Paul Verlaine, tre poesie

Spleen

Le rose erano tutte rosse
e l’edera tutta nera.

Cara, ti muovi appena
e rinascono le mie angosce.

Il cielo era troppo azzurro
troppo tenero, e il mare

troppo verde, e l’aria
troppo dolce. Io sempre temo

– e me lo debbo aspettare!
Qualche vostra fuga atroce.

Dell’agrifoglio sono stanco
dalle foglie laccate,

del lustro bosso e dei campi
sterminati, e poi

di ogni cosa, ahimè!
Fuorché di voi.

.

*

Viviamo in tempi infami

Viviamo in tempi infami
dove il matrimonio delle anime
deve suggellare l’unione dei cuori;
in quest’ora di orribili tempeste
non è troppo aver coraggio in due
per vivere sotto tali vincitori.

Di fronte a quanto si osa
dovremo innalzarci,
sopra ogni cosa, coppia rapita
nell’estasi austera del giusto,
e proclamare con un gesto augusto
il nostro amore fiero, come una sfida.

Ma che bisogno c’è di dirtelo.
Tu la bontà, tu il sorriso,
non sei tu anche il consiglio,
il buon consiglio leale e fiero,
bambina ridente dal pensiero grave
a cui tutto il mio cuore dice: Grazie!

.

*

Noi saremo

Noi saremo, a dispetto di stolti e di cattivi
che certo guarderanno male la nostra gioia,
talvolta, fieri e sempre indulgenti, è vero?

Andremo allegri e lenti sulla strada modesta
che la speranza addita, senza badare affatto
che qualcuno ci ignori o ci veda, è vero?

Nell’amore isolati come in un bosco nero,
i nostri cuori insieme, con quieta tenerezza,
saranno due usignoli che cantan nella sera.

Quanto al mondo, che sia con noi dolce o irascibile,
non ha molta importanza. Se vuole, esso può bene
accarezzarci o prenderci di mira a suo bersaglio.

Uniti dal più forte, dal più caro legame,
e inoltre ricoperti di una dura corazza,
sorrideremo a tutti senza paura alcuna.

Noi ci preoccuperemo di quello che il destino
per noi ha stabilito, cammineremo insieme
la mano nella mano, con l’anima infantile
di quelli che si amano in modo puro, vero?

.

(dal web)

François Villon, La ballata degli impiccati / La ballade des pendus

La ballata degli impiccati di François Villon (Parigi, 8 aprile 1431 o 1432 – dopo l’8 gennaio 1463)

Fratelli ancora vivi, o umana gente,
non siate contro noi duri e spietati!
Più presto troverete Iddio clemente,
pietà portando a questi disgraziati…
Cinque, sei, ci vedete qui impiccati:
già in polvere si va, stecchito ossame,
ché i corpi, cui saziammo cento brame,
da un pezzo sono putridi e distrutti…
Non irridete questa sorte infame,
ma Dio pregate – che ci assolva tutti!

E non vi sdegni il nome di fratelli,
anche se noi morimmo giustiziati:
spesso difetta il senno nei cervelli,
voi lo sapete, e avvengono i peccati…
poiché la morte adesso ci ha ghiacciati,
fate che Cristo scusi i nostri torti,
che avaro non ci sia dei suoi conforti
e nel fuoco infernale non ci butti!
Nessuno ci molesti: siamo morti.
Ma Dio pregate – che ci assolva tutti!

Ci lisciò la pioggia e ci ha lavati,
e neri e secchi diventammo al sole:
le gazze e i corvi gli occhi hanno strappati
e barbe e ciglia… Macabre carriole,
il vento ci sballotta come vuole,
di qua, di là, mai fermi – e le beccate
in ditali le salme hanno mutate…
e sempre avanti e indietro, come i flutti…
Di questa compagnia, dunque, non siate,
ma Dio pregate – che ci assolva tutti!

Principe da cui siamo governati,
Satana non ci tenga incatenati:
più nulla noi facciamo che gli frutti…
uomini, basta con gli scherni usati,
ma Dio pregate – che ci assolva tutti!

*

La Ballade des pendus

Frères humains qui après nous vivez,
N’ayez les cuers contre nous endurcis,
Car, se pitié de nous povres avez,
Dieu en aura plus tost de vous mercis.
Vous nous voiez cy attachez cinq, six:
Quant de la char, que trop avons nourrie,
Elle est pieça devoree et pourrie,
Et nous, les os, devenons cendre et pouldre.
De nostre mal personne ne s’en rie;
Mais priez Dieu que tous nous veuille absouldre!

Se vous clamons, freres, pas n’en devez
Avoir desdaing, quoy que fusmes occis
Par justice. Toutefois, cous sçavez
Que tous hommes n’ont pas bon sens rassis;
Excusez nous, puis que sommes transis,
Envers le fils de la Vierge Marie,
Que sa grâce ne soit pour nous tarie,
Nous preservant de l’infernale fouldre.
Nous sommes mors, ame ne nous harie;
Mais priez Dieu que tous nous veuille absouldre!

La pluye nous a buez et lavez,
Et le soleil dessechiez et noircis;
Pies, corbeaulx nous ont les yeux cavez,
Et arrachié la barbe et les sourcis.
Jamis nul temps nous ne sommes assis;
Puis ça, puis la, comme le vent varie,
A son plaisir sans cesser nous charie,
Plus becquetez d’oyseaulx que dez a couldre.
Ne soiez donc de nostre confrarie;
Mais priez Dieu que tous nous veuille absouldre!

Prince Jhesus, qui sur tous a maistrie,
Garde qu’enfer n’ait de nous seigneurie:
A luy n’ayons que faire ne que souldre.
Hommes, ici n’a point de mocquerie;
Mais priez Dieu que tous nous vueille absouldre.

Versi e traduzione dal web — in apertura, “Prophet” by John Jude Palencar.

 

Yves Bonnefoy, due poesie da Quel che fu senza luce

ph.Angela Greco AnGre

Yves Bonnefoy, due poesie da Quel che fu senza luce

.

UNA PIETRA

L’estate passò violenta per le sale ariose,
Ciechi i suoi occhi, il suo fianco nudo,
Gridò, e il richiamo squassò il sogno
Di quelli che dormivano là nella semplicità del loro esistere.
.
Rabbrividirono. Cambiò il ritmo del respiro,
Le loro mani riposero la coppa del sonno.
Già il cielo era di nuovo sulla terra,
E fu il temporale di pomeriggi estivi, nell’eterno.
.

§

LA RAPIDITA’ DELLE NUVOLE

Il letto, la finestra vicina, la valle, il cielo,
La magnifica rapidità di queste nuvole.
L’artiglio della pioggia sul vetro, all’improvviso,
Come se il nulla siglasse il mondo.
.
Nel mio sogno di ieri
Il grano di altri anni ardeva in brevi fiamme
Sul suolo lastricato, ma senza calore.
I nostri piedi nudi lo scostavano come un’acqua limpida.
.
O amica mia,
Come era esigua la distanza tra i nostri corpi!
La lama della spada del tempo che s’aggira
Avrebbe invano lí cercato il luogo per vincere.
.

..

da Yves Bonnefoy, Quel che fu senza luce Inizio e fine della neve, trad. di Davide Bracaglia, Einaudi, 2001

.

yves_bonnefoy1Yves Bonnefoy, nato a Tours nel 1923 è morto il 1 luglio 2016 a 93 anni, professore emerito al Collège de France di Parigi, poeta, prosatore e saggista. Ha tradotto Shakespeare, Donne, Keats, Yeats, Petrarca, Leopardi.

Più volte candidato al Nobel per la letteratura, ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti internazionali. In Italia ha pubblicato diverse raccolte: Movimento e immobilità di Douve, 1953; Ieri deserto regnante, 1958; Pietra scritta, 1965; Nell’insidia della soglia, 1975; Quel che fu senza luce, 1987; Qui dove ricade la freccia, 1991; Inizio e fine della neve, 1991; La vita errante, 1993; Le assi curve, 2001; La lunga catena dell’àncora, 2008.

Arthur Rimbaud, Une Saison en enfer (Una Stagione all’inferno) – testo d’apertura

Edvard Munch - Gelosia - 1896

dalla Prefazione a Una stagione all’inferno

L’inferno

A Bruxelles, Verlaine non voleva che Rimbaud partisse, e le suppliche, le minacce si concretizzarono in un colpo di rivoltella che per fortuna ferì soltanto lievemente l’amico al polso. Di­chiarazioni, interrogatori, deposizioni al commissario di polizia e al giudice istruttore. Condanna di Verlaine. Il dramma si con­sumava. Nel periodo che seguì, Rimbaud si ritirò a Roche, nella sua campagna vicino a Charleville, e terminò nell’agosto 1873 la composizione di Una Stagione all’inferno iniziata nell’aprile dello stesso anno. Prima voleva chiamare l’opera «Libro paga­no» o «Libro negro», infine optò sempre per un titolo aderente al contenuto. Non avendo pagato l’editore, entrarono in circolazione solo pochi esemplari. Nacque il mito. Ritenendola l’ ulti­ma opera del poeta (seguono invece le Illuminazioni e gli «scritti africani»), piacque immaginare che Rimbaud avesse distrutto, bruciato le copie della Saison («autodafé»). La «storia» poté al­lora nutrirsi del mito del silenzio, dell’abbandono della poesia, così cari al nostro secolo. Furono poi trovate per caso le copie negli scantinati dell’editore e, distrutte quelle deteriorate, furo­no messe in vendita le altre. La tesi cambiò di poco, fu adattata e da quei tempi la «certezza» non fu mai ristabilita come Rim­baud stesso aveva permesso – lo vedremo – moltiplicando le letture della sua opera. E i miti continuarono.

Eppure, a parte le elucubrazioni critiche, permesse appunto dal poeta e da lui stesso chiamate «ultime piccole vigliacche­rie», si tratta proprio di quanto indica il titolo, cioè di Una Sta­gione all’inferno:

– Ma, caro Satana, ti scongiuro, uno sguardo meno irritato! e aspettando le ultime piccole vigliaccherie, tu che ami nello scrittore l’assenza di facoltà de­scrittive o istruttive, per te stacco questi pochi orribili foglietti dal mio taccui­no di dannato.

L’opera tentata, se non come una rivincita di Lucifero contro Dio, almeno come riscatto di una innocenza mistica dal peso del peccato, capolavoro estremo della letteratura dell’Ottocento, non solo visionaria, segna in ogni caso la sconfitta irrimediabile della vecchia poesia e la facile labilità dei suoi valori:

Mi stesi nel fango. Mi asciugai al vento del crimine. E giocai brutti tiri alla follia.

Rimbaud con la Stagione giunge infatti all’ultimo crac:

Ora, recentemente essendomi trovato sul punto di fare l’ultimo crac! ho pensato di ricercar la chiave dell’antico festino, per riprendere forse appetito.”

Ma quella chiave non apre due volte! Poi, si dovrà reinventa­re la vita, l’amore per raggiungere di nuovo la libertà. 

[cura e versione di Gabriele-Aldo Bertozzi]

*  *  *  *  *

«Un tempo, se ben ricordo, la mia vita era un festino dove si schiudeva ogni cuore, ogni vino scorreva.

Una sera, feci sedere la Bellezza sulle mie ginocchia. – E la trovai amara. – E l’ingiuriai.

Mi armai contro la giustizia.

Fuggii. Oh streghe, oh miseria, oh odio, a voi il mio tesoro fu affidato!

Riuscii a cancellare dal mio spirito ogni speranza umana. Su ogni gioia per strangolarla feci il balzo sordo della bestia feroce.

Invocai i carnefici per mordere morendo il calcio dei loro fu­cili. Invocai i cataclismi per soffocarmi con la sabbia, il sangue. La sciagura fu la mia dea. Mi stesi nel fango. Mi asciugai al ven­to del crimine. E giocai brutti tiri alla follia.

E la primavera mi portò il riso orrendo dell’idiota.

Ora, recentemente essendomi trovato sul punto di fare l’ulti­mo crac! ho pensato di ricercar la chiave dell’antico festino, per riprendere forse appetito.

La carità è questa chiave. – Tale ispirazione prova che ho so­gnato!

«Resterai iena, ecc … , » prorompe il demonio che mi incoro­nò di così graziosi papaveri. «Giungi alla morte con tutti i tuoi appetiti, e il tuo egoismo e i tuoi peccati capitali.»

Ah! Ne ho fin troppo: – Ma, caro Satana, ti scongiuro, uno sguardo meno irritato! e aspettando le ultime piccole vigliacche­rie, tu che ami nello scrittore l’assenza di facoltà descrittive o istruttive, per te stacco questi pochi orribili foglietti dal mio tac­cuino di dannato.

*

tratto da Rimbaud, Una Stagione all’inferno – Tascabili economici Newton (1995) – in apertura: Edvard Munch, Gelosia (1896)

Paul Eluard, Un solo sorriso

note

Un solo sorriso

Un solo sorriso contendeva
Ogni stella alla notte nascente
Un solo sorriso per noi due
.
E l’azzurro nei tuoi occhi estatici
Contro la massa della notte
Nei miei occhi trovava la sua fiamma
.
Perché volevo sapere ho veduto
La notte alta dare la vita al giorno
Senza che la nostra immagine mutasse.
.

.

Un seul sourire

Un seul sourire disputait
Chaque étoile à la nuit montante
Un seul sourire pour nous deux
.
Et l’azur en tes yeux ravis
Contre la masse de la nuit
Trouvait sa flamme dans mes yeux
.
J’ai vu par besoin de savoir
La haute nuit créer le jour
Sans que nous changions d’apparence.
.
.

da Paul Eluard, Ultime poesie d’amore  (Passigli Poesia)

Yves Bonnefoy, due poesie

Yves Bonnefoy (Tours, 24 giugno 1923 – Parigi, 1º luglio 2016), due poesie 

 

Desiderio divenne Amore
Lungo le sue strade notturne
Nella mestizia dei secoli; e per la bellezza
Compresa, per il limite accolto, per la memoria,
Amore, il tempo, reca l’infante, − il segno.

E in noi e di noi, che ancora siamo
Oscuri tanto l’uno all’altra, e questo,
Ma fatale, è il peccato, essendo il dire
Sempre incompiuto non meno dell’essere,

La gioia prenda forma: a trattenere
L’acqua nell’effimera sua coppa; per riflettervi
Quel niente, che è il fuoco; per offrire
L’idea, almeno, del senso − a quella luce.

da L’opera poetica (Mondadori, 2010), a cura di F. Scotto

.

Il fulmine

Questa notte è piovuto.
Il sentiero ha odore di erba bagnata,
poi nuovamente la mano del calore
sulla nostra spalla, come
per dire che il tempo non ci porterà via niente.

Ma là
dove il campo inciampa nel mandorlo,
ecco, un animale è balzato
da ieri a oggi attraverso le foglie.

E noi ci fermiamo, al di fuori del mondo.

E io ti vengo vicino,
finisco di strapparti dal tronco annerito,
ramo, estate nel fulmine
da cui la linfa di ieri, divina ancora, scorre.

da Ce qui fut sans lumière, 1987. Traduzione di Mario Benedetti.

Arthur Rimbaud: La mia bohème e Sensazione

La mia bohème (Fantasia)

Con i pugni nelle tasche bucate camminavo;
Finanche il mio cappotto diventava ideale;
Vagavo sotto il cielo, e ti ero sempre leale;
Oh! là! là! Musa, che amori splendidi che sognavo!

Le mie uniche braghette, ormai da buttare.
— Sgranavo rime in corsa, Pollicino sognatore.
Il mio solo albergo era nell’Orsa Maggiore.
— Le mie stelle su nel cielo, che dolce sussurrare

E le ascoltavo seduto sul bordo della strada,
Le notti di settembre in cui sentivo la rugiada
Fresca sulla fronte come un vino di vigore;

E allora in mezzo a ombre fantastiche facevo
Rime, e come delle lire le stringhe tendevo
Delle mie scarpe ferite, a un piede dal cuore.

*

Sensazione

Andrò per i miei sentieri nelle sere blu d’estate,
Pizzicato dal grano a calpestare l’erba delicata:
E sognando, le mie caviglie ne saranno rinfrescate.
Lascerò il vento bagnare la mia testa denudata.

Non penserò più a nulla, e mai più parlerò invano:
Ma l’anima mia si colmerà d’un amore sconfinato,
E come un vagabondo me ne andrò lontano, lontano,
Nella Natura, come con una fanciulla — appagato.

.

Traduzione di Marco Settimini per la rivista Pangea, che si ringrazia, sulla quale è possibile leggere un approfondimento sull’argomento (http://www.pangea.news/lanima-mia-si-colmera-dun-amore-sconfinato-linsoddisfatto-inafferrabile-rimbaud-in-una-nuova-traduzione/) — foto d’apertura: manoscritto di Ma Bohème, dal web

Louis Aragon, Sono l’eresiarca di tutte le chiese

man-ray

Sono l’eresiarca di tutte le chiese

Sono l’eresiarca di tutte le chiese
Ti antepongo a tutto ciò per cui vale la pena di vivere e morire
Ti porto l’incenso dei luoghi santi e la canzone del foro
Guarda le mie ginocchia che sanguinano per il tanto pregare davanti a te
I miei occhi ciechi per tutto ciò che non è tua fiamma
Sono sordo a ogni pianto che non venga dalla tua bocca
Non capisco i milioni di morti se non quando sei tu che gemi
E’ per i tuoi piedi che provo dolore a ogni sasso dei viottolo
Per le tue braccia lacerate da tutti i cespugli di rovo
Tutti i fardelli che si portano straziano le tue spalle
Tutti i dolori del mondo sono racchiusi in una tua lacrima
Non avevo mai sofferto prima di te
Si può forse dire che soffra
La bestia che ferita lancia un grido
Come potete paragonare al male animale
Questa vetrata in mille pezzi dove si compie una crocifissione del giorno
Tu m’hai insegnato l’alfabeto del dolore
Io adesso so leggere i singhiozzi    Sono fatti tutti del tuo nome
Del tuo nome soltanto il tuo nome spezzato il tuo nome di rosa sfogliata
Il tuo nome giardino di ogni Passione
Il tuo nome che andrò a scrivere nel fuoco dell’inferno alla faccia del mondo
Come quelle lettere misteriose sulla croce del Cristo
Il tuo nome grido della mia carne e strazio della mia anima
Il tuo nome per il quale brucerò tutti i libri
Il tuo nome onnisciente in fondo all’umano deserto
Il tuo nome che è per me la storia dei secoli
Il cantico dei cantici
Il bicchier d’acqua nella catena dei forzati
E tutti i vocaboli non sono che un campo di cocci di bottiglia alle porte di una città maledetta
Quando il tuo nome canta sulle mie labbra spaccate
Il tuo nome soltanto e mi taglino pure la lingua
Il tuo nome
Tutto musica nell’istante della morte.

*

[trad. di Francesco Bruno – da Poesia d’amore del Novecento, Crocetti Editore 2007]

§

Je suis l’hérésiarque de toutes les églises

Je suis l’hérésiarque de toutes les églises
Je te préfère à tout ce qui vaut de vivre et de mourir
Je te porte l’encens des lieux saints et la chanson du forum
Vois mes genoux en sang de prier devant toi
Mes yeux crevés pour tout ce qui n’est pas ta flamme
Je suis sourd à toute plainte qui n’est pas de ta bouche
Je ne comprends des millions de morts que lorsque c’est toi qui gémis
C’est à tes pieds que j’ai mal de tous les cailloux des chemins
A tes bras déchirés par toutes les haies de ronces
Tous les fardeaux portés martyrisent tes épaules
Tout le malheur du monde est dans une seule de tes larmes
Je n’avais jamais souffert avant toi
Souffert est-ce qu’elle a souffert
La bête clamant une plaie
Comment pouvez-vous comparer au mal animal
Ce vitrail en mille morceaux où s’opère une mise en croix du jour
Tu m’as enseigné l’alphabet de douleur
Je sais lire maintenant les sanglots Ils sont tous faits de ton nom
De ton nom seul ton nom brisé ton nom de rose effeuillée
Ton nom le jardin de toute Passion
Ton nom que j’irais dans le feu de l’enfer écrire à la face du monde
Comme ces lettres mystérieuses à l’écriteau du Christ
Ton nom le cri de ma chair et la déchirure de mon âme
Ton nom pour qui je brûlerais tous les livres
Ton nom toute science au bout du désert humain
Ton nom qui est pour moi l’histoire des siècles
Le cantique des cantiques
Le verre d’eau dans la chaîne des forçats
Et tous les vocables ne sont qu’un champ de culs-de- bouteille à la porte d’une cité maudite
Quand ton nom chante à mes lèvres gercées
Ton nom seul et qu’on me coupe la langue
Ton nom
Toute musique à la minute de mourir

*

[da Elsa (1959)]

.

Louis Aragon (Parigi, 3 ottobre 1897 – Parigi, 24 dicembre 1982) poeta e scrittore francese, dopo aver preso parte al dadaismo dal 1919 al 1924 e nel 1924 stesso fu uno dei fondatori del movimento surrealista insieme ad André Breton e Philippe Soupault. Aderì con alcuni membri del gruppo surrealista, al Partito comunista francese, a cui rimase fedele fino alla morte, pur restando critico nei confronti dell’URSS, in particolare a partire dagli anni cinquanta. La sua poesia, che riporta in filigrana la segreta ferita di non essere stato riconosciuto da suo padre, fu ampiamente ispirata, dopo gli anni quaranta, all’amore per sua moglie, Elsa Triolet, poetessa di origini russe incontrata nel 1928 e sposata nel 1939 insieme alla quale Aragon collaborò con la stampa francese di sinistra prima e durante la Seconda guerra mondiale, agendo in clandestinità durante l’occupazione nazista. Con Robert Desnos, Paul Éluard, Jean Prévost, Jean-Pierre Rosnay e alcuni altri, fu tra i poeti che si schierarono risolutamente, durante la Seconda guerra mondiale, a favore della resistenza contro il nazismo tedesco. Venne insignito del Premio Lenin per la pace nel 1956. Morì il 24 dicembre 1982, vegliato dal suo amico Jean Ristat ed inumato nel parco del Moulin de Villeneuve, sua proprietà a Saint-Arnoult-en-Yvelines, al fianco della sua compagna Elsa Triolet.

Tante sue poesie sono state messe in musica da autori famosi quali Georges Brassens, Jean Ferrat, Léo Ferré, Serge Reggiani. Alcune, tradotte in italiano, sono state cantate anche da autori italiani. Aimer à perdre la raison è forse una delle poesie tradotte in musica che ha avuto maggior successo. [testo tratto e adattato da Wikipedia]

immagine d’apertura: fotografia di Man Ray (primo trentennio del Novecento)

Paul Eluard, La morte l’amore la vita

chagall-la-vie 1964
Marc Chagall, La vie (1964)

L’amore la morte la vita  di Paul Eluard

Ho creduto di poter spezzare il profondo e l’immenso
Con il mio dolore nudo senza contatto senza eco
Mi sono steso nella mia prigione dalle vergini porte
Come un morto ragionevole che ha sapute morire
Un morto coronato soltanto dal suo nulla
Mi sono steso sulle onde assurde
Del veleno assorbito per amore della cenere
La solitudine mi è sembrata più viva del sangue
.
Volevo spezzare la vita
Volevo spartire la morte con la morte
Rendere il mio cuore al vuoto e il vuoto alla vita
Cancellare tutto che non restasse nulla né fiato né vetro
Nulla davanti nulla alle spalle nulla di intero
Avevo eliminato il ghiacciolo dalle mani giunte
Avevo eliminato l’ossatura invernale
Della promessa di vivere che si annulla.
.
Sei venuta tu e allora il fuoco si è riacceso
L’ombra ha ceduto il freddo dal basso si è riempito di stelle
E la terra si è ricoperta
Della tua carne chiara e io mi sono sentito leggero
Sei venuta tu la solitudine era vinta
Avevo una guida sulla terra io sapevo
Dove andare io mi sapevo smisurato
Avanzavo e guadagnavo spazio e tempo
.
Andavo verso di te andavo senza fine verso la luce
La vita aveva un corpo alzava la sua vela la speranza
Il sonno grondava di sogni e la notte
Prometteva sguardi fiduciosi all’aurora
I raggi delle tue braccia spartivano la nebbia
La tua bocca era inumidita dalle prime rugiade
Il riposo abbagliato rimpiazzava la fatica
lo adoravo l’amore come nei primi miei giorni.
.
I campi sono arati le officine lampeggiano
E il grano fa il suo nido in una ondata enorme
La mietitura la vendemmia hanno testimoni innumerevoli
Nulla è semplice o singolare
Il mare è negli occhi del cielo e della notte
La foresta dà agli alberi la sicurezza
E i muri delle case hanno una pelle comune
E le strade si incrociano sempre.
.
Gli uomini son fatti per intendersi
Per capirsi per amarsi
Hanno dei figli che diventeranno padri di uomini
Hanno dei figli privi di case e di tetto
Che rinventeranno gli uomini
E la natura e la loro patria
Quella di tutti gli uomini
Quella di ogni tempo.

*

Paul Eluard, da “La fenice” in Ultime poesie d’amore -Passigli Poesia

Charles Baudelaire, Sogno parigino

cantico-dei-cantici-marc-chagall-1

CII. Sogno parigino (Quadri parigini – I fiori del male)

                                                                                               a Constantin Guys

I.

Ancora stamane  mi rapisce
l’immagine vaga e lontana
di quel terribile paesaggio
che nessun uomo vide mai.

Com’è pieno di miracoli il sonno!
Per uno strano capriccio
avevo bandito queste visioni
l’irregolare vegetale,

ed io, pittore fiero del mio genio,
assaporavo nel mio quadro
l’inebriante monotonia
del metallo, del marmo e dell’acqua.
..
Che Babele di arcate e di scalee!
Che palazzo infinito
pieno di vasche e di cascate
a piombo nell’oro opaco o brunito!
.
E che pesanti cateratte,
pendenti come tende
di cristallo, abbaglianti,
a mura di metallo!

Non alberi, ma colonnati
cerchiavano stagni addormentati
dove naiadi, gigantesche,
come donne si specchiavano.
.
Per milioni di leghe si spandevano
verso il limite dell’universo
distese azzurre d’acqua
tra rive rosee e verdi!
.
E che pietre inaudite
e flutti magici!
Che specchi immensi abbagliati
di tutto ciò che riflettevano!
.
Nel firmamento, dei Gange
noncuranti e taciturni
versavano il tesoro delle loro urne
in abissi di diamante!
.
Ed io, architetto delle mie fantasie,
facevo passare, a piacer mio,
un oceano domato
sotto un tunnel di pietre preziose:
.
come appariva tutto, perfino il nero,
forbito, chiaro e iridescente!
Come incastonava la sua gloria il liquido
nel cristallizzato raggio!
.
Altrove nulla, neanche in fondo al cielo
qualche astro o traccia di sole
che illuminasse quei prodigi:
brillavano d’un fuoco proprio!
.
E che silenzio d’eternità
si librava su quelle meraviglie
mobili! Che novità terribile!
Tutto per gli occhi, e nulla per le orecchie!
.

II.
.
Ho riaperto gli occhi pieni di fiamme
e ho visto l’orrore della mia stamberga;
sono rientrato in me stesso ed ho sentito
la spina degli affanni maledetti.
.
La pendola dai funebri accenti
suonava brutalemente mezzogiorno;
il cielo versava tenebre
sul triste mondo intorpidito.

*

[Charles Baudelaire, I fiori del male e tutte le poesie, Newton Compton Editori – traduzione di Claudio Rendina. Immagine d’apertura, opera di Marc Chagall]

Yves Bonnefoy, due poesie da Ieri deserto regnante

Yves Bonnefoy, due poesie da Ieri deserto regnante (Hier Régnant Désert, 1958) tradotte da Francesco Marotta

(si ringrazia il sito “La poesia e lo spirito” per questa condivisone)

*

Terre du petit jour

L’aube passe le seuil, le vent s’est tu,
Le feu enclos dans la laure des ombres.

Terre des bouches froides, ô criant
Le plus vieux deuil par tes secretes clues,
L’aube va refleurir sur tes yeux de sommeil,
Découvre-moi souillé ton visage d’orante.

.

Terra dell’alba

L’alba oltrepassa la soglia, si è acquietato il vento,
il fuoco rinchiuso nel chiostro delle ombre.

O terra di bocche fredde, che gridi
il lutto più antico dai tuoi segreti anfratti,
l’alba rifiorirà sui tuoi occhi di sonno,
rivelami, macchiato, il tuo viso che prega.

.

§

L’éternité du feu

Phénix parlant au feu, qui est destin
Et paysage clair jetant ses ombres,
Je suis celui qui tu attends, dit-il,
Je viens me perdre en ton grave pays
.

Il regarde le feu. Comment il vient,
Comment il s’établit dans l’âme obscure
Et quand l’aube paraît à des vitres, comment
Le feu se tait, et va dormir plus bas que feu.

Il le nourrit de silence. Il espère
Que chaque pli d’un silence éternel
En se posant sur lui comme le sable
Aggravera son immortalité.

.

L’eternità del fuoco

Fenice che parla al fuoco, destino
e terra chiara che irraggia le sue ombre,
io sono colei che tu aspetti, gli dice,
vengo a perdermi nella tua dimora fonda.

E osserva il fuoco. La sua nascita,
il suo insediarsi nell’anima oscura,
e quando l’alba compare ai vetri, come
il fuoco si taccia, dorma sotto altro fuoco.

Lo nutre di silenzio. Spera
che ogni piega di un silenzio eterno,
posandosi su di lui come la sabbia,
la sua immortalità renda più fonda.

– clicca qui per l’articolo completo –

Arthur Rimbaud, Mattino

Mattino, di Arthur Rimbaud (da Une saison en enfer)

Non ebbi una volta una giovinezza amabile, eroica, favolosa, da scrivere su fogli d’oro, – troppa fortuna! Per quale crimine, per quale errore ho meritato la mia debolezza attuale? Voi che pretendete che le bestie singhiozzino di dispiacere, che i malati disperino, che i morti facciano brutti sogni, cercate voi di raccontare la mia caduta e il mio sonno. Io non posso spiegarmi meglio del mendicante con i suoi continui Pater e Ave Maria. Io non so più parlare!

Tuttavia, oggi, credo di aver terminato la relazione del mio inferno. Era proprio l’inferno; l’antico, quello di cui il figlio dell’uomo aprì le porte.

Dallo stesso deserto, nella stessa notte, sempre i miei occhi stanchi mi risvegliano alla stella d’argento, sempre, senza che si commuovano i Re della vita, i tre magi, il cuore, l’anima, lo spirito. Quando andremo oltre le spiagge estese e i monti, a salutare la nascita del nuovo lavoro, la saggezza novella, la fuga dei tiranni e dei demoni, la fine della superstizione, ad adorare – per primi! – Natale sulla terra!

Il canto dei cieli, la marcia dei popoli! Schiavi, non malediciamo la vita.

Francis Ponge, Il pane

IL PANE

di Francis Ponge (Montpellier, 27 marzo 1899 – Le Bar-sur-Loup, 6 agosto 1988)

La superficie del pane è meravigliosa prima di tutto per l’impressione quasi panoramica che dà: come se si avesse a disposizione, sotto mano, le Alpi, il Tauro o la Cordigliera delle Ande.
Così dunque una massa amorfa in stato di eruzione fu introdotta per noi nel forno stellare, dove indurendo si è foggiata in valli, creste, ondulazioni, crepe… E tutti quei piani subito così nettamente articolati, quelle lastre sottili dove la luce allunga con cura i suoi fuochi, – senza uno sguardo per l’ignobile mollezza sottostante.
Quel flaccido e freddo sottosuolo che chiamano mollica ha il tessuto simile a quello delle spugne: foglie o fiori vi stanno come sorelle siamesi saldate gomito a gomito tutte assieme. Quando il pane si rafferma i fiori appassiscono e si restringono: si staccano allora gli uni dagli altri, e la massa si fa friabile…
Ma rompiamola: nella nostra bocca infatti il pane deve essere piuttosto oggetto di consumo che di riverenza.

da Il partito preso delle cose, Einaudi, 1979

*

Altri due testi ed una nota sull’Autore, QUI 

In apertura: Salvador Dalì, Cestino di pane, 1926 (pittura smalto su tavola, cm 31,5 x 31,5 – Saint Petersburg, The Salvador Dalì Museum, già E. e A. Reynolds Morse Collection)

 

André Breton, due poesie

André Breton (1896, Tinchebray – 1966, Parigi), due poesie

*

Sulla strada di San Romano

La poesia si fa in un letto come l’amore
Le sue lenzuola sfatte sono l’aurora delle cose
La poesia si fa nei boschi

Ha lo spazio che le occorre
Non questo ma quello che condizionano

L’occhio del nibbio
La rugiada sull’equiseto
Il ricordo di una bottiglia di Traminer appannata su un
[vassoio d’argento
Un’alta colonna di tormalina sul mare
E la strada dell’avventura mentale
Che sale a picco
Si ferma e subito s’ingarbuglia

Non è cosa da gridare dai tetti
È sconveniente lasciare la porta aperta
O chiamare dei testimoni

I banchi di pesci le siepi di cinciallegre
I binari all’entrata di una grande stazione
I riflessi delle due rive
I solchi del pane
Le bolle del ruscello
I giorni del calendario
L’iperico

L’atto d’amore e l’atto poetico
Sono incompatibili
Con la lettura del giornale ad alta voce

Il senso del raggio di sole
Il luccichio azzurro che lega i colpi d’ascia del taglialegna
Il filo dell’aquilone a forma di cuore o di nassa
Il battito ritmico della coda dei castori
La diligenza del lampo
Il lancio di confetti dall’alto di vecchie scalininate
La valanga

La camera degli incantesimi
No signori non si tratta dell’ottava Camera
Né dei vapori della camerata la domenica sera

Le figure di danza eseguite in trasparenza sopra gli stagni
La delimitazione di un corpo di donna contro il muro al
[lancio dei coltelli
Le volute chiare del fumo
La curva della spugna delle Filippine
Le gemme del serpente corallo
Il varco dell’edera attraverso le rovine
Lei ha tutto il tempo davanti a sé

La stretta poetica come la stretta carnale
Finché dura
Impedisce le prospettive di miseria del mondo

(Traduzione di Giordano Falzoni)

*

Nella bella penombra del 1934
L’aria era una splendida rosa color triglia
E la foresta quando mi preparavo ad entrarci
Cominciava con un albero dalle foglie fatte di cartine di sigarette
Perché ti attendevo
E perché se te ne vieni con me
Da qualsiasi parte
La tua bocca è volentieri il niello
Dal quale riparte continuamente la ruota azzurra diffusa e spezzata che sale
A impallidire nella rotaia
Tutti i prodigi s’affrettavano a venirmi incontro
Uno scoiattolo era venuto ad applicare il suo ventre bianco sul mio cuore
Non so come ci stava
Ma la terra era piena di riflessi più profondi di quelli dell’acqua
Come se il metallo avesse finalmente scosso il suo guscio
E tu coricata sullo spaventoso mare di pietre dure
Roteavi
Nuda
In un gran sole di fuoco d’artificio
Ti vedevo far discendere lentamente dai radiolari
Le conchiglie stesse del riccio di mare c’ero
Chiedo scusa non c’ero già più
Avevo alzato la testa perché lo scrigno vivente di velluto bianco m’aveva lasciato
Ed ero triste
Il cielo tra le foglie riluceva feroce e duro come una libellula
Stavo per chiudere gli occhi
Quando le due pareti del bosco che s’erano bruscamente divaricate si sono abbattute
Senza rumore
Come le due foglie centrali d’un mughetto immenso
D’un fiore capace di contenere tutta la notte
Ero dove mi vedi
Nel profumo suonato a tutto spiano
Prima che quelle foglie tornassero come ogni giorno alla vita cangiante
Ho avuto il tempo di posare le labbra
Sulle tue cosce di vetro

(traduzione di  Giordano Falzoni)
– in apertura: Man Ray (1890-1976), fotografia, Noire et blanche, 1926 –

Simone Weil, Il mare

mimmo-jodice-figure-del-mare10

IL MARE 

Acqua docile al freno, sottomessa in silenzio,
Sparso mare dai flutti per sempre incatenati,
E massa offerta al cielo, specchio dell’obbedienza
Dove ogni notte tesse nuove pieghe
La lontana potenza senza sforzo degli astri.
.
Quando viene il mattino e di sé colma lo spazio,
Essa raccoglie e rende il dono della luce.
Si posa in superficie un brillìo lieve;
L’acqua, in attesa e senza desiderio,
Sotto il giorno che cresce risplende e si cancella.
.
Il riflesso serale darà all’ala sospesa
Fra cielo ed acqua un lucrore improvviso.
Trattiene in basso la legge sovrana
L’onde oscillanti, fisse alla distesa
Dove ogni goccia sale e scende alterna.
.
La bilancia dai bracci segreti e trasparenti
D’acqua si pesa, e pesa schiuma e ferro,
Di per sé giusta ad ogni barca errante.
Un filo azzurro traccia sulla nave un rapporto,
Esatto sulla sua linea apparente.
.
Sii propizio, ampio mare, agli infelici mortali,
Stretti ai tuoi bordi, persi nel tuo grande deserto.
A chi è per sprofondare parla, prima che muoia;
Éntraci fino all’anima, acqua, sorella nostra:
Degnati di lavarla dentro la tua giustizia.
.
.
*
.
da Le poesie di Simone Weil  (a cura di Maura Del Serra, Editrice C.R.T. by Petite Plaisance — immagine d’apertura: fotografia di Mimmo Jodice, Figure del mare -10)
.
.
 simone-weil01Simone Weil nacque a Parigi nel 1909 da una famiglia ebrea. Fu studentessa all’Ecole Normale e insegnante di filosofia in vari licei. Militante dell’estrema sinistra rivoluzionaria, nel 1934, spinta dall’inderogabile esigenza interiore di conoscere direttamente le peggiori condizioni di vita dei lavoratori, troncò la professione e gli studi puramente teorici per lavorare come operaia alla Renault di Parigi: fu un duro ma per lei entusiasmante inserimento nella vita. Ammalatasi di pleurite, fu costretta a lasciare l’officina, iniziando un periodo cruciale di intimo ripensamento. Nel 1936 partecipò come volontaria repubblicana alla guerra civile spagnola arruolandosi nelle file anarchiche della famosa Colonna Durruti, accettando anche i servizi della cucina; ma in seguito ad una grave ustione a un piede dovette rientrare in Francia. Al 1937 risale la svolta mistica, che si traduce in una fede vissuta con grandissima intensità. Esclusa dall’insegnamento in seguito alle leggi razziali durante il regime di Vichy, fece la contadina fino al 1942, quando si rifugiò con la famiglia negli Stati Uniti dove fu molto vicina ai poveri di Harlem. Poco dopo, però, richiamata dall’impegno contro il totalitarismo, tornò in Europa ma nel 1943 morì a soli 34 anni nel sanatorio di Ashford in Inghilterra. La vicenda umana e intellettuale di Simone Weil appare profondamente segnata dalla vicende dei totalitarismi della seconda guerra mondiale. Il suo pensiero è caratterizzato da un forte principio di realtà, nonché dall’esigenza di ancorarlo al contesto sociale e politico di appartenenza, del quale sperimentava, spesso in prima persona, le condizioni. Tutte le sue opere sono state pubblicate postume. Fra gli ultimi libri pubblicati in Italia ricordiamo: Oppressione e libertà 1956; Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale 1997; La prima radice 1996; Primi scritti filosofici 1999; Piccola cara, lettere alle allieve 1996; Lezioni di filosofia 1999; Attesa di Dio 1998; L’ombra e la grazia 1996; Pensieri disordinati sull’amore di Dio 1984; Quaderni I, II, III, IV (dal web).