finale di un film, con le immagini che passano dagli esterni di Van Gogh agli interni di Hopper, con i dialoghi come voci fuori campo, tra “una speranza in meno” e qualcosa che “non basta, non in questo momento”.

(“Carte nel vento” periodico on-line del Premio Lorenzo Montano a cura di Ranieri Teti – in foto l’opera omonima di Vincent van Gogh)

*

Campo di grano con corvi 
.
“Campo di grano con corvi”:
Vincent dalla sua finestra vede il giallo e l’azzurro
e segni neri e nevrili come solchi sul suo campo.
Col procedere delle stagioni gli amici si sono diradati
come accade ai fiori di pesco
(perché sia più remunerativo il raccolto).
.
“Il diluvio non è ancora finito. Dubito che finirà” – dice l’uomo
“Hai sempre una speranza in meno” – risponde la donna
(intanto il campo e i corvi sono sempre più materici)
.
“Questa pioggia non ha motivo di cessare.
E il corvo non muterà il suo colore al ritorno”
.
A bordo tela Vincent è fermo, ma non le sue mani:
gli ulivi sembrano attraversati da un vento preciso e pensa:
la creazione è ribellione al caos.
.
Appartamento in città. Mattinata di lavoro.
Il giallo dei tigli tenta di raggiungere l’azzurro.
La finestra aperta rivela un insolito novembre
e la strada brulica di cani al guinzaglio.
.
Fuori dal quadro Hopper è anche più infelice
perso nei toni freddi di solitudini alienanti
le sue creature hanno l’ultimo secolo nello sguardo.
.
“Eppure lei guarda verso il colore del cielo terso
ribatte a se stesso l’uomo
“Non basta. Non in questo momento.”
.
(Il copriletto sgualcito dice che lei è altrove
nel tentativo di afferrare il significato che sfugge)
.
Il corvo passa anche su questo cielo
stabilendo somiglianze.

*

Premiata con Segnalazione, sez. “Una poesia inedita”, Premio di poesia e prosa “LORENZO MONTANO” – 30^ edizione (2016)

Poesia successivamente inclusa in ANAMÒRFOSI, Ed. Progetto Cultura, Roma, 2017 (qui)

Angela Greco, Fotografia – tratto da: Prospettive. Omaggio di parole a Sarah Ann Loreth a cura di Words Social Forum

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Angela Greco, Fotografia

versi per l’opera di Sarah Ann Loreth

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Pietre nere. Terra nuda. Fiamme.
L’occhio guarda dentro.
Si contorce la razionalità.
L’abito è lo strato esterno del malessere.

La caduta ha scomposto movimenti e domenica.
Altrove da qui qualcuno guarda in basso.
Alla fine rimarrà soltanto cenere,
mentre suonano le campane.

Innata, l’eleganza
si fa ricordare. Il rosso
non è soltanto un colore.

(inedito)

.

Sarah Ann Loreth è una fotografa d’arte che crea provocanti pensieri, attraverso la cattura d’immagini che riflettono i suoi sentimenti più intimi. Lei sviluppa fotografie emotive che raccontano una storia per chiunque le stia guardando. (by WSF)

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Per IN APULIEN, rubrica di Anna Maria Curci per Poetarum Silva, inediti ed editi di Angela Greco

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Per IN APULIEN, la rubrica di Anna Maria Curci per Poetarum Silva

inediti ed editi di Angela Greco

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Salomè decide per se stessa
(inedito, 2016)

(Chiede la sua testa,
ma non basta un vassoio d’argento a contenere il disgusto.)

Erode Antipa è bellissimo e ha il fascino di chi comanda.
Salomè danza per lui con il macabro pegno ai suoi piedi.
Erodiade occupa un’altra stanza ed i commensali hanno voltato le spalle.
Salomè danza tra veli e sfumature di rosso. Gli occhi orientali ridono.

“Non è stata mia madre. E neppure il Battista.”

Erode la omaggia di sguardi e sotto la tunica accade qualcosa;
Salomè danza sempre più vicina e con i veli annuvola il di lui cielo.

(Nel Palazzo fremono i preparativi per la festa
ed il tempo è propizio alla congiura adesso che il predicatore tace.
Hanno pranzato insieme un tempo non lontano, ma ora è diverso.
Le vesti bianche contrastano ferocemente i pensieri
e si definiscono i dettagli dell’imminente cambiamento.)

“Danzi solo per me, Salomè?”
Ride Erode della retorica e della bella fanciulla;
la prossima testa a cadere ai piedi di lei sarà la sua e lui lo sa.
Salomè danza. Danza e aspetta.

* * *

secondo tempo
(inedito, 2016)

[…]

Cecilia venne tratta dal marmo nella stessa posizione
del martirio e del collo segnato dalla spada.
Il volto della fanciulla si può solo immaginare.
Del coraggio si sente ancora la voce ferma e fiera.

Fuori una rosa guarda maggio oltre le spine.

[…]

Ogni giorno ha il suo santo che canta.
Lo sguardo al cielo non è facile se soffri di cervicale.

Pietro ha sofferto non poche esitazioni lungo il cammino
eppure mia madre non ha mai smesso di seguirlo.

[…]

Un fado portoghese racconta solitudine
davanti allo specchio le dita intrecciano note
e la fisarmonica riempie la stradina inattesa.
Ho guardato la luna pochi passi prima
tra le foglie di basilico si nasconde il mare.

Che attinenza abbiano i santi con il vecchio paese
lo sanno soltanto quelle note nostalgiche e la luna.

[…]

L’anziano musicista si guarda allo specchio
per farsi compagnia.
La casa ha l’uscio socchiuso su una calla bianca:
è appena fiorita l’immagine della sera
ma a lui importa soltanto il suo ricordo.

Esco dalla casa difronte per incontrare la sua donna.
Sono in molti a pensare che lei non ci sia più
eppure la musica l’abbiamo ascoltata tutti.

[…]

«Lasciami i santi a cui raccontare bugie»
non ha tutti i torti la fisarmonica.
Mentre il fado raggiunge il mare
stridono le pietre
nella manovra che ci riporterà a casa.

* * *

Scene e personaggi
(da Anamòrfosi – in uscita)

§

Abbiamo un Amleto in comune
a cui affidare una trama e svelare una follia.
Al termine della scena si spegnerà la luce
e si riempirà la stanza senza palcoscenico.

Entra per la stessa porta e chiudi subito.
Togli pure la maschera. Non servirà.

Racconta la vicissitudine della notte che hai ascoltato
di là da dietro il giorno, oltre la tenda, l’inganno:
hai visto quei volti bianchi di menzogna e hai riso
di inatteso stupore.

(sulla torre si fa sacra la notte al canto della civetta
e gli occhi conoscono bene il corridoio da percorrere)

Questa rappresentazione ha sortito applausi scroscianti
e preciso il tuo indice ha indicato il punto e il motivo
dove guardare, su cui scrivere, da cui fuggire.

Quel dire, però, non ha capacitato la platea
che riottosa ha lasciato il teatro nella nebbia.

(sulla torre si fa sacra la notte e la civetta è una lira
e la mano conosce bene il luogo da raggiungere)

Entra, l’attesa è conclusa. Il Novecento sta finendo
e con esso abbiamo finalmente una deriva
da accusare.

§

La stanza è lastricata di vetri che sanguinano.
Le mani ferite dall’incedere delle parole
si trascinano a ginocchia scoraggiate
verso l’unica finestra
dalla visione di un giardino già visto.

Rimbalza il frutto rosso da terreno a pensiero
e tocca raccoglierlo dal piano inferiore
quello che per molti è solo il sostegno al calpestio
e dove nessuno semina più fatica e attesa.

Il rapimento di questo lasso di tempo è comprovato
dalla stoltezza dei gabbiani che non distinguono più il mare.

(Parli, lo sento
e nel virgolettato delle tue sillabe
sostieni quel silenzio
di chi conosce già i titoli di coda.)

* * *

continua a leggere al seguente link:

https://poetarumsilva.com/2016/07/18/in-apulien-15-angela-greco/ 

*

un gioioso grazie ad Anna Maria Curci e alla Redazione tutta di Poetarum Silva!

Angela Greco AnGre

Angela Greco, Natività – tratto da: Prospettive. Omaggio di parole a Francesco Malavolta a cura di Words Social Forum

da: Prospettive. Omaggio di parole a Francesco Malavolta

a cura di Words Social Forum

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Angela Greco, Natività 

versi per la fotografia di Francesco Malavolta

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C’è del sacro in questa salvezza d’umanità
che senza sorriso guarda la notte
e tra le braccia
– in un attimo caravaggesco –
al domani.

Nell’anticipo di apocalisse sulla sponda opposta
fauci di drago sputano sulla quotidianità
abbandonata d’un fiato e d’un battito
per tentare l’approdo
tra i miracoli del baratto con la sorte.

Attorno alla Madre
si stringe l’ostinazione di sopravvivere.
Nell’affanno della riva
una sedia attende il ritorno
arrugginendo di lacrime e silenzio.

(inedito)

*

“Francesco Malavolta è un fotogiornalista. Dal 1994 collabora con varie agenzie fotografiche nazionali ed internazionali, con organizzazioni umanitarie quali l’UNHCR e l’OIM. Dal 2011 documenta, per conto dell’Agenzia dell’Unione Europea “Frontex”, quel che accade lungo i confini marittimi e terrestri del Continente. Da subito orienta quasi totalmente i suoi lavori sulle frontiere e di conseguenza sul flusso migratorio dei popoli, in particolare su quello proveniente dal mare. Segue le vicende dall’immigrazione fin dall’inizio degli anni Novanta, dai tempi del grande esodo dall’Albania. Semplice e rigoroso il suo metodo di lavoro: studiare, documentarsi, prepararsi a ogni servizio come se fosse il primo. Non dare mai niente per scontato. E “disarticolare” con le immagini l’idea che le migrazioni siano una specie di fenomeno idraulico: un “flusso” dove gli individui, il loro nome, la loro identità, e il loro sguardo, non esistono più” – MariaGrazia Patania, Direttrice e creatrice del Collettivo Antigone 

CONTINUA A LEGGERE QUI L’ARTICOLO COMPLETO E TUTTI I CONTRIBUTI

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Dolorosa appartenenza ad una sorte comune: quella di aver dimenticato l’Essere Umano…in questo “Omaggio” la fotografia apre uno spiraglio verso il riconoscimento di quanto abbiamo perso strada facendo. Grazie ad Antonella Taravella Guarino, a WSF e a Francesco Malavolta. L’esperienza di questa pagina chiama, invita, chiede di tornare a leggere e rileggere… (AnGre)