Aiguiller, poesie di Angela Greco AnGre (Ladolfi, 2022) – presentazione dell’opera

AIGUILLER Poesia di Angela Greco AnGre Ladolfi Ed.

AIGUILLER, poesie di Angela Greco AnGre (Ladolfi Ediotre, 2022)

Il titolo è in francese e tradotto ha valenza di “indirizzare, orientare, dirigere; deviare la conversazione su un altro argomento” secondo il senso figurato del termine “Aiguiller”(da leggersi “eɡɥije”) riportato dal dizionario Garzanti, ma anche, più in generale, “sterzare, cambiare direzione” con riferimento alla poesia in uso in Italia attualmente; l’opera consta di una significativa variazione di due precedenti editi, ai quali ho voluto dare nuova luce, convinta del fatto che la Poesia sia sempre qualcosa in divenire, mai ferma, con l’aggiunta di una sezione inedita scritta negli ultimi anni e nell’anno in cui mia figlia, a cui è dedicato il libro, ha compiuto dieci anni. Tutto il progetto qui presentato esprime il mio concetto di poesia e di costituzione dell’atto poetico, alla luce di riferimenti artistici e letterari di cui si dà nota nel testo e a fine dello stesso, utilizzando un verso libero ed ipermetrico”. [Angela Greco AnGre, estratto dalla Presentazione del testo]

*

[…]

Fermi per dirci vivi contiamo grani
capovolti nella clessidra. Inganniamo specchi
e virtù. Morirò appena compiuti due anni.
Mi riconosco solo a ritroso.

Se nessuno rivolge la domanda, so benissimo chi sei;
ma all’interrogazione non lo so più. Riprendo dal letto
di semina, la mano e la vanga a spostare il dato per scontato.
Poi, con la benevolenza inesausta del cielo stellato, propongo
appunti di raccolta, che soltanto domani e fra tre secoli
daranno quanto cercato oggi. Un solco è promessa di città.

[…]

“devi conoscere l’abisso prima della risurrezione”
e qui non è implicato nessun dio.

Euridice lo sa di cosa stiamo parlando.
E lo sa bene l’avvoltoio nella sua attesa.
Arriva sempre l’orario di chiusura del teatro,
la deposizione delle maschere.
Forse il patibolo è insito nella scrittura.

Canta ancora Orfeo.
Dobbiamo tornare negli inferi.

Gli inferi sono una questione strettamente personale
pochissimi sono gli accompagnatori.
Non si può ripetere il viaggio di qualcun altro.

[…]

Sì, ti abbraccio, prima che sia troppo tardi e
torno ai miei pensieri, alle domande che continuo a pormi e
a quest’oggi così pieno di croci e calvari tutti da salire scalzi.

Evoluzione o involuzione davvero non saprei.
Accadono le cose, cadono le persone, ma
si procede, in qualche modo.
Forse, semplicemente, ancora non abbiamo capito.

Sì, sorrido, figlia mia. Per il tuo decimo compleanno.

***

Quando ho dato alle stampe Aiguiller pensavo che il cambio di direzione fosse nei confronti della Poesia attualmente scritta in Italia, dalla quale, negli ultimi anni, mi sono alquanto allontanata…Invece, all’uscita del libro, mi sono resa conto che il cambio di direzione era riferito a quello che stavamo e stiamo vivendo…

Il libro, allora, è diventato, suo malgrado, una “risposta”: la Poesia è una risposta alle atrocità, alla discordia, alla mancanza di pace…Una responsabilità non indifferente, se si tiene conto della “facilità” con cui si scrive e produce poesia nel nostro Paese…

Consegno, quindi, Aiguiller al Lettore, come un momento di riflessione, di pausa e – soprattutto – di domande…

Angela Greco AnGre

Il libro è disponibile sui maggiori store on-line o si può richiedere all’indirizzo della casa editrice.
Ringrazio di cuore Giuliano Ladolfi per aver creduto ancora una volta nella mia Poesia e soprattutto in questo progetto a cui sono molto legata. Per me è stato emozionante pubblicare una seconda opera con il medesimo Editore, realizzando in questo modo la mia idea di crescita in un gruppo di lavoro con il quale condivido molto in materia di poesia; esperienza ormai difficile da concretizzare in tempi, come quelli che abitiamo, votati al  consumo rapido di persone e cose e letteralmente privi di competenza e lungimiranza sul lungo periodo.
Grazie per l’attenzione ♥

Aiguiller, il nuovo progetto poetico di Angela Greco AnGre

AIGUILLER Poesia di Angela Greco AnGre Ladolfi Ed.

Nel mezzo del cammin della mia vita, mi ritrovai in una selva ancora oscura, ma illuminata dalla Poesia. Oggi, Dantedì, esce AIGUILLER, il mio nuovo progetto edito da Ladolfi Editore che ringrazio. Condivido con i miei lettori questa gioia e invito a seguire il blog, perché presenterò  a breve il libro, con un mio personale intervento, qui, in questo mio spazio del cuore. Grazie.  (AnGre)

🕊

“[…] La tigre al centro della camera bianca e nera
è un tratto di penna sul foglio candido.
Lui si avvicina, lentamente. Lei, immobile, aspetta.
Inattesa la zampata squarcia il silenzio.
Un corpo a corpo spietato.”

*

Marij Čuk, tre poesie

Marij Čuk, tre poesie a cura di di Jolka Milič per Fili d’aquilone n.51 che si ringrazia.

*

IL TÈ DEL SABATO POMERIGGIO

Quando ti inviterò a prendere un tè
non temere le erbe selvatiche
e le tigri e le iene e i serpenti
nel mio giardino, amico.
Entra tranquillo e in silenzio,
bussa leggermente,
ti aprirà un irsuto domestico.
Entrando non aver paura del buio
e delle orrende urla
e delle lingue bavose, amico.
La mia casa è accogliente e pulita,
una zanna d’elefante al sole,
resiste alla pioggia e alla neve,
alla tempesta e alla bora.
La mia casa è un tetto sicuro.
Non spaventarti del cane selvaggio
ai miei piedi –
sbrana la gente solo di domenica.

Su, bevi una tazzina di tè
per sentirti meglio.

.

LA CASSAPANCA

In questa strana cassapanca di cose antiche
vaga I’ombra di alberi e di pietre scabre.
Cassapanca di calli e fuliggine,
di sole e di brutte notti fradice,
questa cassapanca cela al suo interno i ricordi
che sono come un fiore secco,
che sono come un volto avvilito e tormentato.
La cassapanca sa come si chiama l’erba.
La cassapanca sa che cosa vuol dire spargere il sangue.
Siedo su questa cassapanca,
su questo pezzo di legno inservibile,
che senza dubbio mi sarà utile d’inverno.

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VASTITÀ

Una donna pensierosa.
II sembiante di una morte facile.
Un corpo bagnato.
Nei giorni dei ricordi
non ci resta altro.
Mani larghe.
Una faccia scomposta.
Un’acerba primavera.
Nell’ampio deserto
si perde la mia orma.

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Marij Čuk, giornalista, poeta, scrittore, drammaturgo, commediografo, critico teatrale e letterario. Editorialista ricercato di varie riviste slovene e coordinatore di progetti interculturali alla RAI fino al pensionamento. Membro della Comunità slovena in Italia, nella regione Friuli-Venezia Giulia.
Nato nel 1952 a Trieste, dove vive e dove ha frequentato le magistrali, diplomandosi. Laureato in slavistica e romanistica all’Università di Ljubljana.
Raccolte di poesia: Pesniški list št. 13 (Foglio di poesia 13), 1973; Šumenje modrega mahu (Fruscio del muschio azzurro), 1974; Zakleta dežela (II paese incantato), 1975; Suho cvetje (Fiori secchi), 1982; Igra v matu (Scacco matto – in tandem con Ace Mermolja), 1984; Sledovi v pesku (Tracce nella sabbia), 1993; Ugrizi / Morsi (raccolta con testi a fronte), 2003; Zibelka neba in dna (Culla del cielo e del fondo), 2007 e Ko na jeziku kopni sneg (Quando sulla lingua si scioglie la neve), 2014.

Vetro soffiato di Angela Greco AnGre

Sfondo di luci di Natale

Vetro soffiato

Avvolti in questa evocazione d’oriente,
blu, stelle e oro al bordo d’una ritrovata sera,
tra il tuo respiro e la mano a carezzare
la frattura tra il giorno e il sogno. Prendiamoci
in questo momento, non più tardi di adesso,
sospesi tra il grecale e l’arrivo della neve,
al caldo buono della tua voce, che ridimensiona
distanze e dilata luoghi, luci e desiderio.
Di ogni parola ne faccio una sfera di vetro soffiato
per leggere in trasparenza destino e risposte
a questi segni scomposti dalla gioia d’averti ritrovato
dopo i giorni forzati della festa, degli addobbi
e dell’assenza.

*

Angela Greco AnGre, da ANANKE, Giuliano Ladolfi Editore, 2021

https://www.ladolfieditore.it/index.php/it/catalogo/perle-poesia/ananke.html

ANANKE poesie di Angela Greco AnGre - Ladolfi Editore

Ivan V. Lalić, tre poesie

Ivan V. Lalić (Belgrado 1931-1996), versi da “Poesie”

collana I Poeti a cura di Roberto Mussapi, Jaka Book, traduzione di Eros Sequi

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Bisanzio VII

Qualcuno, forse, nella sapiente compagnia delle anime nostre
passeggerà sopra il filo di queste mura dove abbiamo
guardato il sole pieno di rame chino sulla misura della notte;
secernerà il mare argento e ondate sulla ghiaia
abbracciata da futura tenerezza; l’aria sarà turchina
del fumo dei nostri nomi;
ma chi ci capirà?
perché sarà spostato il centro, le immagini diverse,
– unite forse con lo stelo: forse il fiore-
e le azioni d’amore unite nel discorso, nella lingua;
ma chi allora vorrà comporre il racconto
da queste sillabe sparse, dai gridi
ritratti a caso in un vetusto specchio,
nel muoversi dell’onda? E perché?
E c’è domani posto per questa rottura
nel tranquillo ricordo degli angeli, nel liscio
ricordo di acqua giovane? Nel ricordo dell’amante?
E ci vorranno forse i quadri traditi
del nostro amore, e guardie del deserto
con sabbia nei polmoni, questa lingua scarsa di sventura,
rapida pena alla maturità, sconfitta decretata?
O sarà senza noi più preciso l’equilibrio,
e più bella senza nostre voci la lingua degli amanti
miste con la morte come il vento con la fiamma,
come la sorgente con la foce?
.
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Commemorazione della madre
.
Mentre invecchiavo, esercitando con ogni esperienza
L’arte di avvicinarmi a te del tutto,
Sotto il tiglio diramato ti facevi più e più giovane
Nel mio ricordo e nelle feste, sempre più rade,
Quando mi vieni in sogno. Ciò che ora ci divide
Non sono gli anni, ma l’amore inteso come spazio
D’irrealizzato. I tuoi nipoti han superato,
O quasi, la mia statura di quel tempo
In cui le parole potevano ancora tremolarci
Nella stessa aria, come foglie dello stesso albero;
Adesso io ho parole, tu fronde sopra il tuo tiglio,
E conversi forse con l’altro figlio tuo,
Quello non nato, in una lingua che non so,
E così nemmeno so di chi la fedeltà ti aiuti maggiormente
A sopportare la morte : la sua o quella mia.
Ciò che ora ci divide non sono gli anni, bensì
Questa impossibilità di raschiare oro
Dalla tua icona. E quando vengo a visitarti,
Egualmente sempre più di rado, e metto un po’ di fiamma
Sotto il tuo nome, e le cifre crudelmente senza senso
1912-1946, io so di cercare inutilmente
Magari il gesto del tuo mignolo, in versione
Di mosse di formiche tra le ombre delle croci,
Visibili e invisibili, in dipendenza dalla luce :
E di luce, in realtà, è questione tutto il tempo.
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Ciò che ogni albero sa
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Impara, cuore, ciò che ogni albero sa:
Disporre la radice, infliggerla con giusto orientamento
Nel buio sparso; non dentro il sasso, bensì
Attorno al sasso; non dentro l’argilla
Bensì verso l’acqua non lontana;
Non nella ripulsa, ma nell’amore pronto
A rendere alla pressione di radice angusta ascesa
Fu per l’asse anulare, dritto, fino alla forcella,
E oltre, per l’erta obliqua delle fronde ripetente
L’ordine della sete sottostante nella luce, nel vento,
In simmetria, nell’equilibrio che accoppia
Nadir e zenit; e infine sino al frutto
Che vorrebbe arrotondare col suo peso
Movimento in misura appassionata. Così non agendo
Vantaggio del suo danno, rachitica sarà la chioma
Gibboso lo sforzo di rizzarsi, brutta la corteccia,
Partito il frutto e rado. Ogni albero lo sa.
Non imparare, cuore, dal folle albero di olivo
Che ricorda gli dei ellenici, innamorato della pietra
E del serpe che custodisce alla radice.

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Ivan V. Lalić nato a Belgrado nel 1931 è uno dei massimi esponenti della grande fioritura della poesia serbo croata che si rivela tra il 1951 e 1955, con il risveglio della cultura iugoslava e in coincidenza della caduta, a livello di politica culturale, del dogmatismo stalinista e del realismo socialista. In questa antologia, (da cui sono tratte le poesie sopra presentate) suggerita dallo stesso autore, il lettore italiano può attraversare le tappe di un percorso poetico tra i più alti del nostro tempo: un lirismo epico potente e corale, il senso della memoria come patrimonio aureo dell’uomo, capace di resistere al divenire e alla morte, visioni di soldati in veglia nella notte, di alberi che custodiscono segreti, voci che irrompono all’improvviso dall’interno portando nel presente la continuità della specie: definita «protogiovane» questa poesia celebra l’eterna vitalità e la rivelazione antica dell’istante. (Roberto Mussapi, quarta di copertina)

 

Fabrizio Bregoli legge Arcani, poesie di Angela Greco

Fabrizio Bregoli legge Arcani

(ed.Achille e La Tartaruga, 2020, prefazione di Franco Pappalardo La Rosa).

Leggendo la nuova raccolta di versi di Angela Greco, “Arcani”, si crederebbe, fermandosi all’evidenza del titolo, di trovarsi di fronte all’ennesima prova di poesia orfica che tanti epigoni incontra nella poesia contemporanea; pochi, in verità, con una personalità effettivamente incisiva e originale. In realtà, con piacevole sorpresa, quella che si incontra è invece una poesia-pensiero, di tipo esistenziale e, a tratti, argomentativa, che porta il lettore per mano in un mondo intricato di domande non risposte, dubbi irrisolti, indugi: l’esatto opposto di una poesia visionaria e dell’inconscio, allora, ma una poesia, come si diceva, della fattualità esistenziale, del dilemma fra vivere ed essere. Il tutto viene contestualizzato in un paesaggio che, con dovizia di dettagli descrittivi che però non cadono mai nel bozzetto di maniera, è quello della sua terra – le Murge -, con i suoi olivi e i suoi borghi antichi, un paesaggio che si offre come traslato di un’inquietudine di fondo sottesa lungo tutto il percorso del libro, che si fonda sulla constatazione della “caduta” (si veda la sezione “Falling”).

Di “ac-cadere” si parla più volte nel libro, come nell’ultima sezione dove viene declinato in accordo alle tre sequenze temporali di passato, presente e futuro (ac-caduto, ac-cade, ac-cadrà), secondo l’andamento tripartito di cui l’autrice parla nella nota finale in cui si spiega che il titolo è appunto da riferirsi alla tecnica di lettura delle tre carte, che viene effettuata ricorrendo agli arcani maggiori dei tarocchi: la variante proposta nel libro è quella però delle carte nella loro posizione corretta, e mai rovesciata (il che comporterebbe il capovolgimento del loro significato), perché la logica che permea questi versi è quella di un’indagine costruttiva, volta alla identificazione di senso, anche se mai consolatoria nell’accezione scontata del termine. L’idea di fondo, certamente condivisibile, è fondativa di una poesia come domanda aperta, alla ricerca di “un plurale / dal conto perso”, ossia un confronto serrato con il mondo, rifuggendo dal solipsismo ma nel bisogno di un rispecchiamento nell’altro (“Quante persone raccogli nel tuo volto?” e, ancora, “Torneremo ancora plurali”). Domina tutta l’opera, quindi, questo senso di caduta a cui rimediare, per riavvicinare la distanza fra cielo delle possibilità e terra in cui trova spazio la realtà dei luoghi e dei fatti, degli individui sempre più barricati nella propria straniante solitudine, ma sempre con l’orizzonte che prescrive di essere “alle soglie di un’umanità da riscrivere” perché, parafrasando l’autrice, si abitano assenze: ciascuno di noi ha la responsabilità morale, prima ancora il destino (e il riferimento a Rilke non è in questa ottica casuale) di prendersene carico pur consapevole di essere, come avviene per il ricordo che non può alterare il fatto, “maestro di imperfezione”. Nessuna consolazione, dicevamo, solo consapevolezza: “E siamo soli, / nella sera falsamente illuminata, carta pesta colorata e ferri / ad arrugginire sotto quel che tutti vedono”, o, ancora, “Miete vittime la mattina di festa e forse tornerà il freddo. / Siamo canti alternati a idi di marzo. Buongiorno.” (con una chiusa allusivamente spietata, nella sua ironia composta, misurata).

Le ultime due citazioni, in particolare, sono tratte dalla prima sezione della raccolta, giustamente segnalata, ancora inedita, al Premio Lorenzo Montano, forse la parte più interessante del lavoro: qui l’autrice cerca la strada di una versificazione più ampia, dall’impronta narrativa con inserti gnomici e sapienziali, in una forma stilistica più asciutta rispetto alle altre sezioni, in cui invece è più marcata l’impronta lirica. Questa sezione che porta il titolo della sua protagonista, “Claire”, è una sorta di romanzo di formazione non scritto, senza accadimenti circostanziati, sospeso fra desiderio e volontà, nel dubbio che si “insinua che forse non siamo mai stati” e che “sopravviviamo negli occhi / e dentro cumuli: di libri o di terra non fa differenza” (splendido undestatement che definisce con evidenza il linguaggio adottato dall’autrice). Si ha la sensazione di un destino che cerca di compiersi, senza però che riesca a prendere una forma consapevole e decifrabile, uno stato di perenne attesa, un accadere che sfiora e non delimita, che va trattenuto (e forse la poesia è una delle strade possibili): “Claire ripensa / alla giustizia della neve appena trascorsa, la stessa intenzione / a coprire tutto, alla generosità del silenzio” […]. Altrove si afferma anche, a evidente conferma, che ci si ritrova “frammenti del discorso / in codici ad intermittenza”; la nominazione delle cose e del mondo è sempre imperfetta, le parole sfuggono e confondono, occorre ricondurle alla misura dell’essenziale, fino alla scabrosità sul precipizio dell’afasia: “Anche la pietra ha una sua fertilità”.

La poesia, allora, diventa una difesa strenua, il non volersi arrendere al dato di fatto, alla circostanza contingente dell’ac-cadere: “la mano tenta inchiostro per non dubitare / della realtà”, quella realtà che attraversata con la circospezione debita “vorrebbe esserti foglio bianco a cui affidare le ombre, / inchiostro che inciti i cavalli di fuoco, perché sia sole, / anche tra le tue nuvole”. Il percorso non può avvenire se non spezzando questo cerchio di solitudine; ogni scrittura, per essere tale, pretende un’interlocuzione, la légge del confronto: “quando dici che devo scrivere senza farti leggere nulla, quasi fosse mai possibile togliere alla corolla il centro e il nettare per l’incauto impollinatore”. Solo in questo interscambio, che è osmosi fra parola e mondo, si può colmare la distanza della divisione, denudando, impudicamente se serve, “il vetro che urge nel petto” come strumento perché “l’ombra permett[a] di vedere quel che la luce non mostrava”.

E Angela Greco procede con sicurezza nella sua scrittura, con un linguaggio sobrio ma non scontato, con la lucidità dell’argomentazione, ma sempre strettamente intrecciata alla sua declinazione nella sfera emotiva (di frequente, dicevamo, mediante il rispecchiamento o il trasfert del paesaggio e della natura). Se si può credere ancora nell’utopia, come l’autrice ci avvisa nella sua nota, può avvenire solo a patto di non cedere alla letterarietà, partendo dal vissuto ma senza tentazioni di un facile autobiografismo; la strada dell’interiorità non è mai la retta che congiunge due punti con il percorso più breve, spesso è un movimento complesso di omotetie e convoluzioni, come appunto avviene per questi versi, all’apparenza diretti e di per sé evidenti, ma in realtà proiettati in uno spazio molto più ampio, che si offre a successivi e progressivi scandagli e interpretazioni. [Fabrizio Bregoli]

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Angela Greco (AnGre) — Arcani

Angela Greco, estratti da All’oscuro dei voyeur

Angela Greco, estratti da All’oscuro dei voyeur

[…]
Più che l’arredo è l’imprecisione
a fornire appigli solidi. Fuori concorso
che meravigliano per lealtà
grani di polvere sul rosario appeso
al ricordo di quando eravamo santi.
Tolta l’aureola allo sguardo rimane
la nudità che non può essere travisata.
Nel circo l’apparenza s’improvvisa neve
per chi è in cerca di souvenir; intanto,
rimaniamo non addomesticabili cercatori
di ciò che si è perso prima del giorno.
(da “chilometri a ritroso”)

*

[…]
Vorrei rimanesse di me una puntina da disegno,
sotto la pianta del piede, di quelle che ricordano
i diciassette anni e un cattivo voto costato un sabato
sera; qualcosa che non accade più, di cui resta la cicatrice
in memorie di carta in disuso; vorrei fabbricanti di veleni
che si convertano all’arte, un filo argentato a legare
una mano piccola e una grande, un disegno da bimbi
di prima elementare per ricominciare e imparare il resto.
(da “notte e terra”)

*

[…]
Il vicolo nasconde la vena e la smagliatura antica di tufo giallo
a rigare di continuità questo ribaltato ventre di colori. Tra
il cobalto e il rosso raggiungiamo Napoli a maggio.
Rovine da scalare per dire mattino nello zucchero del risveglio,
lo stesso film di quella sera d’inverno. Il cielo ha geometrie
sensibili tra le pietre innalzate a casa e la strada; tagli precisi,
che slacciano percorsi a scendere sotto madonne dai raggi bui.
In restauro, davanti al rigattiere dei leoni, siamo numeri a caso
estratti tra fortuna e destino dal tempo che sorprende.
Una disfatta, prima della parola, ci raggiunge al collo.
(da “Dissimiglianze”)

*

Tutte le cose imperfette hanno un battito in più,
un moto di ricerca, una stella che si colloca dove
meno la si vede e che pure brilla prima.
Qualcuno nel giardino sta suonando un richiamo;
seduto sul fondo della scena osserva lo scompiglio
del mattino di buoni propositi e discese all’inferno.
E diventi tu stesso l’edificio altissimo,
la successione dei piani, la fuga dello sguardo
e le camere che incalzano, gli specchi rotti e i tavoli
su cui poggiare la mano, quando a schiena curva
non basta il ricordo per darsi sollievo.
[…]
(da “je te veux”)

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Angela Greco (AnGre) è nata il primo maggio del ‘76 a Massafra (TA). Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Ed.Lupo, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Ed.Smasher, 2012); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015); Anamòrfosi (Progetto Cultura, Roma, 2017); Correnti contrarie (Ed.Ensemble, Roma, 2017); Ora nuda, antologia 2010-2017 (Quaderni di RebStein LXVII, 2017); Ancora Barabba (Collezione Bocche Naufraghe, YCP, 2018); All’oscuro dei voyeur (YCP, 2019, prefazione di Franco Pappalardo La Rosa).

È ideatrice e curatrice del collettivo di poesia, arte e dintorni Il sasso nello stagno di AnGre (https://ilsassonellostagno.wordpress.com/). Commenti e note critiche sono reperibili all’indirizzo https://angelagreco76.wordpress.com/.

QUI IL LIBRO

Paul Verlaine…a Carnevale

riproponiamo…

Due poesie di Paul Verlaine

Pierrot monello

Non è Pierrot in erba
non più che Pierrot in mantello,
è Pierrot, Pierrot, Pierrot.
Pierrot monello, Pierrot ragazzo,
la noce fuori del guscio,
è Pierrot, Pierrot, Pierrot!
Benché sia alto poco più d’un metro,
il bricconcello sa mettere
nei suoi occhi il lampo d’acciaio
che s’addice al genio sottile
della sua malizia infinita
di poeta-smorfioso.
Labbra rosso-ferita
dove sonnecchia la lussuria,
faccia pallida dal ghigno fine,
lunga, accentuata,
che pare abituata
a contemplare ogni fine,
corpo esile ma non magro,
voce di fanciulla ma non stridula,
corpo d’efebo in piccolo,
voce di testa, corpo in festa,
creatura sempre pronta
a saziare ogni appetito.
Va’, fratello, va’, compagno,
fa’ il diavolo, batti la strada
nel tuo sogno e su Parigi
e per il mondo, e sii l’anima
vile, alta, nobile, infame
del nostro spirito innocente!
Cresci, poiché così si usa,
moltiplica la tua ricca amarezza,
esagera la tua allegria,
caricatura, aureola,
la smorfia e il simbolo
della nostra semplicità!
.
.
Pantomima (da Feste galanti)
.
Pierrot che non ha niente d’un Clitandro
si vuota un fiasco senza più attendere
e, pratico, prende a morsi un pasticcio.
Cassandro, in fondo al viale,
versa una lacrima misconosciuta
per il nipote diseredato.
Quel ribaldo di Arlecchino combina
il rapimento di Colombina
e si fa quattro piroette.
Colombina sogna, sorpresa
di sentire un cuore nella brezza
e di udire delle voci nel suo cuore.
.
(dal web)

Rainer Maria Rilke, La decima Elegia

Igor Lihovidov

La decima Elegia – di Rainer Maria Rilke

Che un giorno, uscendo dalla terribile visione,
io canti gloria con gioia ad angeli accoglienti.
Che nessuno dei netti, martellanti battiti del cuore
cada su corde deboli, incerte o sul punto di spezzarsi.
Che il mio viso inondato
mi renda più splendente; che la banalità del pianto
fiorisca. Come mi sarete care, allora,
notti angosciose. Vi avessi sopportato più in ginocchio,
sorelle
sconsolate, mi fossi abbandonato di più
nei vostri capelli disciolti. Noi, scialacquatori di sofferenze.
Impegnati come siamo a indovinarne, nella triste durata,
la possibile fine. Eppure
sono il nostro fogliame invernale, il nostro sempreverde
più buio,
uno dei tempi del nostro anno segreto –, non solo
tempo –, ma luogo, sede, rifugio, terreno, dimora.
Ma come sono estranei i vicoli della Città-Dolore,
dove, nel falso silenzio creato dal frastuono,
impetuosa, dalla forma del vuoto, la colata
rintrona: il rumore dorato, il monumento che esplode.
Come calpesterebbe senza lasciar traccia un angelo il loro
mercato
di consolazione, che la chiesa, le sue mercanzie belle
e pronte, delimita:
pulita, delusa e chiusa come un ufficio postale la domenica.
Fuori, però, i bordi sono sempre agitati dalla fiera.
Altalene di libertà! Acrobati e giocolieri del fervore!
E l’iconico banco di felicità imbellita del tiro a segno,
dove il bersaglio sbatacchia e si rivela vuoto, di latta,
quando uno più abile fa centro. Dall’applauso al caso,
barcolla e va avanti, con le baracche di ogni curiosità
che invitano, sbraitano e battono il tamburo. Ma per adulti
c’è qualcosa di speciale da vedere, come il denaro
si moltiplica, anatomicamente,
non solo per divertimento: l’aspetto sessuale del denaro,
tutto, per intero, la procedura –, è istruttivo e fa produrre…
… Ma proprio là fuori,
dietro l’ultima palizzata, coperta con la pubblicità
della “Todlos”,
quella birra amara, che pare dolce a chi la beve,
finché ci mastica sopra nuove distrazioni…,
proprio sul retro della palizzata, proprio là dietro,
c’è il reale.
Bambini giocano, e innamorati si tengono stretti –,
in disparte,
seri, sull’erba grama, e cani agiscono secondo natura.
Ma il giovane viene attirato ancora più in là; forse ama
una giovane Lamento… Va dietro a lei nei prati. Lei dice:
– Lontano. Noi abitiamo là fuori… Dove? E il giovane
la segue. È colpito dal suo portamento. Le spalle, il collo –,
forse
è di stirpe nobile. Ma poi la lascia, torna indietro,
si volta, fa un cenno… A che serve? È un Lamento.
Solo i morti giovani, nel primo stadio
di serenità senza tempo, quello dello svezzamento,
la seguono con amore. Lei aspetta
le giovani e se ne fa amica. Pacatamente
mostra loro ciò che porta. Perle di dolore e squisiti
veli di pazienza –. Coi giovani cammina in silenzio.
Ma là, dove vivono, nella valle, una dei Lamenti, un’anziana,
risponde alla domanda del giovane: – Eravamo,
dice, una grande stirpe, una volta, noi Lamenti. I padri
lavoravano nelle miniere, lassù in alto, in montagna; tra
gli uomini
trovi talvolta un pezzo di dolore primordiale levigato
o, da un antico vulcano, un frammento di collera fossile.
Sí, è da là che venne. Allora eravamo ricchi –.
E lo guida lieve attraverso l’immenso territorio dei Lamenti,
gli mostra le colonne dei templi e le rovine
di quei castelli dai quali un tempo i príncipi-Lamenti
governarono saggiamente il Paese. Gli mostra i grandi
alberi di lacrime e i campi fioriti di malinconia,
(i vivi li conoscono solo come tenera verzura);
gli mostra gli animali della tristezza, che pascolano, –
e talvolta
un uccello spaventato, volando radente attraverso il loro
sguardo levato,
traccia in lontananza l’immagine scritta del suo grido
solitario –.
Di sera lo conduce verso le tombe, dagli antenati
della stirpe dei Lamenti: le sibille e i profeti.
Ma come si fa notte camminano più piano, e presto
luneggia in alto quel sepolcro che veglia
sopra ogni cosa. Fratello di quello sul Nilo,
la grandiosa sfinge –: il volto
delle camere segrete.
E li riempie di meraviglia quella testa regale che per sempre,
in silenzio, ha posto la faccia umana
sulla bilancia delle stelle.
Ancora disorientato per la morte recente, i suoi occhi
non lo colgono. Ma lo sguardo di lei
spaventa la civetta da dietro il bordo dello pschent.
E lentamente, di striscio, sfiorando la guancia,
quella più morbidamente rotonda, l’uccello
traccia lievemente nel nuovo
udito dei morti, su una doppia
pagina spalancata, l’indescrivibile contorno.
E più in alto, le stelle. Nuove. Le stelle del paese del dolore.
Lentamente l’anziana Lamento le nomina: – Qui,
vedi: il Cavaliere, il Bordone, e quella costellazione più fitta
la chiamano Ghirlanda di Frutta. Poi, più lontano, verso
il polo:
Culla; Via; il Libro Ardente; Burattino; Finestra.
Ma nel cielo meridionale, pura come sul palmo
d’una mano benedetta, risplende chiara la “M”,
che significa madri… –
E tuttavia il morto deve proseguire, e silenziosamente
l’anziana Lamento lo conduce fino alla gola della valle,
dove luccica nel chiarore lunare:
la fonte della gioia. Ne pronuncia il nome
con rispetto, e dice –: Tra gli esseri umani
è una corrente che sostiene –.
Sono ai piedi della montagna.
E là lo abbraccia, piangendo.
Da solo, continua a salire, tra i monti del dolore primordiale.
E neppure l’eco dei suoi passi risuona dal destino senza
suono.
Ma dovessero risvegliare per noi, i morti senza fine,
un’immagine,
vedi, indicherebbero forse gli amenti
dei nocciòli spogli, che pendono, o forse
anche la pioggia che cade a primavera sulla terra nera –.

E noi, che pensiamo alla felicità
come a qualcosa che sale, sentiremmo
l’emozione, che quasi ci sgomenta,
di quando una cosa felice cade.

*

Rainer Maria Rilke, da Elegie duinesi (trad.di Maria Grazia Marzot, Crocetti Editore — immagine: opera di Igor Lihovidov)