Yves Bonnefoy, due poesie

Yves Bonnefoy (Tours, 24 giugno 1923 – Parigi, 1º luglio 2016), due poesie 

 

Desiderio divenne Amore
Lungo le sue strade notturne
Nella mestizia dei secoli; e per la bellezza
Compresa, per il limite accolto, per la memoria,
Amore, il tempo, reca l’infante, − il segno.

E in noi e di noi, che ancora siamo
Oscuri tanto l’uno all’altra, e questo,
Ma fatale, è il peccato, essendo il dire
Sempre incompiuto non meno dell’essere,

La gioia prenda forma: a trattenere
L’acqua nell’effimera sua coppa; per riflettervi
Quel niente, che è il fuoco; per offrire
L’idea, almeno, del senso − a quella luce.

da L’opera poetica (Mondadori, 2010), a cura di F. Scotto

.

Il fulmine

Questa notte è piovuto.
Il sentiero ha odore di erba bagnata,
poi nuovamente la mano del calore
sulla nostra spalla, come
per dire che il tempo non ci porterà via niente.

Ma là
dove il campo inciampa nel mandorlo,
ecco, un animale è balzato
da ieri a oggi attraverso le foglie.

E noi ci fermiamo, al di fuori del mondo.

E io ti vengo vicino,
finisco di strapparti dal tronco annerito,
ramo, estate nel fulmine
da cui la linfa di ieri, divina ancora, scorre.

da Ce qui fut sans lumière, 1987. Traduzione di Mario Benedetti.

Arthur Rimbaud: La mia bohème e Sensazione

La mia bohème (Fantasia)

Con i pugni nelle tasche bucate camminavo;
Finanche il mio cappotto diventava ideale;
Vagavo sotto il cielo, e ti ero sempre leale;
Oh! là! là! Musa, che amori splendidi che sognavo!

Le mie uniche braghette, ormai da buttare.
— Sgranavo rime in corsa, Pollicino sognatore.
Il mio solo albergo era nell’Orsa Maggiore.
— Le mie stelle su nel cielo, che dolce sussurrare

E le ascoltavo seduto sul bordo della strada,
Le notti di settembre in cui sentivo la rugiada
Fresca sulla fronte come un vino di vigore;

E allora in mezzo a ombre fantastiche facevo
Rime, e come delle lire le stringhe tendevo
Delle mie scarpe ferite, a un piede dal cuore.

*

Sensazione

Andrò per i miei sentieri nelle sere blu d’estate,
Pizzicato dal grano a calpestare l’erba delicata:
E sognando, le mie caviglie ne saranno rinfrescate.
Lascerò il vento bagnare la mia testa denudata.

Non penserò più a nulla, e mai più parlerò invano:
Ma l’anima mia si colmerà d’un amore sconfinato,
E come un vagabondo me ne andrò lontano, lontano,
Nella Natura, come con una fanciulla — appagato.

.

Traduzione di Marco Settimini per la rivista Pangea, che si ringrazia, sulla quale è possibile leggere un approfondimento sull’argomento (http://www.pangea.news/lanima-mia-si-colmera-dun-amore-sconfinato-linsoddisfatto-inafferrabile-rimbaud-in-una-nuova-traduzione/) — foto d’apertura: manoscritto di Ma Bohème, dal web

Louis Aragon, Sono l’eresiarca di tutte le chiese

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Sono l’eresiarca di tutte le chiese

Sono l’eresiarca di tutte le chiese
Ti antepongo a tutto ciò per cui vale la pena di vivere e morire
Ti porto l’incenso dei luoghi santi e la canzone del foro
Guarda le mie ginocchia che sanguinano per il tanto pregare davanti a te
I miei occhi ciechi per tutto ciò che non è tua fiamma
Sono sordo a ogni pianto che non venga dalla tua bocca
Non capisco i milioni di morti se non quando sei tu che gemi
E’ per i tuoi piedi che provo dolore a ogni sasso dei viottolo
Per le tue braccia lacerate da tutti i cespugli di rovo
Tutti i fardelli che si portano straziano le tue spalle
Tutti i dolori del mondo sono racchiusi in una tua lacrima
Non avevo mai sofferto prima di te
Si può forse dire che soffra
La bestia che ferita lancia un grido
Come potete paragonare al male animale
Questa vetrata in mille pezzi dove si compie una crocifissione del giorno
Tu m’hai insegnato l’alfabeto del dolore
Io adesso so leggere i singhiozzi    Sono fatti tutti del tuo nome
Del tuo nome soltanto il tuo nome spezzato il tuo nome di rosa sfogliata
Il tuo nome giardino di ogni Passione
Il tuo nome che andrò a scrivere nel fuoco dell’inferno alla faccia del mondo
Come quelle lettere misteriose sulla croce del Cristo
Il tuo nome grido della mia carne e strazio della mia anima
Il tuo nome per il quale brucerò tutti i libri
Il tuo nome onnisciente in fondo all’umano deserto
Il tuo nome che è per me la storia dei secoli
Il cantico dei cantici
Il bicchier d’acqua nella catena dei forzati
E tutti i vocaboli non sono che un campo di cocci di bottiglia alle porte di una città maledetta
Quando il tuo nome canta sulle mie labbra spaccate
Il tuo nome soltanto e mi taglino pure la lingua
Il tuo nome
Tutto musica nell’istante della morte.

*

[trad. di Francesco Bruno – da Poesia d’amore del Novecento, Crocetti Editore 2007]

§

Je suis l’hérésiarque de toutes les églises

Je suis l’hérésiarque de toutes les églises
Je te préfère à tout ce qui vaut de vivre et de mourir
Je te porte l’encens des lieux saints et la chanson du forum
Vois mes genoux en sang de prier devant toi
Mes yeux crevés pour tout ce qui n’est pas ta flamme
Je suis sourd à toute plainte qui n’est pas de ta bouche
Je ne comprends des millions de morts que lorsque c’est toi qui gémis
C’est à tes pieds que j’ai mal de tous les cailloux des chemins
A tes bras déchirés par toutes les haies de ronces
Tous les fardeaux portés martyrisent tes épaules
Tout le malheur du monde est dans une seule de tes larmes
Je n’avais jamais souffert avant toi
Souffert est-ce qu’elle a souffert
La bête clamant une plaie
Comment pouvez-vous comparer au mal animal
Ce vitrail en mille morceaux où s’opère une mise en croix du jour
Tu m’as enseigné l’alphabet de douleur
Je sais lire maintenant les sanglots Ils sont tous faits de ton nom
De ton nom seul ton nom brisé ton nom de rose effeuillée
Ton nom le jardin de toute Passion
Ton nom que j’irais dans le feu de l’enfer écrire à la face du monde
Comme ces lettres mystérieuses à l’écriteau du Christ
Ton nom le cri de ma chair et la déchirure de mon âme
Ton nom pour qui je brûlerais tous les livres
Ton nom toute science au bout du désert humain
Ton nom qui est pour moi l’histoire des siècles
Le cantique des cantiques
Le verre d’eau dans la chaîne des forçats
Et tous les vocables ne sont qu’un champ de culs-de- bouteille à la porte d’une cité maudite
Quand ton nom chante à mes lèvres gercées
Ton nom seul et qu’on me coupe la langue
Ton nom
Toute musique à la minute de mourir

*

[da Elsa (1959)]

.

Louis Aragon (Parigi, 3 ottobre 1897 – Parigi, 24 dicembre 1982) poeta e scrittore francese, dopo aver preso parte al dadaismo dal 1919 al 1924 e nel 1924 stesso fu uno dei fondatori del movimento surrealista insieme ad André Breton e Philippe Soupault. Aderì con alcuni membri del gruppo surrealista, al Partito comunista francese, a cui rimase fedele fino alla morte, pur restando critico nei confronti dell’URSS, in particolare a partire dagli anni cinquanta. La sua poesia, che riporta in filigrana la segreta ferita di non essere stato riconosciuto da suo padre, fu ampiamente ispirata, dopo gli anni quaranta, all’amore per sua moglie, Elsa Triolet, poetessa di origini russe incontrata nel 1928 e sposata nel 1939 insieme alla quale Aragon collaborò con la stampa francese di sinistra prima e durante la Seconda guerra mondiale, agendo in clandestinità durante l’occupazione nazista. Con Robert Desnos, Paul Éluard, Jean Prévost, Jean-Pierre Rosnay e alcuni altri, fu tra i poeti che si schierarono risolutamente, durante la Seconda guerra mondiale, a favore della resistenza contro il nazismo tedesco. Venne insignito del Premio Lenin per la pace nel 1956. Morì il 24 dicembre 1982, vegliato dal suo amico Jean Ristat ed inumato nel parco del Moulin de Villeneuve, sua proprietà a Saint-Arnoult-en-Yvelines, al fianco della sua compagna Elsa Triolet.

Tante sue poesie sono state messe in musica da autori famosi quali Georges Brassens, Jean Ferrat, Léo Ferré, Serge Reggiani. Alcune, tradotte in italiano, sono state cantate anche da autori italiani. Aimer à perdre la raison è forse una delle poesie tradotte in musica che ha avuto maggior successo. [testo tratto e adattato da Wikipedia]

immagine d’apertura: fotografia di Man Ray (primo trentennio del Novecento)

Paul Eluard, La morte l’amore la vita

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Marc Chagall, La vie (1964)

L’amore la morte la vita  di Paul Eluard

Ho creduto di poter spezzare il profondo e l’immenso
Con il mio dolore nudo senza contatto senza eco
Mi sono steso nella mia prigione dalle vergini porte
Come un morto ragionevole che ha sapute morire
Un morto coronato soltanto dal suo nulla
Mi sono steso sulle onde assurde
Del veleno assorbito per amore della cenere
La solitudine mi è sembrata più viva del sangue
.
Volevo spezzare la vita
Volevo spartire la morte con la morte
Rendere il mio cuore al vuoto e il vuoto alla vita
Cancellare tutto che non restasse nulla né fiato né vetro
Nulla davanti nulla alle spalle nulla di intero
Avevo eliminato il ghiacciolo dalle mani giunte
Avevo eliminato l’ossatura invernale
Della promessa di vivere che si annulla.
.
Sei venuta tu e allora il fuoco si è riacceso
L’ombra ha ceduto il freddo dal basso si è riempito di stelle
E la terra si è ricoperta
Della tua carne chiara e io mi sono sentito leggero
Sei venuta tu la solitudine era vinta
Avevo una guida sulla terra io sapevo
Dove andare io mi sapevo smisurato
Avanzavo e guadagnavo spazio e tempo
.
Andavo verso di te andavo senza fine verso la luce
La vita aveva un corpo alzava la sua vela la speranza
Il sonno grondava di sogni e la notte
Prometteva sguardi fiduciosi all’aurora
I raggi delle tue braccia spartivano la nebbia
La tua bocca era inumidita dalle prime rugiade
Il riposo abbagliato rimpiazzava la fatica
lo adoravo l’amore come nei primi miei giorni.
.
I campi sono arati le officine lampeggiano
E il grano fa il suo nido in una ondata enorme
La mietitura la vendemmia hanno testimoni innumerevoli
Nulla è semplice o singolare
Il mare è negli occhi del cielo e della notte
La foresta dà agli alberi la sicurezza
E i muri delle case hanno una pelle comune
E le strade si incrociano sempre.
.
Gli uomini son fatti per intendersi
Per capirsi per amarsi
Hanno dei figli che diventeranno padri di uomini
Hanno dei figli privi di case e di tetto
Che rinventeranno gli uomini
E la natura e la loro patria
Quella di tutti gli uomini
Quella di ogni tempo.

*

Paul Eluard, da “La fenice” in Ultime poesie d’amore -Passigli Poesia

Charles Baudelaire, Sogno parigino

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CII. Sogno parigino (Quadri parigini – I fiori del male)

                                                                                               a Constantin Guys

I.

Ancora stamane  mi rapisce
l’immagine vaga e lontana
di quel terribile paesaggio
che nessun uomo vide mai.

Com’è pieno di miracoli il sonno!
Per uno strano capriccio
avevo bandito queste visioni
l’irregolare vegetale,

ed io, pittore fiero del mio genio,
assaporavo nel mio quadro
l’inebriante monotonia
del metallo, del marmo e dell’acqua.
..
Che Babele di arcate e di scalee!
Che palazzo infinito
pieno di vasche e di cascate
a piombo nell’oro opaco o brunito!
.
E che pesanti cateratte,
pendenti come tende
di cristallo, abbaglianti,
a mura di metallo!

Non alberi, ma colonnati
cerchiavano stagni addormentati
dove naiadi, gigantesche,
come donne si specchiavano.
.
Per milioni di leghe si spandevano
verso il limite dell’universo
distese azzurre d’acqua
tra rive rosee e verdi!
.
E che pietre inaudite
e flutti magici!
Che specchi immensi abbagliati
di tutto ciò che riflettevano!
.
Nel firmamento, dei Gange
noncuranti e taciturni
versavano il tesoro delle loro urne
in abissi di diamante!
.
Ed io, architetto delle mie fantasie,
facevo passare, a piacer mio,
un oceano domato
sotto un tunnel di pietre preziose:
.
come appariva tutto, perfino il nero,
forbito, chiaro e iridescente!
Come incastonava la sua gloria il liquido
nel cristallizzato raggio!
.
Altrove nulla, neanche in fondo al cielo
qualche astro o traccia di sole
che illuminasse quei prodigi:
brillavano d’un fuoco proprio!
.
E che silenzio d’eternità
si librava su quelle meraviglie
mobili! Che novità terribile!
Tutto per gli occhi, e nulla per le orecchie!
.

II.
.
Ho riaperto gli occhi pieni di fiamme
e ho visto l’orrore della mia stamberga;
sono rientrato in me stesso ed ho sentito
la spina degli affanni maledetti.
.
La pendola dai funebri accenti
suonava brutalemente mezzogiorno;
il cielo versava tenebre
sul triste mondo intorpidito.

*

[Charles Baudelaire, I fiori del male e tutte le poesie, Newton Compton Editori – traduzione di Claudio Rendina. Immagine d’apertura, opera di Marc Chagall]

Yves Bonnefoy, due poesie da Ieri deserto regnante

Yves Bonnefoy, due poesie da Ieri deserto regnante (Hier Régnant Désert, 1958) tradotte da Francesco Marotta

(si ringrazia il sito “La poesia e lo spirito” per questa condivisone)

*

Terre du petit jour

L’aube passe le seuil, le vent s’est tu,
Le feu enclos dans la laure des ombres.

Terre des bouches froides, ô criant
Le plus vieux deuil par tes secretes clues,
L’aube va refleurir sur tes yeux de sommeil,
Découvre-moi souillé ton visage d’orante.

.

Terra dell’alba

L’alba oltrepassa la soglia, si è acquietato il vento,
il fuoco rinchiuso nel chiostro delle ombre.

O terra di bocche fredde, che gridi
il lutto più antico dai tuoi segreti anfratti,
l’alba rifiorirà sui tuoi occhi di sonno,
rivelami, macchiato, il tuo viso che prega.

.

§

L’éternité du feu

Phénix parlant au feu, qui est destin
Et paysage clair jetant ses ombres,
Je suis celui qui tu attends, dit-il,
Je viens me perdre en ton grave pays
.

Il regarde le feu. Comment il vient,
Comment il s’établit dans l’âme obscure
Et quand l’aube paraît à des vitres, comment
Le feu se tait, et va dormir plus bas que feu.

Il le nourrit de silence. Il espère
Que chaque pli d’un silence éternel
En se posant sur lui comme le sable
Aggravera son immortalité.

.

L’eternità del fuoco

Fenice che parla al fuoco, destino
e terra chiara che irraggia le sue ombre,
io sono colei che tu aspetti, gli dice,
vengo a perdermi nella tua dimora fonda.

E osserva il fuoco. La sua nascita,
il suo insediarsi nell’anima oscura,
e quando l’alba compare ai vetri, come
il fuoco si taccia, dorma sotto altro fuoco.

Lo nutre di silenzio. Spera
che ogni piega di un silenzio eterno,
posandosi su di lui come la sabbia,
la sua immortalità renda più fonda.

– clicca qui per l’articolo completo –

Arthur Rimbaud, Mattino

Mattino, di Arthur Rimbaud (da Une saison en enfer)

Non ebbi una volta una giovinezza amabile, eroica, favolosa, da scrivere su fogli d’oro, – troppa fortuna! Per quale crimine, per quale errore ho meritato la mia debolezza attuale? Voi che pretendete che le bestie singhiozzino di dispiacere, che i malati disperino, che i morti facciano brutti sogni, cercate voi di raccontare la mia caduta e il mio sonno. Io non posso spiegarmi meglio del mendicante con i suoi continui Pater e Ave Maria. Io non so più parlare!

Tuttavia, oggi, credo di aver terminato la relazione del mio inferno. Era proprio l’inferno; l’antico, quello di cui il figlio dell’uomo aprì le porte.

Dallo stesso deserto, nella stessa notte, sempre i miei occhi stanchi mi risvegliano alla stella d’argento, sempre, senza che si commuovano i Re della vita, i tre magi, il cuore, l’anima, lo spirito. Quando andremo oltre le spiagge estese e i monti, a salutare la nascita del nuovo lavoro, la saggezza novella, la fuga dei tiranni e dei demoni, la fine della superstizione, ad adorare – per primi! – Natale sulla terra!

Il canto dei cieli, la marcia dei popoli! Schiavi, non malediciamo la vita.

Francis Ponge, Il pane

IL PANE

di Francis Ponge (Montpellier, 27 marzo 1899 – Le Bar-sur-Loup, 6 agosto 1988)

La superficie del pane è meravigliosa prima di tutto per l’impressione quasi panoramica che dà: come se si avesse a disposizione, sotto mano, le Alpi, il Tauro o la Cordigliera delle Ande.
Così dunque una massa amorfa in stato di eruzione fu introdotta per noi nel forno stellare, dove indurendo si è foggiata in valli, creste, ondulazioni, crepe… E tutti quei piani subito così nettamente articolati, quelle lastre sottili dove la luce allunga con cura i suoi fuochi, – senza uno sguardo per l’ignobile mollezza sottostante.
Quel flaccido e freddo sottosuolo che chiamano mollica ha il tessuto simile a quello delle spugne: foglie o fiori vi stanno come sorelle siamesi saldate gomito a gomito tutte assieme. Quando il pane si rafferma i fiori appassiscono e si restringono: si staccano allora gli uni dagli altri, e la massa si fa friabile…
Ma rompiamola: nella nostra bocca infatti il pane deve essere piuttosto oggetto di consumo che di riverenza.

da Il partito preso delle cose, Einaudi, 1979

*

Altri due testi ed una nota sull’Autore, QUI 

In apertura: Salvador Dalì, Cestino di pane, 1926 (pittura smalto su tavola, cm 31,5 x 31,5 – Saint Petersburg, The Salvador Dalì Museum, già E. e A. Reynolds Morse Collection)

 

André Breton, due poesie

André Breton (1896, Tinchebray – 1966, Parigi), due poesie

*

Sulla strada di San Romano

La poesia si fa in un letto come l’amore
Le sue lenzuola sfatte sono l’aurora delle cose
La poesia si fa nei boschi

Ha lo spazio che le occorre
Non questo ma quello che condizionano

L’occhio del nibbio
La rugiada sull’equiseto
Il ricordo di una bottiglia di Traminer appannata su un
[vassoio d’argento
Un’alta colonna di tormalina sul mare
E la strada dell’avventura mentale
Che sale a picco
Si ferma e subito s’ingarbuglia

Non è cosa da gridare dai tetti
È sconveniente lasciare la porta aperta
O chiamare dei testimoni

I banchi di pesci le siepi di cinciallegre
I binari all’entrata di una grande stazione
I riflessi delle due rive
I solchi del pane
Le bolle del ruscello
I giorni del calendario
L’iperico

L’atto d’amore e l’atto poetico
Sono incompatibili
Con la lettura del giornale ad alta voce

Il senso del raggio di sole
Il luccichio azzurro che lega i colpi d’ascia del taglialegna
Il filo dell’aquilone a forma di cuore o di nassa
Il battito ritmico della coda dei castori
La diligenza del lampo
Il lancio di confetti dall’alto di vecchie scalininate
La valanga

La camera degli incantesimi
No signori non si tratta dell’ottava Camera
Né dei vapori della camerata la domenica sera

Le figure di danza eseguite in trasparenza sopra gli stagni
La delimitazione di un corpo di donna contro il muro al
[lancio dei coltelli
Le volute chiare del fumo
La curva della spugna delle Filippine
Le gemme del serpente corallo
Il varco dell’edera attraverso le rovine
Lei ha tutto il tempo davanti a sé

La stretta poetica come la stretta carnale
Finché dura
Impedisce le prospettive di miseria del mondo

(Traduzione di Giordano Falzoni)

*

Nella bella penombra del 1934
L’aria era una splendida rosa color triglia
E la foresta quando mi preparavo ad entrarci
Cominciava con un albero dalle foglie fatte di cartine di sigarette
Perché ti attendevo
E perché se te ne vieni con me
Da qualsiasi parte
La tua bocca è volentieri il niello
Dal quale riparte continuamente la ruota azzurra diffusa e spezzata che sale
A impallidire nella rotaia
Tutti i prodigi s’affrettavano a venirmi incontro
Uno scoiattolo era venuto ad applicare il suo ventre bianco sul mio cuore
Non so come ci stava
Ma la terra era piena di riflessi più profondi di quelli dell’acqua
Come se il metallo avesse finalmente scosso il suo guscio
E tu coricata sullo spaventoso mare di pietre dure
Roteavi
Nuda
In un gran sole di fuoco d’artificio
Ti vedevo far discendere lentamente dai radiolari
Le conchiglie stesse del riccio di mare c’ero
Chiedo scusa non c’ero già più
Avevo alzato la testa perché lo scrigno vivente di velluto bianco m’aveva lasciato
Ed ero triste
Il cielo tra le foglie riluceva feroce e duro come una libellula
Stavo per chiudere gli occhi
Quando le due pareti del bosco che s’erano bruscamente divaricate si sono abbattute
Senza rumore
Come le due foglie centrali d’un mughetto immenso
D’un fiore capace di contenere tutta la notte
Ero dove mi vedi
Nel profumo suonato a tutto spiano
Prima che quelle foglie tornassero come ogni giorno alla vita cangiante
Ho avuto il tempo di posare le labbra
Sulle tue cosce di vetro

(traduzione di  Giordano Falzoni)
– in apertura: Man Ray (1890-1976), fotografia, Noire et blanche, 1926 –

Simone Weil, Il mare

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IL MARE 

Acqua docile al freno, sottomessa in silenzio,
Sparso mare dai flutti per sempre incatenati,
E massa offerta al cielo, specchio dell’obbedienza
Dove ogni notte tesse nuove pieghe
La lontana potenza senza sforzo degli astri.
.
Quando viene il mattino e di sé colma lo spazio,
Essa raccoglie e rende il dono della luce.
Si posa in superficie un brillìo lieve;
L’acqua, in attesa e senza desiderio,
Sotto il giorno che cresce risplende e si cancella.
.
Il riflesso serale darà all’ala sospesa
Fra cielo ed acqua un lucrore improvviso.
Trattiene in basso la legge sovrana
L’onde oscillanti, fisse alla distesa
Dove ogni goccia sale e scende alterna.
.
La bilancia dai bracci segreti e trasparenti
D’acqua si pesa, e pesa schiuma e ferro,
Di per sé giusta ad ogni barca errante.
Un filo azzurro traccia sulla nave un rapporto,
Esatto sulla sua linea apparente.
.
Sii propizio, ampio mare, agli infelici mortali,
Stretti ai tuoi bordi, persi nel tuo grande deserto.
A chi è per sprofondare parla, prima che muoia;
Éntraci fino all’anima, acqua, sorella nostra:
Degnati di lavarla dentro la tua giustizia.
.
.
*
.
da Le poesie di Simone Weil  (a cura di Maura Del Serra, Editrice C.R.T. by Petite Plaisance — immagine d’apertura: fotografia di Mimmo Jodice, Figure del mare -10)
.
.
 simone-weil01Simone Weil nacque a Parigi nel 1909 da una famiglia ebrea. Fu studentessa all’Ecole Normale e insegnante di filosofia in vari licei. Militante dell’estrema sinistra rivoluzionaria, nel 1934, spinta dall’inderogabile esigenza interiore di conoscere direttamente le peggiori condizioni di vita dei lavoratori, troncò la professione e gli studi puramente teorici per lavorare come operaia alla Renault di Parigi: fu un duro ma per lei entusiasmante inserimento nella vita. Ammalatasi di pleurite, fu costretta a lasciare l’officina, iniziando un periodo cruciale di intimo ripensamento. Nel 1936 partecipò come volontaria repubblicana alla guerra civile spagnola arruolandosi nelle file anarchiche della famosa Colonna Durruti, accettando anche i servizi della cucina; ma in seguito ad una grave ustione a un piede dovette rientrare in Francia. Al 1937 risale la svolta mistica, che si traduce in una fede vissuta con grandissima intensità. Esclusa dall’insegnamento in seguito alle leggi razziali durante il regime di Vichy, fece la contadina fino al 1942, quando si rifugiò con la famiglia negli Stati Uniti dove fu molto vicina ai poveri di Harlem. Poco dopo, però, richiamata dall’impegno contro il totalitarismo, tornò in Europa ma nel 1943 morì a soli 34 anni nel sanatorio di Ashford in Inghilterra. La vicenda umana e intellettuale di Simone Weil appare profondamente segnata dalla vicende dei totalitarismi della seconda guerra mondiale. Il suo pensiero è caratterizzato da un forte principio di realtà, nonché dall’esigenza di ancorarlo al contesto sociale e politico di appartenenza, del quale sperimentava, spesso in prima persona, le condizioni. Tutte le sue opere sono state pubblicate postume. Fra gli ultimi libri pubblicati in Italia ricordiamo: Oppressione e libertà 1956; Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale 1997; La prima radice 1996; Primi scritti filosofici 1999; Piccola cara, lettere alle allieve 1996; Lezioni di filosofia 1999; Attesa di Dio 1998; L’ombra e la grazia 1996; Pensieri disordinati sull’amore di Dio 1984; Quaderni I, II, III, IV (dal web).

Paul Valery, (Cantiques des colonnes)

Cantico delle colonne, Paul Valéry (1871–1945) 

À Léon-Paul Fargue
Dolci colonne, dai
Capelli fasciati di luce,
Ornati d’uccelli veri
Che camminano intorno,
.
Dolci colonne, o
L’orchestra dei fusi!
Ognuno immola il
Silenzio all’unisono.
.
– Che portate tanto in alto,
Egualmente radiose?
– Al desiderio senza difetto
Le nostre grazie studiose!
.
Cantiamo e tutte noi
Portiamo i cieli!
O sola e saggia voce
Che per gli occhi canti!
.
Guarda che candidi inni!
Quali sonorità
I nostri elementi limpidi
Prendono alla chiarezza!
.
Così fredde e dorate
Fummo dai nostri letti
Staccate dalle forbici,
Per divenire gigli!
.
Dai nostri letti di cristallo
Noi fummo risvegliate,
E artigli di metallo
Ci hanno sagomate.
.
Per affrontar la luna,
La luna e il sole,
Ognuna fu levigata
Come unghia del piede!
.
Serve senza ginocchi,
Sorrisi senza figure,
La bella davanti a noi
Sente le gambe pure.
.
Piamente eguali,
Naso sotto cornice
E le ricche orecchie
Sorde del bianco peso,
.
Un tempio sopra gli occhi
Neri in eternità,
Andiamo senza gli dei
Alla divinità!
.
Antiche giovinezze,
Carne opaca e belle ombre,
Fiere delle finezze
Che nascono dai numeri!
.
Figlie dei numeri d’oro,
Forti della legge del cielo,
Su noi cade e s’addorme
Un dio color del miele.
.
Dorme contento, il Giorno,
Che ogni giorno offriamo
Sulla tavola d’amore
Aperta sopra la fronte.
.
Sorelle incorruttibili,
Metà arse, metà fresche,
Prendemmo per danzatori
Brezze e foglie secche,
.
E i secoli a decine,
E i popoli passati,
È il profondo passato,
Mai abbastanza passato!
.
Sotto gli stessi amori,
Più pesanti del mondo
Attraversiamo i giorni
Come una pietra l’onda!
.
Camminiamo nel tempo
E i nostri corpi brillanti
Hanno passi ineffabili
Che sopra favole s’imprimono…
(traduzione di Beniamino dal Fabbro – quotidiano.net; in apertura: Crotone, Capo Colonna, il promontorio che determina il limite occidentale del golfo di Taranto, dove sorgeva il tempio dedicato ad Hera Lacinia – dal web)

Tre poesie per un anno nuovo

Mattino, di Arthur Rimbaud (da Une saison en enfer)

Non ebbi una volta una giovinezza amabile, eroica, favolosa, da scrivere su fogli d’oro, – troppa fortuna! Per quale crimine, per quale errore ho meritato la mia debolezza attuale? Voi che pretendete che le bestie singhiozzino di dispiacere, che i malati disperino, che i morti facciano brutti sogni, cercate voi di raccontare la mia caduta e il mio sonno. Io non posso spiegarmi meglio del mendicante con i suoi continui Pater e Ave Maria. Io non so più parlare!

Tuttavia, oggi, credo di aver terminato la relazione del mio inferno. Era proprio l’inferno; l’antico, quello di cui il figlio dell’uomo aprì le porte.

Dallo stesso deserto, nella stessa notte, sempre i miei occhi stanchi mi risvegliano alla stella d’argento, sempre, senza che si commuovano i Re della vita, i tre magi, il cuore, l’anima, lo spirito. Quando andremo oltre le spiagge estese e i monti, a salutare la nascita del nuovo lavoro, la saggezza novella, la fuga dei tiranni e dei demoni, la fine della superstizione, ad adorare – per primi! – Natale sulla terra!

Il canto dei cieli, la marcia dei popoli! Schiavi, non malediciamo la vita.

.

Foglie di palma, di Charles Bukowski

a mezzanotte in punto
1973-74
Los Angeles
ha cominciato a piovere sulle
foglie di palma fuori dalla mia finestra
i clacson e i fuochi d’artificio
erano svaniti
e tuonava.

ero andato a letto alle 21.00
spente le luci
tirate su le coperte –
la loro letizia, la loro felicità,
le loro urla, i loro cappelli di carta,
le loro automobili, le loro donne,
i loro ubriachi dilettanti…

la notte di Capodanno mi atterrisce
sempre

la vita non sa nulla degli anni.

adesso i clacson si sono ammutoliti
e i fuochi d’artificio e i tuoni…
tutto è finito in cinque minuti…
odo soltanto la pioggia
sulle foglie di palma,
e penso:
non capirò mai gli uomini,
ma è andata
anche questa.

.

L’anno nuovo, di Gianni Rodari

Indovinami, indovino,
tu che leggi nel destino:
l’anno nuovo come sarà?
Bello, brutto o metà e metà?
Trovo stampato nei miei libroni
che avrà di certo quattro stagioni,
dodici mesi, ciascuno al suo posto,
un carnevale e un ferragosto,
e il giorno dopo il lunedì
sarà sempre un martedì.
Di più per ora scritto non trovo
nel destino dell’anno nuovo:
per il resto anche quest’anno
sarà come gli uomini lo faranno.

.

(in apertura: Leuca, Faro di Punta Palascia)

Paul Éluard, La prima infanzia di Dominique

 La prima infanzia di Dominique di Paul Éluard (1895-1952)

In quel tempo diviso tra l’uragano e la speranza
Cattivo tempo e primavera
Scrissi questo poemetto per conciliarmi
Con l’amore e con la vita.

I

La notte e la paura della notte tutti gli incendi della notte
Gli interdetti le zanne mostrate e le unghie sfoderate
I colori vaghi lo specchio che traspira il raso logoro
Lei non era nata

Il paesaggio si chiudeva come un sasso
Gli uomini si svegliavano stanchi smemorati
La nebbia dei loro sogni appestava l’aurora
Lei non era nata
Nessuno la conosceva

Pudore era ubriaco insozzato
La ricchezza adorava la stupidità
La bellezza la pietà abbeveravano sontuosi carnai
Lei non era nata
Nessuno la conosceva
I suoi occhi erano chiusi

La carne rauca tremava nel freddo silenzioso
E per prolungarsi il dolore ragionava
Dalle vene della notte si alzava un’onta insolubile
Lei non era nata
Nessuno la conosceva
I suoi occhi erano chiusi
Ma era già ritta contro la morte contro la notte.

II

Colei che si è data
Dolce come nell’erba
L’occhio umile di una sorgente

Colei che si è data
Piú sicura di un pensiero
Che lotta per esistere

Piú dura della vita
Intramezzata di speranza
Seme dei fiori avvizziti

Colei che si è data
Partendo da lei si dà tutto
Nella natura e nell’uomo

Si dà tutto in silenzio
A gesti a parole
Io disegno una donna

Una madre in accordo
Col gran giorno col passato
E fino al suo declino

Fino alla sua primavera
La vedo con i suoi difetti
Limpida come un campo di grano

Cancella il freddo
La giovinezza cresce sulla terra
Nessun fiore è senza radici

Il fanciullo è attaccato al seno di sua madre.

III

E la madre diventa interamente madre e senza vergogna
Simile a un anello
Ricolmo di carne
Simile a radura ideale all’oasi della foresta
Orizzonte di verde attorno a un sol frutto

Era un anello simile a un anello
Anello del cuore del corpo dell’occhio e della mano
Del ventre e della luna pallida di mezzoggiorno
Il sangue umano in lei colorava il mondo
Lei divenne prisma e la sua voce spazio

Ali distese screziarono le sue risa
Evidente ed esemplare risuonò in alto il suo canto
Lei diede subito un nome a ogni forma individuata
La curva delle braccia sviluppò la sua stretta
E la sua bocca infantile cancellò l’ignoranza

Con il dorso dritto e le anche come base
Seduta era saggia e parlava di costruire
Ritta in piedi sembrava annientare il vuoto
Le sue pupille lavate da una luce uniforme
Ripopolavano il deserto di insetti e di uccelli

Di insetti e di uccelli di scoiattoli e di scimmie
Di tutti i divertenti animali dell’aria
E di fanciulli turbolenti sfuggiti alla loro prigione
Ritta in piedi aveva l’aria di comporre i giochi
Che prendono per oro le meraviglie dei sensi

Disegnando su due bocche dei baci uguali
Accordava il suo cuore al tempo che gli avanza
Non voleva congiungere il vivere e il morire
Ripeteva vivere e infrangeva le barriere
Troppo rapida lei per non durare

Nella sua orbita brillavano il vomere dell’aratro
Il seme germogliato il mucchio del grano
Le sue nuvole notturne scoppiavano di tiepida pioggia
Un bambino si accendeva nel flusso del suo sangue
La sua trasparenza stabiliva la rassomiglianza.

IV

Già c’erano puliti d’aurora
Fiori per schiarirla
C’erano gemme sopra i rami
Le risa di nozze avevano varcato l’inverno

C’erano gli occhi di una fanciulla di vent’anni
Resa forte dai suoi sogni
E per domani un altro ragazzo altrettanto fiducioso

Il connubio era una ragione feconda
Ragione dei piú deboli e ragione di lotta
Per dominare contro la sfortuna

Bastava avanzare per vivere
Andare dritto davanti a sé
Verso tutto ciò che si ama

È lieve la strada davanti a sé
E s’apre su ogni sponda
Dietro non ci sono che catene

La carezza è come una rosa
Che rafforza la madreperla di un mezzoggiorno caldissimo
Presenza per sempre
Nulla si fa amore che non sia di futuro

La pianta lenta e cupa che conquista il giorno
Non ha altro culmine che l’estate
Nutrito dall’eternità dai semi senza posa
Che sublimano il giogo del tesoro della vita.

V

Terra c’è luce al suono di un giorno perfetto
E la passione assume un nuovo volto
Il ventre oscuro si schiude alla luce
La piana si spoglia un sentiero di foresta
Divide il suo fuso sotto i passi del sole

Un fanciullo è appena nato l’ombra di un uccello
Piú pesante di lui grava sulla terra enorme
Tranquillamente passa da un’ora all’altra
Il bel tempo lo compenetra con le sue campane d’oro
La brocca della luna gli rinfresca le midolla

Nel cavo della culla si raggomitola e addormenta
E nei pesanti solchi dei sogni confonde
Ciò che non può essere e ciò che sarà
Solo la sferza della fame lo sveglia e lo tormenta
Non ama la sua fame ma ama sua madre

Ama ed è nutrito dalla sua necessità
Vivere s’intende dappertutto allo stesso modo
Bisogna amare per vivere bisogna essere nutrito
Del desiderio e del piacere d’essere nutrito
Il fanciullo-riflesso anima un amore reciproco.

VI

Una perla un cumulo di umori congiunti
In un angolo cupo dove giace il fanciullo degli amori banali
Palma del futuro corona inincolpabile
Un bambino l’uscita del labirinto dell’età
Tenero passaggio del cielo verde tra il fogliame delle stelle

L’erba fugge sotto il vento la primavera si abbandona
E la morte mette i suoi brividi tra le mani dell’estate
Ma il bimbo appena nato nega il corso delle stagioni
Illumina tutto si trova alle porte della vita
Fuoco liquido diluvio del desiderio di vivere

Sempre lo stesso fanciullo immortale eterno
All’orizzonte dell’uomo stesso fulgore solare
E il muschio e la ruggine e il cuore secco d’inverno
S’inteneriscono fioriscono come una promessa
La giovinezza non ha una nascita
Ma è sempre presente in questo mondo.

VII

Un fanciullo piccolissimo un mattino eccezionale
Che fruttifica a fior di terra
Una cenere rosseggiante
Una domenica visibile
Un’onda ridotta a una goccia d’acqua

Una luce in pieno giorno.

VIII

I miei ricordi vanno al cuore lontano
Di ogni fanciullo inespressivo
Quasi gratuito quasi innocente

Un bimbo nei suoi primi giorni di vita
Fuscello d’erba appena disgiunto
Dalle grandi maree di primavera

Un bimbo grande come un bacio
Futuro per un bimbo futuro

Prima estasi del sole
Che brucia i ghiacci di rugiada
Prima sete illuminata

Un fanciullo immobile ma agile tanto
Che la natura prende il volo con lui

La terra è ai suoi piedi.

*

da Ultime poesie d’amore (Passigli; trad. di Vincenzo Accame)

immagine d’apertura: opera di Antonio Donghi, dal web, proposta in bianco e nero – poiché impossibile da trovare risoluzione a colori ottimale per il blog – e riportata, invece, in chiusura, fedelmente.

 

Charles Baudelaire, Inno alla Bellezza XXI

Inno alla bellezza, XXI.
.
Vieni, o Bellezza, dal profondo cielo
o sbuchi dall’abisso? Infernale e divino
versa insieme, confusi, carità e delitto
il tuo sguardo: assomigli, in questo, al vino.
.
Racchiudi nei tuoi occhi alba e tramonto. Esali
profumi come un temporale a sera.
Sono un filtro i tuoi baci, la tua bocca un’ampolla
che l’eroe fanno vile e il fanciullo ardito.
.
Esci dal gorgo nero o discendi dagli astri?
Il Destino, innamorato, ti segue come un cane;
sémini capricciosa felicità e disastri,
disponi di tutto, non rispondi di niente.
.
Cammini, Bellezza, su morti, e di loro sorridi;
fra i tuoi gioielli l’Orrore non è il meno attraente
e, in mezzo ai tuoi gingilli preferiti, l’Assassinio
danza amorosamente sul tuo ventre orgoglioso.
.
Abbagliata l’effimera s’abbatte in te candela
e crepita bruciando e la tua fiamma benedice.
Cosí, chino fremente sul suo amore, chi ama
sembra un moribondo che accarezza la sua tomba.
.
Che importa che tu venga dall’inferno o dal cielo,
o mostro enorme, ingenuo, spaventoso!
se grazie al tuo sorriso, al tuo sguardo, al tuo piede
penetro un Infinito che ignoravo e che adoro?
.
Che importa se da Satana o da Dio? se Sirena
o Angelo, che importa? se si fanno per te
– fata occhi-di-velluto, ritmo, luce, profumo, mia regina –
meno orrendo l’universo, meno grevi gli istanti.
.
.
Charles Baudelaire, Inno alla Bellezza XXI da Spleen e Ideale, in I fiori del male
(Trad.Giovanni Raboni)
.
.
Hymne à la beauté
.

Viens-tu du ciel profond ou sors-tu de l’abime,
O Beauté ? ton regard, infernal et divin,
Verse confusément le bienfait et le crime,
Et l’on peut pour cela te comparer au vin

Tu contiens dans ton oeil le couchant et l’aurore ;
Tu répands des parfums comme un soir orageux ;
Tes baisers sont un philtre et ta bouche une amphore
Qui font le héros lache et l’enfant courageux.

Sors-tu du gouffre noir ou descends-tu des astres ?
Le Destin charmé suit tes jupons comme un chien ;
Tu sèmes au hasard la joie et les désastres,
Et tu gouvernes tout et ne réponds de rien.

Tu marches sur des morts, Beauté, dont tu te moques ;
De tes bijoux l’Horreur n’est pas le moins charmant,
Et le Meurtre, parmi tes plus chères breloques,
Sur ton ventre orgueilleux danse amoureusement.

L’éphémère ébloui vole vers toi, chandelle,
Crépite, flambe et dit : Bénissons ce flambeau !
L’amoureux pantelant incliné sur sa belle
A l’air d’un moribond caressant son tombeau.

Que tu viennes du ciel ou de l’enfer, qu’importe,
O Beauté ! monstre énorme, effrayant, ingénu !
Si ton oeil, ton souris, ton pied, m’ouvrent la porte
D’un Infini que j’aime et n’ai jamais connu ?

De Satan ou de Dieu, qu’importe ? Ange ou Sirène,
Qu’importe, si tu rends,-fée aux yeux de velours,
Rythme, parfum, lueur, o mon unique reine !-
L’univers moins hideux et les instants moins lourds ?

(dal web)

Simone Weil, Prometeo

Simone Weil, PROMETEO

Un animale smarrito e solo,
Morso nel ventre da un rovello incessante
Che lo fa correre, tremante di stanchezza,
Per fuggire la fame che solo morendo sfugge;
In cerca della vita per oscure selve;
Cieco quando la notte manda le sue ombre;
Colpito nel cuore della roccia da freddo mortale;
Pronto all’accoppiamento in casuali strette;
Preda di dèi, dei loro oltraggi che lo fanno urlare.
Tale saresti, uomo, senza Prometeo.
.
Fuoco che crei e distruggi, o fiamma artista!
Erede dei bagliori del tramonto!
L’aurora sale al cuore di luttuosa sera;
II dolce focolare unisce le mani; il campo
Ha preso il posto dei riarsi rovi.
Duro metallo sgorga nelle colate,
li ferro si piega ardente e al martello cede.
Colma l’anima un lume sotto un tetto.
Come un frutto matura il pane nella fiamma.
Quanto vi amò, per farvi un tale dono!
.
Vi dette ruota e leva. O meraviglia!
Il destino si piega al lieve peso delle mani.
Il bisogno teme la mano che di lontano veglia
Sulle leve, signora delle strade.
O venti marini sconfitti da una vela!
O terra aperta al vomere, sanguinante e nuda!
Abisso dove discende una lampada tremante!
Il ferro corre, morde, afferra, distende e trita,
Docile e duro. Le braccia portano la loro preda,
Il pesante universo che dà sangue e lo beve.
.
Fu Prometeo artefice dei riti e del tempio,
Magico cerchio per trattenere gli dèi
Lontani dal mondo; così l’uomo contempla,
Solo e muto, la sorte, la morte e i cieli.
Egli creò linguaggio e segni.
Vanno attraverso il tempo parole alate
Per monti e valli a muovere cuori e braccia.
L’anima parla con sé e cerca di capirsi.
Cielo, terra e mare tacciono per sentire
Due amici, due amanti che si parlano piano.
.
Ancora più luminoso fu il dono dei numeri.
Fantasmi e demoni dileguano morendo.
Sa scacciare le ombre la voce che conta.
È calmo e trasparente perfino l’uragano.
Ogni stella ha il suo posto nella profondità del cielo;
Non mente mai quando parla alla vela.
Atto si aggiunge ad atto; nessuna cosa è sola;
Tutto si corrisponde sulla giusta bilancia.
Nascono canti puri come il silenzio.
Talvolta si schiude il sudario del tempo.
.
Grazie a lui l’alba è una gioia immortale.
Ma un destino funesto lo tiene piegato.
Il ferro lo inchioda alla roccia; la fronte trema;
E mentre pende crocifisso, in lui
Entra il dolore freddo come lama.
Ore, stagioni, secoli gli divorano l’anima,
Di giorno in giorno gli si strugge il cuore.
Invano gli si torce il corpo sotto la stretta;
L’istante fuggendo sperde il suo pianto al vento;
Solo, senza più nome, carne preda di sventura.
.
.
da Simone Weil, Poesie, a cura di Roberto Carifi (Le Lettere Ed.)