Czesław Miłosz, due poesie

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Due poesie di Czeslaw Milosz (1911-2004), scrittore, traduttore, critico e diplomatico polacco, Premio Nobel per la letteratura nel 1980.

***

Prefazione

Tu, che non ho potuto salvare,
ascoltami,
cerca di capire questo linguaggio semplice, mi vergognerei di un altro,

non possiedo, lo giuro, la magia della parola,
ti parlo tacendo, come una nuvola a un albero,

ciò che fortificava me, per te era mortale,
hai scambiato il congedo di un’epoca per l’inizio di una nuova,

l’afflato dell’odio per bellezza lirica,
la forza cieca per forma compiuta.

Ecco la valle dei bassi fiumi polacchi. E il ponte enorme
che avanza nella bianca nebbia. Ecco la città infranta
e il vento scaglia contro la tua tomba gli stridi dei gabbiani,
mentre parlo con te.

Cos’è la poesia che non salva
i popoli né le persone?
Una complicità di menzogne ufficiali,
una cantilena di ubriachi, a cui fra un attimo verrà tagliata la gola,
una lettura per signorinette.

Che volevo una buona poesia, senza esserne capace,
che ho capito, tardi, il suo fine salvifico,
questo, e solo questo, è la salvezza.

Spargevano sulle tombe miglio e semi di papavero
per nutrire i morti accorrenti in volo – gli uccelli,
depongo qui questo libro per te, o trascorso,
perché d’ora innanzi tu smetta di apparirci.

*

Frammento

Sorella, dammi dell’acqua e perdona se ho peccato,
La tua cornetta abbaglia come le Alpi all’alba,
E sulle sue falde si stendono ombrose vallate,
A destra la terra di Tur, a sinistra Ghilead.
Tu hai occhi ebrei, io sono Slavo, la rabbia
Del mondo caparbio ci ha colpito e sconfitto. Tendi
E con la mia fronte incontra le tue mani lievi,
Ancora dinanzi a me la musica si levi
Dei cani di campagna, dei tintinnanti armenti.
Chiudi la finestra, là fuori Giunoni germane
Saltano nel mio fiume turbando del fondo la quiete,
Ove prima era solo il pescatore e la sua rete
Nel volteggiare intorno di rondoni e capineri.
Neri, bellici carri le pasture hanno solcato,
Volano i vessilli fiammanti e balena arrossato
Il muro del letto, e vibran sul tavolo i bicchieri.
Non andartene, resta con me. Poiché m’è parso
Un giorno, che il cuore diventasse di sasso
E che tra le lenzuola ormai un altro giacesse,
Pur ferito gravemente, grande e bambinesco,
E una suora di carità con lo sguardo socchiuso
Filasse lunghi fili dalle nubi come da un fuso.

(1935, Parigi)

Paul Celan, due poesie

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L.Fontana, Croce

.

Il vero

Della croce, di essa rimase, aria,
solo quel braccio, il tra-
versale: si stende davanti al
cavo più profondo del cuore: tu
ricordi te a te stesso, tu
ti sollevi dalla menzogna -:
libero
per forte angoscia
tu ora respiri
e tu
.
parli.

~

Das Wirkliche
.
Vom Kreuz, davon blieb, als Luft,
nur der eine, der Quer-
balken bestehn: er legt sich,
unsichtbar legt er sich vor
die tiefere Herzkammer: du
erinnerst dich an dich selber, du
hebst dich hinaus aus der Lüge -:
frei
vor lauter Beklemmung
atmest du jetzt
und du
.
sprichst.

da “Sotto il tiro dei presagi”, Einaudi

*

Nei fiumi a nord del futuro

Nei fiumi a nord del futuro
getto la rete che tu,
esitante, carichi
di ombre scritte
da pietre.

~

In den flussen nördlich der Zukunft

In den flussen nördlich der Zukunft
werf ich das Netz aus, das du
zögernd beschwerst
mit von Steinen geschriebenen
Schatte.

da “Virata di respiro” (“Atemwende”), dal web

Czesław Miłosz, Sugli angeli

1404051

Czesław Miłosz, Poesie, Biblioteca Adelphi

Vi hanno tolto le vesti bianche,
Le ali e perfino l’esistenza.
Tuttavia io vi credo, messaggeri.

Là dove il mondo è girato a rovescio,
Pesante stoffa ricamata di stelle e animali,
Passeggiate esaminando i punti veritieri della cucitura.

La vostra tappa qui è breve,
Forse nell’ora mattutina, se il cielo è limpido,
In una melodia ripetuta da un uccello,
O nel profumo delle mele verso sera
Quando la luce rende magici i frutteti.

Dicono che vi abbia inventato qualcuno
Ma non ne sono convinto.
Perché gli uomini hanno inventato anche se stessi.

La voce − senza dubbio questa è la prova,
Perché appartiene a esseri indubbiamente limpidi,
Leggeri, alati (perché no?),
Cinti dalla folgore.
Ho udito sovente questa voce in sogno
E, cosa ancor più strana, capivo pressappoco
il dettame o l’invito in lingua ultraterrena:

è presto giorno
ancora uno
fa’ ciò che puoi.

Izet Sarajlić, versi da Chi ha fatto il turno di notte

le rose di sarajevo

“Chi ha fatto il turno di notte per impedire l’arresto del cuore del mondo? Noi, i poeti”  

[Cfr. E.De Luca e I.Sarajlić, Lettere fraterne, Dante & Descartes, Napoli 2007]

Nell’assedio più lungo del 1900, nella Sarajevo degli anni Novanta, i cittadini andavano alle serate di poesia nel buio di una città senza corrente elettrica. Sperimentavano che in una guerra solo i versi sono capaci di correggere a forza di sillabe miracolose il tempo sincopato dei singhiozzi, il ragtime delle granate, l’occhio di un mirino addosso. I versi portano la responsabilità della parola ammutolita. I poeti leggevano o dicevano a memoria il loro canto da una città assediata. […] I poeti facevano il turno di notte in Sarajevo per impedire l’arresto del cuore del mondo.

La biblioteca, manufatto magnifico dell’arte islamica in Europa, era in frantumi e in cenere. L’artiglieria degli assedianti centrava monumenti, cimiteri, moschee, per cancellare dal suolo ombra e radice della parte avversa. Le parole erano emigrate dai libri bombardati, giravano alla cieca le pagine invisibili, mentre dalle colline si accendevano le fiammelle degli spari dei cecchini. I poeti facevano il turno di notte.[…] (dalla Prefazione di Erri De Luca, Izet Sarajlić – Chi ha fatto il turno di notte, Einaudi)

*

Fosse almeno l’anno 1993

Fosse almeno quel terribile,
per l’umiliazione a nulla paragonabile
anno 1993
quando non avevamo nient’altro
che l’un l’altro.
.
Magari fosse ancora quel terribile,
quel tante volte maledetto anno 1993!
.
Avrei ancora cinque anni pieni
da poterti guardare
e da tenerti per mano!
.
(Luglio 1998)
*
Un’altra volta saprei
.
Troppo poco ho goduto delle piogge di primavera e dei tramonti
.
Troppo poco ho assaporato la bellezza delle vecchie canzoni e le passeggiate sotto il chiaro di luna.
.
Troppo poco mi sono inebriato del vino dell’amicizia
benché al mondo ci fosse sì e no un paese dove non avessi almeno un paio di amici.
.
Troppo poco tempo ho riservato per l’amore
a disposizione del quale stava tutto il mio tempo.
.
Un’altra volta saprei godere incomparabilmente più nella vita.
Un’altra volta saprei.
.
(1987)

tratte da Izet Sarajlić – Chi ha fatto il turno di notte (Einaudi, a cura di Silvio Ferrari)

*

04-sarailic-e-erri054.thumbnailIzet Sarajlić (Doboj, 16 marzo 1930 – Sarajevo, 2 maggio 2002 – qui in foto con Erri De Luca),   nato nella Bosnia settentrionale, da famiglia musulmana, si trasferisce nel 1945 a Sarajevo, dove consegue la laurea in lettere alla facoltà di filosofia. Fondatore nel 1954 del “Gruppo 54”, movimento d’innovazione poetica, è anche uno fra gli organizzatori delle “Giornate poetiche di Sarajevo” nel decennio successivo; è stato un rinomato e pluripremiato scrittore jugoslavo, conosciuto anche nei paesi dell’allora Patto di Varsavia e spesso invitato come personalità culturale nella stessa Mosca. Durante la guerra in Bosnia (successiva allo scioglimento della Jugoslavia) e l’assedio di Sarajevo, fu una delle pochissime personalità a voler rimanere nella città a cui era molto legato, che apprezzava principalmente per il carattere laico e multietnico. Subito dopo la fine degli eventi bellici perderà la moglie. Nel 1997 fu spinto verso Salerno per via dei legami di amicizia avuti con Alfonso Gatto . L’ultimo premio (il “Moravia”) lo riceverà in Italia nel 2001 per la raccolta “Qualcuno ha suonato”. Dal 2002 Casa della poesia organizza a suo nome un festival internazionali di poesia nella capitale bosniaca. (da Wikipedia)

*

– nell’immagine, Le rose di Sarajevo, nel centro della città, sono le tracce a forma di fiore lasciate sull’asfalto dalle granate e pitturate in rosso dopo il conflitto –

Kurt Marti, una poesia da Orazioni funebri

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Kurt Marti, da Orazioni funebri  (trad. di Annarosa Zweifel Azzone, Crocetti Editore)

che sollievo
poter anche dire almeno una volta:
no non era efficiente
e cambiava spesso lavoro
no non era diligente
e lavorava soltanto
se non aveva altra scelta

se no
preferiva leggere SPORT o PLAYBOY
si piazzava al cinema già al pomeriggio
(EDDIE CONSTANTINE era il suo preferito)
sorseggiava cognac nei caffè all’aperto
meditava sulla grazia delle donne
o sulle colombe sopra il campanile

in primavera vagava
nel verde tenero e sfacciato dei campi
l’estate la passava a pancia all’aria
bene oliato e comodo in piscina
poi in autunno se ne andava
lungo i boschi silenziosi
prima di cercarsi per l’inverno
un lavoro
e un’amica
perché non gli piaceva
passare le feste da solo

che sollievo
in un mondo
che si scardina
per troppa efficienza:
un uomo che ha saputo
godersi i giorni buoni
prima che dopo qualche giorno cattivo
ora
arrivasse per lui l’ultimo

(immagine: Juan Gris, La fenêtre ouverte, 1921)

*

5.0.2

Kurt Marti nasce a Berna il 31 gennaio 1921. Studia Teologia all’Università di Berna, e dal 1948 inizia la sua attività di pastore riformato. Negli anni successivi si fa animatore di iniziative di impronta pacifista e di solidarietà a favore dei Paesi del Terzo Mondo, e nel 1978 cominciano le battaglie sul fronte ecologico. Per la sua attività poetica e accademica è stato insignito di prestigiosi riconoscimenti (quali la laurea honoris causa in Teologia all’Università di Berna, il Grosser Literaturpreis della città di Berna e il Kurt-Tucholsky-Preis). Vive attualmente a Berna. (dal sito Crocetti Editore)

Czesław Miłosz, due poesie

Czesław Miłosz, due estratti da Poesie (Adelphi, 1983), a cura di Pietro Marchesani

Dovrebbe, non dovrebbe

L’uomo non dovrebbe amare la luna.
L’ascia nelle sue mani non perdere il peso.
I suoi frutteti dovrebbero odorare di mele in putrefazione.
.
E coprirsi di ortiche quanto basta.
L’uomo parlando non dovrebbe usare parole a lui care,
Né sprecare il granello per vedere cosa c’è dentro.
Non dovrebbe gettare una briciola di pane né sputare sul fuoco.
.
(Così almeno mi hanno insegnato in Lituania).
Se sale su una scala di marmo
Il cafone, cerchi di incidervi una tacca con la scarpa
Per ricordare che le scale non dureranno.
Berkeley, 1961
.
.
.
.
Taccuino: Europa
.
Minato è il tunnel del Gottardo.
Là dove dorme la lana
e il respiro dei bambini agita le farfalle di carta,
dove i cavalli bagnati sul bordo delle fontane
saltano nell’aria di maggio
corre un cavo sotterraneo.
.
Minata è la terra natìa
non grande, dolce per noi, europea.
Su di essa cresce l’olivo e la segala,
il vento corre per il campo di lino e si acquieta tra le foglie nere
sotto le lampade ardenti degli aranci.
.
Minato è il mare celeste
nell’ora in cui la motobarca esce per la pesca
dalla cittadina dove i gatti dormono fra le reti.
.
Minato è il cuore dell’uomo.
Il tempo datogli da vivere  e il tempo ulteriore
sono nella sua coscienza come due linee
invece di comporre un’unità armonica.
Paris, 1952

Milan Nápravník, Ruggine di sangue

Milan Nápravník (1931 – 2017), Ruggine di sangue

Nebbie autunnali sfumano nelle vallate di ogni supplica
Soffi di vento schivo si spargono in baratri d’erba
E solo le canne d’india si raddrizzano
Quando sentono la parola forse
Oppure la parola spero
La realtà però nel frattempo si è ammantata di brina
E una lontana risata che frana dai monti
Sul granito dei rupi rocciosi si frange in grida
Che si accrescono nel vento degli echi come cellule maligne
……………in metastasi d’impotenza

Persino la roccia clastica di errori e proprie limitazioni
È capace di sanguinare
Sospesa sul proprio essere su rugginosi ganci di dolore
Il suo capo stanco pieno di domande che sobbalzano confusamente
…………..fa cenni indecisi su tutti i lati
Non è chiaro se si tratti di un’espressione di assenso o di disaccordo
Invano ricorda il posto al caldo nell’incrinatura del contesto
Dove una volta inalava l’odore dei cespi di spigo
E osservava le eleganti movenze della mantide religiosa
Che ricambiava il suo sguardo con ostentose simpatie
Come può dimostrare soltanto una serva sanitaria
…………..alla lampante sfortuna
Del resto la sua ingordigia risanata sa bene
Ciò che si è indebolito e non può null’altro che ruggine
Chiunque fissi è condannato a morte

Il primo gelo porta il romantico bestiame dai monti
Verso la valle della realtà
Sfuggenti profezie che strisciano tra le rovine del convento
I cui abitanti sembra si fossero un tempo sterminati da soli
……………mordendosi a vicenda i peni
E questo dimenticato anfratto dei Pirenei
Dove fortunatamente non porta più nessun cammino
Percepisce il loro mormorio funesto
Come un magico ologramma per lo stoccaggio di quanti
……………di orrore contrattato

Mentre il vento autunnale lo barcolla di speranza in speranza
Mentre le arterie coronariche sono costrette dal gelo
Questo fantasma si aggira coi ganci tra le costole
Con le pietre delle illusioni nello stomaco
E con in pugno i cristalli di ghiaccio del proprio seme
Accecato dal dolore
E schiacciato dal peso di propositi derisi
Come incarnazione di uno stupido Minotauro
Nell’infinita spirale della poesia
Che ingorda continua a divorare i propri figli

Sì è un poeta
Lo certificano centinaia di pedate
Che ha incassato direttamente in faccia
Alcuni coltelli alle spalle
E le profonde ferite per le frustate di derisione
Poiché ha peccato contro il pio e sensato alternarsi
…………dei giorni e delle notti
Dei giorni zeppi di proficuo lavoro
Della lotta per il potere
E della costruzione di argini contro la paura archetipica
………….di un’esistenza senza ripe
Poiché cocciutamente sostiene che all’irrazionalità del desiderio
Di libertà e amore
Si deve in ogni circostanza sacrificare
………….qualsiasi razionalità di arricchimento

È una torbida mattina di un settembre macchiato
Una giornata di pallida lama
Dall’ancor caldo giaciglio si diffonde l’aroma della notte vegliata
Il lenzuolo è coperto di spine di rosa sanguinanti
Oltre la finestra imbrunisce
E la colonna della pallida cella
È coperta dall’edera immune dell’implacabile disprezzo

*

da Il nido del buio (trad. dal ceco di Antonio Parente), Mimesis Hebenon, 2009

Clicca QUI per leggere, dello stesso Autore, Samovar siamese

 

 

Paul Celan, versi da Sotto il tiro di presagi

Paul CelanSotto il tiro di presagi. Poesie inedite 1948-1969

*

Ora ci sei, di nuovo,
qui:

Di innumerevoli spigoli,
per ora,

la profondità del cuore
rattoppata
dalle dieci libere
spade, che cessarono
la loro preghiera,
era uno scontro – argentea,

ma, una volta, da qualche parte
eravate più di tutto questo,
di più e
uno.

*

L’altro

Più profonde ferite che a me
inflisse a te il tacere,
più grandi stelle
ti irretiscono nella loro insidia di sguardi,
più bianca cenere
giace sulla parola, cui hai creduto.

*

Nessuno, non dimenticare, nessuno
si piagava frugando, su sentieri del cuore,
nel tuo tenero interno.
Fin che una parola ti uscì dalla bocca,
riserbata e taciturna:
con essa, non dimenticare, tu vivi,
da essa ti cresce la forza
per ascoltarmi, quando io dico a te:
vieni, io ti voglio,
ti voglio non amare –

***

Traduzione e cura di Michele Ranchetti e Jutta Leskien, Einaudi.

Friedrich Nietzsche, Soltanto giullare! Soltanto poeta!

Friedrich Nietzsche, da Ditirambi di Dioniso e poesie postume (Adelphi)

Soltanto giullare! Soltanto poeta!
.
Nell’aria illimpidita,
quando già sulla terra stilla
della rugiada la consolazione
invisibile e non udita
– poiché delicati calzari porta la consolatrice
rugiada, come chi dà conforto con la mitezza-
ricordi allora, ricordi, cuore ardente,
come un giorno fosti assetato,
quanta sete avevi, stanco e abbruciato,
di lacrime celesti e stillante rugiada,
mentre l’erba gialla dei sentieri
ti correvano intorno tra alberi neri
vespertini sguardi malvagi del sole,
abbaglianti, accesi sguardi del sole, maligni?
.
«Pretendente della verità– tu? schernivano-
no! soltanto un poeta!
un animale, astuto ,rapace, insinuante,
che deve mentire,
che sapendolo, volendolo deve mentire,
ingordo di preda,
sotto maschere variopinte,
maschera ormai se stesso,
preda di se stesso-
questo – il pretendente della verità?…
Soltanto giullare! Soltanto poeta!
Uno che parla solo screziato, che vien fuori
da maschere buffonesche con parole variopinte,
inerpicandosi su menzogneri ponti di parole,
girovagando, trascinandosi attorno
su arcobaleni di bugie
tesi fra falsi cieli –
soltanto giullare! soltanto poeta! …
.
Questo – il pretendente della verità? …
.
Non quieto, rigido,liscio, freddo,
non divenuto effigie,
colonna di un dio,
non piantato dinanzi ai templi,
guardiano di un dio:
no! a tali statue di virtù ostile,
a casa sua in ogni selvaggia contrada più che nei templi,
.
pieno di felina protervia,
uno che salta da ogni finestra
-ecco!- in ogni azzardo,
fiutando in direzione di ogni foresta,
per correre empiamente sano e bello
e multicolore nelle foreste vergini
tra villosi, screziati animali da preda,
per correr con labbra vogliose,
felice per lo scherno, per l’inferno, per la brama di sangue,
rapinando, strisciando, mentendo
.
Oppure simile all’aquila, che a lungo,
a lungo fissamente guarda gli abissi,
i suoi abissi….
– oh come in giù qui si inanellano,
in basso, in dentro,
in profondità sempre più fonde!-
Poi,
d’improvviso,
con volo diritto,
con slancio convulso
piombare su agnelli,
in giù a precipizio, vorace,
ingordo di agnelli,
avverso a tutte le anime d’agnello,
trucemente avverso a tutti gli sguardi virtuosi,
a ciò che ha l’aspetto di pecora, con il vello ricciuto,
a chi guarda melenso, col benvolere del latte d’agnello…
.
Così
di aquila, di pantera,
sono le bramosie del poeta,
sono le tue bramosie sotto mille maschere,
tu giullare! tu poeta!…
.
Tu che hai visto nell’uomo
tanto il dio quanto la pecora –
sbranare il dio nell’uomo
come la pecora nell’uomo
e sbranando ridere – 
.
questa, questa è la tua felicità,
felicità di una pantera e di un’aquila,
felicità di un poeta e giullare! …
.
Nell’aria illimpidita,
quando già la falce della luna
tra rossi porporini verde s’insinua
e invidiosa,
– nemica del giorno,
segretamente falciando
a ogni passo amache di rose,
finché esse cadono, in giù
pallide cadono verso la notte:
.
così una volta caddi io stesso,
dal mio delirio di verità,
delle mie bramosie del giorno,
stanco del giorno, malato di luce,
– caddi in giù verso la sera, verso l’ombra,
bruciato da una sola
verità e sitibondo
– ricordi ancora, ricordi, cuore ardente,
come allora fosti assetato? –
che io sia bandito
da ogni verità!
Soltanto giullare, Soltanto poeta!….
.
(In apertura: opera di Mario Schifano, La chimera)

Izet Sarajlić, due poesie: 30 febbraio; Leggendo la vecchia poesia sul 30 febbraio

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30 febbraio

Senza contare le periodiche misteriose scomparse del 29 febbraio
ogni anno in amore
ci depredano di un giorno.
.
Quand’ero giovane non ne tenevo conto,
anche senza quello
c’erano abbastanza sabati e mercoledí.
.
Oggi per me è importante ogni giorno
in cui ti posso guardare.
.
Il nostro feudo
che si estendeva per cinquant’anni di futuro
si è ridotto ad un piccolo podere contadino.
.
[1976]
.
.
.
.
Leggendo la vecchia poesia sul 30 febbraio

.

Un tempo,
finché avevamo ancora una qualche provvista di futuro,
mi ribellavo all’idea che ogni anno
ci derubassero di quel giorno di febbraio.
.
Ora anche il 31 dicembre può venire subito dopo il 29 febbraio.
.
Tanto io non ho più giorni miei.
Tutti fino all’ultimo sono rimasti nella vita trascorsa.
.
[Luglio 1998]
.
.
.
da Izet Sarajlić, Chi ha fatto il turno di notte, a cura di Silvio Ferrari (Einaudi)
immagine: opera di Emilio Tadini
.
.
izet-sarajlic-1Izet Sarajlić nato a Doboj nel 1930, è scomparso a Sarajevo il 2 maggio del 2002. Laureato in lettere alla facoltà di filosofia di Sarajevo, inizia a scrivere nel primo dopoguerra. Nel 1954, fonda il “Gruppo 54” che dà inizio alle nuove correnti di poesia moderna in Bosnia-Erzegovina. Negli anni ’60 e ’70, anima diversi gruppi di poeti ed edizioni di poesia. Tra il 1962 e il 1972 si occupa del festival “Giornate poetiche di Sarajevo”. Dopo il primo libro di poesie (1949), pubblica “Grigio week-end” considerato pietra miliare per la giovane poesia jugoslava. È autore di una trentina di raccolte poetiche e di una autobiografia (1975). È considerato unanimemente uno dei principali poeti del Novecento ed è il più tradotto poeta di tutti i tempi dalla lingua serbo-croata (da autori come Brodskij, Evtušhenko, Hans Magnus Enzensberger, Roberto Retamar, Charles Simic e altri ancora). È stato il poeta testimone di una grande tragedia: la guerra di Bosnia e l’assedio di Sarajevo e la grande voce della Sarajevo città martire dalla quale si è rifiutato di fuggire. Nella guerra ha perso le sorelle Nina e Raza, e subito dopo la guerra, la moglie, provata dagli stenti e dalle ristrettezze. Di famiglia musulmana, membro del “Circolo 99” di Sarajevo, sposato con una cattolica, con un genero di religione ortodossa, ha lottato per il mantenimento di quella cultura laica della pluralità e della convivenza, che è l’eredità storica della Bosnia-Erzegovina. È stato amico fraterno di Alfonso Gatto (la sorella Raza, nota italianista aveva tradotto in serbocroato Gatto e tanti altri scrittori italiani: Morante, Rodari, ecc.).
Una corrispondenza con il poeta salernitano è stata presentata nel corso dei seminari collaterali a “Verba Volant. Incontri internazionali di poesia” (1997).
Ha aderito con entusiasmo al progetto Casa della poesia diventando Presidente onorario del Comitato scientifico e ha preso parte a diversi Incontri internazionali di poesia organizzati da Multimedia Edizioni / Casa della poesia (“Verba Volant”, “Lo spirito dei luoghi”, “Napolipoesia”, “Parole di Mare”, “Il Cammino delle comete”, “Poesia contro la guerra”, “Sidaja”). Per questi suoi antichi e recenti legami con la città di Salerno ha ricevuto la cittadinanza onoraria che purtroppo non ha fatto in tempo a ritirare. Ha ricevuto premi e riconoscimenti in tutto il mondo, in Italia il Premio Moravia 2001, per la raccolta “Qualcuno ha suonato”, pubblicata dalla Multimedia Edizioni, amorevolmente tradotta dai cari amici Sinan Gudžević e Raffaella Marzano. Ha intrattenuto un epistolario con Erri De Luca, che ha anche scritto una prefazione al libro “Qualcuno ha suonato”.
Nell’ottobre 2002 è stata organizzata a sua nome la prima edizione degli “Incontri internazionali di poesia di Sarajevo” sempre curati dalla Multimedia Edizioni / Casa della poesia e nel giugno 2003 un grande evento a Salerno per ricordare il grande poeta sarajevese ora anche un po’ salernitano. Da allora, ogni anno, in suo ricordo, a Sarajevo, vengono organizzati gli “Incontri internazionali di poesia”.
Nella nuova struttura di Casa della poesia, una casa-alloggio per poeti (la “casa dei poeti”), inaugurata il 21 marzo 2008, proprio su una vecchia idea di Sarajlic, una sua grande foto e la sua linea “anche i versi sono contenti quando la gente si incontra” all’ingresso, danno il benvenuto a tutti i poeti e gli appassionati di poesia.
Nell’aprile 2009 è stato ristampato il suo libro “Qualcuno ha suonato” accompagnato da un cd audio di Sarajlic che legge le proprie poesie (Multimedia Edizioni / Casa della poesia) – Tratto dal sito Casa della poesia.

 

Nazim Hikmet, Prima che bruci Parigi

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Nazim Hikmet, Prima che bruci Parigi

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore
finché il mio cuore è sul suo ramo
vorrei una notte di maggio
….una di queste notti
………sul lungosenna Voltaire
…………..baciarti nella bocca
e andando poi a Notre-Dame
….contempleremmo il suo rosone
e a un tratto serrandoti a me
….di gioia paura stupore
….piangeresti silenziosamente
e le stelle piangerebbero
mischiate alla pioggia fine.

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore
finché il mio cuore è sul suo ramo
in questa notte di maggio sul lungosenna
….sotto i salici, mia rosa, con te
….sotto i salici piangenti molli di pioggia
ti direi due parole le più ripetute a Parigi
….le più ripetute, le più sincere
….scoppierei di felicità
….fischietterei una canzone
….e crederemmo negli uomini.

In alto, le case di pietra
….senza incavi né gobbe
….appiccicate
coi loro muri al chiar di luna
e le loro finestre diritte che dormono in piedi
e sulla riva di fronte il Louvre
….illuminato dai proiettori
….illuminato da noi due
………il nostro splendido palazzo
…………di cristallo.

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore
finché il mio cuore è sul suo ramo
in questa notte di maggio, lungo la Senna, nei depositi
….ci siederemmo sui barili rossi
….di fronte al fiume scuro nella notte
per salutare la chiatta dalla cabina gialla che passa
– verso il Belgio o verso l’Olanda? –
davanti alla cabina una donna
….con un grembiule bianco
……..sorride dolcemente.

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore.

Parigi, 1958

*

Nazim Hikmet, Poesie d’amore (trad. di Joyce Lussu, Oscar Mondadori, 2006) — Fotografia di Willy Ronis, Gli innamorati della Bastiglia, 1957.

Delta del tuo fiume di Gëzim Hajdari letto da Angela Greco

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Mark Rothko, New forms

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Delta del tuo fiume di Gëzim Hajdari letto da Angela Greco

“Delta del tuo fiume” (Edizioni Ensemble, 2015, prefazione di Giorgio Linguaglossa), raccolta poetica bilingue, albanese ed italiano, porta all’attenzione del lettore italiano una notevole voce della poesia contemporanea, quella di Gëzim Hajdari, nativo di una terra geograficamente molto vicina all’Italia, ma che l’Adriatico rende abbastanza distante dal conoscerla in maniera approfondita e dall’interessarsi – tranne che per gli addetti ai lavori – dei suoi aspetti letterari e nello specifico poetici. Ogni poesia, unitamente ai poemetti posti a chiusura della silloge, è tappa di un viaggio, di un cammino che origina dai luoghi natali reali e custoditi in sé e prosegue lungo la mappa dell’esilio – il poeta ha compiuto gli studi in Albania, conseguendo una seconda laurea a Roma e nel 1992, a causa del suo impegno politico e civile, ha dovuto lasciare il Paese della aquile, divenuto troppo pericoloso per la sua incolumità, così come si legge in una rivista on-line di letteratura internazionale -.

Le poesie narrano incontri e vicende in un sud che si estende dall’Africa, all’India, attraversando persone e identità, sempre non escludendo la radice, il territorio d’appartenenza, la sua storia e la sua realtà, che pure ha escluso Gëzim Hajdari dalla sua vita sociale – il poeta è stato invitato in moltissimi luoghi, ma non in Albania, a parlare del suo lavoro poetico (si legge sempre on-line) – ma che egli continua a frequentare dentro di sé in un rapporto di amore e odio, appassionato custode della lingua madre e fiero difensore di una identità che porta con sé oltre i confini geografici.gezim-hajdari-delta-del-tuo-fiume-cop

Quella presentata in “Delta del tuo fiume” è una poesia che mette in risalto il cammino, lo spostamento, i grandi attraversamenti di territori e tempi, compiuti per raggiungere quasi il luogo della promessa biblica, dove un intero popolo potrà riconoscersi e ritrovarsi. Una poesia dove l’uso di termini in lingua specifica, amplia l’orizzonte, lasciando che i versi abbraccino più culture e in questo modo cantino i temi di Gëzim Hajdari non più solo dal punto di vista personale.

Con il trascorrere delle pagine si giunge al coinvolgimento totale della natura e dei sensi – con un linguaggio affascinante e appassionato, che non risparmia terminologia e metafora sessuale – che decreta il momento in cui questa poesia prende corpo, si fa carne, materia tangibile a cui fare riferimento ed il poeta diviene profeta, ovvero chi ha capacità di vedere prima e annunciare chi o cosa accadrà dopo di lui; diviene colui a cui è dato il compito di fecondare la terra con il seme della sua parola e dal quale scaturirà una nuova progenie, che non dovrà più subire quanto accaduto fino a questo momento: “Mio ultimo uomo epico \ sei custode della mia uva che cola di desiderio \ nella corte del tuo Verbo. \ Non ti rammaricare del mesto esilio, \ si sta avverando l’antica profezia: \ tornerai nelle tue Alpi dai paesi “barbari”, \ discendendo dai valichi delle montagne di confine \ da vincitore e liberatore”  (pag.147).

Angela Greco

Due poesie tratte da Delta del tuo fiume (Ensemble, 2015):

La tua pelle nuda, come il buio della foresta di Ngorongoro;
i tuoi occhi tinti d’Africa, come l’oceano Indiano all’alba;
i tuoi seni pieni all’insù, come due colline nere e solitarie;
il tuo ventre morbido e focoso come la savana assetata
prima della stagione delle piogge;
il tuo pube in fiamme, tra le cosce alte da gazzella,
come una conchiglia dorata.
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(pag.35)
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§
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Quando ho toccato il suolo di Entebbe¹, era fine estate,
in attesa delle nuvole nere. Mi sono bagnato nel lago Victoria,
secondo le usanze del luogo porta fortuna all’ospite e al viaggiatore.
Ho parlato con un pescatore cieco seduto sulla costa,
sentiva la nostalgia del lago e della sua vecchia barca.
«Com’è il lago?» gli chiesi. «E’ come ieri» mi rispose.
Tornavo dai villaggi etiopi, circondati dalle mandrie assetate
e dalle valli abitate dalle tribù antiche del regno di Axum.
Era la stagione secca, bruciavano l’equatore e il suo cielo infiammato,
villaggi e spiriti degli antenati erano in attesa delle prime piogge.
Ho baciato quella terra rossa come il sangue dell’antilope
e ho parlato in silenzio con gli astri fissi nella notte nera.
«Faremo che sia lungo il tuo viaggio» mi hanno detto gli astri
«prima di tornare nelle città pietrose della tua Arbëria²».
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(pag.105)
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¹Entebbe: aeroporto dell’Uganda.
²Arbëria: il nome antico dell’Albania.

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 – Di Gëzim Hajdari Il sasso nello stagno di AnGre ha condiviso anche un’altra poesia tratta dal medesimo libro di cui nell’articolo odierno (leggi QUI) –

gezim-hajdari-siena-2000Gëzim Hajdari è il massimo poeta albanese vivente e uno dei maggiori poeti contemporanei. Ha pubblicato numerose raccolte di poesia. Ha scritto anche libri di viaggio e saggi e tradotto in albanese e in italiano vari autori. E’ vincitore di numerosi premi letterari. E’ presidente del Centro Internazionale Eugenio Montale. le sue recenti pubblicazioni sono : Nûr. Eresia e besa (Ensemble, 2012), I canti dei Nizam (Besa, 2012), Evviva il canto del gallo nel villaggio comunista (Besa, 2013) e Poesie scelte(Controluce, 2014).

 

Paul Celan, due poesie da Sotto il tiro di presagi

Paul Celan, due poesie da Sotto il tiro di presagi

§

Con la colomba della pace, così appare
il lupo mannaro, uno che va nei boschi,
un controspettro ambulante in mezzo a
bugie raddrizzate allo specchio.
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Andate pure, seguitelo, non è
solo. Con lui cammina la ro-
vesciata parola del boia, dal
borioso grugno, fissata attorno
da dente d’oro, zanna d’oro,
artiglio d’oro.
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[presumibilmente fine agosto 1962]
.

§

Questo è il momento in cui
i lupi mannari non
ce la fanno.
Nessuno
scherano più
vive.
.
L’uomo, vero e solo,
va eretto in mezzo
agli uomini.
.

[Moisville, 3 novembre 1962]

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da Sotto il tiro di presagi, poesie inedite 1948 – 1969 (trad. e cura di M.Ranchetti e J.Leskien)

immagine: Ernst Ludwig Kirchner (1880-1938), Taunus Landscape (1916), xilografia.