Angela Greco AnGre, versi da Ananke

ANANKE poesie di Angela Greco AnGre - Ladolfi Editore

Angela Greco AnGre, versi da Ananke (Giuliano Ladolfi Editore, 2021)

*

[…] il mattino è un cinque di picche
sulla salita di pietra, ai bordi
della chiesa e della festa scrostate
del bianco e delle luci. Le nuvole
dicono sarà nuova pioggia.
I miracoli avvengono al buio.
.
Molto riconduce a te, oggi
(il sogno, la foto, il dipinto);
le ore ancora non scritte e
il vento, nunzio di lontananza.
Un richiamo nel rumore
di questa stagione, che da troppi mesi
non reagisce e non risponde.
.
In attesa.

~

Qui non c’è più un ordine.
Si procede in mare aperto e
del cassetto nessuna notizia;
sogni e primizie lasciati a terra,
sotto l’albero, che non sa più
né bene, né male, a quale santo
votarsi e a chi fare la novena,
dove andare a giocare.
.
Persone a tempo determinato
e fotografie di assenti giustificati
immersi in pensieri lontani da
questa umanità mendica di voce.
.
«La felicità è una benedizione»
ti ho sentito dire, un giorno.
.
Allora, dobbiamo darci da fare
insieme, adesso.

*

https://www.ladolfieditore.it/index.php/it/catalogo/perle-poesia/ananke.html

Angela Greco AnGre, Pioggia amalfitana

rosa bianca baciodipioggia

Angela Greco AnGre, versi da “Ananke” (Ladolfi 2021)

Pioggia amalfitana

Il sole è un angolo preciso tra pensiero e
desiderio di te, una linea che segna il tuo volto,
le tue mani intente a seguire il fare del giorno
tra impreviste pietre stupite del tuo passo.

Tutto di te è inatteso; batte il cuore.

– La pioggia amalfitana canta un nome – dici.
– Terrazza per terrazza ogni limone s’è fatto stella – dico.
– Forse non siamo mai stati qui.
– Forse siamo tornati insieme.

Ogni finestra nasconde l’atto più intimo di noi.

In lontananza l’isola appare quasi domestica;
la casa dalle mura rosse è una rampa per salire
verso quel mare che ha retto i nostri silenzi più
di chiunque altro. Ci sei, adesso, e questo è oggi.

Ad ogni pensiero s’avvicina la tua bocca.

– Ho colto l’improbabile solo per te.
– Colgo di te ogni distinto gesto.
– Non riesco a comprendere perché ora.
– È ora di deporre le domande altrove.
La casa è un libro; pagine dopo pagine abitiamo
il non ancora detto e il già stato, altrove e qui.
Ancora una poesia, poi smetterò. Da che parte stiamo?
Tra bocche che tacciono e specchi che riflettono il cielo.

*

https://www.ladolfieditore.it/index.php/it/catalogo/perle-poesia/ananke.html

ANANKE poesie di Angela Greco AnGre - Ladolfi Editore

Maria Daniela Pierri legge Ananke di Angela Greco

ANANKE poesie di Angela Greco AnGre - Ladolfi Editore

Ananke” di Angela Greco (Ladolfi Editore, 2021)

letto da Maria Daniela Pierri

Una modernità smarrita che ha già perduto l’architrave di valori che la sorreggeva ed ora abbandona la fiducia nella tecnologia, nel progresso, nella capacità di dominare la natura, ha bisogno di parole, non di vaghi discorsi, ma delle parole che salvano, quelle che sanno chiamare per nome la sofferenza, il disagio, quelle che sanno porre le giuste domande, quelle che non pretendono risposte certe, perché sanno percorrere le strade del dubbio costruttivo, quelle che sanno usare solo i poeti. Per questo Angela Greco ha scelto di parlare il linguaggio dei versi in questo momento di grande incertezza, in un tempo che non è come gli altri, è straordinario e paradigmatico, è il momento della crisi e della costruzione. I versi non hanno semplicemente narrato, non è compito della poesia farlo, le tappe di un diario della crisi pandemica, hanno cesellato in un linguaggio chiaro ed essenziale, aderente alle cose, non lirico ma metaforico e realistico, gli stati d’animo e i quesiti esistenziali. La funzione poetica si è espressa nella pulizia di un cesello imperioso che ha armonizzato il flusso di emozioni e riflessioni che nascono nell’esperienza individuale, affinché assumessero carattere universale nella elaborazione artistica.

Le vicende che Angela Greco e noi tutti stiamo vivendo a causa di un minuscolo virus che attacca i più deboli, scavano nei recessi dell’essere e trovano nuove dimensioni da mettere a nudo, da analizzare. Come nella grande stagione della tragedia greca e come in un dramma eschileo, forte e senza appello giunge la condanna all’uomo accecato che ha varcato i limiti che gli sono stati imposti. La condanna ha un nome ben preciso, è l’’Ananke’, la necessità che ci sia una punizione, che non ci sia che spazio limitato alla decisione umana. Angela Greco ha scelto questo titolo suggestivo per la sua opera, ma non lo limita ad un rigoroso determinismo, così come non enuncia mai leggi universali, evoca, provoca, suggerisce infiniti percorsi di approfondimento, allude ed interpreta i dilemmi interiori più che dare spiegazioni, non pecca di tale inaudita ‘hybris’. La tecnocrazia ha ignorato le leggi naturali, il progresso scientifico ha stravolto l’ecosistema con tale violenza e incuranza delle conseguenze che ora l’uomo è smarrito di fronte alla punizione inevitabile che si sta abbattendo su tutto l’ecumene. L’ananke non ha bisogno di grandi mezzi, anche se ne ha molti a disposizione che hanno un impatto terribile e devastante, come terremoti, tsunami, alluvioni, preferisce deridere l’umanità con le armi più piccole e apparentemente deboli, come il Covid-19 che in brevissimo tempo ha messo in ginocchio tutta l’umanità. Cosa fare di fronte a questo castello di convinzioni sgretolato, se non cantare il dubbio, celebrare lo spazio tra ‘ananke e indicibile’, suggerire l’ ‘inelluttabile ‘, sapendo che ‘delle tre Moire nessuna notizia’. Allora leggiamo la poesia di ricerca dell’inesprimibile, che vuol dar voce ai punti interrogativi che reggono i nostri pensieri.

In prima persona l’io lirico racconta il lockdown, il necessario distanziamento sociale che dovrebbe frenare la diffusione della pandemia, lo veste di poesia, distilla in sezioni gli aspetti e i momenti che vuole sublimare, in tal modo guida il lettore a ripercorrere l’ispirazione poetica ed evocare la reclusione che inquieta come ‘asma’, spinge a fiati affannosi: è la nostra ‘apnea’, cui siamo ormai abituati, finchè non riusciremo ad afferrare boccate d’aria nella speranza di tornare a respirare liberamente. La clausura che sospetta degli ipotetici untori ha portato i cuori a chiudersi ed Angela Greco ha subito ricavato l’immagine di case con le porte serrate e le finestre aperte, immagine che diviene più viva con gli occhi che hanno scrutato dall’interno ogni minimo afflato di vita esterna con diffidenza e soprattutto hanno scrutato dallo ‘spazio che va restringendosi’ quella piazza virtuale che ha cercato di placare la nostra fame di socialità. La poetessa ha introdotto le singole parti, stazioni di sosta del suo percorso espressivo, con incipit significativi, addolciti dalla scelta dei caratteri corsivi per poi sorprenderci allineandoli a destra, proiettandoli sulla fine che ospita le parole più importanti, quelle su cui soffermarsi:

“si sgretola la torre di certezze
In granelli che si susseguono
Impietosi in due metà

Crediamo a un’illusione
Senza precedenti”.

La poesia riprende poi l’andamento tradizionale per tessere la significativa elaborazione poetica dell’esperienza esistenziale a partire dagli oggetti concreti, dalle tappe del giorno, dall’aspetto dello spazio. Anche una semplice indicazione temporale evoca molto altro come ‘non lontano da questa mattina” che prefigura l’infanzia delle ‘caramelle e germogli’ e delle ‘ginocchia ferite’ di quando ‘eravamo piccole mani’, cui si oppone un ‘giorno risvegliato’, quello attuale, che ci ha sorpreso per le ‘sottrazioni’ che ha imposto a quel mondo sereno e lontano, per il quale l’estate è ormai ‘ipotesi’. Gli stati d’animo che ricamano i fogli sono sempre immersi nel contesto metapoetico della scrittura consapevole della sua funzione e nel paesaggio mediterraneo, tra i profumi, i fiori, le strade e le mura di Puglia: ‘tra cielo e pietra la Murgia canta/sortilegio e attesa’. L’amarezza per una ‘Terra masticata male’ e le ‘Stimmate di accadimenti’ si stemperano nella riflessione, anche se vana e sebbene la poesia sia incentrata sulla nostra debolezza, ‘Si vive senza punto di domanda/abbarbicati ad una falesia /di cui non si riconosce la fragilità’, spinge noi lettori a ‘riprenderci ciò che abbiamo perso’, per questo non dobbiamo perdere l’opportunità che la poesia di Angela Greco ci offre, di ‘vedere ancora quello che questo silenzio non dice’.

*

Qui il libro: https://www.ladolfieditore.it/index.php/it/catalogo/perle-poesia/ananke.html

due poesie da Anánkē di Angela Greco

due poesie da Anánkē di Angela Greco (Ladolfi Editore, 2021)

CLICCA QUI per acquistare il libro
E, dopo questo momento e questa incertezza,
sarà ancora una voce a riedificare il sole,
a ridestare il giorno, a ricordare il cielo e
a rileggere i passi stanchi che sono stati.

Una voce, che al mattino prolunga il sogno,
che rende grazie a mezzogiorno e benedice,
a sera, per quel che ha vissuto e per il domani;
certezza di luce, d’infanzia indomata
e di notti di sperate stelle, di sonno perduto e 
di respiro affaticato; di persone, che a malincuore
hai salutato e di cancelli da varcare, di terrazze 
sull’ignoto da attraversare. Una torre di amarezze
da scalare per rivedere l’orizzonte color pesca, che
desta l’occhio disabituato all’incanto dimenticato.

Poi raccoglieremo mandorle
per le promesse nascoste nel legno, 
segno che dopodinoi saranno ancora 
terra e attesa, pianto e sale,
delusione e nuova speranza di ricordare
il nome dell’unica cosa per cui sia valsa 
tutta la pena di vivere.



*


Non inizia niente di nuovo;
31 o 1, 2020 o 2021 sono solo numeri
e da qualche parte siamo già stati scritti
anche noi. Tra le stelle o sul marmo, 
cambia solo lo spazio che ci ha contenuti. 

Nel mentre, 
riprendiamoci quel che abbiamo perso,
scaliamo la montagna per vedere ancora
quel che questo silenzio non dice.

[…]

Inizio da te, ricomincio dalla tua umanità,
sospesa al fiato che man mano si fa corto
alla vista dei tuoi profetici occhi silvani,
di perdute acque e sconfinate prospettive.

Nasco qui, alla tua domanda sul giorno,
al percorso troppo breve tra due arrivi
marcati a fuoco; nel vegliare una finestra
sulla rovina affacciata al domani,
ai piedi d’un cielo, che fai più vicino.

[…]



Ananke di Angela Greco: quando la poesia codifica il mondo tra libertà e necessità

ananke-di-angela-greco-angre-ladolfi-ed-2021

Articolo di Davide Morelli per ‘900 LETTERARIO  

*

Di sicuro, oggi come oggi, nella poesia contemporanea italiana “le mappe non sono più possibili”, come ha scritto Giulio Ferroni. Inoltre forse oggi è improbabile il rapporto tra impegno e poesia, tra religione e poesia. Tuttavia si può affermare che è saldo il legame tra filosofia e poesia.

Sanguineti sosteneva comunque che la poesia fosse uno sguardo vergine sul mondo. Quindi sarebbe l’animo umano a fare poetico il mondo. Potremmo però anche pensare che la poesia si trovi sia nella mente che nella realtà, oppure che nasca da una interazione tra le due. Se consideriamo la poesia come mimesi allora il poetico sta nel mondo. Se consideriamo la poesia come rivelazione allora il merito sta tutto nell’artista o in Dio. Se consideriamo la poesia come trasfigurazione o come insieme di “corrispondenze” (come le intendeva Baudelaire, che creavano perciò “una foresta di simboli) allora il poetico sta sia nel mondo che nell’io.

Angela Greco: la poesia codifica il mondo

In tal senso la poetessa Angela Greco non solo sa cercare la poesia in ogni angolo di mondo, ma sa anche codificare poeticamente il mondo. Sa riflettere profondamente sul mondo oltre a filtrare le voci e le suggestioni dei grandi poeti. Questo è ciò che conta e non è affatto poco. Essere poeti deve quindi intendersi se non come un lavoro (visto che pochissimi riescono a guadagnare qualcosa con i versi. Un tempo si diceva “ut pictura poesis”, ma oggi la pittura, a differenza della poesia, riesce ad essere ancora remunerativa) quantomeno come un continuo ed ininterrotto lavorio: essere sempre in ascolto, scegliere parole, revisionare tutto, accordare il tempo della vita a quello della poesia.

La nuova raccolta di Angela Greco si intitola Ananke, che significa in greco “forza del destino”, ma toglietevi dalla testa che sia fatalista: piuttosto pone continuamente l’accento sull’eterna lotta tra libertà e necessità. Questo libro è edito da Giuliano Ladolfi editore (qui il libro), che, come sanno addetti ai lavori ed appassionati di poesia, è selettivo e premia la qualità.

Come mette ben in evidenza nella bella prefazione il poeta Fabrizio Bregoli, la poesia della Greco deve intendersi come testimonianza del nostro tempo, della nostra epoca, che però non cade mai nel “cronachismo”, che non indica mai col dito e né si volge al tragico o addirittura all’apocalittico, dato che l’atmosfera dell’opera è sempre rarefatta.

Il pensiero poetante

Angela Greco si dimostra una poetessa significativa nel panorama letterario e che questa opera è segno inequivocabile della maturità raggiunta. L’autrice ha la disposizione d’animo, l’educazione al gusto e la tecnica per tradurre le occasioni, che la vita le dà, in poesia autentica.

È una poesia, contrassegnata in parte dallo stile colloquiale, che al contempo è espressione del proprio vissuto (interrogandosi su mutamento ed identità) senza cadere nell’egocentrismo (i componimenti non sono confessionali, in essi non prevale il dato egoico) ed è “pensiero poetante”: una poesia che quindi affronta i rovelli esistenziali e metafisici e cerca sempre il codice di accesso all’essere, senza mai essere consolatoria. Poesia in questo senso deve intendersi anche come psichismo tra la poetessa e gli affetti più cari.

L’autrice riesce sempre a non essere né prolissa, né troppo lineare, a rientrare a pieno diritto nei crismi della letterarietà. Riesce sempre a limare, a non perdersi in intellettualismi e ad evitare le semplificazioni. Il suo linguaggio è sempre diretto. Le sue cadenze sono intellegibili. Non gioca mai con i termini, non usa circonlocuzioni, che finirebbero per mistificare la realtà. Le sue parole sono essenziali come in “Satura”, ma a differenza dell’ultimoMontale la sua epigrammicità non è mai totalmente negativa, pessimista.

Come ha scritto Andrea Afribo da “Ora serrata retinae” di Magrelli in poesia “non è più vietato farsi capire”. È vero che come il poeta Lello Voce recentemente ha dichiarato la poesia debba essere considerata uno stato di eccezione della lingua.

Una raccolta che procede per sottrazione

La poesia della Greco non è poesia dell’inconscio, né iperletteraria. Non scarnifica, non spolpa la parola fino a giungere all’afasia, come fanno alcuni, né ne rovescia il senso come un guanto, come fanno altri. La poetessa talvolta procede per sottrazione, ma non eccede mai. Non solo ma – questo vale per tutti – è sempre difficile stabilire un discrimine tra accumulo e sottrazione, tra battere e levare.

A questo proposito va ricordato il paradosso del sortite, che è un paradosso generalmente attribuito al filosofo Eubilide, secondo cui non sappiamo mai definire un mucchio di sabbia, visto che togliendo o aggiungendo un granello alla volta abbiamo sempre un mucchio di sabbia.

Secondo questo paradosso anche un granello di sabbia è un mucchio di sabbia. Allo stesso modo a forza di sottrarre o aggiungere non sapremo mai esattamente che cosa sia poesia. Potremmo paradossalmente pensare che la Divina Commedia equivalga ad una poesia di tre parole. L’autrice ad ogni modo entra sempre in medias res, non si perde in preamboli.

Sa essere espressiva senza cadere nell’eloquenza o nella contro-eloquenza. Sa che le parole hanno un peso ed un preciso significato: può sembrare scontato, ma non lo è perché molti oggi perdono il rapporto autentico tra le parole e le cose. Dosa sempre le forze, non si mette a strafare, parte talvolta in sordina per poi assestare il colpo finale con le sue clausole, per  dare la stoccata finale al lettore, elargendo le sue epifanie, che non sono mai evasioni ma rivelazioni gnomiche.

La mosca di Wittgenstein è  intrappolata nella bottiglia, ma potrebbe rimanere impigliata anche nella tela di ragno. Forse nessuno sa come indicarle la via di uscita. Importante è tentarci, come fa la Greco. Il linguaggio serve anche a questo. Rimbaud cercò per tutta la vita invano il luogo e la formula. La poetessa il luogo l’ha trovato: è Massafra, in provincia di Taranto.

Tra frammenti di dialogo e sentenze, espresse in una certa compostezza formale (senza far parte della corrente neometrica) il suo incedere, la sua dizione si dimostrano autonomi e la sua cifra stilistica risulta originale:

“… Quando la fame/ ha un significato differente e/ la notte è uno stomaco che/ ricorda ogni dettaglio”, “…si procede/ per sottrazioni, operazioni lontane/ dei quaderni di quando eravamo piccole mani, / fiocchi colorati per distinguersi nella ressa, / inciampi di parole e ginocchia ferite”, “Il freddo stupidisce le mani; ripenso allora al tuo petto,/ di notte, poggiato contro l’intermittenza degli eventi”, “Bisogna tornare a innamorarsi/ con gli occhi. Qui dove l’inverno/ profuma di resine bruciate nei camini, turiboli domestici / per le quotidiane sacralità, angeli vegliano/ sul crocevia di giorni di pietra”, “Rimane questo giorno sospeso/ tra ananke e indicibile; una via/ sconosciuta a penna e ragione,/ dove camminare prima dell’ultimo buio,/ senza stelle, se non i pensieri nascosti./ Ci sovrastano il tuo cielo, la sorte e le cesoie/ pronti a recidere l’ultima parola. Continua a bussare a questa bocca l’attesa”.

Angela Greco riesce a bilanciarsi sapientemente tra il dentro ed il fuori, tra interno ed esterno, tra il soggetto e il mondo. Non si perde in stratificazioni, né in rizomi. Il suo dettato non è mai straniante, né eccessivo, pur mostrando le contraddizioni dell’amore, l’incomunicabilità, l’alienazione di noi contemporanei. Il trascendente in questa sua raccolta è un denominatore comune implicito,  una caratteristica sottotraccia, così come è sottintesa la presenza del male e la presenza probabilmente di un deus absconditus: tre aspetti pervasivi in chi ha una vera  fede cristiana oggi.

La poesia può salvare?

La poesia forse non salverà l’anima, ma come ha scritto la poetessa Donatella Bisutti può salvare la vita. Abbiamo bisogno di una poesia come questa in una epoca, in cui siamo tutti  cittadini del web e il virtuale ci distacca dalla realtà; siamo in un’epoca in cui il Grande Fratello è diventato realtà e viviamo in un panottico tecnologico; siamo in un’epoca in cui siamo passati velocemente dalla metafora del cervello come computer ai braccialetti neurali, che leggono nel cervello, e ad alcuni geni dell’informatica, che vogliono impiantare un microchip nel cervello.

Ai giorni nostri, in cui con i social sta sempre più dominando un immaginario artefatto, è giusto e sacrosanto farsi stimolare dall’immaginario poetico, che è autentico. Abbiamo bisogno di poesia in questa massificazione imperante, con questo spirito dei tempi che nega la soggettività. L’UNESCO celebra ogni anno il 21 marzo come giornata della poesia perché essa ha «un ruolo privilegiato nella promozione del dialogo e della comprensione interculturali, della diversità linguistica e culturale, della comunicazione e della pace». Bisognerebbe ricordarsele spesso queste parole. Infine bisogna ricordarsi che secondo Junger il nichilismo non ha accesso ai giardini  dell’arte.

.

– un grazie di cuore a Davide Morelli e alla rivista che ha pubblicato questo lodevole lavoro!! [AnGre] –

Ananke di Angela Greco AnGre su IRIS NEWS Rivista di poesia

Iris News - Rivista di poesia“Iris di Kolibris” è un progetto internazionale dedicato alla traduzione poetica, alla letteratura della migrazione e agli autori che scrivono in una lingua diversa dalla propria madre lingua.
Il nostro obiettivo è quello di:
– far conoscere in Italia tanti poeti dal mondo;
– portare la poesia italiana nel mondo;
– discutere di lingua e traduzione poetica;
– diffondere notizie, materiali, risorse utili al lavoro del traduttore letterario;
– accrescere la consapevolezza della centralità del ruolo del traduttore letterario nel processo di intermediazione culturale e di interscambio di idee, contenuti, esperienze tra civiltà diverse.
 
 
Su IRIS NEWS – RIVISTA DI POESIA (qui) è ospitata anche una bella selezione di poesie tratte da Ananke di Angela Greco AnGre (Ladolfi Editore, introduzione di Fabrizio Bregoli, aprile 2021) per la quale ringrazio Chiara De Luca, sensibile mente e cuore della Kolibris, per aver apprezzato la mia opera. Vi invito con gioia a frequentare questa rivista dall’ampio respiro umano e culturale. Io, intanto, mi regalo la condivisione qui sul Sasso, nel giorno del mio 45esimo compleanno. Felice lettura!
 
 

da Del presente che non resterà

1.
Tra morsi e ostie
si aggiungono ore;
lentamente sulla lingua
vanno scomparendo affanni
e profili, case, persone e nuvole
in attesa del maestrale, mentre a pezzi
si arriva a sera, quando la fame
ha un significato differente e
la notte è uno stomaco che
ricorda ogni dettaglio.
.
.
.
2.
Non lontano da questa mattina
calcinacci bianchissimi a bordo strada,
tra scarti di caramelle e germogli
ostinati, hanno risvegliato il giorno
incuranti dell’asfalto; si procede
per sottrazioni, operazioni lontane
dai quaderni di quando eravamo piccole mani,
fiocchi colorati per distinguersi nella ressa,
inciampi di parole e ginocchia ferite.
.
.
*
.
.
da Di quel che forse siamo stati
.
1.
Raccogliere frammenti sparsi
tra carte a fine giorno per farne
ancora firmamento che segni
notti di luna nuova sull’onda antica,
che fa vibrare il fiume; sommerse radici
muovono fili verdi in danze di speranza
verso il mare.
.
Il risveglio macchia l’occhio,
dilatando la visuale oltre il muro
nero di anni e mancate manutenzioni.
Antenne ritte a trafiggere il cielo
sbarrano l’aria agli storditi spettatori
e diviene sempre più impellente il largo,
la deriva del messaggio a cui è stato affidato
il vetro di quel che siamo a sera, oltre la coltre
che ci separa dal resto, nella fioca luce notturna
ancora per poco azzurra.
.
Un desiderio rincorre quel che resta;
abbiamo abitato un giardino ad oriente
oggi racchiuso in una piccola sfera incerta,
nel dondolio di città plastificate per il ricordo.
Resine colorate in forme più opportune, ricordiamo
l’acqua, soltanto per forma del recipiente che ci ospita.
.
.
.
2.
Paesaggi senza definizione, lungo le sere scure
di nuvole legate in ricordi, s’attardano tra le dita,
che battono parole dal respiro difficile, quasi asma,
lotte e resistenza in questa terra masticata male.
.
Piani in discesa segnano l’andamento del giorno;
sull’ultimo passo avanza un’ipotesi di gioia, un
dubbio che possa tornare un segnale minimo di luce.
S’accende così un azzurro inatteso; una sfumatura, che
risalta lineamenti lontani, – disegni di battaglie e di alghe,
nastri danzanti ancorati in un punto preciso – il mare.
.
Il freddo stupidisce le mani; ripenso allora al tuo petto,
di notte, poggiato contro l’intermittenza degli eventi.
Diventa difficile tacere su questo incessante tumulto
dalla magnitudo distruttiva eppure così saldo per fragilità
nascoste sotto l’intrico di radici, che nel tempo ha formato
un’isola. Come posso dire quel che accade, nonostante tutto?
.
.
*
.
.
da Siamo fatti della stessa sostanza 
.
Vetro soffiato
.
Avvolti in questa evocazione d’oriente,
blu, stelle e oro al bordo d’una ritrovata sera,
tra il tuo respiro e la mano a carezzare
la frattura tra il giorno e il sogno. Prendiamoci
in questo momento, non più tardi di adesso,
sospesi tra il grecale e l’arrivo della neve,
al caldo buono della tua voce, che ridimensiona
distanze e dilata luoghi, luci e desiderio.
Di ogni parola ne faccio una sfera di vetro soffiato
per leggere in trasparenza destino e risposte
a questi segni scomposti dalla gioia d’averti ritrovato
dopo i giorni forzati della festa, degli addobbi
e dell’assenza.
.
.
*
.
.
da Ineluttabilità
.
1.
Inevitabile.
Non il destino, tu.
Necessità, bisogno: a n a n k e,
ma delle tre Moire nessuna notizia.
.
Siamo nel tempo precedente.
In formazione.
Prima del tempo che (forse) conosciamo.
No, nessuna speculazione filosofica (sorridi).
.
Parliamo. Di poesia, magari. Di te, che
della poesia sei la parte più bella e difficile.
Arriverà un giorno in cui non scriverò più,
perché avrà avuto la meglio questo dolore
che oggi mi tormenta le dita a pezzi, la mano destra,
in una nuova difficoltà.
.
Fino a quel temuto momento lascia che dica di te.
Scorrono pensieri nascosti, nuovi, forse ritrovati
nei cassetti che scalano i corpi di Dalì, molli
orologi, che si sciolgono in un cambio di cielo.
.
a n a n k e risuona in questi giorni.
Qualcosa vorrà significare.
Aspetto
di sentire ancora la tua voce di iris e Murge,
tra opposti versanti di cuore.
.
.
*
.
.
da Mise en abyme – “collocazione nell’abisso” (2020)
.
3.
Il primo giorno dopo la domenica
nemmeno l’angelo ha voglia di partecipare;
la primavera si fa giorno già lontano.
.
In quale stagione siamo?
.
Voli d’uccelli confusi dicono che
ieri abbiamo lasciato qualcosa,
in un luogo che non è più lo stesso.
.
Oltre il vetro di questa finestra,
il sole accenna un momento di luce;
o, forse, è l’illusione di quel che eravamo.
.
Il risveglio è stato una croce e
una falce di luna, una C, che
ci accomuna tutti: come stai?
è la prima domanda del giorno,
nell’attesa di un’altra alba;
.
è atto di sopravvivenza,
in questo tempo senza tempo, dove
manca quel che si credeva di conoscere.
Ti porta per mano verso un nuovo luogo;
la penna segna passi nell’assenza.
.
.
*
.
.
Da Ad altri noi (in divenire)
.
1.
Si vive senza punto di domanda
abbarbicati ad una falesia
di cui non si conosce la fragilità;
l’assenza del dubbio
è riferita all’aver sbagliato qualcosa.
.
Eppure, al di là di questo momento,
«Dove posi lo sguardo diventa poesia», dici.
.
Non credere sia bello, questo continuo
fronteggiarsi di antitesi, che stancano l’occhio.
Manca il sole stamattina e i capelli
non hanno persola piega
nonostante la notte agitata.
.
.
*
.
.
Da Attese (nel mentre)
.
5.
E, dopo questo momento e questa incertezza,
sarà ancora una voce a riedificare il sole,
a ridestare il giorno, a ricordare il cielo e
a rileggere i passi stanchi che sono stati.
.
Una voce, che al mattino prolunga il sogno,
che rende grazie a mezzogiorno e benedice,
a sera, per quel che ha vissuto e per il domani;
certezza di luce, d’infanzia indomata
e di notti di sperate stelle, di sonno perduto e
di respiro affaticato; di persone, che a malincuore
hai salutato e di cancelli da varcare, di terrazze
sull’ignoto da attraversare. Una torre di amarezze
da scalare per rivedere l’orizzonte color pesca, che
desta l’occhio disabituato all’incanto dimenticato.
.
Poi raccoglieremo mandorle
per le promesse nascoste nel legno,
segno che dopodinoi saranno ancora
terra e attesa, pianto e sale,
delusione e nuova speranza di ricordare
il nome dell’unica cosa per cui sia valsa
tutta la pena di vivere.
 

Ananke di Angela Greco AnGre letto da Nazario Pardini

ananke-di-angela-greco-angre-ladolfi-ed-2021Angela Greco, ANANKE (Giuliano Ladolfi Editore, prefazione di Fabrizio Bregoli)

letto da Nazario Pardini – da “Alla volta di Leucade”


A noi non interessava quel che
l’orologio indicava nel preciso momento;
quanto piuttosto, quel che
non era mai stato capace di dire

Una silloge intensa, plurale, morfosintatticamente nuova e polivalente, dove il verso con tutta la sua costruzione espansa tende a reificare sentimenti e pensieri di rara fattura  umana. Tutto è nel gioco della forma che l’autrice dirige con personalità come un buon maestro la sua orchestra. E qui la Greco si dimostra eccellente maestro per accentuazioni aggettivali, assemblaggi lessicali, intensificazioni verbali, per vis creativa, per toni epico-lirici.

Angela Greco si affaccia alla scena letteraria con una nuova pubblicazione che, con passi felpati, snocciola sul foglio tutti i suoi stati emotivi, ogni suo ontologico abbrivo, concretizzando nel verso pathos e logos, sentimento e azione verbale dando come frutto un’opera di grande resa epistemologica. In questa plaquette di potente costruzione formale, di armonico diagramma musicale,  sunt omnia: il fatto di esistere: “Tra morsi e ostie/si aggiungono ore;/lentamente sulla lingua/ vanno scomparendo affanni/ e profili, case, persone e nuvole/ in attesa del maestrale, mentre a pezzi/ si arriva a sera, quando la fame/ ha un significato differente e/la notte è uno stomaco che/ricorda ogni dettaglio.”, dove tanti elementi concreti, di ampia simbologia, tendono a reificare un tempo che tutto ingoia, magari mantenendo i ricordi di una digestione breve e concisa; la coscienza della clessidra che ci condiziona; la natura, il prezioso ricamo versificatorio, il pensiero che urge e comanda il sentire, la spinta en haut, verso l’alto per ovviare alle aporie del quotidiano, fughe e ritorni, leva e batti.

Ma che cosa alfine siamo stati? “sommerse radici/ muovono fili verdi in danze di speranza/ verso il mare”, verso quell’immensità che ci attende paziente e che ci annulla nella sua dimensione.  Ananke, il titolo della silloge: il destino, la forza del visionario tempo che non esiste, l’incoscienza dell’uomo di fronte al suo magro esistere. L’opera si divide in quattro sezioni: Ananke (Del presente che non resterà, Di quel che forse siamo stati, Siamo fatti della  stessa sostanza, Ineluttabilità), Collocazione nell’abisso, Ad altri noi, Attese, Dedica. In ogni verso dell’opera scorre rapido e epigrammatico il pensiero della vita. Già il titolo iniziale (Del presente che non resterà) ci dà l’idea netta della filosofia della Greco. Panta rei, tutto passa rapidamente e senza sosta, tutto in mano di un destino che pilota i nostri movimenti, come se l’uomo non esistesse. Nessuno è capace di afferrare il presente, di farlo suo per leggerne propositi e intenzioni, dato che si vive in mezzo a fatti che sfuggono di mano, e su cui non si può intervenire, per il fatto che siamo soggetti ad un fato che ci pilota. Ma forse il patema esistenziale della Greco viene espresso più compiutamente in una  pericope alla pag. 77: “Un intrico di vie segnate dall’acqua,/ qualcosa torna, qualcuno non più;/una foglia abita ogni cielo d’inverno./ Sono una lunga notte senza riposo,/le idi di dicembre.”, dove il tema del tempus fugit continua implacabile il suo tormentoso cammino e dove forse anche un memoriale si affaccia alla scena tra immagini fuggiasche, tra elementi che la vita ha lasciate inesorabilmente alla dimenticanza, nonostante gli affetti e gli amori che ad essa ci legarono.

I versi si rincorrono ampi e distesi, ora di effetto contrattivo ora estensivo per accompagnare  il significante che si snocciola sul percorso. Ma la poesia della Greco sembra che si avvicini ad una forma di positura prosastica, più vicina ad un indirizzo di moderna andatura che a quello di memoria tradizionale, pur evidenziandosi per limpidezza formale e disciplinare, sempre confermando la tesi di Eraclito: “Nel mutamento le cose si riposano”; né si smarrisce nella palude dello psicologismo e dello sfogo intimistico, nell’ipertrofia di un verso che, spesso, si allunga troppo verso il limite: “Il giorno insiste sempre alla stessa  maniera;/ un cammino di Santiago con speranza di salvezza…”

Nazario Pardini

Novità editoriale: Ananke, poesie di Angela Greco AnGre (Ladolfi Ed. aprile 2021)

In questi giorni, per i tipi Giuliano Ladolfi Editore, che ringrazio per la fiducia, per la professionalità e per la ricerca operata nel campo della poesia contemporanea, è uscito ANANKE, il mio nuovo libro di poesie, introdotto dalle parole di Fabrizio Bregoli, al quale va il mio ringraziamento per la stima e l’amicizia, e presentato dalla superba copertina creata da Angelo Bruno, che, parimenti, ringrazio. Il libro, che vede la luce in un momento comune difficile e drammatico – del quale porta impressi i segni nella visione della realtà, aggiungendo, com’è nel mio carattere, sempre un punto luce – vuole essere un augurio di ripartenza e un invito alla tenacia, a non arrendersi e a perseguire, nonostante tutto, i propri sogni e quello in cui si crede fermamente. Tra qualche giorno sarà disponibile presso tutti gli store on line; intanto, sono felice di condividere con gli Amici e i Lettori, la mia gioia. Grazie.

*

ANANKE di Angela Greco AnGre,

Giuliano Ladolfi Editore, aprile 2021; Introduzione di Fabrizio Bregoli

.

Non lontano da questa mattina
calcinacci bianchissimi a bordo strada,
tra scarti di caramelle e germogli
ostinati, hanno risvegliato il giorno
incuranti dell’asfalto; si procede
per sottrazioni, operazioni lontane
dai quaderni di quando eravamo piccole mani,
fiocchi colorati per distinguersi nella ressa,
inciampi di parole e ginocchia ferite.

.

La difficoltà sta tutta nella posa dei piedi,
nel loro passo fermo sulla superficie che
trattiene dalla caduta, nel tentennamento.
Da quassù non è semplice come dicono,
tutt’altro; la visuale, quella sì, ha un valore
e forse la metafora rimarrà oscura, ma
occorre tentare, senza ripensamenti.
Mon dieu, nemmeno tu comprendi più
questo spazio che va restringendosi.

.

“Angela Greco sceglie di intitolare la sua nuova raccolta di poesie, con un chiaro riferimento mitologico alla tradizione classica, a Ananke, ossia la forza del destino, l’ineluttabilità del fato a cui l’uomo deve necessariamente obbedire, o soggiacere. Questo potrebbe lasciar pensare che l’autrice, rifacendosi a una scuola di pensiero dalla tradizione consolidata che attraversa i secoli, aderisca a un’idea dell’uomo come di soggetto che è sottomesso a una volontà imperscrutabile e superiore che gli impone le proprie scelte, lo relega a un insieme di accadimenti predeterminati per i quali viene privato di ogni potere decisionale. In realtà questa percezione di un destino che si impone e fa valere le proprie ragioni sulla vita dei singoli, questa constatazione di uno “spazio che va restringendosi” vanno circostanziate e riferite alla serie di eventi a cui la raccolta si rivolge e ai quali, con intelligenza, Angela Greco non fa mai cenno esplicito, ma li lascia intuire dalla inequivocabilità delle date che circoscrivono questi versi a quell’anno 2020, a tutti ben noto. Evitare il cronachismo, procedere per allusioni: questo dà consistenza al messaggio poetico, evita di cadere nella retorica.

Quindi Angela Greco ci propone una poesia, che non si può ridurre a un diario in versi tout court, ma che è una riflessione profonda e partecipe di una condizione storica che, certo, la riguarda individualmente e che la porta a parlare di sé, ma nasce dal bisogno dell’incontro, perché occorre “rendersi conto che una parte di sé stessi è / l’Altro”. Fin dall’incipit dell’opera è chiara questa responsabilità di fondo che porta l’autrice a una definizione della poesia come di “questa sostanza che unisce / respiri e calci a gamba tesa”, agone aperto e problematico in cui avviene la scrittura, in una consapevolezza a livello di poetica che è essenziale per evitare di cadere nel tranello del già detto e dell’ovvio: “bisogna tornare a scrivere con la penna tutto l’alfabeto”.

Questa fiducia di Angela Greco nella poesia, del resto, oltre che nella pratica di quest’arte in prima persona, trova conferma da molti anni nel suo lavoro di divulgazione della poesia grazie al suo blog “Il sasso nello stagno”, dove trovano accoglienza i versi dei maestri classici e contemporanei: questa frequentazione assidua e approfondita la porta a una poesia matura, consapevole dei suoi strumenti, debitrice alla tradizione ma anche molto personale, con una fisionomia ben riconoscibile.” [dall’Introduzione di Fabrizio Bregoli]

Tra qualche giorno disponibile su tutti gli store on line.

*

Ringrazio Fabrizio Bregoli anche per la presentazione fatta sul suo pregevole sito, dov’è possibile leggere l’Introduzione integralmente:

https://fabriziobregoli.com/2021/04/12/ananke-di-angela-greco

Ancora Barabba

La città vista da qui sembra smisurata.
Il drappo protegge il sinedrio dalla luce.
Stanno decidendo il mio futuro.
Chi? Una commistione di popolo e leggi.
Ma quello che dovrà scegliere tra me e l’altro
è anche il mio popolo. Ho le mani legate.

In alcuni giorni la sopravvivenza è un dono altrui
(come nelle notti in mare
quando l’approdo è solo un caso).

Oggi, vista da quassù la città sembra più bella
eppure decreterà chi deve morire.

 

*

Il governatore della regione scruta il cielo fosco:
una sequenza di grigi è presagio di maltempo.

Dalle torri per svariati ettari si estende fumo
(inno ad un futuro scambiato per denaro).
Forse verrà la pioggia,
ma non sarà sufficiente.

Dalla finestra Pilato confonde le nuvole:
alcune porteranno acqua; altre,
somigliano a presagi
(ma lo sapremo soltanto tra cinquant’anni).

Obliquo un raggio
dallo specchio colpisce l’occhio.
Non basta la mano a schermarsi.

Il processo sta per iniziare:
si indossi pure l’abito migliore.

 

*

Impronte nel Getsemani dicono che
non era uno solo
a calpestare terra e preghiere.

Sotto il riverbero del sole di mezzogiorno
c’è chi non distingue l’innocente
tra le pagine e i nodi dell’ulivo.

La città ha già reso note le sue intenzioni:
issano altre croci prima del tramonto;
viene il giorno di festa.
La morte per questo può aspettare.

 

Il vento gonfia le tende rosse.
Il tribunale dà segno d’inizio.

Metà mattina. La piazza aspetta
in silenzio le sorti capovolte: oggi
trenta Giuda tradiranno per un denaro
chiunque stia loro seduto accanto.

Nel vuoto tra muro e strada
aspetta la sorte.

 

 

da ANCORA BARABBA di Angela Greco AnGre

(YCP, Collezione Bocche Naufraghe – QUI)

in apertura, immagine da Vangelo secondo Matteo di P.P.Pasolini

Rossella Cerniglia legge Arcani di Angela Greco

ARCANI ,  di Angela Greco 

Ed. Achille e la Tartaruga (2020)

L’ultima raccolta di versi di Angela Greco, dal titolo Arcani, ha una struttura poematica articolata e complessa: una sapiente minuziosa costruzione che riceve un input creativo dalla magia di queste misteriose figurazioni, presenti nei Tarocchi, il cui significato allusivo, simbolico ed archetipico, è ben illustrato dalla stessa autrice in una nota al margine dell’intero libro. Nell’ambito complessivo dell’opera, questo legame sembra aver rivestito grande importanza nel costituirsi dell’architettura della stessa. Perché la suggestione di questo implicito riferimento, agisce, come dicevo, da input creativo, aggiungendo ulteriore fascino e nuovo significato all’intera creazione, proprio come avviene nella lettura dei Tarocchi secondo il “metodo delle tre carte”, per il quale, vicendevolmente, esse si influenzano nel definire il significato complessivo, che dà risposta ad una specifica domanda.

La sua articolata struttura, piena di rimandi e collegamenti che si interfacciano tra loro, ci dice, di per se stessa, della presenza di un pensiero di robusta sintesi che è nel suo fondamento, e che energicamente la sostiene. L’impianto appare subito straordinariamente ricco di spunti, di variabili e rimandi in cui ogni cosa che, a prima vista, poteva apparire elemento disparato, si lega poi, mirabilmente in visione organica di fruibile bellezza.

La dimensione temporale costituisce l’amalgama che tiene insieme le varie sezioni del libro: le prime tre, intitolate Claire – della solitudine e altri ritorni; I giardini del mago – del tempo e altri percorsi; ed Ein jeder engel ist schrecklich – dell’incerto e altri dettagli, si snodano secondo un concetto di tempo che è Temporalità, nel senso heideggeriano, la quale tiene in compresenza  le tre dimensioni di passato, presente e futuro che convivono, in un fitto rimando di interrelazioni, nella presenzialità dell’accadere.

Perciò, se nella prima sezione del testo, il personaggio di Claire può ricondurci ad un’idea di giovinezza e al presupposto di un albore della vita nella sua spontaneità e purezza, è da tener presente che la sua icona – che racchiude nella multiformità di aspetti, la singolarità del suo essere – permane sempre viva e presente, con l’andare di questo viaggio temporale e verticale che l’autrice compie nella propria interiorità e individualità.

A lei, infatti, come in un intimo colloquio, l’autrice si rivolge in questa prima sezione del libro. E questa rivisitata età, che vorrebbe forse essere l’anticipazione di quello che l’autrice sarà – è, in realtà, ciò che essa è nell’attualità. E la Claire, di cui si parla nel libro, è colei che vive nella dimensione del presente dell’autrice. Ci basta soffermarci su alcuni versi della p. 17 per avere riscontro di alcune delle cose dette e di altre ancora da dire: “ S’aggira Claire tra le parole non dette, tetti di vecchie/ memorie silenziate per antica abitudine; stringono,/ i vicoli del quotidiano incedere, gli occhi che anelano/ all’azzurro di quando si era fili tra i fili d’erba…” e più avanti “…Vorrebbe esserti foglio bianco a cui affidare le ombre,/ inchiostro che inciti i cavalli di fuoco, perché sia sole,/ anche tra le tue nuvole.(…) Nel pacco regalo, una clessidra/ dice che si può capovolgere questo momento.// Due rette parallele s’incontrano e s’intersecano/ in un territorio di confine, oltrepassando il noto fin qui.”

E questa dimensione interiore, che ha i tratti del personaggio Claire, è in larga misura attraversata da un’Attesa – da sempre propria della giovinezza – che ha contribuito a forgiare, con i suoi peculiari accenti, il presente e il futuro di Angela, l’autrice del libro. Sembra di indovinare in Claire, soprattutto, il viversi di questo senso dell’attesa: di essere quello che è, o meglio, quello che sente di essere nell’interiore percezione del sé: la sua vera essenza.

Claire è forse una primavera che ha espresso il suo frutto in potenza, in ciò che è ancora da venire, in un germoglio, in una promessa di vita.  Più avanti nel testo, lo stesso desiderio, più chiaramente si esprimerà in tensione di riconquista della pienezza e totalità della sua anima, e al contempo, come desiderio di essere dagli altri riconosciuta nel suo più intimo ed alto valore.

La visione di questo personaggio, alter ego primigenio della futura Angela, è perciò quella della stessa Angela del presente che vive il connubio fecondo col suo passato, che vive, e riplasma, quel che dal passato le giunge, una se stessa vicina e lontana cui rivolgersi in un colloquio intimo e pieno di abbandoni e mutevoli sentimenti ed umori.

Ma la visione presente in questa parte di testo, non rappresenta una peculiarità assoluta, – tranne forse che per un più insistito sguardo retrospettivo – né sostanzialmente si distacca da quella presente nelle altre parti del libro. Poiché la radice è sempre nel presente dell’autrice, nel presente del farsi di questa visione che riassume tutta se stessa nelle tre compresenti dimensioni temporali.

In tutto il libro ci troviamo di fronte una realtà contraddittoria e frantumata, a volte improbabile, mista di sogno e realtà insieme, di impervi voli e improvvise cadute, surrealtà che vive dentro di noi in mondi allucinati. Una visione caotica e inquieta, insoddisfatta come è l’anima che ce la mostra, poiché su tutto aleggia il sentimento di una Mancanza: di un’assenza radicale e difficilmente colmabile che sembra toglierci il respiro. E il senso della frammentazione di tale realtà non può che arrivarci per frammenti di immagini e pensieri, attraverso dirupi e scoscendimenti dell’anima, attraverso impervie atmosfere, tra ferite che stanno tra carne e spirito e nella materialità della terra. Un attraversamento, che ha, talvolta, i tratti visionari e drammatici del dantesco viaggio negli inferi.

Tuttavia, pur in seno a queste atmosfere, alcuni frammenti riescono talora a penetrare in nudi spiragli di bellezza e solarità e purezza immacolata, riferiti a una sorta di primigenia inviolabilità e sacralità, che idealmente afferisce alla giovane stagione della vita umana: “…Claire vede il verde/ di occhi echeggiare alla parete carsica;/ meraviglie nascoste dietro fessure di silenzi…” (p. 19)

“Nel percorso di strade e radici comuni Claire narra/ dei fiori rosa che s’impossessano dei ruderi, / del petalo che vince la pietra nella meraviglia/ persino del verde e della tua presenza,…” (p. 23)

Tuttavia, in questo movimentato quadro, la realtà ci appare, in genere, come un rompicapo convulso, aleatorio, i cui pezzi sembrano tornare a scomporsi e a ringarbugliarsi, componendo infinite variazioni sul tema. Un rincorrersi di scorci e visioni di sfuggita che si incuneano in altre immagini, alludono al mistero nascosto nell’essere che si cela in armonie dissonanti, in pensieri e percezioni e sensazioni che si insinuano, come fossero anch’essi cose, in quella che, nel suo primo apparire, si mostra appunto come una scombinata caotica visione.

Anche nella seconda e nella terza sezione del libro ci troviamo di fronte ad un’eguale percezione della realtà interiore e mondana, intramata ancora di disgregazione e inutilità, di mancanza di senso, e di buio: “…Il cielo ha una distanza incalcolabile. / Si consuma fiato per ciò che passa. // Nello spazio breve d’una permanenza/ si perde la cognizione del viversi …” (p. 30)

Anche in queste sezioni, ci si rivolge ad un Tu, complementare e imprecisato, che orienta il desiderio dell’autrice in questo parlare da sé a sé. Citiamo qualche verso che possa, in qualche modo, lasciarci intravedere questa lacerazione e provvisorietà del vissuto, approssimandoci all’idea della doppiezza e disgregazione, del sé e del tutto, in noi: “Da dove inizia il giorno? Dalle mie nuvole/ o dal tuo arcobaleno? Dal tuo silenzio/ o dal mio desiderio di cielo? / Dalla sera precedente, dalla tua voce/ inizia il giorno…” (p. 45).

Altri versi ci lasciano intuire l’idea della quotidiana ricerca di un  approdo comune,  su cui si tenta di radicare un senso: ” infiniti ostacoli infiniti/ (…) reiterazioni di affanni,/ trottole senza dimora;/ eppure dove non ti aspetti,/ (…) nuovi orizzonti radicano. // Non  è  un caso / la parola che  ci accomuna, / il silenzio che  avvicina…” (p. 50)

Ma, in effetti, una logica ferrea è sottesa all’insieme, e una ben orchestrata visione sorregge il tutto, pur nell’elemento di discontinuità, di costante antitesi e cozzo di visioni e sentimenti e passioni. Basta riflettere sull’alternanza di stati d’animo che si associano o si combinano agli elementi di quella che chiamiamo “la realtà concreta”, l’andare ad ogni passo incespicando in noi stessi e nelle cose che sembrano fronteggiarci, il doloroso scontro tra desiderio e realtà, la mancanza di linearità, di limpidezza e di senso che proiettiamo sulle cose, tutto ciò che non si attaglia al nostro sentire e ci rende mortalmente inquieti ed angosciati…Basta questa sintomatica nauseante percezione per darci l’idea chiara della nostra Caduta.

Su questo concetto – concetto biblico per eccellenza – è costruita la quarta sezione del libro intitolata Falling, a sua volta divisa in tre sottosezioni, intitolate Ac-caduto, Ac-cade e Ac-cadrà.

Falling, cioè Caduta, mantiene saldi legami con l’intero testo, ne costituisce anzi il nucleo radicale, e direi normativo, nella logica e nell’economia di tutta l’opera. È introdotto da un Prologo e concluso da un Epilogo, e l’ultima parte di esso – la sottosezione Ac-cadrà – è costituita da sei brevi prose poetiche, per cui, l’intero testo, nel suo insieme, potrebbe definirsi un prosimetro. Anche qui viene a riproporsi il senso della temporalità di questo accadere, rienucleando la condizione di quel che siamo oggi – del mondo dentro e fuori di noi – alla luce di questo fondamentale assunto che è la Caduta, simbolo della nostra terrestrità e imperfezione, simbolo dell’Ombra che ci abita, e che con noi abita il mondo.

La Caduta che si colloca in un ancestrale tempo della memoria, in un remotissimo passato che è radice della condizione attuale, è un continuum esistenziale simile alla condizione della nostra infanzia e giovinezza, che portiamo sempre con noi anche nell’età adulta, vale a dire per la durata dell’intera vita. È la radice di quel che oggi siamo – del nostro male tuttavia confinante col bene – poiché anche di bene si compone, in potenza, la nostra anima che, pur nella caduta, ha conservato la fiammella sopita del divino.

Oltre che da un solido impianto strutturale, la preziosità del testo è dovuta alla sua originale tramatura di immagini e di sensi; ad una verbalità misurata, calibrata su parole che hanno carattere radicale, fondativo, apodittico, talvolta epigrammatico, che è parte dell’impianto e dell’intera visione. L’ambiguità e il senso del mistero pervadono ampiamente il testo e costituiscono la matrice più vitale e profonda della poesia, e la sua più autentica fascinazione.

Rossella Cerniglia

*

Per altri approfondimenti sul libro e per leggere altri versi,  clicca QUI

Angela Greco (AnGre) — Arcani

Arcani, poesie di Angela Greco, ospite del blog Almerighi

Ascolta & Leggi: Benedetto Marcello (Adagio) Angela Greco (Arcani)   

Il nome non ha importanza; hai sempre pensato
si chiamasse in modo straniero, forse per via di sua madre.

Il non detto è parte integrante della poesia, così come il silenzio è per la musica. Arcano è mistero, divinazione, interpretazione della realtà e di quanto a venire attraverso i tarocchi. Quel che non viene mai detto, ma si legge tra le righe di questo libro, sorta di convitato di pietra, è l’ancestrale. Quanto l’autrice dice di sè, della sua storia personale che si fonde indissolubilmente con il legame con la sua terra, la Puglia. La mia, non vuole essere una recensione e nemmeno una nota di lettura, conosco Angela da anni, ho letto diversi suoi libri a partire da Personale Eden, ne ho seguita la scrittura e la sua progressiva maturazione. Arcani, uscito quest’anno per i tipi di Achille e la tartaruga Editore, rappresenta una prima tappa decisiva nella maturazione di Angela, è un libro importante, di cui consiglio vivamente la lettura. Il libro è reperibile qui:

Angela Greco (AnGre) — Arcani

eccone alcuni estratti, ognuno dei brani scelti è tratto da una delle sezioni, ad esclusione dell’ultima di cui ho inserito più frammenti, in cui l’opera si divide (Flavio Almerighi)

.

da Claire (della solitudine e altri ritorni)

§6
Il sole pendola a un’ora ferma sulla grave
a sud di primavera anticipata; una sequenza
di rotti vetri colorati e legni e un ciondolo
appeso alla cipria del cielo, sul collo di un
pomeriggio casuale. Claire vede il verde
di occhi echeggiare alla parete carsica;
meraviglie nascoste dietro fessure di silenzio
e gatti in bilico tra troppe vite. Un falco sorvola
il luogo del prossimo nido incurante della sera
incipiente e dei suoi colori. Giochiamo a dare un senso
alle parole, che ci fraintendono prima della buonanotte.

Si sfuoca in lontananza la visione e per oggi siamo
fermi in questo cerchio, affacciati a un balcone .

*

da I giardini del mago (del tempo e altri percorsi)

§7
E alla pietra, dunque, lascio la profezia
dei giorni passati ad aspettare che
la storia raccontata a bordo sonno
diventi inciampo e ri-conoscenza.
Il vento fa dell’erba melodia sottile
fino alle ginocchia ancora illese e
nude; le cadute aspettano in difese
nuovamente il loro turno.

Abito l’antro dei miei avi; una cavità
graffiata nella nudità del risveglio,
appena dopo il sorgere del sole.
La radice nella sua ricerca
sfiora la volta e tace del ventre
in cui torniamo all’origine, risalendo
interstizi contro gravità e abitando
nuove prospettive.

Scomodi, in questa posizione umana,
attraversiamo spazi sospesi tra due sponde.

*

da “Ein jeder Engel ist schrecklich” (dell’incerto e altri dettagli)

§10
infiniti ostacoli infiniti
la crepa sul muro,
la siepe e la siepe,
reiterazioni di affanni,
trottole senza dimora;
eppure, dove non ti aspetti,
dove nemmeno tu
hai speranza di trovarti,
nuovi orizzonti radicano.

Non è un caso
la parola che ci accomuna,
il silenzio che avvicina,
lo sguardo inerme su giorni
e giorni da rincorrere,
spossati da bauli vuoti e
tesori mai riconosciuti.
Possiamo farcela, credimi,
anche perduti come siamo.

*

da Falling (caduta)

Profetico van Gogh, il suo campo graffiato,
i corvi troppo loquaci e le sue strade
senza punto di fuga. Accade, così,
di diventare fiume tra due sponde
nella croce da montare pezzo a pezzo.

Ho una sola salvezza, ora tra le dita,
nonostante l’artrosi circostante, l’en passe,
il giro di tango. Marzo porta sempre con sé
una follia e il mal di stomaco acconsente.
Qui, nonostante la terra copra le salme,
luce e fioritura si sperano comunque.

*

Nella terra bagnata decadente e struggente,
nel suo odore di ieri e bellezza,
inizia a fiorire la lavanda, le mie origini,
un messaggio tra opposti, rosso e azzurro che
s’incontrano tra pietre e gocce, in metamorfosi.
Nel ritrovarsi, raccolgo spighe a bordo strada,
mentre s’approssimano nuvole scure dietro la casa
dalla mezza finestra aperta sulla piazza vuota.

Dove non sei tu incomincia a piovere;
si fa intenso il verde, carnale, prossimo
al desiderio dei tuoi occhi, malachite
che cura il cuore in rovinosa caduta,
giada e acqua, che mostrano il fondo
dove annegare, in trasparenza e lontananza.

*

L’impersonalità appartiene ad altri, non a me
che abito di pelle e mani cespugli di rovi e rose,
sfiancando buonsenso e cautela, sfidando
genealogie di saggi, per il respiro di marzo,
prima delle idi, acque nascoste alla vista,
radici amare, stessa terra e voli altissimi.

Bruci anche più della prima ora, quando le nuvole
erano ancora una possibilità. Adesso, per quel
per sempre,
la pioggia è solo un leitmotiv. Si arrende
anche l’ultima goccia di diplomazia.

*

La sera del venerdì santo il paese vecchio si fa folla e inquieta bellezza; l’occhio si ferma; forse è la luna, che s’affaccia alla fine della strada, forse tu, che baratti un sorriso con la fine del giorno; campi verdi di prossimo grano, reggi nei tuoi palmi una volta (incipit e cielo); guarda la signora senza risposte, argentea e muta, e il letto nero lontanissimo, dove si riflette il ricordo di stradine imbiancate e case vuote; un cristo traballante sale tra le pietre sorretto da dubbi e attese e torno ai passi dell’orologio della piazza, ai battiti scanditi dal giorno, al colore delle tue scarpe e dei miei pensieri, in questa mattina di grafite, così fragile che si potrebbe piangere.

*****

Angela Greco è nata il primo maggio del ‘76 a Massafra (TA). Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Lupo, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Smasher, 2012); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015 – segnalato al XXIX Premio di Poesia e Prosa Lorenzo Montano sez. Opera Edita); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015, con ciclo fotografico dell’autrice e di Giorgio Chiantini); Anamòrfosi (Progetto Cultura, Roma, 2017 – 3° classificato ex aequo al Premio Internazionale Patria Letteratura 2017); Correnti contrarie (Ensemble, Roma, 2017); Ora nuda, antologia 2010-2017 (Quaderni di RebStein LXVII, 2017); Ancora Barabba (Collezione Bocche Naufraghe, YCP, 2018); All’oscuro dei voyeur (YCP, 2019, prefazione di Franco Pappalardo La Rosa e disegni di Angelo Bruno).
Le sue poesie sono incluse in numerose antologie nazionali ed internazionali, riviste letterarie, siti e blog e nel 2019, “Claire” – inclusa in Arcani – è stata segnalata nella sezione Raccolta inedita del XXXIII Premio di Poesia e Prosa Lorenzo Montano.
È ideatrice e curatrice del Lit-blog Il sasso nello stagno di AnGre (https://ilsassonellostagno.wordpress.com/).
Commenti e note critiche sono reperibili all’indirizzo https://angelagreco76.wordpress.com/.

Versi da Arcani, di Angela Greco, in uscita per Achille e La Tartaruga con prefazione di Franco Pappalardo La Rosa

…no, non è un caso che abbia scelto il 17 febbraio per condividere questi miei versi…

Arcani di Angela Greco

prefazione di Franco Pappalardo La Rosa, ed. Achille e La Tartaruga, 2020

*

Arcani, nuova silloge di poesie di Angela Greco, è suddivisa in quattro sezioni, rispettivamente intitolate: Claire, I giardini del mago, Ein jeder Engel ist schrecklich (“Ogni angelo è terribile”, che è un verso delle Duinesi di Rilke), e Falling. […] Ogni sezione consta di una serie variabile di componimenti dai versi normalmente ipermetrici, più o meno narrativi, ma di una narratività, anche quando l’ipermetria si accorci, sempre frantumata, interrotta e ripresa, e dal ritmo sì piano, ma serrato e ben scandito, dove s’avverte, ma sotto l’aspetto puramente formale, la lezione pavesiana sulla “poesia-racconto” e sull’”immagine-racconto”. (dalla Prefazione di Franco Pappalardo La Rosa. In copertina: A. Mantegna, SOL XXXXIIII, Carta n° 44 dalla cosiddetta “serie E”, 1465 ca, Firenze, Galleria degli Uffzi, Gabinetto Disegni e Stampe).

*

.
§
E, quindi, cosa lascio di questi miei trascorsi?
Un’addolorata sbiadita al crocevia, un cancello
chiuso che ha ceduto alla ruggine e una fenditura
d’asfalto fiorita di parole in un giorno di febbraio.
Claire si ferma e guarda la tramontana che azzurra.
Il vento arriccia il tufo e lame di luce seguono
diagonali di pensieri e facciate divise a metà.
«Portami una bocca di leone dal tetto più alto,
scala questa torre di quotidianità per un pezzo di
mondo da mordere a sera, quando la voce va via e
rimaniamo pensierosi sul rosa e sulla nuova luce».
.
Siede al tavolo l’attesa; dalla finestra il paese vecchio
si svuota persino di preti e campane.
.
.
.
.
§
Un merito, tutto sommato, potranno attribuircelo:
quello di aver favorito il declino, un’altra caduta
verso un pozzo dagli appigli difficili. Persino la Poesia
ha smesso di credere in questo genere che di
umano ha ormai ben poco.
.
Gare al ribasso.
L’assenza è una realtà cumulativa, uno spazio
indefinito falciato e arso dopo la mietitura;
si spera un’attesa a maggese, ritorno di fertilità nella
connivenza, che pretende di scrivere il termine ultimo.
.
.
(per richieste e informazioni http://www.achilleelatartaruga.net/contatti/)

.

Angela Greco è nata il primo maggio del 1976 a Massafra (TA). Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Ed.Lupo, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Ed.Smasher, 2012); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015 con fotografie dell’autrice e di Giorgio Chiantini); Anamòrfosi (Progetto Cultura, Roma, 2017); Correnti contrarie (Ed.Ensemble, Roma, 2017); Ora nuda, antologia 2010-2017 (Quaderni di RebStein LXVII, 2017); Ancora Barabba (Collezione Bocche Naufraghe, YCP, 2018); All’oscuro dei voyeur (YCP, 2019, prefazione di Franco Pappalardo La Rosa).

 È ideatrice e curatrice del collettivo di poesia, arte e dintorni Il sasso nello stagno di AnGre (https://ilsassonellostagno.wordpress.com/). Commenti e note critiche sono reperibili all’indirizzo https://angelagreco76.wordpress.com/.

Angela Greco, estratti da All’oscuro dei voyeur

Angela Greco, estratti da All’oscuro dei voyeur

[…]
Più che l’arredo è l’imprecisione
a fornire appigli solidi. Fuori concorso
che meravigliano per lealtà
grani di polvere sul rosario appeso
al ricordo di quando eravamo santi.
Tolta l’aureola allo sguardo rimane
la nudità che non può essere travisata.
Nel circo l’apparenza s’improvvisa neve
per chi è in cerca di souvenir; intanto,
rimaniamo non addomesticabili cercatori
di ciò che si è perso prima del giorno.
(da “chilometri a ritroso”)

*

[…]
Vorrei rimanesse di me una puntina da disegno,
sotto la pianta del piede, di quelle che ricordano
i diciassette anni e un cattivo voto costato un sabato
sera; qualcosa che non accade più, di cui resta la cicatrice
in memorie di carta in disuso; vorrei fabbricanti di veleni
che si convertano all’arte, un filo argentato a legare
una mano piccola e una grande, un disegno da bimbi
di prima elementare per ricominciare e imparare il resto.
(da “notte e terra”)

*

[…]
Il vicolo nasconde la vena e la smagliatura antica di tufo giallo
a rigare di continuità questo ribaltato ventre di colori. Tra
il cobalto e il rosso raggiungiamo Napoli a maggio.
Rovine da scalare per dire mattino nello zucchero del risveglio,
lo stesso film di quella sera d’inverno. Il cielo ha geometrie
sensibili tra le pietre innalzate a casa e la strada; tagli precisi,
che slacciano percorsi a scendere sotto madonne dai raggi bui.
In restauro, davanti al rigattiere dei leoni, siamo numeri a caso
estratti tra fortuna e destino dal tempo che sorprende.
Una disfatta, prima della parola, ci raggiunge al collo.
(da “Dissimiglianze”)

*

Tutte le cose imperfette hanno un battito in più,
un moto di ricerca, una stella che si colloca dove
meno la si vede e che pure brilla prima.
Qualcuno nel giardino sta suonando un richiamo;
seduto sul fondo della scena osserva lo scompiglio
del mattino di buoni propositi e discese all’inferno.
E diventi tu stesso l’edificio altissimo,
la successione dei piani, la fuga dello sguardo
e le camere che incalzano, gli specchi rotti e i tavoli
su cui poggiare la mano, quando a schiena curva
non basta il ricordo per darsi sollievo.
[…]
(da “je te veux”)

.

Angela Greco (AnGre) è nata il primo maggio del ‘76 a Massafra (TA). Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Ed.Lupo, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Ed.Smasher, 2012); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015); Anamòrfosi (Progetto Cultura, Roma, 2017); Correnti contrarie (Ed.Ensemble, Roma, 2017); Ora nuda, antologia 2010-2017 (Quaderni di RebStein LXVII, 2017); Ancora Barabba (Collezione Bocche Naufraghe, YCP, 2018); All’oscuro dei voyeur (YCP, 2019, prefazione di Franco Pappalardo La Rosa).

È ideatrice e curatrice del collettivo di poesia, arte e dintorni Il sasso nello stagno di AnGre (https://ilsassonellostagno.wordpress.com/). Commenti e note critiche sono reperibili all’indirizzo https://angelagreco76.wordpress.com/.

QUI IL LIBRO

Accade a Venezia…

—–[42] In questa città si può versare una lacrima in diverse occasioni. Posto che la bellezza sia una particolare distribuzione della luce, quella più congeniale alla retina, una lacrima è il modo con cui la retina – come la lacrima stessa – ammette la propria incapacità di trattenere la bellezza. In generale, l’amore arriva con la velocità della luce; la separazione, con quella del suono. Ciò che inumidisce l’occhio è questo deterioramento, questo passaggio da una velocità superiore ad una inferiore. Poiché siamo esseri finiti, una partenza da questa città sembra ogni volta definitiva; lasciarla è un lasciarla per sempre. Perché con la partenza l’occhio viene esiliato nelle province degli altri sensi: nel migliore dei casi nelle crepe e nei crepacci del cervello. Perché l’occhio non si identifica col corpo, ma con l’oggetto della propria attenzione. E per l’occhio la partenza è un processo speciale, legato a ragioni puramente ottiche: non è il corpo a lasciare la città, è la città ad abbandonare la pupilla. Allo stesso modo il commiato dalla persona amata provoca dolore,e soprattutto un commiato graduale, chiunque sia a partire e per qualsiasi motivo. Nel mondo in cui viviamo, questa città è il grande amore dell’occhio. Dopo, tutto è delusione. Una lacrima anticipa quello che sarà il futuro dell’occhio.

da Fondamenta degli Incurabili (Adelphi, 2012) di Iosif Brodskij

—–Sfumata in un residuo di nebbia che non ce la faceva né a dissiparsi né a diventare pioggia, un po’ disfatta da un torpido scirocco più atmosfera che vento, assopita in un passato di grandezza e splendore e sicuramente d’immodestia confinante col peccato, la città era piena di attutiti rumori, di odori stagnanti nel culmine d’una marea pigra. Sole e luna le segnavano un ritmo diverso, e come sospinta da un doppio scorrere di tempo essa incessantemente moriva nei marmi e nei mattoni, nei pavimenti avvallati, in travi e architravi ed archi sconnessi, in voli di troppi colombi, nell’inquietudine di miriadi di ratti che si annidavano moltiplicando in attesa. Della gente ognuno portava in sé un particella di quella finalità irrimediabile. Facevano le cose d’ogni altra gente, comprare il pane o il giornale, andare al tribunale o ad aprire bottega o a scuola e perfino in chiesa, e lo facevano con più spensieratezza che altrove, con un ridere arguto e gentile, in una parvenza di commedia che peraltro era, appunto, un invito affinché la morte facesse più in fretta.

Poi, un campanile dietro l’altro, il cielo opaco fu raggiunto dal mezzogiorno, ma non bastò a fare allegria nell’umido mezzogiorno di novembre. Al di là della commedia, chi aveva sentimenti e presentimenti poco lieti doveva per forza tenerseli. I mori dell’orologio batterono a turno, anch’essi due volte, le dodici ore sui tetti e sopra la vasta piazza del santo evangelista.

da Anonimo veneziano (Ed.BUR) di Giuseppe Berto

La città risuona ad ogni onda che si infrange sulle sue fondamenta.
Il vetro soffiato appena qualche isola da qui è trasparente
e racchiude tutti: il mare, lui, lei, l’abitazione, la tigre e la poesia.
La stagione è tra le migliori nonostante sia inverno;
il sibilo del vento attraverso i ricami di pietra ammalia.
.
Ancora una finestra aperta.
Dalla via d’acqua sembra non ci sia la luce all’interno.
La tenda bianchissima ondeggia.
Il secondo piano è la cima innevata dove respirare aria purissima.
.
I due sono nudi prima della notte.
Bussano ad una porta di legno antico.
Si apre una inaudita intimità. Entrano.
.
.
da Anamòrfosi (Ed.Progetto Cultura, Roma, 2017) di Angela Greco.
(immagini dal web; dipinto di Claude Monet, Tramonto a Venezia)

All’oscuro dei voyeur di Angela Greco letto da Claudia Manuela Turco

All’oscuro dei voyeur di Angela Greco letto da Claudia Manuela Turco

Pubblicata sul sito Literary (nr. 5/2019) che si ringrazia. 

*

All’oscuro dei voyeur (libro di poesia – QUI ), propone Angela Greco al lettore, confermandosi, con questo suo nuovo libro, voce interessante e versatile del nostro panorama letterario.

Accompagna l’opera, la prefazione di Franco Pappalardo La Rosa. Il racconto poetico si snoda attraverso versi densi di immagini e significati, di ramificazioni e gemmazioni, versi mai magmatici nel loro avvicendarsi, mentre i segmenti di parole si spezzano e precise suture di senso favoriscono una forte coesione.

La prima parte del libro, la “Prospettiva Hopper”, comprende passaggi, solitudini e vocazioni (riferimenti a Edward Hopper si troveranno anche in seguito, nel corso della lettura): «Vuota, dietro il vetro, la camera degli amanti / torna al pennello di Hopper. Questioni di colori / sbiadiscono il principio di giugno. Nessuna pietra / impedisce al piede la salita e la slogatura». I “passaggi” avvengono alla presenza di segnali che disorientano («Il navigatore ha perso la stella / e ha affidato al telefono la sua personale ricerca»). Anche se l’autrice ammette, su uno sfondo incupente, «Osservo energia priva di scopo», vengono comunque affidati «Al foglio bianco il possibile squarcio, / la metafisica dell’attesa».

Le inquietudini esistenziali, le domande senza risposta, rappresentano l’anima vibrante e ferita di queste pagine. Ed è subito sera: «Il paesaggio distratto in lontananza non si preoccupa / del muscolo in salsa e accende una luce. / La decomposizione da cui deriviamo allarga l’orizzonte: / alla fine ogni eccesso si riduce a pochi elementi chimici. / Intanto sulla soglia una signora con mantello attende», mentre «Lo strazio dell’ombra è l’assenza nella luce / di un motivo, che proietti soluzione alla notte». E noi siamo «in cerca di cosa? Giunge la sera».

All’oscuro dei voyeur presenta fluidità di stile, ogni parola o immagine è di ispirazione per la seguente, senza mai perdere di vista l’origine, chiudendo molti cerchi. «Segni misteriosi rincorrono il risveglio. / Non occorrono soggetti solenni, né temi nobili / per ritrovarsi». Anche gli «Avanzi della cena in bagno» (per un attimo può venire in mente La stanza da bagno di Jean-Philippe Toussaint) possono rammentarci l’importanza di non dare mai nulla per scontato, poiché niente è mai banale se lo si sa guardare e collocare nella più ampia rete di significati e legami possibili.

Si cerca di vincere le “solitudini” in modi diversi, ognuno secondo le proprie possibilità. «Edward costruisce fondali e lame di luce nell’attesa», ma «Cosa accade dietro il sipario Edward non può saperlo», come chiunque altro. Un esempio di So-stare in solitudine è rappresentato, invece, da un vecchio musicista che si osserva allo specchio «per farsi compagnia».

Angela Greco reinventa alcune figure femminili con grande efficacia: «Salomè decide per se stessa. Chiede la sua testa; / non basta il vassoio d’argento a contenere il disgusto»; «Cecilia venne tratta dal marmo nella stessa posizione / del martirio e del collo segnato dalla spada. / Il volto della fanciulla si può solo immaginare. / Del coraggio si sente ancora voce ferma e fiera. // Ogni giorno ha il suo santo che canta. / Lo sguardo al cielo non è facile se soffri di cervicale». Parlando di “vocazioni”, la poetessa può affermare: «Assecondo la vocazione del cantastorie»; «Potrebbe sembrare strano, ma in alcune ore del giorno / i personaggi diventano credibili».

Non può sfuggire, nel corso della narrazione in versi, l’eleganza di taluni particolari, catturati con precisione: «Una scenografia a punto inglese in attesa della sera / ritaglia posta elettronica con forbici a cigno». Infatti, All’oscuro dei voyeur è esempio di poesia che, attraverso il dettaglio, mira all’essenziale. «In certi giorni è difficile smettere di scrivere»: si sovrappongono luoghi e tempi, memorie e speranze, illusioni e sogni, presenze e assenze («Il confine tra qui e l’assenza è una stanza sul mare»), separazioni e ritorni. Si verificano “Variazioni sulla distanza”, in un viaggio di sola andata, tra crisi di identità («Avrò notizie di me / tra qualche giorno. Oggi non mi riconosco») e qualche “Fuori programma”, mentre «l’ingiustizia più acuta è la replica della forma al mattino».

Nonostante una quotidianità che ci ricorda costantemente che siamo tutti «un uccello che domanda l’indirizzo di casa», leggendo queste pagine, profumate anche di mare e caffè, possiamo almeno per un attimo allontanarci dalla dimensione di “Notte e terra”, perché «La poesia è insubordinazione, stazione viaria, azione, / passaggio in auto-stop verso una nuova galassia».