Lucia Triolo, estratti da Debitum e una nota di lettura di Angela Greco AnGre

Il sasso nello stagno di AnGre poesia edita

“Le poesie di Debitum rimandano a qualcosa di già detto da altri, e a cui si deve la loro nascita. Così in gioco è sempre il riferimento all’altro; un altroche, già dall’origine, prende il testimone della parola per vederla continuare senza alcuna garanzia che quel che è inteso nel “verso” che precede sia esattamente quel che è inteso nella “verso” che ne scaturisce. Se il senso del “debito” si lascerà cogliere sarà in direzione di una poesia che si offra come territorio di incontro e di scavo: una poesia che si abita più che una poesia che si legge” (estratto)

POESIA FERITA

….“la poesia si ferisce in noi, e noi
…..alle sue fughe”
…..René Char, Due rive ci vogliono
.
.
Cosa si dirà alla fine
del fuoco prigioniero?
un’ altalena il peso
di quel velo
.
ecco:
i propri sentimenti
e la follia di mostrarli
l’elefante è in scena tra i bicchieri
e…questa follia a stravolgere
ogni custodia
a rovesciare come un guanto i mondi
e i muri bianchi
.
la poesia si ferisce a morte
nel pusillanime canto
imprigionando sprigionando fuoco
quando il coraggio non fa luce
e noi
un po’ vigliacchi
un po’ eroi…
.
sono nata dicendo “ti amo”.
.
.
.

SE ESISTI

….“Se esisti per davvero-fatti avanti”
…..Nina Cassian, C’è modo e modo di sparire  “Preghiera”
.
.
Se esisti per davvero non ti fare avanti
è tardi ormai
.
senza di te ho girato
nei bar dai tavolini vuoti
nelle stanze a pensione ho frantumato assenze
.
senza di te ho pensato
il mio lungo racconto
mostravo in giro il corpo
giovane e bello
per far pubblicità al cervello
.
Tutti i miei sguardi erano
più di un forse
se senza di te ho schivato urti
scavato tenacia nel verde delle foglie
ho sghignazzato e riso
ho raso il pelo ai morti
.
.
Ora lascia che muoia ostinata
non risuscitarmi
voglio vendicarmi
del vuoto che c’ è in te
farti capire e mordere l’assenza:
.
se esisti per davvero
sarai tu a
piangere per me
.
.
.
I BARBAGIANNI DELLA MORTE
.
……“Nessuno tocchi Caino”
.
……..non uccidetemi
……..ho dei ricordi
.
guarda la morte
come salta alla corda
ho addomesticato le sue streghe e i barbagianni:
sul volto dell’abbandono
oggi c’è un sorriso
accade una memoria
un segreto smette di riposare
su una smorfia
e uno scambio di intese
apre la casa alle parole
.
……non morirò con me
……ho una storia

  .

(gli esergo nelle pagine del testo sono spostati molto più a destra, mentre in questa sede non si è potuto riportare i versi in maniera differente.)

Lucia Triolo è nata e vive a Palermo, nella cui Università ha insegnato Filosofia del diritto. Il suo impegno come scrittrice di poesia è abbastanza recente: ha pubblicato per la G.A Edizioni: “L’oltre me” (Maggio 2016), per le Edizioni il Fiorino: “Il tempo dell’attesa” (Maggio 2017), per La Ruota Edizioni: “E dietro le spalle gli occhi” (Febbraio 2018), per BIbliotheke Edizioni: “Metafisiche Rallentate” (Ottobre 2018), per DrawUp Edizioni: “Dedica” (Aprile 2019), ancora per La Ruota Edizioni: “Dialoghi di una vagina e delle sue lenzuola” (Maggio 2019), “Debitum” (Aprile 2021) per Prometheus Edizioni. È presente in numerose riviste e antologie pubblicate nel quadriennio 2016/19. Numerosi i riconoscimenti di rilievo e la partecipazione a riviste di settore e a prestigiose antologie, quali l’agenda poetica Il Segreto delle fragole 2020 (Lietocolle edizioni), l’antologia Poeti per L’Infinito (V. Guarracino a cura di) e la recentissima antologia Una furtiva lacrima (V. Guarracino, a cura di)

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Debitum di Lucia Triolo letto da Angela Greco

Si intitola “Debitum” (Prometheus, 2021, con un saggio critico di Giuseppe Cerbino) l’ultima raccolta di poesie di Lucia Triolo (Palermo, dove è nata e vive ed ha insegnato Filosofia del Diritto nell’Università cittadina), dinamica e prolifica autrice molto attiva anche in ambito telematico. Superato l’efficace saggio introduttivo, che accende una luce chiara ed esaustiva sull’opera, ci si imbatte in una raccolta – o, meglio sarebbe definirla operazione letteraria – dal titolo a parer mio onesto, visto che ogni scrittore di versi deve sempre qualcosa a quelli che chiama maestri o, quantomeno, alla poesia e ai poeti che lo hanno preceduto; e, di fatti, si può parlare di un’opera corale, redatta dalla poetessa insieme con tutti gli autori che chiama a raccolta in esergo ad ogni componimento e ai quali fa riferimento.

Un percorso che parla di altri per dire di sé, fondamentalmente, come tutta la Poesia sa fare, tributando l’importanza della lettura e della conoscenza degli altri poeti per giungere al lavoro editoriale proprio; un utile strumento, questo edito della Triolo, per venire in contatto con il faticoso lavoro di studio che ogni scrittore di versi (e non solo) dovrebbe compiere.

L’autrice “dialoga”, anzi, interagisce con i suoi Autori intessendo ipotetiche continuazioni-interpretazioni di pensiero con i versi da cui nascono i suoi stessi versi, generando commistioni tecnicamente complesse che, però, fanno sorgere nel lettore la voglia di rileggere gli originali da cui sono stati estrapolati i versi “generatori” di questi componimenti della Triolo.

L’arditezza di taluni accostamenti lascia perplessi, come nel caso di “Burro fuso” che in esergo riporta celebri versi di Leopardi tratti da “A Silvia”, ma il titolo si riferisce ad una similitudine della poetessa riferita alla giovinezza che “mi precipita in bocca / come burro fuso” e fa piacere incontrare poeti contemporanei e vicini, come nel caso dell’esergo tratto da un componimento di Flavio Almerighi, ma molto più spesso ci si ferma a riflettere su cosa leghi le citazioni alle poesie dell’Autrice e questo è un bell’esercizio.

Se si potessero slegare gli estratti celebri dalle poesie raccolte in “Debitum” – ed è un’operazione, a parer mio, legittima per il lettore che, come me, vuole toccare con mano il frutto dell’autore che sta leggendo – ci troveremmo di fronte ad una sincera poesia contemporanea, godibilissima anche e forse soprattutto senza tributi, che spesso suonano come captatio benevolentiae, composta come da tradizione sull’onda emotiva della paura della morte e del tempo che passa e, soprattutto, aderente ad un lirismo che piace, poiché in Lucia Triolo è vivo il cuore che batte e che, su tutto, ama. [Angela Greco AnGre]

Fabrizio Bregoli, estratti da Notizie da Patmos

Il sasso nello stagno di AnGre poesia edita

Fabrizio Bregoli, estratti da NOTIZIE DA PATMOS (La Vita Felice, 2019)

Dalla prefazione di Pietro Marelli:

[…] Questa è la personale Apocalisse (catastrofe o rivelazione?), con le sue notizie poetiche ed esistenziali, la sua appartenenza, e insieme la sua inappartenenza, che forse neppure una speranza “matematica” riesce a portare a risarcimento del suo laboratorio linguistico, quello che si è impegnato a risemantizzare una parte del lessico scientifico contemporaneo, proponendolo come personale metafora. Una poesia che, soprattutto, cerca di agire sul destino dell’autore inteso come personaggio di fondo, monologante, dove, però, la traccia che rimane rivela un’impossibilità (ancora montaliana?) di concludersi in una prospettiva o almeno in un’ipotesi possibile di senso, cercato sì, ma continuamente rimandato in un altrove che, probabilmente, esiste prima e dopo la poesia stessa.

Poesie esistenziali, dunque, continuamente in attesa di questo altrove, tenendo soprattutto una continua, indicibile, non so se delusione o altro, ma il tutto disposto in una memoria emotiva e linguistica. Il “gioco” di questo poeta è però severo, senza la minima concessione all’enfasi o, peggio, a qualche tentativo di personale poetica assoluzione, sotto la cappa di un tempo continuamente interferente nel suo desiderio di congiunzione perfetta tra parola e mondo. Cammino che Bregoli ha deciso di non interrompere. Certamente il suo “io” (è possibile diversamente?) è naturalmente presente in questi versi, ma costretto in una condizione temporale, che vuol dire storica, chiedendo alle parole una “spiegazione” che il suo io lirico, per adesso, fatica ancora a concedere, anche se a questa scientificità si contrappone un’auroralità di scrittura che ha come compagno il bisogno di dire attraverso un altrove lessicale non sempre facile da accettare e non sempre disposto, nella sua giurisdizione prosodica, a farsi disponibile. […]

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IL NOSTRO SPAZIO
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I pomodori, quel nostro orto minimo
georgica di un credo elementare.
Piantine trapiantate in doppia fila
disposte a bina, ai lati dell’aiola,
le foglie che sanno farsi arco. Mani.
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Nel mezzo il solco cupo della terra
quella frontiera brada, inospitale
erbe infestanti, un verde da scerpare.
L’esilio necessario.
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Noi le mani che separano, creano
il vuoto per la congiunzione, tracciano
integro il deserto.
Nos…………..traNostra missione
vivere quella zolla inabitata,
la divisione il solo nostro spazio.
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GEOGRAFIA DI CONFINE
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Avevi la passione dei confini
tracciare fronti di demarcazione,
la loro geografia compiuta. Solida.
Per questo t’affidavi alle cartine
quella certezza di valichi e passi,
ciò che serve a dare ordine alle vite,
fosse anche un limbo nel deserto, un muro
una zona demilitarizzata.
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A noi non è servito confinarci
ciascuno in un cordone sanitario
perché c’è sempre una metà che manca,
l’amore che rimane impronunciato.
C’è bastato credere
franca una terra di nessuno, noi
intatti territori d’oltremare,
colonie di un’uguale solitudine.
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ISTRUZIONI ALCHEMICHE PER IL COMPOSTAGGIO
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Raccogliere e impilare sfalci d’erba,
gusci di noci, fondi di caffè
filtri del tè, ossa, altre immondizie buone.
Rivoltare due o tre volte l’anno, piano
per riattivare il ciclo del silenzio.
Di quando in quando innaffiare, aggiungere
qualche altra scoria, emersa da uno specchio
dimenticato. Pressare a dovere
come a reprimere un singhiozzo buio,
un ricordo di frodo.
Poi maturare a fondo, concedere
varco al tempo, alla sua lama gentile.
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Talvolta – dopo un terremoto d’anni –
vi affiora una poesia.
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Bregoli Notizie da Patmos

Fabrizio Bregoli, è laureato in Ingegneria Elettronica, lavora nelle telecomunicazioni e coltiva da sempre la passione per la poesia. Ha pubblicato alcuni libri fra cui “Il senso della neve” (puntoacapo, 2016), “Zero al quoto” (puntoacapo, 2018), “Notizie da Patmos” (La Vita Felice, 2019). Gli sono stati assegnati il Premio “Guido Gozzano” e il Premio “Città di Umbertide” per l’edito, Il Premio “Dante d’Oro”, “Città d’Acqui Terme” e “San Domenichino” per l’inedito. Presente su molte antologie e riviste letterarie, fa parte della redazione della pagina Facebook “Poeti Oggi” per cui cura la rubrica “Blocchi di partenza” e del lit-blog “Laboratori Poesia” per cui cura la rubrica “Poesia a confronto”. È tra i fondatori e membro della redazione del blog di cultura e letteratura “Casamatta”. Il sito dedicato alla sua poesia è: https:// fabriziobregoli.com

Flavio Almerighi, alcuni estratti da Lettere

Il sasso nello stagno di AnGre poesia edita

Flavio Almerighi, estratti da LETTERE (Macabor Editore, 2021)

Con affetto
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Gesù Cristo, mi piacerebbe
essere di nuovo felice!
Salire su un autobus
e, dopo la colletta, tornare a casa.
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Non è più lo stesso senza te.
Preferisco non sentire
gli anni sbagliarmi addosso,
vorrei ascoltare altra musica.
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Qui il più legale è bandito.
Spiana la canna sotto il mento,
alzi le mani d’istinto
mentre ti vuota le tasche.
Sorride prima di spezzarti i denti.
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In ogni epoca tutti sono amici,
fino a quando cominciano i soldi.
La scena si consuma,
l’avarizia divora, strappa ogni piuma
d’inutili orpelli ai vivi.
.
Con affetto.
.
.
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Dimenticare tutto
.
Cosa raccontiamo. Smembrata la Compagnia,
ognuno ha ripreso la propria strada
oltre i campi, verso la nuova età dell’oro.
in fondo, servono guerre per arrivare alla Luna.
Le divergenze parallele porgono cordiali saluti.
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Salgono docili le biciclette su treni e romanzi pieni
di zitelle, vocazioni negate in aste per baci sporchi
dentro case di incontri e anime lontane
Dimenticato del tutto il fumo dei camini
persi nel vento, nelle rose continuamente lisciate
di luce mai vista, nemmeno sentita, ma ovunque
presente, supplica di ogni giorno bene in evidenza.
.
Dove andiamo. Della mia uniforme conservo fregio,
mostrine, scarpe ancora disposte a proseguire, ricordi
di vicinanze sbranate dal tempo
e chiusi i negozi di dischi
.
Dove siamo adesso. Saldi a una fermata, non si sa
di tante speranze quale sia stata la prima a morire,
l’ultima ancora in piedi, fuori a fumare senza timori
per l’arrivo di una nuova brutta stagione.
.
Dove sarà Dio È rimasto ad Auschwitz a sbucciare zucche,
a scolpire ciottoli, a dimenticare
.
.
.
Le campane di Forte Interrotto
.
sulla via
fossili di vita trascorsa
e lo squillare senza fonte
di campane mosse dal vento.
sono venuto a vivere il silenzio
di fantaccini falciati,
derubati anche del nome
e dispersi nella furia della Vaia
.
in attesa del rientro
a morire di cicale e zanzare,
anche noi carne da cannone:
questa volta
non prenderanno prigionieri
ma siamo già in gabbia,
poveri e illusi
.
.
.
VI
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Sarà buio per tutti
presto o tardi, salvo rimandi
e successive proroghe.
Guardatevi da fratelli
da sorelle.
Guardatevi dalle famiglie,
mirano a spartire
dividersi il nulla.
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A un certo punto assenti
si diventa nessuno
per taluni memoria,
nemmeno sufficiente
a riempire un minuto
di silenzio
.
Lettere Almerighi

Flavio Almerighi è nato a Faenza il 21 gennaio 1959. Sue le raccolte di poesia Allegro Improvviso (Ibiskos 1999), Vie di Fuga (Aletti, 2002), Amori al tempo del Nasdaq (Aletti 2003), Coscienze di mulini a vento (Gabrieli 2007), durante il dopocristo (Tempo al Libro 2008), qui è Lontano (Tempo al Libro, 2010), Voce dei miei occhi (Fermenti, 2011) Procellaria (Fermenti, 2013), Sono le tre (LietoColle, 2013), Caleranno i Vandali (Samuele, 2016), Storm Petrel (edizione bilingue di “Procellaria”, Xenos Books Los Angeles, 2017), Cerentari (antologia fuori commercio Tempo al Libro 2017), Isole (Ensemble, 2018), Ignoti (e book gratuito Collana Lotta di Classico a cura di Massimo Sannelli, 2018), Lettere (Macabor Editore 2021).

Novità editoriale: Ananke, poesie di Angela Greco AnGre (Ladolfi Ed. aprile 2021)

In questi giorni, per i tipi Giuliano Ladolfi Editore, che ringrazio per la fiducia, per la professionalità e per la ricerca operata nel campo della poesia contemporanea, è uscito ANANKE, il mio nuovo libro di poesie, introdotto dalle parole di Fabrizio Bregoli, al quale va il mio ringraziamento per la stima e l’amicizia, e presentato dalla superba copertina creata da Angelo Bruno, che, parimenti, ringrazio. Il libro, che vede la luce in un momento comune difficile e drammatico – del quale porta impressi i segni nella visione della realtà, aggiungendo, com’è nel mio carattere, sempre un punto luce – vuole essere un augurio di ripartenza e un invito alla tenacia, a non arrendersi e a perseguire, nonostante tutto, i propri sogni e quello in cui si crede fermamente. Tra qualche giorno sarà disponibile presso tutti gli store on line; intanto, sono felice di condividere con gli Amici e i Lettori, la mia gioia. Grazie.

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ANANKE di Angela Greco AnGre,

Giuliano Ladolfi Editore, aprile 2021; Introduzione di Fabrizio Bregoli

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Non lontano da questa mattina
calcinacci bianchissimi a bordo strada,
tra scarti di caramelle e germogli
ostinati, hanno risvegliato il giorno
incuranti dell’asfalto; si procede
per sottrazioni, operazioni lontane
dai quaderni di quando eravamo piccole mani,
fiocchi colorati per distinguersi nella ressa,
inciampi di parole e ginocchia ferite.

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La difficoltà sta tutta nella posa dei piedi,
nel loro passo fermo sulla superficie che
trattiene dalla caduta, nel tentennamento.
Da quassù non è semplice come dicono,
tutt’altro; la visuale, quella sì, ha un valore
e forse la metafora rimarrà oscura, ma
occorre tentare, senza ripensamenti.
Mon dieu, nemmeno tu comprendi più
questo spazio che va restringendosi.

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“Angela Greco sceglie di intitolare la sua nuova raccolta di poesie, con un chiaro riferimento mitologico alla tradizione classica, a Ananke, ossia la forza del destino, l’ineluttabilità del fato a cui l’uomo deve necessariamente obbedire, o soggiacere. Questo potrebbe lasciar pensare che l’autrice, rifacendosi a una scuola di pensiero dalla tradizione consolidata che attraversa i secoli, aderisca a un’idea dell’uomo come di soggetto che è sottomesso a una volontà imperscrutabile e superiore che gli impone le proprie scelte, lo relega a un insieme di accadimenti predeterminati per i quali viene privato di ogni potere decisionale. In realtà questa percezione di un destino che si impone e fa valere le proprie ragioni sulla vita dei singoli, questa constatazione di uno “spazio che va restringendosi” vanno circostanziate e riferite alla serie di eventi a cui la raccolta si rivolge e ai quali, con intelligenza, Angela Greco non fa mai cenno esplicito, ma li lascia intuire dalla inequivocabilità delle date che circoscrivono questi versi a quell’anno 2020, a tutti ben noto. Evitare il cronachismo, procedere per allusioni: questo dà consistenza al messaggio poetico, evita di cadere nella retorica.

Quindi Angela Greco ci propone una poesia, che non si può ridurre a un diario in versi tout court, ma che è una riflessione profonda e partecipe di una condizione storica che, certo, la riguarda individualmente e che la porta a parlare di sé, ma nasce dal bisogno dell’incontro, perché occorre “rendersi conto che una parte di sé stessi è / l’Altro”. Fin dall’incipit dell’opera è chiara questa responsabilità di fondo che porta l’autrice a una definizione della poesia come di “questa sostanza che unisce / respiri e calci a gamba tesa”, agone aperto e problematico in cui avviene la scrittura, in una consapevolezza a livello di poetica che è essenziale per evitare di cadere nel tranello del già detto e dell’ovvio: “bisogna tornare a scrivere con la penna tutto l’alfabeto”.

Questa fiducia di Angela Greco nella poesia, del resto, oltre che nella pratica di quest’arte in prima persona, trova conferma da molti anni nel suo lavoro di divulgazione della poesia grazie al suo blog “Il sasso nello stagno”, dove trovano accoglienza i versi dei maestri classici e contemporanei: questa frequentazione assidua e approfondita la porta a una poesia matura, consapevole dei suoi strumenti, debitrice alla tradizione ma anche molto personale, con una fisionomia ben riconoscibile.” [dall’Introduzione di Fabrizio Bregoli]

Tra qualche giorno disponibile su tutti gli store on line.

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Ringrazio Fabrizio Bregoli anche per la presentazione fatta sul suo pregevole sito, dov’è possibile leggere l’Introduzione integralmente:

https://fabriziobregoli.com/2021/04/12/ananke-di-angela-greco

due poesie da Arcani di Angela Greco

versi da ARCANI di Angela Greco AnGre,

prefazione di Franco Pappalardo La Rosa (ed.Achille e La Tartaruga, 2020)

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§

Assenza, la più atroce delle poesie,
costante che scrive anche senza voce;
nell’illusione d’essere abituati ad essa,
al fiorire di sette Hyppeastrum rossi,
torna inesorabile il primo momento,
sassosa arsura contraria alla ragione.
Funamboli sulla soglia del dire, in ascolto
di poche lettere incapaci di mutare
pur nel cambio pelle che comportano.

.

§

«Sei nata nella stagione dei soffioni; col cuore
in contromano | dissemini» (così mi de-scrivi)
Il sole da occidente coglie di sorpresa
i tetti il campanile le erbe
abbandonate alla finestra rotta, che
conosce l’ombra e l’oriente di quando era casa.
Poco più in là, alla periferia di un pensiero,
i tuoi occhi di giada dicono bella stagione.
La pioggia odora l’aria; poi, lo scroscio
del tuo nome fra sera e sogno.
S’aspetta tra le mani che trascorra
il buio.
.
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clicca sul link per la nota bio-bibliografica e per il libro:
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Rossella Cerniglia, poesie da Ipostasi di buio

Inauguriamo un nuovo spazio dedicato alla Poesia italiana contemporanea edita: chi volesse proporre i propri versi può scrivere un commento qui e verrà contattato tramite mail. Buona lettura!

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Rossella Cerniglia, poesie da Ipostasi di buio (Guido Miano Editore Milano, 2020)

 Da “PROFONDO INFERNO” – sezione della silloge “IPOSTASI DI BUIO”

II
Un tempo svilito ottenebrato
guida il mio angusto cammino
tra sassi e sterpaglie che non s’aprono
a nessuna fioritura, che il dio
non volle mai creare, ma ci furono
per un evento strano, un caso
un destino.
.
L’ombra mi segue
come un cane fedele segue il suo padrone
e non l’abbandona per nulla
neanche se egli all’improvviso
in un malaugurato buco nero
andasse a sprofondare.
.
Non so dove i miei passi mi portano
non hanno più bussola le mie pantofole
di un tempo, si è fermato il loro orologio.
Ed io sono invischiato in questi
oscuri budelli, in questi gineprai
senza fine, in labirinti
dove un rombo risuona fastidioso molesto
per negare l’armonia
che a volte sfiata da non so dove
e la cerchi senza sapere
dove si sia infilata, dove nascosta
per sfuggire alla noia o al caos
ingombrante della vita.
.
Sei sempre tu eppure non più tu
non quello che conoscevo un po’
di tempo fa, non quello
che qualche volta mi appariva amico
dietro quella barba e gli occhiali
ed ora ne è rimasta la maschera
che ride e non ha senso il suo ridere
non ha legami con la vita o il mondo gli altri.
.
Che resta, alla fine di tutto
di questo mare sporco di impressioni
di questa luminaria fatiscente
che vorrebbe gioire e non gioisce,
di questo amore divelto dal mio cuore
con mani sacrileghe e inesperte?
Dove andranno i miei giorni e le mie ore
dove s’allineeranno la mie spente candele
a formare ininterrotta fila verso il nulla?
.
.
.
III
Ti chiamo nel vento senza fine
che ha voce di bufera ma è inutile
il chiamare per chi non ha orecchie
per sentire.
Si perde la mia notte nelle contrade buie
del sonno e della morte, dove un’acqua
cristallina si annuncia nel finire
e il pallido alone d’un sole remoto
si mostra nelle perdute lontananze
limitrofe del niente e si vela e nasconde
lasciando nel suo fondo un desiderio
pronto a morire, un’ala lontana non più ala
moritura inarrivabile.
.
Ti conosco, miope sole nascosto
che astuto giochi con la flebile anima
gemente. Non largirai ancora una volta
illusioni per un gusto nefasto che ti possiede?
Non sarai il mellifluo seduttore
che trascina la vita verso il baratro
dove più non si spalancano le ore?
.
Ma è già domani
e il canto del gallo non annuncia
che il nulla da venire
declinato nelle sue variabili forme
insipienza e indifferente clamore
con la veste barocca e l’anima piena di niente.
.
Avanza nei cortei nelle piazze
sbandierando una fede che non possiede
nei vicoli del caos cittadino
sempre temerario insorgente
con pugni di polvere negli occhi
e strepitando incalza il mondo
leader di paglia con gregge smisurato
inconcludente epigone di un oceano
di bizzarri profeti, di matti scapestrati
inutile ciarpame che si mescola alla vita.
Ora dirò: che resta di questo
strepito immane, del multiforme vuoto
che ci incalza ad un agire vano ed insensato
che resta di questa misera spoglia della vita
quando il muro del tempo ormai crollato
d’ogni incombenza ci libererà
forse per altro oceano più insensato e vuoto?
.
.
.
IV
Chi ti condusse a vivere
in questo tempo morto
senza alate chimere
senza luce
che illuminò lo sguardo
di nuvola accesa nel sole?
.
Dove siete finiti giorni illustri
e terre e mari amati sconosciuti?
Viveste solo un’ora un giorno
un tempo di una primavera lontana
e nella memoria vaga
che mi attraversa l’oggi
di navicella fragile
di carta
che navigò controvento
per raggiungervi
e un refolo
risospinse sulla riva.
.
Quali miraggi ti recavano
sulle loro ali di vento
per questo sonnolento etere
pieno di fumi e noia?
.
Si è fatto arido tutto ciò che resta
franta la terra e scoscesa.
Nel crepuscolo lagnosi fantasmi pigolanti
emergono da crepe millenarie
-piene di chissà che altre ombre moleste-
e a sera gli è permesso di tornare alla ribalta
a un vecchio palcoscenico che simula la vita
in grottesche patetiche movenze
mentre nell’oltretempo
di qualche inaccessibile mistero
una fame germina di visioni inattese
e una fine che non ha mai fine…
.
Come colmare l’esiziale desiderio
che rechi in grembo, nel cuore
della tua notte
mentre vai per strade non battute
con in tasca l’ora dell’orologio
che incalza e corrode i giorni?
.
Raggranellerai alla fine
le morenti cadenze di speranza
in un corpo ormai chiuso
nell’unica visione di chi
non ti respira più dentro la vita
un alito selvaggio che divora?
.
Il giorno s’è scambiato
con una notte che non finisce
niente albe o inutili tramonti
neppure puoi permetterti di frugare
dentro le pieghe segrete di un destino
che porta morte con sé
non più pensare aperti cieli
o desideri pronti a sconfinare.
.
Sei, oltre la soglia, andato
nel turbine della vita
che invade ogni senso
sei morto
nei giorni lontani che aprono baratri
incolmabili infiniti.
.
.
.
V
…giacché non ero io quando ero io
non parlavo da me o per me, ma una parte
di me mi parlava dentro
a mia insaputa, oscura impenetrabile.
.
Condensano strepito impazzito
queste ali di pipistrello nella notte
in meandri di tempo
dove non viene giorno
e la paura
nel sonno da noi ci divide.
.
Un mondo frana nelle impervie
regioni dell’essere e un recinto
dice “mio, solo mio”, dice “io” prima
e sopra tutti, che scavalco calpesto
e niente me ne importa…
uno dei tanti che parla inconsapevole
dentro una spelonca risuonante di voci.
.
Ma nessuna vetta dell’essere
a spasso se ne vanno in frantumi
scienza arte saperi e con falso sorriso
-zigzagando per stradicciole fuori mano-
fingono per gioco un’amicale intesa
che non c’è.
.
E barcollando avanzano
i residui cultori di un nulla conclamato
come fantasmi smarriti nella tenebra
brancolando urtando nei cantoni
per strade impervie solitarie
verso recinti calcinati
senza abbracci di luce indeclinabile
e spazi impreveduti oltreumani:
.
un frutto magro sterile
come da pianta che ha esili radici
e niente foglie
è il parto di questa sconosciuta
inseguita follia
e nell’ombra
in teche di stantii reperti
giace uno scheletro di vita
dentro muri ermetici
che occludono il fiato dell’Immenso.
.
Nella torre d’avorio
che ha un cielo senza l’aria
cadono giù con lettere di piombo
criptati connubi di parole
verbo vacuo e altisonante silenzio
che crolla come la torre di Babele
e fuori rovina dal reticolo sacro
che in un Destino lega l’esistente.
.
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Rossella Cerniglia è nata a Palermo, e da poco si è trasferita a Marsala. Laureata in Filosofia è stata a lungo docente di materia letterarie nei Licei palermitani. La sua attività letteraria ha inizio con la pubblicazione di Allusioni del Tempo (con presentazione di Pietro Mazzamuto), ed. ASLA – Palermo 1980; seguono Io sono il Negativo (con prefazione di Nicola Caputo), ed. Circolo Pitrè – Palermo 1983; Ypokeimenon (con introduzione di Elio Giunta), ed. La Centona – Palermo 1991; Oscuro viaggio, ed. Forum/Quinta Generazione – Forlì 1992; Fragmenta (con introduzione di Giulio Palumbo), Edizioni del Leone – Venezia 1994; Sehnsucht (con prefazione di Maria Grazia Lenisa), ed. Bastogi – Foggia 1995; Il Canto della Notte (con nota critica di Ferruccio Ulivi), ed. Bastogi – Foggia 1997; D’Amore e morte, stampato a Palermo nell’anno 2000; L’inarrivabile meta (con prefazione di Elio Giunta), ed. Ila Palma – Palermo 2002; Tra luce ed ombra il canto si dispiega (antologia e studio critico comprendente anche i testi di altri quattro autori palermitani, a cura da Ester Monachino), ed. Ila Palma – Palermo 2002; Mentre cadeva il giorno (con introduzione di Giorgio Barberi Squarotti), ed. Piero Manni – Lecce 2003; Aporia (con prefazione di Salvo Zarcone), ed. Piero Manni – Lecce 2006; Penelope e altre poesie (con prefazione di Pietro Civitareale), ed. Campanotto – Pasian di Prato 2009. Nel giugno del 2013, per l’Editore Guido Miano di Milano, ha pubblicato un’Antologia che propone poesie scelte dalle prime dodici sillogi poetiche, con disamina di Enzo Concardi.  Infine, risultata vincitrice, per l’inedito, al Premio “I Murazzi” di Torino, nel 2017, le è stata stampata la raccolta di versi Mito ed Eros – Antenore e Teseo con altre poesie. Le ultime due sillogi poetiche Il retaggio dell’ombra, con prefazione di Nazario Pardini, come anche Ipostasi di buio con prefazione di Enzo Concardi, sono state stampate dall’Editore G. Miano nel corrente anno 2020.

Per quel che riguarda la narrativa, nel 1999 ha pubblicato il romanzo Edonè…edonè, ed. La Zisa di Palermo; nel 2007, ancora per l’editore Piero Manni di Lecce, viene stampato il suo secondo romanzo dal titolo Adolescenza infinita e infine, per l’Editore Aletti di Villalba di Guidonia, il libro di racconti Il tessuto dell’anima. Tra le ultime pubblicazione è il saggio “Riflessioni, temi e autori”, tra le opere premiate a “I Murazzi” 2018 “con dignità di stampa”, e “La nascita di un’idea” su un’opera di G. Dino.

Collabora o ha collaborato con alcune riviste, tra cui“Vernice” e Alcyone 2000 e a quelle telematiche LinkSicilia Palermomania, meridionews, Culturelite, Alla volta di Leucade ed altre. Ha ricevuto favorevoli riconoscimenti e attestazioni da parte di numerosi critici e letterati ed è stata premiata in diversi concorsi letterari. Suoi versi e profili critici sono presenti in antologie e riviste letterarie, tra cui L’Altro Novecento (vol. II e III) a cura di Vittoriano Esposito edito da Bastogi, 1997; nella rivista Poesia dell’editore Crocetti di Milano; in Poeti scelti per il terzo millennio (2008), in Storia della Letteratura italiana (vol. IV,  (2009)  e in Poeti italiani scelti di livello europeo ( 2012), dell’Editore Guido Miano di Milano; più recentemente in Il rumore delle parole ed. Edilet, 2014, e in Come è finita la guerra di Troia non ricordo, ed. Progetto Cultura, Roma, a cura, entrambi, di G. Linguaglossa, e più volte sulla rivista telematica L’Ombra delle parole.

su Perdonate il Bianco e il Nero di Federica Sabbatini

Perdonate il Bianco e il Nero

L’intera gamma di colori compresa ogni sfumatura possibile racchiusa negli estremi di un titolo; un filo nero a delimitare di donna un profilo con lo sguardo remissivo appena tratteggiato soltanto sulla copertina completamente bianca ed un sottotitolo “percorsi e poesie” ad indicarne la strada. Questa l’introduzione grafica del libro di Federica Sabbatini, Perdonate il Bianco e il Nero, Onirica Edizioni 2012, con l’aggiunta sul retro-copertina di poche notizie biografiche. Perché l’essenziale è racchiuso in poco meno di ottanta pagine dense di vissuto, scure di precisa cognizione di causa ed esatte nel loro essere in bilico tra realtà e sogno.

“…e un giorno si ritrovò disarmata nell’osservare il suo riflesso allo specchio” potrebbe definirsi l’incipit di questo connubio di versi, prosa e prosa poetica atti a conoscersi e ancor più riconoscersi, che Federica Sabbatini affida a se stessa in primis e poi al lettore, chiamato ad una sorta di lettura \ scontro non semplice con i temi proposti e con l’ottica in cui vengono esposti: siamo di fronte alla presa di coscienza e posizione di una ragazza che ha deciso di evolvere ed essere e vedersi donna, perché tale si sente indipendentemente dalla fisiologia certa ed accettata che la vede madre nel contesto abitativo e familiare (tu sei me, \ l’ammontare delle parole, \ il mio rinvio, il mio contrasto più acceso. \ […] tu sei l’unico mio perdono – si legge nella dedica a sua figlia). Un cammino seminato di insicurezze – pronte a sbocciare in frutti maturi – e obblighi da elaborare e da cui raccogliere se stessi (autrice  elettori), veri e autentici; un procedere difficoltoso del quale spesso si avverte come un senso di colpa, quasi fosse un errore la volontà di crescere in maniera differente da quanto gli altri vorrebbero (Cosa senti, cielo? \ anche tu soffri delle dispersioni? \ l’intromettersi nel tuo intimo?); un avanzare anche nella lettura a passo man mano più lento, misurato, perché da istintivo si è fatto cosciente e voluto.

Un testo dettato e governato da Amore, che ricama nel quotidiano dolore del non-essere-ancora e costantemente richiama a sé, dando la grazia di una scrittura colma d’affetto cercato e donato senza misura, casa per un Io desideroso d’accettazione e straripante di dolcezza non stucchevole, ma tale da rendere una forza ancora maggiore ad una poesia e ad una prosa preziose, leali e sincere. Come sincera è la voglia dell’Autrice di farsi scoprire nella sua nuova età, con le sue difficoltà ancora in itinere e con la sua grande forza di voler riuscire nella “situazione” più immutevole e difficile per ciascuno: amare ed essere amata (Una volta mi bastavo, \ ora, senza di te, sono una metà \ e questo mi fa paura e mi rasserena, \ contrasto rassicurante e tormentoso, \ tu, radice benevola e infestante.) – [Angela Greco]

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di seguito i versi (così sulla pagina) che chiudono il testo:

“E’ una notte alla quale hanno rubato i silenzi e gli angeli.

Avrebbero voluto tappare e riempire questa bottiglia

con i respiri delle foglie mosse dal vento.

Avrebbero voluto dipingere il bagliore della luna,

sul tuo corpo,

(solo per regalarti un miraggio di luce),

ma vi hanno condannato a mille tempi di riverberi,

riflessi che si levano e dissolvono

come le visioni dei folli.

Saranno le attese a scolpire le vostre rughe.

Io non appartengo alla seta,

ma ad incanto e furore e grida.

Sono pazzia e follia

(nei mie spazi, ma anche fuori)

e molte come me

sanno che ridere può dar noia

(e allora rido).

Ho aperto tanto:

finestre, cieli e gambe

(e cuore, ma questo poco conta);

e ho mostrato ancora di più:

fegato, mani e seni

(e occhi, ma non sono stati notati9;

ho anche brindato oltre misura

per rendere grazie alla mia bocca

e quella di altri (ma forse non ho ancora finito).

…ma dove sono scappati tutti? E i miei tratti?

Resto in movimento, qui, a mangiarmi le unghie

osserverò e seguirò persone e venti e poi sarò di nuovo con me.

Adesso, raccolgo un petalo e provo a incarcerarne il profumo:

io non apparterrò mai alla seta.”

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http://federicasabbatini.blogspot.it/

A sensi congiunti (circa la copertina della silloge)

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una ad una le dita seguono confini

e in ancestrali connubi esplodono i nostri universi

racconti d’altre terre e parole a metà sulla pelle nascosta…

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http://www.edizionismasher.it/angelagreco.html

copertina

– Vi racconto la copertina della silloge –

Una delle scelte meno semplici che Editore ed Autore devono affrontare, nell’impaginare un libro, è senza dubbio quella dell’immagine di copertina; ovvero tener conto di quello che sarà il primissimo impatto che il testo stesso lascerà impresso nel lettore.

Nel caso di A sensi congiunti la Casa Editrice ha rispettato molto e anche condiviso la mia scelta principalmente dei colori – il viola, il rosso e l’azzurro che, in qualche modo, sento appartenermi – e, poi, anche della scena intera che l’immagine da me proposta rappresentava.

La copertina della silloge narra della nascita di una galassia, estendendosi su entrambe le facciate del libro senza soluzione di continuità, quasi ad introiettare il lettore stesso, abbracciandolo e rendendolo partecipe dell’evento. Anche un testo, per l’Autore e per la casa Editrice sono un evento-nascita, a maggior ragione se si considera un’opera prima – in questo caso in versi – si può immaginare quanto significhi la scelta operata.

Non ho optato per un’immagine dai contorni definiti per non influenzare troppo chi ne sarebbe venuto in contatto, indirizzandolo verso la strada precisa che gli stessi contorni netti avrebbero delimitato; piuttosto ho pensato ad una sorta di ritorno alle origini, a quel Cosmo dal quale la Vita deriva e al quale tutti torneremo – sotto qualunque forma il nostro credo o la nostra razionalità comporti – e a quell’eternità a cui anela la stessa Poesia.

Progetto ambizioso e presuntuoso potrebbe apparire così la scelta di questa copertina! Forse, anche, ma sognare non fa mai male…Se, invece, il lettore ha la generosità di giungere fino alla fine della lettura, noterà che l’Universo di cui si parla è solo e soltanto quello che ci governa, l’Amore, e che la nascita della galassia è solo e soltanto l’accensione di particolarissime stelle, gli occhi dell’Amato, dentro il nostro personalissimo “universo” quotidiano. (Angela Greco)

A sensi congiunti,copertina fronte-retro

su Stanze del nord poesie di Federica Galetto

Stanze del nord  – silloge poetica di Federica Galetto edito da Onirica Edizioni, 2012- si apre al lettore immediatamente e fin dall’immagine di copertina e dai versi in esergo, esattamente come una porta sul mondo che contiene: il viso di una donna arrossato dagli agenti atmosferici esterni, come fosse in cerca di un rifugio – con lo sguardo rivolto verso un punto più basso, che potrebbe serenamente essere la toppa dove inserire la chiave per aprire “questo luogo”- e la voce di una regina costretta a dover ammettere la discrepanza che inevitabilmente s’instaura tra quello che si appare esteriormente e quanto si è realmente. Subito dopo questo primo sipario alzato sul testo poetico, assume rilevanza e significato, non solo per l’Autrice, la dedica breve e precisa, che racchiude un continuum di sentimenti, come di giorni vissuti (A mio figlio \ A chi mi diede la vita) e che fornisce – a mio avviso – già una prima linea di lettura dei versi che seguiranno: versi di giorni vissuti e dei sentimenti che li hanno attraversati, di cambiamenti di stagioni come di visuali, di ferite curate e forse non ancora rimarginate (Altri inverni verranno \ sulle cime delle colline \ e rinverrò pozzi di sollievo \ fra le siepi piegate).

La lettura si presenta subito capace di trattenere il lettore, suggerendogli il suo ritmo di riflessione ed introspezione, il suo linguaggio esatto e colto, tanto da invitarlo a trovare in se stesso uno spazio particolare per la collocazione della voce che rappresenta: non è un testo che dopo averlo letto-vissuto si possa abbandonare in un angolo qualsiasi del proprio personale bagaglio-libreria, ma si avverte l’esigenza anche successivamente di porlo su un ripiano differente. Parla d’amore l’Autrice e, pur trattando materia globalmente riconosciuta poetica, non scade in retorica o enfatizzazioni che tanta presa avrebbero su alcuni animi, ma ne parla a diversi livelli ed in proficuo e profondo dialogo con se stessa, ricreando situazioni in chiave metaforica, interrogandosi e aggiungendo ipotesi di  soluzioni (Credimi non so decidere se mai i tuoi occhi \ rivedranno i miei attratti \ metalli in circostanza magnetica su corsi d’acqua) sempre circondata da elementi naturali, che tanto sembrano congeniali a questa scrittura – come in “Quando eravamo foglie”- aggiungendo calore, che sfugge alla misura di un carattere avvezzo al luogo d’origine eppure così appassionato oltre la superficie, oltre quel “nord” a cui forse troppi si fermano (Soffrire per diverse corse nella neve \ all’interno \ perché è questo che faccio).

Scorrono i versi in un percorso che muta chi l’ha consegnato all’inchiostro, delineando man mano una figura ed una persona differente in senso positivo (E’ che la tua pelle non è cucita alla mia), maggiormente consapevole anche del negativo che la circonda e non per questo meno forte, perché la fragilità affiorante nei versi di Federica Galetto è solo una sfumatura che aggiunge bellezza alla sua poesia, se non quando anche alla sua persona, così delicata nel porsi e pure così grintosa e determinata nel vivere, nell’accettare e nel procedere sempre con occhi fieri (Del fatto neppure mi ricordo o se si \ è perché tremo sola in un singhiozzo) fino al tratteggio di una personalità in ascesa, capace di lasciarsi alle spalle – anche se mai del tutto, come è nella natura umana – la poesia che è stata per recarsi a rendere voce alla nuova poesia del Sé, della maturità e, perché no?, già del domani, come si avverte a pelle in “Mondo mio solista” (Ho imparato a catalogarmi e distruggermi e ancora, Preludio di forza e stupore \ ripongo la scatola \ E ricomincio).

E’una poesia che abbraccia differenti toni stilistici, spaziando da un verso breve ad uno più consistente o lungo che dir si voglia, abbattendo completamente la fissità della punteggiatura, per lasciare maggior ampiezza interpretativa al lettore; soprattutto, a parer mio, la totale mancanza dell’uso del punto conferisce al discorso poetico una proiezione verso l’indefinito temporale, senza attraccare negli schematismi così cari ai puristi della lingua e ai classici della poesia e regalando a quest’ultima un tono di assoluta contemporaneità; in questa ottica paradossalmente le “stanze” perdono i loro confini per aprirsi in un tempo-non tempo, allargando la visuale del lettore oltre il verso e accompagnandolo con delicatezza oltre la cortina di freddo, ormai assunto come metafora, dell’indifferenza nei confronti dell’opera stessa.

Avviandosi verso la conclusione, il libro sembra aver compiuto una sorta di strada circolare, richiudendosi, come un fiore sbocciato al mattino e che abbia poi incontrato la sera in versi, che sembrano voler ricondurre ad un quotidiano al quale si è costretti, riaccostando – questa volta magari senza chiuderla – la porta aperta sulla Stanza del nord, consci della capacità di saper vedere e sentire oltre quei confini fisici, che fa dire alla poetessa che Oggi nel silenzio di questo frastuono immobile \ Mi riconosco.

(Angela Greco)

*

Altri inverni verranno

Altri inverni verranno

 

Addomesticati saranno i corvi

fuori alla mia finestra

 

Dormiranno al guinzaglio

tra i rovi di more

 

I loro sogni beffardi

schiuderanno la forza

 

E guarderò il piumaggio

nero luccicare nel buio

 

Altri inverni verranno

sulle cime delle colline

e rinverrò pozzi di sollievo

fra le siepi piegate

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Che di insidie fossero

Che di insidie fossero

i polpastrelli intinti

Le sprecate riserve allo sgocciolare

del tempo

I fuochi immaginifici di ore

fra le pelli lontane

Il mio nodo si annoda

ancor più stretto alla polvere

nelle pieghe ruvide di un silenzio

caparbio

Soffoco piano

Ma non lascio volar via

quel laccio

Ché si dice la vita

è fatta di certezze

#

Te l’ho detto

Te l’ho detto che sono

Casa

Ostia

Cibo per il cuore

Te l’ho detto che mi lascio

andare ai pettirossi soli

mentre ascolto il calore

Te l’ho detto che il mio

Corpo

è spirito di carne

o carne di spirito

annegato nei semi di tiglio

Che mi nutro di abbagli e di gusci

pieni di quel nascondersi per farsi vedere

Avresti mai potuto immaginare una donna

che parla con ciò che non vede

e ascolta ciò che non sente

fra le tue frette

Te l’ho detto che mi sento di non sentirmi

né tocco ciò che mi tange

amore, te l’ho detto

*

[tratte da Stanze del nord di Federica Galetto]