Rossella Cerniglia legge Arcani di Angela Greco

ARCANI ,  di Angela Greco 

Ed. Achille e la Tartaruga (2020)

L’ultima raccolta di versi di Angela Greco, dal titolo Arcani, ha una struttura poematica articolata e complessa: una sapiente minuziosa costruzione che riceve un input creativo dalla magia di queste misteriose figurazioni, presenti nei Tarocchi, il cui significato allusivo, simbolico ed archetipico, è ben illustrato dalla stessa autrice in una nota al margine dell’intero libro. Nell’ambito complessivo dell’opera, questo legame sembra aver rivestito grande importanza nel costituirsi dell’architettura della stessa. Perché la suggestione di questo implicito riferimento, agisce, come dicevo, da input creativo, aggiungendo ulteriore fascino e nuovo significato all’intera creazione, proprio come avviene nella lettura dei Tarocchi secondo il “metodo delle tre carte”, per il quale, vicendevolmente, esse si influenzano nel definire il significato complessivo, che dà risposta ad una specifica domanda.

La sua articolata struttura, piena di rimandi e collegamenti che si interfacciano tra loro, ci dice, di per se stessa, della presenza di un pensiero di robusta sintesi che è nel suo fondamento, e che energicamente la sostiene. L’impianto appare subito straordinariamente ricco di spunti, di variabili e rimandi in cui ogni cosa che, a prima vista, poteva apparire elemento disparato, si lega poi, mirabilmente in visione organica di fruibile bellezza.

La dimensione temporale costituisce l’amalgama che tiene insieme le varie sezioni del libro: le prime tre, intitolate Claire – della solitudine e altri ritorni; I giardini del mago – del tempo e altri percorsi; ed Ein jeder engel ist schrecklich – dell’incerto e altri dettagli, si snodano secondo un concetto di tempo che è Temporalità, nel senso heideggeriano, la quale tiene in compresenza  le tre dimensioni di passato, presente e futuro che convivono, in un fitto rimando di interrelazioni, nella presenzialità dell’accadere.

Perciò, se nella prima sezione del testo, il personaggio di Claire può ricondurci ad un’idea di giovinezza e al presupposto di un albore della vita nella sua spontaneità e purezza, è da tener presente che la sua icona – che racchiude nella multiformità di aspetti, la singolarità del suo essere – permane sempre viva e presente, con l’andare di questo viaggio temporale e verticale che l’autrice compie nella propria interiorità e individualità.

A lei, infatti, come in un intimo colloquio, l’autrice si rivolge in questa prima sezione del libro. E questa rivisitata età, che vorrebbe forse essere l’anticipazione di quello che l’autrice sarà – è, in realtà, ciò che essa è nell’attualità. E la Claire, di cui si parla nel libro, è colei che vive nella dimensione del presente dell’autrice. Ci basta soffermarci su alcuni versi della p. 17 per avere riscontro di alcune delle cose dette e di altre ancora da dire: “ S’aggira Claire tra le parole non dette, tetti di vecchie/ memorie silenziate per antica abitudine; stringono,/ i vicoli del quotidiano incedere, gli occhi che anelano/ all’azzurro di quando si era fili tra i fili d’erba…” e più avanti “…Vorrebbe esserti foglio bianco a cui affidare le ombre,/ inchiostro che inciti i cavalli di fuoco, perché sia sole,/ anche tra le tue nuvole.(…) Nel pacco regalo, una clessidra/ dice che si può capovolgere questo momento.// Due rette parallele s’incontrano e s’intersecano/ in un territorio di confine, oltrepassando il noto fin qui.”

E questa dimensione interiore, che ha i tratti del personaggio Claire, è in larga misura attraversata da un’Attesa – da sempre propria della giovinezza – che ha contribuito a forgiare, con i suoi peculiari accenti, il presente e il futuro di Angela, l’autrice del libro. Sembra di indovinare in Claire, soprattutto, il viversi di questo senso dell’attesa: di essere quello che è, o meglio, quello che sente di essere nell’interiore percezione del sé: la sua vera essenza.

Claire è forse una primavera che ha espresso il suo frutto in potenza, in ciò che è ancora da venire, in un germoglio, in una promessa di vita.  Più avanti nel testo, lo stesso desiderio, più chiaramente si esprimerà in tensione di riconquista della pienezza e totalità della sua anima, e al contempo, come desiderio di essere dagli altri riconosciuta nel suo più intimo ed alto valore.

La visione di questo personaggio, alter ego primigenio della futura Angela, è perciò quella della stessa Angela del presente che vive il connubio fecondo col suo passato, che vive, e riplasma, quel che dal passato le giunge, una se stessa vicina e lontana cui rivolgersi in un colloquio intimo e pieno di abbandoni e mutevoli sentimenti ed umori.

Ma la visione presente in questa parte di testo, non rappresenta una peculiarità assoluta, – tranne forse che per un più insistito sguardo retrospettivo – né sostanzialmente si distacca da quella presente nelle altre parti del libro. Poiché la radice è sempre nel presente dell’autrice, nel presente del farsi di questa visione che riassume tutta se stessa nelle tre compresenti dimensioni temporali.

In tutto il libro ci troviamo di fronte una realtà contraddittoria e frantumata, a volte improbabile, mista di sogno e realtà insieme, di impervi voli e improvvise cadute, surrealtà che vive dentro di noi in mondi allucinati. Una visione caotica e inquieta, insoddisfatta come è l’anima che ce la mostra, poiché su tutto aleggia il sentimento di una Mancanza: di un’assenza radicale e difficilmente colmabile che sembra toglierci il respiro. E il senso della frammentazione di tale realtà non può che arrivarci per frammenti di immagini e pensieri, attraverso dirupi e scoscendimenti dell’anima, attraverso impervie atmosfere, tra ferite che stanno tra carne e spirito e nella materialità della terra. Un attraversamento, che ha, talvolta, i tratti visionari e drammatici del dantesco viaggio negli inferi.

Tuttavia, pur in seno a queste atmosfere, alcuni frammenti riescono talora a penetrare in nudi spiragli di bellezza e solarità e purezza immacolata, riferiti a una sorta di primigenia inviolabilità e sacralità, che idealmente afferisce alla giovane stagione della vita umana: “…Claire vede il verde/ di occhi echeggiare alla parete carsica;/ meraviglie nascoste dietro fessure di silenzi…” (p. 19)

“Nel percorso di strade e radici comuni Claire narra/ dei fiori rosa che s’impossessano dei ruderi, / del petalo che vince la pietra nella meraviglia/ persino del verde e della tua presenza,…” (p. 23)

Tuttavia, in questo movimentato quadro, la realtà ci appare, in genere, come un rompicapo convulso, aleatorio, i cui pezzi sembrano tornare a scomporsi e a ringarbugliarsi, componendo infinite variazioni sul tema. Un rincorrersi di scorci e visioni di sfuggita che si incuneano in altre immagini, alludono al mistero nascosto nell’essere che si cela in armonie dissonanti, in pensieri e percezioni e sensazioni che si insinuano, come fossero anch’essi cose, in quella che, nel suo primo apparire, si mostra appunto come una scombinata caotica visione.

Anche nella seconda e nella terza sezione del libro ci troviamo di fronte ad un’eguale percezione della realtà interiore e mondana, intramata ancora di disgregazione e inutilità, di mancanza di senso, e di buio: “…Il cielo ha una distanza incalcolabile. / Si consuma fiato per ciò che passa. // Nello spazio breve d’una permanenza/ si perde la cognizione del viversi …” (p. 30)

Anche in queste sezioni, ci si rivolge ad un Tu, complementare e imprecisato, che orienta il desiderio dell’autrice in questo parlare da sé a sé. Citiamo qualche verso che possa, in qualche modo, lasciarci intravedere questa lacerazione e provvisorietà del vissuto, approssimandoci all’idea della doppiezza e disgregazione, del sé e del tutto, in noi: “Da dove inizia il giorno? Dalle mie nuvole/ o dal tuo arcobaleno? Dal tuo silenzio/ o dal mio desiderio di cielo? / Dalla sera precedente, dalla tua voce/ inizia il giorno…” (p. 45).

Altri versi ci lasciano intuire l’idea della quotidiana ricerca di un  approdo comune,  su cui si tenta di radicare un senso: ” infiniti ostacoli infiniti/ (…) reiterazioni di affanni,/ trottole senza dimora;/ eppure dove non ti aspetti,/ (…) nuovi orizzonti radicano. // Non  è  un caso / la parola che  ci accomuna, / il silenzio che  avvicina…” (p. 50)

Ma, in effetti, una logica ferrea è sottesa all’insieme, e una ben orchestrata visione sorregge il tutto, pur nell’elemento di discontinuità, di costante antitesi e cozzo di visioni e sentimenti e passioni. Basta riflettere sull’alternanza di stati d’animo che si associano o si combinano agli elementi di quella che chiamiamo “la realtà concreta”, l’andare ad ogni passo incespicando in noi stessi e nelle cose che sembrano fronteggiarci, il doloroso scontro tra desiderio e realtà, la mancanza di linearità, di limpidezza e di senso che proiettiamo sulle cose, tutto ciò che non si attaglia al nostro sentire e ci rende mortalmente inquieti ed angosciati…Basta questa sintomatica nauseante percezione per darci l’idea chiara della nostra Caduta.

Su questo concetto – concetto biblico per eccellenza – è costruita la quarta sezione del libro intitolata Falling, a sua volta divisa in tre sottosezioni, intitolate Ac-caduto, Ac-cade e Ac-cadrà.

Falling, cioè Caduta, mantiene saldi legami con l’intero testo, ne costituisce anzi il nucleo radicale, e direi normativo, nella logica e nell’economia di tutta l’opera. È introdotto da un Prologo e concluso da un Epilogo, e l’ultima parte di esso – la sottosezione Ac-cadrà – è costituita da sei brevi prose poetiche, per cui, l’intero testo, nel suo insieme, potrebbe definirsi un prosimetro. Anche qui viene a riproporsi il senso della temporalità di questo accadere, rienucleando la condizione di quel che siamo oggi – del mondo dentro e fuori di noi – alla luce di questo fondamentale assunto che è la Caduta, simbolo della nostra terrestrità e imperfezione, simbolo dell’Ombra che ci abita, e che con noi abita il mondo.

La Caduta che si colloca in un ancestrale tempo della memoria, in un remotissimo passato che è radice della condizione attuale, è un continuum esistenziale simile alla condizione della nostra infanzia e giovinezza, che portiamo sempre con noi anche nell’età adulta, vale a dire per la durata dell’intera vita. È la radice di quel che oggi siamo – del nostro male tuttavia confinante col bene – poiché anche di bene si compone, in potenza, la nostra anima che, pur nella caduta, ha conservato la fiammella sopita del divino.

Oltre che da un solido impianto strutturale, la preziosità del testo è dovuta alla sua originale tramatura di immagini e di sensi; ad una verbalità misurata, calibrata su parole che hanno carattere radicale, fondativo, apodittico, talvolta epigrammatico, che è parte dell’impianto e dell’intera visione. L’ambiguità e il senso del mistero pervadono ampiamente il testo e costituiscono la matrice più vitale e profonda della poesia, e la sua più autentica fascinazione.

Rossella Cerniglia

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Per altri approfondimenti sul libro e per leggere altri versi,  clicca QUI

Angela Greco (AnGre) — Arcani

Arcani, poesie di Angela Greco, ospite del blog Almerighi

Ascolta & Leggi: Benedetto Marcello (Adagio) Angela Greco (Arcani)   

Il nome non ha importanza; hai sempre pensato
si chiamasse in modo straniero, forse per via di sua madre.

Il non detto è parte integrante della poesia, così come il silenzio è per la musica. Arcano è mistero, divinazione, interpretazione della realtà e di quanto a venire attraverso i tarocchi. Quel che non viene mai detto, ma si legge tra le righe di questo libro, sorta di convitato di pietra, è l’ancestrale. Quanto l’autrice dice di sè, della sua storia personale che si fonde indissolubilmente con il legame con la sua terra, la Puglia. La mia, non vuole essere una recensione e nemmeno una nota di lettura, conosco Angela da anni, ho letto diversi suoi libri a partire da Personale Eden, ne ho seguita la scrittura e la sua progressiva maturazione. Arcani, uscito quest’anno per i tipi di Achille e la tartaruga Editore, rappresenta una prima tappa decisiva nella maturazione di Angela, è un libro importante, di cui consiglio vivamente la lettura. Il libro è reperibile qui:

Angela Greco (AnGre) — Arcani

eccone alcuni estratti, ognuno dei brani scelti è tratto da una delle sezioni, ad esclusione dell’ultima di cui ho inserito più frammenti, in cui l’opera si divide (Flavio Almerighi)

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da Claire (della solitudine e altri ritorni)

§6
Il sole pendola a un’ora ferma sulla grave
a sud di primavera anticipata; una sequenza
di rotti vetri colorati e legni e un ciondolo
appeso alla cipria del cielo, sul collo di un
pomeriggio casuale. Claire vede il verde
di occhi echeggiare alla parete carsica;
meraviglie nascoste dietro fessure di silenzio
e gatti in bilico tra troppe vite. Un falco sorvola
il luogo del prossimo nido incurante della sera
incipiente e dei suoi colori. Giochiamo a dare un senso
alle parole, che ci fraintendono prima della buonanotte.

Si sfuoca in lontananza la visione e per oggi siamo
fermi in questo cerchio, affacciati a un balcone .

*

da I giardini del mago (del tempo e altri percorsi)

§7
E alla pietra, dunque, lascio la profezia
dei giorni passati ad aspettare che
la storia raccontata a bordo sonno
diventi inciampo e ri-conoscenza.
Il vento fa dell’erba melodia sottile
fino alle ginocchia ancora illese e
nude; le cadute aspettano in difese
nuovamente il loro turno.

Abito l’antro dei miei avi; una cavità
graffiata nella nudità del risveglio,
appena dopo il sorgere del sole.
La radice nella sua ricerca
sfiora la volta e tace del ventre
in cui torniamo all’origine, risalendo
interstizi contro gravità e abitando
nuove prospettive.

Scomodi, in questa posizione umana,
attraversiamo spazi sospesi tra due sponde.

*

da “Ein jeder Engel ist schrecklich” (dell’incerto e altri dettagli)

§10
infiniti ostacoli infiniti
la crepa sul muro,
la siepe e la siepe,
reiterazioni di affanni,
trottole senza dimora;
eppure, dove non ti aspetti,
dove nemmeno tu
hai speranza di trovarti,
nuovi orizzonti radicano.

Non è un caso
la parola che ci accomuna,
il silenzio che avvicina,
lo sguardo inerme su giorni
e giorni da rincorrere,
spossati da bauli vuoti e
tesori mai riconosciuti.
Possiamo farcela, credimi,
anche perduti come siamo.

*

da Falling (caduta)

Profetico van Gogh, il suo campo graffiato,
i corvi troppo loquaci e le sue strade
senza punto di fuga. Accade, così,
di diventare fiume tra due sponde
nella croce da montare pezzo a pezzo.

Ho una sola salvezza, ora tra le dita,
nonostante l’artrosi circostante, l’en passe,
il giro di tango. Marzo porta sempre con sé
una follia e il mal di stomaco acconsente.
Qui, nonostante la terra copra le salme,
luce e fioritura si sperano comunque.

*

Nella terra bagnata decadente e struggente,
nel suo odore di ieri e bellezza,
inizia a fiorire la lavanda, le mie origini,
un messaggio tra opposti, rosso e azzurro che
s’incontrano tra pietre e gocce, in metamorfosi.
Nel ritrovarsi, raccolgo spighe a bordo strada,
mentre s’approssimano nuvole scure dietro la casa
dalla mezza finestra aperta sulla piazza vuota.

Dove non sei tu incomincia a piovere;
si fa intenso il verde, carnale, prossimo
al desiderio dei tuoi occhi, malachite
che cura il cuore in rovinosa caduta,
giada e acqua, che mostrano il fondo
dove annegare, in trasparenza e lontananza.

*

L’impersonalità appartiene ad altri, non a me
che abito di pelle e mani cespugli di rovi e rose,
sfiancando buonsenso e cautela, sfidando
genealogie di saggi, per il respiro di marzo,
prima delle idi, acque nascoste alla vista,
radici amare, stessa terra e voli altissimi.

Bruci anche più della prima ora, quando le nuvole
erano ancora una possibilità. Adesso, per quel
per sempre,
la pioggia è solo un leitmotiv. Si arrende
anche l’ultima goccia di diplomazia.

*

La sera del venerdì santo il paese vecchio si fa folla e inquieta bellezza; l’occhio si ferma; forse è la luna, che s’affaccia alla fine della strada, forse tu, che baratti un sorriso con la fine del giorno; campi verdi di prossimo grano, reggi nei tuoi palmi una volta (incipit e cielo); guarda la signora senza risposte, argentea e muta, e il letto nero lontanissimo, dove si riflette il ricordo di stradine imbiancate e case vuote; un cristo traballante sale tra le pietre sorretto da dubbi e attese e torno ai passi dell’orologio della piazza, ai battiti scanditi dal giorno, al colore delle tue scarpe e dei miei pensieri, in questa mattina di grafite, così fragile che si potrebbe piangere.

*****

Angela Greco è nata il primo maggio del ‘76 a Massafra (TA). Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Lupo, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Smasher, 2012); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015 – segnalato al XXIX Premio di Poesia e Prosa Lorenzo Montano sez. Opera Edita); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015, con ciclo fotografico dell’autrice e di Giorgio Chiantini); Anamòrfosi (Progetto Cultura, Roma, 2017 – 3° classificato ex aequo al Premio Internazionale Patria Letteratura 2017); Correnti contrarie (Ensemble, Roma, 2017); Ora nuda, antologia 2010-2017 (Quaderni di RebStein LXVII, 2017); Ancora Barabba (Collezione Bocche Naufraghe, YCP, 2018); All’oscuro dei voyeur (YCP, 2019, prefazione di Franco Pappalardo La Rosa e disegni di Angelo Bruno).
Le sue poesie sono incluse in numerose antologie nazionali ed internazionali, riviste letterarie, siti e blog e nel 2019, “Claire” – inclusa in Arcani – è stata segnalata nella sezione Raccolta inedita del XXXIII Premio di Poesia e Prosa Lorenzo Montano.
È ideatrice e curatrice del Lit-blog Il sasso nello stagno di AnGre (https://ilsassonellostagno.wordpress.com/).
Commenti e note critiche sono reperibili all’indirizzo https://angelagreco76.wordpress.com/.

Versi da Arcani, di Angela Greco, in uscita per Achille e La Tartaruga con prefazione di Franco Pappalardo La Rosa

…no, non è un caso che abbia scelto il 17 febbraio per condividere questi miei versi…

Arcani di Angela Greco

prefazione di Franco Pappalardo La Rosa, ed. Achille e La Tartaruga, 2020

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Arcani, nuova silloge di poesie di Angela Greco, è suddivisa in quattro sezioni, rispettivamente intitolate: Claire, I giardini del mago, Ein jeder Engel ist schrecklich (“Ogni angelo è terribile”, che è un verso delle Duinesi di Rilke), e Falling. […] Ogni sezione consta di una serie variabile di componimenti dai versi normalmente ipermetrici, più o meno narrativi, ma di una narratività, anche quando l’ipermetria si accorci, sempre frantumata, interrotta e ripresa, e dal ritmo sì piano, ma serrato e ben scandito, dove s’avverte, ma sotto l’aspetto puramente formale, la lezione pavesiana sulla “poesia-racconto” e sull’”immagine-racconto”. (dalla Prefazione di Franco Pappalardo La Rosa. In copertina: A. Mantegna, SOL XXXXIIII, Carta n° 44 dalla cosiddetta “serie E”, 1465 ca, Firenze, Galleria degli Uffzi, Gabinetto Disegni e Stampe).

*

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§
E, quindi, cosa lascio di questi miei trascorsi?
Un’addolorata sbiadita al crocevia, un cancello
chiuso che ha ceduto alla ruggine e una fenditura
d’asfalto fiorita di parole in un giorno di febbraio.
Claire si ferma e guarda la tramontana che azzurra.
Il vento arriccia il tufo e lame di luce seguono
diagonali di pensieri e facciate divise a metà.
«Portami una bocca di leone dal tetto più alto,
scala questa torre di quotidianità per un pezzo di
mondo da mordere a sera, quando la voce va via e
rimaniamo pensierosi sul rosa e sulla nuova luce».
.
Siede al tavolo l’attesa; dalla finestra il paese vecchio
si svuota persino di preti e campane.
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.
.
§
Un merito, tutto sommato, potranno attribuircelo:
quello di aver favorito il declino, un’altra caduta
verso un pozzo dagli appigli difficili. Persino la Poesia
ha smesso di credere in questo genere che di
umano ha ormai ben poco.
.
Gare al ribasso.
L’assenza è una realtà cumulativa, uno spazio
indefinito falciato e arso dopo la mietitura;
si spera un’attesa a maggese, ritorno di fertilità nella
connivenza, che pretende di scrivere il termine ultimo.
.
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(per richieste e informazioni http://www.achilleelatartaruga.net/contatti/)

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Angela Greco è nata il primo maggio del 1976 a Massafra (TA). Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Ed.Lupo, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Ed.Smasher, 2012); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015 con fotografie dell’autrice e di Giorgio Chiantini); Anamòrfosi (Progetto Cultura, Roma, 2017); Correnti contrarie (Ed.Ensemble, Roma, 2017); Ora nuda, antologia 2010-2017 (Quaderni di RebStein LXVII, 2017); Ancora Barabba (Collezione Bocche Naufraghe, YCP, 2018); All’oscuro dei voyeur (YCP, 2019, prefazione di Franco Pappalardo La Rosa).

 È ideatrice e curatrice del collettivo di poesia, arte e dintorni Il sasso nello stagno di AnGre (https://ilsassonellostagno.wordpress.com/). Commenti e note critiche sono reperibili all’indirizzo https://angelagreco76.wordpress.com/.

Angela Greco, estratti da All’oscuro dei voyeur

Angela Greco, estratti da All’oscuro dei voyeur

[…]
Più che l’arredo è l’imprecisione
a fornire appigli solidi. Fuori concorso
che meravigliano per lealtà
grani di polvere sul rosario appeso
al ricordo di quando eravamo santi.
Tolta l’aureola allo sguardo rimane
la nudità che non può essere travisata.
Nel circo l’apparenza s’improvvisa neve
per chi è in cerca di souvenir; intanto,
rimaniamo non addomesticabili cercatori
di ciò che si è perso prima del giorno.
(da “chilometri a ritroso”)

*

[…]
Vorrei rimanesse di me una puntina da disegno,
sotto la pianta del piede, di quelle che ricordano
i diciassette anni e un cattivo voto costato un sabato
sera; qualcosa che non accade più, di cui resta la cicatrice
in memorie di carta in disuso; vorrei fabbricanti di veleni
che si convertano all’arte, un filo argentato a legare
una mano piccola e una grande, un disegno da bimbi
di prima elementare per ricominciare e imparare il resto.
(da “notte e terra”)

*

[…]
Il vicolo nasconde la vena e la smagliatura antica di tufo giallo
a rigare di continuità questo ribaltato ventre di colori. Tra
il cobalto e il rosso raggiungiamo Napoli a maggio.
Rovine da scalare per dire mattino nello zucchero del risveglio,
lo stesso film di quella sera d’inverno. Il cielo ha geometrie
sensibili tra le pietre innalzate a casa e la strada; tagli precisi,
che slacciano percorsi a scendere sotto madonne dai raggi bui.
In restauro, davanti al rigattiere dei leoni, siamo numeri a caso
estratti tra fortuna e destino dal tempo che sorprende.
Una disfatta, prima della parola, ci raggiunge al collo.
(da “Dissimiglianze”)

*

Tutte le cose imperfette hanno un battito in più,
un moto di ricerca, una stella che si colloca dove
meno la si vede e che pure brilla prima.
Qualcuno nel giardino sta suonando un richiamo;
seduto sul fondo della scena osserva lo scompiglio
del mattino di buoni propositi e discese all’inferno.
E diventi tu stesso l’edificio altissimo,
la successione dei piani, la fuga dello sguardo
e le camere che incalzano, gli specchi rotti e i tavoli
su cui poggiare la mano, quando a schiena curva
non basta il ricordo per darsi sollievo.
[…]
(da “je te veux”)

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Angela Greco (AnGre) è nata il primo maggio del ‘76 a Massafra (TA). Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Ed.Lupo, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Ed.Smasher, 2012); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015); Anamòrfosi (Progetto Cultura, Roma, 2017); Correnti contrarie (Ed.Ensemble, Roma, 2017); Ora nuda, antologia 2010-2017 (Quaderni di RebStein LXVII, 2017); Ancora Barabba (Collezione Bocche Naufraghe, YCP, 2018); All’oscuro dei voyeur (YCP, 2019, prefazione di Franco Pappalardo La Rosa).

È ideatrice e curatrice del collettivo di poesia, arte e dintorni Il sasso nello stagno di AnGre (https://ilsassonellostagno.wordpress.com/). Commenti e note critiche sono reperibili all’indirizzo https://angelagreco76.wordpress.com/.

QUI IL LIBRO

Accade a Venezia…

—–[42] In questa città si può versare una lacrima in diverse occasioni. Posto che la bellezza sia una particolare distribuzione della luce, quella più congeniale alla retina, una lacrima è il modo con cui la retina – come la lacrima stessa – ammette la propria incapacità di trattenere la bellezza. In generale, l’amore arriva con la velocità della luce; la separazione, con quella del suono. Ciò che inumidisce l’occhio è questo deterioramento, questo passaggio da una velocità superiore ad una inferiore. Poiché siamo esseri finiti, una partenza da questa città sembra ogni volta definitiva; lasciarla è un lasciarla per sempre. Perché con la partenza l’occhio viene esiliato nelle province degli altri sensi: nel migliore dei casi nelle crepe e nei crepacci del cervello. Perché l’occhio non si identifica col corpo, ma con l’oggetto della propria attenzione. E per l’occhio la partenza è un processo speciale, legato a ragioni puramente ottiche: non è il corpo a lasciare la città, è la città ad abbandonare la pupilla. Allo stesso modo il commiato dalla persona amata provoca dolore,e soprattutto un commiato graduale, chiunque sia a partire e per qualsiasi motivo. Nel mondo in cui viviamo, questa città è il grande amore dell’occhio. Dopo, tutto è delusione. Una lacrima anticipa quello che sarà il futuro dell’occhio.

da Fondamenta degli Incurabili (Adelphi, 2012) di Iosif Brodskij

—–Sfumata in un residuo di nebbia che non ce la faceva né a dissiparsi né a diventare pioggia, un po’ disfatta da un torpido scirocco più atmosfera che vento, assopita in un passato di grandezza e splendore e sicuramente d’immodestia confinante col peccato, la città era piena di attutiti rumori, di odori stagnanti nel culmine d’una marea pigra. Sole e luna le segnavano un ritmo diverso, e come sospinta da un doppio scorrere di tempo essa incessantemente moriva nei marmi e nei mattoni, nei pavimenti avvallati, in travi e architravi ed archi sconnessi, in voli di troppi colombi, nell’inquietudine di miriadi di ratti che si annidavano moltiplicando in attesa. Della gente ognuno portava in sé un particella di quella finalità irrimediabile. Facevano le cose d’ogni altra gente, comprare il pane o il giornale, andare al tribunale o ad aprire bottega o a scuola e perfino in chiesa, e lo facevano con più spensieratezza che altrove, con un ridere arguto e gentile, in una parvenza di commedia che peraltro era, appunto, un invito affinché la morte facesse più in fretta.

Poi, un campanile dietro l’altro, il cielo opaco fu raggiunto dal mezzogiorno, ma non bastò a fare allegria nell’umido mezzogiorno di novembre. Al di là della commedia, chi aveva sentimenti e presentimenti poco lieti doveva per forza tenerseli. I mori dell’orologio batterono a turno, anch’essi due volte, le dodici ore sui tetti e sopra la vasta piazza del santo evangelista.

da Anonimo veneziano (Ed.BUR) di Giuseppe Berto

La città risuona ad ogni onda che si infrange sulle sue fondamenta.
Il vetro soffiato appena qualche isola da qui è trasparente
e racchiude tutti: il mare, lui, lei, l’abitazione, la tigre e la poesia.
La stagione è tra le migliori nonostante sia inverno;
il sibilo del vento attraverso i ricami di pietra ammalia.
.
Ancora una finestra aperta.
Dalla via d’acqua sembra non ci sia la luce all’interno.
La tenda bianchissima ondeggia.
Il secondo piano è la cima innevata dove respirare aria purissima.
.
I due sono nudi prima della notte.
Bussano ad una porta di legno antico.
Si apre una inaudita intimità. Entrano.
.
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da Anamòrfosi (Ed.Progetto Cultura, Roma, 2017) di Angela Greco.
(immagini dal web; dipinto di Claude Monet, Tramonto a Venezia)

All’oscuro dei voyeur di Angela Greco letto da Claudia Manuela Turco

All’oscuro dei voyeur di Angela Greco letto da Claudia Manuela Turco

Pubblicata sul sito Literary (nr. 5/2019) che si ringrazia. 

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All’oscuro dei voyeur (libro di poesia – QUI ), propone Angela Greco al lettore, confermandosi, con questo suo nuovo libro, voce interessante e versatile del nostro panorama letterario.

Accompagna l’opera, la prefazione di Franco Pappalardo La Rosa. Il racconto poetico si snoda attraverso versi densi di immagini e significati, di ramificazioni e gemmazioni, versi mai magmatici nel loro avvicendarsi, mentre i segmenti di parole si spezzano e precise suture di senso favoriscono una forte coesione.

La prima parte del libro, la “Prospettiva Hopper”, comprende passaggi, solitudini e vocazioni (riferimenti a Edward Hopper si troveranno anche in seguito, nel corso della lettura): «Vuota, dietro il vetro, la camera degli amanti / torna al pennello di Hopper. Questioni di colori / sbiadiscono il principio di giugno. Nessuna pietra / impedisce al piede la salita e la slogatura». I “passaggi” avvengono alla presenza di segnali che disorientano («Il navigatore ha perso la stella / e ha affidato al telefono la sua personale ricerca»). Anche se l’autrice ammette, su uno sfondo incupente, «Osservo energia priva di scopo», vengono comunque affidati «Al foglio bianco il possibile squarcio, / la metafisica dell’attesa».

Le inquietudini esistenziali, le domande senza risposta, rappresentano l’anima vibrante e ferita di queste pagine. Ed è subito sera: «Il paesaggio distratto in lontananza non si preoccupa / del muscolo in salsa e accende una luce. / La decomposizione da cui deriviamo allarga l’orizzonte: / alla fine ogni eccesso si riduce a pochi elementi chimici. / Intanto sulla soglia una signora con mantello attende», mentre «Lo strazio dell’ombra è l’assenza nella luce / di un motivo, che proietti soluzione alla notte». E noi siamo «in cerca di cosa? Giunge la sera».

All’oscuro dei voyeur presenta fluidità di stile, ogni parola o immagine è di ispirazione per la seguente, senza mai perdere di vista l’origine, chiudendo molti cerchi. «Segni misteriosi rincorrono il risveglio. / Non occorrono soggetti solenni, né temi nobili / per ritrovarsi». Anche gli «Avanzi della cena in bagno» (per un attimo può venire in mente La stanza da bagno di Jean-Philippe Toussaint) possono rammentarci l’importanza di non dare mai nulla per scontato, poiché niente è mai banale se lo si sa guardare e collocare nella più ampia rete di significati e legami possibili.

Si cerca di vincere le “solitudini” in modi diversi, ognuno secondo le proprie possibilità. «Edward costruisce fondali e lame di luce nell’attesa», ma «Cosa accade dietro il sipario Edward non può saperlo», come chiunque altro. Un esempio di So-stare in solitudine è rappresentato, invece, da un vecchio musicista che si osserva allo specchio «per farsi compagnia».

Angela Greco reinventa alcune figure femminili con grande efficacia: «Salomè decide per se stessa. Chiede la sua testa; / non basta il vassoio d’argento a contenere il disgusto»; «Cecilia venne tratta dal marmo nella stessa posizione / del martirio e del collo segnato dalla spada. / Il volto della fanciulla si può solo immaginare. / Del coraggio si sente ancora voce ferma e fiera. // Ogni giorno ha il suo santo che canta. / Lo sguardo al cielo non è facile se soffri di cervicale». Parlando di “vocazioni”, la poetessa può affermare: «Assecondo la vocazione del cantastorie»; «Potrebbe sembrare strano, ma in alcune ore del giorno / i personaggi diventano credibili».

Non può sfuggire, nel corso della narrazione in versi, l’eleganza di taluni particolari, catturati con precisione: «Una scenografia a punto inglese in attesa della sera / ritaglia posta elettronica con forbici a cigno». Infatti, All’oscuro dei voyeur è esempio di poesia che, attraverso il dettaglio, mira all’essenziale. «In certi giorni è difficile smettere di scrivere»: si sovrappongono luoghi e tempi, memorie e speranze, illusioni e sogni, presenze e assenze («Il confine tra qui e l’assenza è una stanza sul mare»), separazioni e ritorni. Si verificano “Variazioni sulla distanza”, in un viaggio di sola andata, tra crisi di identità («Avrò notizie di me / tra qualche giorno. Oggi non mi riconosco») e qualche “Fuori programma”, mentre «l’ingiustizia più acuta è la replica della forma al mattino».

Nonostante una quotidianità che ci ricorda costantemente che siamo tutti «un uccello che domanda l’indirizzo di casa», leggendo queste pagine, profumate anche di mare e caffè, possiamo almeno per un attimo allontanarci dalla dimensione di “Notte e terra”, perché «La poesia è insubordinazione, stazione viaria, azione, / passaggio in auto-stop verso una nuova galassia».

Ancora Barabba di A.Greco letto da Ginevra Grisi

Recensione di Ginevra Grisi pubblicata sul nr. 4/2019 di Literary che si ringrazia.

Un poemetto, quasi una drammaturgia in versi di vaga reminiscenza luziana, non fosse altro per la scelta del tema evangelico. Si potrebbe immaginare una voce recitante e un coro, Barabba e la folla.

Barabba, salvato e liberato dalla folla, vive i giorni e le notti prima la sua (scongiurata) morte. La sua identità fluida confonde la sua passione con quella di Gesù, la sua estraneità a quella del suo giudice, Pilato, ed infine la sua intervenuta salvezza a quella della folla che lo ha salvato.

Sia pure con facile approssimazione verrebbe da dire: Barabba siamo tutti noi. La folla decide sempre e per sempre e volta contro l’altro da sé, pre-giudicando nell’ombra dell’ignoranza: “Qui non importa essere figlio di dio. / Il cielo è così distante da confondere idee / e la sera è uno stato permanente.”. Non sembri blasfemo ritenere che è assente, da questa scrittura, una verticalità. L’esistenza di Dio, la fede, sono elementi fondanti da cui sgorga questa poesia, ma è nel solco del puro cristianesimo che si dipana il filo delle riflessioni.

Ma ciascuno è straniero in terra straniera, ciascuno può rimanere vittima e “Barabba non è più sicuro / che sia morto un altro al suo posto.”. Poiché la morte terrena è toccata al Cristo, ma la croce era stata alzata per entrambi ed è comunque una forma di espiazione morire ogni giorno nel senso di colpa della sopravvivenza: “Stanno issando una croce, che guarda me.”. La croce continua ad osservarci, attraverso la storia, e continua a sollecitare la nostra responsabilità di uomini. Non può non riconoscersi a quest’opera anche una vocazione precettiva: “Affidarsi a qualcuno / è un’idea di salvezza.”. La miglior poesia sa essere icastica, non pare doversi aggiungere altro.

Angela Greco, All’oscuro dei voyeur – prefazione e alcune poesie

“Le opere d’arte sono sempre il frutto dell’essere stati in pericolo,
dell’essersi spinti, in un’esperienza, fino al limite estremo
oltre il quale nessuno può andare.”
 
Rainer Maria Rilke
.
.

     “La poesia di questo All’oscuro dei voyeur di Angela Greco presenta un forte nominalismo, che s’intrama (naturaliter si direbbe) nella mossa, a volte colloquiale, ma più spesso franta (come sospesa e subito dopo ripresa), tessitura dei versi.

Si tratta di un nominalismo, in cui i nomina delle cose si dispongono, nei segmenti versici, a grappoli, a catene pressoché continue di immagini, di metafore, di semina e “lampi” simbolici del pensiero e, costantemente esposti allo specchio concavo delle svariate forme dell’ironia – dalla giocosa all’irridente, dalla paradossale alla grottesca, alla sublime – sfocianti, talora, in zone di confine fra l’espressionistico e il surreale («Sotto il cappello sfuggono l’ansia dell’attesa e la finestra»; «Le diagonali tirate dalla luce affettano il sabato»), si organizzano a rappresentare un personalissimo microuniverso poetico.

Nel quale s’attesta la cognizione della solitudine, della distanza interpersonale («Sciolti i nodi / siamo tempeste in formazione in attesa della pioggia»), dell’inappartenenza («Non m’incontro più nemmeno allo specchio»), dell’assenza («Avrò notizie di me / tra qualche giorno. Oggi non mi riconosco»), dell’invano («si raccattano parole per imbrogliare l’attimo»): della prevalenza disperante, insomma, del Nulla che ci attanaglia e ci ottunde («Dietro le quinte è pieno di aghi spuntati dal Nulla»). Il tutto sorretto da un linguaggio poetico all’apparenza dimesso, sì, ma al contempo assai mobile, intriso di colori, di sfumature e di variationes ritmiche, musicali e figurali («è appena fiorita l’immagine della sera»): un linguaggio che, fra il visivo e il visionario, inanella immagini, figure, oggetti e  istanze della mente, incastonandoli in un verso ipermetrico, a suo modo narrativo, e proiettandoli in una dimensione che pare collocarsi nello spazio atemporale del sogno (dove «Seduti scomodi sul secolo breve finito forse nel 1989 / intoniamo canti da raccolta di cotone per farne bende»).

Il ritmo e i tagli delle sequenze versiche, oltre tutto, immettono il lettore ex abrupto nel continuo flusso di testi poetici spesso non titolati (quasi frantumi di disintegrati poemetti), come a voler dimostrare che la poesia cerca e rinviene nella parola la coscienza della forma, la sorgente del desiderio e dell’ebbrezza inventiva, in una transizione di senso verso le radicali unità di pensiero e stupore, di testo e immagine, di presenza e confronto tragico con la frontiera dell’assoluto. Senza trascurare la sua precipua funzione di creare, proporre e rappresentare universi non solo paralleli, ma pure alternativi all’universo reale in cui ci troviamo inesorabilmente confitti («La poesia è insubordinazione, stazione viaria, azione, / passaggio in auto-stop verso una nuova galassia»).

Dotata, nel caso di specie, d’una robusta e perentoria vis assertiva («L’intonaco aspetta l’ultima mano; ritrovare la via / di casa nel dedalo degli accadimenti non è facile. / Ogni ritorno è un caso limite di sopravvivenza»), non chiusa, peraltro, ad attimi di delicato incanto («L’ultima anatra si rifaceva il trucco specchiandosi sul ghiaccio / appena formato: al di sotto della lastra, salutava per l’ultima volta / un pesce rosso dagli occhi languidi. Non mi ha detto dove / fosse diretta; ci siamo ritrovate, poco dopo, all’ufficio spaesamenti…»), essa sembra ingaggiare una specie di permanente sfida con la parola e con le infinite possibilità che la stessa offre di rappresentare le cose, l’esistenza, i rovelli  del pensiero, il mondo, nel loro cangiante cromatismo d’immagini, nella plasticità dei movimenti e nella immobile fissità dall’abbandono, non trascurando di cercare, comunque, una plausibile via d’uscita dalla insensatezza della realtà e dell’essere.” (Prefazione di Franco Pappalardo La Rosa)

QUI il libro

Versi estratti da All’oscuro dei voyeur di Angela Greco (YCP, marzo 2019)

§
Il vecchio studio è un dipinto famoso:
l’archivio metallico rintocca a ogni ricerca
e il tarlo spezza le gambe. Il tavolo non regge più
la poltrona è orlata di buchi, la lampada intermittente.
Edward costruisce fondali e lame di luce nell’attesa.
Colori svenduti in questi giorni distopici.
.
«Non m’incontro più nemmeno allo specchio.
Sfuggo nel punto d’ombra dietro la solarità
e in pochi conoscono l’assenza che mi abita.
Il riflesso appanna i bicchieri buoni.
Appartengo ad altri luoghi, altre modalità,
all’estenuante ricerca, alla parola non ascoltata.»
.
«Continua a guardare nella direzione del vento,
forse è da lì che torneranno gli occhi lucidi
e i venditori di occhiali non potranno opporsi.»
C’è tempo per ritrovarsi. Adesso è un altro tempo;
lascia che incomba un silenzio di risurrezione.
.
.
.
.
§
Nel deserto aree di servizio lasciate alla polvere
fanno rifornimenti inutili di umanità fuori servizio.
Scivolano sui tetti le ambiguità della sera: non mi fido
di troppi sguardi, del rifugio del peccatore, della sedia
lasciata a guardia dell’ingresso principale alla controra.
Il vento di ponente intasa le tasche di sabbia.
Preme la voglia di arrendersi sempre più spesso,
di anestetizzare il gesto, di zittire il proseguimento
di questa impresa fallimentare, del disequilibrio tra
uscite ed entrate, del debito con l’insicurezza.
Luglio non ha colpe del silenzio che disanima il torace.
.
Una pioggia ìmpari di sete e controsensi annacqua quest’ora;
il canadair superstite sorvola disattenzioni premeditate,
mentre al largo combatte il mare. Dimenticati gli esiti
si raccattano parole per imbrogliare l’attimo.
Tornerò ad abitare agli esordi della pietra, graffiando
pareti future d’uomini e animali che si negano a vicenda.
Vagisce il distacco dall’appartenermi: metà agosto
ha infiammato tutto quello che rimane.
.
.
.
Angela Greco è nata il primo maggio del ‘76 a Massafra (TA). Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Lupo Editore, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Ed.Smasher, 2012); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015, con ciclo fotografico realizzato con Giorgio Chiantini); Anamòrfosi (Progetto Cultura, Roma, 2017); Correnti contrarie (Ed.Ensemble, Roma, 2017); Ora nuda, antologia 2010-2017 (Quaderni di RebStein LXVII. Settembre 2017); Ancora Barabba (Collezione Bocche Naufraghe, YCP, 2018). È ideatrice e curatrice del collettivo di poesia, arte e dintorni Il sasso nello stagno di AnGre (https://ilsassonellostagno.wordpress.com/). Commenti e note critiche sono reperibili all’indirizzo https://angelagreco76.wordpress.com/.

Giornata Mondiale della Poesia: Ci abita il freddo

“[…] A volte, via via sempre più spesso, mi domando che fine facciamo noi, / quando il circondario ghiaccia e nessuno ha mani libere / per scaldare altro.” Per la Giornata Mondiale della Poesia (21 marzo), prima di tutto e di qualsiasi manifestazione esteriore, leggiamola, questa osannata, amata, detestata, ambita, maledetta poesia! Fermiamoci,  dedichiamoci, godiamoci questo tempo, il tempo di una poesia…

*

CI ABITA IL FREDDO

«Dove vanno le anatre di Central Park quando il lago ghiaccia? »
.
Basta attraversare la strada maggiore per ritrovare l’America,
nel luccichio ingannevole di un oceano da raggiungere a nuoto.
Central Park è a due pagine da qui; quindici righe al di là
della piazza con l’orologio barocco che segna la mia infanzia.
Il viale alberato conta i passanti. L’inverno ci abita con le sue
molte piume e poche parole; cristalli umani vanno e vengono.
.
Ti ho visto: contavi le foglie residue dell’autunno, seduto
sulla sponda opposta del lago. Aspettavi un cigno e i suoi passi
di danza e di morte, ma è arrivata la primavera col cappellino
e hai rimandato a più tardi la partenza. La domanda ha corso
sulla stradina nascosta dei due fidanzatini; hai riso della fretta
e della neve incurante. Ho gridato al miracolo, mentre il musicista
e uno stormo dal collarino verde hanno salutato il parco
guardandosi le spalle e le penne. Ho preso appunti. Dove siamo?
.
L’ultima anatra si rifaceva il trucco specchiandosi sul ghiaccio
appena formato: al di sotto della lastra, salutava per l’ultima volta
un pesce rosso dagli occhi languidi. Non mi ha detto dove
fosse diretta; ci siamo ritrovate, poco dopo, all’ufficio spaesamenti.
Ore 11.37, tram in ritardo. Il lago mi è venuto vicino;
i piedi infreddoliti non collimano con l’attesa e allora gli offro
un caffè italiano, amaro e nero, tra la folla che assale la fermata.
Il momento esatto in cui ho spiccato il volo è stato dopo lo zucchero,
ma in questo momento della destinazione finale non serve dirne.
.
Tutte le anatre, non escluse quelle di Central Park, hanno un numero
di serie stampato sulla piuma interna dell’ala sinistra, poco in vista.
Serve a contare i giorni che rimangono, ma nonostante questo,
visto dall’alto il giardino sembra anche più bello.
Ho cattivi rapporti con il circondario, con le feste comandate e
con l’inverno. Il lago ghiaccia in questa stagione e mai, mai che il sole
provveda a dare direttive per salvaguardare la pelle dalle rughe.
Nel forno qualcosa brucia, ma non sono io; non mi hanno catturata
e anche questa volta svernerò lontano da qui. Il bagaglio ingombra
quanto basta per dire viaggio; getterò man mano il superfluo. Arriverò
col vestito esatto per la cerimonia di chiusura. Per favore, fiori rossi.
.
Holden non ha più età. Povero Holden. E’ finito fuori strada.
Ha qualcosa di rotto e tutto il contenuto della borsa sul prato.
Da giovane ha vagato di pagina in pagina fino al punto; ora ha
dimenticato il libro altrove da qui e poco gl’interessa come va a finire.
Volutamente ha omesso ogni dialogo, per non incorrere in altre
domande. Quella sulle anatre ha tormentato intere generazioni, ma,
poi, alla fine, cosa vuoi che ci interessi del lago ghiacciato?
A volte, via via sempre più spesso, mi domando che fine facciamo noi,
quando il circondario ghiaccia e nessuno ha mani libere
per scaldare altro.
.
*
.
Angela Greco, da All’oscuro dei voyeur
.
*
(immagine d’apertura dal web, adattamento grafico a cura del blog)

Anteprima editoriale: All’oscuro dei voyeur di Angela Greco

“Le opere d’arte sono sempre il frutto dell’essere stati in pericolo,
dell’essersi spinti, in un’esperienza, fino al limite estremo
oltre il quale nessuno può andare.”
 
Rainer Maria Rilke
.
.

     “La poesia di questo All’oscuro dei voyeur di Angela Greco presenta un forte nominalismo, che s’intrama (naturaliter si direbbe) nella mossa, a volte colloquiale, ma più spesso franta (come sospesa e subito dopo ripresa), tessitura dei versi.

Si tratta di un nominalismo, in cui i nomina delle cose si dispongono, nei segmenti versici, a grappoli, a catene pressoché continue di immagini, di metafore, di semina e “lampi” simbolici del pensiero e, costantemente esposti allo specchio concavo delle svariate forme dell’ironia – dalla giocosa all’irridente, dalla paradossale alla grottesca, alla sublime – sfocianti, talora, in zone di confine fra l’espressionistico e il surreale («Sotto il cappello sfuggono l’ansia dell’attesa e la finestra»; «Le diagonali tirate dalla luce affettano il sabato»), si organizzano a rappresentare un personalissimo microuniverso poetico.

Nel quale s’attesta la cognizione della solitudine, della distanza interpersonale («Sciolti i nodi / siamo tempeste in formazione in attesa della pioggia»), dell’inappartenenza («Non m’incontro più nemmeno allo specchio»), dell’assenza («Avrò notizie di me / tra qualche giorno. Oggi non mi riconosco»), dell’invano («si raccattano parole per imbrogliare l’attimo»): della prevalenza disperante, insomma, del Nulla che ci attanaglia e ci ottunde («Dietro le quinte è pieno di aghi spuntati dal Nulla»). Il tutto sorretto da un linguaggio poetico all’apparenza dimesso, sì, ma al contempo assai mobile, intriso di colori, di sfumature e di variationes ritmiche, musicali e figurali («è appena fiorita l’immagine della sera»): un linguaggio che, fra il visivo e il visionario, inanella immagini, figure, oggetti e  istanze della mente, incastonandoli in un verso ipermetrico, a suo modo narrativo, e proiettandoli in una dimensione che pare collocarsi nello spazio atemporale del sogno (dove «Seduti scomodi sul secolo breve finito forse nel 1989 / intoniamo canti da raccolta di cotone per farne bende»).

Il ritmo e i tagli delle sequenze versiche, oltre tutto, immettono il lettore ex abrupto nel continuo flusso di testi poetici spesso non titolati (quasi frantumi di disintegrati poemetti), come a voler dimostrare che la poesia cerca e rinviene nella parola la coscienza della forma, la sorgente del desiderio e dell’ebbrezza inventiva, in una transizione di senso verso le radicali unità di pensiero e stupore, di testo e immagine, di presenza e confronto tragico con la frontiera dell’assoluto. Senza trascurare la sua precipua funzione di creare, proporre e rappresentare universi non solo paralleli, ma pure alternativi all’universo reale in cui ci troviamo inesorabilmente confitti («La poesia è insubordinazione, stazione viaria, azione, / passaggio in auto-stop verso una nuova galassia»).

Dotata, nel caso di specie, d’una robusta e perentoria vis assertiva («L’intonaco aspetta l’ultima mano; ritrovare la via / di casa nel dedalo degli accadimenti non è facile. / Ogni ritorno è un caso limite di sopravvivenza»), non chiusa, peraltro, ad attimi di delicato incanto («L’ultima anatra si rifaceva il trucco specchiandosi sul ghiaccio / appena formato: al di sotto della lastra, salutava per l’ultima volta / un pesce rosso dagli occhi languidi. Non mi ha detto dove / fosse diretta; ci siamo ritrovate, poco dopo, all’ufficio spaesamenti…»), essa sembra ingaggiare una specie di permanente sfida con la parola e con le infinite possibilità che la stessa offre di rappresentare le cose, l’esistenza, i rovelli  del pensiero, il mondo, nel loro cangiante cromatismo d’immagini, nella plasticità dei movimenti e nella immobile fissità dall’abbandono, non trascurando di cercare, comunque, una plausibile via d’uscita dalla insensatezza della realtà e dell’essere.” (Prefazione di Franco Pappalardo La Rosa)

QUI il libro

Versi estratti da All’oscuro dei voyeur di Angela Greco (YCP, marzo 2019)

§
Il vecchio studio è un dipinto famoso:
l’archivio metallico rintocca a ogni ricerca
e il tarlo spezza le gambe. Il tavolo non regge più
la poltrona è orlata di buchi, la lampada intermittente.
Edward costruisce fondali e lame di luce nell’attesa.
Colori svenduti in questi giorni distopici.
.
«Non m’incontro più nemmeno allo specchio.
Sfuggo nel punto d’ombra dietro la solarità
e in pochi conoscono l’assenza che mi abita.
Il riflesso appanna i bicchieri buoni.
Appartengo ad altri luoghi, altre modalità,
all’estenuante ricerca, alla parola non ascoltata.»
.
«Continua a guardare nella direzione del vento,
forse è da lì che torneranno gli occhi lucidi
e i venditori di occhiali non potranno opporsi.»
C’è tempo per ritrovarsi. Adesso è un altro tempo;
lascia che incomba un silenzio di risurrezione.
.
.
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.
§
Nel deserto aree di servizio lasciate alla polvere
fanno rifornimenti inutili di umanità fuori servizio.
Scivolano sui tetti le ambiguità della sera: non mi fido
di troppi sguardi, del rifugio del peccatore, della sedia
lasciata a guardia dell’ingresso principale alla controra.
Il vento di ponente intasa le tasche di sabbia.
Preme la voglia di arrendersi sempre più spesso,
di anestetizzare il gesto, di zittire il proseguimento
di questa impresa fallimentare, del disequilibrio tra
uscite ed entrate, del debito con l’insicurezza.
Luglio non ha colpe del silenzio che disanima il torace.
.
Una pioggia ìmpari di sete e controsensi annacqua quest’ora;
il canadair superstite sorvola disattenzioni premeditate,
mentre al largo combatte il mare. Dimenticati gli esiti
si raccattano parole per imbrogliare l’attimo.
Tornerò ad abitare agli esordi della pietra, graffiando
pareti future d’uomini e animali che si negano a vicenda.
Vagisce il distacco dall’appartenermi: metà agosto
ha infiammato tutto quello che rimane.
.
.
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Angela Greco è nata il primo maggio del ‘76 a Massafra (TA). Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Lupo Editore, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Ed.Smasher, 2012); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015, con ciclo fotografico realizzato con Giorgio Chiantini); Anamòrfosi (Progetto Cultura, Roma, 2017); Correnti contrarie (Ed.Ensemble, Roma, 2017); Ora nuda, antologia 2010-2017 (Quaderni di RebStein LXVII. Settembre 2017); Ancora Barabba (Collezione Bocche Naufraghe, YCP, 2018). È ideatrice e curatrice del collettivo di poesia, arte e dintorni Il sasso nello stagno di AnGre (https://ilsassonellostagno.wordpress.com/). Commenti e note critiche sono reperibili all’indirizzo https://angelagreco76.wordpress.com/.

Claudia Manuela Turco legge Ancora Barabba di Angela Greco

Tratto dal sito Literary che si ringrazia.

Analizzando un poemetto di recente pubblicato da Angela Greco (AnGre), per il quale l’autrice ha concepito un titolo e ha trattato un argomento alquanto singolari per un’opera di poesia – Ancora Barabba – pare evidente come ella riesca a catturare immediatamente l’attenzione e l’immaginazione persino nell’eventualità di un lettore che abbia provato un’iniziale riluttanza dinanzi al soggetto affrontato.

Con parole di J.L.Borges, da Invocazione a Joyce («Io sono gli altri. Sono tutti quelli / che il tuo ostinato rigore riscatta. / Son quelli che non conosci, che salvi»), veniamo introdotti nelle stanze di questo libretto, ovvero in XIV Stazioni (cfr. in Correnti contrarie, della stessa AnGre: «Il golgota ha vie personali, la risurrezione accade / e le varie stazioni confermano l’esattezza»). Una dimensione, dunque, di apertura, di accoglienza, rappresenta il filo conduttore del racconto poetico ideato da Angela Greco, come viene confermato anche dalla dedica finale: «A chi muore, a chi salva, / a chi si salva e mai da solo / ogni giorno».

Rammentando la narrazione evangelica, Barabba fu liberato da Ponzio Pilato al posto di Gesù, ma nel linguaggio corrente a tale nome è probabilmente più facile che venga attribuito il significato di “furfante”, con tono scherzoso, senza particolari approfondimenti. Proprio percorrendo quest’opera, che ci porta in tempi così lontani, ci si può ritrovare invece all’improvviso calati nei nostri giorni, non meno cruenti e assetati di sangue e vendetta: «La folla inferocita sentenzia senza esitare / e i mezzi di comunicazione di massa annotano / la domanda multipla e l’unisona risposta».

La poetessa dimostra abilità nel riempire le lacune lasciate dalle poche fonti a disposizione, proponendo una sua interpretazione, arricchita di implicazioni psicologiche. Con pochi tratti riesce a suggerire molte storie possibili, presenti e antiche.

Tutti possiamo ritrovarci sotto processo («Chi sono? Dove sono? // Mi risollevo dal letto / in direzione dello specchio. / Guardo. / Stanno issando una croce, che guarda me»), in attesa di una sentenza che stabilirà la nostra vita o la nostra morte («la sottile linea che differenzia oscurità e luce»). Pertanto, occorre sapersi immedesimare nel prossimo, non lasciarsi ingannare dalle apparenze, nutrire il dubbio anche di fronte alle più ostentate certezze, perché persino un solo piccolo “dettaglio”, taciuto o perdutosi chissà dove e chissà come, potrebbe far convergere gli indizi verso altra destinazione.

Angela Greco afferma: «In alcuni giorni la sopravvivenza è un dono altrui». E i sopravvissuti quasi sempre sono lacerati dai sensi di colpa: «Scelto tra due opposti / vedo fino alla voragine più scura: / perché io, Barabba?», si interroga il protagonista del poemetto.

Infatti, spesso non sono coloro che risultano animati dalle migliori intenzioni a salvarsi, bensì coloro che sono più spregiudicati o malvagi. Oppure avviene «come nelle notti in mare / quando l’approdo è solo un caso». Come ha ricordato Ivano Mugnaini nell’articolo “Primo Levi – La discesa negli inferi senza un vero ritorno” (pubblicato in “Gradiva”, Number 54, Fall 2018): «Parla di sé, Levi, per far capire che non ha alcun merito, che si è salvato perché era utile ai nazisti in quanto chimico e perché aveva imparato da giovane alcune frasi in tedesco». E nemmeno Barabba aveva particolari meriti.

I tribunali non sempre garantiscono che sia fatta giustizia, poiché «la duna segna un nuovo confine, / che sfugge a carte e polizia».

Ad ogni modo, «Barabba non è più sicuro / che sia morto un altro al suo posto». Mentre un ordine di giustizia superiore si staglia all’orizzonte.

[Claudia Manuela Turco]

*

QUI il libro

Luciano Nanni legge Ancora Barabba di Angela Greco

Luciano Nanni legge Ancora Barabba di Angela Greco (YCP, 2018) per il sito literary.it (qui)

Poesia. La divisione del testo in XIV stazioni fa presupporre – e in linea generale si conferma – una scrittura ‘evangelica’ che subisca un certo influsso anche sotto l’aspetto stilistico: questa incidenza che persiste nel tempo è il segnale di una religiosità la quale, pur nella multiforme disposizione dei singoli soggetti, non scompare, ma anzi si arricchisce di volta in volta di nuove sfaccettature senza nulla perdere del messaggio originale. Fin dalla prima stazione si apprende che la bellezza in realtà può nascondere la morte e i simboli eseguono una funzione letale.

Se poi la poetessa vuole illustrare il paesaggio e i suoi fenomeni ecco che la descrizione conserva i toni profondi quasi d’un presagio. Anche volendo sottolineare la resa strettamente poetica, l’invenzione si connette al senso figurativo, per esempio nella terza stazione, cogliendo i singoli particolari in una luce opaca che sembra provenire in senso obliquo e partecipa interamente al dramma. Altra osservazione verrebbe da farsi nella quarta stazione: il dio con la minuscola prospetta una oggettività formale e linguistica che riduce al medesimo livello i suoi elementi.

Ma la parte figurata, che prevedeva una certa classicità, tende a trasformarsi in nuove dimensioni, con la coscienza di un tempo diverso, del mondo di ora e qui, assai lontano dal suo principio, e tuttavia riesce a penetrare la dura scorza di una società disattenta. L’heautoscopia (ma la parola va reinterpretata) genera la bellezza quando “l’occhio muta fiori in bianche dimenticanze”: siamo su un approdo finale, ove il dettato acquista un tono angoscioso: sarà veramente sconfitta la morte o quel dio non è già morto nel cuore degli uomini?

CLICCA QUI PER IL LIBRO

Barabba, un altrove – di Giovanni Luca Asmundo

Giovanni Luca Asmundo legge Ancora Barabba (YCP, 2018) di Angela Greco.

*

Barabba, un altrove (qui il libro)

La plaquette “Ancora Barabba” di Angela Greco è parte di un progetto più ampio in corso, attraverso il quale modulare il tema dei naufragi. Lo sfondo della narrazione è una Palestina metaforica, un paesaggio interiore a tratti mistico ma non necessariamente evangelico.

Non appare casuale che l’incipit della silloge, “La città vista da qui sembra smisurata”, si apra sul corpo della città, riflettendo sul limite dell’orizzonte, immediatamente negato e “misurato” dal verso successivo, “Il drappo protegge il sinedrio dalla luce”.

Il tempo naturale sembra rivestire anch’esso un ruolo centrale nella narrazione, ad esempio nella V poesia, in cui si rappresenta un’alternanza del giorno e della notte di volta in volta teatrale (“Il giorno nasce con la piega greve / della maschera che ti accompagna / al posto numerato comprato”), spirituale (L’attesa si sveste di silenzio / inizia la rincorsa a qualunque cielo / sia in grado di ascoltare”) e drammatico-ironica (terza e quarta strofa).

Nella VII poesia, il testo centrale della raccolta, vi è un dittico forse emblematico rispetto alla raffigurazione della condizione umana di marginalità per come questa appare interpretata e declinata attraverso la plaquette: “Sono pagano e non conosco nessuno / (anche Pilato proviene da un altrove)”.

Giovanni Luca Asmundo (architetto e poeta)

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Angela Greco per la rubrica Tinelli poetici – poesia e intervista

«Il gruppo FB “Tinelli Poetici” tra le sue finalità contempla quella di praticare il confronto e lo scambio con i poeti della Puglia. Per questo abbiamo deciso di ospitare autori rappresentativi della realtà poetica pugliese in maniera sistematica, per instaurare nuovi rapporti di conoscenza e di amicizia e renderci conto delle varie proposte e della varietà delle voci.» (tratto dalla presentazione del gruppo sul social network)

Angela Greco AnGre (n.45) #tinellipoetici  Poesia – Intervista – Biografia 

Poesie

da “Ora nuda, antologia 2010-2017” (Quaderni di RebStein LXVII – qui)

L’imprevedibilità dei risvegli, i mattini diversi
per condizioni atmosferiche e conseguente umore,
le calze smagliate e il caffè, amaro nella sua abitudine,
a ristabilire l’ordine del giorno. Improvvisa fotografia:
distratto dal libro che hai tra le mani sembri altrove,
sul limite di un silenzio ancora da scrivere.

Un bottone dopo l’altro avvicino quel pensiero
che ruga la fronte per quello che accade e si tace.
La poesia è insubordinazione, stazione viaria, azione,
passaggio in auto-stop verso una nuova galassia.
Seduti scomodi sul secolo breve finito per te nel 1989
intoniamo canti da raccolta di cotone per farne bende.

Sembra che a vedere la ginestra siano in pochi;
il giallo non confondibile nella macchia verde dell’orbo.
Un collage di inerti catramati al verbo sbagliato:
“sono stato” è una questione multifattoriale.

Raccolgo aghi dal fondo del bosco per forare palloncini.
L’aria sarà sempre un futuro semplice eppure irraggiungibile
quasi quanto l’aver osato libertà in regime mono teocratico.
Avremo nuovamente voce per raccontare al fuoco della notte,
quella in cui al posto del sonno si contarono acini luminosi.

da All’oscuro del voyeur (in uscita)

Claire, non ho mai finito di porre domande. O, forse,
l’unica che davvero vorrei rivolgerci non so formularla.

La stazione di servizio ci ha fermati al km 500+17
della “Road to sea”: un grandangolo sul vuoto,
una porzione non meglio definita di bordo strada
e poche luci dall’interno. Il navigatore ha perso la stella
e ha affidato al telefono la sua personale ricerca.
Guardo nella direzione sbagliata; vedo la tua schiena.
Verso il bosco una schiera di soldati a cavallo passa
nel silenzio. Mi stupisco. Volevo solo fare rifornimento.

Le spire del Laocoonte distanziano battiti; bianco e nero
si spengono le luci sul volto. Nemmeno il motivo
mi è dato conoscere. Apparteniamo a due orari d’istinti;
alle otto l’ultimo treno ci riporta in due case differenti.
Questo è uno dei momenti in cui vorrei sbagliare.

Si tratta di individuare la casa, di vivere la metafora,
di imbiancare il muro. Il grande tetto a valle rovesciata
copre la porzione di cielo a noi destinata.
Le colonne smettono sostegno e ingoiano angoli,
nella prospettiva dei giganti. Il taglio inferto
alla carne lascia penetrare una luce oscura, mai vista.

Il campo giallo fuma in più punti. Il faro
ha perso l’occhio che apriva il mare.
Roghi ai bordi, righi rossi diagonali, lungo le vie
di fuga, sulle pendici del risveglio. Vuoto di sguardo;
schiuma bianca per correggere inesattezze. Un tatuaggio
di poche parole avvia lo spettacolo, l’avambraccio recita
una sola frase: «Trovati un posto, devo fare il matto».
Il re di Danimarca ha perso lo spettro; non resisto al richiamo
di Amleto, mentre scorre un secolo bianco e nero, Lyda Borelli
m’appare veritiera, per interposta persona, nei tuoi nei.
La maschera assegna i posti; dietro le quinte si prega.

Fuori norma dalla porta aperta. Scatta l’allarme.
Il telefono non squilla; sei diventato muto anche tu,
dopo la prima. Spettri, ai lati del castello cattedrale sputano
acqua dai ghigni metallici. Dietro pesanti protezioni
il fuoco è in agguato.

da Correnti contrarie (Ed.Ensemble, 2017 – qui)

La tua voce ha bagnato le mie segrete.
Nessuna gloria e soprattutto nessun altare.
Ho posato la mano e ho visto che sei un uomo
sono stato Tommaso al pari di quanto dici.
Questa umanità dà parole alla mia carta.
Per questa natura vera come una ferita aperta
schiudo cinque petali e ti guardo. Non arrossire.

Tre giorni a primavera.
Filari fioriti bianchi e rosa dicono buona stagione;
i rami si sfiorano in un minuetto, che sospende
le attese e l’inverno. Sei a tre passi, appena
dopo il giro di boa, ad angolo retto
con il desiderio di fiorire.

da Anamòrfosi (Ed.Progetto Cultura, 2017 – qui)

«Monsieur oggi Parigi brucia.

Che senso ha quello che diciamo, oggi?»
L’uomo non risponde. La fissa solamente negli occhi.
Aspettava quella domanda.

Silenzio.

(la piazza adesso è un florilegio buio come la notte appena trascorsa.
Myosotis neri piovono da un cielo non diverso e volano bassi identici uccelli.
Vorrei parlare con mio fratello della terra che ha generato nostra madre,
ma questo non è più il tempo delle finestre con le tendine fiorite.)

Il lutto stringe gola e sonaglio alla caviglia
e nonostante la ferita l’uomo tende la mano alla dama:
«Danziamo. Non abbiamo altra salvezza».

IV stanza

Nel muro del paese vecchio ci sono una crepa ed un nido,
dov’è nato un fiore giallo in poco spazio, in nessuna terra.

La ristrutturazione ha un suo costo attento a tutto quanto impiegato.
Non mi meraviglio del dispendio d’anni e d’energia per questo
essere arrivata fin qui, a piedi scalzi e pietre attente ad ogni passo:
possedere le chiavi di casa. Un portafogli per ricordarmi,
nome cognome e indirizzo insieme alla fotografia.
Un rettangolo di carta avoriata incapace di contenere tutto il resto,
dove non si dirà mai che la cucina è la stessa di quando eravamo casa

***

Intervista

1) Quando hai avvertito l’urgenza della poesia?

La poesia è stata urgenza agli inizi, quando ancora non la conoscevo e credevo che tutto quello che passava da pancia e cuore dovesse per forza essere dettato ad un foglio, di carta o elettronico che fosse. Poi, l’urgenza è mutata in attesa, sedimentazione, scarto, sottrazione, quando mi sono resa conto che la Poesia non è raccontare i fatti propri, gli accadimenti quotidiani, i drammi vissuti o le disgrazie da cui nessuno è immune, ma qualcosa che esula finanche dal saperlo dire, quindi ci provi, tenti di scriverla, e che, ancora oggi, a distanza di più di dieci anni, non sai definire. Forse con la domanda si voleva chiedere quando ho iniziato a scrivere… Intorno ai trent’anni, quando per forza di cose mi sono ritrovata a vivere da sola con il mio cane. Ricordo soltanto che non mi piaceva parlare e sia il cane che la penna non mi facevano domande.

2) La terra in cui sei nata è presente nei tuoi versi?

La mia Puglia è il suolo dove germina e mette radici la mia poesia. Questa terra è in me e qui accade la mia scrittura: raccolgo i suoi colori e i suoi mancati confini, il mio Jonio, le mie gravine e la mia Murgia, questa sete perenne, le pietre a secco, la sopravvivenza in un sud del mondo, la vita di paese, il ricordo dei miei genitori, il centro storico dove ancora abito…e tutto, insieme con l’azzurro indicibile delle giornate di Maestrale, diventa fondale a cui affidare le mie parole ancora da scrivere.

3) Ci sono temi particolari intorno ai quali si incardina la tua poesia?

Con il passare del tempo mi sono resa conto che, senza che io li abbia scelti, temi ricorrenti sono diventati l’attesa e l’assenza.

4) Ci sono autori nei confronti dei quali ti senti in debito? Autori che sono tuoi punti di riferimento?

Devo qualcosa, quindi sono in debito con loro, a tutti quegli Autori che non ho ancora letto. Pertanto approfitterei dello spazio soprattutto per invitare alla lettura. Autori che continuo a leggere, ad esempio, sono Czesław Miłosz e R.M.Rilke, ma qui accanto a me, mentre scrivo, ci sono Mark Strand e Wallace Stevens in compagnia del ritrovato Mario Luzi, ripreso dopo tanto tempo grazie ai suggerimenti di Cesare Viviani e del suo ultimo saggio (“La poesia è finita. Diamoci pace. A meno che…”). Diciamo che il mio punto di riferimento è una rete intessuta di autori vari ai quali vanno ad aggiungersi artisti, tra i quali spiccano Hopper e Gauguin, Goya in questo momento, ma anche esponenti dell’arte contemporanea, che ‘frequento’ moltissimo per la mia poesia.

5) C’è una tua raccolta cui sei particolarmente legata? e perché?

Domanda che equivale a chiedere se vuoi più bene a mamma o a papà…sorrido…Raccolte di poesia ne ho scritta soltanto una; per il resto, scrivo poemetti e sono legata ad ognuna delle mie creature senza distinzioni e soprattutto senza gerarchie (non le amo).

6) Chi è Angela Greco e di cosa si occupa nella vita?

Angela Greco è una madre, una moglie, una persona che si incontra raramente agli eventi pubblici, che detesta lo shopping e le domande, che sta volentieri a casa sua, seduta al suo tavolo tra finestre ad oriente e occidente, all’ultimo piano di un vecchio palazzo nel centro storico di Massafra, che ama la cucina, i lavori manuali, la campagna, i cavalli neri e le abitazioni rurali della sua terra e che, appena può, chiude la valigia sempre pronta e viaggia per la nostra splendida Italia. Nella vita Angela Greco ha studiato per diventare un perito agrario e ha gettato alle ortiche quattro anni di Medicina Veterinaria.

***

Biografia

Angela Greco è nata il primo maggio a Massafra (TA). Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, 2008); in poesia: A sensi congiunti (2012); Arabeschi incisi dal sole (2013); Personale Eden (2015); Attraversandomi (2015, con ciclo fotografico realizzato con Giorgio Chiantini); Anamòrfosi (2017); Correnti contrarie (2017); Ora nuda, antologia 2010-2017 (Quaderni di RebStein LXVII, 2017); Ancora Barabba (Collezione Bocche Naufraghe n.1, YCP, 2018).

Un particolare ringraziamento per tutto ciò va a Paolo Polvani e a Francesco Paolo Dellaquila (AnGre)
in apertura: “Jonio di luce”, fotografia di AnGre